L'ultima notte

 

Di Davide (dravid@libero.it)

 

 

 

Memoria, memoria incessante,

Le nuvole della tua polvere,

Non c’è vento che se le porti via?

(G.Ungaretti, Caino)

 

Un magazzino abbandonato, le 11.37.

Era come se qualcuno tagliuzzasse qualcosa, con insistenza, come il tessuto di un figlio.

“Dovrò soffrire per il mio bambino?”, disse godendo leggermente di quella convulsione che l’assaliva, forse per il folle ricordo di un’antica tortura.

“Stai tranquilla, mia dolcezza; nessun bambino ti farà soffrire. Il dolore è fuggito da te, molto tempo fa”.

Alla risposta di Spike si calmò, ricomponendo quell’insopportabilmente sottile sentimento, lo strappo d’una sutura, ad una percezione con cui potesse convivere.

“Ho molto freddo. Ho di nuovo freddo”, mormorò con maggiore tranquillità, come di chi potesse a seguito d’un improvviso terrore esaminarne l’aspetto.

Spike si sfilò l’ampia giacca di pelle e gliela adagiò sulle spalle, facendovela aderire con un abbraccio, nel quale una parte del trasporto era semplice frustrazione per l’immobilità a cui lo costringeva la carrozella. Respirò a fondo e le rispose con tono saldo: “Non devi più preoccuparti perché tra poco brinderemo con il sangue che avremmo dovuto prendere molto tempo fa”. Si volse di scatto verso la figura in penombra che fino a quel momento li aveva fissati con uno sguardo di indulgente compassione, come di adulti verso passeggere sciocchezze infantili, e l’apostrofò: “Ne abbiamo perso fin troppo in stupidi giochi, non è vero Angelus? Ricorda il tuo eterno legame di sire, per il tuo bene; perché i tuoi figli sono cresciuti”.

Restando indifferente a quell’accesso d’ira che manifestava una posizione di debolezza, Angelus rise crudelmente: “E come pensi di rappresentare per me una minaccia? Alzandoti in piedi forse?”.

Spike sorrise, come se fosse stato esaudito da quella domanda, impugnò di scatto i braccioli della carrozzella e balzò di fronte ad Angelus, ricambiando con un misto di astio e sfida il suo ghigno. Disse infine: “Questa volta io riscatterò il fallimento dei padri”.

“E sarai davvero in grado di farlo? Non è difficile capire che ti sei appena ripreso”, fu la risposta.

Nel frattempo il temporaneo sollievo di Drusilla subì un collasso, l’inquietudine prima domata si ricompose ad un’immagine subito infranta, come il tremore che scuota in cerchi concentrici un riflesso diverso dal proprio eppure fisso nei propri occhi.

Sunnydale High School, le 13.50 del pomeriggio.

Una gradevole giornata di sole si rifletteva come un denso barlume di pece sulla curvatura dei suoi occhiali da sole, ed era forse quello che vedeva, o quello che stava provando in quel momento.

Sembrava che l’odio avesse preso il sopravvento, che infine l’Ammazzavampiri dovesse prevalere; ma restava sempre qualcosa. Anche solo l’ossessione crudele nei suoi confronti, il terrore delle minacce, non le potevano sembrare soltanto tali: perché se un demone ora dominava in Angel, a che cosa serviva tutta quella terribile tortura, per quale motivo il demone non avrebbe dovuto soddisfare subito la sua sete di sangue e prendersi tutte le vite che avesse voluto? E anche se avesse deciso di usare una strategia, perché proprio quella, forse perché la rendeva più vulnerabile? E certo poteva essere così ma quel demone non avrebbe aspettato tanto a lungo se non ci fosse stata un’altra coscienza in conflitto con lui, una coscienza nascosta e soffocata ma pur sempre presente, l’intima essenza dell’uomo che non sapeva ancora smettere di amare.

Willow le si avvicinò per incamminarsi con lei e, indovinandone lo stato d’animo, le chiese: 

“E di nuovo per Angel?”.

“Purtroppo sì. Vorrei che ci fosse qualcun’altra per farla finita: ho solo diciassette anni, si suppone che tu prenda la patente, non che uccidi il tuo primo ragazzo.”

Willow le sorrise leggermente e le rispose:

“E’ vero, per me è stato difficile persino sparargli un sedativo quando era un lupo.”

“Vogliono troppe cose dagli adolescenti, e poi credono che siano depressi per qualche motivo incomprensibile”; a queste parole Buffy si sfilò gli occhiali da sole, avendo appena varcato la soglia della scuola, e si diresse verso la biblioteca con una rinnovata decisione, come se in fondo la stessa oppressione che subiva per le sue folli responsabilità divenisse anche uno stimolo, il senso di un più alto dovere che percepiva con chiarezza. Non si trattava più ormai solo di lei e di Angel, ma di tutti coloro che erano in pericolo, coloro che amava e che soprattutto sarebbero stati uccisi senza ragione se lei non fosse intervenuta, e a causa sua.

“Lo sai Willow, forse continuo ad essere l’Ammazzavampiri perché ho troppa paura di smettere e sentirmi colpevole per quelli che moriranno”.

Erano ormai entrate in biblioteca e, non appena ne ebbero varcato la soglia, Willow soggiunse, a mezza voce per una maggiore partecipazione emotiva:

“Spero che tu riesca ad essere nello stesso modo fiera per quelli che riesci a salvare”.

Furono subito dopo accolte da una pacata constatazione:

“Buffy”.

“Perspicace come sempre, signor Giles.”

“Mi dispiace Buffy, ma questa volta non posso accogliere con la solita bonarietà paterna la tua ironia”.

Intanto Willow, ancora preoccupata di stornare l’attenzione dell’amica dal tormento che in quelle settimane l’aveva accompagnata senza tregua, le sussurrò: “Se ti chiedesse solo di fare silenzio gli sembrerebbe scortese”. Si sentiva in quel momento inerme, perché il dolore di Buffy era impenetrabile, qualcosa di troppo intimo e indistinto per essere comunicato, così vicino alle profondità del suo spirito da risultare in esse conficcato e intoccabile come una scheggia aguzza che, estratta, avrebbe potuto provocare più danni di quanti già ne arrecasse con la ferita  che lasciava aperta. D’altra parte, nonostante tutto l’aiuto e le ricerche e le idee, era stata sempre Buffy a salvarla; e la cosa assurda di quel potere ora in crisi era che solo quando l’Ammazzavampiri lasciava il posto alla disarmante fragilità di una ragazza come lei, Willow poteva consolarla, solo quando il suo sollievo non serviva a risollevare più di un’amica le riusciva di offrirlo.

Al centro del suo dramma Buffy era sola.

“Quale terribile minaccia ci attende questa volta? E, per inciso, può davvero esserci ancora qualcosa di terribile? Voglio dire, quando hai per vicino di casa la Bocca dell’Inferno non ti aspetti una bottiglia di latte sulla porta ogni mattina.”

