Parlando di diabete mellito, facciamo quasi sempre
riferimento al tipo 2 che rappresenta da solo circa il 90% di tutti i casi di diabete e la
cui prevalenza in atto è del 3% nella popolazione, ma supera il 10% nei
soggetti con età maggiore di 65 anni ed è in continuo aumento nel mondo.
Infatti rappresenta un’emergenza per le popolazioni che si stanno
affiancando ai cosiddetti paesi sviluppati dell'occidente, america
compresa, e facciamo riferimento
all’India, in particolare, dove la malattia rappresenta un'emergenza.
Si caratterizza per un esordio lento e graduale
dopo i trenta anni di età, essendo associato a condizioni quali l’obesità
nell’80% dei casi. Talora però giungono pazienti in ospedale con glicemie
elevatissime, senza storia di diabete, per i quali, già da subito, occorre
impostare terapia
insulinica. Si tratta in genere di soggetti con infezioni in atto,
traumi o altre condizioni stressanti o dopo interventi chirurgici. In
ospedale, per altro, la terapia dei soggetti diabetici, specie se anziani,
in acuto si avvale del trattamento insulinico, la
terapia orale in genere non è sempre indicata. Negli altri casi,
invece, i diabetici di tipo 2 non necessitano di insulina già dalle prime
battute, ma solo nelle ultime fasi della storia naturale del diabete, quando
cioè la cellula beta del pancreas si è esaurita. In tal caso, anche qui,
come per il diabete
di tipo 1, compare la chetoacidosi.
Familiarità.
Il diabete presenta una forte aggregazione
familiare, una componente genetica ereditaria
multifattoriale. Sia l’obesità
centrale, che la mancata attività fisica dei soggetti occidentali, sempre
in giro con le loro macchine, immobili in ufficio, come il sottoscritto che
scrive sempre al suo PC, sono condizioni che favoriscono il diabete, in
particolare la insulinoresistenza dei tessuti quali quello adiposo, il
fegato ed il muscolo. Ne deriva che le cellule beta debbano intervenire con
maggiore intensità, determinandosi la condizione di iperinsulinismo (cfr IFG
e/o IGT). Così nelle prime fasi in cui si instaura il diabete,
la cellula beta perde la sua capacità di incrementare la fase precoce di
secrezione insulinica, cioè nel post-prandium non si ha un’impennata
adeguata della insulinica (pericolosa
glicemia post-prandiale) e così pure si ha un deficit di
secrezione che determinano la mancata soppressione della produzione epatica
di glucosio e quindi l’innalzamento della glicemia a due ore dopo il pasto
con positività dell’OGTT.
Sindrome metabolica e
diabete.
Il diabete di tipo 2, però, poiché non tutti i
mali vengono singolarmente, si associa ad altre condizioni e patologie che
insieme costituiscono la sindrome
metabolica della quale si è ampliamente disquisito in questo
website. Si tratta di quella condizione in cui ci sono la pancia
ed i fianchi ed un notevole rischio di eventi cardiovascolari,
specie per concomitanti patologie come l’ipertensione
arteriosa e le dislipidemie.
Mody.
Il mody
è una forma di diabete di tipo 2 che insorge nel giovane anziché
nell’anziano e del quale si conoscono 5 varietà, dovute ad altrettanti
difetti genetici per il quale si rimanda al link specifico sulla classificazione
del diabete mellito. Qui diremo che si caratterizza per una lieve
iperglicemia fino dalla giovane età, essendo evidenziabile una familiarità
notevole dell’affezione. Il tipo con alterazione della
HNF-1 alfa (fattore epatico di trascrizione) è quello più comune
(50% dei casi).
.
Altra curiosità: il LADA
Noi abbiamo parlato del diabete
di tipo1 ed abbiamo detto che la sua eziopatogenesi è
autoimmune. Tuttavia si è visto che un ragionamento analogo può essere
condotto anche per il diabete di tipo 2. Infatti esiste il LADA
che colpisce pazienti anziani, magri i quali hanno marcatori autoimmuni ed
un’insulite alla base dell’insorgenza del loro diabete ma sono sempre
soggetti che non necessitano di terapia insulinica, a differenza di quelli
di tipo 1.
Obiettivi per la cura del
diabete di tipo 2.
Gli obiettivi sono stati chiariti dallo studio
condotto dallo UKPDS o “United Kingdom Prospective Diabetes Study.
