Il vino di Milazzo

 Il dott. Claudio ItalianoSulla rotta del vino: Milazzo-Genova

C'era una volta il vino a Milazzo... questa pagina potrebbe cominciare così, dicendo che già dal tempo dei Greci esisteva un vino famoso che si produceva a Milazzo, capace di addormentare il Ciclope nella sua grotta. E se l'epopea ne parla, probabilmente era così. Oggi la speranza è che a Capo Milazzo, nella Riserva del Capo, presto dei nuovi vitigni saranno piantati per riesumare il famoso vino mamertino doc. 

A.S. Grazie Massimo Tricamo per le belle parole proferite nella missiva che mi hai mandato, ma io non merito tanto! Invece diciamo che chi lo desidera, per ricevere il libro, bellissimo (!), scritto da Massimo sulla Storia del vino di Milazzo, "La Città del Vino"  può scrivere a massimo.tricamo@tiscali.it  oppure a Tricamo Massimo, in Via Tukory 41/d, 98057 MILAZZO.

Ancora grazie! Una città che si rispetti deve fondare il suo sviluppo futuro sulle radici storiche del suo passato e, per usare delle parole già sentite,  “ una Città senza storia è solo un paese senza identità”. 

Per questo, con piacere, abbiamo letto il libro di Massimo Tricamo, “ La Città del Vino”, edito dalla tipolito Lombardo di Milazzo, dove l’autore, rifacendosi a diversi testi ora pubblici ed ora privati, dei Ryolo e dei Fuduli, traccia un excursus sull’attività vinicola che fu di quelli di Milazzo.Così apprendiamo che negli anni settanta dell’800, la superficie coltivata a vigneto ammontava a 1.800 ettari, là dove gli ulivi e le piante di agrumi ricoprivano la parte residuale delle campagne, se si escludono i 500 ettari coltivati ad “Ogliarola Messinese” che costituiscono, ancor oggi, un patrimonio indiscusso di quella che La vendemmia a Milazzo, come si faceva un tempo...vorremo diventasse un’area geografica di Riserva o, per lo meno, un’area Orientata, al di là delle polemiche sterili di questi giorni! Ma la storia del nostro vino e delle vigne si perde nella notte dei tempi, se lo stesso Odisseo ubriaca con vino locale il possente Polifemo e poi lo acceca nella Grotta omonima di ponente e se, già nel Cinquecento, le galere imperiali si fornivano di vino da noi e, così pure, i navigli maltesi e mercantili in genere. Ma la storia ha riservato a Milazzo da sempre delle sorprese brutte, come, per esempio, durante l’assedio spagnolo, quando le truppe, per il continuo passaggio di munizioni e soldatesca, devastano la ubertosa Piana, che produceva allora 10.000 botti di vino all’anno, cioè 48.000 elettrolitri, anche se all’epoca non esistevano le tecnologie agricole attuali e si lavorava la terra con le braccia e si arava col bue; né più né meno come adesso, quando si assiste al desolante disfacimento e smembramento delle campagne ad opera dell’assalto del cemento e della stupidità collettiva locale che pensa sempre al posto fisso nelle industrie ed alla miope e sterile speculazione. 

Quindi, alla fine dell’ottocento, venne il flagello della fillossera, di questo afide che colpiva le radici delle vigne e da qui l’ingegnosa opera del grande milazzese Giuseppe Zirilli Lucifero, figlio di Stefano. Questi ebbe l’idea di impiantare il primo vivaio della storia milazzese e di coltivare la vite americana, piantando le “barbatelle”, cioè le piantine di vite con le radici (“a babba”) ed innestava coi vitigni locali. Più in là, sorse la Regia Cantina Sperimentale, intorno al Novecento.E, quando durante la crisi del ’29 crollò il prezzo del vino milazzese, che non fu più esportato all’estero, i milazzesi seppero ancora una volta risorgere, puntando sulla coltivazione delle primizie e del pomodoro tondo liscio, a maturazione precoce.  Ma il vino di Milazzo continuò lo stesso ad essere un prodotto ricercatissimo. Ottenuto dal Nocera, un vitigno che forniva un nettare robusto, a schiuma rossa, come ”il sangue di bue”, un rosso nero carico, come l’inchiostro, utilizzato nel mondo per il “taglio” dei vini deboli. Il processo di vinificazione veniva curato dagli stessi viticoltori, perlopiù esponenti della locale aristocrazia rurale, che si trasferivano nei casini di campagna e controllavano di persona i lavori. Da qui  la nostra storia si intreccia con la letteratura verista del grande Federico De Roberto, il quale si ispira nel suo romanzo “L’illusione”, al Barone Palmi, che altro non sarebbe se non la figura di Stefano Zirilli, patriota Milazzese, che possedeva terre a contrada Gelso ed al Capo, alla Rocca, oggi Villa Ella, come potrete vedere cliccando sul link del De Roberto.  Tornando alla vinificazione, non dimentichiamo che i Milazzesi erano conosciuti in Francia per la tecnica che impiegavano nella vinificazione, dove il mosto generoso, ottenuto pigiando l’uva coi piedi nei palmenti, veniva fatto fermentare per 72-84 ore, allo scopo di ottenere un vino scuro e forte che essi impiegavano come “taglio” per colorare i loro vinelli pallidi. A San Basilio, a fronte di una produzione di 800 ettolitri, esistevano solo 255 botti per la vinificazione; infatti la maggior parte del vino si esportava in Francia come mosto, che andava a ruba. Nasceva nel 1865 il Milazzo, vino doc. E quando la fillossera mise in ginocchio i fratelli d’Oltralpe, la produzione milazzese crebbe ancora di più a dismisura.   

Esisteva però anche un vino da tavola, il Cerasuolo, ottenuto per una fermentazione  ridotta a 12-24 ore, che pur sempre restava un vino corposo, nonostante il loro colore rosato, più adatto al pasteggio. Ben presto alla produzione enologica classica, Milazzo si industriò a produrre altri vini da pasto e da dessert. Nascevano così i vini di lusso del commendatore Stefano Zirilli che esponeva, addirittura, a Londra l’ Amarena Rosso, l’Amarena bianco, la Malvasia dolce, il Calabrese Bianco; con la Cantina Sperimentale di Milazzo nel 1926, l’ente iniziò a commerciava il Mamertino, il Capo Bianco ed il Moscato di Castel Milazzo. Ed ora? Ci viene la rabbia e la nostalgia a pensare che tutte le campagne, sia quelle del Capo che quelle poche della piana, siano piene di rovi e sterpaglie, in pieno degrado, in attesa di questa o quella speculazione. E’ ora di dare, invece, una direzione di marcia all’economia rurale del milazzese e di riscoprire il buon tempo antico. Nel libro del nostro amico Tricamo si susseguono le immagini di masserie di Contrada Stella, di San Basilio, di Bilemi, della Via degli Orti, con le foto dei massari, dei ragazzi che guidano l’asino,  degli uomini dalle braccia poderose carichi dei barili sulle spalle e le donne coi fazzoletti di lino bianco in testa, per la festa della vendemmia. Di pagina in pagina, arriviamo così al grande imprenditore Francesco Tricamo,  commissionario vinicolo milazzese degli anni ’50, che esportava per conto della Pietro Occhetti di Genova, che importava il nostro vino per ammassarlo nell’imponente silos di 50.000 ettolitri di Sanpierdarena. Adesso non ci rimane che sperare che Iddio ci aiuti ancora a dare senso a questi tempi squinternati di crisi di valori della milazzesità, di rammollimento di costume, per darci uno slancio nuovo ed un’identità futura.  

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