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Il nostro bivacco notturno su quel
terreno solitario, il castello in rovina sulla collina,
i nostri soldati sparsi qua e là,
l'aria estiva così calma, così
immobile,
i fuochi dei bivacchi sprigionavano
una luce irregolare -
ora ombre più oscure si levavano da
una parte e dall'altra,
ora macchie di un rosso scialbo, ora
vivide, -tutto tenuamente stava divenendo meno intenso là dove
il cielo lontano verso oriente
cominciava ad impallidire e a screziarsi per l'imminente aurora,
quell'alba per ciascun uomo foriera
della battaglia contro il servaggio che ne aveva tormentato
io spirito: la vedo adesso, -tutta
quella scena impressionante, -
i miei compagni distesi
immersi in quel sonno sereno simile
alla morte, -
(ahimè, ben presto potrebbero essere
morti
davvero, pensai!) - la notte -, il
mattino, -
l'alzarsi bruscamente con un profondo
respiro, -
il raccogliere in fretta quelle armi
da noi impugnate
altre volte per la sacra causa -
l'entusiasmo di soldati che si mettono
in formazione,
senza pensarci un attimo e senza alcun
indugio, -
per unirsi alla gloriosa impavida
schiera
di colui che ci spronava a realizzare
le nostre aspirazioni, la fiducia del nostro paese,
la totale libertà dalle opprimenti
catene
che a lungo ci avevano tenuti nella
polvere.
Lo trovammo, Garibaldi, lì
vigile e pronto alla battaglia;
la sua bocca rigida e immobile,
composto il suo contegno;
tuttavia lo sguardo ardente e vivace
esprimeva un appassionato proposito,
risoluto,
inestinguibile, come sin dall'inizio
era sempre stato: lì tra tutti noi
incombeva, il suo sguardo desideroso
di agire; quieto tutto il resto,
e calmo e naturale; l'audace mano
sulla spada, l'altra sul fianco; il
suo petto
non era più avvolto dal corsetto ma
dalla fascia
che con non-curanza cingeva la rossa,
celebre marziale camicia.
Mandò avanti il nostro piccolo
battaglione
per favorire il passaggio
di un ponte ritenendo ciò assai
importante:
con qualche successo e con qualche
perdita,
affrontammo una batteria difesa
da alcuni Cacciatori napoletani:
da ciò, lo sapevamo bene, dipendeva
la grande, auspicabile gloria, -
la conquista del ponte. Un fragore
di armi da fuoco ora ci faceva
indietreggiare
e ancora di più: gli spari fragorosi
del cannone, e l'azione fulminante
di baionette contrassegnavano il
luogo:
lì stava ritto il nostro Generale,
faccia al nemico,
impassibile in mezzo al grandinare di colpi,
come se fosse un condannato, o non
avesse percezione del grave rischio:
Alla vista di lui, così
magnificamente coraggioso,
così sicuro, incurante del pericolo,
i miei compagni esplosero in delirio
diffuso di "Viva Garibaldi!"
e "Viva l'Italia" squarciò
il cielo:
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io guidavo la carica mentre correvamo
veloci in avanti:
non appena ci vide, levò in alto le
braccia; e correndo verso di me
con forti pugni colpì
il mio petto, urlando chiaramente:
"Andate indietro, pazzi!
Indietro! Desistete!
Qui sarete fatti a pezzi tutti"!1
Ma niente avrebbe potuto spingermi
indietro:
mi resi conto che guadagnare quella
posizione era tutto;
una seconda corsa, un attacco, e una
carica, davanti alla palla di cannone
distante non più di quaranta passi:
lanciai uno sguardo: ma in quattro o
cinque mi erano accanto,
miei fedeli "valorosi",
legati
da fratellanza nel pagare caro
un successo fortemente desiderato,
finalmente ottenuto,:
la via era cosparsa di morenti, di
morti;
alcuni colpiti a morte giacevano a
terra
con larghe ferite da cui sgorgava
copioso sangue;
altri con occhi fissi sbarrati e
irrigiditi;
altri placidamente sorridenti come
bambini;
altri ancora con un ultimo disperato
bisbiglio,
con un'accorata preghiera, con un
confuso addio.
