IL TOSSICODIPENDENTE

Da un corso di perfezionamento in trattamento della tossicodipenza.

Il docente da un tema al gruppo: "Proviamo a scrivere una favola per adolescenti". Partendo dalla favola si arriva a sviluppare il concetto del " tossicodipendente", un adolescente infinito, che non vive la propria vita, ma si lascia vivere.

Da appunti personali di psicologia spicciola.
Il docente, rivolgendosi al gruppo, dice:
- Proviamo a scrivere una favola per adolescenti; ciascuno di voi pensi ad un personaggio e detti delle frasi.
La barca che non salpa: quella del tossicodipendentePersonaggi:
"La fata, la strega, il principe azzurro e la principessa azzurra, Mazinga, il cane, il drago, il lupo cattivo, la sirena, l’arco, gli alberi, il bosco, gli uccellini, Luigi!"
- Allora, ciascuno di voi, partendo da un personaggio tracci un periodo....
"In un grande castello abitava un principe di nome Margherita, detto Luigi. Viveva felice insieme al suo cagnolino. La strega cattiva lo ha trasformato in maschio. Siccome era brutto come maschio, la fata lo ha fatto diventare bello. E tutte le volte che passava suonava sempre la sirena di pompiere. Mazinga era invidioso della bellezza del principe e si è alleato col drago per bruciarlo vivo. Intervenne, allora, il lupo cattivo che salvò il principe. La strega ritrasforma Enrico in principessa e vissero felici e contenti con il principe azzurro che dopo tanto tempo si seppe che era Mazinga."
-Allora, analizziamo questa favola che voi avete dettato. E’ presente una bivalenza: il bello, il brutto, il buono, il cattivo, ecc... tracciamo il senso della favola, ditemi cosa percepite in questo racconto.

SENSO DELLA FAVOLA

Esistono dei temi che interessano la crescita: Incertezza, importanza della bellezza, l’identità sessuale incerta, il buono e il cattivo, l’aggressività, l’inganno, prima l’accoglienza e poi l’aggressione, il pensiero magico, l’assenza dello stereotipo, la soluzione estrema, la trasgressione, il lieto fine, la necessità di un cambiamento, il pessimismo, la metamorfosi, la fantasia, l’aspetto ironico."
 

 
I turbamenti del giovane Werther, l'eroe romantico che poi si uccide.
I dolori del giovane Werther, un giovane artista, si rifugia in campagna e incomincia a conoscere i luoghi e a stringere contatti occasionali con la gente del posto. Ad un ballo incontra Lotte, una giovane di animo nobile, fidanzata con Albert, un uomo riflessivo e razionale, quasi l'opposto di Werther, emotivo e passionale. Nel momento dell'incontro tra Werther e Lotte, Albert è lontano da casa e ciò consente a Werther di frequentare assiduamente Lotte. La bellezza della ragazza e il clima affettivo che lei riesce a creare intorno a sé colpiscono profondamente l'animo artistico di Werther che finisce per innamorarsene follemente. Consapevole che si tratta di un amore proibito e non corrisposto, al ritorno di Albert, che gli dimostra peraltro rispetto e cordialità, Werther decide di andarsene da quel luogo al seguito di un ambasciatore. Cerca di soffocare i suoi sentimenti per Lotte rivolgendosi ad altre figure femminili (la signorina B.), ma l'ambiente meschino e perbenista con cui viene a contatto lo rendono sempre più insofferente verso il suo incarico, e,date le dimissioni, ritorna a Wahlheim dove nel frattempo Lotte si è sposata con Albert. La passione amorosa per Lotte non è più contenibile, il cuore di Werther è straziato, il giovane non riesce più a reprimere il suo sentimento, Lotte ne ha paura e lo allontana chiedendogli di non farle più visita prima della vigilia di Natale. Senza l'amata, Werther non riesce a concepire più alcun futuro e comincia ad insinuarsi in lui l'idea del suicidio. Una sera, trasgredendo al comando e approfittando dell'assenza di Albert, Werther fa visita a Lotte e le legge dei versi da "I canti di Ossian" (opera chiave del Romanticismo) e, lasciandosi prendere dalla passione, la bacia. Lotte sente che sta per cedere a quell'amore travolgente e con fatica lo respinge. Werther, dopo averle scritto un'ultima lettera appassionata, attua il suo progetto di suicidio sparandosi un colpo alla testa.)
- Ora per scoprire la personalità del tossicodipendente occorre fare un lavoro con la mente: in noi stessi venga evocato il periodo dell’adolescenza, con i suoi stati d’animo, le sue incertezze; questa è la chiave di lettura della psicologia dei giovani e solo così potremo accostarci ad essi. Parliamo, quindi, del gruppo, del senso del gruppo e su ciò che ci porta a diventare antisociali.

