La figura di Luigi Rizzo

BARTOLO CANNISTRÁ     

LUIGI RIZZOUna foto che ritrae il dott. Claudio Italiano quando era ancora Guardia Marina.

NELLA PUBBLICISTICA E NELLA STORIOGRAFIA

 

Il webmaster, dott. Claudio Italiano, (STV MD) ringrazia per la cortesia ricevuta l'autore di questo saggio, il prof. Bartolo Cannistrà. Le foto, i cimeli, i busti ed i dipinti sono esposti presso il Museo di Luigi Rizzo a Milazzo (ME).

Su Luigi Rizzo manca una bibliografia ragionata,[1] né questo contributo, per lo spazio di cui dispone, può tentare un esame esaustivo di tutte le pubblicazioni e dei problemi che esse pongono. Ci soffermeremo, pertanto, su uno solo dei temi possibili: l’evoluzione della figura –e, cioè, dell’immagine, ma anche del giudizio sull’opera- di Rizzo come emerge dalle biografie, dagli scritti di storia militare, dagli articoli di stampa e anche dai componimenti poetici.

La scelta di questa angolazione nasce dal fatto che nella storiografia e nella pubblicistica esiste una vistosa contrapposizione fra due immagini, fra due approcci antitetici alla figura di Rizzo. Da una parte l’Eroe impavido, freddo e audace fino alla temerarietà, l’eccezionale protagonista di folgoranti imprese di guerra, il dannunziano “siculo corsaro, distruttore di navi, che osa l’inosato”: l’immagine che ha prevalso per più di un ventennio. Dall’altra, l’uomo dalla schietta semplicità, dalla profonda serietà morale, col  suo fastidio per la retorica e il suo “odio per la guerra”, sottolineati nelle opere più recenti. È evidente che queste due antitetiche interpretazioni corrispondono a due diversi momenti politici, e che il nuovo approccio è stato determinato dal nuovo clima culturale dell’Italia repubblicana, ma non è meno evidente che la nuova immagine fissata dalle opere degli ultimi decenni -non enfaticamente marziale e granitica, ma più “normale” anche nei momenti eccezionali- è quella più fedele alla realtà. Tuttavia è lecito chiedersi se non sia stata la stessa vita di Rizzo a rendere in qualche modo legittime entrambe le interpretazioni, perché , in realtà, esse riflettono due diverse stagioni della sua vita, quella delle imprese folgoranti e clamorose concentrate nell’arco di meno di due anni, e quella, lunga tre decenni, apparentemente “normale”, in cui egli fu soprattutto un manager industriale.
Affondamento della Santo Stefano, che giace su un fianco colpita e semiaffondata

Affondamento della Santo Stefano

Ma, forse, proprio dalla diversità di queste due stagioni si può ricavare il fil rouge che consente di mettere a fuoco la dimensione autentica della personalità di Rizzo: essa, infatti, appare fondata, in entrambe, sulla determinazione etica e la professionalità pragmatica con cui –senza esibizionismi, sempre con lo stesso spirito di paziente perseveranza che è propria del marinaio- nel biennio epico prepara accortamente l’affondamento della Wien e tesse pazientemente la rete di appostamenti che consentirà l’affondamento della Szent Istvan, e poi, nel trentennio successivo, presiede, in momenti difficili e talora drammatici, la cooperativa “Garibaldi” di Genova fino all’ascesa del fascismo o i Cantieri riuniti di Trieste fino all’occupazione tedesca produzione, oppure mette in atto la sua dignitosa resistenza morale nella prigione nazista di Klagenfurt.  In tutti questi momenti Rizzo è sempre lo stesso: solo che la sua determinazione e la serietà del suo impegno, fra il 1917 e il ‘18 produrranno -e non solo per lo scoppio dei siluri- effetti deflagranti, mentre lo stesso clamore, ovviamente, non poteva accompagnare l’impegno quotidiano del manager o risuonare dall’isolamento della prigione. Questa sottolineatura –che ci è sembrato corretto anticipare per indicare quale sarà la nostra chiave di lettura delle opere che esamineremo- consente di capire perché la rappresentazione delle sue imprese come  estemporaneo atto di sovrumana audacia costituisca un tradimento della verità: se si approfondiscono antefatto e contesto, il suo gesto eroico si rivela sempre come la naturale conclusione di un lungo, accurato, e perfino oscuro, lavoro di preparazione, al cui riconoscimento egli ha mostrato di tenere non meno che a quello della conclusione clamorosa di esso. La riprova sta nella sua indifferenza (ma forse si dovrebbe dire insofferenza) per le celebrazione della “Beffa di Buccari” (esaltante per l’estetismo di D’Annunzio, quanto deludente per la pragmatica concretezza di Rizzo) o nella sua puntigliosa difesa -contro chi insinuava che fosse opera del “caso o destino”- della consequenzialità dell’azione di Premuda rispetto all’ininterrotta opera di controllo del mare, fatto di “centinaia e centinaia di ore di navigazione deserta e snervante, di lunghi agguati, di interminabili attese”. Goethe diceva che il genio è una lunga pazienza; noi potremmo dire che lo è anche l’eroismo di Rizzo.  

Il cippo  monumentale sito nel porto di Milazzo che raffigura il MAS, cioè il motoscafo autosilurante

Porto di Milazzo: un bozzetto in bronzo che raffigura il MAS di Luigi Rizzo

Esaminando, dunque, da questa angolazione le opere su Rizzo, cercheremo di mostrare come un realistico profilo dell’Eroe, inteso come proiezione coerente dell’Uomo, vada emergendo gradualmente man mano che ci si allontana dalla comprensibile retorica legata all’evento bellico. Cominciamo da un primo gruppo di testi del 1917-18. Sono stati scritti quasi tutti immediatamente dopo l’affondamento della Wien e della Szent Istvan, ma il primo di essi è anteriore alle due imprese: risale al febbraio del ’17  ed appare su un settimanale milazzese [2]. È la prima volta che su un giornale si parla di Rizzo: egli non è ancora l’Affondatore, ma la sua figura è già circonfusa da un alone particolare, perché ha al suo attivo audaci azioni militari, e a Grado e dintorni si è distinto tanto da meritare la prima medaglia d’argento.  Poi, la notte del 10 dicembre 1917, l’eclatante affondamento della corazzata Wien nel munitissimo rifugio di Trieste fa entrare nel mito la figura di Rizzo. Non è solo il giornale della sua città[3] ad esaltarlo con toni epici, ma anche il più importante e popolare settimanale nazionale,[4] che gli dedica la copertina di Achille Beltrame commentata da una didascalia la quale, con la sua stessa imprecisione (si parla di “audacissima incursione di navi italiane nel golfo di Trieste”), rivela quanto sia ancora difficile accettare come verosimile  l’idea che un piccolo guscio di legno possa affondare un colosso d’acciaio. E, poco dopo, ecco la prima trasfigurazione poetica dell’impresa: il lungo carme latino di Lorenzo Rocci[5] –l’autore del celebre vocabolario greco- che esalta “Rizzius ille Mylis sicula generatus in urbe”. La narrazione è magniloquente ma fedele alla realtà, lo stile epico ma controllato, forte ma non ridondante, con aperture che ridestano ricordi virgiliani (”Nox atra incumbit, suadetque silentia terris”, “Dux inclitus tacita breviter sic voce locutus”); inizia con uno squillante “Fronda nova decoret fulgenti luce renidens Gloria virtutem” e si chiude con l’alba luminosa in cui i Mas ritornano a Grado, dopo l’impresa: “Interea roseis devecta aurora quadrigis / Ausoniam primo lustrabat lumine terram”. Rocci coglie con efficacia e compostezza quel che di epico e di mitico risuonava in un’impresa così incredibile: esprime un sentimento diffuso, aprendo la strada a quello che poi diventerà un cliché, e che altri non sapranno tenere sullo stesso piano di sobrietà. Il secondo affondamento, quello della “Santo Stefano”, avvenuta la notte del 10 giugno 1918, in un delicato e angoscioso momento di sospesa drammaticità, quando l’Austria dopo la vittoria di Caporetto si prepara a dare la definitiva spallata sul Piave, determina l’esplodere di un comprensibile sentimento di esaltazione che produrrà deliranti manifestazioni di entusiasmo popolare verso quest’uomo che, con i soliti due gusci di legno, penetra con tranquilla audacia nello schieramento di una possente e numerosa squadra di giganti d’acciaio, silura due di quelle corazzate che orgogliosamente si definivano dreadnoughts (“che non teme nulla”), ne affonda una, e ne esce illeso e irridente. È ancora una tavola di Beltrame[6] la migliore raffigurazione del sentimento generale: raffigura il Mas tripudiante di “Luigi Rizzo e i suoi pochi compagni, vendicatori di Lissa”, che con la bandiera spiegata al vento e le braccia protese “vedono affondare un colosso della flotta austriaca vittima della loro audacia”. Disegno e didascalia icasticamente concentrano tutti e tre i temi che connoteranno l’impresa nella fantasia popolare e che ritroveremo nei versi di tanti volenterosi “poeti”: il colosso nemico, l’audacia di pochi, il ricordo di Lissa. Fra le prime descrizioni giornalistiche spicca quella di Cesareo[7], che, con scelta efficacissima, riporta l’impressione di uno dei marinai di Rizzo, un siciliano, che sembra ancora attonito per l’incredibile impresa compiuta, e così descrive la nave austriaca che, subito dopo il siluramento, li aveva inseguiti incombendo minacciosamente su quel loro piccolo Mas e fulminandolo coi suoi cannoni: “Paria un liuni, signori, un liuni chi s’abbintava supra di nui”.  E lo stesso attonito stupore traspare dall’articolo di Maffi: “L’azione era durata in tutto un quarto d’ora. Lo stesso Rizzo, ripensandola, dice: Mi pare un sogno!” [8]
Parata in onore dell'eroe Luigi Rizzo, in occasione della festa della Marina Militare del 10 giugno