Accanto a me tenevo il mio valoroso
amico,
il coraggioso Lombardi, che si era
scagliato
tra i primi; un crudele scoppio di
moschetto aveva fatto saltare la sua mano destra:
ed io ero stato colpito al petto in
modo così assordante, che pensai quasi
di dover morire: ma poi un segno che
ero ancora vivo, prese rapidamente
forma di dolore, - un'altra palla
colpì perforando, la mia gamba, e mi
fece
capire che ero ancora vivo: la mia
caduta
vi fu ma su un terreno riparato: da
qui rotolai
e strisciai per mettermi a riparo di
una casa:
lì dietro l'angolo trovai un gruppo
di compagni che si erano rifugiati in quei pressi,
con Garibaldi sano e salvo;
sebbene tutt'intorno a loro volassero
ancora
proiettili con fischi forti e acuti.
Il coraggioso Migliavacca
improvvisamente cadde,
un proiettile lo aveva colpito in
testa;
il nostro concitato parlare era da
poco cessato,
prima che lo scorgessimo senza vita,
morto!
E mentre con pietoso e fremente
sguardo
lo osservavamo, Cosenz subito dopo
ricevette un colpo che gli squarciò
la gola; ma lui con un sorriso
indifferente esclama: "Non è niente, non è una ferita
importante". Sì, noi tutti
avevamo ragione di esultare e
celebrare
una vittoria; poiché la fine di quel
giorno
ci vide padroni del campo.
L'importante ponte era stato preso e
oltrepassato,
la stessa Milazzo fu costretta ad arrendersi,
una conquista e certamente non la nostra ultima.
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'Le
vere parole di Garibaldi sono anche più severe e vigorose nel
suo vernacolo: "Indietro canaglie che andate a farvi
massacrare".
*Mary Cadwen Clarke curò insieme al marito
Charles un'opera omnia su William Shakespeare.
Nel variegato panorama delle opere poetiche dedicate alla battaglia
garibaldina di Milazzo del 20 Luglio 1860, al di là della
letteratura così detta alta (quella di D'Annunzio o di Pascoli,
tanto per intenderci), bisogna prendere atto che e 'è tutto un
fiorire di componimenti per così dire "minori" :
tanto per fare qualche citazione, il romanzo storico del
milazzese Antonino Marulli, la poesia popolare di Mario La Fata
e di Antonino Giunta, anche in vernacolo.
Sono opere che si conoscono.
È stata, invece, per me una grande sorpresa l'apprendere di una lirica
composta nel 1860, pochi mesi dopo il sanguinoso scontro, da una
poetessa inglese, Mary Cowden Clarke, che la pubblicò nella
prestigiosa rivista "The Atheneum" di Londra il 22
Settembre 1860.
C'è da chiedersi, anzitutto, come la scrittrice inglese, assai lontana
dai fatti liricamente raccontati, abbia potuto ritrarre con
così potente realismo una fase particolarmente drammatica della
battaglia garibaldina di Milazzo, quella che si svolse in quella
parte della città che una volta era denominata contrada ponte.
A me è venuto da pensare che l'autrice, più che attingere al
racconto dal vivo di un testimone diretto dello scontro, abbia
tratto ispirazione da uno dei reportage giornalistici che in
quei giorni fiorirono in buon numero e da Milazzo seppero raccontare
con dovizia di particolari l'epico scontro a una opinione
pubblica inglese ammiratrice di Garibaldi e assetata di novità.
Non a caso la poetessa intesta il racconto a un combattente che
non può che essere un garibaldino italiano: in prima persona
egli parla di Garibaldi, inneggia all'Eroe e all'Italia,
racconta dei morti e dei feriti lì presso il Ponte. È un
racconto al quale la Mary Cowden Clarke imprime l'andamento di
una cronaca in diretta, senza svolazzi retorici e con quella
asciuttezza di toni, che nella seconda metà dell''800
caratterizzò la letteratura del realismo europeo. Se,
all'inizio della lunga lirica, l'autrice sembra indulgere a una
sorta di romanticismo nella descrizione del paesaggio corrusco
dello scontro, con "il castello in rovina sulla collina
" e il gioco delle ombre e delle luci sul far dell'alba,
ben presto il discorso poetico si fa racconto minuto e preciso
della battaglia, con i suoi morti e i suoi feriti, con
Migliavacca e Cosenz e altre decine di garibaldini che
giacciono presso il Ponte. Alla fine viene conquistato, ma a
quale prezzo! Impassibile lo sguardo della poetessa registra uno
scenario di morte. |