Il giovane gode della solitudine; ricercato è il momento di isolamento dal nucleo familiare e dagli amici, come momento di introspezione e di crescita dell’individuo e di riflessione, momento in cui si può piangere, ridere; c’è il godimento dell’incomprensione, anche un pò di masochismo, pianto liberatorio. Io non voglio che gli altri mi comprendano! E’ autoemarginazione e incapacità a comunicare, a dare spessore. Nella favola è trasparsa metacomunicazione, la capacità di comunicare al di là delle parole. Hanno capacità a simbolizzare. Si diventa adulti quando questo processo è compiuto. L’azione è un modo di costruire il simbolo; la ricerca dell’identità: non fa paura e serve a ricercarsi. Così il pianto serve definire una chiusura di porte ed il passaggio verso le scelte mature
 

La fragilità dell'adolescente


Abbiamo parlato dell’adolescenza legata alla identità; noi sentiamo di essere percepiti come esistenti. Il bambino ha bisogno di dipendere dai genitori e questo è per lui buono, ha questa entità precisa e soffre molto meno dell’adolescente (a*). L’a* ha una quota di disagio che fa parte del processo della crescita. Il problema dell’a* che detta preoccupazione è quando il tempo della non identità occupa un terzo della vita e porta all’angoscia, senza punto di arrivo, come l’apparato senza cibo. In questo percorso verso l’età adulta gli adulti non sono il solo punto di riferimento. La crisi della famiglia corrisponde a quella di altri educatori; le istituzioni non hanno contribuito alla risoluzione della crisi familiare, della famiglia etica e/o affettiva. Si perde il senso dell’individuo come tutt’uno e l’educazione scolastica è frammentaria, suddivisa in centinai di corsi (di lingue, computer, di biblioteca) , così anche le istituzioni hanno fallito, anzi privano il ragazzo della formazione, danno solo nozioni e perdono l’unità di riferimento che è la persona; gli insegnanti non si adeguono alla formazione pedagogica. Non è più il sesso il problema del giovane di oggi, ma la solitudine, la tristezza, il senso di vuoto e di noia, la frustrazione al dolore: "adolescenza narcisistica e depressiva". Uno sconcerto è quello di trovarsi di fronte a qualcosa di instabile. I mutamenti del giovane Werther, sono quelle modificazioni che costringono gli a* ad una posizione di attesa; noi siamo sorpresi quando vediamo che il bambino diviene adulto ma diamo risposte sbagliate. E’ importante dare agli adulti punti di orientamento sui momenti psichici dell’a* :
1) la vita interiore. Il bambino non ha una vita interiore perchè l’interiorità si sta formando ma fino all’adolescenza rimane tutto subconscio, quando riflette sui sentimenti ci colpisce. Noi parliamo agli a* di futuro, ma il ragazzo ci parla delle sue sensazioni interiori. Quando compare l’interiorità stiamo di fronte all’adolescente. I bambini hanno una certezza che è data dagli
2) adulti, che sono un ancora, un porto sicuro, sono pensati come onnipotenti. L’a* rovescia il terreno di gioco: gli adulti sono tiranni e rompiscatole, per cui lascia spazio alla conflittualità;
3) il tempo diventa una sensazione che può durare un minuto o un’ora a seconda dei vissuti interiori.
 Il bambino è legato al tempo come al presente; non sa dire oggi e domani; oggi mattina, oggi sera, dice il bambino. Nell’a* la vita interiore passa alla consapevolezza dal subconscio. Questo processo è importante e decisivo. Noi viviamo più intensamente dei nostri genitori, in un mese facciamo cose che facevamo in un anno; mentre prima si assimilava in un mese quello che oggi si fa in un giorno: vedi un manager in viaggio di affari tra Parigi, Roma, Londra : i tempi sono ristretti. Il tempo per interiorizzare le esperienze vissute si è ridotto, il tempo come interiorizzazione della vita interna compare nell’adolescenza; il tempo dell’adolescenza non è come per il bambino il presente ma il futuro, l’altra dimensione è il passato, dalla quale si deve allontanare ed, in ultimo, c’è loggetto". Per il bimbo l’oggetto è il giocattolo che sfascia per capire com’è fatto. Per l’a* la dimensione è il possibile, l’utopico ed egli vive coltivando la propria utopia. Dal punto di vista psicologico egli allontana gli oggetti interni primari (genitori), ne ricerca altri ed introietta l’esperienza, egli deve investire l’energia che ha dentro altrimenti questa si ripercuoterà contro di lui; prima della malattia psichica c’è la depressione se l’energia non è direzionata. Nell’a* c’è una tendenza a ricercare gli "oggetti", se non ha imparato ad amare, c’è la sofferenza.

