LA STORIA DELL'A.S. BARI

 

Più che una storia, quella del Bari è una «saga», peraltro lunga, strana ed un po' matta, come quelle che raccontano i nonni ai loro bambini.
E' lunga perchè interessa quasi tre generazioni ed abbraccia un periodo di tempo che comprende 90 anni.
E' strana perchè, pur avendo un inizio, non ha una fine ma rivive ugualmente l'odissea affascinante del più antico club calcistico pugliese.
E' matta perchè racconta la vita avventurosa della più stramba formazione del calcio italiano, ribattezzata con l'etichetta di «squadra ascensore» per le sue mortificanti retrocessioni in serie e per le sue esaltanti promozioni.
E' una «saga» che pur riducendosi in tanti brevi spazi di novanta minuti ciascuno, racchiude una somma di entusiasmi, passioni, gioie, delusioni. Un racconto anche per i non più giovani che certamente ricordano i caldi pomeriggi di entusiasmo e di gioia assieme a nebbiosi crepuscoli di dispetto e di amarezza.

Nomi prestigiosi ritornano al pensiero, nomi che restano legati ad immagini di sempre ed immutabilmente giovani, fissate nella memoria, in attimi di generoso agonismo. Il Bari pur non annoverando nel suo lungo cammino scudetti o imprese mondiali, vanta ugualmente la storia più bizzarra e più avvincente per una squadra di «pallone».
Nasce la sera del 15 gennaio 1908 ad iniziativa di un gruppo di stranieri trapiantati a Bari e guidati da Floriano Ludwig e da figli di commercianti baresi capeggiati da Giovanni Tiberini.
La prima squadra è formata dai soci che sono pure giocatori. Da dissidi sorti fra questi giovani, sorge l'Ideale e subito dopo il Liberty (foto a destra): si gioca sui campi di «Marisabella» e di «S.Lorenzo». Il regime dell'epoca vieta i nomi stranieri e cosi' il Liberty torna ad essere «Bari» che si fonde (1928) con l'Ideale.

Il Bari sbarca in divisione nazionale il 15 gennaio 1928 e la città è in festa.Costantino, detto "il reuccio" (foto a sinistra) è convocato e gioca con gli azzurri d'Italia.
La prima serie A (1931-32) sotto la guida di un tecnico di valore, Arpad Weisz scelto dal presidente Mincuzzi, e con il goal di Bisigato (15) finisce bene anche se con uno spareggio contro il Brescia che vede il Bari vittorioso sul neutro di Bologna per 2-1, con due goal di Dario Gay.
Non va bene, invece nella seconda (1932/33) serie A di seguito: nonostante la vittoria di Padova, con i giocatori esultanti, si retrocede anche per 13 rigori subiti. La ripresa è quasi immediata: dopo 24 mesi si torna in A e si gioca (1935/36) nel nuovo stadio «della Vittoria» inaugurato a settembre 1934 da Mussolini.

In A sono sei i campionati di seguito con una certa gloria. Si distingue Giacobbe, ritorna Costantino dalla Roma e viene preso Ferraris IV un ex azzurro, campione del mondo nel 1934.
Il giovane Cesarino Grossi s'impone alla svelta: segna goal a grappoli (21). Sogna di diventare azzurro come Costantino che ritiene il suo «maestro». Lo ribattezzano "il balilla". Poi di schianto, muore, colpito da un fulmine mentre serve, in grigioverde, la Patria in Albania.
Fra i giovani intanto si fa avanti Maestrelli che debutta da centroavanti.

La squadra retrocede in B col massimo dei goal subiti (84) ma risale subito in fretta alla fine del torneo 1941/42 con 49 punti in 34 partite, record mai piu' battuto dal Bari in 34 giornate di B.

C'è poi la guerra: stadio requisito dagli alleati e ripreso col terreno di gioco solcato dai cingoli dei tanks inglesi e con la tribuna squarciata da una bomba.

Il Bari, comunque, nel primo torneo di A del dopoguerra ottiene un lusinghiero settimo posto per merito anche di una difesa fortissima, imperniata sul portiere Costagliola e su Fusco, Capocasale, Pellicani e Giammarco.