Porto di Milazzo: parata militare in onore di Luigi Rizzo in occasione dell'inaugurazione del monumento al MAS

È significativo che, in questi primi scritti, l’obiettivo non sia puntato tanto su Luigi Rizzo, come protagonista dell’evento, quanto sull’evento stesso, che colpisce per la sua inimmaginabile “enormità”, e di cui ognuno cerca a suo modo di mostrare, il più efficacemente possibile, l’eccezionalità. Riportiamo un solo esempio, l’articolo di Paolo Giordani [9] che punta sulla descrizione dello stato d’animo del piccolo collettivo del Mas, il loro “sentirsi più vicini e fratelli dinanzi all’improvvisa gloria o alla morte sicura … l’ansia e il tormento di una notte d’agguato a bordo di una delle nostre siluranti, dove comandanti ed equipaggio s’irrigidiscono ai loro posti di manovra quasi sepolti del tutto nella cavità del battello, condannati dall’economia dello spazio all’immobilità quasi assoluta”, finché, avvistato il nemico, “gli uomini si raccolgono nella concentrazione dello sforzo di tutte le facoltà, accarezzano con gli sguardi accesi i dorsi lucenti dei siluri” e “tutti gli occhi si fissano in quelli del loro comandante per capire il lampo del segnale supremo”. Questa rappresentazione della coralità dell’azione dovette essere particolarmente gradita a Rizzo se, un decennio dopo, in una sua pubblicazione,[10] riporterà proprio questo articolo, e non uno dei tanti che enfatizzavano soprattutto il suo ruolo.  Ma l’immaginario popolare aveva bisogno di proiettare l’esaltazione per quella folgorante vittoria, che vendicava la tragedia di Caporetto e l’umilizione di Lissa,  su un personaggio unico ed eccezionale, sull’Eroe. A dar risposta a questa esigenza furono le composizioni in versi che fiorirono abbondanti in quelle settimane, in tutta Italia. Molte di esse furono pubblicate anche da “L’Avvenire di Milazzo”, nel numero speciale del 20 luglio (anniversario, oltre che della vittoria garibaldina di Milazzo, della battaglia di Lissa, in cui era morto lo zio di Luigi Rizzo).

È comprensibile il fastidio che oggi si prova davanti a molta parte di questa produzione, con la sua turgida retorica, i cascami di studi classici mal digeriti, le immagini truculente, le descrizioni di Rizzo che non gli somigliano in nulla (ma, d’altronde, allora chi lo conosceva ancora?), ma, se proviamo a storicizzare quegli scritti inquadrandoli nella cultura del tempo e nel momento particolare del conflitto, esse appaiono in un’altra luce. Né si può trascurare il fatto che, quando si parla di imprese come quelle di Rizzo, è difficile dire se siano le parole  ad andare sopra le righe o se invece non siano i fatti che, per la loro eccezionalità, acquistano un sapore di leggenda nell’atto stesso in cui avvengono. Ma, soprattutto, esasperazioni retoriche e iperboli danno la misura della profonda emozione suscitata, dell’effetto che ebbe Premuda nel momento angoscioso dell’attesa della nuova offensiva austriaca, e del conseguente giganteggiare di una figura che diventa subito mito. Paradossalmente, se vogliamo riportare quei fatti all’interno di una considerazione più freddamente realistica, dobbiamo far ricorso a quello che ne scrisse, con asciutta sobrietà, proprio il loro autore, nel già citato scritto del ‘27.

Vediamo qualche saggio di queste “composizioni poetiche”.[11]  Un amico milazzese di Rizzo, Paolo Lucifero,  lo descrive come un  “angel di vendetta, assiso / sulla fragil prora…sereno,  circondato da fulmini e securo / nell'anima robusta“ e, per esaltarlo, coinvolge le Termopili  e Sansone, Pietro Micca  e San Michele arcangelo.

Il documento scritto dal D'Annunzio in onore di Luigi Rizzo, che si può ammirare al museo di MilazzoAnche Egeo Carcavallo lo vede  “sulla prora, immoto: la pupilla / affisa all'orizzonte.” E aggiunge: “Un fremito / di desiderio dalle tempie irriga / tutte le arterie fino alle latèbre / dell'anima e del cuore più profonde… / Il duce, fermo sulla prora, immerge  / ne le fiamme del sole il bronzeo volto / e chiede dall'astro l'ispirazione…”  Poi immagina un concitato discorso che è una  mescolanza fra quello dell’Ulisse dantesco e quello del carducciano Alberto di Giussano:  “Compagni d'arme e di vittoria, / noi siamo un pugno sol contro una roccia / titanica … morte oppure vittoria … Decidete! /  Frementi con indomito / ciglio gli arditi …. Avanti!  verso la Gloria.. .” 

Nel carme latino di Mario Micalella (con “versione metrica” di M. Brunetti) dedicato ad “Aloysio Rizzo Mylaseni, navium eversori”, tutta Milazzo è un palpitare di eroismo, in una cavalcata storica che parte dall’astuto Ulisse e dall’antro in cui tacciono le giovenche del Sole, per arrivare, attraverso il maschio ardire di Duilio e di Agrippa, all’invitto duce  Garibaldi, e concludere col peana a Rizzo: “Gloria  a te, prode, cantino i fanciulli! Gloria le spose, le trepidi madri!”  La stessa luce di gloria si riverbera sulla citta natia dell’Eroe anche per Colonna Romano: “La storia ha inciso: sul Mar brilla la intrepida Milazzo”.

La poco realistica descrizione che molti di questi rimatori danno di Rizzo a Premuda è quella di un esagitato. Alessandro Caja: “Lissa! –egli grida come un folle- Lissa! / Intanto che la nave agonizzante / si sbanda e s’inabissa”. Pietro Vulpetti  : “Di Milazzo il figlio ebbro di gioia, / collo sguardo alle sagome nefande /  e la mano stesa al cielo, grida: / “O vecchi e donne lacerati e bimbi, / Morti di Lissa, siete vendicati!”

E così, con ingenua naturalezza, appena due settimane dopo Premuda,  ci si avvia verso l’apoteosi.  Vincenzo di Stasi: “Sul rosseggiante mar, fra pèrleo velo / Rizzo rifulge di divino ardore”. Al reggino Napoleone Vitale appare come chi “reca sopra di sé  tutto il destino! / Emulo antagonista della morte / ai fatti segna il termine e l’avvio…/ In sé nasconde / una sì formidabile possanza / che l’opera di un dio persin confonde.”

Fino al culmine del processo, nei versi dedicati al “Sagittario azzurro e insonne e al suo incorruttibile fegato” da Arturo Insinga:  “Un ampio batte opaco anelito la carne…/  il sangue è ardente melo che scoppia /  ne l’odor come l’accetta nella luce …/ ha le vene di canapo…  la folgore scocca immite,/ sferra un urlo d’oro il bel centauro / la vittoria s’inginocchia e mozza l’ala...” Per dirla in breve,  Rizzo “le gesta dell’Altissimo travalca  … “

  È indubbio che a suggerire lessico, stilemi, immagini, registri espressivi, sia soprattutto il dannunzianesimo imperante. Eppure, paradossalmente, è proprio D’Annunzio che, pur nel suo virtuosismo esasperato ed estenuato, ci consegna la prima immagine di Rizzo fedele alla realtà. E non solo perché siamo in presenza di  un poeta che sa scegliere e misurare con sapienza raffinata la parola, ma soprattutto perché D’Annunzio Rizzo lo conosceva da vicino e non poteva permettersi troppa retorica vuota su di lui: troppo autentico era Rizzo nella sua serietà morale, e troppo  ironico il suo sorriso, per consentirlo.

Certo, il poeta della “Canzone del Quarnaro” [12] non si nega nessun abbandono alla più maschia e marziale retorica: “Siamo trenta, d’una sorte, / e trentuno con la morte… / Tutti tornano o nessuno, /  se non torna uno dei trenta, / torna quella del trentuno, / quella che non ci spaventa / con in pugno la sementa / da gettar nel solco amaro. / Eja, carne del Carnaro, / alalà…”  Sono i trenta dei tre Mas della cosiddetta “beffa di Buccari” ed hanno, manco a dirlo,  “secco fegato, cuor duro, / cuoia dure, dura fronte, /  mani macchine armi pronte, /  e la morte a paro a paro. /  Eja, carne del Carnaro, / alalà…”

Ma quando si tratta di descrivere direttamente Rizzo questo registro stilistico non funziona, e D’Annunzio lo capisce bene. Certo, ne scolpisce un profilo che sa sempre di maniera: colui che “osa l’inosato, il marinaio nato dal popolo più schietto, semplice e rude che non pregia alcun serto più della rozza berretta, il prediletto della gloria vera, il distruttore di navi nemiche perdutissimo e tranquillo, che conduce la prua disperata al di là della morte e ne torna con la fortuna attonita”. [13] Ma questa è la posa statuaria del “monumento”; se, invece, deve descriverne l’azione, il ritratto che ne disegna, al di là del lessico aulico e delle immagini ad effetto, è ben diverso.