Il problema del corpo che si modifica


Il corpo non è dato dalle varie parti ma è importante il vissuto delle modificazioni del proprio corpo, che può essere percepito come brutto se non siamo stati amati, un corpo anche brutto, infatti, può essere fonte di sicurezza se ci è stato fatto percepire come bello e siamo stati amati. Il corpo si impara a conoscerlo nell’adolescenza, attraverso il gruppo dove ci si impara a conoscere, ci si confronta sul peso, altezza, il seno, per i maschi la barba, i peli ecc. Quando questo avviene nel gruppo ciò è espressione della propria forza e del diritto ad esistere. Il corpo rappresenta l’elemento del passaggio; se io mi piaccio il passaggio è semplice, se non mi piaccio e non mi stimo il passaggio agli oggetti adulti sarà più difficile. Noi non conosciamo la natura della persona. La sessualità va vista in questa luce. L’atto masturbatorio è la parte più tipica: il toccarsi è prendere contatto con parti del corpo che erano annesse alle funzioni del corpo. Il bimbo sa di avere i genitali ma non è maturo endocrinamente. Nell’a* i genitali vengono assunti, c’è una presa di contatto:; 2° elemento: la fantasia proiettiva: le prime masturbazioni avvengono sul genitore di sesso opposto; 3) poi su relazioni possibili (quindi separazione e ricerca). Nella masturbazione vi è senso di colpa attribuito alla cultura, in parte collegato al sentimento religioso, al sentimento di conservazione della specie: in questa fase è iniziata la separazione dagli oggetti primari. Poi si evolverà nella relazione sessuale. Nell’a*occorrono la strutturazione dei sistemi difensivi. Difesa non è un termine negativo, un uomo senza difese è uno psicotico. Nell’adulto occorrono i sistemi di difesa che si apprendono da a* . Essi sono:
1) mettersi in mostra (mito di Narciso che si specchia nella fonte, si ama e si separa); l’a* si vuole separare ma non ha la forza di stare da solo tuttavia quello del Narcisismo è una difesa buona; al giovane tocca di strafare; di pettinarsi alla Beatles, di mettersi l’orecchino, essi giuocano il loro ruolo narcisistico e costruiscono un sistema difensivo così: " io mi metto in discussione col genitore e mi amo molto di più"; il genitore ne prende atto con una giusta dose di ironia, ma deve essere presente: quando vede che il giovane vuole strafare(per es. si buca dappertutto con gli orecchini!) allora deve intervenire anche con la dovuta autorevolezza perchè Narciso non pende più dalla parte del terreno; quindi l’adulto ferma queste situazioni autolesive che non sono più autodifesa;
2) l’a* si ritira nei suoi spazi privati; come l’asceta egli si ritira dal mondo, ed è una forma di difesa opposta al Narcisismo, si veste di scuro, quindi l’opposto di mettersi in mostra, rappresentandosi in uno spazio chiuso: questa forma di difesa è grave perchè non desta l’attenzione dell’adulto.
3) Intellettualizzazione, il mito; il giovane si proietta nel mito per es. Che Guevara, Claudio Baglioni; il mito racchiude il desiderio, si proietta nel mito, in questo modo il desiderio può essere coltivato attraverso questa difesa.
4) La scissione: fuori è tutto bello; in casa è tutto brutto e schifoso.
La scissione è una cosa pericolosa perchè l’a* si mette nella strada dove vivono i gruppi devianti. Il ragazzo scissionario è sottoposto al gruppo, alle gerarchie del gruppo, alle regole del gruppo dove se sgrarri paghi a caro prezzo. I ragazzi vanno dalla famiglia in gruppi poco strutturati, ai margini della società. La prevenzione, perciò, non è solidaristica, non è buonistica; è un’azione forte e decisa che deve rispondere ai ragazzi che fuggono dalla famiglia. La persona sana impara tutto ciò e la salute mentale è l’espressione massima della messa in atto dei meccanismi difensivi: l’a* conosce una ragazza, ama, si lascia, si ritira in sè, piange. Se quel pianto permane allora ecco la condizione patologica. Il gruppo perverso è deviante, ma il gruppo può aiutare il giovane che ha problemi in famiglia. L’a* è diverso rispetto ai genitori, ha una identità propria ed integrativa, "concetto della identità integrativa"; nel gruppo cresce perchè vede quello che fa l’amico e se gli va bene acquista una proprietà che non aveva e ciò avviene grazie ai sistemi difensivi; per es. un giovane è solo narcisista, ebbene, il gruppo lo sfotte ed allora questi apprenderà la flessibilità che è alla base della salute psichica umana. Da bambini si frequentano delle compagnie scelte dai genitori, per la loro sicurezza. Da a* il gruppo è scelto in modo autonomo : questo gruppo nasce dapprima con componenti dello stesso sesso, interiorizza la battaglia dei sessi e poi diventa misto e si realizza nella coppia; quando ti allontani il gruppo ti dice che sei traditore. Il primo gruppo è omosessuale, il secondo è misto. In alcuni gruppi devianti, il problema della difficoltà della relazione con l’altro sesso produce ansia, questa ansia può essere attenuata dalle droghe, dall’alcool. Questi separazione dagli oggetti primari si risolve con le droghe che però sono un danno perchè frenano le emozioni e creano l’illusione, cioè quello di ottenre gli oggetti adulti senza la fatica, senza il pathos e le emozioni e l’ansia. Il tossicomane ha una realtà affettiva diversa da quella biologica
 

