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DEI MIRACOLI MILAZZESI DI SAN FRANCESCO DI PAOLA.
a
cura del dott.
Claudio Italiano
vedi anche l'indice
di
Milazzo
.
cfr
prima San
Francesco di Paola 1
San
Francesco di Paola 2
San
Francesco di Paola,
miracoli milazzesi
NOVITA'
ASSOLUTA: processo
di Beatificazione del Santo (testo originale)
La
festa 2010 in esclusiva su Youtube
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clip della festa parte I
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clip della festa parteII
Video
clip della preghiera 2008 di P. Carmelita e Don Santino
In occasione del cinquecentesimo anniversario della morte di San
Francesco di Paola, anche il mio sito intende celebrare la figura di
questo Sant'Uomo, così grande e così umile al tempo stesso, che è
passato da Milazzo per noi, per tracciare la strada della Via, della
Verità e della Vita.
La Chiesa come appariva allo scrittore verista Federico De Roberto attraverso il libro
"L'Illusione"
-
S. Francesco da Papa Pio XII il 27
marzo 1943 fu proclamato
-
Celeste Patrono delle genti di mare ;
-
Il Santo è anche Patrono principale
della Sicilia, insieme
-
alla Vergine Immacolata, come
dichiarato da
-
Papa Urbano VII il 23 marzo 1630 e
confermato
-
da Papa Clemente XII, il 5 luglio 1739;
-
Compatrono della Città di Milazzo
insieme a S. Stefano Protomartire.
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…
Poco dopo, un prodigio ancor più sorprendente venne ad accrescere la
meraviglia che l’altro sopra riferito aveva destata nella nostra
comitiva. E’ il prodigio tanto famoso del passaggio dello stretto di
Messina: prodigio, che, senza dubbio, non si riscontra se non raramente
nella vita dei santi. Il nostro Taumaturgo meglio dell’apostolo Pietro,
il quale per andare sulle acque incontro al Divino Maestro, dovette
essere da lui sorretto, ci si presenta nel secolo XV quale figura dello
stesso Cristo, quando incedeva sereno e maestoso sulle onde del lago di
Tiberiade. Lo stretto di Messina divide le sponde calabresi da quelle
siciliane, discoste non più di sei chilometri, e nel tratto di minor
distanza poco più di tre chilometri. Il servo di Dio era giunto con i
suoi compagni a Catona, villaggio nella provincia di Reggio, a cinque
chilometri da Villa San Giovanni, che sorge dirimpetto al faro di
Messina, ed è il punto più prossimo per l’imbarco dal continente alla
Sicilia. In quella spiaggia s’apriva un piccolo porto, dal quale
partivano ogni giorno barche da trasporto e, Francesco sperava che lui
ed i suoi frati, sebbene sprovvisti di denaro, per carità avrebbero
trovato posto in qualcuna di esse.
.
Difatti, come narrano i testi, appena
giunto al porto, una barca carica di legname da costruzione era sul
punto di far vela per Messina. Il sant’ Uomo si avvicinò al padrone, per
nome Pietro Coloso e, dopo averlo salutato cortesemente, lo pregò, per
amor di Gesù Cristo, ad accoglierlo nella barca con i due confratelli
per la traversata dello stretto. – Volentieri, rispose seccamente il
Coloso, purchè mi paghiate. - Ma noi, o buon fratello, ci siamo rivolti
alla vostra carità, perché non abbiamo neppure un soldo. – E che importa
a me? Replicò con malgarbo. - Se voi non avete denaro da pagarmi, io non
ho barca per portarvi -. Questa brusca ripulsa non turbò l’Uomo di Dio,
il quale visti fallire i mezzi umani, ricorse con maggior fiducia
all’aiuto divino. Senza più insistere avvertì i compagni di attenderlo
un momento, mentr’egli avanzandosi lungo la spiaggia quanto un tiro di
pietra, si mise in ginocchio a pregare per pochi istanti Colui, che
altra volta, attraverso le acque del Mar Rosso, aveva aperto al popolo
sicuro passaggio. Il Signore ascolta la sua preghiera e gli ispira il da
farsi. Francesco si alza, benedice il mare, e in quell’istante, quanti
erano presenti – tra i quali i nove viandanti che l’avevano accompagnato
– lo vedono distendere il suo mantello sulle onde ,
montarvi sopra
risolutamente, e tenendone stretto un lembo alla estremità superiore del
suo bastone, come a servirsene di vela, procedere rapido e sicuro (solo
o accompagnato?) verso le coste siciliane. All’insolito spettacolo gli
astanti prorompono in grida di ammirazione e di gioia, mentre il
nostromo Coloso, non so se più attonito che confuso, per riparare in
qualche modo al malfatto, si affretta a prendere sulla barca uno o tutti
e due i frati rimasti sulla riva; chiama indarno il prodigioso navigante
e parte…
Ma è vano ogni suo sforzo per raggiungerlo! Il santo
Taumaturgo, senza voltarsi mai indietro, tira diritto verso l’altra
