a Edicola Ciociara

 

al Sito di Cassino 2000

Numero 4 - gennaio 2002 

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Giancarlo Pandini, "L'anima rovesciata" prefazione di Annalisa Cima
Un nuovo successo per un uomo di cultura 
A cura di Agorà Edizioni, La Spezia, 42 pagine, a lire 10.000
di Pasquale Maffeo
 
Di Giancarlo Pandini, poeta e critico che ha pubblicato anche volumi di racconti, non pochi lettori seguono il cammino e fermano ogni volta l'attenzione su libri che configurano tappe fondanti.
Come oggi è dato registrare che questa raccolta "L'anima rovesciata" (Prefazione di Annalisa Cima, Agorà Edizioni) che a colpo d'occhio, già nella sua eleganza grafica, esercita qualche prensilità sui curiosi. Ma è ovviamente dentro, nello spartito, che bisogna cercare la voce, rintracciare gli assoli, le arie, le fughe, i ritorni al recitativo. Che di questo appunto si tratta, d'una sapiente e sapida orchestrazione lirica di temi variazione e momenti epifanici intonati a costellare il leitmotiv della lacerazione esistenziale che nelle corde di Pandini si può dire organico, cresciuto e decantato nei decenni, e nelle cose più virilmente arginato da un controcanto teso al fiato cosmico che assorbe l'uomo:"questo è il mistero/ingiustizia cattiveria egoismo/e poi ti fanno alzare gli oc-chi/milioni di stelle, mondi infiniti/e tu cerchi annaspi non trovi/più quelle parole: amore cuore".
Nel fondo serpeggia e morde un senso amaro dei giorni, la vita stessa (così poco nominata col suo nome) risuona come "acqua che scorre/a un destino di stupore e di morte".
Ecco, stupore e morte, ossia sentimento della pienezza creaturale e coscienza dell'epilogo che ne spegnerà i lampi e la bellezza, incantato navigare verso un oltre che tutto trascende entro una inattingibile latitudine di luce: queste sono le coordinate dell'intima controversia che arma all'esplorazione dei fondali della storia, e che a tratti allenta la tensione e concede stacchi memoriali, contemplativi di effetti e vicende, riverberanti dei moti del cuore. Così da una parte si accumula la consapevolezza del male "scovato/nel solco degli sguardi/nella fame, nella rabbia
/nella crudeltà delle spine-/nel rosa della rosa" e dall'altra la certezza, anche razionalmente posseduta, che i fili del gioco sono in mano a un amoroso Veggente e perciò "parole senza peso, credo-no/teologi del nulla, Dio/un cieco". L'evocazione del muro e del silenzio, che pure qui si ricorre, è superata dall'acolto di "un pianto di giovane vittima" che induce a interrogare e interrogarsi per sapere infine "da dove viene, da quale terra".
La domanda sale da una latente pietas che d'improvviso si desta, investe e dilata le fibre. L'uomo non è solo, non può procedere senza compagni nella trepida ventura che lo porta a venire come scaglia nell'abisso del tempo. E il poeta coglie la sua rivincita in una provvida uscita invernale:
"eppure fuori il mattino è limpido/la neve è come la coperta/chiara della nonna/una nuvola/dove si nascondeva la pigrizia,/quella gioia che interroghi/e già sai che esiste solo in so-gno".
Col sigillo della strofa che la silloge, Pandini conferma che l'anima trova in sé la risorsa che la riscatta, la verità che redime ogni diperazione: a patto che si abbia il coraggio di rovesciarla.
 

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