Le droghe ed i giovani


Le droghe agiscono sul SNC con mecc. fisiologico e copiano sostanze già presenti nel ns organismo. Esse si legano ai recettori e danno luogo al fenomeno della trasduzione, per cui l’oppiaceo darà sonnolenza, euforia. Perchè si arriva alla droga? A parte l’aspetto psicologico e sociale del problema e la disponibilità della sostanza, esistono dei meccanismi di ordine biologico. I recettori sono strutture plastiche. L’assuntore di sostanze dall’esterno subisce 3 effetti:
1) qualitativo, cioè si sostituisce alle sostanze endogene e determina il blocco della produzione endogena di sostanza; 2) effetto quantitativo, cioè la quantità che si misura in nanogrammi; 3) meccanismo del feed-back negativo. Anna Freud, figlia del grande Freud, continua l’opera del padre e definisce l’età adolescenziale come "figliastra della storia psicoanalitica". Nell’adolescenza c’è una instabilità dovuta alla perdita intollerabile dell’idea del futuro. Molte scelte anestetiche di questo tempo sono il frutto di questa società che fa diventare il presente dell’adolescenza un tempo infinito. C’è solo un modo per dilatare il tempo: per es. ammalandosi o "drogandosi", così il tempo non esiste più, ed esiste il tempo del "farsi" e dell’astinenza; non c’è più una scansione cronologica. E’ il tempo buono del farsi e quello cattivo dell’astinenza. Per battere le droghe bisogna dare un tempo al futuro. Siamo abituati a pensare che studieremo, che vivremo lì; però crescere vuol dire saper cambiare e pensare, perciò, al concetto dell’instabilità, come fatto anche dell’essere adulto. Al contrario gli adulti negano ai giovani le possibilità di muoversi, di pensare ad altre situazioni. Quello che è richiesto è un cambiamento anche del mondo degli adulti. Quando io mi riferisco al futuro intendo che gli adulti temono e non vogliono promuovere l’avventura. Queste situazioni sono patogene se ci riferiamo agli adolescenti; essi devono essere stimolati a fare le esperienze della vita. Se noi facciamo questo gli adolescenti si accorgeranno di essere stati parcheggiati fuori dai cicli produttivi. Come ci spieghiamo le bande criminali? Sono appropriazioni del territorio da parte di soggetti a cui esso è precluso. Gli adulti che non comprendono ciò favoriscono questi processi criminali. Non tutti gli adolescenti sono in questa condizione. Alcuni di essi, se interrogati, ci rispondono e i ragazzi cercano di definire il loro ruolo, le ragazze lavorano sulla corporeità, usano la scuola come spazio per socializzare. Dunque un quadro che occorre mutare. Ci vogliono degli adulti competenti, un lavoro per il quale i genitori acquistino qualità. Troviamo uno spazio nella vita nel quale comunicare su ciò che avviene, occorre parlare di fatti e di affetti. Gli adulti competenti sono quelli che riconoscono i loro limiti, perché alcuni fatti li dobbiamo apprendere dagli insegnanti, dai nonni, dagli zii, dagli amici. Nasce il concetto di "genitore integrativo", lo zio, che non ha a che fare con la famiglia , con ciò che si trasmette di affettivo e, perciò, ha meno responsabilità e più margine di azione in questo compito di educatore. Abbiamo bisogno di molti zii, cioè di adulti che accompagnano gli adolescenti verso l’avventura, la libertà, l’acquisizione di competenze, la stima di sé, cioè che li accompagnino a coltivare il "fanciullino", che tanti autori hanno ripreso nella psicoterapia, l’io bambino. Quando una a* è adeguata? Quando il genitore o l’adulto riesce a comprendere che gli può trasmettere delle qualità. Quando il genitore accetta l’idea che queste qualità non saranno sufficienti in quando occorreranno delle qualità apprese da altri, lo zio, il prete, il nonno, il maestro. Accettare l’idea altrui vuol significare accettare i tratti personali dell’altro, ma ciò può generare conflitto. L’adulto che sa praticare l’integrazione è l’adulto che sa accettare il conflitto senza distruggere l’altra parte ma anzi ricevendo elementi che migliorano se stessi. Ogni conflitto ha degli acting out, o punti alti: per es. sbattere la porta, tirare un calcio. L’adulto deve sapere riprendere il gioco e l’acting out significa che la comunicazione non ha funzionato. Poi riprende il gioco; se l’adulto non sa fare questo produce un adolescente senza conflitto, cioè piatto e senza desideri o, peggio, con la negazione del desiderio, parte insostituibile che ha a che fare con le pulsioni, sopprimere il desiderio significa negare il conflitto, non aver vissuto il desiderio; classico es. il ragazzo che studia, si