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Il trattamento dell'epatite C nel paziente anziano Il trapianto di fegato: quali indicazioni e quali problemi oggi? |
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L'insufficienza parenchimale epatica di grado severo è una delle principali indicazioni al trapianto ortotopico di fegato (OLT). L'infezione da HCV coinvolge oltre 170 milioni di persone nel mondo; si tratta di un virus ad RNA, lontano parente dei flavivirus, ossia i virus della febbre gialla; a catena singola con un solo reading frame, provvisto di un capside, di dimensioni 50-60 nm, contiene 3011 aminoacidi e 9033 nucleotidi; presenta un core, un involucro E, e domini non strutturali NS, ed antigene poliproteici codificate , c22, c33, c100. Il virus HCV presenta vari genotipi, che non connotano infezioni di diverso significato clinico o prognosi diversa, ma la cui distribuzione ha importanti implicazioni terapeutiche, in quanto alcuni genotipi sono più sensibili all'Interferone, IFN. Con il test LIPA, è possibile distinguere 6 principali sottotipi: 1, 1a, 1b, 1a/1b, 2, 2a/2c, 3, 4, 5a, 6a.nell'Europa occidentale la sua prevalenza è stimata in circa 9 milioni di individui infetti. Nella storia naturale dell'infezione da HCV circa il 4% dei soggetti infetti manifesta una evoluzione verso una severa insufficienza parenchimale epatica e/o un epatocarcinoma (HCC). |
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Ne consegue che circa 360 mila soggetti sono potenziali pazienti
per un trapianto di fegato. Inoltre, nei prossimi 10 anni, per un
effetto coorte di una infezione contratta oltre 30 anni fa, si stima che
il numero di pazienti con cirrosi
epatica ed insufficienza epatica severa si incrementerà del 50%. Tale
effetto determinerà di conseguenza un aumento della domanda di OLT a
fronte di un non uguale incremento di offerta di organi da trapiantare.
Problematiche connesse con la ripresa di infezione nel
post-trapianto.
Ad
oggi, la ricorrenza dell'infezione da HCV nel fegato trapiantato avviene
nella quasi totalità dei pazienti. Studi di cinetica virale nel
post-OLT mostrano che già nella seconda settimana si assiste ad una
rapida crescita della replica virale (HCV-RNA) con un picco intorno al
quarto mese. I livelli di HCV-RNA ad un anno dal trapianto sono 10-20
volte superiori rispetto i valori della viremia pre-OLT. Degno di nota,
per il potenziale risvolto terapeutico, il dato che il livello viremico
a 4 mesi dal trapianto è un buon predittore della severità della
ricorrenza epatitica istologicamente documentata.La storia naturale
dell'infezione da HCV nel soggetto trapiantato si differenzia dalla
storia naturale dell'infezione nel paziente immunocompetente per la
rapidità di alcuni aspetti evolutivi.Ad un anno dal trapianto una
ricorrenza epatitica (RH-C), istologicamente documentata (epatite acuta,
lobulare o cronica cfr epatite
cronica), si osserva in oltre il 70% dei fegati reinfettati. A 5
anni dal trapianto, l'evoluzione dalla RH-C alla cirrosi si osserva nel
20-44% dei casi. Di contro, nel paziente immunocompetente, la
progressione da ECA a cirrosi è più lenta, si osserva nel 20% dei casi
e in un periodo di tempo fra i 20 e 30 anni. Nei pazienti trapiantati,
ad un anno dalla diagnosi di cirrosi, il 40% dei pazienti presenta
manifestazioni di scompenso della malattia. L'instaurarsi dello
scompenso determina una netta riduzione dì sopravvivenza: 25% a 24
mesi. Nel paziente immunocompetente con cirrosi, a 5 anni dalla
diagnosi, le manifestazioni di scompenso si osservano nel 15% dei casi.
In un 5-10% dei pazienti con RH-C si osserva una forma colestatica
particolarmente severa e rapidamente evolutiva verso la cirrosi e
l'insufficienza epatica. Tale forma di ricorrenza epatitica si osserva
usualmente entro i primi mesi dal trapianto. Ad oggi non sono noti né
la patogenesi né eventuali fattori di rischio.
Terapia
Due
le strategie terapeutiche:
•
trattamento
antivirale profilattico con l'obiettivo di prevenire la reinfezione
dell'organo trapiantato o trattamento per ridurre o ritardare
l'incidenza e la progressione della recidiva epatitica. Tali trattamenti
vengono iniziati nel pre o peri-OLT ed eventualmente proseguiti nel
post-OLT
•
trattamento antivirale della ricorrenza epatitica istologicamente
documentata.
