Esiste un livello metafisico?

Qualsiasi discussione sull’esistenza di Dio si può riportare in ultima analisi alla domanda fondamentale se la realtà fisica sia autosufficiente (possibile, non contraddittoria...) o se richieda necessariamente un livello extra-materiale e trans-fisico per esistere. È il bivio in cui si separano la strada dei credenti da quella dei non credenti; affrontare una discussione sui temi della spiritualità senza aver chiarito questo punto fondamentale comporta invariabilmente l’instaurarsi di un dialogo sterile tra sordi, che facilmente finisce negli argomenti puramente retorici o, peggio, nell’invettiva.
Questa domanda è a sua volta strettamente legata a quella sullo statuto epistemologico delle scienze della natura (che per brevità identificheremo con la più fondamentale di esse: la fisica). La prescrizione galileiana di fondare qualsiasi teoria fisica sull’esperimento deve continuare a valere a tutti i livelli, anche quello più fondamentale? La fisica deve essere sempre e comunque una scienza induttiva? Proviamo a rispondere di sì. In primo luogo vi sono ambiti inaccessibili all’esperimento, come la cosmologia o il dominio delle stringhe, e questo è già un problema. Si dirà che le conseguenze indirette di una ipotesi possono sostituire a livello esplicativo l’osservazione diretta degli enti previsti da tale ipotesi; questo è senz’altro vero, anche se – come la proliferazione dei modelli cosmologici sta a testimoniare – quando uno stesso fatto osservativo può essere spiegato da teorie diverse non è possibile rimuovere l’ambiguità. Ma il punto è un altro. Ogni volta che si riporta un certo insieme di fenomeni e leggi ad un livello più fondamentale, il livello superiore acquista il carattere della necessità, mentre l’ultimo livello scoperto rimane – per così dire – appoggiato sul nulla fino a che un livello ancora più fondamentale non viene scoperto o almeno ipotizzato. Comunque, a qualsiasi stadio di sviluppo della fisica teorica, il livello che in quel momento è il più fondamentale ha invariabilmente il carattere della contingenza. Questa osservazione non dipende dal fatto che stiamo parlando di atomi piuttosto che del modello standard o di stringhe. Ora, se attualmente la ricerca è lontana da un ipotetico livello fondamentalissimo, è nondimeno certo che tale livello esista: una successione infinita (in atto) di livelli esplicativi sarebbe fallimentare ed autocontraddittoria. Possediamo infatti l’ultimo livello di tale catena esplicativa (i fenomeni che cadono sotto i nostri sensi), pertanto se essa fosse infinita dovrebbe esserlo all’indietro, ma ciò significherebbe che non esisterebbe un primo livello, quindi neanche un secondo, un terzo... nessuno dei livelli successivi. Se anche supponessimo un sistema di leggi con il carattere del bootstrap (cioè che ognuna è implicata dal sistema di tutte le altre) resterebbe comunque la legittima domanda sul perchè di tale sistema di leggi. Se d’altra parte supponiamo una sequenza finita di livelli esplicativi (tutti sul piano fisico), il primo di tali livelli ha il carattere della contingenza, cioè l’indifferenza rispetto all’essere e al non essere, ed è molto arduo ipotizzare la venuta all’esistenza di alcunché di contingente senza una causa precedentemente in essere o comunque un contesto in cui tale processo primordiale possa svilupparsi.
Se dunque il primo livello esiste necessariamente, ma non è preceduto da alcuna causa, ciò significa che la fisica è una scienza deduttiva con fondamenti apodittici (e già la cosa suona abbastanza strana). In tale contesto ‘necessità’ significa che tra le possibili scelte una sola ne sopravvive (ad esempio l’unico sistema bootstrap di leggi che sia logicamente autoconsistente); ma scelta significa trovarsi già di fronte ad un albero disegnato con le varie possibilità, e allora chi ha costruito l’albero delle scelte? È stato forse costruito in base ad una legge ancora più fondamentale? Ma se non esiste un livello metafisico tale legge è necessariamente una legge di natura, e quindi quello che credevamo il livello più fondamentale non lo è affatto.
