Mio padre, Antonino Italiano

Ricordo di mio padre, un emigrante italiano.

di Claudio Italiano

Il padre del dott.Claudio Italiano, il sig. Italiano AntoninoEra nato il 24 agosto del 1924, il giorno di San Bartolo, come amava dire lui, in una povera casa di campagna, nei pressi del mare di ponente. Un picciotto  semplice, di poche parole, cresciuto nella miseria e nella sofferenza, senza giocattoli, senza lussi. Non era stato abituato alle carezze ed alle coccole! Da piccolino giocava con gli altri suoi ragazzini suoi coetani di San Papino, con una canna sotto al sedere, a mo' di cavallo da cavalcare e carrettini fatti con le pale dei ficodindia o, a ponente, d'estate, quando era possibile, al gioco de "u parrinu", che consisteva nel farsi calare in mare e riemergere dicendo "u parrinu" e gli altri a scoppiare a ridere, perchè il gruppo poneva domande stupide e scherzose e quello di turno, riemergendo,  rispondeva sempre : " u parrinu!" o a piedi nudi a tirare calci a  palle fatte di pezze vecchie, sulla battigia di ponente! Nino era cresciuto così, come un uomo duro, schietto e senza fronzoli, pratico ed immediato, un uomo tutto d’un pezzo, dalle grandi idee, molto intelligente ed abituato a fidare sempre in sè stesso e sulle proprie forze, ma era stato anche un uomo dal  cuore grande. Così lo aveva, anche  definito l'anziana contessa Giuseppina Rizzo, moglie dell’Ammiraglio Luigi Rizzo, l’Affondatore, “un gigante dal cuore troppo buono” e gli aveva scritto una dedica sul libro dedicato al figlio Giorgio Rizzo. Infatti negli anni della sua migliore età, essendo quarantenne, aveva lavorato in opere di manutenzione alla Villa dell’Eroe, a Bevaceto, facendosi sempre onore nel suo lavoro e divenendo ben accetto ed uomo di fiducia della ormai anziana nobildonna.

 

 

Orfano di padre, già all’età di tre anni, era stato cresciuto dalla sorella Lucia, che gli faceva da madre-bambina, appena di sei anni un po’ più grande di lui. Il padre, Francesco, un uomo molto buono, disponibile con tutti, era morto all’età di 33 anni, lavorando nelle cave di Pomice di Lipari, con la silicosi ed il cuore polmonare, lasciando Venera da sola. Così la donna, vedova, con i suoi 5 figli da sfamare, aveva lavorato la terra in campagna, a Milazzo, nelle zone di S. Giovanni, meglio di un uomo, proprio come se fosse stata un personaggio verghiano!  Ninitto, questo era l’epiteto da piccolo, doveva, invece, contribuire all’economia domestica, vendendo la verdura prima di andare a scuola dalla maestra Todaro. Egli stesso descriveva ancora oggi con terrore la sua vecchia insegnante, raccontando di come puniva gli scolari,  legando  i capelli di uno a  quelli dell'altro compagno biricchino o assestando colpi di canna in testa a chi avesse sbagliato il compito! Poi raccontava del maestro Impallomeni, che una volta, per ischerzo, aveva epitetato "professore Impallomeni, baffi di jattareddu" (cioè baffi di gattino!)  e aveva ricevuto in cambio  vergate sonore sulle gambe, per via dei compagni spioni! E, così, pure lui aveva finito per imparare presto il duro mestiere della vita, diremmo noi, cioè la dura prosa della vita, e questo già dall’età di sei anni, quando si incamminava con un carrettino piccolo tra le viuzze di Milazzo per vendere le cipolle ed i broccoli che la madre nel frattempo aveva riposti all’alba sul mezzo. Perciò non era abituato a piangersi addosso ma era solito reagire, fidando sulla sua forza buona; mi ricordo di lui, una volta, che da solo sollevava un gomitolo di rete per recinzione, del peso di almeno 50-60 kg, mentre gli altri operai la sollevavano in due ed un'altra volta che aveva avuto un incidente in cantiere:una tavola di legno della carpenteria gli era piombata in testa, causandogli una lacerazione, ma egli aveva continuato a lavorare, senza recarsi al pronto soccorso per la sutura! Poi, la sera, però, giungeva a casa distrutto ed era il primo ad abbioccarsi sulla sedia in cucina, già alle nove, appena cominciava il film! La mattina, sempre,  il primo a saltare dal letto, quando l'alba tingeva d'argento le tapparelle e lui già ci apostrofava perchè ancora dormivano, dicendo: " la casa del sonno" o " alla sveglia dei Cantor!", che erano frasi che pure lui aveva sentito ripetersi all'estero ed in Italia, dalla madre.