Giles fu per un attimo silenzioso, soppesando tutto ciò che, lo sapeva, non avrebbe detto, perché si rendeva conto che a Buffy serviva la sicurezza di una guida e non la condivisione di una tragedia non sua. Infine, con una serietà che tradiva la sua incerta attenzione alle parole da pronunciare, disse: “So bene quello che stai passando. Fino a quando il nemico è solo un nemico è più facile agire: da ora, Buffy, ti devo chiedere di combattere anche te stessa, perché non possiamo permetterci fallimenti, specialmente in questo momento”.

Come sempre il suo discorso era del tutto fondato; come sempre ricordava le ultime battaglie e il loro prezzo.

“Dobbiamo essere più forti quando siamo più vulnerabili, non è vero? Dobbiamo continuare ad agire come se niente fosse successo? Io la capisco, signor Giles, ma non so fino a che punto possa accettare queste regole. Quello che provo per Angel, quello che provavo, è importante; non non credo di volermi costringere a dimenticarlo. Lei vuole che io sia al massimo dell’efficienza, ma le cose sono cambiate…”

Senza lasciarla proseguire Giles la interuppe:

“So benissimo quale grave, ingiusta responsabilità ti stia imponendo. Ma non c’è altro modo, non sapremmo che cosa fare senza di te e…non sopporterei affidarmi ad un’altra Ammazzavampiri.

Ha poco senso quello che posso dire; solo, per quanto vale, tutti noi siamo disposti ad appoggiarti totalmente”.

Buffy si limitò a scandire sommessamente:

“Signor Giles…”, ma fu nuovamente anticipata, probabilmente per un più deciso imbarazzo nell’interlocutore:

 “D’altronde hai ragione, non ho il diritto di acuire le tue preoccupazioni con quelle che per ora sono imprecise congetture o sottrarti il tempo che meriti per riuscire a riportare un po’ d’ordine nella tua vita; ma sarà necessario che ritorni questa sera per l’organizzazione della ronda ”.

Contrasse le labbra leggermente, fissando con un sentimento indefinito Giles e poi Willow, quando entrò Xander, verso cui si volse, riducendolo immediatamente al silenzio per l’estrema commozione che ne pervadeva lo sguardo, ed acuendone l’imbarazzo, per la sensuale vicinanza di quella inaspettata debolezza.

Buffy si avvicinò a Xander, procedette oltre e uscì dalla stanza.

La rete fognaria di Sunnydale, le 18.35.

“Un viaggio ridicolo, non è vero mia cara?”, disse fregandosi le mani.

Sembrava, a vedersi, una donna di mezza età, ma piuttosto vigorosa, nonostante il pallore del volto, dai tratti forti; era sola e continuava a dialogare con se stessa, amabilmente, quasi trovasse un interessante diversivo la sua inevitabile compagnia.

“Inutilmente lungo. E poi non mi sembra che la città sia valsa tutte le precauzioni del viaggio. A noi basta avere del cibo all’occorrenza e non è difficile, di solito, trovarne”.

Benchè continuasse a lamentarsi i suoi gesti peculiarmente animosi esprimevano un’ansia vagamente imbarazzata che non aveva fino a quel momento avuto il coraggio di rivelarsi:

“Dimentichi che…”, e dicendoselo si fermò, per un attimo immobile, ascoltando le acque stagnanti ondeggiare, in attesa che si placassero del tutto. Soggiunse infine: “Che cosa?”.

Prontamente, e con un che di infantile nell’enfasi della risposta, proseguì: “Oh, dovresti saperlo…dimentichi che c’è lei. Da quanto tempo non la vediamo? O non l’abbiamo mai vista?”

Aggrottò la fronte, come di fronte ad un improvviso ostacolo che ne impedisse il discorso, ma poco dopo con rinnovata loquacità riemerse dal silenzio concludendo: “Possiamo sentire il suo sangue, che è lo stesso nostro. È come se l’avessimo vista, e dopo tutto è nostra figlia”.

A quel punto sollevò lo sguardo verso le sottili fessure da cui filtrava un poco di luce e si rese conto che ormai soltanto alcune ore la separavano dalla visita alla sua famiglia.

 

Un magazzino abbandonato, le 19.35.

Spike misurava freneticamente la stanza, sia per saggiare le riacquisite capacità, di cui osservava con stizza la massima estensione, in una violenta attesa del loro esaurimento, quasi cercasse un oggetto per la propria ira angosciosa, sia per godere di quell’atto e della stanchezza che gli era stata negata dal lungo tempo della sua immobilità.

Angelus lo guardava con un tono di compassione frammisto a sensi distanti e vaghi di familiarità, che gli riaffioravano sbiaditi alla mente, incapace di schernirne, a causa di qualche indecifrabile stato d’animo che maledisse, quella strana e in parte non voluta dimostrazione d’affetto verso Drusilla, densa della furiosa inazione propria agli esseri umani. 

Spike bramava la caccia e al tempo stesso cercava la freddezza dell’istinto a condurvelo, l’immediato sincronismo con la sua implacabile sete ferina di sangue e carne pulsante. Angelus lo apostrofò:

“Vuoi dunque farci strada e porre fine a questa fastidiosa persistenza dell’Ammazzavampiri?”

La replica venne lenta, come fosse pregustata mentre veniva detta: “Vedi Angelus, è proprio quello che intendo fare, quello che ho detto e continuato a ripetere molte, molte volte, quello che tu continui a non comprendere e a non fare. Perdonami, se sono insensibile al tuo amore”.

Il volto di Angelus torse i suoi tratti alla metamorfosi vampirica ed egli, balzando dalla lastra metallica sulla quale stava seduto, giunse di fronte a Spike e gli ruggì la sua rabbia. Ma la reazione non fu altrettanto bestiale: 

“Cerchi forse di proteggerla dalle mie offese?”

Angelus si placò e, avvertendo l’ombra d’uno sforzo, modulò una divagante risata: “La deambulazione ti rende sarcastico; spero che ci porterà altri vantaggi”.

Un lamento cantilenante attrasse all’improvviso l’attenzione di entrambi: accasciata a terra, le braccia raccolte in grembo, Drusilla era scossa da quello stesso presagio che l’aveva già a più riprese colpita nelle ore precedenti.

“Una volta nato dovrà promettermi di non divorarmi. Prima ancora di piangere e di urlare, dovrà prometterlo, altrimenti lo stringerò fino a soffocarlo…”

Spike la soccorse immediatamente, lasciando Angelus in una mal sopportata riluttanza: “Nel tuo corpo scorrono sangue ed immortalità. Nessuna insidia può ormai venirne”.

Drusilla levò il volto dal proprio ventre alla mano protesa e poi allo sguardo fiero di lui, e riuscì ad abbozzare un sorriso, sebbene non privo di intricate memorie aguzze, sufficiente nondimeno a donarle la necessità di un appetito: “Anch’io ho avuto una madre. E una sorella. E una sorella che è stata madre”. Si destò nel suo sguardo il fuoco ritrovato di un ricordo resosi nuovamente vicino, di una lontananza ricomposta, il cui volto finalmente fosse restituito dalla dispersione di centri concentrici sull’acqua.

