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Milazzo e Federico De
Roberto: Il congresso di Storia Patria tenutosi a Milazzo il 4.06.08, l'opera letteraria "l'Illusione" attraverso l'analisi del
prof. Bartolo Cannistrà (e-mail b.cannistra@tin.it) e di Claudio Italiano, affinchè i posteri ne abbiano contezza! Compresi i sigg. soci del Kiwanis che non hanno potuto partecipare!
La parte video della
conferenza è apprezzabile cliccando su questi link appresso riportati!
DE ROBERTO E MILAZZO, del prof. Bartolo Cannistrà
Un
lungo lavoro di ricerca ha coinvolto quanti, per oltre tre decenni, si sono
appassionati alla soluzione del "mistero" del soggiorno milazzese
di Federico De Roberto; un mistero che si può riassumere in due frasi: De
Roberto, descrivendola nel suo romanzo "L’illusione", mostra di
conoscere molto bene Milazzo, ma nella sua biografia e nel suo epistolario
non c’è traccia di un suo soggiorno nella nostra città.
Forse sarà interessante seguire i tentativi di svelare
questo "mistero" e scoprire come per anni si sia brancolato alla
ricerca di dati che non si trovavano, imboccando strade che non portavano da
nessuna parte, fino a che non sono stati trovati alcuni documenti che hanno
consentito di trovare la soluzione.
La questione sembrava porsi come uno di quei gialli in
cui si è certi che c’è stato un delitto, e si sa anche chi lo ha
commesso, ma non si è in grado di chiarire quando, come e perché esso sia
avvenuto. Che De Roberto avesse soggiornato a Milazzo per un lungo periodo,
in diversi luoghi e in stagioni diverse, fra gli anni Settanta e gli anni
Novanta nell’800, era indubitabile alla luce delle descrizioni che egli
aveva dato della città.
Che non si fosse trattato di brevi visite saltuarie, ma
di un lungo periodo vissuto insieme ai milazzesi, si deduceva non solo da
riferimenti a determinati fatti ma da alcuni dettagli significativi.
Soltanto dai vecchi milazzesi avrebbe potuto sentir chiamare la statua della
fontana di piazza del Carmine col nome di Mercurio, e
soltanto loro dicevano "si sarebbe buttato giù
dal castello" (invece che, per esempio, si sarebbe buttato nel fuoco)
per indicare la dedizione e la disponibilità affettiva di una persona;
appartenevano alle fiabe popolari locali le "Mamme Draghe" di cui
si parla nel romanzo; solo a Milazzo, e solo poco dopo gli anni Sessanta, si
potevano ascoltare racconti di fuochi fatui sulle tombe dei caduti della
battaglia del 20 luglio.
In verità, il nome di Milazzo ricorre anche nel maggiore
romanzo di De Roberto, "I Vicerè", (31 volte, per essere esatti),
ma sempre come mero riferimento topografico senza alcuna descrizione di
luoghi (se si eccettua un accenno alla sala da pranzo della casa del nonno),
per cui poteva pensarsi che De Roberto avesse scelto Milazzo come una
qualsiasi cittadina di provincia per contrapporla alla grande città,
Catania, dove risiedono gli Uzeda.
Ma ne "L’illusione" non è così: si potrebbe
anzi dire che, in alcune pagine, è la stessa Milazzo ad essere, in qualche
modo, protagonista del racconto, perché la descrizione non solo non è mai
estrinseca, esornativa, ma –come vedremo- i diversi luoghi assumono
valenza emblematica nell’economia del romanzo.
La descrizione della città (vista arrivando al mare.
come avveniva prima della ferrovia) è precisa, e preciso è l’itinerario
dallo sbarco nel porto fino alla casa della Marina. Dettagliata e fedele è
la descrizione della spiaggia di Ponente, dalle caratteristiche della sua
sabbia alla vegetazione primaverile dell’area limitrofa. Il lungomare di
levante è colto con grande realismo nella livida luce invernale o nelle
notti di tempesta, ma anche nelle luminose mattinate di sole. Precisa è la
descrizione della strada che porta al Faro con le improvvise aperture di
orizzonte verso l’azzurro del mare, e sorprendente l’esattezza con cui
si indicano quali delle isole Eolie sono visibili dai diversi punti
panoramici del Capo. E lo stesso discorso si potrebbe fare anche per la
descrizione del giardino della villa del Capo e dell’itinerario da essa
fino alla casa della Marina, o per la villa e il giardino di Gelso e perfino
per i nomi di famiglie abitanti in quella zona.
