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Ascite
refrattaria
appunti del dott.
Claudio Italiano vedi anche l'indice
di epatologia
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Impiego
dell’albumina nella pratica clinica
L'ascite
Il
paziente edematoso
L'ascite,
come curarla
.
La condizione in cui il
trattamento diuretico, seppure ad alti dosaggi, non è in grado dì
risolvere il versamento
ascitico né di prevenire una rapida recidiva dopo paracentesi è
definita come ascite refrattaria. Nel contesto dell'ascite refrattaria sì
distingue una ascite diureticoresistente ed una ascite
diuretico-intrattabile. Nel primo caso si ha una mancata risposta
terapeutica ad elevati dosaggi di diuretici, nel secondo caso si ha una
risposta al trattamento diuretico, che pur tuttavia deve essere
interrotto per l'insorgenza di effetti collaterali. L'insorgenza di ascite
refrattaria, che si verifica nel 5-6% dei pazienti con ascite, è legata
ad una serie complessa di alterazioni della funzione
epatica dell'emodinamica sistemica e della funzione renale che
dipende dalla progressione della malattia. In particolare il progredire
dell'ipertensione
portale porta ad un progressivo aggravamento della sindrome
circolatoria iperdinamica con ulteriore riduzione della volemia efficace
ed attivazione di sistemi neuro-ormonali quali il sistema RAA e SNS. In
queste condizioni si ha un progressivo incremento delle resistenze
renali ed una ulteriore riduzione del filtrato glomerulare e della
portata renale plasmatica; poiché si ha una riduzione più spiccata del
flusso renale che del filtrato glomerulare, la frazione di filtrazione
aumenta, favorendo il riassorbimento del sodio a livello del tubulo
prossimale. Anche gli alti livelli di angiotensina II e l'attivazione
del simpatico renale stimolano il riassorbimento prossimale del sodio
che risulta particolarmente intenso in questa condizione. Pertanto, sia
per una riduzione del sodio filtrato sia per l'aumento del
riassorbimento prossimale del sodio si ha una drammatica riduzione della
quantità di sodio che raggiunge l'ansa di Henle ed il tubulo distale. E
chiaro che in queste condizioni l'efficacia di diuretici che agiscono o
a livello dell'ansa di Henle come la furosemide, o a livello del tubulo
distale, come gli antialdosteronici, sarà grandemente ridotta. Occorre
inoltre distinguere la vera ascite
refrattaria da tutte quelle condizioni in cui la refrattarietà non è
dovuta ad un progressivo deterioramento della funzione renale bensì ad
una condotta terapeutica non corretta. La mancata prescrizione di una dieta
iposodica o una mancata adesione ad essa da parte del paziente sono
delle frequenti cause della inefficacia della terapia diuretica. Questa
situazione dovrebbe essere sospettata in tutti i casi in cui il peso
corporeo non diminuisce e l'ascite non si riduce nonostante una buona
risposta ai diuretici, facilmente evidenziabile attraverso la
misurazione dell'escrezione urinaria di sodio In generale, affinché
l'ascite si possa ridurre, l'ingestione giornaliera di sodio dovrebbe
essere inferiore alla natriuresi di almeno 40 mEq/die. La mancata risposta alla
terapia diuretica può essere dovuta anche a un uso inadeguato di questi
farmaci: come già discusso in precedenza, i diuretici d'ansa, pur
avendo una potenza natriuretica intrinseca molto più elevata rispetto
agli antialdosteronici, sono assai meno efficaci di questi ultimi nel
determinare una risposta natriuretica nei pazienti con cirrosi
ed ascite.
I meccanismi responsabili della ridotta risposta ai diuretici d'ansa in
questo tipo di pazienti non sono ancora del tutto noti. Peraltro,
l'ipotesi più probabile è che la resistenza alla furosemide sia dovuta
a fenomeni di tipo farmacodinamico. Questo farmaco, come pure gli altri
diuretici d'ansa, non sarebbe cioè in grado di determinare un aumento
della escrezione di sodio in questi pazienti o perché la quantità di
sodio che raggiunge il tratto ascendente dell'ansa di Henle è ridotta a
causa di un eccessivo riassorbimento prossimale oppure perché il sodio
che sfugge al riassorbimento nell'ansa di Henle per effetto della
furosemide viene poi riassorbito nel tubulo distale a causa dell'iperaldosteronismo.