Spike, osservandola tranquillizzarsi, proseguì: “Non hai che da soddisfare la tua sete. Vuoi farlo, finalmente, con me e con il nostro sire?”. Avrebbe riconosciuto in lei, se vi fosse stato, il presagio di una reale minaccia, ma ora non vedeva che il declivio del suo delirante passato, contro il quale era forse stagliata qualche verità sul futuro, che tuttavia riconosceva esserle affine e lungi, per questa ragione, dal rappresentare un pericolo.

D’altra parte sapeva con certezza che quell’ansia in Drusilla era frutto delle terribili vessazioni di Angelus, cosa che lo rendeva profondamente ostile nei suoi confronti, in un modo che egli stesso sapeva conflittuale, per essere distante dal puro dominio della bestia; eppure, al contrario di Angelus, l’ibrida natura che avvertiva in sé e lo avvicinava a Drusilla gli pareva in fondo un vantaggio per la caccia stessa, qualora fosse stata pienamente compresa. Occorreva approfondire l’umanità fino a svelarla: poiché esiste un momento in cui anche la più efferata azione dell’uomo lascia disarmata e disponibile la vittima, che nell’estremo terrore si avverte simile, e per questo disperatamente smarrita, di fronte al suo carnefice.

In quel momento la crisalide di un amore avrebbe soltanto risparmiato una vita per non porre fine troppo rapidamente al proprio lacerante diletto: per questo motivo Angelus aveva fallito, trattenendo con un vigore che lo rendeva sospetto lo spirito demoniaco della caccia.

Per evitare il suo incessante temporeggiamento occorreva condurre con lui Drusilla, e lo stato di lucida rievocazione nel quale ella si trovava sarebbe perfettamente servito a trasfondergli il piacere fisico del possesso, facendone un buon alleato, questa volta.

“Dovunque sia tua madre, è il momento di accoglierla come farebbe una figlia”, disse infine a Drusilla. Lei gli sfiorò le labbra, mostrando un sensuale timore verso il contatto, e rispose: “Oh sì, andiamo, mia dolcezza”.

Muta e impaziente un’ombra li seguì.

Sunnydale High School, biblioteca, le 21.47.

La attendevano da venti minuti, che erano parsi innaturalmente gravosi perché carichi del presentimento che non sarebbe venuta; insieme li tormentava il fatto che quell’ansia fosse tanto più dannosa in quanto doveva imputarsi all’obbligo, alla passiva imposizione del dovere emergente dalle loro aspettative, e che fosse tanto meno nobile quanto maggiore era l’attesa per l’Ammazzavampiri piuttosto che per Buffy.

Fu Xander, con un tono monocorde e vagamente assente, a spezzare il silenzio:

“Qualunque cosa accada, c’è un lavoro da fare. Se è vero quello che dice il signor Giles, se la Bocca dell’Inferno sta davvero cambiando, ci serve un modo per evitare che raggiunga il culmine del suo influsso. Questa volta non importa quanto l’Ammazzavampiri sia efficiente, riuscirebbe solo a ritardare la tragedia se noi non trovassimo una soluzione”.

Willow si limitò ad annuire, avvertendo un’imprecisato disagio, che subito, con un impeto di interiore decenza, volle soffocare affinchè quanto di spiacevole la lusingava come sinuoso bisogno di una soddisfazione e amaro desiderio inespresso non la distraesse dalla ricerca.

“Tra poco Buffy arriverà; non ha senso attenderla senza fare nulla. Mettiamoci al lavoro ”, concluse Giles.

Avevano fino a quel momento appurato che la Bocca dell’Inferno acquisiva una sorta di potere rigenerativo, dovuto principalmente alla liberazione istintuale di pulsioni violente, sia che esse provenissero dai vampiri, sia dai loro antagonisti. Era sufficiente a nutrirla l’erompere dell’omicidio, la cancellazione di un distacco tra la minaccia e la sua soppressione, un distacco di vita e pensiero, quale poteva esser tolto da una prescelta che, per contrastare i demoni, attingesse ad una forza immediata ed originaria, distante dalla debolezza e precarietà umane, in tutto dunque simile allo scatto animalesco di una compenetrazione della vitalità e, contemporaneamente, della cieca azione e sopraffazione.

In Buffy non era alcuna colpa, ma un compito, che poteva aver senso solo in relazione al male da estirpare ed in esso, prima o poi, doveva pertanto rispecchiarsi.

D’altra parte, se il trionfo sui vampiri costava una più intensa capacità di attirarne da parte della Bocca dell’Inferno, allora si doveva trovare un modo per bilanciare la crudeltà liberata con una parimenti originaria innocenza.

Willow, continuando a fissare l’antico testo tra le sue mani, disse ad alta voce:

“Se esiste solo questo modo, temo che non avremo speranze”.

Giles rimase per qualche tempo silenzioso, avvertendo l’inermità che i suoi studi non potevano in quel momento sconfiggere, e poi soggiunse:

“Se esiste un modo, allora c’è una speranza. Dicci che cosa hai trovato, Willow.”

Ella deglutì e poi, con un velo di incredula illusione, parlò:

“E’ scritto che per contrastare la Bocca dell’Inferno si deve trovare l’opposto di ciò che la rinvigorisce. Ma se continuiamo a combattere i vampiri, la assecondiamo. Se non lo facciamo, siamo spacciati. Dovremmo trovare…”

Fu Xander a completare la frase:

“Un vampiro che si rifiuti di combatterci?” e poi mormorò irritato: “Non è possibile”

“Lo è stato”.

Buffy pareva completamente priva degli indefiniti timori che l’avevano turbata, incessanti, fino a quel momento. Tuttavia proprio la certezza del suo incedere poteva essere una diversa certezza, un verdetto irrimediabilmente impenetrabile ad altre coscienze.

“Oppure avrete un’Ammazzavampiri che si rifiuta di essere se stessa”, aggiunse poi con una  misurata fermezza, che dissuadeva dalla facile attribuzione di quell’atteggiamento ad una persistenza ancora non risolta dell’immagine amata di Angelus.

Vicinanze della Sunnydale High School, le 22.06.

Fiutava l’aria come se potesse discernere, nelle desolate brezze notturne, inosservate tracce delle esistenze che, alla luce, avevano percorso quei luoghi, inconsapevoli dell’inavvertito abbandono che così, solo passando, si verificava, una sorta di marginale indiscrezione, dal momento che nel semplice, privato atto dell’esistenza trascorsa, condotto nella membrana ottundente del quotidiano, era loro capitato di spargere segni minimi di intensa individualità.

“Sento anche il suo profumo”, ella si disse.

“Avrebbe potuto nascere tra le mie mani”, precisò subito dopo sorridendo con ambiguo rimpianto, come se le dispiacesse aver perso l’occasione di appagare una sua velleità e, allo stesso modo, si rammaricasse del sentimento velatamente perverso che vi si agitava.