Era quindi naturale che quanti si interessano di Milazzo
e della sua storia si domandassero perché De Roberto avesse scelto proprio
questa nostra città per ambientarvi un buon terzo (e, forse, proprio quello
più significativo) del romanzo; e quando e come l’avesse conosciuta così
bene. Il punto da cui si partì per la ricerca fu ovviamente la
localizzazione degli edifici in cui è ambientata la vicenda della
protagonista, Teresa: la casa della Marina, la "Rocca" al Capo, la
villa di Gelso.
L'articolo apparso sulla Gazzetta
del Sud di Messina il 7/09/2008

La prima ad essere identificata -per il suo stesso nome- fu quest’ultima, che oggi è proprietà dei Proto, ma un tempo apparteneva
alla famiglia Zirilli; e da qui fu facile passare all’identificazione
della villa del Capo, la "Rocca", oggi Villa Ella, di proprietà
dei Calcagno, ma un tempo anch’essa degli Zirilli. Bisognava ora cercare
la residenza della Marina, e si pensò alla casa che aveva ospitato la bella
(e oggi perduta per la città) biblioteca di Stefano Zirilli, al centro
della passeggiata, di fronte a dove venne collocata la statua della
Libertà: un’ipotesi (poi rivelatasi errata) che sembrò plausibile, anche
se mancava la vasca in giardino, perché si suppose che De Roberto avesse
operato una contaminazione con un altro palazzotto della stessa famiglia,
sito più avanti, a Vaccarella.
L’identificazione della famiglia proprietaria di tutti
gli edifici abitati da Teresa, consentì di capire che il barone Palmi (di
cui nel romanzo è figlia la madre della protagonista Teresa) era stato
modellato sulla figura di Stefano Zirilli, che fu effettivamente un patriota
liberale di notevole importanza per Milazzo e la zona circostante, anche se
non ebbe il rango attribuito nel romanzo al Palmi.
Assodato questo, cominciammo a cercare di identificare le
famiglie della buona società milazzese citate nel romanzo, e a definire i
riferimenti cronologici: il più antico riguardava i fuochi fatui di cui si
è detto sopra, mentre gli eventi più recenti erano quelli relativi alla
costruzione del cimitero sul colle dei Cappuccini nel 1888 e all’arrivo a
Milazzo in ferrovia nel 1890. Ma, all’interno, vi erano altri riferimenti
a eventi effettivamente accaduti, come la messa in scena di una particolare
opera nel Teatro di Messina o la visita di una squadra navale italiana nella
rada di Milazzo e le feste che furono date in suo onore.
A questo punto si poneva il problema più difficile: De
Roberto aveva certamente soggiornato a Milazzo, ma perché c’era venuto,
per quanto tempo, e quando? Cominciammo col consultare tutte le biografie
esistenti ma in nessuna si trovò traccia di quel soggiorno, né ve ne era
nell’epistolario, o almeno nella parte di esso già pubblicata. Bisognava
cercare in un’altra direzione e, partendo dalla constatazione che Milazzo
era descritta come una città "piccola e brutta", e vissuta come
luogo d’esilio e di segregazione, imboccammo un’altra strada che poi
però dovemmo constatare portava da nessuna parte. Sapevamo che De Roberto,
per un anno, non aveva frequentato, a causa di una malattia, la sua scuola,
l’Istituto tecnico "Gemmellaro" di Catania. Considerata la
notorietà di questa scuola e il fatto che Stefano Zirilli era
particolarmente interessato alle discipline scientifiche e tecnologiche,
formulammo l’ipotesi che uno dei suoi figli avesse frequentato quell’Istituto
tecnico e conosciuto De Roberto, il quale quindi forse aveva trascorso a
Milazzo, in casa di amici, un triste periodo di malattia o di convalescenza
. Ma fu facile scoprire che era una pista sbagliata: l’Istituto aveva
pubblicato, qualche decennio prima, un annuario che riportava i nomi di
tutti gli allievi che lo avevano frequentato, e fra i compagni di scuola di
De Roberto non c’era nessun nome che potesse riferirsi a Milazzo.
