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A.S. Grazie Massimo Tricamo per le belle parole proferite nella missiva che mi hai mandato, ma io non merito tanto! Invece diciamo che chi lo desidera, per ricevere il libro, bellissimo (!), scritto da Massimo sulla Storia del vino di Milazzo, "La Città del Vino" può scrivere a massimo.tricamo@tiscali.it oppure a Tricamo Massimo, in Via Tukory 41/d, 98057 MILAZZO.
Ancora grazie! Una città che si rispetti deve fondare il suo sviluppo futuro sulle radici storiche del suo passato e, per usare delle parole già sentite, una Città senza storia è solo un paese senza identità. |
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Per questo, con piacere, abbiamo letto il libro di Massimo Tricamo, La Città del Vino, edito dalla tipolito Lombardo di Milazzo, dove lautore, rifacendosi a diversi testi ora pubblici ed ora privati, dei Ryolo e dei Fuduli, traccia un excursus sull’attività vinicola che fu di quelli di Milazzo.Così apprendiamo che negli anni settanta dell’800, la superficie coltivata a vigneto ammontava a 1.800 ettari, là dove gli ulivi e le piante di agrumi ricoprivano la parte residuale delle campagne, se si escludono i 500 ettari coltivati ad “Ogliarola Messinese” che costituiscono, ancor oggi, un patrimonio indiscusso di quella che vorremo diventasse un’area geografica di Riserva o, per lo meno, un’area Orientata, al di là delle polemiche sterili di questi giorni! |
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Quindi, alla fine dell’ottocento, venne il flagello della fillossera, di questo afide che colpiva le radici delle vigne e da qui l’ingegnosa opera del grande milazzese Giuseppe Zirilli Lucifero, figlio di Stefano. Questi ebbe lidea di impiantare il primo vivaio della storia milazzese e di coltivare la vite americana, piantando le barbatelle, cioè le piantine di vite con le radici (a babba”) ed innestava coi vitigni locali. Più in là, sorse la Regia Cantina Sperimentale, intorno al Novecento.E, quando durante la crisi del 29 crollò il prezzo del vino milazzese, che non fu più esportato allestero, i milazzesi seppero ancora una volta risorgere, puntando sulla coltivazione delle primizie e del pomodoro tondo liscio, a maturazione precoce. Ma il vino di Milazzo continuò lo stesso ad essere un prodotto ricercatissimo. Ottenuto dal Nocera, un vitigno che forniva un nettare robusto, a schiuma rossa, come il sangue di bue, un rosso nero carico, come linchiostro, utilizzato nel mondo per il taglio dei vini deboli. Il processo di vinificazione veniva curato dagli stessi viticoltori, perlopiù esponenti della locale aristocrazia rurale, che si trasferivano nei casini di campagna e controllavano di persona i lavori. Da qui la nostra storia si intreccia con la letteratura verista del grande Federico De Roberto, il quale si ispira nel suo romanzo Lillusione, al Barone Palmi, che altro non sarebbe se non la figura di Stefano Zirilli, patriota Milazzese, che possedeva terre a contrada Gelso ed al Capo, alla Rocca, oggi Villa Ella, come potrete vedere cliccando sul link del De Roberto
Esisteva però anche un vino da tavola, il Cerasuolo, ottenuto per una fermentazione ridotta a
12-24 ore, che pur sempre restava un vino corposo,
nonostante il loro colore rosato, più adatto al
pasteggio. Ben presto alla produzione enologica classica, Milazzo si
industriò a produrre altri vini da pasto e da dessert.
Nascevano così i vini di lusso del commendatore Stefano Zirilli che esponeva, addirittura, a Londra
l Amarena Rosso, lAmarena bianco, la Malvasia
dolce, il Calabrese Bianco; con la Cantina Sperimentale
di Milazzo nel 1926, lente iniziò a commerciava il
Mamertino, il Capo Bianco ed il Moscato di Castel Milazzo. Ed ora? Ci
viene la rabbia e la nostalgia a pensare che tutte le
campagne, sia quelle del Capo che quelle poche della piana,
siano piene di rovi e sterpaglie, in pieno degrado, in
attesa di questa o quella speculazione. E’ ora di dare,
invece, una direzione di marcia all’economia rurale del
milazzese e di
riscoprire il buon tempo antico.
Nel libro
del nostro amico Tricamo si susseguono le immagini di
masserie di Contrada Stella, di San Basilio, di Bilemi,
della Via degli Orti, con le foto dei massari, dei
ragazzi che guidano lasino, degli uomini
dalle braccia poderose carichi dei barili sulle spalle e
le donne coi fazzoletti di lino bianco in testa, per la
festa della vendemmia. Di pagina in pagina, arriviamo
così al grande imprenditore Francesco Tricamo,
commissionario vinicolo milazzese degli anni 50,
che esportava per conto della Pietro Occhetti di Genova,
che importava il nostro vino per ammassarlo
nellimponente silos di 50.000 ettolitri di
Sanpierdarena. Adesso non ci rimane che sperare che Iddio
ci aiuti ancora a dare senso a questi tempi squinternati
di crisi di valori della milazzesità, di rammollimento
di costume, per darci uno slancio nuovo ed
unidentità futura.
Claudio
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