Garibaldi a Milazzo

Garibaldi a Milazzo

 

da “La Voce di Milazzo

Novembre- Dicembre 2007)

 Garibaldi e la Battaglia di Milazzo

Con la proiezione del film “Viva l’Italia”, di Roberto Rossellini, al mattino, con il documentario “Il Risorgimento nel cinema italiano”, nel pomeriggio, e con l’incontro a più voci sul tema “Garibaldi a Milazzo”, così l’Istituto Tecnico Industriale “E. Majorana” di Milazzo ha voluto, martedì 4. dicembre, solennizzare il bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, nel segno – lo ha puntualizzato il preside- dirigente dell’Istituto, prof. Stellario Vadalà, di quell’attenzione al territorio che è nei programmi della scuola milazzese, ed anche – come ha detto il prof. Filippo Russo – per supplire a una carenza: l’essere, cioè, il  Comune di Milazzo rimasto assente, tra tutte le città garibaldine, nella celebrazione del bicentenario della nascita dell’Eroe dei due mondi e protagonista della spedizione dei Mille, di cui la battaglia di Milazzo del 20 luglio 1860  è stata una tappa fondamentale.

Gigi Billè – primo, nell’ordine, dei relatori – ha parlato sul tema “La battaglia di Milazzo nella letteratura”.

Garibaldi e la spedizione dei Mille – egli ha detto -  rivivono variamente nella letteratura italiana dell’800 e del ‘900: in forma epico- lirica in poeti come Carducci, Pascoli e D’Annunzio, all’insegna del realismo critico in quella dei Verga, Pirandello, De Roberto, fino agli scrittori più vicino a noi: Tomasi di Lampedusa, autore del romanzo “Il Gattopardo”, Vincenzo Consolo nel romanzo “Il sorriso dell’ignoto marinaio”, Leonardo Sciascia nello scritto de “La corda pazza” dedicato alla novella “Libertà” del Verga (sui fatti tragici di Bronte) e in altri saggi, e, ancora più vicino a noi, nei romanzi “La valle della luna” di Melo Freni e “Qualcuno ha ucciso il generale” di Matteo Collura.

Nonostante il pessimismo, spesso radicale, da cui sono pervase le pagine di questi scrittori, che abbiamo chiamato del “disinganno” perché registrano le drammatiche contraddizioni del processo di unificazione del nostro paese e, in particolare, gli effetti della spedizione garibaldina in Sicilia, essi si guadano bene dal delegittimare Garibaldi e il significato complessivo dell’impresa dei Mille; essi sanno bene il prezzo pagato dalle migliaia di giovani di ogni parte d’Italia, anche siciliani e milazzesi, perché il sogno secolare dell’Unità d’Italia potesse diventare realtà.

 

Leggo, invece, - ha osservato il relatore – i tanti articoli che in questi mesi i giornali hanno pubblicato, dedicati al bicentenario della nascita di Garibaldi, e vi sono tonnellate di spazzatura, giudizi anacronistici, perché viziati dai condizionamenti politici dell’oggi, nonché la denigrazione gratuita della figura storica di Garibaldi. Che razza di memoria storica è quella, di stampo leghista, che ignora che – tanto per fare un esempio – a Milazzo, nella più sanguinosa delle battaglie di tutta l’impresa così detta dei Mille, la colonna del Generale Medici era composta di dieci compagnie, provenienti per il novanta per cento dalle città lombarde, da Cremona, da Bergamo, da Brescia, da Milano…?

A conclusione del suo intervento, il relatore ha citato dalla lirica “Garibaldi in Sicilia” del  poeta garibaldino Giuseppe Dell’Ongaro questi tre versi significativi: << E i tre colori della sua bandiera/ non sono tre regni, ma l’Italia intera:/ il bianco l’alpe, il rosso i due vulcani, il verde l’erba dei lombardi piani>>.

Garibaldi: chi è costui? L’interrogativo sorge spontaneo dopo la raffica di giudizi, in controtendenza rispetto a quelli tradizionali, pronunciati negli ultimi tempi nei confronti  del condottiero delle camicie rosse. Alcuni, espressi da rappresentanti del mondo politico, sono spiegabili; altri, emessi da studiosi, sorprendono non poco. Così ha esordito il prof. Filippo Russo parlando sul tema “L’altro Garibaldi”.

Per il leghista Mario Borghezio, la celebrazione del bicentenario della nascita di Garibaldi  è “un’operazione penosa di esumazione di un cadavere della Storia, nemico del Nord”; per Raffaele Lombardo, leader dell’Mpa, siamo, invece, di fronte ad  “un colonizzatore. Un personaggio strumentalizzato dai Savoia che ha dato il via a un progetto cinico di impoverimento del Mezzogiorno. Fino all’Unità, nelle casse del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli c’erano il doppio delle lire-oro di tutti gli altri stati italiani messi assieme. Poi, quei soldi hanno preso la via del Nord ed è cominciata l’emigrazione dei meridionali”.