Ipotizzammo allora che la sua presenza nella nostra
città potesse derivare dal fatto che la famiglia materna, quella dei nobili
Asmundo, avesse delle proprietà in questa zona, e, in realtà, ci venne
riferito che sulle colline dell’entroterra probabilmente c’erano state
terre degli Asmundo. Ci mettemmo allora in contatto con membri dei diversi
rami della famiglia, ma non riuscimmo a trovare nessuno in grado di darci
informazioni, anzi alcuni manifestarono stupore nell’apprendere di esser
imparentati con uno scrittore così importante. Un amico avvocato, scomparso
qualche anno fa, ci riferì che una vecchia gentildonna milazzese –per di
più appartenente alla famiglia Zirilli- gli aveva parlato di uno scrittore
che nei primi anni del secolo, veniva puntualmente ogni estate a Milazzo e
risiedeva nell’attuale via Risorgimento. Che De Roberto avesse conservato
una consuetudine di rapporti con Milazzo, anche un trentennio dopo avervi
ambientato una sua opera? Era possibile, certo, ma non si trovarono
riscontri, e un ricordo riferito era troppo poco.
Sembrava proprio un giallo senza soluzione. Ma, a partire
da una decina d’anni fa, a Catania, e, quasi contestualmente, a Milazzo,
con le scoperte di documenti d’archivio da parte di Rosario Castelli,
Girolamo Fuduli e Giovanni Lo Presti, tutte le tessere del mosaico andarono
al loro posto. Il padre di Federico De Roberto, all’epoca comandante della
Fortezza di Milazzo, dal gennaio del 1871 al settembre 1872 ebbe in affitto
un appartamento al numero 1 di via S. Gennaro, nell’attuale Palazzo
Bonaccorsi, allora di proprietà di Stefano Zirilli. Quindi la famiglia
dello scrittore si trasferì a Milazzo quando egli aveva dieci anni e vi
abitò, con certezza per più di un anno e mezzo.
Ma quale può essere l’interesse di una simile ricerca?
Non c’è il rischio che sia una semplice, e inutile, curiosità, e per di
più di sapore provincialistico? Credo che non sia così: cercare di
scoprire come e quando uno scrittore abbia conosciuto i luoghi che descrive,
e verificare il tasso di rispondenza delle sue descrizioni alla realtà,
consente di capire come egli utilizza i dati della sua esperienza biografica
per tradurli in rappresentazione artistica;significa entrare nel suo
laboratorio e vedere come lavora, il che, per uno scrittore verista come De
Roberto è particolarmente interessante.
Ma questo è ancora poco. Nel romanzo i vari luoghi non
solo sono descritti con fedeltà e precisione, ma diventano topoi
psicologici, assumono un ruolo anche simbolico, emblematico. L’immensa
spiaggia di ponente, con la sua solitudine e il suo silenzio che quasi
sgomentano la protagonista, è il luogo della prima -allusiva- scoperta
della sessualità. La chiesa di San Francesco, con le lapidi e le recenti
tumulazioni di famiglia, rappresenta una sorta di discesa all’Ade, un
oscuro regno dell’Oltretomba. La villa del Capo, da un lato è connotata
dalla struggente bellezza della natura e, dall’altro, in stridente
contrasto, è legata all’esperienza drammatica della morte: la notizia di
quella della madre e la visione di quella della sorella. Gelso è invece il
luogo dell’esperienza d’amore proibito: dall’ambiguo turbamento
adolescenziale per Bianca all’ultimo amore impossibile per il giovane
Maurizio. Ma è forse la Marina il luogo più emblematico: dai pensieri
sognanti che suscitano le navi che appaiono nella rada quando il mare è
cattivo e poi, una mattina, spariscono verso i paesi "grandi, belli e
ricchi" (il grande mondo lontano dove Teresa vorrebbe fuggire) alla
gelida notte di tempesta che suggella la fine dell’ultima illusione.