Al suo fondo, traslucido lucore di una umanità pressoché sepolta, giaceva il ricordo di una persona ed una natura un tempo esistite in lei, in tanto dolorose, in quanto si trasponevano nella dualità di un ostacolo all’azione e del suo pungolo, distante sete di vendetta per la pena sorbita.

“Ma ora la vedremo, finalmente potremo vederla!”, sospirò senza nostalgia, pregustando un evento alla sua portata più che la sua a lungo irrealizzata speranza.

“Che peccato! Se fosse rimasta a Praga…”, s’interruppe, cercando di riprendere un capo sfuggente della memoria, e, dopo una breve pausa, con il gusto di una consapevolezza pienamente riguadagnata, proseguì: “…Sua madre”.

Improvvisamente un sibilo, più rapido della sua attenzione, la attraversò articolandosi insieme nella contrattura del volto e nell’improvviso bagliore giallastro degli occhi: “Chi viene dunque alle mie spalle? ”, domandò con assaporata ostilità.

“E chi potrebbe?”, sarcastico rispose Angelus.

La donna ebbe un sussulto alla vista di quel volto, che riconobbe con sconvolgente chiarezza.

“Il mio sire; e il mio nemico”.

Con tono sprezzante Angelus le rise contro:

“L’eternità dovrebbe permettere il perdono. Io ti ho donato l’una e tu non vuoi nemmeno concedermi l’altro? ”

“Sei un uomo, è per questo questo che abbiamo rinunciato, non è vero?”, si spiegò ansiosa, chiedendo conferma alla sua più profonda coscienza con l’impeto collassato di un astioso sospiro. Voltasi altrove dal suo interlocutore, sembrò fiutare l’aria; infine tornò a fissarlo e, con un tono più dolce, di una tenerezza però costernata e velenosa, soggiunse: “Nessun uomo può subire il dolore che ci è stato inflitto; voi non sapete che cosa sia partorire”.

Prima che le fosse offerta una risposta, fiutò di nuovo ed una sorpresa smorzata dal presentimento le dipinse in volto una disfatta maschera di sorriso:

“Lei, dunque, è ancora con te”.

Drusilla si fece avanti nella luce lunare, con un incontrollato bisogno di esporsi e fissare la donna, svelando a Spike la ragione delle sue più recenti crisi. 

“Ti ricordi mia sorella? ”, le chiese con una serietà non dolorosa, in certo modo rituale, “Io ho trovato un padre e ho trovato un amante. Solo una madre attende il suo destino”.

La donna tacque.

Sunnydale High School, la biblioteca, ore 22.56.

A Giles non parve inaspettata la reazione di Buffy e tuttavia non potè evitare di avvertire la caduta di un esile convincimento opposto, per cui ella avrebbe continuato con impersonale furore a scagliarsi contro i suoi avversari; per questo in parte si disprezzò, perché un simile esito si adagiava nella continuità degli atti e nel suo vizioso procedere, senza veramente affrontare il mutamento intervenuto.

Si limitò a constatare:

“Così hai deciso di abbandonare il tuo ruolo”.

Buffy, ghermita da un silenzio più di fremito che d’indecisione, gli rispose infine:

“Non abbandono il mio ruolo. Solo, non ha più senso mantenerlo”.

“Ehi, e di tutte quelle magliette con scritto Salvato dall’Ammazzavampiri adesso che me ne faccio?”, intervenne Xander quasi inconsapevolmente, con tale improvvisa veemenza da far supporre più d’un semplice scherzo, poiché discrepavano le sue parole dalla sanguigna animosità con cui le aveva dette.

Buffy proseguì:

“Non lo amo. Non lo amo più, ormai: non è questo. Ma io l’ho amato, ed era un vampiro e continuava a nutrirsi di sangue e tentavamo di conviverci. E adesso, ogni volta che ho di fronte lui o qualcuno come lui, non posso credere che sia necessario ucciderlo.

Se lo uccido sono come lui; se non lo uccido è perché penso che potrebbe essere come me.”

Willow osservò subito:

“Questa volta è diverso. L’Ammazzavampiri non può risolvere tutto, ma abbiamo bisogno di qualcuno che ci protegga”.

“Che cosa è successo?”, domandò Buffy.

“Beh, in parole povere abbiamo scoperto che più Succhiasangue polverizzi, meglio funziona quella cordiale autostrada dal fondo dell’Inferno a qui”.

“In effetti…in parole povere. La Bocca dell’Inferno sembra nutrirsi della crudeltà, sia essa demoniaca o umana, per aumentare la sua influenza. Ci serve una strategia completamente nuova.”, terminò Giles.

Quelle parole riuscirono a Buffy in parte piacevoli e la indussero, per un momento, ad accantonare il senso di colpa per essersi in tal modo rallegrata di un più cupo avvenire, così da concederle un poco di sollievo, prima che pensasse alle nuove e maggiori difficoltà, a cui non seppe come reagire fino a quando la porta d’ingresso del corridoio principale non fu forzata sui cardini con indecifrabile e monocorde voce di lamiere, spingendola nell’immemore frenesia dell’attività.

Willow balzò in piedi a quel suono e comunicò il suo sussulto al sottile ciondolo che indossava, una mezza falce lunare terminante alla piatta estremità con una sottile cuspide che avrebbe forse dovuto incastrarsi in un opportuno alloggio e completare la figura, permettendone la ricongiunzione.

Sunnydale High School, atrio, le 22.58.

Aveva dovuto rivelare loro ogni cosa.

Drusilla l’indagava con occhiate di un affetto perverso, infiammata com’era dal compimento delle visioni che l’avevano continuamente trafitta con l’immagine della sorella dilaniata; lei stessa ora respirava nella divorante sete del suo assassino, intendeva vedersi in esso e raggiungere la coincidenza che l’avrebbe finalmente resa libera irrimediabilmente sprofondandola nel suo dolore, fino al fondo ed all’insensibilità con cui si beve il liquido caldo e aspro nel quale si venne concepiti.

Benchè la donna, che all’estremo atto era destinata, si sentisse tortuosamente rimordere e vibrare di supplicante repulsione, ella sapeva che inscritto nel suo spirito e celato come tensione in ogni fibra stava ciò a cui era spinta; d’altra parte non tollerava che fosse proprio la sorella della sua prima vittima (poiché le sue mani ne avevano liberato il maligno segreto) a suscitarne, segno e incancellabile ingiunzione, l’inevitabile pasto, ricongiungendolo al suo principio.

Spike, in parte disorientato, si compiaceva in fondo di quell’imprevisto rivolgimento, che avrebbe indebolito i loro avversari e reso inestricabile l’intreccio delle passioni, del quale infine con freddezza egli avrebbe saputo approfittare:

“Signore, è il caso di andare”.

Drusilla, tremando di piacere, attinse ad un profondo respiro, e s’avviò dicendo, senza voltarsi:

“Verrai con noi, non è vero?”; poi giunse le mani e si strinse nelle spalle: “Saremo una famiglia, finalmente”.

