Le scarpe per il paziente diabetico

Le scarpe per il paziente diabetico

 

Questo è l'unico caso in cui è cosa buona fare le scarpe al diabetico !
Parliamo, ovviamente, di scarpe per il paziente diabetico per ribadire il concetto che nei soggetti diabetici è importante operare una prevenzione del piede diabetico; essa si divide in :
a) Prevenzione primaria, se l’evento “ lesione del piede” non si è verificato
b) Prevenzione secondaria, se l’evento “lesione del piede” ha avuto seguito, per esempio, ulcere trofiche del piede e/o amputazioni.

E’ chiaro che nel primo caso effettuare prevenzione attraverso la prescrizione di particolari calzature, con pelli morbide, plantari semirigidi ecc. Nel caso della prevenzione secondaria del piede diabetico, si parlerà di ortèsi, cioè di un mezzo utilizzato per correggere vizi e deformazioni. La parola ortesi deriva dal greco orthostithemi, come dire disporre correttamente, composta da orthos, (corretto) e da tithemi, (disporre). Nel campo della podologia, l'ortesi è un mezzo atto a correggere le deformità del piede o a disporlo correttamente nella sua funzione.


 

Possono essere distinte in due grandi famiglie:
· Ortesi per l’infanzia
L’Ortesi per l’infanzia, a differenza di quelle per adulti, sono per lo più ad azione correttiva in quanto sono applicate per riportare alla norma lo squilibrio sia strutturale che funzionale.
· Ortesi per adulti
L’ortesi per adulti, si distinguono per il loro impiego per lo più permanente, in quanto compensano l’alterazione sia strutturale sia funzionale, irreversibile. Nel diabetico una ortesi non corregge la postura ma redistribuisce il carico ed evita, per esempio, le aree di ipercheratosi, che rappresentano una specie di corpo estraneo per il piede diabetico.
Fra tutte le Ortesi, quella più diffusamente usata è l’Ortesi plantare.
 

Schema di piede diabetico, in alto metatarsite (cosiddetta cipolla), dita ad artiglio, al centro, ed in basso crollo dell'arcata plantare e piede di Charcot

Caratteristica è la dinamica delle reazioni del plantare suscitate dal carico del piede nel corso dell’appoggio, le cui fasi sono:
a) Contatto
b)  Rilassamento
c)  Irrigidimento
d)  Propulsione
Il piede è in sostanza una leva su tre piani. Dapprima poggia il calcagno, quindi il peso si porta sul metatarso e poi la spinta è data dall’alluce, con movimento elicoidale. Il diabetico invece deambula con i piedi come se fossero dei timbri, senza articolare l’avampiede, appoggiandoli a piatto. l


Problemi del piede diabetico.


a) Deviazione delle dita. La riduzione di funzionamento delle articolazioni porta ad una progressiva deformazione con formazione dell'alluce e griffe con dita a martello. il loro volume rende difficoltoso calzare scarpe normali troppo strette e basse.
b) Metatarsalgia. Per l'effetto pistone durante il passo la scarpa inadatta spinge le dita deformate in basso creando una iperpressione sulla pianta provocando borsiti, callosità e dolore.
c) Fasciti plantari e tendiniti. E' un'infiammazione con dolore all'arco, al tallone e talvolta al tendine d'Achille che si manifesta durante il carico.

Piede piatto diabetico, con pelle disidratata, screpolata e calli plantari


L'ortesi plantare reagisce soltanto nell'area sollecitata:
· Nella fase di contatto, sul tallone (1).
· Nella fase di rilassamento, sulla massima superficie di appoggio (2).
· Nella fase di irrigidimento e soprattutto nella propulsione, il plantare reagisce soltanto nella zona avampodalica, in quanto il piede discostandosi gradualmente dall’ortesi trasferisce il carico sull’avampiede, (3 e 4). Nella maggioranza dei casi sono ortesi di compensazione perché eccezionalmente portano alla guarigione. Il concetto generale che caratterizza il plantare è quello di ripartire il carico metatarsale, vale a dire, sostenere le teste metatarsali inefficienti scaricando, in pari tempo, quelle sovraccaricate. Quindi, l’ortesi per metatarsalgia di genesi meccanica mira a ripartire i carichi avampodalici.
 
A seconda dei casi e degli indirizzi delle varie scuole, si possono riassumere: in plantari elastici, semirigidi o rigidi.
 