E, raccontava mio padre, in tono serio e faceto, che, essendo ancora un "picciottello",  si recava da un sarto, non sappiamo chi fosse, il quale mercanteggiava la poca roba di campagna che c’era da vendere  sul carrettino e cercava di raggirarlo, per fregargli  pochi centesimi, stante la sua età infantile, ma lui, già da allora se la sapeva cavare. Non c’erano state mai carezze per  Ninitto, ma solo rimproveri e scapaccioni, prima dalla madre e, qualche anno dopo, dalla maestra e poi  ancora dal suo principale, un signore distinto, un mastro all'antica,  che però in fondo lo voleva bene anche se lo trattava con austerità e distacco, ma lo aveva accettato come apprendista muratore, cosa assai ardua!   Però prima di fare l’apprendista muratore, aveva lavorato anche come tonnaroto, addetto cioè alla bollitura dei tonni, quindi aveva fatto l'aiuto-ciabattino, e ancora lo scaricatore di porto, e, per finire, dopo  i 14 anni, appunto,  l’apprendista muratore. Si guadagnava poco, a Milazzo, nel dopoguerra e fu così che emigrò verso il Belgio per fare il minatore nelle miniere di carbone di Wattelslav vicino Geng (ditta Dupont). Però il lavoro in miniera era molto duro e presto si era ammalato coi bronchi ed era tornato in patria per riprendere l’attività di mastro-muratore. Ma di lavoro ce n’era poco e nulla e di soldi meno ancora. Così aveva pensato di emigrare per il sud America, in argentina, in provincia di Rio Negro, per continuare all’estero la sua attività: costruiva nuove case e galpones, cioè grossi magazzini per la frutta, in particolare per la lavorazione delle mele e delle pere di cui General Roca era un grande produttore. La moglie lo aveva seguito dopo qualche mese, con un figlio al seno da allattare, emigrando in navi enormi, come il "Conte Salta", un carrozzone per emigranti dove non c’erano cabine per la terza classe,  ma solo cameroni! In America i miei avevano diviso una stanza con altre famiglie ed un bagno fuori in comune con altri emigranti e si erano cucinati la minestra con le spiritiere ed avevano acceso il fuoco sotto la fontana quando l'acqua in inverno ghiacciava e bevuto l'acqua fangosa del Rio Negro. Questi erano i miei e così vivevano all'estero!   Qui, come sempre accade per gli emigranti, i miei erano stati amati dagli altri italiani ma odiati dagli indigeni del luogo, che vedevano di malocchio i gringos! Era accaduto, addirittura, una volta, che il figlioletto Franco, ancora piccolino, mentre giocava con altri ragazzini argentini, era stato gettato in un canale di irrigazione, per vedere – dicevano i ragazzini – se era in grado di nuotare! Le grida del bambino in acqua era state captate da una zingara, che si trovava nei pressi e, che pensando avessero buttato in  acqua un gatto, era accorsa per strapparlo da sicura morte.    E così proprio gli zingari si erano mostrati più umani degli indigeni del luogo! Ma, essendo mia madre incinta del sottoscritto dott. Claudio Italiano, il vostro amato titolare del sito che leggete, e di cagionevole salute, nell’agosto del 1960, per insistenza della stessa, i miei erano tornati nuovamente in Italia, riuscendo a vendere le poche cose argentine ed a ricavare pochi pesos grazie ai quali ripartire col lavoro in italia, negli anni del boom economico del dopoguerra, sempre a Milazzo, dove nel frattempo, il principe Bonaccorsi aveva svenduto per pochi denari il paradiso di Bozzello e di Cacciola, due proprietà ricche di vegetazione e di vigneti, all’imprenditore Monti, il quale stava costruendo una raffineria per il petrolio. Mio padre, quindi, aveva cominciato a lavorare alla costruzione della fabbrica, come muratore, ma ben presto, si era ritirato in proprio, organizzando una ditta edile a conduzione familiare, con suo fratello Stefano. Così di palazzina in palazzo, aveva finito per costruire almeno 100 e più costruzioni, sempre riuscendo a stento ad uscire dalle spese, pensando più ai suoi operai che a sé stesso, privando la sua famiglia di agi, purchè gli altri potessero sempre avere quanto era di loro spettanza o anche più. E se un operaio doveva costruire la sua casa, era lì, pronto a donargli mattoni e cemento. A Barcellona, poi aveva costruito un palazzo bellissimo, ma qua era incappato nel modus facendi dei Barcellonesi, uomini rudi, e pratici, che sono più tirchi ed avari