'); //-->
-->
|
PREREQUISITI
PER L’APPRENDIMENTO DELLA LETTURA E
DELLA SCRITTURA NELL’ETA’
PRESCOLARE appunti del logopedista, per gentile concessione a gastroepato. Logopedisti in P.O. di Mistretta Per informazioni contattare:
·
Conoscenza del
significato delle parole e loro uso ·
Comprensione delle
sfumature della struttura sintattica ·
Comprensione ed
utilizzazione del discorso Questa
suddivisione ha scopo didattico poiché la realtà linguistica è
caratterizzata dall’integrazione di questi vari parametri. Nell’azione
educativa l’insegnante dovrebbe partire dal livello di linguaggio
spontaneo del bambino e fornire uno schema progressivo.
ATTIVITA’ PER LA
PERCEZIONE E LA RIPRODUZIONE DEI
SUONI
LINGUISTICI ·
Si abitua un
bambino a decifrare un messaggio ad intensità sempre più deboli. ·
Percezione<figura
– sfondo>vale a dire la percezione del segnale in mezzo al rumore. Tutto
ciò è importante perché il bambino impara ad articolare bene in
rapporto a ciò che sente. Per parlare correttamente è necessario che il
bambino sia capace: ·
di percepire gli
elementi distintivi ·
di percepire la
successione e l’ordine di questi elementi ·
di raggrupparli,
ordinarli secondo un modello. ATTIVITA’
PER LA PADRONANZA DEL VOCABOLARIO
·
Giochi verbali che
comportano nozioni di classe: raggruppamento d’oggetti o figure secondo
criteri stabiliti (colori, forme, argomenti quali frutta, animali, mezzi
di trasporto, abbigliamento, cibo ecc.) Queste
attività forniscono al bambino un vocabolario più flessibile che gli
permette di esprimere meglio il suo pensiero. Le capacità di
interiorizzare questo<campo semantico lessicale> comporta
l’intervento della memoria, quindi importante un’educazione alla
memoria verbale (filastrocche, poesie).
ATTIVITA’
CHE FAVORISCONO LA PADRONANZA DEL DISCORSO·
Storie illustrate
in sequenze d’immagini: raccontare “insieme” la storia e fare
deduzioni ed ipotesi su cosa succederà “dopo”. Fare esprimere dei
giudizi critici sul comportamento dei protagonisti della storia. Esprimere
di proposito degli errori sull’esposizione della storia e fare
effettuare la correzione al bambino. ·
Storie con cause ed
effetto: commentare insieme al bambino. La suddivisione delle capacità
necessarie all’apprendimento delle abilità di lessia e grafia è
giustificata da motivi didattici, valutativi e riabilitativi; è chiaro
come queste non siano scindibili ma perfettamente integrate risultando una
propedeutica all’altra.
LA
DISLESSIA
Come
detto prima la dislessia è un disturbo specifico che ha come risultato
una serie di difficoltà nella decifrazione della lingua scritta,
difficoltà riscontrabili in soggetti dotati di intelligenza normale,
indenni da evidenti danni neurosensoriali o da altri deficit di natura
organica, e non appartenenti ad un ambiente socio-culturale deprivato. Con
il termine “Disturbi dell’apprendimento si intende indicare un
soggetto che incontra marcete difficoltà in tutto l’apprendimento
scolastico, inclusa la difficoltà di lettura. Prima
di soffermare l’attenzione sul disturbo è opportuno prendere in esame
il processo di lettura normale. Tale processo ha inizio con
l’informazione visiva, dall’input si passa alla discriminazione
visuo-percettiva, l’ulteriore passaggio è l’analisi sequenziale sx-dx
e attraverso la memoria si ha la conversione visuo-fonemica. Da questo si
possono attivare due processi. Se la sequenza è familiare, il bambino può
riconoscerla, pur non sapendo ancora leggere. In tal caso si ha subito una
rappresentazione fonologica nell’archivio semantico. Questa procedura
obbligherebbe il bambino a memorizzare separatamente la configurazione di
grafemi per ciascuna parola, cioè a leggerla come un ideogramma cinese.
Nei sistemi alfabetici questa modalità di lettura più che un punto di
partenza, ci pare un punto d’arrivo. Il processo di lettura vero e
proprio si fonda, invece, su una strategia di tipo rigorosamente ANALITICO.
Quindi dalla conversione grafema-fonema il bambino genera, per qualunque
parola, nota oppure no, un pattner di unità fonetiche corrispondenti.
L’estrazione di un segmento fonetico, costituito da un certo numero di
unità, consente al bambino di ricavare l’unità morfemica della parola.
Il riconoscimento della radice morfologica permette una ricerca diretta
nel sistema lessicale e consente di accedere al significato della parola.
Per decifrare, infine, una frase è necessario memorizzare ogni unità
lessicale ed applicare alle relazioni lessicali la propria competenza
sintattica. Vedi
lucido La
complessa architettura del processo di lettura spiega la vulnerabilità
della funzione, il cui sviluppo può essere compromesso da fattori
diversi: a.
Disturbi del linguaggio: ·
Capacità
linguistiche (difetti fonoarticolatori) ·
Capacità
metalinguistiche (sviluppo della consapevolezza fonetica) b.
Disturbi della percezione visiva (confusione a/e) c.
Disturbi di lateralizzazione (inversioni di lettere o sillabe nella
parola) d.
Disturbi di strutturazione spaziale (b/d, p/q, u/n) e.
Disturbi di memoria f.