Infatti, il romanzo di Teresa, che era cominciato con la gioiosa attesa
della bambina alla finestra della casa di Firenze, si conclude alla
finestra, con la disperazione della donna sfiorita e delusa che, con la
fronte appoggiata al vetro, contempla lo spettacolo "formidabile"
delle onde che si abbattono fragorose sulla riva, nella notte deserta come
deserta sente ormai la sua vita.
C’è ancora un altro tema interessante, che andrebbe
approfondito: quello della connessione fra la vicenda milazzese de "L’illusione"
e quella de "I Vicerè". Una connessione caratterizzata da un’anomalia:
i fatti raccontati ne "L’illusione" sono successivi a quelli
narrati ne "I Vicerè" (anche se nelle parti finali ci sono
momenti in cui le due vicende si incrociano), perché il primo romanzo
racconta la vita di Teresa che è figlia di Raimondo Uzeda, personaggio del
secondo, "I Vicerè". Sembrerebbe ovvio che "I Vicerè"
siano anteriori a "L’illusione", e invece no: sono stati scritti
dopo "L’illusione". Insomma, De Roberto comincia a scrivere l’antefatto
della vicenda di Teresa quando il romanzo che parla di lei è già in
stampa.
Eppure, collocando sull’asse diacronico i fatti
raccontati nell’uno e nell’altro romanzo, e incrociandoli con gli eventi
storici cui si fa riferimento, si scopre la perfetta coincidenza nelle date,
come se l’autore avesse già steso il piano dello svolgimento degli eventi
prima ancora di scrivere i due romanzi. Un simile disegno organico, però,
sembrerebbe smentito da un’affermazione dell’autore, secondo cui il
progetto de "I Vicerè" gli si era andato dilatando man mano che
egli andava scrivendo. Ecco un altro tema per future ricerche...
I LUOGHI MILAZZESI DI DEROBERTIANA MEMORIA A CURA DI CLAUDIO ITALIANO
Federico De Roberto, Milazzo ed il romanzo “L’Illusione”. Della trilogia dei romanzi del grande scrittore catanese, Federico De Roberto, fa parte, oltre al capolavoro “I Vicerè” e a “L’Imperio” (rimasto incompleto e pubblicato postumo) il romanzo l’Illusione (1891) gran parte del quale è ambientato a Milazzo, dove la protagonista, Teresa Uzeda, vive la sua splendida fanciullezza, ed infine il suo triste ed amaro tramonto, dopo le molteplici delusioni d’amore. L’estrema precisione con cui De Roberto ha descritto i luoghi milazzesi, dal Capo alla spiaggia di ponente, dal porto al Castello ed alle dimore della Piana, da tempo aveva indotto a pensare che lo scrittore avesse trascorso una parte della sua vita a Milazzo, ma nonostante le affermazioni di chi ne aveva scritto, non era mai emerso un riscontro documentale in tal senso, mentre le biografie dello scrittore catanese finora tacciono su questo punto. Recentemente, però, le ricerche effettuate dal prof. Rosario Castelli, docente presso l’Università di Catania, che nel Fondo-Verga ha trovato i primi riscontri e gli studi successivi promossi dalla Società Milazzese di Storia Patria, e particolarmente dal prof. Bartolo Cannistrà e dal segretario del sodalizio, Girolamo Fuduli, hanno portato alla definitiva conferma che l’Autore de “L’Illusione” ebbe una conoscenza diretta dei luoghi milazzedsi descritti nel romanzo. Da qui è nata l’iniziativa della Società Milazzese di Storia Patria, con la collaborazione del Kiwanis club di Milazzo, di un incontro pubblico, svoltosi il 4 giugno 2008 nell’Aula Magna dell’Istituto Tecnico Industriale di Milazzo, “Ettore Maiorana” sul tema: “Federico De Roberto e la Città di Milazzo nell’immaginario narrativo del romanzo l’Illusione”. Vi hanno partecipato come relatori: la dott.ssa Antonella Raschietti, che ha messo a fuoco alcune argomentazioni della sua tesi di laurea sullo stesso tema da lei discussa presso l’Università di Catania; Bartolo Cannistrà e Girolamo Fuduli, per la Società Milazzese di Storia Patria. Ha preceduto