Poesie e saggi di Nicola Schepis

Sogno Bagliore Rosa

  • Nicola Schepis in una sua elaborazione fotografica della zia scomparsaLa Comunicazione

  • La Spiaggia dei Sogni

  • La metafora dell'amore

  • Riccardo Casalaina, musicista dimenticato

  • Le stanze della musica e dell'amore

  • Le mie poesie

  • Sogno, bagliore rosa
  • Siamo l’unica ombra del sole,
    essenza di una bellezza suprema
    caduta,
    esigui canti del vento;
    come tulipani, spine di rose
    rivestite di rugiada
    come violette d’autunno.
     

    Nicolò Schepis

    Da quando l’uomo scoprì la posizione eretta, cominciò subito ad incuriosirsi; sebbene fosse ancora ingenuo, iniziò a scrutare il cielo: pianure vaste e sconfinate quanto il mare, si configurarono nei suoi occhi; prati variopinti di colori, ove la danza degli uccelli e delle farfalle rendeva ancor più lieta la bellezza nella diversità. A quei tempi era un bambino che iniziava ad alzarsi sulle gambe per fare i primi passi e guardare con meraviglia cose mai viste. Ma negli anni a venire dimenticò la sua infanzia, come un bimbo che smette presto di giocare, sebbene fosse figlio di questo universo copioso di grazia, cessò di ricordare la primitiva commozione, di come respirava la bellezza, che la natura gli offriva gratis, come un dono incantevole, senza pagare alcun biglietto o tassa e senza ricompense o debiti alcuni. I travagli psichici, i conflitti sociali ed economici presero il sopravvento, solo alcuni piccoli grandi uomini si rallegrarono della profonda empatia con il creato, mentre la maggior parte dei mortali offrirono la loro anima al possesso, alla bramosia d’esser padroni d’ogni cosa, dimenticando che la loro vita era solo la fioritura di un prato, un momento fuggevole prima che l’inverno inaridisse le foglie, le corolle, i frutti. Soltanto rari uomini, considerarono la povertà come totale libertà, individui come Gesù Cristo, Francesco, Chiara, Gandhi, Buddha ritennero la povertà come la somma prosperità dell’universo, con la quale si poteva abbracciare il mondo, superando i drammi del possesso. Io come pedagogista e soprattutto come cittadino osservo la realtà che si snoda intorno a me: drammatica ed inconsistente. La pedagogia è una disciplina poco conosciuta, nel senso che nell’immaginario di molti appartiene esclusivamente alla didattica, mentre in Italia non si sa, o forse si preferisce ignorare, quanto essa abbia anticipato nel tempo le discipline psicologiche ed inoltre, come molte esperienze psicoterapeutiche siano state derivate da essa. Occuparsi dell’educazione significherebbe intendere le problematiche legate alla crescita umana, e non solo comprenderle, ma poter, intervenire per ridare il diritto a tutti di esprimere se stessi nel mondo. Io vivo in un paese della Sicilia che poteva essere un luogo magico, straordinario, è sito in una penisola lambita dal mare, con un promontorio frastagliato e mitico nelle sue forme, ma è stato devastato dalle sue costruzioni urbane; palazzi che sembrano dei casermoni sono sorti come funghi sulle macerie di edifici decorosi, ricolmi di storia e di ricordi del passato. Così gli anziani sono stati selvaggiamente sradicati dalle loro memorie, senza una ragione che giustificasse la negazione del diritto di vivere, di trattenere i sogni della giovinezza, ma solo per una economia cieca, abusiva, sterile e vuota; forse nel oblio della solitudine molti vecchietti si sono spenti in silenzio come candele disseccate dalla stagione fredda. Il mio paese oltre ad abbracciare il mare, si apriva come una suadente finestra ad una copiosa pianura verde, multicolore, profumata di gelso e screziata al tramonto ed all’alba dal sole. Al suo margine i monti ad arco la cingevano come una culla di perle, una preghiera, un’offerta votiva da custodire. Adesso quella piana vive solo nei ricordi di vecchi contadini, che rammentano quegli antichi orizzonti di luce; nessuno si è curato più dei loro sguardi intristiti dentro cortili di cemento. Il cielo oscurato dai esalazioni nefaste, schizzato dai fumi delle industrie, che sputano veleno nell’aria e cancellano gli odori dei campi, ha perduto il suo sole; solo qualche passerotto avvilito vaga ancora sulle nebbie delle ciminiere, tra le campagne desolate. Tra le esalazioni, i rumori assordanti e le strade invase dal caos da una viabilità densa di gas e d’automobili, si muovono i figli di una intera generazione senza storia. I loro occhi non vedono che sproporzioni, deformità, immondizie, case uguali come se fossero prigioni; ora sono persino privi della curiosità di sapere: capire, chiedere. Hanno interiorizzato l’ orrore delle forme, non possono che riprodurle nelle relazioni umane e conformarsi al ciclo delle mode come scambio ineluttabile di vuoti, di significanti privi di senso. Siamo al di là del disagio, della sofferenza, abbiamo emancipato l’indifferenza come fattezza divina dell’esistenza umana. Siamo al di là della socialità, viviamo nell’indigesto dell’informazione dei media, che sovrastano il silenzio della storia.  Una delle vie più belle del mio paese è la Marina Garibaldi, un viale alberato che volge lateralmente sul mare, un mare che sembra esser lago, che tende le sue sponde ai monti; sarebbe stato di un fascino singolare se non fosse tradito dai fumaioli delle industrie, dai loro contorni metallici, dalle infinite petroliere che lo solcano depauperando la purezza d’un tempo. In quel luogo i giovani spendono le loro giornate camminando su e giù o fermandosi in gruppetti. Si perdono in uno sciupio di ore, sono uniformi nel vestiario che differisce solo in apparenza, sono simili negli atteggiamenti, nei sorrisi, presentano sguardi poco attenti, nelle loro auto ascoltano musiche computerizzate, con ritmi costanti ed indifferenziati, una musica che sa dell’ossessivo, una esagerazione rituale che si adempie nella ripetizione di gesti automatici che si scambiano simbolicamente. Eppure loro sono incantati da quel niente, da quella dipendenza feroce, che tuttavia è propinata da mass media, da quella immondizia musicale che si espande nelle loro menti, come i fuochi nei boschi che cancellano l’ultima speranza. Quei rifiuti musicali, che nascono da ricicli sonori, da impasti privi di senso, interagiscono con la mente, abolendo in loro la percezione delle sfumature, riducendo la mediazione tra lo stimolo e la risposta, ed ecco venir fuori la replica compulsiva del desiderio. Quelle pseudomusiche, come le luci psichedeliche nelle discoteche, sono la culla di droghe pericolose come l’estasi, perché sopprimono il pensiero. Alla stessa maniera degli spot pubblicitari che somministrati in forma massiccia, vengono assimilati dagli schemi cognitivi dei giovani, i quali richiedono come una droga la loro costante ripetizione. Gli spot sostituiscono i normali processi elaborativi, annullando la creatività, la fantasia, la libertà individuale, la possibilità di pensieri alternativi. Si parla, si ironizza, si osserva come negli spot, perché lo spot è già nell’anima. Quel promontorio che acquistava un volto solare sul mare, sfigurato oggi dagli abusi edilizi e le case giù nella piana ricolmi di fiori, e quelle sul colle e sui lembi dell’acqua, sono svaniti quanto i ricordi del passato. Dove è finito il vento che spirava sugli alberi conquistando e spaurendo gli antichi marinai, ed il canto dei gabbiani che s’innalzava sull’onda?.