Ernesto Galli della Loggia, storico ed opinionista, afferma che “l’antipolitica di Garibaldi testimonia in maniera esemplare tutti i imiti di questo sentimento. Perché la politica intesa come arte del possibile, come capacità di mettere d’accordo anche posizioni lontane è una risorsa della società”. Sul tema dell’antipolitica insiste anche il prof. Francesco Traniello, docente di Storia contemporanea all’Università di Torino, per il quale Garibaldi guardava con distacco al potere, avversava il compromesso politico e in questo rappresenta un po’ la vena antipolitica odierna, anche populista se vogliamo”.

La storica Angela Pellicciari ritiene che “il mito di Garibaldi sia stato costruito ad arte dalla Massoneria”, concetto ripreso anche da Alex Lattanzio (G. Garibaldi, mercenario dei due mondi), secondo il quale Garibaldi “prima di partire da Quarto, era stato convocato presso la Loggia Alma Mater di Londra. <<La più grande pagliacciata a cui abbia mai assistito>> scrisse un testimone diretto dell’evento, un tal Karl Marx. Giuseppe  Garibaldi venne scelto da Londra poiché in America Latina si era già reso utile alla causa dell’impero britannico”. Gigi Di Fiore, autore di una “Controstoria dell’Unità d’Italia”, ed. Rizzoli, attribuisce proprio alla perfida Albione il disegno di “togliersi d’attorno l’ingombrante Regno di Napoli” perché era maturata “ negli inglesi la convinzione che sulla penisola sarebbe stato meglio intrecciare rapporti preferenziali con un grande Stato in grado di bilanciare la potenza francese, piuttosto che avere a che fare con gli ostinati e imprevedibili Borboni”. 

Mario Isnenghi, docente di storia contemporanea all’Università di Vanezia, riprende la definizione di “rivoluzionario disciplinato”” riferita a Garibaldi già dal Depretis, “uno degli uomini di Garibaldi in Sicilia, uno dei primi della Sinistra storica che si allontana dal Generale”. Per lo storico Lucio Villari, “Garibaldi trovò nella Massoneria l’identità di sentimenti e di idee universalistiche, pacifiste e autenticamente liberali, democratiche socialiste”. Lo storico Alberto Banti, sulle pagine de “Il manifesto”, sostiene una tesi singolare: “può sembrare strano – scrive – che un mangiapreti come Garibaldi fosse immerso in un discorso e in un immaginario così intensamente derivato dalla tradizione cristiano – cattolica… affinché i bambini potessero capire il vero valore del sacrificio per la patria, era necessario che i combattenti sopravvissuti immergessero le fasce per i neonati nel sangue dei caduti, i quali, in quel modo, avrebbero assorbito i valori di cui la patria aveva bisogno… se rimuoviamo la pratica e il culto della violenza, che Garibaldi interpretava senza riserve, non possiamo fare altro che trasformare la sua figura in un goffo e irrigidito santino repubblicano”.    

Nella biografia scritta dall’inglese Lucy Riall, docente di Storia al Biberck College dell’Università di Londra, intitolata “Garibaldi. L’invenzione di un eroe”, ed Laterza, si legge che “la celebrità di Garibaldi fu il risultato di una precisa strategia politica e retorica” e che lo stesso fu “abile controllore della propria immagine e ben consapevole del nesso che già allora andava creandosi tra politica e sistemi di comunicazione di massa”. “Il mito di Garibaldi – conclude la studiosa inglese – può non corrispondere alla realtà, ma fu senza dubbio efficace … la popolarità di cui godette ci offre importanti spunti per comprendere la più generale funzione dei miti nell’ambito dei movimenti nazionali…”.  