gli interventi la proiezione di un bellissimo cortometraggio sui luoghi Derobertiani di Milazzo, di cui è autore il dott. Claudio Italiano, milazzese, medico internista presso l’U.O.C. del Presidio Ospedaliero di Patti. Passando al dettaglio rapido degli interventi, la dott.ssa Antonella Raschietti, dopo aver indicato nel 1872 l’anno del soggiorno Milazzese del De Roberto, ha individuato in Teresa, protagonista del romanzo lo specchio dello scrittore De Roberto, nel senso che egli ha tradotto nella personalità e nella vicenda umana di Teresa, la propria inquietudine di giovane impaziente di uscire dalla soffocante tutela della madre e di vivere pienamente il sentimento dell’amore. Il realismo e la grande precisione nella descrizione dei luoghi milazzesi non sono – ha detto a sua volta il prof. Bartolo Cannistrà- solo omaggio alla letteratura del verismo, ma corrispondono all’esigenza dello scrittore di dare corpo alla leopardiana storia di un’anima. Non è un caso, insomma, che –tanto per citare- la descrizione della spiaggia di Ponente coincida con la scoperta della sessualità di Teresa, così come la dimora del Gelso nella Piana di Milazzo si connota come luogo della liberta. Si può ipotizzare un secondo soggiorno del De Roberto a Milazzo dopo quello del 1872? Girolamo Fuduli non dà importanza ad una tale eventualità, anche se -egli dice – alcuni riferimenti a luoghi e a circostanze cronologicamente databili, quali si rinvengono nell’ultima parte del romanzo, potrebbero far pensare in tal senso “ il riferimento è in particolare, al nuovo Cimitero di Milazzo, appena inaugurato ed alla stazione ferroviaria, entrambe le opere databili, rispettivamente nel 1888 e nel 1890”. Un appello alle autorità comunali è stato lanciato da Fuduli a conclusione del suo intervento perché, tenendo conto dell’importanza dello scrittore, gli si possa rendere il dovuto omaggio della memoria magari con una targa da apporre nelle casa dove si suppone che abbia soggiornato. Ha portato i saluti dell’ITIS “Ettore Maiorana” il dirigente scolastico, prof. Stello Vadalà; ha ringraziato a nome del Kiwanis il prof. Vittoria Cannata; ha coordinato l’incontro il prof. Gigi Billè, presidente della Società Milazzese di Storia Patria.
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Avuto l'incarico da Storia Patria di Milazzo di creare un
documento video che descrivesse i luoghi milazzesi di memoria derobertiana,
in onore allo scrittore verista Federico De Roberto, mi sembrava doveroso
tracciare un breve ritratto psicologico dello stesso, che definirei un
milazzese d'adozione, con Milazzo nel cuore. Federico nasce a Napoli
nel 1861 e vi rimane fino ai nove anni, epoca in cui la sua famiglia si
trasferisce a Catania, dove egli vive per il resto della sua vita, pur
soggiornando per alcuni periodi a Firenze, a Milano, a Milazzo, Piacenza e a
Roma, essendo la sua esistenza enigmatica! Il ragazzo, tuttavia,
poichè il padre, che si chiamava anch'egli Federico, era un comandante la
Fortezza del Castello di Milazzo, si trova da fanciullo a vivere alcuni anni
della sua giovinezza nella Città del Capo, dove viene introdotto negli
ambienti dell' aristocrazia siciliana del tempo. Milazzo era la metà di
villeggiatura preferita da alcuni nobili signori proprietari terrieri
dell'epoca; fra essi si annovera il famoso patriota Stefano Zirilli,
che nel romanzo di De Roberto diventa viene
assimilato alla figura del Barone Palmi,
del figliolo del quale si narra in questo sitoweb e nel libro " sulla
storia del vino
da taglio milazzese, redatto
dal nostro Tricamo, invischiato nelle problematiche della fillossera,
scopritore degli innesti sulla vite americana,nella
cui casa, ai piedi della salita di S. Francesco di Paola, soggiornò appunto
il nostro scrittore.