Angelus era affascinato da quella perfetta simmetria, che lo riconduceva al soggiogamento di Drusilla e gli avrebbe reso il trionfo sull’Ammazzavampiri; l’avrebbe presa alla fine, al culmine della disperazione. Forse avevano qualche estrema risorsa, ma non sarebbe servita che a protrarre una inutile resistenza. L’avrebbe presa nella disperazione.

Forzata la porta principale, percorsero il corridoio che conduceva alla biblioteca in silenzio. Né udirono rumori provenirne, cosa che li rese più cauti e più bramosi.

Angelus era intensamente scosso dal piacere che gli si prospettava; si trattava di una sensazione ambigua, non veramente individuabile quanto piuttosto istantaneamente ricomposta e disfatta dal tumulto di stati accidentali che vi prendevano parte.

Dicendo di provare ira, timore e sfrenato trasporto egli non avrebbe colto nulla in sé, poiché nulla in tal caso gli stava di fronte risolvendosi nella visibilità di un’osservazione; al contrario il fondo nascosto di ogni moto e persino delle dense figure che gli apparivano, i volti di Drusilla e della levatrice, la convergenza prospettica delle pareti e le livide lampade proiettanti cerchi di luce eccentrici, la natura stessa di quanto lo circondava apparteneva alle caotiche contrazioni che avvertiva percorrerlo.

Tuttavia, per essere la stessa coscienza che se ne sentiva attraversata, egli ne traeva un dissociato e molesto godimento, sebbene dal taglio sottile, poiché con violenza estrema gli era conculcata una sete d’appagamento e d’omicidio a cui sentiva di dover obbedire coma ad una tragica mancanza di cui cercasse il compimento. Qualcosa, in effetti, simile a nostalgia; che provò all’atto di spalancare le porte della bibilioteca, presentendo l’immagine, veramente agognata, di Buffy e con essa la seducente indecisione nei suoi occhi e l’incontrollata esilità della tutela di altre vite.

Riscuotendosi dal culmine del suo vagheggiamento, Angelus s’impose una superiore attenzione, poiché s’attendeva qualche tranello.

Vide infine la sua amata, al suo fianco Giles, Willow e Xander, immobili; erano immobili e silenziosi, come se avessero spontaneamente rinunciato ad ogni risorsa.

Furono sorpresi dall’apparizione di quella donna sconosciuta, accesa di perfida riluttanza, senza poter decidere se fosse trascinata o stretta in un abbraccio da Drusilla.

Fu lei ad esporla, in certo modo, alla vista dei  nemici, e le sussurrò:

“Vai, madre mia, vai da tua figlia”.

Spike restava nascosto, contenendo i suoi più ferini impulsi per scaricarli nell’immediatezza del trionfo; fissava l’Ammazzavampiri.

Giles, avendone indovinato gli intenti s’era preparato ad intervenire contro di lui; solo Buffy poteva fronteggiare Angelus e, come aveva loro rivelato, lo voleva.

Drusilla osservava con infantile diletto e trepidazione la sua vittima avvicinarsi cautamente, senza minacce, a Willow. Ella non arretrò ma la vide fermarsi a pochi passi da lei, nello sforzo di attingere ad un discorso ritessuto per molti giorni prima di quel momento, animata da una pantomimica commozione, il triste tentativo d’affatturare un sentimento forse provato e poi perduto: “Avrei voluto che fossi rimasta a Praga…”, premise, e dopo un colpo di tosse volle precisare: “Non ho potuto vederti prima d’ora, ma l’avrei voluto, l’avrei voluto…”.

Abbozzò un passo avanti e cercò, con incerta dolcezza, di aggiungere più lentamente: “Figlia mia…”, accrescendo l’impazienza di Drusilla e lasciando Willow sconcertata e del tutto indifesa, incapace di reagire a quella debolezza che pareva crudeltà e sincero affliggimento frammisti.

Ad un tratto una voce fobica ed affrettata prese il sopravvento, la donna ritrasse di colpo la mano che stava protendendo chiudendola a pugno in petto, e disse ansiosamente:

“Ma è stato un bene, non ti avrei mai più vista se fossi restata…mi hanno inseguita, urlando…urlandomi che ero ebrea…il sangue della bambina e della madre…una povera donna inseguita. Come potete…come potete credere ai vampiri? Folli! Non vedete le mie mani? E’ il sangue del parto, non capite?”, a quel punto si curvò in avanti allentando il pugno ed abbandonandosi le mani in grembo; respirava pesantemente, senza pianto.

Drusilla, adirata, la ghermì per la gola e la lasciò subito dopo per gettarsi su Willow. All’intervento di Buffy in suo soccorso Angelus le si parò davanti: “Ciascuno ha il diritto di restare solo con chi ama per un po’, non è così?”. 

Buffy restò in silenzio e Giles, fingendo di volgersi distrattamente, estrasse da una consunta borsa di cuoio un tizzone e, immediatamente dopo, una manciata di polvere da sparo, che gettò contro Spike, a cui quell’azione repentina era parsa una chiara minaccia da estirpare al più presto, con la fretta di chi qualsiasi insignificante accadimento incontrollato avrebbe condotto al fallimento. La polvere dovette indurlo tuttavia ad un lampo d’indugio nel quale fu costretto a rendersi conto che qualcosa gli era stato scagliato addosso, e questo solo attimo fu sufficiente a Giles per accendere il tizzone e colpirlo, così da disorientarlo a causa della reazione esplosiva.

Mentre l’impeto dell’attacco in parte recedeva di fronte al bisogno di ricomporre all’ordine la sua guardia, Xander rovesciò, disegnando un arco, un denso liquido che prese fuoco al contatto con la fiamma del tizzone: non appena l’incendio si fu levato, Xander vi gettò un globo di Teshula, che s’infranse in un vitreo e riverberante vapore di schegge.

Lo spirito di Spike si fissò mentre si consumava ed esisteva consumandosi in quei brevi dardi luminosi: non fu questa volta la sua umanità un mezzo per divenire più atroce e spietato, attraverso il distacco dalla corta considerazione del demone, che si dibatteva in un corpo reso immortale ma pur sempre esposto all’insuccesso e alla frustrazione, abbandonato all’accidentalità degli eventi ed al limite di una prospettiva, che richiedeva con ciò il servigio tutelante di una memoria ed un discernimento inevitabilmente mortali.

In lui si sollevò il senso dell’estenuazione di quell’umanità: poiché il suo stesso uso la manteneva oltre una soglia di mera repressione e disfacimento, le conferiva un vitale intreccio con gli appetiti e i bisogni del demone; e così tenendola più che animata, perché infatti attiva ed implicata in multiformi esercizi, disposizioni, consigli, la costringeva, compromessa com’era con le cose per il fatto di aver condiviso e di intrinsecamente condividere, in quanto umana, con loro la medesima caducità, ad avvertire pienamente in sé lo smisurato ed incurante male al quale era sottoposta come strumento, ma uno strumento singolarmente ricettivo e pulsante.