Disturbi di concetrazione. Il
bambino dislessico presenta delle caratteristiche quali l’uso di un
linguaggio sofisticato, si esprime con disinvoltura, ama la conversazione, è
vivace e creativo. Egli cambia completamente atteggiamento quando si pone
di fronte ad un test scritto. Vedi lucido I
tipici errori riscontrabili durante la lettura di un testo sono: vedi
Lucido. Tutto
ciò compromette la comprensione del testo. Le
caratteristiche è tipologie di errori, secondo alcuni autori, possono
riscontrarsi nel bambino che sta iniziando ha leggere per poi scomparire,
mentre nel dislessico permangono più a lungo. Questi autori puntano
quindi su un rallentamento nell’apprendimento della lettura. Altri
invece parlano di deviazione poichè le strategie di lettura di tipo
compensatorio che si osservano nel dislessico non si possono notare in un
lettore normale. In
conclusione è importante sottolineare come troppo spesso il bambino
dislesico viene tracciato di pigrizia o cattiva volontà, mentre si trova
di fronte a veri problemi. Le sue difficoltà vengono sottovalutata e al
confronto con gli altri alunni che leggono bene, si sente valorizzato e
frustato. La sfiducia in sé accentuata la difficoltà e riduce
l’impegno, demotivandolo sempre più. Quindi
più la difficoltà viene riconosciuta, più il problema si complica. Quando
qualcuno sospetta di trovarsi di fronte ad un bambino dislessico è
importante che venga fatta una valutazione diagnostica da specialisti. L’insegnante
spesso è la prima persona che si accorge del problema, quindi il suo
intervento è cruciale . Se l’insegnante ha dei dubbi, deve suggerire
alla famiglia di rivolgersi ad un servizio di specialisti. Qualora
si accerti che un determinato bambino è affetto da Dislessia è bene che
l’insegnante, pur non attuando interventi di riabilitazione specifica,
tenga conto del problema e agisca in maniera coordinata con gli operatori
sanitari e i genitori. SUGGERIMENTI
·
Non tutti i
dislessici sono uguali; ·
Fate sapere al
ragazzo che vi siete interessati alla sua difficoltà; ·
Fissate
obiettivi concreti e realistici; ·
Verificate che
il livello del materiale da leggere sia appropriato; ·
Dategli tempo,
la fretta non lo aiuta; ·
Ricordate che al
ragazzo occorre più tempo e quindi date meno compiti per casa (se
possibile); ·
Cercate di
individuare gli argomenti che interessano maggiormente il ragazzo; ·
Evitate di fare
confronti con le modalità di lettura degli altri compagni; ·
Non gli si
chieda di leggere ad alta voce in classe, a meno che non sia lui stesso a
chiederlo. LA
SCRITTURA. Basi neurofisiologiche
Come
si osserva nell’adulto, dal punto di vista grafico, la scrittura è una
forma differenziata del disegno. Non si conosce a fondo una parola, finché non si sa com’è costruita e finché non si sa “disegnarla”; e proprio disegnandola che il bambino prende veramente possesso di ciò che essa rappresenta.. Il
linguaggio scritto si basa essenzialmente sull’analisi dei suoni che
costituiscono la parola : fonemi. A questo punto è necessario l’integrità della coordinazione temporale dei suoni per un analisi della successione dei fonemi che compongono la parola. La tappa successiva della scrittura consiste nel ricodificare i singoli fonemi nei grafemi, cioè nei corrispondenti elementi ottici e nell’atto motorio della scrittura. Le
difficoltà nell’apprendimento dei grafemi sono notevoli in presenza di
un indebolimento delle differenziazioni visive, o quando persistono
difetti di analisi spaziale dovuti ad un insufficiente differenziazione
del lato dx da quello sx. Naturalmente per analisi della
composizione sonora della parola (che rappresenta lo stadio iniziale della
scrittura) si richiede l’integrità dell’udito fonetico. Le
osservazioni condotte sulla scrittura delle persone ipoacusiche o
balbuzienti, tanto l’alterazione dell’udito, quanto quella
dell’articolazione, fanno si che l’analisi dei suoni, risulti
particolarmente ostacolata: Per
la realizzazione della scrittura è inoltre necessario l’integrità
delle aree primarie e secondarie della corteccia acustica della regione
temporale; è necessario peraltro, l’integrità delle aree cinestetiche
e di quelle motorie, indispensabili per la traformazione degli schemi
grafici in atti motori. La
scrittura disgrafica: Con
disgrafia si intende un disturbo qualitativo del processo di
trasformazione dei segni visivi o delle lettere nei corrispondenti grafemi,
il bambino ha quindi difficoltà nell’imparare a scrivere (cioè nel
trasformare in forma grafemica informazioni verbali ascoltate-dettato- o
pensate- spontanea). Il bambino fatica a ricordare come si formano le
lettere e nel riprodurre la forma delle lettere nelle diverse modalità:
stampatello, corsivo, minuscolo, maiuscolo. Sono presenti difficoltà nel
mantenere i rapporti di misura, spessore, spazio sul foglio. Dal momento che la
scrittura deve risultare leggibile sia a chi scrive che a gli altri, essa
deve rispettare determinati criteri. Secondo la definizione di Hamstra.Bletz
e Blote (1993) la disgrafia è un disturbo correlato al linguaggio
scritto che riguarda le abilità esecutive della scrittura.
Ma occorre fare attenzione: “abilità” non è sinonimo di “muoversi
molto” bensì di “muoversi bene”, in relazione alle esigenze
ambientali e alle capacità adattive.. SABBADINI
definisce
“la
disgrafia come un tipo di aprassia che interessa prevalentemente
l’integrazione visuo-motoria; non riguarda il disturbovisivo o motorio
presi isolatamente, ma vi è
l’impossibilità a trasferire le informazioni visive al sistema
motorio”.Questa incapacità di “programmare atti motori in “simboli
grafici” è collegata ad un disturbo “cinestetico”. A.M.