spiaggia. E già era vicino a toccare terra, quando s’avvide che anche
dal porto di Messina molta gente l’aveva scorto! Fu perciò che, a
schivare le loro acclamazioni, piegando un poco verso destra, andò ad
approdare in un punto alquanto discosto e solitario. Questo
sostanzialmente il prodigio tanto celebrato del passaggio dello stretto
di Messina, che avvenne nella piena luce del giorno, sotto gli occhi di
numerosi spettatori: prodigio che non ci è trasmesso soltanto dalla
tradizione, ma ci viene attestato da deposizioni giurate nei processi. …
Vogliono alcuni scrittori che il Santo abbia preso terra a Messina, in
quel punto della Spiaggia detta del Santo Sepolcro, dove nel 1503 fu
edificato il nostro convento; o poco lungi, dov’è la chiesa della
Madonna della Grotta; altri invece, e tra essi il Lanovio, che sia
approdato direttamente a Milazzo, e infine gli Atti municipali di
Milazzo, notano espressamente che egli “passò il faro ed approdò sotto
il Casale del Gesso”. Ma la maggioranza dei biografi che l’attestano,
sia il fatto stesso che il Servo di Dio si spinse fino a Catona, donde
ordinariamente le barche non fanno viaggio che per Messina, rendono
insostenibile l’opinione di quei pochi, che lo fanno sbarcare presso
Milazzo. …. Parimenti nelle lezioni storiche del Breviario romano si
legge che il Santo traversò quel tratto di mare sul suo mantello, in
compagnia di un altro frate. Così pure nel citato documento
dell’archivio municipale di Milazzo, vien detto ugualmente “ ch’egli
distese il suo mantello su l’acque assieme col p. Francesco Majorano,
religioso milazzese, passò il Faro, ecc. “ Ricorderò i belli epigrammi
con cui il Frugoni ha illustrato questo portentoso avvenimento:
.
“ De’ latranti mastin,
Cariddi e Scilla,
Varca con due seguaci il
mar’ ingordo;
Lo sdrucito mantel gli
forma il bordo
Stella polare in ciel
Dio gli sfavilla!”
Né voglio, da ultimo,
tralasciare Franz Liszt, il grande compositore e celebre pianista
ungherese, che da questo miracolo passaggio trasse ispirazione per
quella splendida pagina usiocale, dal titolo : “ San Francesco di Paola
che cammina sul mare”.
Il Servo di Dio, giunto
felicemente a terra, dovette fermarsi alquanto, per aspettare il
compagno o i compagni mancanti; quindi s’incamminò subito alla volta di
Milazzo, perché nella sua umiltà desiderava vivamente sottrarsi alle
dimostrazioni di onore e di devozione, cui veniva fatto segno da parte
di tutti coloro, che ivi erano accorsi. La piccola comitiva, dopo aver
percorso un buon tratto di via, pervenne ad un luogo infausto,
conosciuto col nome di pozzo degl’impiccati. Evidentemente veniva
chiamato così, sia per essere destinato all’esecuzione capitale dei
delinquenti, sia per la speciale conformazione del terreno, ch’era tutto
in giro scosceso e dirupato. Quel giorno, da una forca ivi rizzata,
penzolava, vittima della giustizia umana, il cadavere di un misterioso
condannato.
Francesco a quella vista si sente commuovere: s’accosta al
patibolo, nel nome del Signore fa recidere il capestro, e l’infelice,
strangolato da tre giorni, riapre gli occhi e rivive. Tale il prodigio
attestato da una fondata e costante tradizione, quantunque nel racconto,
che ne hanno fatto i biografi, non sia difficile avvertire alcuni
particolari, che hanno del leggendario. Si legge, infatti, come il Santo
ingiungesse ai suoi compagni di sciogliere l’impiccato: che il p. Paolo,
temendo d’incorrere nelle pene comminate dalle leggi, se ne astenesse,
mentre il semplice fr. Giovanni s’affrettasse senz’altro a ubbidire. Il
cadavere, si aggiunge, venne a cadere tra le braccia di Francesco dove
riacquistata la vita, e quindi prostrato ai piedi del Santo Benefattore,
dopo avergli esternata la sua riconoscenza, lo supplicava vivamente che
insieme con la vita del corpo gli ottenesse da Dio anche quella
dell’anima, accettandolo tra i suoi religiosi. Il Santo, ci viene detto,
lo volle compiacere e quel fortunato redivivo – del quale ignoriamo
perfino il nome – morì nell’Ordine, dopo una lunga e santa vita. .. Il
servo di Dio giunse a Milazzo il 4 aprile 1464 e vi fu ricevuto da una
cittadinanza con manifestazioni entusiastiche. Una cosa per altro notata
in particolare ch’egli, rifiutando cortesemente l’ospitalità offertagli
da parecchi nobili milazzesi, “ non volle accettare altra stanza per suo
ricovero, che il pubblico ospedale”, ove rimase fino a che, insieme con
i suoi compagni, gli fu possibile alloggiarsi alla meglio nella nuova
fabbrica. Fortunati quei poveri infermi che l’ebbero con loro! ….