Il golbo di Teshula rifletteva, nel mistico fuoco appiccato, la varietà delle torture e la loro indefinita protrazione, inducendo in Spike un’ambiguo effetto di attenuata disperazione; la fioca luce del suo spirito originario era fuori di lui ravvivata, al punto che ne avvertiva la mancanza in un modo vuoto e cocente, come la solitudine in un deserto, che infine trova nella omogenea oppressione inflittale un motivo per assecondarla con indifferente passività.

Al tempo stesso la sua umanità circolante come sangue, si ramificava e declinava diversamente nel bestiale volere che ne muoveva le azioni, e dunque persino l’impeto distruttivo volto contro le fiamme contribuiva ad accrescere il suo travaglio.

 

Sunnydale High School, biblioteca, le 23.37

Angelus le si era avvicinato con calma, la tranquillità difforme tuttavia dello scherno, in cerca d’una espressione chiara ed avvertibile quale mascheramento cui aggrapparsi per celare l’impreciso tremore, fatto da discontinuità, talvolta aguzze, ed inspiegabili vuoti, che offriva al suo tentativo di dominarsi soltanto nuovi squilibri.

Il ricordo di Drusilla lo sfiorava come un indolenzito solletico ed ogni attenzione verso Spike s’era dissolta, quando giunse di fronte a Buffy e le strinse le braccia, sussurrando:

“Sei felice di vedermi?”

Ella non rispose, sconvolta dal brusco sovvertimento della pacata angoscia nella quale da tempo stava sprofondata; era come se tutte le congetture sulla sua futura condotta, amaramente ripercorse negli ultimi giorni, e con esse la decisione ripetuta e drammaticamente infine rivelata, appartenessero ad un distante rapimento che, una volta ammutolito dall’ineludibile presenza dei fatti, si riconosceva inerte per la sua stessa coscienza di non poter più reagire a quanto di criptico ed estraneo le s’opponeva con una meditazione su di sé.

Il suo silenzio e la vena di timore che potè notarvi sollevarono in Angelus, sorprendendolo, poiché credeva, in quella notte, di asservire definitivamente l’Ammazzavampiri, un moto di macerante ira, che ne accrebbe lo sprezzò:

“E’ forse il mio aspetto a spaventarti? O quello che sto per fare? Dovresti sapere che lo faccio da secoli prima che tu nacessi. Mi hai baciato molte volte e sapevi bene chi stessi baciando. Che cosa ti spaventa, allora?”

Buffy si divincolò per sfuggire la presa, ma con un gesto struggente e sconnesso, che non indicava alcun vero proposito di sfuggire ad Angelus né d’altra parte la volontà di restare ad ascoltarlo:

“Lasciami, lasciami andare…”

Alle sue parole fu libera, non senza restare incapace di ogni reazione.

“Vuoi dirmi”, riprese Angelus, con un’inflessione d’ansiosa necessità, quasi credesse di trovare in Buffy la verità sull’indecifrabile angustia che nella sua mente serpeggiava, “come puoi avere paura di chi ami? Credevi di baciare un altro quando mi baciavi, o di amare un altro? E non riesci ad amarmi ora, quando è inevitabile che tu lo faccia? Ero allora ciò che sono ora: le tue labbra, il tuo corpo, desideravano un vampiro”.

Era riuscita, almeno in parte, a pensare una risposta, specialmente perché l’avevano scossa quelle ultime parole, rivelandole nell’insistenza di lui una sottile speranza:

“So che non sei un altro da quello che eri. Non mi parleresti così, altrimenti”. S’interruppe un attimo per studiare, più con trepidante trasporto che calcolante acume, la sua reazione, dalla quale non si evinceva in effetti alcun indizio sulle disposizioni che l’animassero in quel momento. Proseguì: “ Temo che sia tu a non saperti riconoscere perché le tue domande non mi riguardano; riguardano te, ciò che provi”. Con un tono di misurata dolcezza e tenace decisione terminò: “Dimostrami ciò che sei, che io non ho baciato e amato un altro”.

Nella risposta fu scoperta l’ira prima solo vagamente accennata, e fu pronunciata con la difficoltà di un vero risentimento:

“Non capisci, non è vero? Che non sono umano, che sono morto da duecento anni: è questo che urta la tua piccola mente, vuoi provarti che in fondo non hai amato se non qualcuno che fosse simile a te? Guardami ora, mentre sono attratto dal tuo sangue. Questo è l’uomo che ami”, e soggiunse, ricomponendo la foga ad una temperata ma feroce ironia: “Anche se la definizione di uomo è leggermente inadeguata”.

A questo punto la strinse alla gola, la fissò, indugiando per un momento nei suoi occhi, dopo che la ebbe tanto vicina da impedirle di sottrarsi al suo sguardo, e la respinse con violenza indietro.

Buffy colpì duramente una massiccia scaffalatura ma la sua immediata preoccupazione fu il senso annaspante dell’impotenza, l’incapacità irreversibile di convincere Angelus, di capovolgere le cose o renderle quali erano state prima d’essere capovolte. Non volle credere di avere da sempre amato qualcosa di inumano e ciecamente crudele poiché sapeva che, nelle sue parole, si nascondeva un’ombra a lei affine, una distante traccia che li congiungeva.

Mentre con tenacia consolidava nell’animo questa convinzione, sebbene con l’effetto contrario di  scorgerle, con progressiva evidenza, sottesa una tragica inermità, il suo campo visivo fu all’improvviso dilatato, squarciandosi sul resto della scena. Le parve d’essere strappata alla sua vita e di colpo, quale osservatrice, trovarsi coinvolta in una rete di conflitti a lei alieni: Spike se ne stava piegato, in ginocchio, come se avesse perduto la capacità di orientarsi e restare in equilibrio, né riusciva ad erompere in un impeto di volontà omicida, poiché ogni tortuosità del suo ibrido spirito gli si ritorceva contro mostrandogli come un oggetto orribilmente spontaneo e indipendente ciò che egli era. Quando Drusilla riconobbe nella sua vaneggiante perdizione ciò che lei stessa aveva molte volte vissuto, trasse a sé con astio la levatrice di sua sorella, e, rinserrandola nell’ambiguo abbraccio con il quale l’aveva condotta nella biblioteca, ne forzò le azioni avvicinandola a Willow.

La donna, sentendosi costringere, iniziò a parlare con affrettato accoramento, mediando a stento la sanguinaria brama che l’aggrediva con il bisogno estenuato di una parola che la svelasse agli occhi della sua pronipote: “Lo sai, conoscevo tua madre…era molto piccola”, sibilando, con un altro tono di voce, si sovrappose al suo discorso, precisando: “E fece bene ad andarsene, da Praga…abbiamo tenuto metà del suo cuore e ci bastava”. Osservò per un attimo Willow e, in un falsetto lamentoso, aggiunse ancora: “Ma avremmo voluto vedere, prima o poi, nostra figlia, che era salva e non avrebbe dovuto soffrire come noi…”; a questo punto, con una voce più graffiata ed incalzante, chiese: “E tua madre sta bene? Ha tanto sofferto per poterti rivedere, l’hanno cacciata, una povera donna…ci hanno cacciata perché dicevano degli ebrei ch’erano vampiri…come si può essere così folli?…Il bambino mi fissava, ma era solo il sangue del parto…”.