L'anno dopo, il grande colpo, con la vittoria sul Torino di Loik e Mazzola e goal di Tavellin al portiere Bacigalupo, 1-0 il 21 settembre 1947(foto a destra).

La squadra, comunque, perde un piccolo campione: Severino Cavone, infortunatosi e mai più ripresosi (foto a sinistra).

Dopo i fulgori della A, e la convocazione in azzurro del portiere Moro, (foto a destra) per una serie di eventi negativi, compreso i lodo Barassi, il Bari finisce addirittura in IV serie, in tre sole stagioni.
Risale con Capocasale in panchina prima in C e poi in B. Ma è il torneo di IV serie (1953-54) che fa scoprire tutto l'amore dei tifosi per il Bari.
Nello spareggio finale di Napoli del 27 giugno 1954, il 2-1 contro il Colleferro con doppietta di Gamberini, si esaltano 100, 1.000, 10.000 e poi addirittura 20.000 partiti da Bari con una grande speranza. E' il primo grande esodo di tifo motorizzato.
Avevano preso d'assalto i pullman, i treni speciali, gli altri mezzi di trasporto. Non si era mai vista una cosa simile. Sulla strada del ritorno faceva freddo e dovevano essere sfiniti per il totale delle emozioni sofferte nel corso della giornata. Ma tutti continuavano a gridare, a salutarsi, ad agitare bandierine. Alla vigilia si sapeva che i casi erano due: se si vinceva doveva essere un trionfo; se si perdeva sarebbe stato un funerale. Ebbene fu qualcosa di più di un trionfo. Episodi indimenticabili. Macchine che non finivano mai. Eroi della giornata, motoscooteristi e ciclisti, definiti «matti da legare».
C'erano persino donne sui sellini posteriori. Tutte le volte che le macchine targate "Bari" s'incrociavano, era la solita scena, il solito grido: «Ce l'abbiamo fatta. Auguri e forza Bari!».
La carovana era chiusa da un drappello di ciclisti: un centinaio di ragazzi che non si erano fatti intimidire dalla salita di Ariano Irpino e dalla lunghezza della tappa. Pigiavano sui pedali felici di essere trattati bene pure dal tempo. Avevano temuto la pioggia che invece li lasciò in pace sia al viaggio di andata che a quello di ritorno.
Bari dava una dimostrazione di forza sportiva che non poteva essere tradita da un risultato diverso. Commoventi i tifosi della Provincia e i baresi residenti in altre zone. Una vera e propria mobilitazione generale dedicata alla solidarietà pugliese con la squadra del capoluogo. Uno spettacolo grandioso.
Il treno speciale era stato composto da 15 vagoni. Altri 2 mila tifosi erano partiti da Bari con i convogli normali. Sessantadue i pullman, oltre 3.000 le macchine private. Oltre un migliaio di Vespe, Lambrette, ciclomotori e biciclette.

Quella del 27 giugno 1954 resterà per sempre una domenica da ricordare. Il Bari non aveva vinto una partita, ma la più grande fra le tante e tormentate battaglie. Aveva battuto la tradizione, i timori, le ansie, l'orgasmo, l'emozione e soprattutto il meccanismo di un campionato trappola oltre alle polemiche che aveva suscitato e alle preoccupazioni che aveva determinato.

La festa più grande, al ritorno a Bari. Direttore delle operazioni di questo giubilo popolare, Peppino Cusmai, nuovo capo della tifoseria barese. Pensò a tutto: alla musica, ai fuochi pirotecnici e a due lunghissime catene di petardi, all'uscita della stazione.
Cinquantamila persone, armate di torce e di bandiere, accolsero giocatori, tecnici e dirigenti al loro arrivo.
Terminava così la storia del Bari di provincia, fatta di ansie, di affanni, di delusioni. Mancava ancora qualcosa: ed il Bari rigiocò di nuovo, ma con altro spirito e con altro entusiasmo, vincendo il titolo di campione di IV Serie. E poi? Poi, dopo tre anni si torna in A sotto la guida di Allasio e con i goal di Paolo Erba che firma gli spareggi contro il Verona, segnando prima a Bologna (1-0) e poi a Roma (2-0).
Si ripetono le stesse scene di entusiasmo della promozione dalla IV serie ed anche dalla C alla B. La folla, gli incontenibili tifosi, sono in festa.