Ecco Rizzo, mentre stanno partendo per Buccari [14]: “nella sua casacca di pelle nera e la sua berretta corsaresca” sorride tranquillo con gli occhi ironici  “toccandosi la bazza, che è come una bietta aguzzata a guisa di conio da ficcare nelle spaccature per fendere e rompere”. Quando stanno entrando nella baia di Buccari D’Annunzio gli tasta per scherzo il polso e scopre che lo ha “quieto come quello di un arabo che abbia trascorso la sua esistenza a fumare e a sonnecchiare addossato ad un muro bianco”. Quando, poi, il poeta  posa nel mare di Buccari, la prima bottiglia col suo irridente messaggio, i nastri tricolori e “l’aria giuliva di una piccola balia brianzola che galleggi dalle poppe in su e si allontani ballonzolando”, ecco Rizzo che “si china guardarla, la segue con gli occhi burlevoli  e non può tenersi dall'imitarla come un bambino che senza volere imita il gioco della sua marionetta”. E quando, infine, tornando, sfuggono ai colpi della difesa austriaca che fa cilecca, eccolo ironizzare su di essa “pensando agli attributi del Colleoni”. In questo Rizzo, descritto in modo così vivo e affettuoso, è facile riconoscerne la vera figura, fuori di ogni retorica.
La maschera funeraria dell'eroe, sempre nel Museo di Milazzo

Maschera in bronzo che raffigura l'eroe sul letto di morte.Museo di Luigi Rizzo, Milazzo

  Come i primi versi, così anche i primi tentativi di analizzare il significato dell’impresa di Premuda appaiono già nei giorni immediatamente successivi ad essa: il 13 giugno escono due articoli, di Roberto Forges Davanzati e di Benito Mussolini. Cominciamo da quest’ultimo.[15] In verità, in esso, su Rizzo non c’è molto, e Premuda sembra quasi un pretesto per considerazioni di ordine militare e filosofemi autoreferenziali: “La nuova audacissima impresa del marinaio Rizzo mi richiama alla mente le mie considerazioni sulla guerra qualitativa…Il macigno è la massa, la mina la volontà. La mina fa saltare il macigno. Le masse umane hanno la stessa inerzia delle masse inorganiche. Ponete una volontà di acciaio, tesa e implacabile, contro una massa e voi riuscirete a sgretolare la massa.” Solo alla fine sembra che si torni a Premuda: “Pensate a Rizzo e ai suoi compagni. In pochi hanno vinto una battaglia. Per lanciare un siluro, non c'è bisogno di essere molti: basta un uomo. E un siluro manda a picco la corazzata… Per un signore che sta chiuso nell'ufficio di Roma può sembrare a priori impossibile forzar una scorta di torpediniere e silurare due corazzate austriache; per Rizzo è stato possibile. Possibile perché è stato tentato, perché esisteva la volontà di tentare.” La verità è che a Mussolini l’impresa di Rizzo serve soprattutto per dar forza alla sua esaltazione dell’individualismo, del volontarismo, della “guerra qualitativa”, cioè della necessità di  “valorizzare l'individuo, non frenare gli audaci, non lasciare nulla di intentato”, tanto che l’articolo si conclude con questa esplicita richiesta: “Un po’ di follia, signori, di intelligente e raziocinante follia”.Diverso il taglio dell’altro articolo, quello del nazionalista Roberto Forges Davanzati, [16] il quale, ricordato che indubbiamente a consentire l’affondamento della Szent Istvan ci fu un concorso di circostanze casuali, sottolinea che però, se è vero che “il caso ha voluto che le siluranti di Rizzo si imbattessero nella divisione austriaca … è altrettanto vero che questo caso tanto straordinario non si sarebbe neppure verificato se le nostre navi avessero l’abitudine di rimaner ferme nei porti, invece di svolgere, giorno e notte, un’azione ininterrotta, paziente, logorante, snervante di vigilanza. Questo episodio è frutto di centinaia di ore di crociere vuote, di navigazione deserta e snervante, di lunghi agguati, di interminabili attese.” È significativo che Rizzo, nel citato scritto del ’27, riporti quest’articolo e lo definisca “bellissimo”, evidentemente perché esso, in antitesi alle esaltazioni del gesto estemporaneo di audacia e “raziocinante follia”, valorizza la serietà e il sacrificio oscuro del lungo, paziente, meticoloso lavoro di preparazione.

 

  Man mano che trascorrono gli anni, ed aumenta lo spessore della prospettiva, cominciano ad uscire le prime ricostruzioni storiche. Nel 1923 Maffio Maffi [17],  in occasione della “Festa del Mare” celebrata nell’anniversario di Premuda, colloca l’impresa nel contesto delle vicende belliche soffermandosi, in particolare, su un aspetto che anche oggi è oggetto di particolare considerazione: gli effetti che sul morale delle nostre truppe attestate nella decisiva difesa sul Piave ebbe l’affondamento della Szent Istvan  “da cui lo storico futuro dovrà far cominciare la serie dei successi decisivi delle armate alleate”.Nello stesso anno l’ammiraglio Camillo Manfroni, nella sua ricostruzione delle vicende belliche sul mare, pur sottolineando anch’egli il ruolo di Rizzo e della Marina nell’alto Adriatico nei giorni seguiti alla sconfitta di Caporetto, si mostra però restio a riconoscere l’eccezionale contributo di Rizzo alla vittoria sul mare. Manfroni, nell'appendice in cui riporta l'elenco delle unità perdute dall'Austria, non può che indicare come uniche navi da battaglia affondate quelle silurate da Luigi Rizzo (e da Rossetti e Paolucci): soli risultati significativi della nostra guerra sul mare. Eppure, delle 390 pagine del suo libro, trova il modo di dedicarne solo cinque all'affondamento della Wien e altrettante a quello della Szent Istvan (molto meno, perfino, di quelle in cui si racconta, con abbondanti citazioni di Ciano e D’Annunzio, la inoffensiva cosiddetta Beffa di Buccari). Per di più, le due imprese sono inserite nell'ambito di una rappresentazione che privilegia l'iniziativa degli alti comandi più che quella di coloro che veramente prepararono e realizzarono le azioni: per esempio, sull’affondamento della Wien si riporta la relazione dell’ammiraglio Cito di Filomarino, che presenta come “lungamente studiata e diretta dal comandante Pignatti con amore ed entusiasmo” un’azione la cui preparazione  in realtà era stata per mesi gestita personalmente da Luigi Rizzo. Illuminante anche la gerarchia dei meriti indicata nella conclusione: “Bellissima impresa che onora chi la concepì e la diresse e chi la eseguì”.  

Anche a proposito di Premuda, Manfroni enfatizza il ruolo degli alti Comandi di Venezia e di Ancona, ma con strane incongruenze: per esempio, volendo sottolineare la cura con cui essi prepararono le azioni, ricorda che avevano "espressamente raccomandato di abbandonare l'impresa qualora si fossero avvistati velivoli o navi nemiche che non si potessero attaccare", trascurando il fatto che, se Rizzo si fosse attenuto a questo prudente avvertimento (come, per fortuna, non si sognò di fare), a Premuda non sarebbe successo nulla, considerato che i due Mas attaccarono in mare aperto addirittura una squadra composta da due corazzate e una decina di unità leggere. Infine, nel descrivere l’avvistamento della Szent Istvan, commenta: "E qui entra in azione l’elemento fortuna, o caso che dir si voglia."

A questo, che ci appare come il tentativo di un esponente dell’alta burocrazia militare di sminuire il significato dell’impresa di un outsider che era entrato in Marina come ufficiale di complemento, Rizzo, qualche anno dopo, nel suo opuscolo sull’azione di Premuda, replicherà, indirettamente ed elegantemente, riportando il passo di Davanzati citato sopra, per ricordare che quel “caso o fortuna” era figlio di centinaia di “crociere vuote, di navigazione deserta e snervante, di lunghi agguati e interminabili attese”. Il busto bronzeo di Luigi Rizzo al museo di MilazzoUn altro ammiraglio, Ettore Bravetta, pubblica nel ’25 un’altra ricostruzione storica della “grande guerra sul mare”[18] in cui su Rizzo è riportato un ampio brano delle memorie di Alberto Pucci, che era stato segretario al Comando della Difesa marittima di Grado. Poi. qualche anno dopo, nel ’29, si cimenta, con abbondanza di rutilanti dannunzianismi, nella ricostruzione delle “audaci imprese dei Mas”, [19] che definisce “rapidi e rapaci mostri grigi dal rombo di tempesta” che piombano come “falchi famelici sulla preda agognata”, mentre sommerge il siluro in un mare di aggettivi: “diritto, dorato, testardo, capriccioso, beffardo, veloce, sprezzante”. Rizzo qui è tutt’altro che sottovalutato, anzi, se v’è eccesso, è in senso opposto, e cioè nella mancanza di controllo, e talora di realismo: è corretto raffigurarlo come “maestro di agguati” o descriverlo mentre si staglia “nell'alba grigia e brumosa di novembre, oppure sulla prua del mas scruta con il suo occhio sagace di marinaio sicuro”, ma è del tutto inverosimile un Rizzo che “ride in faccia a un nemico il suo chiaro riso di uomo sempre soddisfatto” [20] o si rammarica di non avere potuto “scambiare qualche complimento e magari qualche cazzotto con i guardiani” della diga del Vallone di Muggia. [21]Si arriva addirittura al grottesco quando si descrive l’avvistamento della potente flotta austriaca nella notte di Premuda: “C’era o da morire di paura o da morire di gioia a seconda degli eccessi di temperamento. Con perfetto equilibrio italiano Rizzo e i suoi mirabili compagni non morirono, ma vissero e si disposero ad operare con perfetta calma.”[22] Infine, per conferire al ritratto un rude colore marinaresco, non esita a ricorrere a qualche espressione forte: riferendo di quel francese che aveva attribuito la vittoria di Premuda al “capitaine de corvette Louis de Milazzo”,  Bravetta avanza l’ipotesi che Rizzo lo abbia gratificato di quella che lui definisce “una espressiva e salace interiezione napoletana”.[23]

  Ma, intanto, nel 1926 si hanno i primi tentativi di biografie, aprendo una nuova fase della pubblicistica su Rizzo: l'attenzione comincia a spostarsi dall’azione militare all'uomo che l’ha eseguita, e si comincia a cercar di  disegnarne il profilo umano.