WILLE
afferma poi che la componente motoria va messa al centro del problema
della scrittura; intendendo che le capacità grafo-motorie e quelle
visuo-spaziali possono essere perfettamente integre.In particolare
sostiene che “disgrafico è il bambino la cui qualità di scrittura è
deficitaria”. Si è notato, ad esempio, che in situazione di scrittura
dettata, la modalità di dettatura interferisce con la qualità della
grafia. Una accelerazione della dettatura produce, anche in scriventi non
disgrafici, un deterioramento della grafia. Analizzando
un’analisi di tipo qualitativo, i parametri che occorre considerare sono
almeno questi: ·
La velocità di
scrittura; ·
La pressione
esercitata sul foglio, che può essere debole oppure troppo accentuata; ·
Tendenza alla macro
o micrografia, scrittura irregolare nelle forme e nelle dimensioni; ·
La discontinuità
nel gesto (presenza di interruzioni); ·
La ritoccatura del
segno già tracciato; ·
La direzionalità; ·
L’andamento del
tracciato; scrittura in senso orario piuttosto che antiorario; ·
La inesatta
legatura dei segni; ·
La distanza tra le
parole. LA PROSPETTIVA
PSICOMOTORIA NELLA DISGRAFIA La
psicomotricità, in quanto terapia e mediazione corporea, parte dal
presupposto secondo il quale favorire un reinvestimento del corpo migliora
la realizzazione motoria, l’attenzione, l’espressione delle emozioni
e, di conseguenza, facilita il rendimento scolastico. Si tenga presente
che recentemente
autori come LEVI e
SECHI hanno
messo in luce gli stretti legami che intercorrono tra difficoltà visuo-
percettive, disturbi della letto-scrittura e difficoltà a carico
dell’atto motorio. Questi autori ipotizzano che il DSA associato ad un
disturbo visuo-percettivo “sia il punto di arrivo di una distorsione
dello sviluppo cognitivo facilitata e mantenuta da un precoce problema
dello sviluppo motorio. Detto
questo mi soffermerò su quegli aspetti a forte componente motoria e
psicomotoria che costituiscono i prerequisiti per l’apprendimento di
alcune abilità come la scrittura. Per
quanto riguarda la scrittura occorrerà scomporre la funzione nelle tre
seguenti subcategorie: a.
Motricità
globale (che riguarda
la capacità di mantenere immobili parti del corpo a sostegno dell’arto
superiore che si muove); b.
Coordinazione oculo-manuale (
riguarda la “melodia cinetica” nell’organizzazione e
nell’esecuzione del gesto); c.
Organizzazione spazio-temporale (riguarda
l’orientamento e la dimensione dei grafemi, la correttezza e la
sequenzialità di grafemi e parole, l’impaginazione). Questi
elementi sono la risultante di funzioni psicomotorie che evolvono e
si integrano nel corso dei primi anni di vita e che sono naturalmente
legate all’esperienza. La
capacità di controllo motorio
posturale e cinetico procede per tappe di sviluppo e col passare degli
anni si arricchisce quantitivamente e qualitativamente in destrezza,
velocità e dissociazione.Al bambino di 6 anni che inizia a scrivere viene
quindi richiesto il controllo su un processo tonico che comporta
l’immobilizzazione del tronco e la dissociazione da questo dell’arto
superiore che invece deve
muoversi per scrivere; il capo deve essere ad una certa distanza dal
foglio per permettere di visualizzare bene l’insieme, il tronco staccato
dal tavolo, le spalle rilassate per permettere al braccio di muoversi
mentre parte dell’avambraccio ed il polso posano sul foglio per
consentire il dissociarsi dei movimenti delle dita. Si comprende quindi
bene quanto può essere complesso e difficile coordinare questo insieme di
fattori, soprattutto per bambini che solitamente a quest’età neppure
conoscono il concetto di stare fermi seduti (voglia di muoversi). Questo
spiega questi atteggiamenti contratti influenzati da sincinesie, paratonie
e i crampi legati all’incapacità di dissociare, inibire e attivare
movimenti diversi che influenzano i risultati e la durata dell’impegno
nella prime fase di apprendimento che dura fino ai 7-8 anni che può anche
condizionare la dimensione e il piacere di apprendere. Per
quanto concerne la coordinazione oculo-manuale dobbiamo
innanzitutto ricordare come questa abilità non riguardi solo la capacità
di “vedere” e quella di “prendere” ma coinvolga funzioni ben più
ampie e complesse che riguardano l’organizzazione prussica. Secondo PIAGET
“le prassie non sono movimenti qualsiasi, ma sistemi di movimento
coordinati in funzione di un risultato o di una intenzione”. ;
quest’ultima funzione è legata alla conoscenza del mezzo utilizzato (la
mano) e dalla previsione delle trasformazioni operate via via
sull’oggetto stesso. Tutti gli autori concordano comunque sul concetto
secondo il quale l’attività prassica, vista come atto intelligente, è
sostenuta dallo sviluppo cognitivo, con il quale si integra. Quindi
bisogna distinguere per quanto riguarda le prassie due aspetti quello figurativo
e quello operatorio. L’aspetto figurativo riguarda le
prassie che non richiedono una trasformazione dell’oggetto ma semplici
spostamenti di esso (per esempio vedo un cubetto lo afferro e lo
sovrappongo ad un altro per costruire una torre); l’aspetto operatorio
fa appello alle trasformazioni e a quegli spostamenti impressi
sull’oggetto, esclusivamente dall’atto motorio, che permettono di
ottenere il risultato previsto (per esempio per costruire una torre con
pezzi di diverse dimensioni e forme, devo risolvere un problema
motorio-spaziale, devo cioè girare ed orientare questi pezzi affinché