E' serie A con due nuovi stranieri: Bredesen e Raoul Conti ed, in piu', il giovane Cicogna. Esplode Biagio Catalano, un prodotto di casa ma, l'infortunio a Conti contro il Milan (Natale 1960) compromette il terzo torneo di A consecutivo ed il Bari torna in B con una penalizzazione per il "caso Tagnin": un delitto non consumato (nella foto Carlo Tagnin).

Arriva alla presidenza il prof. De Palo e si risale in A con Magni ma si scende di nuovo in B e poi in C. E' davvero la «squadra ascensore». Si ritorna in B (1967) grazie ai goal di Mujesan premiato come miglior cannoniere ma e' ceduto al Bologna in cambio di sei giocatori che contribuiscono al ritorno in A nel 1968/69 sotto la guida di Toneatto.

Finalmente in A, per la prima volta arriva sulla panchina barese Oronzo Pugliese, il mago di Turi. Non ha fortuna e si torna in B. De Palo allestisce una forte squadra ma nello spareggio di Napoli contro il Catanzaro un goal segnato con la mano da Mammi' fa perdere tutte le speranze.

Tre anni in B e poi (dopo il torneo del Bari "dell'onda verde" di Regalia) di nuovo in C e risalita grazie ai goal di Penzo nel 1976-77. Scompare improvvisamente il prof. Angelo De Palo, per 16 lunghi anni alla presidenza. Comincia l'era Matarrese. Ed il nuovo Presidente Antonio Matarrese (poi diventato Presidente della Lega-calcio, Presidente della F.I.G.C. e Vice Presidente U.E.F.A.) viene annunciato alla piazza proprio durante la presentazione del primo libro sulla storia del Bari, scritto da Gianni Antonucci, lo storico bianco-rosso che ha il Bari nel cuore. Dopo quel lavoro, Antonucci scriverà altri 12 volumi sul Bari, ma il primo "Bari Si, Bari No", resta una specie di "best-seller" riproposto ed ampliato nel nuovo libro "Bari 90". Con Antonio Matarrese, il Bari ha un inizio positivo ma non ha eccessiva fortuna. Arriva, poi, Mimmo (Antonio) Renna che non combina molto.

Si cambia marcia: c'è il «Bari dei baresi» (1981/82) e dei giovani con De Trizio e Caricola convocati in azzurro. Per tornare in A, comunque si attendono 15 lunghi anni (1984/85), dopo essere precipitati in C e risaliti in B alla svelta con Bruno Bolchi in panchina e il grand'Uff. Vincenzo Matarrese alla presidenza.
L'avvio è dato dallo splendido goal di Bergossi contro il Lecce. Sotto la guida di Bolchi, la promozione è ottenuta anche con i 20 goal di Bivi. In A il primo goal è dell'inglese Rideout alla Roma.
Il sogno dura un solo anno (1985/86). Poi è di nuovo serie B sino a quando (estate 1988) sulla panchina barese arriva Gaetano Salvemini, pugliese di Molfetta e va in A.
Ed il 21° gettone in A per il Bari porta bene: dal Brasile, con un pizzico di fortuna, arrivano due «cariocas» sconosciuti ma che diventano beniamini della folla: Joao Paulo innanzitutto ed anche Gerson.
E' un campionato onorevole al quale si aggiunge la conquista della Mitropa-cup con un goal di Perrone.

S'inaugura il nuovo stadio San Nicola e, dopo i mondiali (che vede la finalina per il terzo posto fra Italia ed Inghilterra), il Bari va via dal caro «della Vittoria», messo in naftalina dopo 56 anni di onorato servizio.
Non è un campionato esaltante, il primo, al San Nicola: la squadra si salva nel finale dopo aver battuto con una doppietta di Joao Paulo il Milan per 2-1 (che in seguito portera' a 38 le partite esterne senza sconfitte): il Milan sara' sconfitto dopo 29 mesi d'imbattibilita' esterna, il 31-10-93 a Genova contro la Sampdoria dell'ex Gullit). Poi, nell'euforia dei 58 mila posti disponibili, arriva il nazionale inglese David Platt e la punta Frank Farina dal Belgio.