In occasione del decennale della prima incursione notturna sulla grande diga foranea del Vallone di Muggia, viene pubblicato a Trieste un fascicolo [24], che contiene, fra l’altro, due scritti di gradesi. Il primo è quello del poeta Biagio Marin,[25] che ci dà un ritratto di estrema vivezza di Rizzo, comandante a Grado della squadriglia di Mas dal 1915 ai primi del ’17: “Benché giovane, aveva un volto di persona matura e i capelli brizzolati di argento…col berretto un po' all'orza, la mantellina grigioverde, un po' traversa, il camminare sbilenco e bilanciante dei nostri marinai. A Grado lo chiamavano il capitano Rizzo. La gente marinara riconosceva il lui consanguineo, l'uomo di mare, bonario ed energico, rude e pieno di delicata sensibilità.” Pur pagando lo scotto alla retorica del tempo (ricorrono espressioni come “ razza di garibaldino, bella razza italica che non perirà mai"), di Rizzo si sottolinea giustamente l’umana cordialità e la frenetica operosità, “il gran coraggio e la disinvoltura nel pericolo, la bravura di marinaio esperto”.
Francobolli di Luigi Rizzo, emessi in occasione dell'affondamento

francobolli che raffigurano Luigi Rizzo

Il secondo profilo, quello tracciato dall'ex sindaco di Grado, Giovanni Marchesini,[26] è più formale, quasi una scheda personale di note caratteristiche: “Intelligentissimo, sapeva provvedere a tutto con saggio criterio, e instancabile attività. Sereno, calmo, riflessivo traluceva dagli occhi lo spirito di ardimento e la ferrea volontà di osare di cui dava prova ogni giorno.”

