Se anche parlando di pensieri e stati mentali, si dice “i miei pensieri” e “i miei stati mentali”, cioè si introduce una relazione di appartenenza che presuppone un appartenente e un proprietario distinti, viene spontaneo chiedersi chi sia, quali caratteri abbia, dove si trovi, il proprietario, visto che sugli appartenenti la scienza è in grado di dirci quasi tutto.
In effetti, parlando di qualsiasi cosa che ci riguardi si introduce sempre una tale separazione appartenente/proprietario, anche per le cose più intime: “i miei pensieri”, “la mia vita”, addirittura “il mio io” (evidenziando in quest’ultimo caso una pericolosa polisemanticità del pronome personale). E allora non sarebbe forse assurdo ritenere la nostra pura autocoscienza una intuizione collettiva, una proprietà del Tutto, che non appartiene a noi ma all’intero universo, e che viene bloccata e interamente assorbita da un ente di sufficiente complessità come un essere umano, ma che nel momento della morte viene liberata, tornando ad essere una pura potenza del cosmo, senza le limitazioni e le possibilità che un sistema sensoriale, motorio, elaborativo come l’homo sapiens può darle. In questa prospettiva una singola autocoscienza può abitare più corpi, anche se la vita, la responsabilità, il giudizio sono strettamente individuali e periscono con i corpi stessi.