La battglia di Milazzo

Milazzo 20 luglio 1860. La battaglia che non c'è stata

BARTOLO CANNISTRÀ

LUGLIO 2011 -MilazzoNostra

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    Quello che segue è un collage di frasi tratte da documenti e opere storiche di parte borbonica dell'Ottocento e da libri e siti neoborbonici degli ultimi decenni Racconta una battaglia che in realtà non c 'è mai stata, perché le forze in campo, lo svolgimento e l'esito dello scontro, gli eventi successivi e il quadro politico generale furono ben diversi da come vengono descritti. Cercare di ricostruire, con puntuale riferimento ai documenti, come andarono effettivamente le cose è l'obiettivo di questo articolo
    cfr prima   La Battaglia che non c’è mai stata 1

    Garibaldi ed i fatti di Milazzo

    Le celebrazioni del 150° dell'Unità d'Italia hanno prodotto un risveglio di interesse per le origini risorgimentali del nostro processo unitario e l'analisi dei suoi risultati, ma anche -per contrasto- una proliferazione di interventi critici, incrementando la pubblicazione o la nuova diffusione di libri' (in verità, talora pamphlets polemici, spesso senza note che rimandino a fonti e documenti controllabili, più che opere storiche frutto di nuove ricerche,) e la costruzione di siti web2 che -seppur con orien-tamenti e caratteristiche diversi- oltre ad esaltare l'orgoglio del Sud, quasi sempre rivendicano la monarchia borbonica, condannano la "colonizzazione piemontese", e si propongono come obiettivo la "demistificazione" del Risorgimento, la demolizione del "mito" dei suoi artefici,Ferdinando Beneventano del Bosco talora la delegittimazione dello stesso Stato unitario. I temi e i problemi che sono al centro di questo "revisioni- finora censurata e nascosta,3 in realtà sono da più di un secolo ampiamente dibattuti dalla storiografia, e molte delle critiche rivolte oggi al processo unitario riprendono -consapevolmente o no- rilievi mossi fin dagli anni della sua conclusione da storici e politici soprattutto d'opposizione. Finora, però, si era stati sempre attenti, da un lato, ad inserire questi rilievi nel contesto storico, dall'altro, a proiettarli in una prospettiva di soluzione, configurando il Risorgimento come un processo aperto, un'opera da completare. Negli ultimi decenni, invece, questa visione globale e prospettica ha subito duri colpi. Le insufficienze, gli errori, e anche storture -per usare un'espressione del Presidente della Repubblica- dell'unificazione, che furono oggetto in particolare del dibattito meridionalista, sono diventati, contestualmente alla crisi d'identità e di progettualità politica che attraversa il nostro Paese, all'emergere di incrinature territoriali e alla delusione storica per il fallimento delle politiche per il Mezzogiorno, motivi di pura recriminazione, fino a spingere taluni ad accarezzare antistoriche nostalgie per un passato dinastico vagheggiato come un paradiso perduto4, che qualcuno vorrebbe addirittura ripristinare.