laurea, si sposa; poi compare una persona che evoca in lui il desiderio e si interrompe la relazione coniugale. Dunque negazione del desiderio è energia inespressa e prima o poi si dovrà esprimere. Altre volte non si esprime perchè l’a* è troppo lunga; vedi gli eterni studenti che non raggiungono l’obiettivo e studiano; Vorrei concludere con una riflessione sul cammino anomalo che gli a* possono intraprendere: 1) rimanere instabili nella propria indefinitezza; 2) orientarsi verso la malattia mentale; 3) orientarsi verso il comportamento illegale e antisociale. Che cosa può orientare verso una direzione o nell’altra? Si parla di disturbi di personalità; sono personalità narcisistiche, concentrate su di sè, per cui la relazione con gli altri ha scarso significato o relazione inefficace, eccesso o mancanza. Altra caratteristica è il rapporto povero con gli oggetti primari (genitori) e con gli oggetti adulti (patner ed amicizie). L’energia è concentrata su di sè; 3) il Super Io si è formato poco, il nostro io regolatore interno, vi è carenza del senso di colpa e di vergogna. 4) una struttura di personalità quando è stimolata non può fare a meno di agire, "acting out", così come per il tossicodipendente: "mi faccio" ovvero "mi costruisco, "con la spada", quindi modalità autolesiva, oppure acting out verso l’esterno: aggresione, rissa, violenza, bisogno di scaricare questa energia. Il comportamento domina il principio del piacere, sto bene se agisco. Alcuni di questi individui scelgono la strada antisociale o quella psicopatologica, a seconda dell’ambiente. Nel primo caso prevale la cultura della extrapunitività, qualunque azione, cioè, è compiuta per colpa degli altri, c’è la colpa altrui; il soggetto è vittima degli altri, è una vittima ; l’ideale dell’Io è quello del bandito, del vendicatore personale e sociale. Loro non avvertono il senso di colpa. Quello che appartiene allo loro esperienza è il senso di sè, come vittima. Questo tratto può portare verso la figura del criminale professionista che in qualche maniera valuta le proprie azioni in funzione della propria efficacia criminale. Questi gradini sono quelli che compiono i giovani. La tossicomania è la ricerca di una strada nuova rispetto alla provenienza, per es. per trovare il modo di sfuggire al destino nelle famiglie mafiose. L’assunto di droga è un androgino, un ermafrodita.
La tossicodipendenza ha origini profonde ed in una prima fase prevale un’idea sbagliata: il dominio sulla sostanza, che è un errore di percezione. Questo gioco rappresenta appunto che la percezione è soggettiva e le sostanze, appunto, danno percezioni soggettive; nel ns gioco solo un terzo dei partecipanti è riuscito a cogliere la logica che permeava il disegno e così nella vita solo un terzo percepisce la realtà delle cose per com’è. Ecco perchè le terapie da adottare nel tossicododip. sono diverse; le psicoterapie di dividono in analitiche, sistemica, ecc.vi sono diversi approcci che funzionano in modo diverso. Il gioco ha dimostrato che solo Mario e Pippo hanno percepito la verità e sono stati decisi e precisi, hanno focalizzato la logica; non hanno avuto stasi ed erano sodisfatti. Liana si accorge dell’errore e si arrende, Marisa è nervosa. Tutti hanno centrato il quadrato che è il dato generale, però le relazioni umane sono fatte di particolari....
L’errore del tox. non è un errore incomprensibile, è un errore nel quale al di là di carenze di personalità, possono incorrere molti giovani. Quella percezione della realtà si ricollega e si associa nel tossicodipendente (t*) a qualcosa di importante per l’essere, al concetto di piacere che è alla base della conservazione e della riproduzione della specie. Le droghe hanno tutte un effetto gratificante, ma il primo contatto che da piacere in realtà è un errore della percezione della realtà, consumo casuale a cui consegue una reazione tossica, ma il soggetto impara che quel piacere è a portata di mano e lo può otterenere : la tossicodipendenza è una condizione che nasce dall’incontro tra una fragilità personale e la disponibilità di sostanze esterne che riproducono sostanze interne, essenzialmente delegate alla produzione degli stati emotivi: piacere, dolore, sballo, alienazione e godimento ecc. Senza la disponibilità della sostanza un t* non avrebbe luogo. Viviamo nella cultura dell’accellerazione, del tempo reale, della realtà virtuale, quindi qualcosa che si può riprodurre pur non essendoci: la realtà è distinta dalla finzione. Occorre tenere presente che nel soggetto