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Il
rischio cardiovascolare e sua riduzione: cura con statine e fibrati
La cura con statine e fibrati
appunti
del
dott. Claudio Italiano
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cfr anche
Il
paziente con colesterolo e trigliceridi
Come è stato
già detto nella pagina sul
rischio cardiovascolare di questo sitoweb a cui vi rimando, il
livello del
colesterolo LDL è associato alla malattia
aterosclerotica che conduce alla formazione della placca ateromasica
ed alla patologia cardiovascolare ischemica. Esiste evidenza che una
serie di fattori terapeutici che possono rallentare la progressione
o, addirittura, far regredire la lesione ateromasica. Certamente uno
stile di vita adeguato, un’attività fisica per 30 minuti/die, l’astensione
dal fumo, un’alimentazione corretta, sono alla base del
trattamento della dislipidemia e, quindi, della progressione delle
lesioni ateromasiche.
Ma soprattutto, ove vi sia indicazione, l’impiego di farmaci come
le statine da sole e/o i fibrati, o addirittura entrambi, è
alla base del buon trattamento terapeutico della malattia
cardiovascolare, come appresso meglio specificato dai numerosi
trials condotti a tale scopo. I farmaci appartenenti alla classe
delle statine sono stati studiati in centinaia di ricerche cliniche,
dimostrando la loro efficacia nel ridurre i tassi ematici di
colesterolo totale e della frazione LDL, nel ridurre in modo
modesto, ma significativo, la progressione delle placche
ateromasiche, e di svolgere un’azione antinfiammatoria. Ma oltre a
modificare questi endpoint surrogati, le statine sono riuscite a
dimostrare in modo convincente di essere in grado di ridurre la
mortalità totale, la mortalità cardiaca e l’incidenza di
rivascolarizzazione, sia in prevenzione secondaria (4S1, CARE2,
LIPID3) che in prevenzione primaria (WOSCOPS). Sulla base dei
risultati di queste ricerche si ricava che è necessario trattare in
prevenzione secondaria tra 30 e 50 pazienti per 5-6 anni per evitare
un decesso, tra 17 e 37 pazienti per evitare un intervento di
rivascolarizzazione. Ovviamente,
in ambito di prevenzione primaria questi valori sono più elevati,
ma confermano l’efficacia delle statine anche in soggetti senza
precedenti cardiovascolari. Le
statine, tuttavia, sono dei farmaci che non hanno tutti lo stesso
valore terapeutico; alcuni inoltre sono idrosolubili, cioè si
eliminano meglio per via renale, altre liposolubili e con
possibilità di dare miolisi, cioè danneggiare il muscolo, con
rialzo di AST,
ALT e CPK, che sono i marcatori di tale danno.
Appresso viene
riportato il diagramma relativo alla loro potenza d’azione, da cui
si dimostra in questo studio che il più potente è la rosuvastatina, che già alla
sesta settimana abbassa del 50% il colesterolo LDL, già a dosaggio
di 10 mg vs simvastatina 20- 40 mg, ed atorvastatina 20-40 mg/die,
anche se sembra quello che possa dare proteinuria nel diabetico.
Inoltre le statine aumentano tutte il dosaggio dellle HDL,
cioè del colesterolo buono, ossia delle lipoproteine che fanno
"da spazzine" nel metabolismo del colesterolo, veicolando
al fegato e quindi nella bile e dunque nelle feci!
(cfr Il
paziente con placca ateromasica ) |
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Un’altra
informazione interessante è quella relativa al potere pleiotropico
delle statine, cioè alla loro capacità di far regredite le lesioni
intravascolari. E’, infatti, a tutti noto che a livello dei vasi,
specie a livello delle coronarie (infarto del miocardio), si
vengono a depositare i
lipidi, nella fattispecie il colesterolo LDL,
che penetra attraverso lo strato endoteliale delle arterie e genera
il danno che tutti sappiamo e che viene definito " la
placca
aterosclerotica", cioè si genera un accumulo di grasso,
compreso in un cappuccio fibroso che in ogni momento può rompersi,
determinando lo stop del flusso arterioso e, dunque, il fatto
ischemico acuto (infarto se ci troviamo nel cuore). Con i potenti
mezzi strumentali di oggi, con la tecnica " IVUS", cioè
ultrasuoni intravenosi, è possibile registrare lo spessore del vaso
arterioso, comprese le irregolarità di parete. Vedi la foto sopra, dove si mostra in giallo ocra l’area del lume
dell'arteria coronarica ed in
marrone la placca, mentre in alto è evidente l’immagine per come
la descrive la sonda ultrasonica.