    REVISIONISMO STORICO

    In quest'opera di dissacrazione integrale del Risorgimento (perché di questo quasi sempre si tratta, e non di un riesame critico per mettere in rilievo le ombre accanto alle luci, come sarebbe assolutamente legittimo) acquistano particolare rilievo la contestazione del modo in cui è avvenuta l'unione del Sud col Nord e, soprattutto, la demolizione -con argomenti acri e spesso privi di qualunque supporto- del "mito di Garibaldi". Il protagonista del Risorgimento più popolare in Italia e più noto e amato in tutto il mondo viene da qualcuno addirittura dipinto come "un mercante di schiavi che diventa burattino dell'imperialismo massonico anglo-piemontese e criminale di guerra contro il popolo siciliano",5 un "mer-cenario senza scrupoli, un avventuriero lontano da ogni etica militare, un condottiero degno delle invasioni barbariche medievali"6, che o era "uno spietato conquistatore ai danni delle popolazioni meridionali" o "non sapeva nulla di quanto gli accadeva intorno", ed è quindi "condannabile anche se incapace di intendere e di volere" per "un comportamento che rasenterebbe una lucida follia".7 L'Impresa dei Mille viene presentata come "un'invasione piemontese" di cui si devono portare alla luce quelli che vengono definiti "i lati inconfessabili, i panni sporchi"8, perché non di un'epopea si è trattato ma di "una carnevalata", di una "grande recita"9: le vittorie dei volontari garibaldini, infatti, non sono state conquistate sui campi di battaglia, a prezzo di sangue, ma preparate dagli inglesi e dai massoni, realizzate con l'appoggio della mafia e comprate con l'oro che ha corrotto i comandanti e ministri borbonici. Conclusione obbligata (e citiamo quella più moderata, nella sostanza e nei toni): se "la corruttibilità di militari e funzionari borbonici, a 150 anni dagli eventi, appare come un fatto incontrovertibile e determinante per l'andamento degli episodi bellici", allora bisogna "ridimensionare l'entità delle vittorie sul campo ottenute da Garibaldi -almeno per quanto riguarda la campagna in Sicilia- e dare una più circoscritta rilevanza al mito che attorno al suo nome è stato, in buona parte artatamente, costruito". L'orizzonte tematico cittadino di questa rivista non con sente di esaminare tutto quello che è stato scritto sull'intera vicenda della Spedizione dei Mille, e induce a restringere il campo d'indagine ai soli eventi bellici del luglio 1860 culminati nella battaglia di Milazzo. Ma poiché è stata proprio questa la più importante -per tributo di sangue e decisive conseguenze militari e politiche- fra quelle combattute da Garibaldi nel Sud, crediamo sia di particolare interesse esaminare in che misura si riversino su di essa i giudizi negativi su Garibaldi. Infatti, questo restringimento di orizzonte consente di valutare meglio, nella concretezza del microcosmo di un solo luogo e di un solo momento di quella vicenda storica, la validità dei metodi di approccio e l'utilizzazione delle fonti da cui nascono certi giudizi. In altri termini, se è vero che dall'esame dei dettagli è possibile saggiare la validità dell'insieme, una ricerca limitata alle vicende di Milazzo può consentire di valutare quanto siano fondati, in generale, i giudizi espressi dal cosiddetto "revisionismo storico" sull'intera vicenda del 1860.