t* esistono delle ferite primarie , riferibili a problemi relazionali passati. Nel soggetto t* la figura paterna ad una certa fase della vita, dopo quella materna segna un evoluzione del procedimento di crescita del soggetto. Talora, invece, abbiamo una figura paterna assente o il padre Achille, ma Achille è vulnerabile è tallone, quindi autorità vacillante, per cui l’assenza è reale o simbolica in questo caso. Se ciò riguarda la figura paterna, dopo la prima infanzia, in un periodo precedente, nelle prime fasi dell’infanzia, riveste importanza relazionale il ruolo rivestito dalla figura materna, quando si formano le radici della persona. La vera forza fondamentale della specie sono le madri ed il maschio riveste un ruolo secondario, per cui il legame madre-figlio è importante per lo sviluppo della personalità futura, caratterizzato dal fatto che tale legame si riduce quando la madre diventa stanca del pianto del bimbo ma ciò consente l’evoluzione dell’altro individuo. Se questo non avviene si può avere una prima ferita che potrà essere narcisistica, ferita che il terapeuta legge e può curare. Vi ho anche detto che partendo dalla sostanza contino molto 2 concetti: 1) l’impressione per cui il t* che fa uso della sostanza per la prima volta riceve un "impriting" o sensazione o impressione che non dimenticherà, quindi impressione legata sulla memoria e sull’affettività, ogni impressione registrata fa scattare un meccanismo di associazione, cioè si ha una valutazione soggettiva del piacere: "stavolta è stato più bello, meno bello, " 2) impressione > associazione. L’errore di percezione nasce dall’idea che sia possibile dominare questo meccanismo. Il piacere è limitato; nella condizione umana non è possibile vivere il piacere senza sofferenza, sin dai tempi di Adamo ed Eva, il piacere è una condizione limitata caratterizzata dal senso di colpa, vuol dire "Cacciata dal Paradiso", il senso del mito biblico è profondo. Il piacere nasce da una percezione, da una osservazione, da una relazione con oggetti o persone, da una conquista, produce un comportamento assuntivo, un godimento con un acme e poi decresce: esso è dato al sistema endorfinico, però lo stimolo fa sì che l’organismo esaurisca le sue risorse: pensate al piacere sessuale, al piacere alimentare, pensate alla cacciata dal paradiso: questa è la condizione umana. L’uomo da sempre ha condotto una sfida per vivere secondo il principio del piacere, cioè la costante dilatazione di questa possibilità, dall’acme del piacere a qualcosa che duri più dell’acme. Il tox. si illude che il piacere sia determinabile a propria discrezione e, soprattutto, ripetibile, non c’è più bisogno di conquista e di relazione, non c’è bisogno di raggiungere nulla sull’albero e non c’è più la cacciata dal paradiso: quindi andiamo contro la natura umana ! Il T* è folgorato sulla Via di Damasco da questa illusione, concetto di impressione ed associazione, Perchè? Perchè egli ha la sensazione di 1) dilatare il tempo, c’è assenza di tempo, fermiamo gli orologi; 2) di allontanarsi dalla spazio: il t* non sta in uno spazio, spazio i cui connotati non hanno importanza, può stare a Milano o a New York, è lo stesso per lui; 3) prova calore, è una droga calorosa, 4) fusione tra mente e corpo, unità mente-corpo, l’acme del piacere umano è caratterizzato da queste cose, che sono un tutt’uno, se noi associamo ciò all’assenza del bisogno che non viene avvertito tutto risulta più chiaro: "flash eroinico". Tali sensazioni sono simili al piacere sessuale, al piacere dell’illuminazione mistica, del canto e della musica; cioè tutte cose legate alla sesorialità il cui acme è l’insieme di tutte queste cose che abbiamo descritto. La prima infanzia è l’epoca in cui godiamo di tutti questi elementi messi insieme: assenza del tempo, di bisogno, manacanza dello spazio, calore, unità mente-corpo, fusione con la madre. L’acme del piacere umano è un ricongiungerci, noi godiamo quando ci colleghiamo alla felicità umana, al dipendere, come si dipende dalla madre, quello è il paradiso terrestre. Però la vita umana è inferno e paradiso e paradossalmente termina in qualcosa di molto simile a ciò che l’ha originata, alfa ed omega cioè coincidono. Questo concetto è importante ed il tossico viene a contatto col concetto di piacere, fondamentale per la specie umana ,che altrimenti non si riprodurrebbe. Il T* è folgorato dal piacere sulla via di Damasco e no può abbandonare ciò che piace, se non per un altro piacere più grande, dice Freud. Quale? Il piacere dell’identità!