E fin qui nulla di
sensazionale, se si esclude la sofisticata tecnica impiegata, ma se
pensiamo al fatto che un’idonea cura può far regredire la placca,
e ci riferiamo all’impiego delle statine, allora la nostra
meraviglia terapeutica si fa grande, perché riusciamo a tirare
fuori dal rischio di infarto o di
ischemie cerebrali i pazienti,
siano essi i diabetici, siano essi dei pazienti con fattori di
rischio che rientrano nelle fame scale dello score per la
stratificazione del rischio, vedi discussa NOTA 13 per la
prescrizione delle statine, discussa poichè spesso ci sorge il
dubbio che non vengano screenati tutti i pazienti passibili di
prescrizione di statina, ma che anche soggetti meritevoli della cosa
rimangano al di fuori dei trattementi.

La progressione
della lesione da accumulo di lipidi (colesterolo LDL) procede dalla
lesione elementare che è la stria lipidica e prosegue con la placca
fibrosa, a cui consegue la placca ateromasica che inizia ad
occludere il lume vascoalre ed infine si fissura e richiama un
groviglio di piastrine che danno origine al trombo ed all’occlusione
acuta del vaso con le conseguenze che tutti sappiamo, fra cui l’ischemia
del miocardio. Per raggiungere il target, cioè l’obiettivo
terapeutico che è alla base della buona riuscita della cura, ossia
della riduzione della placca aterofibrotica è necessaria una
riduzione del livello di Colesterolo LDL di almeno il 45%, obiettivo
che tutte le statine bene o male raggiungono anche se con dosaggi
differenti.
Addirittura vi sono studi che mettono in relazione la
stenosi dell’aorta con l’incremento di colesterolo: ipotesi
lipidica della valvulopatia aortica. L’ipotesi lipidica della
valvulopatia aortica si fonda
su alcuni
presupposti:
1) i pazienti con
iperlipidemia familiare omozigote sviluppano una stenosi aortica
già nell’infanzia;
2) i pazienti con
stenosi aortica degenerativa presentano localizzazioni
aterosclerotiche anche in altri distretti;
3) nelle valvole
aortiche si rilevano lesioni istologiche simili a quelle delle
placche aterosclerotiche;
4) molti pazienti con
sclerosi o stenosi aortica hanno spesso più fattori di rischio
analoghi a quelli dell’aterosclerosi;
5) i livelli
plasmatici di colesterolo totale o delle sue frazioni sono spesso
elevati nei pazienti con stenosi
aortica degenerativa;
6) le statine
rallentano la progressione della stenosi.
L'indicazione
delle statine, in genere, dovrebbe intendersi per la cura
di pazienti che presentano:
-
anomalie
elettrocardiografiche maggiori
-
ABI < 0,9, cioè il rapporto fra la pressione all’omero ed alla
caviglia, espressione di alterazione del sistema vascolare
periferico; i clinici che si affidano solamente a un’anamnesi di claudicatio classica per diagnosticare la AOP
tralasceranno approssimativamente dall’85 al 90% di pazienti con
questa malattia aterotrombotica ad alto rischio…I clinici che si
affidano solamente alla valutazione manuale del polso periferico
perderanno anche fino alla metà dei casi di AOP…
-
stenosi
carotidea >25% o comunque un ispessimento miointimale)
-
bassa frazione di eiezione all’ecocardiografia
-
anormalità della motilità
di parete all’ecocardiografia angina o claudicatio senza
storia precedente
Le statine sono indicate
al trattamento se:
sicuramente indicate nel
rischio elevato (>20%), cioè nei pazienti con
Sicuramente indicate nel
rischio intermedio, compreso tra il 10-20%
-
malattia
cardiovascolare subclinica
-
sindrome
metabolica
-
Fattori di rischio multipli
-
singolo Fattore di rischio
presente a
livello marcatamente elevato
-
familiarità per Cardiopatia
ischemica precoce
Basso rischio
(<10%) ?
pazienti con solo un fattore di
rischio!
E qui il problema è
capire se è del caso o meno trattare, tenuto conto che molti
pazienti ci sfuggono e quindi non fanno trattamento e possono
presentare:
-
nell’ 80% dei
casi eventi Cardio Vascolari che colpiscono pazienti
classificati come a rischio intermedio o
basso
nel 20% dei casi
eventi Cardio Vascolari che interessano pazienti classificati come
ad alto rischio
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