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Giancarlo Pandini, "L'anima
rovesciata" prefazione di Annalisa Cima |
| Un
nuovo successo per un uomo di cultura |
| A cura di
Agorà Edizioni, La Spezia, 42 pagine, a lire 10.000 |
| di Pasquale Maffeo |
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Di Giancarlo Pandini,
poeta e critico che ha pubblicato anche volumi di racconti, non
pochi lettori seguono il cammino e fermano ogni volta l'attenzione
su libri che configurano tappe fondanti.
Come oggi è dato registrare che questa raccolta "L'anima
rovesciata" (Prefazione di Annalisa Cima, Agorà Edizioni) che a
colpo d'occhio, già nella sua eleganza grafica, esercita qualche
prensilità sui curiosi. Ma è ovviamente dentro, nello spartito,
che bisogna cercare la voce, rintracciare gli assoli, le arie, le
fughe, i ritorni al recitativo. Che di questo appunto si tratta,
d'una sapiente e sapida orchestrazione lirica di temi variazione e
momenti epifanici intonati a costellare il leitmotiv della
lacerazione esistenziale che nelle corde di Pandini si può dire
organico, cresciuto e decantato nei decenni, e nelle cose più
virilmente arginato da un controcanto teso al fiato cosmico che
assorbe l'uomo:"questo è il mistero/ingiustizia cattiveria
egoismo/e poi ti fanno alzare gli oc-chi/milioni di stelle, mondi
infiniti/e tu cerchi annaspi non trovi/più quelle parole: amore
cuore".
Nel fondo serpeggia e morde un senso amaro dei giorni, la vita
stessa (così poco nominata col suo nome) risuona come "acqua che
scorre/a un destino di stupore e di morte".
Ecco, stupore e morte, ossia sentimento della pienezza creaturale
e coscienza dell'epilogo che ne spegnerà i lampi e la bellezza,
incantato navigare verso un oltre che tutto trascende entro una
inattingibile latitudine di luce: queste sono le coordinate
dell'intima controversia che arma all'esplorazione dei fondali
della storia, e che a tratti allenta la tensione e concede stacchi
memoriali, contemplativi di effetti e vicende, riverberanti dei
moti del cuore. Così da una parte si accumula la consapevolezza
del male "scovato/nel solco degli sguardi/nella fame, nella rabbia
/nella crudeltà delle spine-/nel rosa della rosa" e dall'altra la
certezza, anche razionalmente posseduta, che i fili del gioco sono
in mano a un amoroso Veggente e perciò "parole senza peso,
credo-no/teologi del nulla, Dio/un cieco". L'evocazione del muro e
del silenzio, che pure qui si ricorre, è superata dall'acolto di
"un pianto di giovane vittima" che induce a interrogare e
interrogarsi per sapere infine "da dove viene, da quale terra".
La domanda sale da una latente pietas che d'improvviso si desta,
investe e dilata le fibre. L'uomo non è solo, non può procedere
senza compagni nella trepida ventura che lo porta a venire come
scaglia nell'abisso del tempo. E il poeta coglie la sua rivincita
in una provvida uscita invernale:
"eppure fuori il mattino è limpido/la neve è come la
coperta/chiara della nonna/una nuvola/dove si nascondeva la
pigrizia,/quella gioia che interroghi/e già sai che esiste solo in
so-gno".
Col sigillo della strofa che la silloge, Pandini conferma che
l'anima trova in sé la risorsa che la riscatta, la verità che
redime ogni diperazione: a patto che si abbia il coraggio di
rovesciarla. |
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