Più significativo ed affettuoso, è il ritratto che di Rizzo disegna il suo comandante di Grado, Alfredo Dentice di Frasso,[27] colui che lo mise, prima, a capo dei Mas e, poi, ritrovandolo alla fine della guerra, alla Direzione traffico del porto di Trieste. Dentice dice: “Compresi subito che era antiburocratico come me, che non era fatto per la stasi, per questo gli affidai nel maggio del ‘16 il comando della Squadriglia Mas”, e, per dare la misura dell'impegno fattivo e dell’attivismo frenetico di Rizzo, aggiunge che dalla nomina “non erano passate quarantott'ore e Rizzo eseguiva già la sua prima missione al Vallone di Muggia. A notte fonda, con l’immancabile sigaretta -fumava nascondendo la testa sotto il cappello cerato del marinaio nato-  attraccò alla diga foranea” (da cui staccò due pietre per donarle all’ammiraglio Thaon de Revel, come promessa di altre incursioni).Seguono alcuni vivaci quadretti. Una volta, dopo una notte di combattimento sul mare, “ai primi albori Rizzo tornò a Grado con la faccia salmastra e gli occhi lucenti, tutto sorridente, con l'immancabile sigaretta fra le labbra, e mi disse: Comandante, ha sentito la sparatoria?”  Un’altra volta, Rizzo era uscito in mare in appoggio ad alcuni aerei e gli idrovolanti austriaci avevano sganciato numerose bombe sui Mas. Da Grado, vedendo da lontano alzarsi le colonne d'acqua, li credettero perduti, ma Rizzo rientrò con i tutti i suoi senza alcun danno, portando al suo comandante un bellissimo dentice che una bomba aveva fatto schizzare a bordo, e dicendo: "Ecco l'unica vittima della sparatoria”. Il pesce, legato con un nastro tricolore e con questa presentazione, fu inviato al duca d'Aosta.   Nel quadro di questa attenzione nuova per l’uomo, sempre nel ’26, per la prima volta, vengono pubblicate notizie anche sulla famiglia e la giovinezza di Rizzo. A farlo è Filippo Mattia Pasquera[28], il quale ricorda la loro giovanile amicizia nata da una parentela, le estati torride trascorse insieme a Milazzo e, dopo un profilo forse un po’ di maniera del padre di Rizzo (descritto come una figura bronzea di vero marinaio pratico, rude, ferreo e patriarcale, parco i coloni che Roma aveva trapiantato in Sicilia), disegna con vivezza realistica un ritratto dell’amico Luigi studente a Palermo, “nella sua uniforme nera di collegiale, pallido e magro, fisionomia velata da inconscia tristezza giovanile, malgrado la vivacità maliziosa degli occhi e il mite sorriso che a volte fioriva sulle sue labbra". Oppure lo ricorda imbarcato sul piroscafo del padre, mentre, “irriconoscibile nella ruvida casacca a cavalcioni di un ponte dipingeva tranquillo e compassato il fianco della nave o riparava filosoficamente un cordame”, e sottolinea che “la espressione arguta del suo volto aveva acquistato energia e nobiltà: traspariva dal suo viso magro ed ascetico un carattere fermo e schietto”. Insomma, quel ragazzo che divideva con tutti gli altri “la vita semplice, l'alloggio, la mensa, le fatiche, la disciplina, i turni di guardia”, secondo Pasquera sin da allora “dimostrava un'anima libera dalla rete sottile degli accorgimenti … aveva la visione pronta e squisitamente semplice delle grandi realtà che vogliono essere affrontate non eluse. Procedendo cronologicamente, lo scritto del quale dovremmo occuparci è il già citato “Affondamento della Santo Stefano” dello stesso Rizzo, che, in verità, non rientrerebbe nell’angolazione scelta per questo saggio, in cui si vuole seguire solo l’evoluzione del profilo che di Rizzo disegnarono i suoi biografi. Tuttavia significativi tratti di questo profilo –o, piuttosto, conferme del profilo tracciato dai migliori biografi-  emergono indirettamente proprio da questo scritto, che quindi ci sembra di particolare importanza. Basterà citarne solo un periodo: “Di proposito –dice Rizzo- ho voluto che parlassero gli altri … Stralciai tutto ciò che era esaltazione personale … Bisogna comprendere il valore di questa vittoria in mare, non per eccitamento di manifestazioni rumorose o di sbandieramenti, ma per una comprensione doverosa, storica, dell’avvenimento”.
[29] Tre frasi (l’ultima delle quali è una citazione di Roberto Forges Davanzati) che costituiscono tre tasselli preziosi per costruire il mosaico della sua personalità: la volontà di rifuggire da ogni autoesaltazione per ricercare l’oggettività e il significato storico dell’azione, la serietà dell’uomo eticamente motivato del tutto estraneo al compiacimento narcistico dell’eroe in posa, il fastidio del patriota vero per ogni retorica manifestazione patriottarda. Foto dell'Eroe Affondatore visibili al Museo di MilazzoSe si considera che l’opuscolo è stato pubblicato in occasione dell’anniversario dell’azione di Premuda e in piena età di retorica fascista, si apprezza ancor meglio il significato delle espressioni riportate. Certo, non si può nascondere che anch’esso paga lo scotto allo “spirito del tempo”, alle necessità politiche e, perfino, all’icona simbolica che dell’impresa era stata subito disegnata dalla pubblicistica e dalla fantasia popolare. In apertura ci sono i versi dannunziani “Emerge dalle sacre acque di Lissa / un capo e dalla bocca esangue scaglia ‘Ricordati! Ricordati! e s’abissa” e la significativa dedica “alla memoria di mio zio Giovanni Rizzo, morto nelle acque di Lissa il 20 luglio 1866” ). Segue la foto di Thaon de Revel con due sue frasi sul ruolo che avrebbero dovuto avere i Mas, Infine, la riproposizione di pagine di D’Annunzio e (nell’ordine) dell’articolo “Osare” di Mussolini, verso il quale Rizzo –chiamandolo “S. E. Mussolini“- usa sobrie parole di apprezzamento per “l’abituale chiarezza e precisione” e di gratitudine per la “simpatia e benevolenza” sempre dimostrategli. Ma la chiave per intendere lo spirito con cui Rizzo si pone davanti al significato della sua impresa di nove anni prima e alla realtà degli anni in cui scrive, ci pare stia nella frase finale della Premessa: “Pubblicando queste pagine il mio pensiero si rivolge a tutti i nostri Morti in guerra, mentre un fervido augurio parte dal mio cuore: che superati alfine contrasti e dissidi nocivi, un sentimento di fraterna solidarietà ci avvinca sempre, o Combattenti, per ritrovarci, con unica volontà di vittoria, ogni volta che Italia chiamasse.”[30]   Negli scritti degli Anni Trenta si consolida, com’è ovvio, questo concentrarsi dell’attenzione sulla figura di Luigi Rizzo, e sulla sua storia personale oltre che sulla sua impresa: escono le prime due biografie dell’Eroe, quella di Pucci-Marcuzzi e quella di Guido Po. Esse sono precedute da due scritti che, per la loro diversità, appaiono complementari: l’uno, infatti,  disegna un profilo colorito e simpatico dell’uomo, l’altro abbozza un’analisi del significato militare delle sue imprese. La descrizione, di prima mano, dell’uomo è quella che ne dà il “marinaio motorista” Edmondo Turci [31]: “Ritto di prora, seduto sulle tenaglie, o accovacciato in coperta, o col naso nei motori, intento a giocherellare con le maniglie delle bombe, sempre irrequieto e con lo sguardo mobile che scruta intorno. Bruno, irsuto, chiuso in una giubba di cuoio di color indefinito, con un caschetto in testa da cui solo barba e baffi appaiono, oppure con un suo specialissimo modello di berretto variante di foggia col tempo secco o umido, messo di traverso secondo la direzione del vento. Se non ha il binocolo davanti agli occhi le mani non le mostra mai. Inverno ed estate le tiene al caldo nelle tasche dei pantaloni, ma quando le tira fuori sono guai, e gli austriaci ne sanno qualcosa.” L’analisi è contenuta in un articolo scritto da Guido Re Riccardi [32] nel 1938, in occasione delle solenni onoranze che Messina tributa a Rizzo: accanto alla consueta retorica sulla gloria marinara nell'isola e sulla razza siciliana definita perentoriamente “razza guerriera”, c'è una riflessione sul significato militare delle imprese di Luigi Rizzo, inquadrate nel panorama della prima guerra mondiale e paragonate a quelle delle torpediniere giapponesi e dei sommergibili tedeschi, perché “in tutti questi casi dal campo tattico i risultati sconfinano subito nel campo strategico”. Re Riccardi sottolinea come Rizzo, costringendo con le sue azioni di guerra  “le dreadnoughts austriache a rinunciare all’alto mare” abbia fatto nell’Adriatico quello che Weddingen fece nel Baltico (affondando all’Inghilterra tre incrociatori corazzati la costrinse  a interrompere il blocco ravvicinato delle coste tedesche) e Hersing nel Mediterraneo (l’affondamento delle corazzate britanniche impedì alla flotta anglo-francese di tentar di forzare i Dardanelli). Ma -aggiunge orgogliosamente- Rizzo coi suoi Mas dovette “superare difficoltà ben maggiori di quelle dei più abili comandanti di sommergibili”.   A questo elogio della gloria “tipicamente italiana” di Rizzo –di cui esalta “non solo il coraggio ma l’abilità superlativa con cui ha saputo condurre i suoi attacchi”- si accompagna una critica esplicita a quella che chiama la “condotta prudente del nostro Stato maggiore navale”, che non aveva mai applicato il piano di guerra presentato nel 1915 dall’ammiraglio Bettolo (da lui ritenuto l’unico “grande stratega navale” italiano, e stimato tale, e temuto, dallo stesso ammiragliato austriaco) costringendo così a “un ben duro compito le nostre siluranti, prive della protezione delle corazzate e degli incrociatori, distanti molte centinaia di chilometri”   Sempre in occasione dei festeggiamenti di Messina del 1938, viene pubblicata quella che è la prima biografia di Luigi Rizzo: l’autore è Emilio Marcuzzi, che ha utilizzato le Memorie del già citato Alberto Pucci e “note, articoli e quaderni saltuariamente pubblicati in circostanze diverse”.[33] Il materiale viene riprodotto in modo coordinato con l’obiettivo, dice l’autore, di disegnare “un profilo non inutile ai fini di una biografia completa” [34]. Per la prima volta, riportando tutte le fonti e disegnando un profilo realistico e umanamente simpatico, sono narrate non solo le più celebrate azioni di guerra (fonte, anche la pubblicazione curata dallo stesso Rizzo), ma anche la fanciullezza e la giovinezza (la fonte è Pasquera), l’attività a Grado, prima e dopo Caporetto (le fonti sono Marin, Pucci, Dentice e Turci),  e gli anni del dopoguerra fino alla nomina a conte di Grado e all’incontro con l’ex nemico Horty[35]. In particolare,  per la prima volta, viene riferita l'esperienza politica fiumana con D'Annunzio, benché ci sia ancora reticenza sugli sviluppi della vicenda e sulla successiva rottura politica fra i due: si racconta dell’arrivo di Rizzo a Fiume, del proclama di D’Annunzio, dell'incontro a Zara con l'ammiraglio Millo, dell’elezione di Rizzo a deputato di Fiume, ma, poi, all’improvviso, senza ulteriori chiarimenti, si passa a dire che la pace trovò Rizzo “in piena operosità marinara, dapprima a Trieste, e poi a Genova”. [36] Bisognerà aspettare l’opera di D’Ondes perché questa vicenda venga esplorata senza omissioni o imbarazzo e sia inquadrata nel momento politico nazionale.   Quadro che raffigura l'impresa dell'Eroe, sempre al museo di MilazzoLa seconda biografia di Rizzo viene pubblicata nel 1940: l’autore è il comandante Guido Po, la collana “ La Centuria di ferro”, il titolo “Rizzo l’Affondatore”, l’epigrafe la frase della “Beffa di Buccari” che contiene l’appellativo dannunziano da cui resterà connotata sempre la figura di Rizzo. [37] Il “montaggio” del racconto è originale. Si apre a Venezia, il giorno dopo l’azione di Premuda, mentre si festeggia Rizzo che sta raccontandola con vivacità e brio: “Eccolo fra noi, semplice e cordiale come sempre, quasi ignaro che la sua persona è oggetto di ammirazione e di curiosità: a sentir lui tutto è stato così logico, così intuitivo che tutti al suo posto avrebbero fatto stesso... ci divertiamo alle sue risposte pronte,  vivaci, condite con qualche motto che risente della nativa isola”.[38] Poi arriva Thaon de Revel, e si va a pranzo.Ed ecco il primo flash-back. Si racconta di Rizzo a Grado, poi dell’impresa di Trieste e di quella di Premuda: la ricostruzione della preparazione e l’analisi delle conseguenze militari, politiche, psicologiche, prevalgono sulla descrizione del momento dell’affondamento. Quindi, bruscamente si fa un salto all’indietro, alla fanciullezza a Milazzo, ed ecco la prima descrizione realistica della città, del verde promontorio dal quale il piccolo Rizzo aveva cominciato a guardare il mare, e della famiglia di cui aveva assorbito la tradizione patriottica. Infine si torna di nuovo a Grado, al soccorso prestato da Rizzo all’aereo di D’Annunzio, ammarato fortunosamente con un impatto che al poeta costò la perdita della vista da un occhio,  al matrimonio sotto le bombe austriache e alle successive incursioni nella laguna, con cui si conclude il racconto.A questo punto diventa difficile dire se si tratti di un abile montaggio che rompe con i salti cronologici la monotonia del solito schema, o non se non ci sia piuttosto un po' di disordine nella narrazione. Rimane, comunque, il fatto che, mentre quella di Pucci e Marcuzzi era soprattutto una silloge di testi, questa si presenta come una vera e propria biografia, anche se non esplora –come la precedente- tutta intera l’attività di Rizzo, forse a causa del carattere stesso della collana che impone di concentrare l’attenzione sulle sole vicende militari. L’opera di Guido Po viene stampata mentre l’Italia è già in guerra da un mese: una guerra durante la quale a Luigi Rizzo non sarà assegnato alcun ruolo significativo, né si darà ascolto alle sue indicazioni sul modo di impostare la difesa delle navi nei porti e l’offensiva in mare aperto, di cui lo sviluppo degli eventi mostrerà la lungimiranza. In quegli anni non c’è  più nessuna pubblicazione che lo riguardi. Invece, nel ’44, sarà lo stesso Rizzo, dopo la morte del figlio Giorgio (caduto all’isola d’Elba durante un bombardamento nei giorni successivi all’8 settembre, mentre tentava di portare il suo MAS fuori dalla zona occupata dai tedeschi) a pubblicare per i familiari e gli amici un volumetto, Ignis de Igne, per “onorare la Sua memoria e per un bisogno di trovar balsamo attraverso il tormento della rievocazione”.Seguiranno per Rizzo anni di amarezze e di solitudine: dapprima, l’arresto durante l’occupazione tedesca per aver difeso i Cantieri triestini e i loro lavoratori, la prigionia e il confino in Austria; quindi, dopo la guerra, il procedimento davanti alla Commissione per l’epurazione, concluso con il pieno proscioglimento e il riconoscimento da parte della Marina militare di un comportamento “conforme alle leggi dell’onore”. Ma resteranno la perdita delle cariche, l’isolamento, l’oblio: un solo articolo di giornale in occasione del trentennale di Premuda,[39] e poi più nulla. Fino all’estate del 1951, quando la morte fa riscoprire a tutta la stampa la figura dell’Affondatore.[40]  Ma è una breve fiammata: ancora un articolo nel primo anniversario della scomparsa (per il quale lo stesso Rizzo fornì informazioni e dati) [41] e poi di nuovo silenzio, finché nel ’55 sui giornali si torna a parlare di Rizzo, in occasione della proposta di erigergli un monumento nella natia Milazzo[42] e dell’inaugurazione di un busto nell’Istituto nautico di Messina, in cui egli aveva studiato.[43] La nuova temperie culturale e politica avrebbe richiesto una rivisitazione della sua figura e della suaopera, ma c’era stata una sorta di rimozione: non studi o ricostruzioni storiche, ma solo notizie sulle rituali celebrazioni annuali[44] o sul monumento da erigergli[45] oltre a qualche raro articolo ripetitivo.[46]Un nuovo interesse è ridestato dal varo, avvenuto il 6 marzo 1960 a Castellammare, di  una fregata di 1500 t. cui viene dato il nome di Luigi Rizzo (e della quale è madrina la figlia dell’Eroe)[47] e, poi,  dalla consegna della bandiera di combattimento, il 1° aprile 1962,[48] a Milazzo. Il sindaco dell’epoca, Santi Recupero, organizza solenni cerimonie, aperte, la mattina del 31 marzo, nel teatro cittadino, dalla “proiezione di un cortometraggio sull’affondamento della Santo Stefano” e dalla conferenza di un magistrato, dotato di profondi interessi storici e che aveva avuto una lunga e intensa familiarità con Luigi Rizzo, Ruggero D’Ondes. A questa circostanza è certamente da ricondurre la nascita del libro già più volte citato: la sua stesura durerà più di due anni, e la pubblicazione avverrà nel ‘65, nell’anno in cui a Milazzo (dopo una serie di polemiche giornalistiche sul bozzetto[49])viene finalmente inaugurato,  il 27 giugno,  il monumento all’Eroe. In entrambi questi momenti è D’Ondes, con la conferenza nel ‘62 e col libro nel ‘65, a dare spessore culturale alle manifestazioni celebrative, e in entrambi i casi sono decisivi la presenza e l’impulso di Peppino Pellegrino, promotore della conferenza come assessore alla P.I., e della pubblicazione del libro come titolare della Casa editrice SPES.  Il volume, che ha in copertina il disegno di un MAS e la bandiera della Marina, viene “pubblicato per iniziativa del Rotary Club di Milazzo e destinato a soci, club, scuole e biblioteche di Italia e d’oltralpe”. Le modalità e le finalità della sua pubblicazione, il momento in cui essa avviene,  la stessa familiarità del biografo con l’oggetto della sua opera, potevano comportare il rischio di avere un altro libro celebrativo. Ma, come vedremo, non sarà affatto così.

