Le stanze della musica e dell’amore

Le stanze della musica e dell’amore

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    Avete mai letto una poesia con una musica di fondo? Fissato un quadro, un paesaggio, una scena, un gesto alla stessa maniera? Quando si legge un testo o si osserva, cosa può modificare la musica? Si sottrae qualcosa o si aggiunge un senso, quando s’inserisce uno sfondo sonoro al significato delle cose lette. 
     
    Potrebbe verificarsi che la parola acquisisce rilievo di figura e trasforma l’intero pensiero musicale in sfondo cancellandone le melodie. Sarebbe rilevante chiedersi in che modo interagiscono le parole con i processi d’instabilità ed equilibrio armonico, e con la natura oscillatoria del suono nei suoi momenti d’attacco, inviluppo e decadimento.
     
    Intanto la struttura armonico-timbrica macchia la parola, la sfuma la svapora, la esalta e le melodie la ricamano, aggregano contorni e condimenti. La parola accoglie stanze invisibili, apre una scena, di cui una parte resta irrimediabilmente perduta; un tempo, i poeti ne percepivano il sapore, l’odore, il colore.  
     
    Ciascuna scena è formata da più ambienti, in ogni stanza si schiudono regioni diverse, che incrociano luoghi anteriori, presenti nella memoria, o in parte ricostruiti da essa, spazi sonori mossi, come se fossero figure deformabili, campi ricurvi, dissolvenze intersecate, sovrapposte o colori digradanti che sfumano in altre tinte.
     
    Queste arie sono difficilmente rappresentabili dalla parola, che accenna solo il modo in cui gli ambienti si attraversano. Questi paesaggi aprono spazi tattili, raffigurazioni cinestetiche, e altri luoghi ancora; poi devolvano nella stanza degli odori che sono espansioni esili, e da lì ondeggiano per l’aria e si confondono.
     

    Gli odori sono spiriti del cielo che volano e richiamano sobborghi immateriali, dove la poesia intreccia le sue velature.
     
    Nell’espressione corporea quando due corpi s’incontrano, si congiungono e si allontanano evocano scene mentali, paesaggi marini, prati generati, sfere, spirali che aggomitolano sogni.
     
    Ti avvolgi allo spazio che si apre e muta profilo, quando ti muovi o danzi ed incontri la pelle dell’altro che tocchi come un fiore, quello spazio in cui ti avviluppi non è più visivo, si curva in una proiezione tattile, talora sonora, e s’inarcano gli uni e gli altri gesti in regioni eterogenee, legandosi in unità evanescenti e penetranti.
     
    E dopo i ricordi, analogie elettive, affinità passate e presenti, richiami, echi di somiglianze si congiungono. Allora sei come una sovrapposizione di stati energetici, esisti in più dimensioni simultaneamente che non sono visualizzabili. Gli odori sono anche luoghi, sinfonie di molecole eteree e diverse, altri ambienti che interagiscono e poi svaniscono. 
     
    E tu sei anche negli odori in luoghi diversi da quelli che pratichi solitamente. Processi proiettivi del pensiero innescano passaggi ed alternanze instabili delle emozioni, che interagiscono con la parola. La musica è molto più densa; nella sua verticalità gorgogliano una molteplicità di trasformazioni dette anticipazioni, ritardi risolutivi, note di passaggio, cadenze evitate, modulazioni cromatiche che possono addensarsi in una scena.
     
    Le parti si muovono contemporaneamente con moti geometrici diversi, modificando lo sfondo che muta e trasforma l’intero palco. Per analogia le emozioni che urtano la parola sono come la musica, una composizione multiforme d’elementi che genera il senso: stati che si perturbano autoinfluenzandosi ed indeterminandosi; ma la parola non li contiene, allora gli uomini devono urlare per farsi sentire, giacché il grido è un suono.
     
     I musicisti romantici per primi compresero il mistero dei climi mentali che filtravano la realtà, allora frammentarono il tempo ed ogni molecola d’emozione, per ricomporla nei luoghi della memoria. Contrastarono gli attimi, li sfumarono, li saturarono di colori, odori, carezze.
     
    Il libretto di un’opera era la polvere di un tempio, ove tutta la vita pulsava. Allora la parola era la chiave, la metafora di un tutto che si celava in controluce. Gli ambienti di un’opera sono stanze o spazi deformabili che si curvano gli uni sugli altri, si attraversano e si dissolvono come armonie cromatiche che navigano in tonalità allargate ed annullano i centri tonali.
     
    Non avverto più aromi intorno a me!
    Gli odori oggi sono sommersi dalle pattumiere, dalle lordure, dai deodoranti, dai gas di scarico, dalle fogne; sono svaporati quegli angeli incontaminati, che facendo l’amore nell’aria, si mischiano gli uni con gli altri per poi liquefarsi nella sera. Oggi la musica è morta, né la sua ricerca può sopravvivere senza le dimore della vita.
     
    La stanza dei fiori si colorava di suoni ed accoglieva dipinti, moviole di fotogrammi, quando le armonie si concertavano all’amore: ammaliante, errabondo, inaspettato. 
     
    Queste immagini o stanze del senso hanno lasciato il posto a detriti televisivi, visioni anoressiche, privi di sapore. Muore il racconto e i vani dell’amore sono stanze gelide che non hanno più colori. Si spegne il pensiero mitico e la fiaba sbiadisce.
     
    Scene pubblicitarie si sostituiscono alla fuga dei racconti, perché corrono più veloci e l’amore parola usurata, avvilita come il fantasma della musica non attraversa più i documenti del ricordo, ma fora un presente scolorito, fotocopiandolo in assenza del futuro.
     

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