Il terapeuta è madre e padre

Come si può connettere con il discorso della madre col bambino? Abbiamo detto che il bambino nei primi 6 mesi della propria vita vive in simbiosi o fusione con la madre, come un’appendice di lei e viceversa: unità di mente e di corpo, l’io non è ancora nato e la madre ed il bimbo sono prolungamento di sè. Allora la "cacciata dal Paradiso" avviene perchè la madre, stanca del pianto, si stacca dal figlio ed il pianto, in questo caso, è espressione della separazione che è necessaria. Da qui le condizioni per la comparsa del dolore e si entra nella condizione umana, dove la fatica ed il dolore hanno un peso preponderante rispetto al piacere. Se però la madre è iperprotettiva le cure eccessive possono cancellare il dolore. Quando ciò avviene si mettono le basi perchè il bimbo da adulto non comprenda cos’è il piacere, perchè il bimbo avverte con la separazione il primo "flash di identità", lo "specchio", si percepisce come immagine di un sè possibile ed il nascere dell’ideale dell’Io, che ci farà crescere ed interiorizzare il concetto di norma e di principio del piacere. Se questo meccanismo non avviene, lo specchio non c’è, e la fusione genera confusione e le origini delle psicosi sono in questo quadro. Quando questo meccanismo di realizza parzialmente, avremo lo "specchio infranto", si danno le basi per una frantumazione della struttura di personalità che potrebbe somigliare a quella del DSM IV, caratterizata dal disturbo di personalità; quando noi vediamo un tossicomano dobbiamo ritornare a queste cose e scavare negli strati sovrapposti. Prevale in lui una percezione frammentaria di sè e c’è una sorta di desiderio per riguardarsi nello specchio, sperando che l’immagine si ricomponga. Il depresso che piange nell’ufficio, si commisera è angosciato ha un disturbo evidente che gli comporta il vantaggio di avere una sua identità, una identità posticcia. Nel tempio di Delfi sta scritto "gnose autòn", conosci te stesso; già i Greci avevano dato questa cura, ma il t* non ha una sua identità, ha solo la speranza di ricomporre i suoi pezzi, avendo la sensazione di frammentarietà. Da qui nasce la compulsione, il bisogno esagerato di raggiungere qualcosa che non si può raggiungere se non viene cambiato lo specchio, se non avviene un incontro che dia speranza all’identità, o "flash accessorio dell’identità", solo la conoscenza profonda del desirio ci consente in terapia di parlare al delirante; dobbiamo stare al gioco e chiedere delle visioni, poi si può passare ad aspetti successivi. Rimettere insieme i pezzi significa tornare al Paradiso Terrestre, dove non c’è dolore, tempo, bisogni: egli lo può attraverso la "roba". Il metadone, perciò, ha senso solo come strumento che mi consente di regredire al trauma, per cercare di ottenere il distacco primario, per arrivare all’accettazione del dolore. Per questo è pura follia la cura a dosaggi alti, perchè significa sancire la incurabilità di queste persone, rispondendo solo al problema sociale, significa rifiutare l’etica. Bisogna insegnare al t* la accettazione del dolore: la terapia non è un pranzo di nozze! Viviamo in un’epoca dove si accettano solo le soluzioni pratiche ed immediate. Dobbiamo andare contro corrente. Cosa aiuta a crescere, ad andare contro corrente, a cercare identità? E’ inutile dire: "non rubare, non ti fare, non ti prendere l’epatite ad un individuo che non recepisce le norme, perchè le norme possono applicarsi solo a chi ha una struttura primaria e non frammentaria, che ha una struttura del sè; in questo può giovare il cammino comunitario, dove si può