Ma c'e' stata davvero una rivolta nelle carceri italiane?

La preziosa liberta' di non aver nulla da dire


Figaro
3 Luglio 2000

Leggetevi un po’ la lettera di oggi che apre la pagina Diritto di replica. E’ divertente. Ma, sorrisi a parte, l’autore ha colto alcune grandi e preoccupanti verita’. Vediamo dunque di ragionarci un po’ su.

Gli accorati dibattiti sui giornali delle ultime settimane che hanno accompagnato l’annuncio della gia’ famosa trasmissione Il Grande Fratello, a cura di Fabrizio Rondolino, non hanno, a nostro avviso, esaurito la questione. Il Grande Fratello sara’ pure una trasmissione divertentissima che appaga tutto il nostro voyerismo e avra’ certamente un grande successo. Ad essa si accompagnera’ in settembre un altro programma, sempre di marca Mediaset (Italia 1), che si chiamera’ Survivors. Il format (americano) e’ anch’esso assai seducente.

Sedici ipotetici naufraghi verranno depositati su un’isola deserta del Mar Cinese meridionale e lasciati li’ per 39 giorni in compagnia delle sole, onnipresenti, telecamere. Non avranno elettricita’, niente telefonini, zero frigoriferi. Verranno consegnate loro minime scorte di cibo. Per sopravvivere, una volta finite le scatolette, dovranno arrangiarsi e dunque mettere alla prova le loro capacita’ di adattamento in un ambiente ostile.

Il direttore di Italia 1 Roberto Giovalli assicura che ci sara’ da divertirsi. A chi gli contestava un certo degrado dei programmi televisivi, Giovalli ha replicato con una considerazione fulminante e, a giudizio del Barbiere, assolutamente condivisibile: "Il degrado e’ un altro. Per esempio i servizi giornalistici degli ultimi giorni sul terzo segreto di Fatima".

Il Grande Fratello e Survivors sono due spettacoli e non certo programmi di informazione. Non metterebbe conto di occuparsene, per il Barbiere, non fosse che l’influenza di questo genere di avvenimenti, come e’ gia’ stato ampiamente rilevato, contamina ormai diffusamente il lavoro di chi si occupa invece delle notizie o presunte tali.

Questi due programmi, che, ripetiamo, si annunciano molto divertenti, hanno in comune una semplice ed evidente caratteristica. Sono il frutto di situazioni inventate di sana pianta, sia nell’ambientazione che nei personaggi. Si attrae l’attenzione del pubblico mettendo su un palcoscenico e popolandolo di attori. Esattamente come si fa nel cinema o nel teatro. Con la differenza che cinema e teatro seguono un copione, una storia,  e qui siamo invece alla riscoperta della commedia dell’arte.

Trasferendo il medesimo principio (il "format", si dice oggi) nel mondo dell’informazione, si ricava che non e’ piu’ sufficiente, per suscitare l’interesse dei lettori, raccontare la realta’, bensi' e’ necessario inventarla. Chiari esempi di  questa tendenza sono emersi nelle ultime due vicende piu’ trattate dai giornali, il terzo Segreto di Fatima e la rivolta nelle carceri, dove i detenuti che ormai aspettano l’amnistia e quindi la liberazione dalle galere, hanno fatto un po’ di rumore.

Sorvoliamo sul segreto di Fatima, una pura leggenda popolare che lo stesso cardinale Ratzinger ha ammirevolmente (quanto inutilmente) tentato di ridimensionare. L’unica voce fuori dal coro che si e’ fatta sentire senza perifrasi e’ stata quella di Paolo Flores D’Arcais al quale va il nostro applauso: "Pura superstizione".

Per quanto riguarda la rivolta nelle carceri, invece, i giornali, possiamo dirlo, hanno inventato di sana pianta qualcosa che non esisteva. Non e’ esistita, infatti, una rivolta nelle carceri italiane. Non c’e’ proprio stata. A meno che non si voglia considerare alla stregua di Attica lo sbattimento di quattro gavette contro le sbarre.

Eppure, c’e’ qualcuno disposto a negare, con il Barbiere, che una rivolta ci sia stata e che anzi sia in atto? Abbiamo sotto gli occhi il titolo di prima pagina della Repubblica di qualche giorno fa: "Primi incidenti nelle carceri. Un agente di custodia ferito". Poi vai a leggere e scopri che qualche detenuto ha buttato un cerino acceso su un materasso facendo un po’ di puzza e che un agente di custodia ha ricevuto un graffio su un braccio. Punto. La notizia delle presunta rivolta nelle carceri e’ in realta’ solo figlia del desiderio di molti, a buona o cattiva ragione, di arrivare all’amnistia, all’indulto o a quel che sara’. Che l’amnistia possa riguardare i colpevoli di furti di saponette e sputo nella metropolitana o i colpevoli di falso in bilancio (tra cui molti industriali ed importanti editori), e’ tema che riguarda il dibattito politico di questi giorni. Lo seguiremo anche noi con attenzione.