siano sovrapponibili a costruire una torre).. Questo secondo aspetto
operatorio va compreso molto bene, in quanto proprio tale aspetto che fa
appello quella particolare prassia (nella fase di apprendimento) che è la
scrittura. Per scrivere non è sufficiente prendere in mano lo strumento
grafico /penna, matita o pennello) e accostarlo al foglio, ma occorre una
certa impugnatura, un adattamento alle caratteristiche assicurare. A tutto
ciò si aggiunge l’aspetto semantico della traccia, che si concretizza
nella trasformazione fonema-grafema. Il bambino che impara a scrivere non
è ancora in grado di combinare tutti questi elementi: ecco quindi linee
rette tremolanti o spezzate; le curve sono spesso angoli, mal chiuse o
troppo chiuse; i legami tra lettere sono irregolari, le linee si fermano
prima della riga o scendono al disotto di essa; i margini sono irregolari
e la pressione è sovente eccessiva. Veniamo ora a parlare di strutturazione
dell’organizzazione spaziale. Nella maturazione del sistema
spaziale intervengono strutture visive, propriocettive e vestibolari;
significa che esiste un’integrazione continua fra l’afferenza visiva e
gli elementi sensoriali che derivano dal contatto con gli oggetti e dai
movimenti globali del corpo.; basti pensare alle difficoltà di
organizzazione spaziale che troviamo nei disturbi della funzione visiva o
del movimento (per esempio gli atassici). Un ulteriore ed importante
elemento è fornito dalla strutturazione dello schema corporeo, inteso
come insieme di coordinate spaziali (avanti, dietro, sopra, sotto, destra,
sinistra) che funge da repere per l’orientamento nello spazio esterno.
L’organizzazione spaziale è una competenza che si sviluppa a partire
dal 2° anno di vita. Tale distinzione è naturalmente utile solo a
livello didattico, in quanto è difficile separare l’aspetto percettivo
da quello rappresentativi che da esso viene generato. A due anni un
bambino è in grado di rispondere alla
richiesta “nasconditi sotto al tavolo”; solo verso i 5/6 anni è in
grado di rappresentare graficamente tale relazione spaziale. Cosa succede
dunque nella scrittura? Le lettere, siano esse in stampato maiuscolo o in
corsivo, hanno una loro spazialità, sono forme caratterizzate da nuclei
centrali con pance a volte a destra, a volte a sinistra, a volte alte
a volte basse; possono essere forme aperte o chiuse, unite o
separate, hanno una loro grandezza e relazioni che vanno rispettate. A
questi elementi va aggiunto quello temporale che indica la successione
delle lettere che a sua volta determinato dall’attività di
autodettatura in cui il bambino ad alta voce opera lo spelling di ciò che
deve scrivere, usando quindi un analisi acustica dei fonemi che dovrà
trasformare in grafemi. Tutto ciò presuppone una buona qualità della
memoria a breve termine detta anche memoria di lavoro.
Concludendo
possiamo, quindi, sostenere l’importanza di un’intervento precoce
poichè troppo spesso i bambini che giungono alla consultazione
specialistica hanno superato gli 8/9 anni di età e spesso già
etichettati sia dall’ambiente familiare che scolastico come bambini
pigri, svogliati, poco intelligenti etc.. L’approccio
sarà diverso a seconda dell’età del bambino ma quel che è più
importante è maturare una conoscenza approfondita del problema che
permetta di individuare i parametri per l’identificazione del bambino
disgrafico. INTRODUZIONE
AL DISTURBO DISORTOGRAFICO
Prima
di affrontare con dettagli specifici l’argomento disortografia, capire
come si manifesta, cosa il bambino presenta in sostanza. Ritengo opportuno
soffermarmi un attimo su un concetto, che è quel riguardante il processo
di scrittura. Con riferimento a quanto è stato detto sul processo di
lettura, una simile considerazione si deve fare anche per l’abilità
alla scrittura, attraverso lo schema a blocchi è possibile capire ciò
che avviene nel cervello di un bambino che si sta affacciando alla
conoscenza di quest’abilità. La
ricognizione fonemica di una parola dettata avviene in modo automatico, e
la forma fonologica così estratta consente la verifica nel sistema
lessicale, in altre parole l’accesso al significato, (ove la parola sia
presente nel sistema lessicale).Nel processo di scrittura dettata questa
è la fase preliminare, essenzialmente linguistica. Essa può consentire
l’accesso diretto ad un pattern visivo gestaltico, per associazione
diretta, che il bambino traduce in una sequenza prassica complessa. In
altri termini, un bambino può scrivere una parola, ad esempio il proprio
o altre parole ad alta frequenza nel lessico scolare, senza sapere come si
scrive quella parola che egli stesso a scritto; il bambino ha ancora una
volta memorizzato un ideogramma e valgono le stesse riflessioni esposte a
proposito della lettura ideografica. Una procedura analitica, che
consentirà al bambino di scrivere qualsiasi parola, comporta invece una
stabile memorizzazione del target fonologico ed una sua attiva
scomposizione. Comporta cioè l’individuazione della quantità, della
qualità e dell’ordine sequenziale delle unità fonemiche costitutive
della parola e quindi la loro traduzione nelle equivalenti unità
grafiche. Questa rappresentazione interna costituisce la matrice per
attivare il programma motorio, che per tanto rappresenta una parte
“periferica” del processo di scrittura, giacché la sua attivazione
richiede il completamento del processo di traduzione grafemica. SCHEMA A BLOCCHI La
disortografia
Se