.
L'importanza di quest'ultimo meccanismo è confermata dall'osservazione
che i pazienti che non rispondono alla furosemide sono quelli con i più
alti livelli plasmatici di aldosterone. Qualsiasi schema terapeutico
utilizzato nel trattamento dei pazienti con cirrosi ed ascite deve
pertanto comprendere un antialdosteronico. La ridotta risposta alla
terapia diuretica è legata non solo a motivazioni di carattere
farmacodinamico ma anche farmacocínetico. Il volume di distribuzione
del farmaco è aumentato a causa sia di un ridotto legame con l'albumina
che per il passaggio del farmaco nel liquido ascitico. Queste
alterazioni fanno sì che una parte del farmaco sia sequestrata e che
quindi una minor quantità di esso raggiunga il tubulo. La riduzione del
flusso renale si riflette sulla clearance renale del farmaco, per cui
una minore quantità di farmaco può raggiungere il lume del tubulo
renale. Infine, nei pazienti con
cirrosi
ed ascite
l'assunzione di farmaci antiflogistici non steroidei (aspirina,
fenilbutazone, indometacina, ibuprofen, naprossene e altri) determina
una riduzione anche marcata della perfusione renale, del filtrato
glomerulare, della capacità di eliminare acqua e sodio e della risposta
diuretica alla furosemide e agli antialdosteronici. Tutti questi
effetti, che sarebbero dovuti alla capacità di questi farmaci di
inibire la sintesi renale di prostaglandine sono risultati rapidamente
reversibili dopo la sospensione del farmaco. Una volta certi che il
paziente presenta una ascite refrattaria vera si impongono quindi per il
clinico scelte alternative al trattamento diuretico, che prevedono
l'impiego di paracentesi ripetute, shunt di LeVeen oppure dello shunt
portosistemico transgíugulare intraepatico (TIPS). Le paracentesi
ripetute rappresentano il trattamento di scelta per l'ascite
refrattaria. Questo orientamento è confermato da un recente studio
controllato in cui è stata valutata in un gruppo di pazienti con ascite
refrattaria l'efficacia delle paracentesi ripetute e dello shunt
peritoneo-venoso. Entrambi i trattamenti sono egualmente efficaci nel
mobilizzare l'ascite. Ovviamente i pazienti trattati con paracentesi
hanno richiesto un maggior numero di riammissioni in ospedale, ma la
durata complessiva di ospedalizzazione, l'incidenza di complicanze e la
sopravvivenza sono risultate simili nei due gruppi.
.
Paracentesi
Il trattamento diuretico
dell'ascite in corso di cirrosi, come già discusso nella sezione
precedente, è molto spesso efficace ma non privo di effetti collaterali
anche severi; inoltre, la quantità di liquido che è possibile
rimuovere giornalmente è molto bassa (300-500 mg/die), il che comporta
per pazienti con versamenti imponenti periodi di ospedalizzazione
prolungati. Negli ultimi anni la paracentesi è stata riproposta come
trattamento sicuro ed efficace in pazienti con ascite tesa. In una serie
di studi controllati è stata confrontata l'efficacia di paracentesi
ripetute (4-6 l/die) accompagnate dall'infusione endovenosa di albumina
umana (8 g per litro di ascite rimossa) rispetto alla terapia diuretica
tradizionale (antialdosteronici e furosemide a dosi crescenti) in
pazienti con ascite tesa e avida ritenzione idrosodica.
Tecnica
La procedura può
eseguirsi in un ambulatorio oppure nello studio del dottore o in una
clinica "day-hospital". Eseguito da mani esperti, è
un'operazione molto sicura, anche se vi è un piccolo rischio di
infettare la cavità, di causare un sanguinamento eccessivo o di
perforare un'ansa intestinale.