Il prof. Bartolo Cannistra'Sul tema “Garibaldi nella battaglia di Milazzo” ha relazionato il prof. Bartolo Cannistrà, proponendo una lettura penetrante dell’evento e un ritratto per  certi versi inedito del grande personaggio protagonista dell’Unità d’Italia. Partendo da due episodi che contribuirono a creare il mito di Garibaldi a Milazzo – la battaglia presso il Ponte, dove l’eroe dovette gettarsi coraggiosamente nella mischia rischiando di morire, e che, pertanto, rivela quanto l’esito sia stato per lungo tempo incerto e la vittoria fortunosa; e la leggenda di Garibaldi che dorme sui gradini della chiesa di S. Maria Maggiore non serenamente, come ha fatto credere una lunga tradizione, ma preoccupato che i Borboni venissero in forza da Messina – il relatore prende lo spunto per cercare di dare una risposta agli interrogativi che, a battaglia conclusa, molti protagonisti, compreso Garibaldi, si posero per cercare di sciogliere tanti nodi drammatici di un evento che era costato un numero impressionante di morti, un vero massacro. Il pro. Cannistrà mette a fuoco il comportamento di Garibaldi sopo la vittoria: non un uomo soddisfatto dopo il successo conseguito, ma nervoso, teso e per giunta ingeneroso contro un nemico, il Gen. Bosco, che si era battuto lealmente. Tre episodi – osserva Cannistrà – rivelano questo stato d’animo di Garibaldi: il volere processare e condannare a morte il comandante della nave Tukory per avere disubbidito ai suoi ordini di spostarsi da ponente a levante, mentre ciò in realtà gli era stato impedito da un guasto alla nave medesima; il volere imporre al comandante Bosco sconfitto durissime condizioni: un comportamento non degno del suo passato di comandante leale e cavalleresco; il volere, in seguito alla scoperta che i cannoni del Castello erano stati danneggiati prima della consegna, attaccare proditoriamente le navi borboniche venute a trattare la resa della guarnigione. Va da sé che in tutti e tre gli episodi Garibaldi incontrò la disapprovazione degli alti comandi della spedizione militare. Una spiegazione possibile di questa sua inusitata durezza può essere trovata nell’ordine del giorno del 23 luglio (prima Garibaldi non aveva voluto formularlo), nel quale, mentre elogiava il coraggio dei volontari, rimproverava nello stesso tempo una condotta militare non all’altezza dell’impegno richiesto dalle circostanze della battaglia. Insomma, tuti quei morti al Comandante procurarono un immenso dolore e un altrettanto profondo rimorso. Quanto al problema se ci siano state incertezze dello stesso Garibaldi nel dare l’ordine di aprire le ostilità il 20 luglio, i documenti – ha concluso il prof. Cannistrà – non lo chiariscono a sufficienza e, pertanto, il giudizio non può che restare sospeso. Su un fatto, però, non ci possono essere dubbi di sorta: sulla straordinaria capacità dimostrata da Garibaldi di galvanizzare i suoi uomini nei momenti più drammatici dello scontro: che è poi la chiave giusta per spiegare la vittoria contro un nemico ben armato, più numeroso e che sicuramente conosceva il territorio come non era stato possibile a Garibaldi; e per respingere certi revisionismi di oggi, volti a delegittimare il valore del Risorgimento e, in particolare, a denigrare la figura di Garibaldi. Anche Girolamo Fuduli, relatore sul tema “1860: una battaglia mediatica”, ha voluto cogliere il valore simbolico che la battaglia del 20 luglio 1860 ebbe sull’opinione pubblica nazionale e internazionale, un valore alimentato da “un’accorta e sapiente campagna mediatica messa in atto dagli alti comandi garibaldini”, dopo lo scontro sanguinoso che costò ottocento tra morti e feriti solo nelle file garibaldine, soprattutto perché tale circostanza poteva far pensare che la battaglia non fosse stata condotta nel migliore dei modi: ciò che avrebbe potuto ostacolare la prosecuzione dell’impresa. In questo contesto va collocata la lettera dello scrittore francese al seguito di Garibaldi, Alessandro Dumas a Giacinto  Carini, in cui si racconta la battaglia di Milazzo in termini scopertamente romanzati. Il contenuto di questa lettera ebbe una enorme diffusione ( il Dumas ne avrebbe inviato al Carini altre quattro a scopo propagandistico), anche perché essa, stampata inizialmente nella vicina Barcellona,, fu pubblicata in diversi giornali italiano e accreditata come versione ufficiale della battaglia. Abilmente filtrato dal Dumas il corso degli eventi della battaglia di Milazzo fu depurato di quegli episodi sanguinosi che i testimoni del giorno dopo avrebbero configurato come un orrendo massacro. Persino Cavour non poté frenare la sua ammirazione nei confronti di Garibaldi, lasciandogli praticamente via libera di attraversare lo Stretto di Messina per completare l’impresa dell’ unificazione  del Paese (una lettera del 25 luglio dello statista piemontese all’Ammiraglio Persano sanziona il cambiamento di giudizio, precedentemente diffidente, nei confronti di Garibaldi).

Anche l’opinione pubblica europea, influenzata dai giornali e dalle illustrazioni che degli episodi della battaglia realizzarono famosi disegnatori, come l’americano Thomas Nast (che li avrebbe fatti conoscere anche oltre oceano), fu entusiasta dell’impresa garibaldina. Ciò che, a sua volta, non poteva lasciare indifferenti i vari governi. La conclusione di Fuduli è che a Garibaldi va riconosciuta, insieme alle straordinarie doti militari, la grande abilità “politica” di attirare su di sé i consensi dell’opinione pubblica internazionale (anche il finanziamento del giornale di Dumas “L’indipendente ebbe questa funzione di sostegno all’azione militare del capo dei Mille).

La proiezione delle immagini della lettera di Dumas, nelle sue varie edizioni, e delle testate dei principali giornali italiani dell’epoca ha completato il quadro della disamina del relatore. 


Milazzo”, Novembre- Dicembre 2007)

 Garibaldi e la Battaglia di Milazzo a cura del Piaggia index digastroepato