    RIBALTAMENTO ASIMMETRICO

    A proposito della giornata di Milazzo, Leonardo Sciascia,12 ha scritto che le descrizioni di essa lasciateci da Butta e da Bandi, messe a confronto, sembrano riferirsi a "due diverse battaglie". Eppure, sia il volontario garibaldino che il cappellano borbonico erano stati presenti sul campo per l'intera durata del combatti-mento, e scrivevano oltre vent'anni dopo l'evento, quando avrebbe dovuto essere più facile, sbiadite ormai le passioni del momento e attenuata la conseguente faziosità, proporsi una ricostruzione obiettiva dei fatti. Nota Sciascia: "Pier Giusto Jaeger13, nel suo libro su Francesco II di Borbone ha definito di ineguagliabile parzialità l'opera di Butta. Si può senz'altro consentire che è un libro di appassionata ed estrema parzialità, ma non ineguagliabile. Tanta letteratura garibaldina non è da meno, e I Mille di Giuseppe Bandi14 e I garibaldini di Alessandro Dumas15 lo eguagliano senza sforzo." Effettivamente, a partire dalla descrizione -più romanzesca e propagandistica che storica- di Dumas, il quale, pur scrivendo subito dopo l'evento, l'avvolge già in un'aura epica, molte ricostruzioni della battaglia di Milazzo risentono della parzialità del punto di osservazione e soprattutto delle passioni, -ammirazione, ostilità, risentimento- di chi scrive. Bisogna, quindi, compiere un'attenta analisi comparata delle fonti per potere fissare dei punti fermi e, partendo da essi, delineare una ricostruzione che superi le parzialità della visuale e le faziosità delle passioni politiche. Negli ultimi anni, poi, il proliferare di pubblicazioni e, soprattutto, di siti di ispirazione neoborbonica, caratterizzati da eccessi polemici e spesso da carenza di filtri criti¬ci, ha prodotto certamente "narrazioni" diverse da quelle cui ci aveva abituato un secolo e mezzo di storiografia ufficiale (e, soprattutto, di pubblicistica popolareggiante, spesso fastidiosamente retorica o ingenuamente oleografica), ma non ha affatto contribuito all'auspicata nuova sta¬gione di ricostruzioni più obiettive e interpretazioni critiche "demitizzate", per costruire una storia se non condivisa, almeno completa.
    La "novità" di queste "ricostruzioni storiche" in fondo consiste quasi sempre nel fatto che si fondano su fonti diverse da quelle che erano state usate in modo prevalente dalla storiografia "tradizionale" (accusata di aver celato o deformato la "storia vera"). Questa è un'operazione assolutamente legittima, anzi doverosa, perché l'essenza della ricerca storiografica sta proprio nello scoprire o recuperare altre fonti rispetto a quelle fino al momento utilizzate e verificare se inficino la validità del quadro consolidato della ricostruzione degli eventi e della definizione del loro significato, e richiedano quindi una "riscrittura". Però tale operazione è legittima solo se si è accertato l'attendibilità di queste fonti -prima non conosciute o volutamente trascurate o non correttamente valutate- e si è dimostrato che esse sono in grado di supportare le "nuove" interpretazioni, i nuovi giudizi di valore. Nel caso di cui ci stiamo interessando, se esaminiamo le "nuove" ricostruzioni degli eventi milazzesi del luglio 1860, contenute nei libri e nei siti web apparsi di recente (parliamo sempre di libri e siti di ispirazione neoborbonica, o comunque "revisionistica", insomma ostile al Risorgimento), scopriamo che quasi tutti gli elementi su cui essi poggiano sono desunti da tre fonti: le relazioni del comandante delle truppe borboniche che combatterono a Milazzo, col. Ferdinando Beneventano del Bosco16, e gli scritti del cappellano militare di quelle truppe, padre Giuseppe Butta17, e dello storico borbonico Giuseppe De Sivo8.
    Viene così a configurarsi quello che si potrebbe definire un ribaltamento asimmetrico delle fonti: ribaltamento perché, si utilizzano come fonti alternative quelle di orientamento borbonico, che si asserisce essere state fino al momento "nascoste"; asimmetrico perché, mentre la storiografia "tradizionale" non ha ignorato del tutto le fonti borboniche, questa nuova "storiografia alternativa" ripu-dia in modo pressoché totale le fonti "italiane", utilizzando solo le "sue", in modo unilaterale. Vengono presentati come accertati elementi tutt'altro che certi, o proposti come dati di fatto oggettivi quelli che in realtà sono giudizi soggettivi. A ciò si aggiungono forzature dei testi, bizzarri equivoci, vistosi errori, o addirittura dati di pura invenzione. E tutto questo materiale rimbalza da un sito all'altro, quasi sempre, senza alcuna citazione delle fonti che dovrebbero supportare ricostruzioni e giudizi. Il risultato è che, frequentando i siti web, ma anche leggendo i testi cui attingono, ci si trova davanti a descrizioni degli eventi bellici milazzesi che hanno scarsa attinenza con la realtà. Insomma, ci si sente raccontare una battaglia che non c’è mai stata.
    Ci si potrebbe obiettare che bisogna interessarsi solo delle ricostruzioni compiute da chi possiede la metodologia e la strumentazione proprie della storiografia, e non perder tempo a inseguire le tante stranezze che circolano nel maremagnum del web, ma, facendo così, si trascurerebbe il fatto che oggi è Internet la prima fonte di informazione per i non specialisti, e soprattutto per i giovani, e che quindi l'opinione comune su temi come questi si fonda su elementi desunti dal web e non sulla lettura di veri testi storiografici. La conseguenza è che perfino su un autorevole quotidiano nazionale19 può apparire un articolo ricco di "colore giornalistico" ma carente di valore storico, che -come vedremo più avanti- mostra di fondare le sue disin¬volte descrizioni e affermazioni più su qualche sito poco credibile che non su fonti valide o opere autenticamente storiche.
    Il lavoro cui ci accingiamo è, dunque, quello di valutare l'attendibilità di quanto gira sui siti web risalendo ai "testi borbonici" dell'800 -su cui si fondano, direttamente o attraverso la mediazione delle pubblicazioni a stampa- ed esaminando la fondatezza di quanto essi affermano.