il termine dislessia come (abbiamo appreso – come sentiremo) richiama
una particolare classe di difficoltà nel processo di lettura, i termini
disgrafia, disortografia, possono essere intesi da noi addetti ai lavori
come sinonimi.Quest’errore può far correre il rischio di considerare
allo stesso modo scritture indecifrabili per la loro cattiva grafia e
scritture indecifrabili invece per la loro cattiva ortografia. Secondo
l’esperienza comune ad esempio potremmo definire la ricetta del nostro
medico di famiglia un buon esempio di scrittura disgrafica, eppure
presupponiamo che al di là dell’indecifrabilità del testo, non vi
siano errori ortografici tali da ritenere il nostro medico disortografico
oltre che disgrafico. Allo stesso modo una ragazzina di scuole medie
potrebbe scrivere un testo con un’ottima calligrafia, e ciò ci
consentirebbe di escludere una disgrafia, mentre la presenza di numerosi
errori ci farebbe immediatamente pensare a una disortografia. Da quanto
sopra detto possiamo dare alcune definizioni riguardante l’argomento
affermando che la disgrafia compromette la forma del messaggio scritto,
rendendo di difficile interpretazione ad un lettore i segni prodotti, la
disortografia interferisce con il contenuto stesso del messaggio. Per
scrivere un testo occorre attivare processi complessi, che include
operazioni semantiche, sintattiche e fonologiche. Queste si presentano con
un diverso livello di attivazione secondo il tipo di testo trattato. Nel
caso del dettato, ad esempio, se da un lato possono essere utili le
conoscenze semantiche e sintattiche, necessarie per monitorare l’attività,
tuttavia queste richiedono un grado di attivazione minore di quanto invece
non si è impegnati nella scrittura del testo libero. I bambini
disortografici si trovano in difficoltà anche quando, come avviene nel
caso della scrittura dettata, sono liberati dai complessi processi di
ideazione e soprattutto di formulazione (sintattica, ortografica) dei
contenuti da rappresentare. Qui alcuni studiosi ipotizzano che le cause
della produzione di errori ortografici sono le seguenti: 1.
difficoltà ad effettuare un’adeguata segmentazione o analisi
fonologica. Gli errori fonologici in cui non sono rispettati il rapporto
fonema grafema. 2.
difficoltà nel mantenere in memoria la sequenza fonologica per
poterla tradurla graficamente in modo corretto; 3.
difficoltà nel sistema di conversione fonema grafema; la parola
sonora p in simbolo grafico. 4.
povertà lessicale, la conoscenza delle etichette è utile perché
consente di non sovraccaricare la memoria fonologica (povertà del
vocabolario). Altri
autori ritengono che esiste una suddivisione delle operazioni cognitive
coinvolte nel processo di scrittura in processi centrali e processi
periferici. I processi centrali includono operazioni
semantiche, sintattiche e fonologiche che consentono di recuperare
l’ortografia di una parola e di mettere insieme una forma ortografica
plausibile. Il prodotto finale dei processi centrali è la costruzione di
una rappresentazione grafemica astratta delle lettere che devono essere
scritte. I
processi periferici invece traducono tali rappresentazioni
grafemiche astratte nelle diverse realizzazioni finali possibili, ad
esempio scrittura manuale, minuscolo, maiuscolo, a macchina. Queste
varianti grafemiche, definite “allo grafi” costituiscono un esempio di
processo periferico. Alcuni errori, soprattutto la sostituzione di lettere
che presentano una configurazione simile (ad es. m e n) potrebbero essere
determinati da errori nel trattamento degli allo grafi. La
classificazione degli errori ortografici
Vi sono varie possibilità di classificazione degli errori ortografici. L’obiettivo è di formulare una sorta di bilancio ortografico di uno specifico soggetto. Un primo orientamento di classificazione può consistere in un'analisi degli errori fonologici che si attua ricercando le sostituzioni, le omissioni, le aggiunte. Questi errori possono riguardare intere parole, più spesso lettere o gruppi di lettere. ·
Le sostituzioni
possono avvenire per somiglianza fonologica (d-t, v-f, c-g,
r-l), per somiglianza morfologica (a-o, n-u), o per entrambe (b-d, m-n); ·
Le omissioni si
possono incontrare più spesso nei digrammi (foglia - folia), in posizione preconsonantica (piangere
– piagere ), oppure nei dittonghi e nei
gruppi vocalici (fuoco – fuco); ·
Le aggiunte
solitamente consistono in raddoppiamenti consonantici
generici (tela – tella ), o dopo vocale iniziale (ora – orra). Queste
diverse tipologie d’errore consentono una classificazione più ampia,
centrata sul tipo d’analisi degli stimoli necessaria per una corretta
ortografizzazione. Si possono, infatti, considerare gli errori prodotti da
un’inesatta analisi fonologica dello stimolo, come osservato poc’anzi,
e gli errori non fonologici costituiti cioè da un’inesatta
rappresentazione ortografica della parola da rappresentare. Decidere, ad
es., se per la parola “scuola” occorre utilizzare la C o
la Q, richiede una competenza differente da quella fonologica, che non
potrebbe di per sé essere di
aiuto nella scelte dei grafemi. Difficoltà simili si incontrano nello
scrivere parole come
“acqua” o “qualche”, che possono essere scritte in modo incompleto
“aqua” e “qualce”, o per parole come “alce” o “cuce”,per
le quali possiamo trovare errori come “alcie” o “cucie”. In questi
casi le competenze fonologiche non sono di aiuto nelle decisione di quale
