Luigi Rizzo e l'azione di Premuda

Luigi Rizzo e l'azione di Premuda

tratto da “atti della societa’ milazzese di storia patria

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Una foto che ritrae il dott. Claudio Italiano quando era ancora Guardia Marina.

STV (MD) Claudio Italiano

Si ringrazia per la cortesia ricevuta la Società di Storia Patria Milazzese. STV (MD) Claudio Italiano

 

L'azione di cui si parla prende il nome dall'isola di Premuda e rappresenta uno dei più significativi episodi della storia navale di ogni tempo e di ogni paese. Un'impresa particolarmente cara alla gente di Milazzo perché compiuta, nel corso del conflitto mondiale 1915-18, da una piccola squadriglia di MAS che, al comando del milazzese Luigi Rizzo -Ufficiale della Marina Militare-, il 10 giugno del 1918, nel corso di un attacco ad una formazione nemica, con l'affondamento di una nave da battaglia, riuscì a bloccare una pericolosa incursione navale nemica, facendo fallire un'im­presa bellica ambiziosamente concepita per dare all'Italia un colpo mortale a pochi giorni dalla «battaglia del solstizio».

 

 

Com'è noto, nel 1915 il Mediterraneo era la base operativa dei due schieramenti navali contrapposti e, particolarmente, quel braccio di mare che si addentra fra la penisola italica e quella balcanica. La Marina Militare Italiana, che aveva già effettuato il salvataggio di quanto era rimasto dell'esercito serbo, si era assunta il compito di proteggere dalla flotta austriaca l'ala destra dell'esercito, assicurare i trasporti marittimi con l'Albania, impedire operazioni costiere finalizzate allo sbarco di truppe nemiche ed evitare, inoltre, che sommergibili nemici, oltrepassando il canale d'Otranto, potessero compromettere il traffico marittimo ed i rifornimenti per le truppa dell'Intesa. In realtà l'alleanza con gli imperi centrali fino a poco prima dello scoppio del conflitto non aveva consentito alla flotta italiana una adegua­ta preparazione e l'approntamento di idonee misure difensive. Teatro della guerra marittima era l'Adriatico dove l'Italia, per il dislocamento delle sue basi navali poteva contare solo sulle piazzeforti di Venezia con il bacino di San Marco e l'Arsenale, pur con le difficoltà di accoglimento in quel porto delle navi maggiori a causa dei bassi fondali, e sulla base di Brindisi, dove le opere portuali erano ancora in fase di allestimento. Il porto di Ancona non era utilizzabile in quanto «città aperta», per cui bisognava arrivare nello Jonio per trovare a Taranto, ossia a 500 km da Venezia, una base efficiente. Per questi motivi, all'inizio del conflitto, la scarsa difendibilità della costa aveva fatto fermare l'attenzione dei comandi italiani, piuttosto che sul potenziamento di navi da battaglia, sull'utilizzo di esploratori, di sommergibili e di mezzi veloci ed insidiosi, concepiti per attaccare nei porti ed in mare aperto. Veniva anche incrementata la potenzialità aerea. Da parte avversaria la situazione si presentava invece più favorevole perché la flotta austro-ungarica poteva avvalersi di ancoraggi e ripari a ridosso delle numerose isole delle coste istriane e dalmate e dei canali difficilmente attaccabili, fermo restando la messa a punto di un sistema di difesa costituito dalle piazzeforti di Trieste, Pola, Lusimpiccolo, Sebenico, Spalato. In realtà uno scontro tra i due schieramenti era apparso ben presto poco probabile sin dall'inizio del conflitto, stante le difficoltà di navigazione in quel mare pieno di insidie da naviglio sottile e subacqueo e per la presenza di numerose mine. Non esistevano le condizioni per una vera e propria battaglia navale anche perché la flotta austriaca, dopo qualche azione all'inizio della guerra, aveva sempre cercato di evitare lo scontro, restando rintanata nella rada di Pola. Nel corso del conflitto l'attività dei sommergibili austriaci con quelli tedeschi, che ancora prima della loro dichiarazione di guerra operavano sotto falsa bandiera austriaca, era diventata continua e sempre più inten­sa. Per tali motivi gli alleati dell'Intesa erano stati costretti a potenziare lo sbarramento del canale d'Otranto, rendendolo addirittura intransitabile. A tal fine si era fatto ricorso a linee mobili di caccia e di piccole navi, ad una linea fissa costituita da una colossale rete esplosiva di 66 km ed alta 50 metri che dalle coste pugliesi giungeva sin nei pressi di Corfù. Una serie di "drifters" (unità di pesca armati), di idrofoni a rimorchio e più a sud una squadriglia di caccia completavano tale sbarramento, finalizzato non tanto a bloccare le grosse unità quanto ad impedire che sommergibili nemici si portassero nel Mediterraneo.