Così stando i fatti e le vicissitudini, egli ebbe
modo, dicevamo, di conoscere le storie, i luoghi, la psicologia della nostra
Milazzo aristocratica e se ne ispirò nei suoi racconti. Per esempio, nel
romanzo la sorellina di Teresa, la protagonista, muore al Capo, alla
Rocca,
per
tisi; questa vicenda in effetti ricorda quella realmente accaduta nella Villa
del Gelso, dove a Stefano Zirilli muore il figliolo di
tisi, ossia nelle campagne tra S. Pietro e contrada
Bilemi, dove "il nonno piantava un vigneto", una villa
bellissima, costruita su di un palmento, dal fronzuto giardino, "...con
le piante aromali, la menta, il rosmarino...i fiori d'arancio.." che in
atto funziona da Sala di ricevimento, gestita dai sigg. Zizzo titolari del
Covo del Pirata di Milazzo. La Villa originaria, che era stata edificata su
di un palmento, viene distrutta.
 Lo
scrittore, perciò, trae spunto ne l'Illusione da fatti realmente accaduti
ed appare, quindi, assai fedele ai canoni della corrente letteraria a cui si
ispira, il verismo, che consegue il raggiungimento
dell'obbiettivo della verità, del vero e del verisimile, corrente a cui
aderisce grazie al suo sodalizio col Verga e col Capuana, con i quali ha una
stretta corrispondenza epistolare, scrittori che ha conosciuto a Milano. Nei
link appresso riportati potete godere con noi sottoscritti di questi luoghi
milazzesi di memoria derobertiana, di cui si narra ne l'Illusione. Il
dott. Claudio Italiano, invitato da Storia Patria si è fatto carico,
volentieri, di girare questo video, cercando di essere il più possibile
aderente ai fatti e ricostruendo i luoghi storici del tempo, per
far rivivere la nostra Milazzo ottocentesca e collegare il proprio nome al
grande De Roberto! Qui su internet è ora possibile al mondo intero ammirare
i tramonti Capiciani, il mare in tempesta di ponente, già descritto
nell'epopea classica e nell'Odissea, le spiagge fatte di ciottoli, minuti di
San Papino, cioè la porzione di ponente, dove erano le passeggiate
preferite della protagonista ed i primi brividi amorosi..., le
"margheritine che crescono lungo la spiaggia", spiaggia fatta di
"ciottoli, dicevamo, che cominciavano grandi come un pugno... per
divenire venati come confetti, che il mare "lambiva quietamente
certi giorni" o "assaltava mugghiando".... ; oppure, ancora,
le passeggiate fatte al Castello col maggiore Ridolfi, che vi conduceva pure
i figli, con "la sciabola che sbatteva sui sassi della salita, che si
inerpicava fino alla spianata erbosa, entro la galleria buia", oltre la
porta di S. Maria. Il De Roberto descrive ancora il vecchio Duomo
di Milazzo,
come " cadente", "con le mura sforacchiate dalle bombe",
dopo che i soldati del '60 lo hanno adibito a ricovero, utilizzando le
lastre delle sepolture come tavoli... Da segnalare pure è la pagina
pittoresca che descrive l'aria tersa e le
giornate primaverili del Capo, con la stradina tra gli ulivi,
verosimilmente
alla Baronia, "col mare a destra ed a sinistra, le isole eolie che si
vedono dal faro, come sassolini, come di "buchi all'orizzonte"...
Dopo la pagina del Capo, colpisce la vicissitudine della protagonista che
appresa la notizia della morte della madre, appena
possibile, essendo stata dapprima trattenuta, di notte corre
tra le campagne notturne del Capo illuminate dalla luna, fino a quando,
passando per la Chiesa di San Francesco, giunge finalmente a casa, bussa
alla porta e " "la desolazione crebbe!""