    LA BATTAGLIA DI CORRIOLO

    Cominciamo dalla battaglia di Corriolo del 17 luglio, preludio dell'altra battaglia -quella, decisiva, di Milazzo- che sarà combattuta tre giorni dopo. Prima di riferire i giudizi espressi su di essa, diamo alcune informazioni "oggettive" sul suo svolgimento. A Corriolo (o, per essere più precisi, fra Archi e Olivarella) si svolgono due diversi combattimenti, uno la mattina e l'altro la sera del 17, lungo la strada, allora provinciale, che porta a Messina da Barcellona e Meri -dove ha il suo campo Medici-, e precisamente nella zona in cui si innestano in essa le due vie per Milazzo, il cosiddetto "braccio" e la rotabile che parte dal quadrivio di Olivarella. Il comandante borbonico, col. Ferdinando Beneventano del Bosco è arrivato da due giorni a Milazzo con tre battaglioni di Cacciatori (fra le truppe migliori dell'esercito borbonico), uno squadrone di cavalleria e una batteria da campagna. L'obiettivo della sua azione del 17 luglio è di non farsi imbottigliare dentro Milazzo e di allontanare da Archi i garibaldini per tenersi aperto il collegamento con Messina, da cui possono arrivare i rinforzi. Il comandante garibaldino, gen. Giacomo Medici, da Palermo è arrivato a Barcellona il 5 luglio, precedendo di cinque giorni le sue truppe, costituite dai reggimenti Malenchini e Simonetta, cui si aggiungeranno volontari dei paesi circostanti e di Messina: uomini entusiasti, ma contingenti raccogliticci e poco organizzati, oltre che privi di cavalleria e artiglieria. Pone il campo a Meri, località dalla quale può proteggere Barcellona e portare più da vicino l'attacco a Milazzo, quando da Palermo gli saranno arrivati i rinforzi, e, alla notizia dell'uscita della colonna borbonica da Messina, non sapendo che Bosco ha l'ordine di limitarsi a "garantire la minacciata Piazza di Milazzo da un blocco, assedio o colpo di mano" e di attendere "di essere attaccato" senza prendere l'iniziativa,20 e, temendo che abbia come obiettivo Barcellona, fa presidiare le alture del Mela e si prepara a sostenere l'attacco. Ma Bosco, arrivato ad Archi, non prosegue per Barcellona e piega verso Milazzo, per una strada - stretta, disagevole, ed estremamente pericolosa-21 e si ritira dentro le mura della città, che trova deserta, abbandonata da quasi tutti gli abitanti.22 Solo due giorni dopo, manda una colonna, formata da quattro compagnie, una sezione di artiglieria e un plotone di cavalleria, al comando del magg. Maringh, ad occupare Archi, che da qui avanza verso Olivarella, scontrandosi con due compagnie di volontari garibaldini, in un combattimento furioso e sanguinoso, con ripetuti capovolgimenti di fronte. Quindi Maringh rientra a Milazzo, preceduto dal suono della banda militare e seguito dai garibaldini catturati durante lo scontro.23 Vorrebbe presentarsi come vincitore, ma Bosco, accusandolo di viltà per aver "lasciato la posizione", lo mette agli arresti 24 e ne chiede la sostituzione al comandante della provincia di Messina, gen. Tommaso Clary. 25l pomeriggio dello stesso 17 Bosco fa uscire da Milazzo una nuova, e più nutrita colonna (quattro compagnie, mezza batteria di artiglieria e un plotone di cavalleria), stavolta al comando del col. Marra, per rioccupare la posizione perché -dice- intende "distruggere le voci che si spargevano, di essere stati battuti e respinti".26 La battaglia, con notevoli perdite da entrambe le parti, si combatte fra Archi e Olivarella e, al termine di essa, la colonna borbonica si attesta ad Archi, dove verso mezzanotte viene raggiunta da nuove truppe -alcune compagnie, una sezione di artiglieria e un plotone di cavalleria- comandate dallo stesso Bosco, che poi, prima dell'alba, abbandona il villaggio per ritirarsi con tutto il contingente a Milazzo.