Le scarpe per i pazienti diabetici

Si possono suddividere ne:

a) Scarpe in classe I, scarpe piede diabetico prevenzione primaria; le calzature di prevenzione primaria sono indicate per prevenire e proteggere il piede. Queste calzature sono indicate sia per persone che non presentano neuropatie o vasculopatie (categoria di rischio 0) , sia per persone che presentano neuropatie, vasculopatie e/o deformita (categoria di rischio 1 e 2). Tutte le calzature sono realizzate con volumi idonei e nessuna cucitura nei punti di pressione.
b) Scarpe di classe II, automodellanti, la calzatura automodellante è progettata per la prevenzione primaria del piede diabetico in presenza di neuropatie e neuropatie accompagnate a vasculopatie. Indicata inoltre per persone affette da deformità, cute fragile, edema, callosità dorsali e plantari. - La tomaia in pelle flessibile, auto modellante, permette di alloggiare le deformità, evitando cosi pericolosi sfregamenti. La chiusura a velcro consente una facile regolazione e una calzata agevolata. La calzatura è predisposta per l’inserimento di un plantare. La suola è biomeccanica: facilità il rotolamento del passo e ripartisce i picchi di pressione.
c) Le scarpe in classe III, sono quelle a barchetta, calzature indicate per persone che presentano ulcerazioni pregresse ma un piede normoconformato o persone invece che presentano problemi a livello biomeccanico del passo a causa di deformità pronunciate, amputazioni funzionali o piede di Charcot.
d) Scarpe in classe IV, Piede diabetico fase acuta: scarpe e calzature per il trattamento della fase acuta sono indicate in presenza di ulcere di natura neuropatica e/o ischemica; sono studiate per uno scarico ottimale delle zone ulcerate e sono caratterizzate da volumi maggiorati adatti ad ospitare un piede bendato o deforme. Nel caso di prevenzione delle recidive, le ortesi plantari devono essere necessariamente realizzate su calco, essere multistrato ed associate all’uso di calzature con suola rigida biomeccanica.  Le scarpe per il piede diabetico non sono più realizzare oggi da materiali come il sughero, ma già dagli anni 70 è stato introdotto l’EVA ed oggi la suola biomeccanica e nuovi materiali che hanno il compito di ammortizzare il carico, di essere elastici, di avere le caratteristiche di shock absorptions” e la “load distribution”. In presenza di lesioni attive è stato ampiamente dimostrato come le scarpe non guariscono le ulcere, ma è soltanto attraverso uno scarico totale con l’immobilizzazione del paziente o l’uso di gessi in fibra di vetro, tutori di scarico e quando non è possibile utilizzarli, attraverso calzature terapeutiche che si possono ottenere tempi di guarigione più rapidi. Le ortesi sono multistrato, sono realizzate con materiali di rinforzo in caso di soggetti pesanti, in fibra di carbonio, ma materiali morbidi a contatto con aree vulnerabili, sono batteriostatici e fungicidi perché il piede diabetico ha una traspirazione e macerazione notevoli. Esempio di scarpe con soletta multistratoLa calzatura in prevenzione primaria riesce a ridurre il rischio di ulcerazione per il piede diabetico, cosa importantissima poiché le ulcere, specie se infette, precedono nell’85% dei casi le amputazioni. Sono pazienti con cute fragile, senza microfilm protettivo, con pH alcalino, dove i batteri saprofiti crescono. L’ortesi riduce lo shock verticale, cioè le forze verticali a cui è sottoposto il piede, così come le forze tangenziali ed amplifica le aree di contatto della regione plantare, specie se il piede è deformato. Anche una semplice soletta di latice riduce già del 20% il carico del piede, ma se il plantare è tecnologico, allora lo scarico sale al 40%. Un buon plantare è forgiato su misura, in materiale lavabile (polimerico) che appare poroso, con dei piccoli fori che danno maggiore comfort, asportabile, sul calco del piede, in triplice strato con materiale shoch adsorber e rivestimento biocompatibile e deve essere inserito in scarpe adeguate e congrue, senza essere incollato, e senza avere correzioni aggiunte, per es. gocce e barre incollate sul plantare stesso. Nei casi più gravi, per esempio nel paziente che ha subito amputazione, viene preso un calco su schiuma fenolica, un’impronta il “semi carico”, cioè il tecnico prende l’impronta quando il paziente è seduto. Particolare attenzione va prestata alla zona del tendine di Achille, poiché essa può andare in contro a lesione del tipo “flittene”, perché il piede neuropatico è insensibile allo sfregamento. Inoltre occorre che siano provviste di allacciature o di veltro, per essere più protettive, in materiale termoformabile o auto modellante. Altro concetto, importante è la calzata, che è di 6-7 per la donna e 13-14 perl’uomo. La calzata è una misura che rappresenta la larghezza del piede a livello delle teste metatarsali e la volta della tomaia nello stesso punto. Il piede non deve “sciacquare” dentro una ortesi, ma essere fermo.

 
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