Discorso su Dio

Mi è così difficile parlare di Dio... Quante volte ho rimandato queste righe, ma sempre, poi, sento come l’urgenza di dire... ma dire cosa? Se – con scarsa modestia – affermassi di aver capito qualcosa di Dio e di volerne parlare, non commetterei forse un doppio errore? Capire qualcosa infatti significa rinchiuderlo in un recinto concettuale, riportarlo ad altro; parlare di qualcosa è rendere manifesta tale comprensione mediante termini condivisi da tutta una comunità. Tutto ciò funziona bene  fino a che sono le cose (e i concetti ottenuti da queste per astrazione) ad essere oggetto di discorso, ma Dio non è una cosa né un concetto.
Posso allora solo parlare di me nella mia ricerca di Dio. E se il pensiero non mi aiuta, sarà forse l’esperienza a permettermi di dire qualcosa su Dio? Mi piacerebbe (forse), ma non è così. No, nessuna rivelazione personale. Al di là della mia fede cristiana, non ho mai visto nessun morto risuscitare, né un mare aprirsi in due per lasciar passare un popolo. Sono solo, desolatamente solo su questo sasso che gira in un freddo universo intorno ad una stella uguale a tante altre. Solo, con la mia debole ragione; ma è già un buon punto di partenza.
Certo, non capirò mai Dio, ma posso capire che l’universo nella sua totalità richiede un Assoluto Trascendente, che non ha niente in comune con tutto ciò su cui noi possiamo formulare pensieri o discorsi, in quanto ne è il necessario fondamento. Il puro Essere, scevro da ogni determinazione, così simile al nulla.
Il nulla, paradossalmente, sembra la traccia più autentica da seguire. Nel nulla dei pensieri è l’esperienza della pura consapevolezza, laddove lo spirito assapora la libertà di essere svincolato da qualsiasi determinazione e contingenza. Perché lasciando cadere una dopo l’altra tutte le determinazioni e le contingenze quello che rimane è proprio un vuoto senza fine, il buio ed il silenzio del puro nulla. Eppure, quanto è diverso questo nulla dal non-essere che neppure è pensabile! Questo nulla non ha rappresentazioni perché è in sé il tutto. Se avesse un colore non sarebbe ogni cosa che è di un colore diverso da quello. Se avesse una voce non sarebbe ogni cosa che canta con una voce diversa da quella. Se avesse un profumo non sarebbe ogni altra cosa con un profumo diverso da quello. Sarebbe troppo semplicistico affermare che un tale nulla sia Dio, ma sicuramente è un luogo frequentato da Dio.
La cosa più straordinaria è che proprio questa totalità senza determinazioni, fatta di buio e di silenzio, è abitata dalla pura consapevolezza; lì sta il mio sapere di essere qualcosa. Ecco il perché della mia costante preghiera a Dio di liberarmi da Dio; giungere alle stesse conclusioni degli atei per trovare autenticamente il filo dorato che porta fino a Dio. E come dare torto agli atei? Cosa rimane di un Dio che sfugge ad ogni razionalizzazione e ad ogni esperienza? Nulla, appunto: ma vi pare poco? Nel nulla la totalità dell’essere, l’unico luogo che l’infinita maestà di Dio possa tollerare.

Certo, un pensiero che assume dogmaticamente di poter rappresentare tutto come può accettare l’irrappresentabile? Un pensiero che tutto riduce a modello come può accettare l’impredicativo? Ci si potrebbe allora legittimamente chiedere che senso ha tentare una qualsiasi azione in direzione dell’impredicativo, che oltretutto sfugge all’esperienza. Tale movimento però è possibile, possibile e fruttuoso. Un movimento che porta là dove originano i significati, che riempiono di senso la sintassi proprio come la pura esistenza dona un senso alle leggi di natura. E non è senza coraggio che l’uomo si avvicina a quel luogo in cui l’infinito esplode spazzando via ogni immagine e parola. Soprattutto, è solo accettando la finitezza della nostra dimensione esistenziale che possiamo approdare ad un infinito autentico e non illusorio. Nessun paradiso, quindi, pieno di luci e colori, profumi e canti celestiali, ma solo il nulla ci aspetta quando il nostro tempo avrà termine. E tutto sommato si tratta di una prospettiva rassicurante almeno per due motivi: in primo luogo ci garantisce che mai incontreremo la nostra morte; ma soprattutto l’uscita dal tempo e dallo spazio, la perdita di ogni determinazione, il salto in quell’oceano di puro essere che è Dio stesso, tra le sue braccia, finalmente a casa.