E' un campionato disatro: Salvemini si dimette dopo 5 giornate. Arriva Boniek, ma sbaglia tutto e si va in B.
Tutti parlano di un Bari in B solo per sbaglio. Viene chiamato Lazaroni, il tecnico brasiliano della nazionale "carioca" che aveva già allenato la Fiorentina dopo i mondiali. A meta' campionato Lazaroni è sostituito da Materazzi che chiude con 38 punti (un punto a partita) ed allestisce, dopo la riconferma, una squadra nuova che affronta il «trentesimo» torneo di B, nel quale, soprattutto nella parte iniziale, si toglie la soddisfazione di vincere in trasferta, con una squadra rifatta per otto-undicesimi, con risultati clamorosi: (5-1 a Vicenza e 4-0 a Verona) e di sbarcare festosamente in A nonostante alcune sconsiderate contestazioni di una piccola parte della tifoseria insediata in curva.
Materazzi, sotto la guida di Regalia, collaborato molto bene da Alberti D.S., conduce il Bari in A ottenendo il record di sei vittorie esterne (successi anche a San Siro contro l'Inter per 2-1 e contro il Milan per 1-0) e vantando Tovalieri cannonieri con 17 goal in A, record, fino a quel momento per un attaccante del Bari.

L'anno dopo, per una serie di circostanze definite "strane" (11 rigori contro, molti inesistenti) il Bari finisce di nuovo in B nonostante possa vantare il cannoniere della A, Igor Protti (foto a destra) con 24 goal, record assoluto per una punta bianco-rossa in 90 anni!

Un solo anno in B e, a dispetto di critiche, maldicenze, veleni lanciati da alcuni organi d'informazione, ingiurie ed altro, il Bari sbarca di nuovo in A ripetendo l'impresa del 1941-42 quando, dopo solo 11 mesi dalla retrocessione in B, risaliva subito in A. Un Bari guidato da Eugenio Fascetti (che ottiene, così, la quinta sua personale promozione dalla B alla A) condotto con gran coraggio da Vincenzo Matarrese ma che ha in Nicola Ventola (foto a sinistra) il "gioiellino" che fa vincere anche agli azzurri di Tardelli i "Giochi del Mediterraneo" svoltisi proprio in Puglia e principalmente a Bari.
Ventola, però, si fa male e viene operato dopo 7 giornate di A. Il Bari arranca all'inizio. Poi sorprende vincendo a Vicenza, a Milano contro l'Inter e chiudendo il girone d'andata con 22 punti a centro classifica. Mancini conserva una imbattibilità per 399'. Poi una serie di disavventure anche arbitrali e la squadra si ritrova inguaiata per la lotta-salvezza. Vince, però, a Piacenza ed ottiene la matematica permanenza battendo l'Inter al San Nicola per 2-1. E' un successo personale per Eugenio Fascetti che, per la prima volta nella sua carriera di tecnico, non retrocede dopo un anno di A.



Perchè Galletti?

Ecco la interessante storia del galletto come simbolo del Bari. Oggi sembra una cosa ovvia, ma cinquant'anni fa, per la scelta di questo simbolo ci fu una fiera polemica giornalistica tra due colleghi, entrambi scomparsi, ma che sono stati tra gli iniziatori del giornalismo sportivo in Puglia. Paolo Magrone e Alfredo Bogardo. Il Bari era appena nato dalla fusione tra Ideale e Bari (che era l'ex Liberty con nome già cambiato). Ci voleva un simbolo, come era allora di moda. Fu lanciato un referendum. I colori erano quelli della città: fondo bianco e bordo rosso, i colori già scelti dall'ex Liberty che insieme al vecchio nome aveva anche ripudiato i vecchi colori (bianco e blu, come stemma della Provincia). Paolo Magrone lanciò pettirossi, Alfredo Bogardo propose galletti. E questa idea del galletto, aggressivo, pronto alla zuffa, pronto a lanciare il suo saluto ad ogni giorno nuovo, finì col prevalere anche per quello che di vivace e intraprendente, come è il carattere dei baresi, richiamava agli sportivi. Furono dunque "i galletti". Anche se allora nessuno poteva immaginare che quel nome e quella insegna doveva diventare cinquant'anni dopo una specie di marchio di fabbrica, con tanto di copy-right.