Ricordo della mia Maestra

Ricordo della mia Maestra

 

 

Convegno AIPD sez. Milazzo, da destra Anna Contardi, Margherita Manfrè, Pasquale Russo

Convegno AIPD sez. Milazzo, da destra Anna Contardi, Margherita Manfrè, Pasquale Russo 10/10/2004. Sotto video con Margherita che presenta la sua relazione al Policlinico, si vede dopo 59 secondi.

 
 

Che dire di Margherita Manfrè, la mia Maestra, dall'altro dei miei primi 30 anni di medico?

Intanto che mi ha tenuto a battesimo nel mondo della medicina interna a partire da quel lontano febbraio 2001, quando stanco e deluso decisi di cambiare strada e di dare un taglio alla mia carriera presso il SER.T. di Milazzo, che stava diventando per me come un buco nero che mi risucchiava dentro ed una specie di incubo dal quale non ci si sveglia. Decisi, così, una mattina di andare da Lei, e presi un appuntamento: fu il primo incontro. Deluso anche dall'ospedale di Barcellona dove il primario mi diceva di non avere posto per me, tirai avanti in autostrada per approdare all'Ospedale di Patti, dove naufragai, come Ulisse, nel mondo meraviglioso della Sapienza e degli Affetti, che disconoscevo. Le prime parole che proferii, alle 11,30 di quel 7 febbraio 2001, furono: "Mihi factus sum", ed ancora: Egò eimì o iuiòs tu demu!'", che voleva dire: l'unica raccomandazione sono io che cerco di farmi grande da me e che sono il figlio del popolo. Questo modo di presentarmi a Lei che aveva fatto studi classici e che proveniva dalla gente laboriosa, piacque molto. Mi ricordo che stava seduta davanti a pile enormi di cartelle, dentro una stanza al 3° piano dell'Ospedale Barone Romeo, una stanza pratica, senza fronzoli: non v'erano salotti speciali di pelle scura o rossa o anticamere per l'attesa,  dove non si trovavano quadri e suppellettili costose, ma solo vecchie e semplici sedie riciclate e vecchi libri di medicina riposti in gran copia inframezzate da moderne riviste scientifiche, riposte in una antica e povera libreria di tipo svedese, come si usavano negli anni '60.

    "Vedremo quello che sa fare" - mi disse- con tono secco e senza scomporsi, con la schiena dritta e le avambraccia sul tavolo, inchiodandomi con quegli occhi azzurri luminosi ed intelligenti ed, ancora aggiunse:  " Mi lasci, pure il suo curriculum".  Cosi decisi di presentare la domanda per l'incarico di otto mesi in medicina interna a Patti e venni scelto fra altri medici perchè nessun altro collega voleva accettare di ricoprire un posto così impegnativo. Infatti, arrivato a Patti, in corsia, quando mi presentai, mi venne incontro un collega magro, col volto bruno ed affilato, preparatissimo, una specie di enciclopedia della medicina interna che mi apostrofò dicendomi: " Qua si lavora, tu vieni da Milazzo, sicuramente sei raccomandato da qualche politico: spero che non farai come quell'altro collega che ci ha mollati sul più bello e si è messo una stampella in mano. Qua si lavora, te lo dico subito! Ci sono turni massacranti..." La dott.ssa Manfrè mentre fa firmare il libro del Club Zonta a ricordo dell'attività svolta a favore del Progetto di AutonomiaE mi spiegò il lavoro di reparto che prevedeva turni, reperibilità di pomeriggio e notte e festivi, a seguire dal turno di mattina, consegne, giro visita, ambulatori e quant'altro. Ma tutto mi sembrò leggero ed il lavoro interessante e piacevole: era quello che avevo sempre desiderato e, dopo anni al SER.T. con i drogati da disintossicare, e le minacce che ricevevo, il lavoro di reparto mi ristorava, come una corsa in discesa sui pattini, mentre prima era come se corressi sulle sabbie mobili, tra i rovi! I primi tempi andavo dietro ai colleghi, durante la visita, arrancando e cercando di capire come si comportavano: prendevo appunti su tutto. Ce n'erano due che si facevano avanti e si mettevano in mostra, facendosi vedere che erano bravi, come il dott. Guido Tersili del film di Sordi!  Margherita, però, capiva il mio disagio e mi rincuorava, dicendomi che non le interessava che fossi un luminare della medicina, ma era importante che avessi buona volontà. E Lei ne aveva avuta tanta e sempre di più, perchè per studiare all'Università di Messina, partiva da Gioiosa Marea ogni giorno, nel cuore della notte, verso le 4 del mattino e, pian piano, guidando la sua 600, come una specie di dott.ssa Montessori, aveva preso Laurea e Specializzazioni varie di Medicina; quindi  era passata al lavoro presso il Pronto soccorso dell'ospedale di Patti credo e, da qui, nel reparto di Medicina, prima come aiuto del direttore dott. Sperandeo,  e poi come Direttore lei stessa. Anzi, amava farsi chiamare "direttore" e con titoli maschili, per es. "Il Primario, il Direttore ecc."

