Ogni mattina ci alziamo e una serie di compiti piccoli o grandi ci aspettano. Ed ecco un sottile senso di angoscia, di preoccupazione. Il quotidiano ci spaventa, eppure sono i mattoni che costituiscono la nostra vita. Poi le ore scorrono e tutte quelle situazioni ci troviamo a viverle, e la realtà è molto più naturale dell’aspettativa. Anche una cosa difficile o sgradevole, è sempre meglio nell’attualità dell’azione che nella inesistenza della proiezione mentale. È molto più facile lasciare andare un ricordo che un’anticipazione; il supporto ultimo e più nascosto su cui si appoggiano le nostre esistenze è la paura. Ma l’azione, o meglio ancora i singoli atti elementari che messi insieme compongono il nostro agire, in sé non hanno nulla di minaccioso; sono solo illuminati da una luce inautentica che viene dal deposito di inconsapevolezza della nostra mente. Per convincersene basta considerare il fatto che molti altri compiono quotidianamente gli stessi atti e si ritrovano nelle stesse situazioni, e noi stessi in passato le abbiamo vissute e superate. I fatti non sono intrinsecamente né buoni né cattivi, sono e basta. Essi vengono poi inseriti in una cornice interpretativa costruita nel corso degli anni con l’educazione, l’istruzione, i messaggi, la cultura, i valori di un popolo e di una società. È un dato di fatto che la nostra società – ancorché ricca ed evoluta – è alienante e violenta, per cui la cornice interpretativa che fornisce è solo in apparenza brillante e progressista, mentre in effetti crea i presupposti per una sottile e continua ansia.
Gli stessi schemi si ripetono una generazione dopo l’altra; contraddizioni e inutili fonti di sofferenza che vengono consegnate dai genitori ai figli e da questi accettate senza critica, conservate per una vita intera per poi essere trasferite alla nuova generazione. Questa catena può essere spezzata. Qualcuno ogni tanto ha il coraggio di riconoscere ed affermare che quegli schemi che provocano dolore a noi e agli altri e che ci siamo trovati a corredo della nostra personalità senza sapere come né quando, non rappresentano l’ordine naturale delle cose né tantomeno sono per noi un destino. Quando ciò accade si ha, grazie a quella persona, una reale evoluzione, una benedizione per quelli che gli stanno accanto e per tutto il genere umano. La via che conduce a questa particolare liberazione è facile e al tempo stesso difficile; si tratta di rivolgersi con una chiara visione (ed avere il coraggio di mantenere lo sguardo anche quando i nostri blocchi interiori sono maggiormente messi alla prova) all’interno di noi stessi (per prendere atto delle strutture comportamentali che formano il nostro sé) e all’esterno verso il mondo (per comprendere a fondo la neutralità e la semplicità dei singoli atti elementari). In questo modo, piano piano, la nostra disposizione verso la vita può cambiare, e ciascuna situazione che ci si presenta essere vista dalla prospettiva del protagonista piuttosto che da quella di colui che è costretto a subirla. In tal modo non sono più io che entro in una situazione, io corpo estraneo che comunque ho la mia dimora altrove e mi trovo sempre e costantemente “in trasferta”; piuttosto io sono la situazione, nel senso che condiziono in maniera irreversibile qualsiasi atto a cui partecipo, anche solo come osservatore. Mi trovo dunque a casa in qualsiasi luogo ed in qualsiasi tempo, nelle situazioni più tranquille come quelle più tese. Il mondo mi appartiene perché io appartengo al mondo, e la realtà mi si apre innanzi come un fiore, nel momento in cui abbandono l’assurda pretesa di poterla in qualche modo osservare dal di fuori senza rimanere impastato in ciò che si svolge davanti ai miei occhi.