E
qui dobbiamo dire, per rigor di logiva, che, la vita del giovane Federico
rispecchia quella dei
personaggi dei suoi romanzi: c'è sempre una tragedia dietro l'angolo, una
delusione cocente, la sofferenza dell'essere: Federico perde il padre, come
appresso diremo, un fratello, Luigi, a 15 anni, ed una sorella qualche mese
prima, Maria a soli 14 anni, nel 1878. Probabilmente i fatti della vita lo
segnano in questo modo pessimistico e crudo di vivere gli avvenimenti, in
questo suo modo esasperato di sottolineare gli aspetti psicologici dei
personaggi che finisce per stancare il lettore meno erudito che va alla
ricerca di leggerezza nel racconto e frivolezze! Federico perde il padre
all'età di 50 anni che muore stupidamente dopo venti giorni di atroci
sofferenze in quei di Piacenza, a seguito di un incidente, essendo sceso dal
treno in stazione per "ispandere acqua", mentre dal binario
opposto giungeva un altro treno. Le storie d'amore tristi ricordano,
altresì, i suoi amori sventurati, come quella storia del suo amore segreto
con una fanciulla di Milano che vede nella triste Piacenza, che non ebbe un
buon fine, storia in cui Federico si immerge quasi come antidoto al suo male
di vivere. Di lui sappiamo poco; probabilmente non fu mai capito al suo
tempo e neppure oggi lo è, finendo gli anni della sua esistenza
come semplice direttore di una biblioteca, per riuscire a sbarcare il
lunario. La ricchezza delle sue opere non venne mai apprezzata, come come
era invece accaduto per i lavori del Verga, generalmente assai più
comprensibili ai molti lettori. Ma una cosa è certa: il suo amore per la
nostra Milazzo, una sorta di "odiosamata" che traspare nella
grande dovizia di particolari con cui descrive le nostre spiagge, nella
forza del mare in tempesta che si infrange su questa marina che ama ed odia,
nella luna che filtra tra le nuvole impazzite nella corsa buia della notte,
nelle mura possenti del Castello che risplendono sotto la luce pallida della
luna, nelle margheritine gialle che crescono ai bordi delle spiagge,
nell'aria tersa dei tramonti capiciani, nel brusio degli insetti a
primavera. Lo scrittore è come se amasse ed odiasse al tempo stesso questa
città, che definisce "tanto più piccola e brutta", e fa
sua al contemopo la leggiadria di Milazzo; ha toni sferzanti quando parla
della "passeggiata della Marina, una marina per ridere, dopo quella di
Napoli" o "della Chiesa di San Giacomo", che "faceva
pietà dopo Santa Maria del Fiore"; il porto " senza battelli!,
dopo la tempesta è solo "la spopolata cittaduzza" più desolata
che mai, ma la sua penna, invece, brilla quando descrivere la natura dei
nostrii luoghi!
E
che dire, poi, della statua di Mercurio" , piazzata là, a piazza del
Carmine? Lo descrive "tutto nudo, con la cintola di latta!",
statua che era in passato così definita dal volgo milazzese, facendo
ritenere in ciò che lo scrittore ben conoscesse tale epiteto, pur sapendo
che essa rappresentava, in realtà, la nostra il Dio del Mela, cioè
la Divinità del fiume nero di S. Lucia, ritratto col remo in mano. Lo
scrittore allora vive bene dentro di sè la città, poichè luoghi della sua
memoria gli ricordano il periodo meno travagliato della sua
fanciullezza e vi si sofferma piacevolmente, con dovizia di particolari,
anche se con tono sarcastico, tracciando un quadro impressionistico sulle
bellezze e sulle nefandezze di Milazzo, quasi nascondesse una passione
speciale per questa città della sua giovinezza, come se descrivesse l'
amore per una donna di basso rango, che osserva con occhio bieco e
sprezzante, ma ama in cuor suo perchè è pur sempre una donna formosa,
anche se ha parole di veleno nel rappresentarla ad altri, perchè, pur
essendo sensuale ed intrigante, è pur sempre una donna di bassa levatura
sociale! I video, i cui link appresso sono riportati, non possono che
accompagnarsi alla buona musica di casa nostra, cioè del grande Sergio
Bertolami e del flauto superbo di Fabio Sodano, anch'essi appunto milazzesi,
musica che si può godere per intero nel CD "Orizzonti e
Memorie", cd molto bello, con suoni ed echi della nostra cultura
musicale milazzese, che è la sintesi di suoni arabi, svevi, angioini e
normanni!
Claudio
Italiano
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