a Edicola Ciociara

 

al Sito di Cassino 2000

Numero 6 - gennaio 2002 

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Cinquantasei anni (dal 1946 ad oggi) di "lavoro" per rendere estranea la Dinastia
Il Risorgimento e Casa Savoia
Torneranno, ma Emanuele Filiberto pensa in francese, sua lingua madre
di Giuseppe Di Principe
 
La decisione, sebbene ancora bisognosa di conferme giuridico-formali, di autorizzare il ritorno in Italia dei discendenti maschi di Casa Savoia suggerisce qualche riflessione sopra la nostra storia nazionale. Dopo il crollo dell'Impero Romano, i secoli di divisione, la penisola ridotta a bivacco di manipoli stranieri, il sogno di un'Italia Unita, già presente nei versi del Petrarca o nei discorsi politici di Machiavelli, prese forma e contorni nel diciannovesimo secolo. Prima, ambizione d'una casta di iniziati, pensatori illuminati ed aristocratici annoiati, combattenti valorosi e donne ardite come solo nei libretti d'opera, ma pure spostati, ribaldi, avventurieri d'ogni risma.
Il nemico era la Restaurazione, quella vistosa recrudescenza del potere assoluto dei sovrani della vecchia Europa dopo gli eccessi della rivoluzione francese, dopo il sangue sparso da Napoleone.
Erano liberali i rivoluzionari del tempo. E sognavano un'Italia liberata dal giogo austriaco, una Costituzione d'ispirazione moderata, liberi traffici, libera moneta. Ma, restavano isolati, non uscivano dal ghetto della cospirazione. Riunioni segrete, consumate nottetempo, corrieri imboscati, qualche foglio clandestino ad indicare la strada. Tradimenti, congiure, Silvio Pellico condannato ai rigori dello Spielberg, nelle foreste della Moravia.
Poi, venne Giuseppe Mazzini. Le insurrezioni, sempre fallite, da lui promosse. E niente sarebbe cambiato. Fu, si deve ammettere, il Regno Sabaudo, quello della dinastia Savoia, a dare concretezza alle aspirazioni patriottiche italiane. Senza quella forza, senza quei giochi di alleanze, che Camillo Benso Conte di Cavour ispirò, che Vittorio Emanuele II accolse, oggi l'Italia non sarebbe unita. E' così, niente da dire. Le guerre d'indipendenza, i martiri di Custoza, i bersaglieri a Roma prima, Trento e Trieste dopo. Tutto questo avvenne con le note della Marcia Reale e al grido di "Avanti Savoia". Eppure, i Savoia non lo volevano. Non al principio, almeno.
Vittorio Emanuele II, il Re galantuomo, conosceva soltanto il francese, aveva gusti rustici e passioni gagliarde, ma gli mancava lo sguardo dello stratega. Per lui, pensava Cavour.
E Cavour si sarebbe contentato di Milano e di Venezia. Conosceva a menadito Londra e Parigi, Amsterdam e Bruxelles, ma non visitò mai Roma o Napoli o Firenze. Nella residenza del Qui-rinale, i Savoia si sentirono sempre fuori posto. Fino a quando la lasciarono nel giugno del 1946.
Non si sentirono mai davvero italiani. Regnarono sull'Italia, senza capirne l'indole, il temperamento, la vocazione. Da qui, gli errori della loro politica. Torneranno, stranieri in Patria...
 

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