Intanto “congregatosi il Consiglio, - come abbiamo dal documento
municipale-, fu data al suddetto Santo la chiesa di S. Biagio ed il suo
poggio con la porta del Re Giacomo, di cui oggi vi è un pezzo di
muraglia antica, e quello spazio con cui oggi è circondato il convento.”
Fu però al principio dell’anno seguente che il santo Fondatore iniziò
questa fabbrica, nella quale – come già nelle altre della Calabria –
volle lasciare in vari modi l’impronta del suo potere soprannaturale.
Il Perdichizzi, storico locale diligente ed esatto, parlando della
chiesa, ha notato che essa si deve riguardare “come un miracolo, anzi un
mucchio di miracoli, poiché è stata fabbricata senza fondamenta, e
quello che la rende ammirabile – riporto le sue parole -, è che il colle
ove sta situata non è di pietra massiccia, ma di pietra mobile, e pietra
terrea, quasi marchesita, tanto dolce che colle mani si può sminuzzare e
frangere. Solamente fè cavare il Santo l’angolo di mezzogiorno, vicino
la porta maggiore antica che riguarda il Ponente, e sopra due sassi
fondamentò la Chiesa. A proposito di questi sassi, il medesimo scrittore
fa osservare che il Taumaturgo ne alleggerì prodigiosamente il peso
naturale, tanto che riuscì facile a lui solo estrarli dal pozzo di
escavazione e trasportarli con le proprie mani al posto designato. Essi
si vedono tuttora circondati da una graticcia di ferro, e si vuole, che
per virtù del Santo, abbiano acquistato delle proprietà speciali: “si è
veduto farne molte schegge per darle in polvere agli infermi, i quali
felicemente sono stati guariti, segno infallibile della protezione
speciale di S. Francesco sopra dei Milazzesi nei maggiori bisogni”.
.
vedi vedi vedi anche i film,
cliccando sotto ed il manifesto della festa
2007
A
provvedere d’acqua gli operai il santo Fondatore, lì, nell’area del
chiostro aveva fatto scavare un pozzo, donde vennero tratti fuori i due
sassi, di cui s’è parlato. A poco profondità l’acqua fu ritrovata; ma
disgraziatamente non si poteva bere, perché salmastra. Francesco per
riparare al grave inconveniente fece sul pozzo il segno della croce, e
subito si potè constatare che l’acqua era divenuta limpida e dolce. “Sia
benedetto il Signore, diss’egli rivolto agli astanti, che s’è degnato
soccorrerci nel nostro bisogno; ma ricordatevi che quando i religiosi
avranno costruito una cisterna per l’acqua piovana, questa del pozzo
tornerà ad essere salmastra”. Dopo 14 anni il convento si era fornito
della cisterna, e in quel giorno medesimo, come ebbero a verificare
alcuni frati, che erano a conoscenza della predizione, l’acqua del pozzo
ridivenne salata come prima. Da quel momento però si vuole che
acquistasse una dote molto pregevole. L’acqua del pozzo di S. Francesco,
come venne chiamata, riusciva salutarissima agli infermi, che ne
bevevano con fede, riacquistando la sanità. Riferisce un’antica
tradizione che un giorno gli operai avevano sollevato una grande trave,
per la copertura della chiesa. Se non che, nell’atto del collocarla a
posto, si avvidero che essa era inservibile al bisogno, perché essendo
alquanto corta, non si estendeva fino a raggiungere le due pareti
opposte. Lo scoraggiamento aveva invaso tutti, quando il servo di Dio,
riuscì facilmente ad allungarla fino alla misura richiesta. Questa
trave, nota il Perdichizzi, si “dice esser quella ch’è posta nel terzo
luogo della soffitta; ma non si sa se sia dalla parte della porta o
dell’altare maggiore; forse è a noi ciò occulto per sua conservazione,
perché altrimenti a quest’ora haveria finito in scheggie”. La storia della Beata Candida.
La Beata Candida fu una giovane milazzese vissuta nel sec. XV, una delle prime discepole di San Francesco di Paola, che ebbe il privilegio di conoscere il Santo durante il soggiorno di questi in Milazzo tra il 1464 ed il 1468. Alla partenza del Santo gli avrebbe chiesto un ricordo ed il Taumaturgo Paolano avrebbe accondisceso a tale richiesta imprimendo prodigiosamente la sua immagine sulla porta di casa di Candida. Fatto voto di castità e vestito l’abito del Santo (monaca di casa) condusse una vita di mortificazioni. Si spense in odore di santità il 1470. durante la ristrutturazione della Chiesa, intorno al 1765, il corpo di Candida, che era stata seppellita nel Santuario, fu ritrovato miracolosamente intatto, nonostante fossero trascorsi circa 3 secoli dalla morte. Pertanto fu riposto in un urna di vetro che è possibile ammirare nella Chiesa del Santo Padre, oggetto di devozione popolare. La festa della beata Candida si celebra il 19 giugno.
A destra sempre il Santo Padre, famoso per i suoi miracoli prodigiosi,
come quello dell'agnellina Martina e della trota Antonella, mentre sana
la piaga di un signore, Giacomo di Tarsia, affetto da cancro incurabile
alla gamba.
di Claudio Italiano |
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