Drusilla le conficcò nel petto le acuminate unghie d’una mano e le intimò:

“Sta’ zitta! Tu hai ucciso mia sorella, tu hai trascinanto fuori dal suo ventre quella creatura orribile! Tutte le madri, tutte le madri devono essere uccise! E i figli, i loro figli: uccidi tua figlia!”

La donna le rispose, con voce supplichevole, avvinghiandosi alla viziosa insolubilità della pazzia a cui era stata condannata: “Il bambino, il bambino ci fissava, con gli occhi del tuo Sire…con quegli occhi l’ha divorata…noi fuggimmo e lui ci accolse di nuovo, con quegli occhi”. Smise di parlare come travolta da un’ondata istintuale oltre il suo controllo e, liberandosi dalla presa di Drusilla, s’avventò su Willow e la spinse a terra.

Sunnydale High School, biblioteca, ore 23.57.

Angelus si rivolse a Giles e Xander, attendendo che l’Ammazzavampiri intervenisse.

Disse: “Dev’essere qualche trucchetto di Miss Calendar, non è vero? Un globo di Teshula, il riflesso del passato, la colpa…sapete, ci sono già passato”.

Xander si sentiva ormai spacciato e fu l’urgenza di questa consapevolezza a fargli dire:

“L’hai proprio voluto, dovremo usare la nostra arma segreta…perché abbiamo un’arma segreta, non è vero? Intendo, diversa dalla fuga”.

Chiedendolo si rivolse a Giles, nel quale un’aspra costernazione si ripiegava su di sé, probabilmente a causa del nome pronunciato da Angelus, con una tale immediatezza da contrastare il labirintico rivolgimento che in lui s’era verificato al solo udirlo.

Giles non non guardava più Angelus, non aveva la forza di commiserarsi e fu per questo che, con l’impassibile serietà della premeditazione, quando gli fu addosso, gli sferrò un colpo alla gola con il gomito ricacciandolo indietro e provocandone forse il divertimento, fino a quando, alle sue spalle, un braccio ne avvolse il collo stringendolo senza che potesse liberarsi.

Fu in parte sorpreso, in parte compiaciuto, poiché lo divertiva quella sfida, dalla voce che l’accusò:

“Come hai potuto trasmetterci la disgustosa malattia del tuo sangue a metà umano? Non può farsi Sire un essere imperfetto, contagiato dalla sua pavidità”.

La prima impressione, in certo modo dilettosa, mutò ben presto in ribollente odio, simile all’affetto di un padre che vada orgoglioso dell’audacia con cui i figli cerchino di contrastarlo quando scopra, infine, che non è più in grado di controllare la loro ribellione e l’ardore dal lui alimentato ne reclama infine le ceneri.

E tanto più quella domanda lo avviliva, non senza accendere in lui il delittuoso bisogno di una più sfrenata ritorsione, dal momento che non era pronunciata dal deforme spasimo di un demone ma s’arcuava in una concavità umana, accogliendovi uno strano, estremo accoramento, che a lungo, come in quell’istante s’accorse, aveva represso senza poter eliminare.

Spike, sopraffatto dal suo lato mortale, lo vide sigillo del fallimento, ostacolo e condanna delle sue azioni: “Almeno da te”, gli inveì digrignando i denti, “estirperò questa maledizione”.

E non si rese conto, in quel gesto, d’essere profondamente affine a Drusilla, che intanto, con nullificante stupore, lo guardava, innervosita da quell’evento che capovolgeva i fatti strappandogliene il senso. Non sopportando, inoltre, l’indugio della bisnonna di Willow, le graffiò il ventre a sangue, incitandola a ripetere il sacrificio di un tempo, divorando una figlia, in modo che lei potesse avventarsi sulla madre, traendone la salvezza dalle fruscianti voci e distorte visioni che sempre l’attanagliavano.

Willow, come svuotata da ogni coscienza, osservava inerte svolgersi quella scena singolarmente contraddittoria, in cui percepiva il dolore della donna e la prossimità emotiva che sembrava voler instaurare nei suoi confronti ma, al tempo stesso, ne vedeva bene l’affetto mostruoso, l’inumano e letale abbraccio nel quale anelava stringerla.

La vide accostarsi al suo volto, come per sussurrarle qualcosa nell’orecchio, una sommessa cantilena, una filastrocca forse, ma resa grottesca dai singulti nei quali era rotta: ben presto quel franto struggimento si disfece nella ruvida profondità di un respiro, ed allora capì che stava per morderle il collo.

La sua prima sensazione non fu tuttavia un brivido inconsulto ma il riflusso di una memoria mai avuta, lo scioglimento dell’immobilità nella quale era piombata in disorientata compassione: Willow era ora in grado di accettare la presenza di quella donna come un’imprecisa consuetudine e provava per lei più d’un indifferente sorpresa, sebbene non sapesse in quale modo manifestarlo.

La invase una inattesa pienezza emotiva per cui s’avvertiva disarmata e disponibile, innaturalmente simile, e per questo disperatamente smarrita, di fronte al suo carnefice: la mancanza d’una direzione a questo suo immediato, toccante trasalimento, lo ridusse a semplice adagiarsi nelle cose, mutata la cura per esse in lontana favola, trascolorato il timore in empatico abbandono.

Attese la penetrazione ed il taglio dell’epidermide ma, anziché la fredda presa di denti, percepì languide carezze di setole prima, l’indistinto posarsi, poi, d’una fine polvere.

Buffy stava in piedi, ansimando per l’ingiustificata necessità di quel gesto, accanto a lei, nella destra un aguzzo paletto.

Drusilla, vedendo sfaldarsi la sua unica possibilità di redenzione, si ritrasse indifesa e potè solo gridarle: “Smettete, smettete di uccidere la mia famiglia! Hai preso mia sorella, non ti basta? Quando smetterà, quando smetterà…? Hai preso mia sorella e hai preso sua madre, quando smetterai?”

Buffy resto in silenzio, inorridita, osservando nel volto di Drusilla i suoi stessi lineamenti, la sofferenza intima e perversa che le derivava dalle vessazioni a cui Angelus l’aveva sottoposta; delineò le labbra che, prima delle sue, l’avevano baciato, e non erano diverse dalle sue; il corpo che l’aveva amato e l’insopportabile dolore che l’aggrediva, ed aggrediva lei, senza distinzione, dissolvendo le coscienze.

Quegli occhi giallastri dalle pupille serpentine, le sottili narici da rettile ed il setto corrugato non erano altro dal sovrumano, abbagliante pulsare in lei di una forza ignota ed oltre ogni controllo, infinitamente lontana dalla sua volontà e per questo tanto più vicina ad essa. Nondimeno sapeva con certezza che, alla minima reazione di Drusilla, sarebbe scattata implacabile, forse più che mai, poiché finalmente poteva vedersi e scrutare in tal modo il nemico, e con fredda, assetata precisione ne avrebbe estirpato il demone.