sia il grafema corretto e occorre invece rifarsi alle regole di
ortografizzazione e alle immagini visive delle parole. Un
ulteriore categoria di errori sono quelli ti tipo semantico - lessicali
nei quali l’elemento utile a decidere come può essere scritta una
data parola è il significato della stessa: scrivere “per la “ invece
di “perla”, se il contesto frasale suggerisce la seconda, costituisce
un errore di origine semantico – lessicale, così come “lascia”
invece di “l’ascia”, se l’argomento è attinente ad alberi, boschi
e boscaioli. Allo stesso modo, per stabilire se la “e” deve essere
scritta con o senza l’accento o la “a” con o sena la H non è
sufficiente conoscere le regole di trasformazione grafema – fonema ma è
necessario comprendere il significato
del testo .Già attraverso un semplice dettato è possibile
osservare s’è il bambino presenta delle difficoltà, che tecnicamente
possono essere identificati in Errori
fonologici –sono
tutti gli errori in cui non è rispettato il rapporto tra fonemi e grafemi. Scambio di grafema – sostituzione di vocale o consonante,o di consonante in gruppo consonantico, o di sillaba( es. campagna,campania ,campagna ,campaglia per campagna; magnioni per maglioni; nestole, per nespole,tiepida per tiepida,scerpe per sciarpe) SUGGERIMENTI PER GLI INSEGNANTI Il
primo elemento che dovrebbe allarmare l’insegnante è dato da problemi
legati alla letto – scrittura, ovvero persistenti difficoltà
ortografiche lentezza nella lettura a fronte di un quadro generale nella
norma. Spesso, le medesime cadute leptografiche in ambito linguistico si
riscontrano anche nel calcolo scritto: si possono rilevare errori
aritmetici di tipo lessicale (es. 42 al posto di 62) e di tipo sintattico
(es.124 al posto 1024). Un secondo dato è rappresentato dalla difficoltà
nel conteggio indietro che risulta faticoso, anche dopo costante
allenamento svolto in classe. Un terzo campanello da’allarme è dato
dalla difficoltà ad imparare le tabellone – e cioè al recupero della
memoria semantica dei fatti aritmetici – e data da una deficitaria area
di calcolo a mente (somme e sottrazioni semplici). LA BALBUZIE DEFINIZIONE
E DIAGNOSI DIFFERENZIATA
La
balbuzie o spasmofemia è un disturbo della fluenza verbale. I disturbi
della fluenza o disfemie includono quelle anomalie della parola parlata
con alterazioni che coinvolgono i caratteri soprasegmentali del linguaggio
orale: ritmo, sequenzialità,
Velocità
e durata. Il
ritmo è il risultato del gioco degli accenti, pause e raggruppamenti
all’interno delle parole. Il ritmo contribuisce a formare la melodia
della parola. La
sequenzialità si riferisce al preciso e calibrato ordine di
programmazione di tutti i movimenti necessari alla produzione in sequenza
di sillabe, parole, frasi. La
velocità dipende sia dall’abilità della programmazione sequenziale sia
dalla durata dei vari segmenti fonetici. La
durata si riferisce alla produzione temporale d’ogni suono che varia a
seconda se si tratti di vocali o consonanti: le prime hanno sempre durata
maggiore delle seconde; le vocali che assumono l’accento tonico
prolungano ulteriormente la loro durata. Fra
le consonanti, le continue hanno maggiore durata e possono essere
prolungate a Differenza
delle esplosive. La
fluenza quindi può alterarsi in vari modi, a seconda che sono coinvolte
una o più delle sopraccitate variabili: TACHILALIA:
eccessivo aumento della velocità d’emissione (si mangia le parole). TARTAGLIAMENTO
O CLUTTERING O TUMULTUS SERMONIS:
eccessivo aumento della velocità con alterazioni del normale ritmo
d’emissione (evoluzione peggiorativa della tachilalia). L’alterazione
riguarda anche in questo caso la velocità unita ad imprecisioni
articolatorie.
(Nel tachilalico e nel tartagliatore non vi è consapevolezza
del disturbo) BALBUZIE:
è un disturbo spasmodico intermittente della parola perciò sillabe o
parole non possono essere articolate o sono ripetute una o più volte.
L’alterazione interessa il ritmo, la durata e la sequenzialità.
(Nel balbuziente vi è consapevolezza del disturbo) SINTOMATOLOGIAUna
classificazione sintomatologia delle forme di balbuzie non è di facile
realizzazione poiché non esistono soggetti che balbettano allo stesso
modo e con i medesimi modi. Gli
studiosi hanno, comunque, classificato tre differenti tipi di balbuzie,
facendo riferimento alla particolare configurazione del “blocco” e ai
suoni caratteristici che il blocco verbale manifesta nello sforzo
articolatorio:
Forma CLONICA: il fenomeno è classificato clonico se
comporta la ripetizione
di una o più parti iniziali, interne o finali di una parola. Si può manifestare all’inizio della produzione verbale o durante l’emissione
della frase.
Forma TONICA: il fenomeno è classificato tonico se comporta
un blocco della
muscolatura fono-articolatoria che impedisce l’inizio della
realizzazione verbale
o l’arresta in maniera brusca.Quando questo spasmo cede, la
ripresa fonatoria
avviene in modo esplosivo e precipitoso.
Forma PALILALICA O MISTA: un mix delle due forme precedenti
con
prolungamenti, inceppi e ripetizioni cloniche (forma più grave).
Alcuni
studiosi(Zerneri) con riferimento alla localizzazione anatomica del blocco
e degli spasmi muscolari, soprattutto nella produzione d’alcune
consonanti, individuano anche le seguenti forme:
Forma LABIO-COREICA: si hanno contrazioni fono-articolatorie
a livello di
lingua e labbra con conseguente difficoltà nella produzione delle
consonanti
p/b
e t/d.