Passava il tempo ed a Patti i colleghi dopo qualche anno impararono a volermi bene, dopo un pò di freddezza dei primi tempi, perché io lavoravo duro, senza mancanze e, perchè, mi piaceva apprendere ed apprendevo velocemente, togliendo loro una gran mole di lavoro; anzi, mi piaceva imparare a fare di tutto: al Policlinico avevo visto i miei professori nascondere le mani quando lavoravano per non dare esempi tecnici; qua era al contrario: la mia Maestra chiedeva se avessi capito ogni cosa, se fossi in grado di muovermi da solo nel servizio, e se non era così, era disponibile sempre a sentirmi e consigliarmi, ogni ora del giorno e della notte, in reparto ed a casa per telefono, se ce ne fosse stato bisogno. Più in là, viceversa, dei medici staccavano il telefonino per non restare invischiati nelle situazioni di emergenza o nei trattamenti dei pazienti critici.

Da sinistra: il Sindaco di Montalbano, dott. G. Simone, la dott. Margherita Manfrè, i proff. Salpietro e Calamuneri dell'Univ. degli Studi di Messina. Dietro tutti il grande Vittorio Cannata, Coordinatore AIPD Milazzo!

Da sinistra: il Sindaco di Montalbano, dott. G. Simone, la dott. Margherita Manfrè, i proff. Salpietro e Calamuneri dell'Univ. degli Studi di Messina. Dietro tutti il grande Vittorio Cannata, ex  Coordinatore AIPD Milazzo in un incontro per le persone con S.Down.

 

Tornando a Patti, presto l'invidia mi colpì ed incappai nei malefici di qualche altro collega maligno e ruffiano, i soli "informatori e confidenti" che riferiva a Margherita di frasi e pensieri falsi per mettermi in cattiva luce davanti alla mia Maestra. Ci fu qualche battibecco, con lei, perchè evidentemente la informavano in maniera falsa di cose e situazioni, ma ogni diverbio si appianò subito ed anzi procedette la navigazione di reparto a gonfie vele! Dopo i primi mesi di supplenza,  arrivò il concorso in medicina interna, lo vinsi. Venni in ruolo in reparto e trovai Margherita cambiata verso di me. Non capivo perchè. Ci scontrammo per cose stupide... Le dissi che se le davo fastidio, me ne sarei andato da dove venivo. Il motivo fu futile. Mi aveva ordinato di andare ad aiutare un collega di un altro reparto con dei computer, per metterli in funzione ed eseguire delle capillaroscopie: un gioco da ragazzi per me, che ora, per esempio, gestisco una web TV! Quando tornai in reparto a missione compiuta ed aspettavo gli elogi, Lei fu dura con me e mi insultò aspramente: pensò che avessi architettato di aiutare il collega per allontanarmi dal reparto. Lei non ammetteva "scavalli", mi disse seccamente! Io non capivo! Il collega ,infatti, a mia insaputa, aveva parlato con Margerita richiedendo nel tempo le mie prestazioni professionali, specie per le registrazioni di capillaroscopia. Non era una cosa che avevo chiesto io, però, o della quale avessi colpe alcuna: cercai di spiegarglielo in lacrime, perchè ci tenevo a rimanere nella sua equipe. Allora mi vide disperato per i rimproveri  e capì di aver sbagliato tutto, perchè di cervello ne aveva da vendere e si scuso'. Da li cominciò un connubio di scienza e medicina alla grande. Finimmo per eccellere nell'8° congresso Fadoi della Sicilia, dove Lei mi scelse come responsabile della segreteria scientifica;  facemmo lavori, studi, e tanto tanto lavoro insieme, per es per aiutare le persone con S. Down. Crescendo professionalmente passai dal reparto di Day Hospital alle Corsie del  Reparto di Medicina dell'Ospedale di Patti ed ebbi, infine, nel 2008, l'incarico di gestire personalmente i pazienti dei primi posti letto, della prima corsia. Alcuni colleghi più anziani erano molto bravi; uno in particolare  mi spiegava le cose come farebbe un padre medico col proprio figlio. A Milazzo ed a Messina, invece, avevo appreso con mio disappunto che gli altri colleghi anziani, invece, si nascondevano le mani quando lavoravano ed evitavano di svelare i segreti della loro professione. Io, invece, a Patti crescevo ed apprendevo. Facevo foto, seguivo corsi di aggiornamento, imparavo dai colleghi.