degli stessi genovesi e, così, aveva dovuto concludere in fretta l’affare di Barcellona, per pressioni di cosiddetti “amici”, che alla fine lo avevano costretto quasi alla bancarotta. Era dunque tornato ancora al lavoro a Milazzo, ma gli anni erano oramai di crisi e si tirava avanti con fatica, lavorando solo per evitare i fallimenti e dare il pane agli operai! Quindi sempre lavoro e lavoro, fino a quando nel maggio del 1983, quando io avevo l’età di 23 anni e studiavo al terzo anno di medicina, una brutta notte, mio padre aveva avuto il primo di una lunga serie di malesseri che lo avrebbero portato a morte nel giro di poco più  di una ventina d’anni. Infatti, all’età di appena 59 anni, fumando come un turco, mentre martellava le tavole delle impalcature e delle carpenterie, stressato, ed essendo diabetico senza saperlo, aveva avuto un ictus cerebrale, a seguito di una fibrillazione atriale e si era dovuto ritirare dalla sua attività, consegnando le redini della ditta a mio fratello Franco, perché continuasse l'opera! Così io ero cresciuto negli anni dell’Università fra le ristrettezze economiche,  mangiando alla mensa degli studenti, viaggiando col treno tutti i giorni, con la più grande raccomandazione che si può avere nella vita: quella di sè stessi e delle proprie forze e del proprio entusiasmo. Subivo, così,  la ristrettezza economica della mia famiglia, tra debiti di banca e pagamenti vari, con inquilini che ci vessavano con mille cause. Per esempio, se mio padre, stante la sua generosità, concedeva l’uso di uno spazio per posteggiare, dopo qualche tempo gli chiedevano l’uso capione del posteggio e così via, creando in lui sfiducia e sfibrandolo il suo corpo ed il suo animo ulteriormente! Finalmente in 5 anni e 3 sessioni, studiando tra gli stenti economici, arrivò la mia sudata laurea di medico e, dopo qualche mese, vinsi il concorso per l’Accademia Navale di Livorno e partii col grado di ufficiale medico, sempre distinguendomi in missioni militari particolari. Congedatomi, una volta a casa, anch’io dovetti contribuire al menage familiare e feci tutti i lavori che capitavano prima:  da medico di visita fiscale a medico di guardia medica, a medico di pronto soccorso, per finire a lavorare come medico del SER.T. (curriculum) e, finalmente, nel mio settore di internista, solo dal 2000, diretto dal mio maestro, la superlativa dott.ssa Margherita Manfrè, della quale brillo di debole luce riflessa!  Per finire, nel 2001, quando potevamo ritenere di essere fuori dai sacrifici, cominciarono gli altri problemi, perché mio padre, uscendo dal cancello di casa,  fu travolto da un'auto che lo scaraventò ad 8 metri di distanza, riportando un trauma cranico e toracico al contempo e fratture multiple della gamba sinistra,  lasciandolo zoppo e intontito mentre mio fratello Domenico subì il trapianto di midollo osseo per un grave linfoma cutaneo. Mio padre, ci raccontava sempre che la differenza tra America e Italia è che lì si lavora e si è pagati subito senza sconti o altro, mentre in Italia no, si prendono sempre fregature! Inoltre lì aveva trovato tanti italiani che lavoravano davvero in silenzio e senza mai lamentarsi, insomma i veri italiani (non certo... certi italiani di qui che fanno solo chiacchiere, chiasso ...e poco lavoro e che vogliono essere pagati profumatamente).   Mastrantonino è salito al cielo nella notte fra il 20 ed 21 maggio 2009 ad 84 anni, assistito dopo una lunga malattia ai polmoni ed al cuore dal sottoscritto, dott.Claudio, e da tutta la famiglia per il resto. Così come aveva vissuto in silenzio e da solo, ha voluto morire da solo, nella corsia dell'ospedale, rassicurandomi ed esortandomi fino all'ultimo, quella sera fatidica, con uno sguardo spento ma risoluto,  perchè andassi via ugualmente che tanto ci saremmo rivisti per l'indomani, pur sapendo di dover morire. Evidentemente voleva essere da solo anche nella morte, così come lo era stato nella vita, sia per non allarmarmi, sia perchè era stanco del lungo male che lo aveva costretto a vegetare tra la croce del suo letto e le spine della sua poltrona di casa, abituato com'era a spaziare e viaggiare per il mondo....

Pregate per lui, perché possa continuare la sua opera anche lassù in cielo, nella casa del Signore.

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