Insomma, la venuta all’esistenza di un qualsiasi ente materiale presuppone sempre una precedente materia, oppure una potenzialità del nulla a generare materia ed energia; ma questa potenzialità richiede una certa normatività, una struttura, potremmo dire un sistema di leggi, che però è già qualcosa. Alternativamente, si potrebbe pensare che tale potenzialità o struttura originaria abbia il carattere della necessità logica; questo renderebbe superfluo un orizzonte trascendente (anche se non basterebbe ad escluderlo) ma comporterebbe una serie di altri problemi. In assenza di materia, energia, spazio, tempo, l’ipotetica legge primordiale non avrebbe alcun referente, significato, sarebbe cioè una affermazione puramente analitica. Ora, ci domandiamo, come è possibile costruire significati a partire da leggi puramente analitiche? Le leggi – della fisica come della logica – hanno sempre un carattere negativo, filtrano relazioni ammissibili escludendo le altre. Prendiamo il più classico dei principi logici, la non contraddizione. Esso afferma che la stessa proposizione non può essere contemporaneamente vera e falsa. Ma la verità o falsità di una proposizione si possono determinare solo mediante il riferimento ad una particolare interpretazione. In mancanza di un mondo su cui formulare proposizioni il principio di non contraddizione rimane vuoto, possibilità non realizzata. Nessuna delle teorie logiche conosciute prevede la produzione di significati a partire leggi analitiche. Questa legge primordiale, salvezza della metafisica degli atei, dovrebbe dunque avere un carattere assolutamente nuovo rispetto alle leggi che conosciamo, sia quelle della fisica che quelle della matematica e della logica; dovrebbe implicare con il carattere della necessità logica tutta la meccanica quantistica, e ancora non basterebbe. La meccanica quantistica tratta infatti di relazioni tra campi e particelle già di per sé esistenti, non di relazioni tra la materia e il nulla. Né si possono invocare le fluttuazioni del vuoto. Il vuoto quantistico infatti ha il significato di campo con nessuna eccitazione elementare, quindi nel caso delle fluttuazioni del vuoto esiste già un campo e lo spazio e il tempo occupati da esso.
Diverso è il discorso per quanto riguarda l’effetto tunnel dal nulla previsto dalla teoria di Linde. In questo caso si ha che un universo grande a sufficienza da innescare l’espansione inflazionaria del falso vuoto lo si può ottenere per effetto tunnel da un universo così piccolo che senza il passaggio per effetto tunnel collasserebbe immediatamente sotto il peso della propria gravità. Se mandiamo a zero le dimensioni dell’universo iniziale la probabilità dell’effetto tunnel rimane finita, cosicché si ha un vero e proprio emergere dell’universo dal nulla. È forse questo il processo primordiale richiesto da una metafisica materialista? Vi è un fondamentale motivo che ci porta ad una risposta negativa a tale domanda: un universo di raggio nullo e nessun universo sono due cose differenti; infatti non si sta parlando del raggio di una sfera nello spazio, ma delle dimensioni dello spazio stesso, le quali non possono essere confrontate con nessun altra lunghezza, un universo di raggio nullo è comunque un universo. Un tunnel connette sempre due regioni, poco importa se una di esse è un universo a raggio nullo, non può aversi un tunnel con una sola apertura.

Una volta chiarito che l’universo materiale non è autosufficiente e richiede un livello metafisico, si pone il problema di come parlare di tale livello. Sicuramente non si potranno fare su di esso affermazioni quantitative o comunque verificabili nel senso delle proposizioni atomiche neopositiviste. Si tratterà necessariamente di un linguaggio non scientifico. Chiaramente, se si svaluta qualsiasi tipo di conoscenza che non sia modellata sulla scienza occidentale, escludere la metafisica dall’universo del discorso equivale a toglierne l’esistenza. Ma non esistono forse altri sistemi di significati oltre a quello quantitativo newtoniano? Non esistono altri accessi alla realtà oltre ai modelli? Alla prima domanda risponderei citando la poesia o la musica, alla seconda con l’esperienza mistica. L’uomo – e proprio questo è ciò che lo fa essere uomo – può accedere al livello metafisico della realtà, ma non può modellizzare o quantificare tale livello; e ciò non per una limitazione dell’uomo, ma per il carattere stesso di tale livello. Negare il livello metafisico significa rinunciare aprioristicamente a un’ampia gamma di possibilità umane limitandosi ad un solo, particolare linguaggio e sistema di significati.