Durante la procedura, ai
pazienti si chiede di giacere supini e di scoprire l'addome. Dopo la
pulizia del lato dell'addome con una soluzione antisettica, il
medico-chirurgo provvederà ad anestetizzare una piccola area della
pelle e successivamente ad inserire un ago di larghezza ragionevole
(assieme ad un'anima-tubo in plastica all'interno) ad una profondità di
2-5 cm, (perforando pelle, grasso, una zona tendinea dei muscoli retto e
trasverso dell'addome ed il sottile peritoneo parietale) per raggiungere
il fluido peritoneale (fluido ascitico o ascite). L'ago poi viene
rimosso, lasciando in sede l'anima in plastica (un tubo con molti fori)
che viene connesso ad un altro tubicino che porta ad una sacca di
drenaggio. Il fluido può essere drenato per gravità, per connessione
ad una sacca a "pressione negativa" (a soffietto), oppure ad
una bottiglia in cui è stato fatto il vuoto. Fino a 10 litri di fluido
possono essere aspirati durante la procedura. Se il drenaggio del fluido
è maggiore a 5 litri, i pazienti possono ricevere albumina intravenosa
(25% albumina, 8g/L) per prevenire che si instauri ipotensione (bassa
pressione arteriosa).
Di solito la procedura
non è dolorosa; i pazienti non richiedono sedazione. Una volta
eseguita, se il paziente non lamenta capogiri e mantiene una buona
pressione arteriosa dopo la procedura, in seguito può essere dimesso ed
inviato a casa immediatamente (ma si sconsigliano sforzi e movimenti
bruschi).Questi studi indicano
chiaramente che la paracentesi con infusione di albumina è più
efficace del trattamento diuretico (97% di successi nei confronti del
73%) nell'ottenere la risoluzione completa del versamento, senza che ciò
comporti una maggiore incidenza di effetti collaterali a carico della
funzione epatica e renale e/o dell'equilibrio idro-elettrolitico.
Inoltre, il periodo di ospedalizzazione è significati vamente più
breve nei pazienti trattati con paracentesi, mentre la necessità di
nuovi ricoveri per la recidiva del versamento, la sopravvivenza e le
cause di morte non sono risultate differenti nei due gruppi. La paracentesi e la
conseguente rimozione di liquido ascitico è seguita da modificazioni
dell'emodinamica sistemica, della funzione renale e dell'assetto dei
principali sistemi ormonali. Infatti, dopo un iniziale miglioramento
dell'emodinamica sistemica, che si verifica nelle prime tre ore dopo la
paracentesi, si ha, tra le 12 e le 24 ore, una riduzione della gittata
cardiaca, della pressione venosa centrale, della pressione polmonare a
catetere occluso, della clearance della creatinina e
della concentrazione del sodio nel siero. Queste alterazioni
emodinarniche si associano ad un'attivazione del sistema RAA e a una
riduzione dei livelli circolanti di fattore atriale. Tali alterazioni
sono evidentemente dovute ad una brusca riduzione della volemia
efficace, che è probabilmente ' secondaria ad un rapido riaccumulo di
liquido ascitico nella cavità peritoneale dopo la paracentesi. Appare
quindi evidente che la somministrazione di albumina rappresenta un
presidio terapeutico efficace, capace di prevenire la riduzione della
volemia efficace e quindi le potenziali complicanze che seguono questo
evento. A conferma di questa ipotesi, nei pazienti ìn cui la
paracentesi non è accompagnata dalla somministrazione di albumina si
riscontra una incidenza significativamente maggiore di complicanze quali
l'iponatremia e l'insufficienza renale.
Poiché l'impiego dell'albumina può essere limitato dai costi elevati, è stato anche
proposto l'uso di altri plasma expander quali emagel o destrano 70: in
un recente studio controllato un vasto gruppo di pazienti con cirrosi ed
ascite, che veniva sottoposto a paracentesi, è stato randomizzato a
ricevere albumina, destrano 70 oppure emagel. Non sono state osservate
differenze sìgnificative tra i tre farmaci in termini di complicanze
maggiori. Tuttavia, gli autori hanno considerato nello studio un
particolare marcatore della volemia efficace, cioè l'attività reninica
plasmatica, che è stata valutata al 6' giorno dopo la paracentesi. Nei
pazienti che presentavano un incremento della renina maggiore del 50%
rispetto ai livelli osservati prima della paracentesi, ovvero superiore
a 4 ng/ml/h, l'incremento della reninemia tendeva a persistere nel tempo
e soprattutto era associato ad una prognosi peggiore. L'incidenza di
questa alterazione è risultata significativamente più bassa nei
pazienti trattati con albumina rispetto a quelli trattati con destrano
od emagel.
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di epatologia
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