Al centro Luigi Rizzo, tra Aonzo e Gori, protagonisti dellìimpresa di Premuda

Al centro Luigi Rizzo, tra Aonzo e Gori, protagonisti dell'impresa di Premuda

Nel frattempo, mentre gli Alleati stabilivano strategie comuni per prevenire una massiccia incursione nemica, lo Stato Maggiore della Marina Italiana, al comando dell'Ammiraglio Paolo Thaon di Revel ,aveva provveduto ad intensificare le azioni di insidia e di attacco nei porti ed in mare aperto con mezzi veloci (MAS), prodotti in una serie di varianti, adatti per missioni insidiose e consoni al tipico carattere dei marinai italiani, contraddistinto da ardimento e spirito d'iniziativa. Siamo alla fine del 1917 e l'Italia viveva il dramma dei tristi avvenimenti conseguenti alle massicce azioni militari nemiche che iniziate il 24 ottobre nell'alto Isonzo avevano portato all'arretramento dell'intero fronte sino al Piave, dopo la disfatta di Caporetto.

Impresa di Premuda

Impresa di Premuda, schema

La perdita di centinaia di migliaia di uomini, di grande quantità di materiale bellico, di oltre 10.000 Kmq di territorio nazionale, avevano determinato uno scoramento generale che aveva scosso il morale delle truppe e della stessa popolazione, mentre si faceva strada la convinzione generale che la guerra non fosse più sostenibile. All'allestimento delle linea di difesa avevano contribuito interi con­tingenti di marinai provenienti dalle rispettiva navi, approntando un raggruppamento di artiglierie sulle vette dei monti, su natanti, pontili, galleg­gianti e chiatte, in appoggio alla Terza armata, mentre si costituiva il glorioso reggimento San Marco, cui veniva affidata la difesa di Venezia. Sommergibili e torpediniere pattugliavano la costa senza soste per prevenire sorprese e sostenere le truppe. Squadriglie di M.A.S. si porta­vano nelle acque dalmate, dove era possibile il transito di navi nemiche in trasferimento da Pola verso il basso Adriatico. Dall'altra parte gli austro tedeschi si preparavano a scatenare un'of­fensiva di vaste proporzioni per ottenere il crollo definitivo dell'Italia: sia per terra abbattendo la resistenza sul Piave, sia per mare con una potente scorreria nell'Adriatico meridionale, finalizzata a sconvolgere lo sbarramento del canale d'Otranto ed a bombardare le nostre coste. Nel contesto di questo proponimento il giovane Ammiraglio Niklós Horthy von Nagybanya -nuovo comandante in capo della flotta austriaca per esplicito volere dell'Imperatore- ritenendo che una vittoria per mare a pochi giorni dall'offensiva austro tedesca, avrebbe esaltato le truppe e determinato lo sfacelo italiano, aveva predisposto e curato nei minimi par­ticolari un segretissimo piano di attacco decisivo per le sorti della guerra. Numerosi sommergibili si sarebbero dislocati in agguato dinanzi le basi di Brindisi e Valona; gruppi di incrociatori e caccia nel canale d'Otranto, con l'appoggio di cinquanta aerei, avrebbero attaccato le forze navali mobili e fatto saltare i dispositivi di sbarramento. L'intervento di navi da battaglia, tra le più moderne della Marina Austriaca, avrebbe poi risolto rapidamente l'azione offensiva prima di un possibile contrattacco da parte della flotta italiana proveniente da Taranto. In coerenza