    Note
    1 Oltre ai testi ormai "storici" come L'Alfiere (194) e La conquista del Sud fi972) di Carlo Alianello, e L'unità d'Italia. Nascita di una colonia fi984) di Nicola Zitara, fra quelli più recenti (peraltro di impostazione diversa e valore diseguale) sono da segnalare: Angela Pellicciali, L'altro Risorgimento, Milano, 2000; Lorenzo Del Boca, Indietro Sa¬voia, Storia controcorrente del Risorgimento, Milano, 2004; Gigi Di Fiore, / vinti del Risorgimento. Torino 2005 e Controstoria d'Italia. Fatti e misfatti del Risorgimento, Milano 2007; Gennaro De Crescenzo, Contro Garibaldi. Appunti per demolire il mito di un nemico del Sud, Napoli, 2008; AA.VV., La storia proibita, Napoli 2008; Angela Pellicciare / panni sporchi dei Mille, Roma, 2009; Pino Aprile, Terroni, Milano, 2010; Isabella Del Fabbro, // Controrisorgimento, Udine, 2010; Giordano Bruno Guerri, // sangue del Sud. Mondadori, 2010; Gigi Di Fiore, Gli ultimi giorni di Gaeta. L'assedio che condannò l'Italia ali 'Unità, Milano 2010; AA.VV. Malaunità, Napoli, 2011; Gabriele Scarpa, L'ultimo brigante del Sud, Napoli, 2011; Lino Patruno, Fuoco del Sud, Soveria Mannelli, 2011.
    2Per citarne, anche qui, solo alcuni: comitatiduesicilie.org: comitato siciliano.blog-spot. com ; Cssstrinakria. org; duesicilie. org; eleaml.org (e Fora, rivista del "Movimen¬to separatista"); ilnuovosud.it; ilsud.eu; ilportaledelsud.org: lalfiere.it; lasiciliaaisiciliani.org;loradelvespro.blogspot.com;neoborbonici.it;ondadelsud.it;parlamentoduesicilie.com;regno2sicilie.altervista.org; rifondazione borbonica.splin-der.com; roccobiondi.blogspot.com; terroniassociazione. wordpress. com.
    3 La storia proibita, cit.
    4 La controcopertina del cit. La storia proibita descrive il Mezzogiorno e la Sicilia sotto il regno borbonico con questa frase tratta dalla Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto De Sivo ( 1814-1867): "La Patria nostra era il sorriso del Signore. La Provvidenza la faceva abbondante e prospera, lieta e tranquilla, gaia e bella, aveva leggi sapienti, morigerati costumi e pienezza di vita, aveva esercito, flotta, strade, industrie, opifici, templi e regge meravigliose, aveva un sovrano nato napolitano e dal cuore napolitano. L'invidia, l'ateismo e l'ambizione congiurarono insieme per abbatterla e spogliarla".
    5 Mario Di Mauro in terra e liberazione. blogspot. com
    6 comitato siciliano.blogspot.com 1 Gennaro De Crescenzo, op. cit.
    8 Angela Pellicciali, op. cit.
    9 Storia senza gloria. Le verità nascoste del Risorgimento, a cura di F. Frigerio, M. Lazzaro, F. Molinari, Lega Nord -Movimento Giovani Padani, 2011.