     

    La comunicazione.

    Introduzione alla comunicazione

    Per comprendere la comunicazione occorre includere l’uomo come soggetto parlante, sebbene la parola appartenga ad un sistema convenzionale di segni, che per certi aspetti lo trascende, giacché fa parte della struttura logico matematica dell’universo. Potrei, rievocando il pensiero di Lacan in "funzione e campo della parola", affermare che il linguaggio essendo "transindividuale" ristabilisce la sua forma attraverso la persona che lo parla. " E noi gli obbediamo gettando, infatti, la colpa sul verbo, ma al verbo realizzato nel discorso che correndo di bocca in bocca come un furetto per dare all’atto del soggetto che ne riceve il messaggio il senso che fa di quest’atto un atto della sua storia e che gli dà verità" J. Lacan. Il linguaggio per certi aspetti si potrebbe considerare come un ordine superiore della logica rispetto al cogito del soggetto.Chi lo proferisce ne subisce le sue leggi, così per certi aspetti ha una natura inconscia è lui che gioca la partita, la sua funzione combinatoria computabile anticipa la possibilità del soggetto di analizzarlo, nel senso che dopo averlo analizzato gli sfugge nuovamente all’osservazione, come nei microsistemi della fisica quantistica. Il linguaggio appartiene alla struttura del mito, che esiste finché non è svelato, quando le sue leggi sono comprese cessa d’essere mito. Allora il mito è la dimensione pura del linguaggio, esso è la verità, perché il mito non può essere falso per la sua gente, lo diventerà in seguito, quando si farà leggenda, nel momento in cui sarà analizzato minuziosamente nelle sue componenti e studiato come oggetto di ricerca. La perdita di verità è uno sprofondare del senso, poiché il mito era prima di essere scoperto come tale un significante puro, un assioma che dal suo nonsenso generava una realtà metaforizzata. Il mito mancava di luogo, e l’inesistenza del suo senso gli conferiva un alone di verità assoluta: era lì dove mancava la realtà. La verità non può confrontarsi, perché si trasformerebbe in ipotesi sperimentale, mettendo in gioco la possibilità d’esser vera. Qual è la differenza tra un paese mitico ed un paese reale? L’uno appartiene alla sfera del linguaggio, l’altro a quello dello spazio e del tempo. Allora il mito abita uno spazio immaginario, un buco della realtà, dove la metafora sostituisce l’oggetto e ne marca simbolicamente l’impossibilità.