con il piano suddetto la sera dell'8 giugnol918 comin­ciava il movimento della flotta austriaca. Dal porto di Pola usciva la prima squadra di linea con le corazzate "Viribus Unitis" e "Prinz Eugen", seguita dopo 24 ore (ore 23 circa, con mezz'ora di ritardo sul previsto) dalla seconda formazione. Quest'ultima, in particolare, procedeva con in testa il cacciatorpediniere «Velebit» e le due torpediniere 77 e 79, con la coraz­zata «Szent Istvan» (nave ammiraglia), fiancheggiata dalle torpediniere 76 ed 87 e con in coda la «Tegetthoff» e le torpediniere 81 e 78. Queste due ultime navi da battaglia, entrate da poco in servizio, erano il vanto della flotta austriaca con il loro dislocamento medio di circa 21.000 ton­nellate, un armamento di 12 cannoni da 305/45, 12 da 150/45, 18 da 70, tubi lancia siluri e velocità media di 21 nodi. Mentre proseguiva questa incursione nella notte tra il 9 ed il 10 giu­gno, senza essere a conoscenza di tali movimenti della flotta austriaca, era in agguato nelle acque di Premuda la sezione di MA.S. (15 e 21) al comando del Capitano di corvetta Luigi Rizzo, imbarcato sul MA.S. 15 (Capo timoniere Armando Gori); il Guardia marina Giuseppe Aonzo aveva la responsabilità del MA.S. 21. In ottemperanza agli ordini ricevuti Rizzo aveva lasciato Ancona alle ore 17 del giorno 9 con i MA.S. a rimorchio di torpediniere, in modo da trovarsi alle ore 21,30 a 24 miglia dalla punta Sud Est dell'isola di Asinelio, fra le isole di Premuda e di Gruiza. La missione prevedeva che a questo punto i MA.S. dovevano mollare i rimorchi, proseguire a velo­cità ridotta per effettuare rastrellamento subacqueo allo scopo di accerta­re la presenza di sbarramenti di mine e quindi rientrare alle ore 2,00, dirigendo con rotta inversa verso un punto convenuto da raggiungere alle ore 4,00 circa, dove si trovavano in attesa le due torpediniere per il rimorchio sino Ancona. Le operazioni si erano svolte senza alcun risultato e la mis­sione era ormai al termine, il mare era calmo e 1' atmosfera piuttosto fosca verso ponente. Verso le ore 3,15 trovandosi a circa sei miglia dall'isolotto di Lutostrack Rizzo avvistava, con le prime luci dell'alba, a poppavia del traverso e sulla dritta, volute di fumo che si alzavano all'orizzonte. Escludendo che si potesse trattare delle sue torpediniere ebbe dapprima l'impressione di trovarsi di fronte ad una squadra di caccia nemici, usciti da Lussino per attaccarlo. Sulla base di quanto supposto, anche se in quel­la situazione poteva appariva logico sfuggire all'eventuale attacco in con­siderazione della notevole superiorità dei mezzi di cui disponeva l'avver­sario e trovandosi per altro in una zona operazioni lontana dalle basi italiane, Rizzo, invece di rientrare, con decisione fulminea, approfittando delle ultime possibilità che gli offriva la luce ancora incerta dell'alba, faceva invertire la rotta dei MA.S., stabiliva di prevenire il nemico e si portava a ridosso, alla minima velocità per non farsi scoprire . Mentre i MA.S. si avvicinavano alle colonne di fumo tutti a bordo si rendevano conto di avere di fronte una intero convoglio di navi nemiche che, alla luce incerta del mattino, apparivano come enormi masse di acciaio. Incurante del