 

Il fatto che il clima politico e culturale fosse da venti anni radicalmente cambiato rispetto al tempo dell’ultima precedente biografia, che Rizzo fosse scomparso da quindici, e che, tuttavia, nulla più fosse stato pubblicato sulla sua figura e sul significato storico delle sue imprese, richiedeva un’opera con obiettivi, taglio e tono nuovi e diversi rispetto a tutti gli scritti precedenti: alla celebrazione doveva subentrare la ricerca della documentazione, l’analisi, lo sforzo di comprensione; dall’esaltazione dell’Eroe, spesso intrise di una retorica comprensibile, considerato l’alone leggendario che circondava l’Eroe di Premuda, oltre che il clima storico degli anni in cui essi nascevano, ma molto lontana dalla sua personalità schietta e venata di bonaria ironia, si doveva passare al ritratto dell’Uomo. Il più recente biografo di Rizzo, Fabio Andriola sottolinea che “la trattazione di un simile personaggio comporta il rischio di dover pagare un pedaggio di retorica” perché non è “un’operazione facile…spogliare figure importanti della nostra storia –come quella di Rizzo- dagli aggettivi e dalle espressioni roboanti, arricchendole di documentazione, strappandole all'olimpo degli eroi per restituirle alla loro reale vicenda umana.”[50] È una considerazione ineccepibile, ma proprio questo era il problema che si era posto D’Ondes, e lo aveva risolto proprio nel modo auspicato da Andriola. Basta leggere quanto diceva nella premessa alla sua opera: “Scrivere una biografia significa ricostruire tutta la vita di un uomo: nelle sue aspirazioni e nei suoi sogni, nei suoi aspetti affettivi, familiari, sentimentali; nelle sue vittorie e nelle sue sconfitte, nei grandi come nei piccoli fatti. Tutto il breve arco, insomma, dalla nascita alla morte. Ché se invece si vogliono esaltare solo quelle che vengono dette le grandi imprese, le azioni più gloriose, si rischia di disumanizzare il personaggio, negare che anch’esso è stato creatura viva come noi”. [51]È vero che, dopo i primi scritti celebrativi, c’erano stati quelli di Pasquera, Marin, Dentice, Pucci e Po, che ci avevano consegnato anche un’immagine affettuosa e viva di Rizzo, pur in un contesto sempre pervaso da sentimento bellicoso, ma è solo con D’Ondes che, per la prima volta, la personalità dell’Eroe è colta in tutta la sua umanità, sempre fuori di ogni retorica, e che  vengono ricostruite veramente tutte le vicende della sua vita, dalla fanciullezza agli ultimi anni.Eppure, riprendendo il celebre appellativo dannunziano, D’Ondes alla sua biografia diede un titolo, “Luigi Rizzo l’Affondatore”, che per chi non ha ancora letto il libro può suonare fuorviante. E, invece, è una sorta di sottile “provocazione”, perché, leggendolo, si scopre subito che oggetto dell’indagine non è l’Affondatore;  anzi, l’obiettivo, dichiarato –come abbiamo visto- fin dalla premessa, è quello di mostrare la figura dell’uomo che c’è dietro quell’Affondatore. La riprova sta nel fatto che alle imprese belliche di Trieste, Buccari, Premuda è dedicato solo un quarto delle 250 pagine del libro, e, soprattutto, nel fatto che ciò che lo pervade non è più lo spirito militare di tutti gli scritti precedenti, con l’esaltazione dell’animo indomito forgiato dalla guerra.
Gli uomini dei MAS 15 e 21