La questione che qui interessa il Barbiere e’: perche’ e’ necessario (ammesso che lo sia) inventare la realta’ per poi darne notizia a piene colonne sui giornali? Proviamo ad abbozzare un paio di elementari risposte, senza alcuna pretesa di risolvere la questione.

1) Perche’ non succede piu’ niente di rilevante e qualcosa in pagina bisogna pur mettere.

2) Perche’ le notizie si consumano con una tale velocita’ che vanno sostituite con altre piu’ nuove, magari inesistenti, per non perdere il ritmo del mezzo con cui vengono trasmesse (radio, Tv, rete). La condanna dei giornalisti, senza appello, e’ di aver sempre qualcosa da dire, anche se non ce l’hanno. L’audience vuole novita’. Non si puo’ parlare a tavola piu’ di una volta dello stesso argomento.

La prima risposta non ci convince. Le cose succedono eccome. Succedono tante cose che non emergono in superficie e continueranno a non emergere fintantoche’ i giornalisti non se le andranno a cercare. Ma come si fa ad andarsele a cercare se bisogna riempire di corsa i vuoti lasciati dalle notizie di ieri?

E’ una vexata quaestio che riguarda l’organizzazione stessa del lavoro giornalistico ormai nella gran parte dei casi orientato alla copertura dell’evidente invece che al disvelamento di cio’ che e’ nascosto e vuole ben rimanerci. Qualcuno sa citare all’impronta due o tre casi di veri scoop giornalistici dell’ultimo periodo? Una notizia frutto dell’indagine condotta individualmente da un giornalista cazzuto e tenace? Al contrario, chi scrive ricorda giorni in cui lo scoop veniva perfino demonizzato e declassato alla categoria di "notizia scandalistica". Roba da matti.

La seconda risposta e’ gia’ piu’ convincente e dovrebbe inquietare. La velocita’ comanda. Le news sono "fast news". E la velocita’ e’tale che a volte si rischia di rimanere a secco di novita’. A quel punto non c’e’ scelta. O si lancia il dibattito di approfondimento (no!, il dibattito no!!!) o si frulla la panna e si inventa la rivolta carceraria.

Anche noi del Barbiere talvolta sia vittime di questa sindrome veloce. Lavoriamo sulla rete e quindi sul mezzo piu’ rapido inventato finora. Ci sono delle mattine in cui ci poniamo la fatidica domanda: "che ci mettiamo oggi sul Barbiere?".

Il Conte d’Almaviva ieri ha risposto: "Niente, se non abbiamo niente da dire".

Bravo Conte, questa si’ che e’ una lezione. Hai inventato le  "slow news", le notizie che appaiono solo e se sono notizie. Faremo cosi’.

E a conforto di questa linea invitiamo tutti i nostri simpatizzanti a leggere un bellissimo articolo di Claudio Magris pubblicato sul Corriere della Sera di domenica 2 luglio. In quell’articolo lo splendido Magris spiega come e perche’ oggi il sentimento religioso esce dalle chiese e si riversa sulle piazze (Fatima), come la religione e’ diventata "sensazione diffusa", allontanandosi dalla solida grammatica della liturgia. Allo stesso modo, l’idea della cultura si e’ allontanata sempre di piu’ da quella di nozione. E accade cosi’ che ci si possa sentir "colti" e dotati di senso critico pur ignorando nomi, date e elementi della storia.

La nostra impressione e’ che, per un insieme di ragioni che sarebbe davvero lungo analizzare, anche il lavoro dei giornalisti abbia smarrito la sua grammatica, inghiottito com’e’ dalla velocita’ e dalla "necessita", di schiaffare qualcosa in pagina purchessia. Ma non e’ detto che il mezzo debba piegare noi. Possiamo essere noi a piegare il mezzo ai nostri fini. E secondo la nostra grammatica.

Quindi, se qualche volta, aprendo il sito del Barbiere della Sera, non troverete fulminanti novita’, sara’ solo per una ragione. Ci siamo presi la preziosa liberta’ di non aver nulla da dire.

Figaro



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