Margherita Manfrè ci voleva tutti bene, il Reparto era una specie di famiglia, dove si trascorreva il tempo e la vita come a casa; a Natale si festeggiava insieme e ci si riuniva spesso anche nei locali dei Nebrodi per una "cena di lavoro", come amava sottolineare il Primario, perchè non c'era mai tempo per sollazzi e trastulli. Ed i panni sporchi si lavavano in famiglia: tutti eravamo ascoltati in maniera democratica e potevamo dare il nostro contributo per il buon funzionamento del Reparto, fornendo suggerimenti e compilando ogni volta una specie di verbale di riunione con le proposte che avevamo scelto e votate. Ma quando tutto stava procedendo per il meglio e la gente ci rispettava e stimava per il nostro lavoro di equipe, il caso volle che la sua carriera finisse prematuramente.

 

Un giorno in reparto, improvvisamente Margherita apparve un poco più disattenta: di solito conosceva nei minimi particolari i casi clinici dei pazienti senza bisogno di sbirciare nel database del Reparto, cosa che noi invece facevamo regolarmente. Pian piano le sue condizioni di salute peggiorarono ed iniziò per lei un lungo Calvario, ma era molto brava a celare le sue sofferenze con una maniera impeccabile di porsi, come potete vedere nel video a seguire.... Capimmo così cio' che lei desiderava per noi, che non andasse perduta la nostra Scuola di Pensiero in Medicina. A me diceva spesso: "Vi seguo perchè cresciate professionalmente, perchè possiate essere grandi quando non ci sarò più." Ribadì questo concetto della sua dipartita anche in un'altra triste occasione in cui incappammo entrambi: disse che aveva poco tempo a disposizione per la sua vita ma lo disse serenamente, senza tragedie. Io non capivo o non volevo capire e minimizzavo.

Così, per quanto il fato la avesse strappata a noi e, soprattutto, a quanti la avevano amata, lei desiderava che nulla fosse perduto ed ,anzi, le piaceva se avessi pubblicato nel web le miei esperienze cliniche, perchè quanto aveva appreso voleva che fosse fruibile a tutti. Ecco perchè ora siamo qui in rete e continuare la sua opera di divulgazione scientifica, di sacrificio e di amore verso chi soffre. Di lei ci resta il ricordo di anni di sacrifici, di sforzi impeccabili, di giornate sempre seduta alla sua scrivania dietro le pile delle cartelle sanitarie ed il ricordo di quell'ultimo video che girai, quando affetta da atroci dolori, parlò da seduta, per incoraggiare altri ad affrontare le cure per il dolore. Mi raccomandò di inquadrarla bene, registrando ed amplificando le parole perché ci teneva che il suo ultimo messaggio fosse incisivo, chiaro e sereno e la sua immagine impeccabile, come sempre.

Grazie Primario.

Il suo allievo più scarso, Claudio Italiano