costruire il sè, accettare regole che prima non si accettavano. La C.T. non si può fermare al contenimento che non serve a niente: contenere significa creare la cicatrice allo specchio infranto ed avvicinare i pezzi, per cui la terapia è qui conoscere se stesso, percepire l’idea di conquista e di progresso, dal bambino che viene nutrito al seno, sorge l’adulto che si separa occorre un ponte, non si può avere il tutto della regressione ed il nulla della separazione senza un tramite: la terapia è conoscere se stesso. Altro problema è l’aggressività del t* che è fuga in contesti dove la criminalità è risposta a motivi personali o fuga dai modelli mafiosi. Il t* tra l’altro è autoaggresivo perchè per "farsi" o costruirsi si uccide con la "spada" o siringa ed è aggressivo se gli si impedisce quest’azione. La t* è la risposta all’incapacità di realizzarsi ed ha questa risposta auto ed eterolesiva. Rimane, tuttavia, il problema dell’identità anche dopo. Il terapeuta fa un surrogato di padre e madre, però non possiamo rischiare di costruire un "falso sè", ovvero una maschera non aderente che non lo riproduce nella fattezza della faccia. Il terapeuta quando relaziona con l’adolescente deve ascoltarlo, deve produrre stupore e sorpresa, la discontinuità con ciò che conoscono. La storia del t* è distinta in tre momenti: 1) delirio, cioè allontanamento dalla realtà, perchè il t* ha fatto la scoperta della sostanza e ricompone i suoi pezzi, ritornando alla regressione ed all’idea di vivere in Paradiso, "luna di miele", in questo delirio c’è l’illusione del paradiso terrestre però la durata del paradiso è breve e questa replica è il dolore, la sofferenza, di sbattersi per procurarsi la sostanza, rubare ecc. 2) dipendenza fisica, il sistema biologico sballa e non ha più bisogno di sostanze naturali, l’organismo da solo non basta più, lo sbattimento è necessario ed il tempo è bipolare, in cui c’è la realizzazione di sè nel farsi ed il tempo dell’astinenza, del dolore, del niente. Ora è possibile, durante la fase del dolore, fare la terapia, passando dall’autocura dell’eroina alla cura vera e propria. In questa cura il farmaco lo diamo noi, ma non è possibile darlo per anni. Nella fase del delirio perchè il distrurbo del t* è un distrubo di personalità che porta al delirio, dobbiamo scendere col "malato" nel pozzo della regressione dove al fondo c’è il bambino e dobbiamo dargli una corda per tirarlo sù, ed il bambino si deve distaccare e dobbiamo cercare di risalire, usando il metadone come strumento di relazione. L’educazione è rischiosa, non è certezza, è un partire da modelli di riferimento, che riconosce nella educazione del terapeuta modello di riferimento. Il terapeuta è materno perché da affidamento al paziente, ma non può affidarsi ad idee di ortodossia perchè il t* non viene sul lettino, è l’adulto che scende nel pozzo, e si sostituisce, per poi restituire al genitore il suo ruolo primario, il legame è forte ma poi si deve passare la palla ad altri. Il t* può anche ricadere nel buco e bisogna saper accettare questo fatto, ma essere fermi e decisi. Il 3° periodo è il tempo della ricomposizione dei pezzi, siamo sul bordo del pozzo ed i frammenti vanno ricontenuti: appare al t* il concetto del vuoto che genera angoscia. Qui si può avere la ricaduta Comorbilità. Alcuni psichiatri parlano di comorbilità nel tossicodipendente cioè di quadri psichiatrici preesistenti. Tuttavia da statistiche si è visto che il 25% dei t* ha patologie preesistenti e che dopo la cura queste scendono sotto il 25%.
 

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