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E diabetico di che tipo? appunti del dott. Claudio Italiano, diabetologo altri link in tema di diabetologia su gastroepato
In sostanza: “dimmi di che diabete soffri e ti dirò chi sei!”
Sembrerebbe un controsenso, ma non tutti i soggetti affetti da diabete soffrono dello stesso tipo di malattia. Che significa? Significa che già nel 1979 c’era confusione circa i criteri diagnostici adottati per la classificazione dei diabetici, cosicchè il “National Institutes of Helath Diabetes Data Group” o NDDG negli USA propose i criteri diagnostici che furono allora fondati su studi epidemiologici che stabilivano una correlazione tra valori della glicemia ed insorgenza delle complicanze microvascolari (retinopatia, nefropatia. Queste complicanze furono associate a valori delle glicemie a digiuno e dopo curva da carico orale con glucosio e la classificazione ottenuta accettata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Secondo
questi criteri la diagnosi di diabete era certa se, anche senza segni
clinici, i valori di glicemia a digiuno su plasma venoso, riscontrati in
più di un’occasione fossero eguali o superiori a 140 mg/dL. Però era possibile che un individuo avesse
una glicemia a digiuno inferiore a 140 mg/dl ma superiore a 110 mg/dl.
Sarebbe stato un diabetico? In questo caso diventava indicata la “prova
da carico orale” di glucosio o test OGTT , cioè “ Oral Glucose
Tolerance test”. In sintesi si definiva diabetico colui il
quale presentava:
E fin qua tutto chiaro se non fosse che l’ADA, cioè la “ American Diabetes Association” ha proposto nel 1997 un’ulteriore revisione dei criteri diagnostici, affinchè fossero contemplati fra i diabetici più soggetti, evidentemente abbassando la soglia per definire un individuo diabetico dal fatidico 140 del digiuno a 126 mg/dl. Il razionale di questa modifica consiste nei risultati di uno studio di popolazione che ha dimostrato come l’incidenza di retinopatia aumenti in modo significativo già a valori di glicemia di poco superiori a 120 mg/dl e lo stesso dicasi per patologie macrovascolari (coronaropatie e periferiche). . Il valore prescelto di 126 mg/dl ha inoltre, secondo gli stessi studi, il medesimo significato del valore di 200 mg/dl a 2 ore dopo il carico di glucosio, già ritenuto diagnostico di diabete secondo i criteri OMS/NDDG del 1985, come si è detto poco sopra. Però i soggetti che a digiuno avevano una glicemia maggiore di 140 mg/dl hanno una glicemia a due ore da carico sicuramente maggiore di 200 mg/dl, ma non tutti quelli che hanno 200 mg/dl dopo carico a 2 ore, avranno a digiuno valori maggiori o uguali a 140 mg/dl, solo ¼ di essi! Per cui l’ADA con l’abbassamento della soglia della glicemia a digiuno ha consentito di reclutare un numero maggiore di soggetti diabetici da trattare e quindi ha assunto quasi un ruolo preventivo per l'insorgenza del diabete conclamato, quello con lo scompenso glicometabolico ed i danni d'organo (cfr :
. L’individuazione di una nuova soglia diagnostica della glicemia a digiuno ha portato anche alla definizione da parte di un Comitato di esperti dell’ADA ad una nuova categoria corrispondente, cioè ha permesso di reclutare i soggetti con
La prova da carico o OGTT. . Si
esegue a digiuno di mattino, dopo circa 12 ore di digiuno e tre giorni di
dieta contenenete un minimo di 150 g di carboidrati e di
normale attività fisica, quindi in condizioni tali da stressare il
pancreas. Il test consiste nel far bere 75 g di glucosio anidro disciolti
in 250 ml di acqua in 5 minuti. Nei bambini il calcolo è di 1,75 g di
glucosio per kg di peso. Per le diabetiche
gravide se ne parla altrove.
Il
sangue viene raccolto dopo due ore dal carico. Il rationale per prolungare
i prelievi dopo le due ore, a 180 minuti risiede nel fatto che alcuni
individui possono avere delle crisi ipoglicemiche.
Talora il test da carico è associato alla curva insulinemica per
dimostrare che l’insulinemia basale è elevata e così anche la risposta
insulinemica, nelle forme di diabete con resistenza insulinica.
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