Luigi Rizzo al Centro e gli eroi dei MAS 15 e 21

La verità è che questa nuova biografia dell’Affondatore della Wien e della Szent Istvan, in cui si narrano folgoranti azioni di guerra, è, in realtà, un libro di pace: la chiave interpretativa sta nella frase in cui Rizzo viene definito un “uomo che odiava la guerra”.[52] L’espressione potrà sembrare un paradosso o uno scadimento nella retorica del pacifismo (perché esiste anche questa), ma bisogna ricordare non solo tutta la lunga vita di dirigente industriale e organizzatore della produzione che seguì i due folgoranti anni di guerra, ma soprattutto l’intervista rilasciata, una dozzina d’anni dopo, dalla moglie di Luigi Rizzo[53] e che dal periodico venne titolata  proprio con queste sue parole: “Era nato soldato, ma odiava la guerra”. D’altra parte, “umanizzare” Luigi Rizzo non doveva essere stato difficile a D’Ondes, non solo perché Rizzo, pur nel suo alone leggendario, aveva un’umanità ricca e forte cui non era possibile sottrarsi (soprattutto quando, come in questo caso, c’era stata con lui una familiarità antica), ma anche perché  l’autore[54] era, egli stesso, insofferente alla retorica, alla magniloquenza delle “pose eroiche”: c’era, insomma, una profonda affinità e sintonia fra il biografo e la figura di cui tracciava il profilo: l’interna tensione ideale che sorreggeva entrambi, la serietà morale che li impegnava all’espletamento del dovere senza esibizionismi, un amor di patria privo di retorica, un’aspirazione autentica alla pace, un forte senso della solidarietà umana li ponevano al riparo da ogni estetizzante esibizione di audacia. Non per niente come epigrafe del libro non è posto un passo di D’Annunzio, come avevano fatto –si era nel ventennio fascista- Bravetta o Po o lo stesso Rizzo nella sua Relazione sull’impresa di Premuda pubblicata nel ’27, ma, invece, un passo di  Melville, il meno militare che si possa immaginare: un pensiero sul mistero che avvolge la rotta e la destinazione ineluttabile della nostra navigazione di uomini.   Se la biografia curata da Pucci e Marcuzzi era essenzialmente un collage di testi, e quella di Guido Po aveva valore diseguale e mancava di linearità e organicità, quella di D’Ondes è la prima vera biografia, ordinata e fondata su una documentazione di cui puntualmente si dà conto in nota, e in cui i documenti vengono non solo trascritti ma interpretati e collocati criticamente nel contesto. C’erano da raccontare gli ultimi undici anni di Rizzo, dal ’40 alla morte, anni tristi e difficili, poco “documentati”, mai ricostruiti prima. Nessuno avrebbe potuto farlo meglio di D’Ondes, che, per la sua lunga familiarità con l’Eroe, cui era anche legato da parentela, poteva disporre  dei suoi ricordi personali, delle testimonianze della famiglia, dei documenti da essa conservati (toccanti le “lettere dal carcere”), per restituirci la memoria di quelle vicende amare, oltre che l’immagine di Rizzo giovane o di Rizzo manager, costruendo così un ritratto completo.D’Ondes, dunque, per la prima volta illumina diversi aspetti della personalità di Rizzo ancora inesplorati, come quelli che emergono dalla partecipazione alla vicenda fiumana,[55] o dall’attività di dirigente e manager, a Genova (alla “Garibaldi” e alla Federazione dei lavoratori del mare”)[56], e poi a Trieste (al Lloyd e ai Cantieri Riuniti)[57]. Per la prima volta vengono indagate le posizioni politiche di Rizzo dalla fine della guerra alla drammatica crisi che porterà al fascismo: le ragioni patriottiche della sua collaborazione con l’amico D’Annunzio a Fiume e della successiva rottura politica;[58] gli articoli sulla questione adriatica[59] in cui esprime giudizi consonanti con la posizione dei democratici e rivela la modernità della sua visione sulla politica navale[60]; il suo programma di sfortunato candidato alle elezioni del ‘21[61]; la sua estraneità al fascismo in ascesa e il suo allontanamento dalla Federazione marinara in opposizione all’alleanza di essa col fascismo stesso[62].  È vero che manca un’indagine sul successivo atteggiamento di accettazione degli onori che il regime ormai trionfante gli tributa, ma, per la prima volta, viene ricostruito il contrasto coi tedeschi che occupano Trieste dopo l’8 settembre,[63] e viene raccontato l’arresto da parte dei nazisti, e la prigionia a Klagenfurt e a Hirscheg: una dozzina di pagine, di cui la metà è riempita dalle inedite lettere, dignitose e umanissime, ai familiari. [64]Quadro di Luigi Rizzo al Museo di MilazzoIn conclusione, un’opera che, pur senza alcuna intrusione indiscreta nella dimensione privata -con un pudore e un rispetto che rendono, non reticente o lacunoso, ma sobrio e controllato, il racconto- ci consegna un profilo psicologico che ha il timbro dell’autenticità. L’autore, come non si è lasciato andare alla deriva della memoria, così non si è fatto prendere dalla commozione: non che questa manchi, ma è sempre tradotta nell’icasticità di un’immagine o nell’oggettività di un racconto o –come d’altronde lo stesso Rizzo aveva fatto nella sua descrizione dell’impresa di Premuda- celata sotto la citazione di parole di terzi. Sta in questo spirito, oltre che nella qualità della scrittura, la valenza letteraria dell’opera: esso anima le pagine sulla notte di Premuda o sul dolore per la morte del figlio, la descrizione dell’intervento operatorio (affidata alle parole del chirurgo, un altro antico Affondatore, Paolucci, il quale  racconta la sua emozione quando, aprendo quel povero torace malato, vede sotto i suoi occhi pulsare il cuore che non aveva tremato a Premuda), l’immagine dolente dell’anonima vecchia, che, come se volesse rappresentare le madri di tutti i marinai morti sul mare, accompagna l’Ammiraglio morto nel suo viaggio verso il colle più silenzioso della sua città.     Nel ’68, il milazzese Antonino Micale, in un’opera [65] che comprende le biografie dei suoi concittadini illustri, traccia un profilo di Rizzo che, nell’economia del lavoro, è uno dei più lunghi e accurati. Pur nella necessaria essenzialità imposta dal carattere della pubblicazione, il profilo è preciso, documentato, aggiornato: certamente molto più che una scheda biografica. Nel 1977 il mensile Historia [66] pubblica un’intervista alla moglie di Luigi Rizzo, Giuseppina Marinaz, che, fin dal titolo, “Era nato soldato, ma odiava la guerra”,[67] conferma il ritratto dell’uomo di cui abbiamo seguito il graduale delinearsi. La signora Rizzo definisce acutamente l’Eroe “un personaggio assurdo senza tempo che vive fuori del mondo di tutti giorni, specie se è entrato nella storia quando ancora era giovane ed ha poi vissuto in tempi di pace la sua maturità." Ricorda Rizzo a Grado: “un giovane aitante per nulla provato la guerra, con un piglio strafottente”, che però, quando fu accettata la sua domanda di matrimonio, manifestò c “una gioia quasi fanciullesca“. Ricorda, infine, il coraggio di Rizzo, umanissimo: a lei che, vedendolo pronto per uscire in mare, gli manifestava la sua paura e la sua angoscia, rispose " Ma credi che anch'io non ne abbia? So che la morte in agguato. Non mi piace la guerra: sono uomo di mare, ma non sono diventato marinaio per combattere sul mare. Ma c’è l'Italia da difendere. Vedrai finirà presto e finirà bene; so badare alle stesso ". E, subito dopo la cerimonia nuziale, accompagnando all’imbarco su un mezzo per Venezia la sposa, prima di tornare ai suoi Mas perché è in corso un’offensiva austriaca, le dice: "Se resti vedova, hai la mia pensione e la mia famiglia che penserà a te. Vai subito in Sicilia appena sai che sono morto". Non crediamo ci sia bisogno di aggiungere altro per definire l’immagine schietta e semplice dell’uomo che diventerà Eroe.  Nel 1987, nel centenario della nascita, vedono la luce due nuovi scritti. Il primo è “Per Luigi Rizzo”[68] curato, per conto del Comune di Milazzo, da Peppino Pellegrino e contiene (oltre alle lettere dalla prigione già pubblicate da D’Ondes) la ristampa del toccante libriccino,[69] scritto e pubblicato -fuori commercio- da Luigi Rizzo, dopo la morte del figlio. Pellegrino traccia, inoltre, un sobrio profilo dell’Eroe visto nelle strade di Milazzo “con quel sorriso buono nel volto forte e sereno”.[70] Nella presentazione il sindaco dell’epoca si chiedeva se Milazzo avrebbe saputo istituire un museo per Luigi Rizzo. È una domanda rimasta senza risposta. La seconda pubblicazione dell’87 è un volumetto [71]  curato da Giuseppe Iacono e pubblicato dallo Stato maggiore della Marina: esso ripropone, sulla base delle biografie precedenti, un profilo dell’Eroe con qualche concessione all’enfasi (sin dal titolo), e contiene la ricostruzione della carriera militare di Rizzo, però con una troppo sbrigativa sommarietà per alcuni momenti: le ragioni del congedo nel ’20 o della dispensa dal servizio nel ’41. Ma quel che più stupisce è leggere che, poiché “presso l’Ufficio storico della Marina non esistono molte notizie documentate sull’attività di Luigi Rizzo nel periodo fra le due guerre mondiali le ricerche d’archivio effettuate sono state poco fruttuose” e che questi “vuoti di interesse” [72] sono stati colmati grazie alla disponibilità di circoli filatelici e familiari dell’Eroe. L’autore, stranamente, mostra di non conoscere l’opera di D’Ondes del 1965, e infatti non la cita nella bibliografia: essa, dunque, non esiste nella biblioteca dell’Archivio storico della Marina?   L’ultima opera su Rizzo è la già citata biografia di Fabio Andriola,  pubblicata nel 2000 proprio dall’Ufficio storico della Marina: un'opera pregevole, per il tono sobrio della narrazione, la ricchezza della documentazione, la verità umana del ritratto che disegna. La matrice del libro, la distribuzione della materia e il taglio della trattazione, compresa l’analisi dell’esperienza fiumana, si collocano, nel solco tracciato da D’Ondes, ma, rispetto all’opera di trentacinque anni prima, Andriola dispone di nuove fonti storiche per il periodo fiumano, porta una maggiore ricchezza di documentazione per quanto riguarda il periodo genovese, può utilizzare nuove testimonianze importanti di familiari e concittadini di Rizzo, opera una divisione in capitoli che scandisce più efficacemente i diversi periodi, riporta una documentazione fotografica più abbondante. Ma che ritratto disegna di Rizzo? “Il dato che emerge con più forza dalla ricostruzione della vita di Luigi Rizzo è, con le sue straordinarie imprese belliche, la sua dimensione umana … Virtù civili e militari, senso di attaccamento alla propria terra, coraggio e coerenza”. [73] Ci sembra particolarmente significativo che questo nuovo scandaglio, operato in un’ottica diversa e fondato sull’utilizzazione di nuovi documenti, confermi, a distanza di parecchi decenni, il profilo tracciato da D’Ondes: lo storico che ha lavorato solo sui documenti approda alla stessa definizione della figura di Rizzo data dal biografo che aveva avuto una lunga consuetudine di vita con l’oggetto della sua ricerca. E questo ci consente di concludere che ormai possiamo considerare definitivamente acquisita alla “verità storica” questa immagine, dopo le raffiche di retorica degli anni successivi alle imprese del 1917-18.

Sorprende, perciò, che il prefatore, Alessandro Valentini, definisca la l’opera di Andriola la “prima biografia di Rizzo”,[74] e che lo stesso autore si domandi come mai si sia dovuto attendere la sua opera per avere “una seria e documentata biografia di Rizzo”.[75] Se quella di D’Ondes non fosse un’opera “seria e documentata”, come si spiegherebbero le significative consonanze sopra indicate, e, soprattutto, come  si giustificherebbero le continue e puntuali citazioni di essa che Andriola riporta in nota?  Ma questo è il piccolo neo di un lavoro pregevole. Quel che ci sembra importante che la Marina militare italiana abbia finalmente promosso la pubblicazione di un’opera documentata che, senza esasperazioni retoriche, ma con sobrietà e realismo, rende per intero il dovuto onore all’uomo che più di tutti la illustrò nel secolo XX.


[1] Esiste però -in appendice alla biografia Luigi Rizzo, l’Affondatore, di Ruggero D’Ondes, ristampata nel 2001 dal Comune di Milazzo- un elenco, curato da Girolamo Fuduli, di tutte le pubblicazioni apparse in Italia.