grande rischio ma con grande lucidità e determina­zione nel suo progetto offensivo Rizzo, come si evidenzia anche dal suo rapporto, decideva senza indugio di attaccare. Oltrepassata di poppa la linea della seconda nave di scorta, alla minima distanza si dirigeva sulla corazzata di testa (Szent Istvan) mentre nello stesso momento Aonzo si portava all'attacco dell'altra corazzata (Tegetthoff.). Rizzo a questo punto aumentava la velocità da 9 a 12 miglia, e postosi nella giusta posizione lanciava dal suo M.A.S. (il 15), ad una distanza di circa trecento metri, due siluri, regolati a mt 1,5, che ben presto colpivano in pieno il bersaglio scoppiando: quello di dritta fra il primo ed il secondo ciminiere e quello di sinistra tra quello poppiero e la poppa sollevando due grandi nuvole di fumo nerastro e di acqua. Raggiunto l'obbiettivo Rizzo invertita la rotta, passava tra le torpediniere di scorta e, tagliando la rotta di una di esse, manovrava cercando di uscire dal cerchio mortale. Sulla scia del M.A.S. a 100-150 metri si poneva un caccia che si era posto all'inseguimento ma la distanza mantenuta dal M.A.S. stesso non consentiva alla nave nemica di dare ai cannoni la giusta inclinazione per cui i colpi, risultando piuttosto lunghi, scoppiavano davanti la prora del bersaglio senza colpire. Era un momento difficile ma Rizzo non si perdeva d'animo e lancia­va contro il caccia due bombe di profondità ossia gli unici mezzi di offe­sa di cui disponeva; di esse una andava a segno facendo sbandare la nave inseguitrice. Approfittando di questo momento favorevole, Rizzo, con abile manovra, sfuggiva all'avversario fino a perderlo di vista. Il MAS. 21 di Aonzo, che a sua volta aveva eseguito l'attacco contro la nave Tegetthoff, aveva lanciato anch'esso due siluri, ma di questi uno non era partito per mancata apertura della tenaglia, l'altro pur ponendosi nella giusta direzione affondava pochi metri prima di raggiungere il bersaglio. Rizzo, a questo punto, già sulla via del rientro, preoccupandosi della incolumità delle due torpediniere presenti nelle vicinanze in attesa di effettuare il rimorchio dei due M.A.S., stante lo stato di allarme posto dalle unità nemiche, lanciava per due volte il segnale convenuto (tre separatori ed un very verde) che in codice significavano " ho silurato ritirate­vi in Ancona", e dirigeva verso la base. A bordo della Szent Istvan, dopo un primo momento di incertezza, ci si rese conto della gravità del pericolo poiché la nave cominciò a sbandare e ad imbarcare acqua nelle caldaie. Il Commodoro Enrico Seitz-comandante del secondo gruppo e contemporaneamente della stessa Szent Istvan- tentò di mettere in moto le macchine e chiese alla Tegetthoff di essere preso a rimorchio; ma era troppo tardi e la nave soccorritrice procedeva troppo lentamente, temendo il possibile attacco di sommergibili italiani. Veniva comunque lanciato il cavo che si dovette tagliare quasi subito perché il crescente sbandamento minacciava la stessa nave di soc­corso. Si tentò di girare le quattro torri per bilanciare la deviazione, di fare rotta verso porto Bargulje (il più vicino)ma l'inclinazione cresceva sino allo sbandamento totale, facendo venir meno ogni possibilità di salvezza.
 