Innanzitutto occorre un buon autocontrollo
delle glicemie a domicilio, cosa che deve saper attuare il paziente
stesso. Lo
studio fu impostato negli anni 70 e condotto per 20 anni in un’ampia corte
di pazienti diabetici in trattamento intensivo con sulfoniluree o insulina,
con riduzione della HBA1C dello 0,9% versus l’altro gruppo in
dietoterapia. Si è visto che i pazienti trattati in maniera adeguata
avevano una riduzione del 25% delle complicanze microvascolari. Si dimostrò
anche l’importanza della terapia
insulinica ai fini della riduzione delle complicanze
macroangiopatiche aterosclerotiche (cfr placca_ateromasica
). Inoltre nei pazienti trattati in terapia “combinata” con sulfoniluree
ed insulina, tramite lo stuio UGDP “University
Group Diabetes Program” si è osservato una riduzione dell’incidenza di infarto
del miocardio del 16% ed una riduzione della mortalità per diabete in
soggetti in trattamento intensivo. In particolare lo studio
UKPDS ha documentato una riduzione del rischio di complicanze in
pazienti affetti da diabete di tipo 2 trattati in terapia intensiva con
sulfoniluree o insulina:
|
12%
|
Per ogni endpoint legato al diabete
|
|
25%
|
Per endpoint microvascolari
|
|
16%
|
Per infarto del miocardio
|
|
24%
|
Per cataratta
|
|
21%
|
Per
retinopatia
|
|
33%
|
Per albuminuria e nefropatie
|
Inoltre l’impiego di metformina nei soggetti
obesi ha dimostrato una minore incidenza di mortalità rispetto al
trattamento con insulina e sulfoniluree. Infatti i soggetti obesi nondebbono
essere di norma iperinsulinizzati quando è possibile impiegare metformina,la
quale esercita un’azione terapeutica differente non esclusivamente legata
al suo effetto ipoglicemizzante. Nei soggetti giovani, con età inferiore a
65 anni, il trattamento deve essere intenso e mirante ad un controllo
ottimale delle glicemie. Nei soggetti più anziani, invece, è sufficiente
un discreto controllo delle glicemie, ma occorre evitare le crisi
ipoglicemiche. Per cui è soddisfacente una glicata di 7.5-8.5% e glicemie a
digiuno tra 150 e perfino 200 mg/dl.
Dieta.
La dieta
è il primo target e di questo si è discusso ampliamente in questo website.
La dieta deve contemplare alimenti con scarso apporto di zuccheri semplici
altamente assimilabili (cfr indice
glicemico degli alimenti) e gli alimenti stessi vanno variati
(cfr sostituzione
degli alimenti nel diabetico). Vanno sempre assunti i carboidrati
checoprono il 50-60% delle calorie totali, i grassi 25-30%, meglio se olii
polinsaturi (alimenti
giusti) e proteine intorno al 15%, in genere 1 g/kg peso. L’alcool
va ridotto al solo vino rosso, qualche dito di bicchiere per traverso!
Esercizio fisico.
Ha un’azione importante per il diabetico perché
favorisce il decremento ponderale, riduce la massa grassa ed incrementa
quella magra, migliora la circolazione e la sensibilità periferica
all’insulina e dunque combatte la sindrome
metabolica e riduce il fabbisogno di insulina.
Terapia farmacologica.
Algoritmo
di trattamento nel diabetico
(consensus ADA EASD)
E’ un atto esclusivo del medico specialista che
ha in cura un paziente. Questa pagina internet ha il solo scopo di fornire
spiegazioni scientifiche. Si comincia con una cura step by step e c’è
sempre tanta confusione sul trattamento.
Si parte con la dietoterapia e l’esercizio fisico, per impiegare
farmaci insulino-stimolanti, esempio sulfoniluree (repaglinidi e nateglimide),
per la loro azione rapida ai pasti. Si continua associando le incretine. Nei
soggetti in sovrappeso trova indicazione la metformina ed il rosiglitazone
ed il pioglitazone. Ottimi anche gli inibitori delle alfa-glicosidasi
intestinali (acarbose e miglitolo). Per il resto delle informazioni comincia
a leggere i link con la freccia appresso riportate.
.
Terapia
con antidiabetici orali, come ti curo un paziente
Terapia
con le incretine
Terapia
con antidiabetici orali.
Terapia
insulinica, della quale si è detto ampliamente in questo sito.