    Oggi nella cultura massificata il linguaggio tende a perdere il suo oggetto di riferimento: la referenza. Esso tende ad autonormizzarsi come significante assoluto. Da dove proviene la sua perdita, questa polverizzazione del senso? Perché il significante non è più in relazione con il significato, ma separato e poi dissolto? E’ la moda che lo dissolve nella duplicazione di modelli, come uno specchio che riflette la realtà e la confonde e ricopiandola la frantuma. Il significante la sostituisce, nel senso che le occupa il posto, ma è un posto a mancare, perciò l’unica possibile evoluzione è di fotocopiarsi all’infinito, ma non è lo sviluppo di un percorso, è solo la sua indistruttibile reiterazione. Il soggetto si riconosce attraverso la parola, ma usa un verbo vuoto, lacerato che non ha più riferimenti contestuali, un virus che infetta contaminando la realtà. Sistemi in disfacimento ad alta virulenza entrano così in relazione, incrementando i processi di destrutturazione del senso. Riprendendo la linguistica di Lacan, si può affermare che è solo il significante a rappresentare il soggetto, e lo significa; ma cosa significa se il significante non può produrre senso? Posso rispondere con una frase di J. Lapanche e S. Leclaire.: "… quello che possiamo fare è spillare un significante a un significante e vedere che cosa succede. Sennonché in questo caso si produce sempre qualcosa di nuovo… e cioè il sorgere di una nuova significazione" Si genera un senso computabile, svanisce la direzione delle realtà sovrapponibili della semantica umana. Quali sono i comportamenti giovanili nei sistemi di riferimento dei gruppi dei pari o nelle discoteche? Nella ricerca faziosa dell’abbigliamento? In tutte le varie forme imitative della cultura dei media, sopravviene una cancellazione del soggetto, significandolo solo nella globalizzazione dei segni, come elemento differenziale di un sistema combinatorio. Così nelle discoteche cellule sonore impazzite, si duplicano ossessivamente in rituali sonori isomorfi che frantumano ogni senso, ed inducano alla compulsione del bisogno ossessivo. S’ingerisce musica alla stessa maniera delle pastiglie d’estasi, si cortocircuitano gli ultimi residui del significato e si acuisce l’insorgenza del consumo come dipendenza. L’ascolto diventa un atto compulsivo uno choc che esalta la passione del vuoto, ove s’iscrivono significanti "buchi del senso" . Ormai modelli, microfilm pubblicitari strutturano i pensieri, e l’identità; si pensa attraverso spot, si metaforizza il desiderio erotizzando gli oggetti. Sfilano gli oggetti feticci, proiezioni immaginarie dell’esistenza e nei segni s’inscrive il desiderio come assenza, una sessualità artificiale, alienata, ove il soggetto vive di proiezioni oggettuali.

    La spiaggia dei Sogni

    La spiaggia dei sogni si occupa di miraggi, visioni, pezzi di realtà, metafore, e volge lo sguardo oltre le perdite reali d’esperienze svanite, più in là del trapasso, verso ed oltre la fine di una società in rovina sulla tangente della sua curvatura. La musica, non quella che si ascolta nelle discoteche, luoghi aborriti da stimolazioni regressive, ma l’arte della musica, paesaggio di vita, secoli folti d’amore, d’angosce e d’illusioni, forse ancora ti parla!

    Oltre la cortina di ghiaccio, più avanti l’orizzonte di cemento si spegne, e troverai più in là del mare, tra il cielo e le stelle, la spiaggia dei sogni, il sito della poesia, versi di luce non più raccolti in libri vecchi, polverosi, sebbene siano stati sfavillanti quanto la bellezza dorica dei templi; ma la sua metafora vigorosa, che sgorga dalla foce dei fiumi.

    Quel vino di sangue e parola, sarebbe risorto dall’oblio dei secoli, rappresentandosi nel quotidiano per darsi nel corpo e nell’anima, se la merce, la moda, o solchi farraginosi e vaghi, non si fossero messi di traverso.

    Troverai argomenti pedagogici, cianfrusaglie, lettere, piccoli saggi, romanzi brevi, poesie, riflessioni, progetti di vita.

    Ciascun manoscritto, oltre ad avere una sua autonomia presenta collegamenti ipertestuali con altri contenuti in questa terra di nessuno, luogo di metafora e sogno.

        Racconto i luoghi del tempo, i figli delle stelle e del sole, concepiti da una bolla di sapone in bilico sull’eternità.

    Gradirei indicarvi una crociera attraverso la parola, non ho altri strumenti, sebbene con la voce dispongo dell’attitudine a favoleggiare; sarei in grado d’indicare alcune idee, che muovono una lucerna pensile in un anello d’impressioni.

    Nicolò Schepis