Non sapeva più separare la sua natura dal dovere che le imponeva e per questo, seccamente odiandosi, disprezzò la prontezza con la quale cedeva all’Ammazzavampiri: al tempo stesso un soffuso languore si diffranse dall’aspra ritorsione dell’odio su di sé, rivelandole l’unico, tenue legame al quale non era ancora in grado di rinunciare, e che segnava il suo spirito.

Willow, incerta, non sapendo se concederle il suo perdono né se fosse in suo diritto farlo, le s’appoggiò, in silenzio, le guance rigate da lacrime.

 

Sunnydale High School, biblioteca, le 00.05.

Drusilla, sopraffatta dal panico, chiamò disperata Spike, con un tono a metà tra la supplica e l’estrema ingiunzione, desiderando contemporaneamente che accoresse in suo aiuto e che strappasse la vita di Angelus.

Giles era trafitto dalla terribile oppressione in cui quel casuale accenno di Angelus l’aveva gettato; passioni oltre il suo controllo, ottuse negazioni ossessive del distacco ripetevano il loro maledetto rito nella sua mente, impedendogli di riemergere infine ad una risoluzione. Xander decise di scuoterlo e condurlo dov’erano Buffy e Willow.

Angelus aveva gettato a terra il suo avversario e, dopo averlo afferrato per il bavero della lunga giacca di pelle, mosso probabilmente dall’esito meccanico di un iniziale risentimento, gli aveva sorriso accettando con pura gioia animalesca quella sfida, lo scarto della creatura cui egli aveva donato il male dell’eternità, per rinnovare la propria supremazia ed anche, ma in modo larvato e con una continuamente rimossa urgenza, per ritrovare la distanza del soggiogamento e respingere l’accusa mossagli. Non avrebbe ammesso che la sua sconfinata crudeltà avesse una radice umana e scaturisse da un mortale tormento ed il fatto di rifiutarlo gli pareva già di per sé intollerabilmente sospetto, al punto che doveva essere affogato nella lotta.

Spike, a terra, si accarezzò il volto e constatò sarcastico:

“Sei molto abile, Angelus, nell’ottenere il massimo svantaggio dalla tua posizione. Comincio a capire perché non hai ancora ucciso l’Ammazzavampiri”. Si alzò lentamente, offrendo a Drusilla, alla quale si trovava ora più vicino, una rassicurante occhiata, invitandola tacitamente ad attendere che risolvesse lo scontro; arretrò come se studiasse il suo antagonista e, improvvisamente, senza nemmeno girarsi, afferrò il polso di Buffy e le strappò il paletto che reggeva in mano.

Colpì alla nuca Xander, che s’era subito interposto tra lui e Buffy, stordendolo, e trascinò lei con sé di fronte al suo antagonista, puntandole al cuore il paletto.

Angelus lo intimò scandendo: “Lascia immediatamente la mia preda”.

“Non temere. Sanguinerà, urlerà, ma non avrai polvere tra le mani una volta che gliel’avrò conficcato nel petto”.

Prima che terminasse Spike si trovò addosso il suo Sire e, non appena lo ebbe a portata, scoperto nel frenetico oblio dell’assalto, ruotò il polso orientando la punta del paletto verso di lui. La spinse in avanti e tuttavia la sentì configgersi in una densità insolita, che non svaniva, e, quale inusitato contraltare, gli mostrava la vincolante concretezza del suo dolore, della sua incoata, persistente umanità.

L’avambraccio di Buffy, quasi trapassato, proteggeva Angelus e bloccava Spike: per qualche attimo rimasero tutti quanti silenziosi e incapaci d’ogni iniziativa, scrutando la stridente comunanza che li aveva resi compagni sanguinari. Buffy colpì Angelus alla gola per allontanarselo; poi sferrò un calcio alle caviglie di Spike sbilanciandolo, in modo da potersi volgere rapidamente e, estrattasi l’arma che recava in corpo, non sapeva se una tragica e spaesata ira quale sentiva percorrerla o soltanto il dardo ligneo, ridurlo in suo possesso, scongiurando un possibile intervento di Drusilla.

Ella in realtà non avrebbe potuto fare nulla, atterrita com’era dall’immagine di Willow in lacrime: si rivide di fronte al cadavere di sua sorella, sfigurato dal bambino appena partorito e reso vampiro da Angelus, che come un incubo indicibile era entrato in quella stanza, frusciando ossessivo, l’intangibile evanescenza di tende scosse dal vento notturno, condanne ed allucinazioni. Ed osservò, nella vittima che avrebbe voluto sacrificare, la medesima attonita incrinatura, l’inflessibile norma di desolante corruzione della quale era stata costretta a compenetrarsi, sentendosi inoculare l’estraneità immensa del male, in eterna deriva nel delirante soliloquio del suo rifiuto di sé.

Buffy si rivolse a Spike, con drammatica consapevolezza:

“Vattene, con lei; prima che scopra quanto possiamo essere simili”, e dicendolo stese lentamente il braccio fino a centrare la sua pupilla con l’estremità del paletto.

Egli si rialzò, senza poterle rispondere, e raggiunse Drusilla: Angelus era già scomparso.

Giles colse tra l’Ammazzavampiri e i due vampiri una segreta intesa, per quanto disconosciuta e rigettata, nella quale allignava l’impossibilità di consolare Buffy o davvero percepirne il conflitto.

Non contava più l’amore per Angelus, sebbene ella fosse dominata da un sentimento non meno viscerale; persino in Xander, che s’era da sempre sforzato di trovare un ordine a quel mondo paradossale nel quale era stato gettato, provò un sussulto di rabbrividente gelosia per la scoperta diversità che Buffy mostrava, sentendosene tutto intero escluso, al punto che lo stesso amore o coraggio a cui potesse affidarsi restavano irrimediabilmente confinati in lui e destinati a non oltrepassare, per esserne scaturiti, questa appartenenza.

Spike, fronteggiando l’Ammazzavampiri, accarezzò l’amata inducendola a posare la testa sulla sua spalla; indietreggiò nell'oscurità, lasciando la biblioteca perfettamente uguale a se stessa, priva di un marchio che narrasse gli eventi, anonima come i luoghi nei quali si può ancora vivere senza essere rifratti secondo l’antinomica presenza delle cose.

Non poteva più esservi qualche cosa da dire.

Willow, ancora incerta e confusa, fu distratta dal proprio interiore travaglio alla vista d’una traccia della donna che Buffy aveva ucciso o liberato: un sottile ciondolo a forma di mezza falce lunare, terminante alla piatta estremità con una sottile cuspide che avrebbe forse dovuto incastrarsi in un opportuno alloggio e completare la figura, permettendone la ricongiunzione.

“L’altra metà del cuore”, si disse. Fuori gridava la Bocca dell’Inferno.

 

 

 

 

 

FINE

 

 

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