Forma GUTTURO-TETANICA: si hanno spasmi e contratture dei fasci
muscolari laringei e faringei con difficile produzione di
consonanti k/g. Altri
studiosi classificano il fenomeno secondo tre differenti gradi:
Balbuzie di PRIMO GRADO: corrisponde ad un disturbo leggero.
Balbuzie di SECONDO
GRADO: corrisponde ad un disturbo più grave.
Balbuzie di TERZO
GRADO: si aggiungono movimenti associati (sincinesie). Possiamo
quindi avere dei quadri sintomatologici molto vari con forme di “primo
grado cloniche labio-coreiche “ oppure forme di “terzo grado toniche
gutturo-tetaniche”, etc. FATTORI
ASSOCIATI
Soprattutto
alla forma tonica si possono associare spasmi alla faccia o d’altre
parti del corpo, dovuti allo sforzo che si fa per cercare di interrompere
il blocco verbale. Questi
movimenti convulsivi associati sono chiamati SINCINESIE e sono presenti
nelle forme più gravi.Esempi di sincinesie sono: corrugare la fronte,
allargare la bocca, serrare il pugno, innalzare la testa. Oltre
alle sincinesie possiamo riscontrare come fattori associati: LOGOFOBIE:
paura di un suono e quindi della parola che lo contiene e conseguente
ricerca di sinonimi. EMBOLOFRASIA:
è un movimento o una parola o un suono che il balbuziente utilizza per
sviare la sua attenzione dall’articolazione che segue e poterla quindi
pronunciare. SUONI D’IMBARAZZO: “ehm”, “oh”, colpo di tosse, etc. DISTURBI RESPIRATORI: sono molto frequenti e riguardano le alterazioni del ritmo e delle modalità respiratorie come l’utilizzo di una respirazione sterno-costale o clavicolare. SINTOMI
SOMATICI: il
rossore, il pallore, la traspirazione, la dilatazione delle pupille, la
tachicardia. VERSANTI DEL LINGUAGGIO INTERESSATI DAL DISTURBO I
versanti compromessi in
ordine decrescente sono: 1.
Eloquio spontaneo 2.
Eloquio strutturato 3.
Lettura 4.
Forme convenzionali (saluto) 5.
Linguaggio automatico (contare, elencare) 6.
Canto Una
considerazione va fatta per ciò che concerne le variazioni d’intensità
del disturbo.Vi sono situazioni favorevoli e non in cui la balbuzie si
attenua o scompare e altre nelle quali si accentua.Si è visto come in
condizioni di ridotta responsabilità di comunicazione verbale, la
balbuzie si riduce, in altre parole quando si esprimono frasi di contenuto
poco importante (parole isolate, brevi commenti). Ancora
la balbuzie si riduce quando è associata a minore necessità di fare
buon’impressione.Inoltre in condizione di sonnolenza o di stanchezza. Le
variazioni possono notarsi anche in rapporto al tempo quindi il soggetto
alterna periodi della sua vita in cui balbetta di più ad altri in cui
balbetta molto meno. EZIOLOGIAL’eziologia
è tuttora il problema più dibattuto della balbuzie. Il problema è
portato avanti in varie discipline scientifiche: medicina, foniatria,
neurologia, neuropsichiatria, psicologia. Nessuno studioso della materia
può affermare di conoscere con certezza la causa centrale che porta a
balbettare. Oggi le differenti argomentazioni sulle cause della disfluenza
possono essere suddivise in tre gruppi principali: ·
Cause
organicistiche ·
Cause
psicogenetiche ·
Cause foniatriche Le
teorie organicistiche sono basate sul riscontro anatomo – patologico di
una lesione localizzata o diffusa del S.N.C. o periferico oppure fattori
genetici ·
Teoria della
lesione localizzata: la balbuzie sarebbe causata da una lesione specifica
del S.N, secondo alcuni nella corteccia secondo altri nei nuclei della
base. ·
Teoria delle
alterazioni dello sviluppo motorio: alla base ci sarebbe una lesione o
modificazione delle vie piramidali ed extrapiramidali che possono dar
luogo a sintomi di rigidità o alla comparsa di movimenti involontari. ·
Teoria della
dominanza emisferica: questa teoria è stata formulata in conformità ad
una concomitanza tra mancinismo
e balbuzie (la balbuzie si è
presentata in passato in casi di mancinismo contrastato). ·
Teoria della
predominanza del sistema ortosimpatico: il disturbo sarebbe legato ad
un’alterazione del sistema nervoso vegetativo. ·
Teorie
costituzionalistiche: secondo tale teoria nel bambino esisterebbe una
predisposizione alla balbuzie per la presenza di fattori genetici e
neurologici.Altri autori hanno formulato che piuttosto che di fattore
ereditario si dovrebbe parlare di fattore familiare inteso come
atteggiamento imitativo.Il bambino figlio di un genitore balbuziente,
vivendogli a contatto, sarebbe portato ad imitarlo. Anche in questo caso
non ci sono certezze e alcuni studi hanno dimostrato come bambini lontani
da genitori balbuzienti siano anch’essi risultati tali avvalorando così
la tesi dell’eridarietà Le
teorie psicogenetiche: la balbuzie è vista come sintomo specifico
d’organizzazione nevrotica della personalità.Queste teorie comprendono
quelle psicoanalitiche suddivise in: · Teorie relazionali: la balbuzie è vista in termini di conflitto nevrotico interiore.·
Teorie
comportamentiste:
danno un’interpretazione della balbuzie come conflitto acquisito, che
s’instaura attraverso esperienze ambientali. ·
Teorie dello
shock emozionale: un
episodio terrorizzante è l’unica causa scatenante del sintomo. Le
