Il più grande servizio che si può fare oggi alla scienza è riconoscerne i limiti e sgombrare il campo dallo scientismo. I limiti della scienza sono contingenti, costitutivi, etici. Chiamo contingenti quei limiti che appaiono come tentativi frustrati di proseguire su certe strade di ricerca, dove formalismi sempre più astrusi e ipotesi estemporanee vengono introdotti al solo fine di salvare certi paradigmi. I limiti costitutivi sono invece quelli che il sapere scientifico, per sua stessa natura, ha avuto da sempre e sempre avrà e che oggi vengono spesso trascurati. Infine i limiti etici sono legati allo stretto rapporto tra scienza e tecnologia.
Quando parlo di limiti contingenti ho in mente la crisi che attualmente attraversa la fisica teorica. Che sia la res extensa cartesiana o la monade di Leibniz, la scienza moderna si è basata in tutto il suo corso su un atomismo di stampo democriteo e non si è mai posta seriamente la domanda se la spiegazione della realtà materiale risieda effettivamente in mattoni sempre più piccoli, bamboline russe di cui la più interna sorregge l’intero universo osservabile. Di fatto, con il modello standard delle particelle elementari sembra che si sia raggiunto un limite oltre il quale non si riesce a scendere. Enormi sforzi sono stati fatti nella direzione della teoria delle stringhe, ma i problemi che questa teoria si porta dietro sono di natura fondamentale e apparentemente insolubili. Soprattutto si risolve un problema facendo una nuova ipotesi, la quale non ha altro fondamento epistemologico che la soluzione del problema (interno alla teoria) per risolvere il quale è stata formulata. Moltiplicando in tal modo le ipotesi si tappano le falle ma se ne aprono altre, e così servono nuove ipotesi, sempre più deboli, sempre più lontane dalla possibilità – anche in linea di principio – di una verifica sperimentale. In questo modo si ha un numero praticamente illimitato di teorie che potrebbero spiegare aspetti parziali del nostro universo osservabile: quale falsificabilità e quale valore esplicatorio può avere un simile castello teoretico? Io non penso che la teoria delle stringhe o qualsiasi altro modello basato sulle particelle elementari potrà mai rappresentare un sistema solido e convincente come lo fu ad esempio la meccanica quantistica, ritengo piuttosto che i costituenti ultimi della materia vadano cercati in un’altra direzione: non oggetti (particelle), ma relazioni.
Passiamo poi ai limiti costitutivi del sapere scientifico. Trovo deprimente l’arroganza di persone che si sono occupate per tutta la vita di studiare una ristrettissima fetta di realtà e che pretendono di estendere un malinteso metodo scientifico a problemi che coinvolgono il senso, l’origine e il fine del mondo come un tutto e liquidano con argomentazioni “da bar” la metafisica, la coscienza umana, l’esistenza di Dio. L’indagine scientifica parte sempre da qualcosa che esiste per metterlo in relazione con qualcos’altro, ma un qualsiasi sistema di leggi non potrà mai giustificare sé stesso. Come è scorretto invocare interventi soprannaturali per spiegare fatti che cadono sotto l’ambito della normatività fisica, così non si può pensare che il progresso scientifico possa mai giungere ad escludere Dio come ipotesi non necessaria. È molto più onesto l’agnostico che riconosce la limitatezza del proprio orizzonte decidendo di semplicemente ignorare questioni che non sente rilevanti dal punto di vista pragmatico e sulle quali sospende il giudizio. Anche il voler ridurre il problema della relazione tra mente e corpo su un piano puramente quantitativo è fuorviante e fallimentare. Uno psicofarmaco può influenzare le reazioni e gli stati d’animo, ma pensare di guarire i mali dell’anima con delle sostanze chimiche è mortificante per l’uomo. Più in generale, nei sistemi complessi i modelli formali non sono completamente calcolabili; di fronte a questa evidenza si può continuare a linearizzare costruendo teorie su una realtà semplificata che non è quella nella quale viviamo, oppure avere il coraggio di cercare nuove domande da porre alla natura.
Vi è poi la questione dei limiti etici. È illusorio considerare lo sviluppo scientifico un percorso obbligato, come se il fatto che esiste un’unica natura implicasse che vi è una sola descrizione valida di essa. La scienza segue percorsi tortuosi all’interno di sistemi di linguaggio che crescono sulle proprie fondamenta; soprattutto è opera di uomini e come tale non può essere separata da tutti gli altri aspetti che costituiscono l’universo dell’uomo. Quando un essere umano misura o elabora modelli lo fa con tutto sé stesso, con le sue paure, i suoi pregiudizi, le sue pulsioni più basse, le sue qualità spirituali. Se una tale irripetibile personalità riesce a cogliere frammenti di verità della natura, li esprime nei modi che le sono propri, e da quel momento questi saranno i modi in cui una nuova legge dell’universo viene cristallizzata e codificata. Ma tutto ciò che è umano è etico, e la scienza non sfugge a questo principio. La scienza, poi, è sempre scienza del potere; nel progresso della civiltà i gruppi dominanti hanno da guadagnare molto di più delle classi povere, cosicché tutti stanno meglio ma il divario aumenta sempre. La tecnologia è il potente motore di questa forbice che si allarga indefinitamente. Se la direzione del cammino delle scoperte è in qualche modo dipendente dal contesto di concetti in cui esso è immerso, e quindi non è univoca, quanto più lo sarà il complesso delle applicazioni tecnologiche. Lo scopo e l’effetto principale delle tecnologie è quello di sostenere una struttura sociale e produttiva in cui pochi godono di ricchezze e potere oltre ogni limite, quotidianamente creati dalla gran parte di umanità che costituisce i livelli intermedi ed inferiori della piramide. Una scienza esente da patologie dovrebbe pertanto considerare con estrema attenzione le ricadute possibili di ogni minimo risultato ed escludere autonomamente dalla possibilità di uno sviluppo tecnologico tutti quei risultati i cui effetti negativi sul medio e lungo termine superano di gran lunga gli effimeri benefici immediati. Infine, io ritengo che sia il modo stesso in cui vengono concepite le tecnologie a dover essere cambiato. Non produzione di oggetti, trasformazione invasiva del mondo, violenza sulla natura per rendere le immediate vicinanze di qualche essere umano particolarmente confortevoli (secondo standard puramente materiali), ma piuttosto rimodellizzazione delle relazioni interumane e tra uomo e natura in modo da ottenere la massima soddisfazione nei processi che costituiscono la vita dell’uomo.