[2]  Un nostro valoroso, L’Avvenire di Milazzo,  10-11 febbraio 1917

[3]  I nostri eroi, L’Avvenire di Milazzo,  15-16 dicembre 1917

[4]  La Domenica del Corriere, 23-30 dicembre 1917

[5]  L. Rocci, Luigi Rizzo, ed. Dante Alighieri, Milano, 1918

[6]  La Domenica del Corriere, 23-30 giugno 1918

[7]   G.A. Cesareo, L’Eroe di Premuda, L’Ora, 28 luglio 1918

[8]   M. Maffi, Come Luigi Rizzo silurò la “Viribus Unitis” (sic) nelle acque dalmate, La Tribuna , 16 giugno 1918

[9]    Il Giornale d’Italia, 15 giugno 1918

[10]  L. Rizzo, L’affondamento della Santo Stefano, Trieste, 1927

[11]  Tutti i versi che saranno citati sono tratti  da  Luigi Rizzo, ultimo mito popolare del Risorgimento a cura di Girolamo Fuduli, in appendice alla citata ristampa di Luigi Rizzo l’Affondatore,+ dove sono riportati integralmente

[12]  Gabriele D’Annunzio, Tutte le opere, Milano 1939 e segg.

[13]  Testo della pergamena offerta a Rizzo, con una medaglia d’oro, dalla Città di Milazzo dopo l’impresa di Premuda.

[14]  Gabriele D’Annunzio, La Beffa di Buccari, op.cit., Milano 1939 e segg.

[15] B. Mussolini, Osare!, Il Popolo d’Italia, 13 giugno 1918

[16] Roberto Forges Davanzati, L’idea Nazionale, 13 giugno 1913

[17] Maffio Maffi, Italia Marinara (rivista della Lega Navale Italiana), luglio 1923

[18] E. Bravetta, La grande guerra sul mare, Milano 1925

[19] E. Bravetta, Le audaci imprese dei Mas, Roma 1929. p.

[20] op. cit., p. 60

[21] op. cit., p. 75

[22] op. cit., p. 154

[23] op. cit., p. 165

[24] “In onore di Luigi Rizzo”, Trieste 1926

[25]  ibid., ripubblicato in C. Medeot, Grado 1914-1919 ,Udine 1980, pp. 161-163

[26]  ibid., pp, 163-65.

[27] Luigi Rizzo nei ricordi dell’ammiraglio Dentice di Frasso, “Il Popolo d’Italia”, 12 dicembre 1926; Il comandante Luigi Rizzo nei ricordi dell’ammiraglio Dentice di Frasso, Il Piccolo, 12 dicembre 1928; Rizzo a Grado nei ricordi del suo comandante in C. Medeot, op. cit., pp.137-142

[28]Giovinezza eroica. Il Comandante Rizzo nei ricordi di un coetaneo” in “Luigi Rizzo l’Affondatore” Trieste, 12 dicembre 1926, p. 15

[29] L. Rizzo, L’affondamento della Santo Stefano, Trieste 1927, premessa.

[30] Ibid.

[31] Edmondo Turci, Ricordi di un marinaio motorista, Roma 1934

[32] Guido Re Riccardi, Rizzo e l’Adriatico, in “Memento audere sempre”, Istituto Nautico, Messina, 1938, pp. 39-43

[33] A. Pucci e E. Marcuzzi, Luigi Rizzo, Bologna 1938, pp. 5-6

[34] op. cit., p.7

[35] op. cit., p. 119-133

[36] op. cit., p.118

[37] G. Po, Rizzo l’Affondatore, Milano, 1940

[38] op. cit., p. 10-14

[39]  A. Da Zara, La vittoria di Premuda,  Il Tempo, 12 luglio 1948

[40]   E’ morto Luigi Rizzo due volte medaglie d’oro, Giornale di Sicilia, 28 giugno 1951; L’ammiraglio Luigi Rizzo è morto ieri a Roma, Il Messaggero, 28 giugno 1951; L’Ammiraglio Luigi Rizzo è morto ieri a Roma, Il Tempo, 28 giugno 1951; E’ morto Luigi Rizzo l’eroe di Buccari e di Premuda, Corriere del Popolo, 28 giugno 1951; Il colpo di Premuda, Il Mattino, 30 giugno 1951; Milazzo si prepara ad accogliere la salma del comandante Rizzo, Giornale di Sicilia, 30 giugno 1951; Vecchi ammiragli in borghese si ritrovano per l’ultima volta con l’eroe di Premuda, Corriere della Sera, 1 luglio 1951; L’affondatore è tornato. Per sempre, Giornale di Sicilia (Palermo), 2 luglio 1951; Atti parlamentari del 3 luglio 1951, Roma, Tip. del Senato; A Premuda improvvisò un’altra epica gesta, Giornale di Sicilia, 3 luglio 1951; Luigi Rizzo, L’Arena di Pola (Gorizia), 4 luglio 1951; Nel cielo luminoso degli Eroi Luigi Rizzo l’ “affondatore”, L’Italia d’Oggi, 4 luglio 1951; Luigi Rizzo. Corriere Militare (Roma), 21 luglio 1951; E’ morto l’affondatore Luigi Rizzo - Due siluri nella “S:Stefano”, La Domenica del Corriere (Milano) 8 luglio 1951; Luigi Rizzo, Corriere Militare (Roma), 21 luglio 1951; Due volte col siluro fece mattanza, Grazia n. 542, 1951.

[41] Un anno dalla morte di Luigi Rizzo. Il Notiziario di Messina e delle Calabrie, 27 giugno 1952

[42] S. Recupero, Nella città di Milazzo un monumento a Luigi Rizzo, Stampasud 1/3 1955; e Il Giornale d’Italia, 27 febbraio 1955

[43]  Il monumento in bronzo a Luigi Rizzo inaugurato nei locali dell’Istituto Nautico,   La Tribuna del Mezzogiorno, 11 maggio 1956;  Inaugurato il monumento al prode marinaio Luigi Rizzo, Giornale di Sicilia, 11 maggio 1956

[44] Giornale di Sicilia 19 giugno 1957; Gazzetta del Sud, 10 giugno 1958; Giornale di Sicilia, 10 giugno 1958;  La Tribuna del Mezzogiorno, 11 giugno 1958; Gazzetta del Sud, 7 agosto 1958; La Tribuna del Mezzogiorno, 7  agosto 1958;  Il Giornale d’Italia, 3  novembre 1958; Giornale di Sicilia, 4  novembre 1958

[45] Completata la commissione per il monumento a L. Rizzo, La Gazzetta del Sud, 10 aprile 1959; Milazzo ancora attende il monumento a Luigi Rizzo,  Ivi, 18 ottobre 1959

[46] T. Saitta, L’audacia e il coraggio di Luigi Rizzo,  La Voce dell’Isola, 9 marzo 1957; L’audacia gloriosa di Premuda riscattò l’onta subita a Lissa, Giornale di Sicilia, 7 giugno 1960.

[47] La Tribuna del Mezzogiorno, 6 e 7  marzo 1960; Gazzetta del Sud (Messina), 7 marzo 1960; Gazzetta del Mezzogiorno, 7 marzo 1960

[48] La Giustizia ,1 aprile 1962; La Tribuna del Mezzogiorno, 2 aprile 1962; Giornale di Sicilia, 5 aprile 1962

[49]  La Tribuna del Mezzogiorno 3, 5, 12, 15 gennaio 1963; I Vespri d’Italia, gennaio 1963;  Gazzetta del Sud,7 febbraio 1963

[50] F. Andriola, Luigi Rizzo, Ufficio storico della Marina, Roma, 2000, p. 8

[51] D’Ondes, op. cit., p. 19

[52] ibid,

[53] Historia, marzo 1977, pp. 104-109

[54] D’Ondes in un altro suo libro, “Uomini e sabbia” (Ed. Spes, Milazzo, 1985), aveva descritto, con accenti scevri da ogni retorica ma con la rattenuta commozione di un animo turbato dal ricordo di tanti caduti, la sua esperienza di ufficiale  (decorato con medaglia d’argento al valor militare)  della divisione “Ariete”, in Libia, durante la seconda guerra mondiale. “Nitore di stile e pietas cristiana –è scritto nella presentazione del libro- trasfigurano queste ‘cronache di guerra’ in un libro di meditazione, in un’accorata esortazione alla Pace”.

[55]  op, cit.,  pp.125-187

[56]  op, cit.,  pp. 187-209

[57]  op, cit.,  pp. 213-224

[58]  op, cit.,  pp. 175 e segg.

[59] op cit., pp. 195-96

[60] op. cit., pp. 196-97

[61] op. cit., pp.190

[62] op. cit., pp. 191-92

[63] op. cit., pp. 220 e segg.

[64] op. cit., pp. 225 e segg.

[65] A. Micale, Milazzo nella storia, Milazzo 1968

[66]  Historia, marzo 1977, pp. 104-109

[67] Una conferma viene da un pensiero “privato” di Rizzo ricordato dalla figlia in un’intervista: “Maledetta la guerra…quando penso ai fratelli austriaci che ho dovuto uccidere per difendere la mia patria, vorrei sprofondare e sento tutto il ribrezzo di essere uomo.” (G. Billè, Un antieroe del nostro tempo, La voce di Milazzo, agosto 1987)

[68] Per Luigi Rizzo, nel I centenario della nascita, Milazzo 1987

[69]  Ignis de Igne, Trieste 1944

[70]  op.cit., p. XXI

[71]  G. Iacono, Luigi Rizzo di Mylae, l’uomo, l’eroe, il mito, Roma, 1987

[72]  op.cit., p. 37

[73]  op.cit., p.9

[74]  op.cit., p. 5

[75]  op.cit., p. 7

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