teorie foniatriche si basano sulla disfunzione dei circuiti di controllo
della parola. Secondo alcuni autori (DINVILLE) il disturbo origina
al momento dell’elaborazione del pensiero in linguaggio. I motivi
possono essere tanti: la mancanza di un vocabolario appropriato, la povertà
di linguaggio, un flusso di pensiero troppo rapido. Il circuito, comunque,
disturbato è quello pensiero-parola.Infine possiamo affermare che diversi
altri studiosi si trovano concordi, pur non avendo certezze eziologiche,
che si debba puntare su :
BASI PREDISPONENTI E FATTORI SCATENANTI Modalità
di apparizione ed evoluzione
Nella
maggioranza dei casi la balbuzie è un disturbo che insorge nella prima
infanzia tra i ¾ anni, non in concomitanza con l’apparire delle prime
parole,ma piuttosto al momento dell’elaborazione delle prime frasi. Per
altri bambini l’insorgenza si situa verso i 5/6 anni con l’inizio
della scuola elementare.Infine in casi eccezionali può comparire molto più
tardo tra i10/12 anni. In
base all’età d’insorgenza possiamo distinguere due tipi di disturbo: BALBUZIE PRIMARIA E BALBUZIE SECONDARIA La
prima detta anche fisiologica o di sviluppo insorge intorno ai tre anni ed
è costituita da brevi ripetizioni sillabiche o consonantiche,esitazioni o
prolungamenti. A
questa età il bambino balbetta perché il suo pensiero supera le sue
possibilità linguistico-espressive; comunque egli non ha alcuna coscienza
del suo comportamento disfluente. Se permane questa condizione di
inconsapevolezza il disturbo si risolve spontaneamente anche in breve
tempo. La
seconda collocabile tre i 5/6 anni è caratterizzata dalla consapevolezza
del disturbo che determina il consolidamento dello stesso. Quasi
sempre però la reale insorgenza è avvenuta prima (3/4 anni) venendo
meno, però, una risoluzione spontanea. Quindi possiamo affermare che la
balbuzie passa dal suo stadio primario a quello secondario quando il
bambino diviene conscio del proprio linguaggio disfluente e si sforza di
modificarlo, evitarlo, o lottare contro di esso. Modalità
d’intervento
Nel
caso di una balbuzie secondaria il trattamento prevede un’ intervento
diretto con la possibilità di fornire al soggetto balbuziente dei mezzi
per superare i blocchi e così mascherare il problema. Nel caso della
balbuzie primaria invece è indispensabile un’ intervento indiretto
preventivo nei confronti di tutte quelle figure che stanno vicino al
bambino(genitori, familiari, insegnanti) per prevenire che egli divenga
vero balbuziente quindi consapevole del fatto che il suo linguaggio è in
qualche modo diverso da quello delle persone intorno lui e quindi motivo
di preoccupazione . la consapevolezza della differenza linguistica sorge
da reazioni osservate. Un bambino piccolo non avrà modo di sapere che il
suo linguaggio è atipico a meno che una qualche persona per lui
importante dica o faccia qualcosa per dirigere la sua attenzione su tale
differenza. Per il bambino le differenza divengono qualcosa di cui
preoccuparsi solo dopo che ha risposto alla preoccupazione di un’altra
persona. Per prevenire la consapevolezza e la preoccupazione dobbiamo in
qualche modo controllare le reazioni delle presone che stanno accanto al
bimbo. Nell’alleviare l’ansietà dei genitori si spera di ridurre le
loro manifestazioni ansiogene. I genitori vengono incoraggiati ad
ascoltare pazientemente e senza tensione quando i figli parlano. Devono
essere istruiti a non fare o dire nulla che possa essere interpretato dal
bambino come un segno del fatto che il suo discorso sia inaccettabile. CONSIGLI IMPORTANTI :1. Non dire al bambino:·
Non avere
fretta, parla bene ·
Pensa prima di
parlare ·
Ricomincia
daccapo, ripeti 2.
non anticiparlo completando il suo pensiero e quindi parlare al suo
posto 3.
non sospirare di sollievo quando il bambino parla fluidamente 4.
non dimostrare impazienza se il bambino esita, si blocca o si
ripete 5.
non parlare del disturbo in presenza del bambino Suggerimenti
positivi: 1.
stabilire un ambiente familiare il più possibile sereno. Cercare
di evitare di esporre il bambino a situazioni imbarazzanti. 2.
ascoltare il bambino con la stessa attenzione che vorreste egli
dimostrasse a voi quando parlate. 3.
parlagli in modo calmo, non affrettato, ma non in modo esagerato da
rendere difficile l’imitazione. 4.
fare tutto il possibile per rendere piacevole il comportamento
linguistico. Leggere storie che possano piacere al bambino e che gli
permettano di avere la possibilità di essere coinvolto in un gradevole
attività discorsiva. 5.
rassicurare il bambino qualora chiedesse se il suo discorso ha
qualcosa di sbagliato dicendogli che va bene. 6.
mantenerlo nella migliore condizione fisica possibile attraverso la
regolazione della dieta e del riposo(ritmo veglia-sonno). 7.
indirizzarlo verso attività motorie con prevalenza di quelle
sportive, secondo i desideri del bambino. Quindi,
in definitiva, bisogna che l’adulto comunichi col bambino disfluente,
sia attraverso il canale mimico-gestuale che verbale, con la stessa
naturalezza che si potrebbe avere comunicando col bambino perfettamente
fluente.
|
||||||||