Alla 6,05 del 10 giugnol918 la Szent Istvan, dopo essersi capovolta, si inabissava. Il piano di Horty era cosi fallito per cui il comando della flotta sulla Tegetthoff che aveva ripiegato su Porto Tayer, ritenendo che ormai era venuto meno l'elemento sorpresa, comunicava che l'azione programmata non sarebbe stata eseguita , ordinando il rientro a Pola di tutte le unità. La notizia si diffondeva rapidamente in tutta la nazione e soprattutto al fronte mentre era in corso la battaglia detta poi del Montello sollevando il prestigio della Marina Italiana ed il morale delle truppe e risveglian­do fiducia nella vittoria finale. Da Londra in Comandante della Grand Fleet telegrafava porgendo le più vive congratulazioni alla Marina Italiana "per il magnifico risultato conseguito con tanto valore ed audacia". Numerosi riconoscimenti giun­gevano anche da altri stati. Per tale azione il Com.te Rizzo veniva insignito della seconda medaglia d'oro e della promozione a Capitano di fregata per merito di guerra. Il G. M Aonzo riceveva una medaglia d'oro, la promozione a STV, oltre all'inquadramento nel servizio permanente effettivo. A tutti i componenti l'equipaggio veniva assegnata una medaglia d'argento e la promozione al grado superiore. Gli austriaci tentarono, nei loro rapporti, di addebitare l'insuccesso ad una serie di fatali coincidenze come il ritardo nella partenza delle navi da Pola, la riduzione della velocità della Szent Istran per l'avaria ad una turbina, alcune disfunzioni quali l'insufficienza dei segnali d'allarme, la lentezza del soccorso, l'iniziativa dei capi pezzo di sparare senza avere ricevuto autorizzazione, dando luogo ad una serie di falsi allarmi che generarono confusione. Ma tutte le possibili argomentazioni nulla valsero a togliere valore all'impresa di Luigi Rizzo e dei suoi uomini. Sta di fatto che dopo il 10 giugno nessuna azione bellica venne più tentata dalla Marina Austriaca. Cinque mesi dopo l'Esercito Italiano con travolgente impeto annientava a Vittorio Veneto uno dei più potenti eser­citi del mondo. Concludendo si può affermare che Premuda rimane nella storia delle marine di tutto il mondo come esempio di un'azione navale che superando i limiti di un successo puramente tattico per assumere i caratteri di una chiara vittoria strategica, ha stroncato sul nascere una incursione navale nemica. Spicca la grande perizia di un valoroso Comandante, il suo indomito coraggio e l'ardimento dei suoi uomini che in una indimenticabile alba di giugno hanno saputo dare alla Patria, nel corso di un conflitto mondiale, un determinante contributo per la vittoria finale.
 

Riferimenti bibliografici
A.N.M.I., Consegna bandiera di combattimento alla fregata L. Rizzo, Milazzo 1 aprile 1962.
Cocchia Aldo, Rievocazione di Luigi Rizzo.
Colliva Giuliano, Uomini e navi nella storia della Marina Militare Italiana, Ed.
Bramante, Milano 1972. D'Ondes Ruggero, Luigi Rizzo l'Affondatore, SPES, Milazzo 1965. Jacono Giuseppe, Luigi Rizzo: L'uomo, l'Eroe, Il mito, Ufficio storico della Marina
Militare, ottobre 1987. Manfroni Camillo, Storia della Marina Italiana durante la guerra mondiale 1914-18,
Ed. Zanichelli, Bologna. Po Giudo, Rizzo l'Affondatore, Ed. Oberdan Zucchi, Milano 1940. Pucci Alberto - Marcuzzi Emilio, Luigi Rizzo, Cappelli, Bologna 1938. Rizzo Luigi, L'Affondamento della Santo Stefano, Tip. Susmel, Trieste 1927, Raccolta
coordinata di notizie e documenti, Ufficio Storico M.M. Rossi Corrado, Gli arditi del mare, Ufficio Storico M.M.
 
 

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