    10 Bersagli preferiti sono, oltre ai ministri Pianell, Nunziante e Liborio Romano, i generali Francesco Landi che avrebbe dovuto battere Garibaldi a Calatafimi, Ferdinando Lanza che doveva fermarlo a Palermo, Tommaso Clary che doveva impedirgli di vincere a Milazzo e non consegnargli Messina.
    11 Nino Aquila - Tommaso Romano, 13 Marzo 1861. L'ultima bandiera borbonica in Sicilia, Palermo, 2011.
    12 Leonardo Sciascia, Cronachette, Adelphi, 1998. Testo riportato anche nel sito www.naso-messina.it/Sciascia Jìuttà
    13 Pier Giusto Jaeger, L'ultimo re di Napoli. Milano, 1997.
    14 Giuseppe Bandi, / Mille. Da Genova a Capua, 1886 (rist. in voi. Firenze, 1903)
    15 Alessandro Dumas, Les Garibaldiens, ed. fr. 1861
    16 Ferdinando Beneventano del Bosco, Giornale d'operazione della Brigata Bosco in Rivista militare del Regno delle Due Sicilie, 1860, n. 5, p. 18, e Relazione sul combattimento sostenuto davanti Milazzo  il 20 luglio 1860, in La Gazzetta di Milano, 21 agosto 1860 taglia che non c'è mai stata.
    17 Giuseppe Butta, Un viaggio daBoccadifalco a Gaeta, Napoli, 1875 (rist. ed. Trabant, Brindisi, 2009).
    18 Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Roma 1863-Trieste 1867 (rist. ed.Trabant, Brindisi, 2009)
    19 La Repubblica (edizione di 22 luglio 2010: La battaglia di Milazzo di Salvatore Falzone
    20 Ordine operativo di Clary a Bosco, riportato -come numerosi altri documenti-da Antonino Micale, La battaglia di Milazzo del 20 luglio 1860, Milazzo 1990, p.45.
    21 Zirilli (Appendice, cit., pp. 11-12) definisce l'estemporanea scelta di Bosco "una falsa manovra" che "poteva riuscir¬gli fatale, quel giorno stesso" perché, se fossero stati attaccati di fianco, mentre in "lunghissima colonna" percorrevano "quell'angusta forra" e poi "la spiaggia arenosissima e stretta, sarebbero stati ine¬vitabilmente sbaragliati e gettati a mare".
    22 Giuseppe Piaggia, Dei fatti d'arme di Milazzo, Palermo, 1867, rist. da MilazzoNostra, 2007, p. 9
    23 Telegramma di Bosco a Clary del 17luglio, in Micale, cit., p. 49 .
    24 Dal pomeriggio del 17 giugno alla sera del 18, secondo la testimonianza del cappellano dell'Ospedale militare del
    Castello, citata dal patriota milazzese Stefano Zirilli, Seconda Appendice alla Conquista garibaldina di Milazzo, Napoli, 1884, p. 13.
    25 Telegramma e lettera di Bosco a Clary del 17 luglio, in Micale, op. cit., p,47-48. Successivamente, però, sarà costretto a
    reintegrarlo nel comando, perché non ha ottenuto la sostituzione richiesta, e perchè la sera del 18 luglio il battaglione di Maringh -schierato fra il palazzo D'Amico e la porta del Quartiere Vecchio", come testimonia Stefano Zirilli, loc. cit, che assiste all'ammutina¬mento- rifiuta di andare in combattimento senza il suo comandante.

     

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