Trattamento
profilattico della reinfezione con anticorpi anti-HCV
Dati
sperimentali sugli scimpanzè suggeriscono che il trattamento
profilattico con anticorpi anti-HCV può avere un ruolo nella
prevenzione della ricorrenza virale. Uno studio francese ha mostrato, in
maniera indiretta, l'efficacia della immunizzazione passiva con immunoglobuline
anti-epatite B (HBIG) in 218 trapiantati con epatite B e concomitante
infezione da HCV. La percentuale di reinfezione da HCV nei soggetti che
avevano ricevuto il trapianto e una preparazione di immunoglobulìne
antecedente agli anni '90 (prima dell'introduzione dello screening per
l'HCV) era significativamente inferiore rispetto a quella osservata nei
pazienti trapiantati dopo gli anni '90 e trattati con HBIG sottoposte a
screening per HCV ed alla incidenza di reinfezione C riscontrata nel
sottogruppo di pazienti che non avevano ricevuto immunoglobuline. Ad
oggi, sono in corso studi clinici con differenti preparazioni
anticorpali e schedule di trattamento. Un piccolo studio canadese non
ha trovato differenze nella ricorrenza dell'infezione da HCV fra
pazienti trattati con HCIG e controlli.
Trattamento profilattico con Interferone alfa ± Ribavirina dei pazienti in lista
per OLT
Studi
recenti hanno mostrato come l'eradicazione del virus (negatività di
HCV-RNA) nel paziente in attesa di trapianto si associ ad una minore
probabilità di reinfezione nel post-OLT. Forns e coli hanno valutato
l'efficacia e la sicurezza del trattamento con interferone alfa-2b
(3MUI/die) e ribavirina (800 mg/die) in 30 pazienti. Thomas e coli della
Layola University di Chicago hanno valutato l'efficacia e la sicurezza
del trattamento con interferone alfa-2b (5MUI/die) in 30 pazienti. Il
26% dei pazienti sottoposti a screening è stato escluso per
piastrinopenia. Tutti i pazienti richiesero un trattamento con il
fattore di crescita leucocitario (G-CSF 300 mg/settimana) per mantenere
la conta leucocitaria > di 1500 leucociti/mmc. Crippin e coli, in uno
studio collaborativo di 5 centri americani, hanno arruolato 15 pazienti
(50% dei pazienti sottoposti a screening) al trattamento con basse dosi
di interferone con o senza ribavirina. Tutti i pazienti presentavano una
insufficienza epatica avanzata (score di Child-Pugh 11,9 ± 1,2). Il 33%
dei pazienti ha ottenuto una clearance virale durante il trattamento.
Due pazienti sono stati trapiantati ma hanno sviluppato una infezione
severa che ha indotto gli autori a sospendere lo studio. Un quarto
studio su soggetti in lista trapianto è di Everson e coli su 102
pazienti con Child-Pugh score di 7,1 ± 2 trattati inizialmente con
basse dosi di interferone alfa-2b (1,5 MU/ tre volte la settimana) e
ribavirina (600 mg/die). Se tollerata la dose dei farmaci veniva
aumentata ogni 2 settimane. Il 40% dei pazienti ha ottenuto una risposta
virologica alla fine del trattamento (79% nel genotipo non-1) mentre una
risposta virologica sostenuta si è osservata nel 22% dei casi (50%
genotipo non-1). 32 pazienti sono andati al trapianto, nei 10 pazienti
che avevano negativizzato l'HCV-RNA pre-OLT non si è osservata
reinfezione.
I
messaggi che emergono da questi 4 studi sul trattamento profilattico
dei pazienti in lista per trapianto sono:
•
i pazienti che al trapianto mostrano una negativizzazione di HCV-RNA
dopo trattamento con interferone ± ribavirina presentano una netta
riduzione dell'incidenza di reinfezione nel post-OLT. In particolare,
come prevedibile, la percentuale di successo è maggiore in soggetti
infettati con genotipo non-1
•
il trattamento antivirale è proponibile in pazienti selezionati.
In particolare in pazienti in classe funzionale A o B di Child-Pugh.
Tuttavia, oltre il 50% dei pazienti valutati per tale trattamento
presenta delle controindicazioni
•
il trattamento antivirale richiede un stretto monitoraggio
clinico del
paziente. La
maggior parte
dei pazienti trattati può richiedere una riduzione di dosaggio
che, a sua volta, può condizionare la clearance virale. I fattori di
crescita come l'eritropoietina ed il G-CSF possono avere un ruolo nel
mantenimento delle dosi terapeutiche o nel mantenere i pazienti in
trattamento. Tuttavia ad oggi non vi sono studi ad
hoc che dimostrino un loro beneficio in termini di risposta al
trattamento
•
non è noto quale schedula di trattamento sia più efficace in termini
di risposta virologica e di sicurezza.
In
conclusione, ad oggi, l'evidenza del possibile beneficio del trattamento
antivirale in pazienti in lista andrebbe validata in studi multicentrici
controllati. Tuttavia è riconosciuto, in base alla qualità dei dati
attualmente disponibili in letteratura, che una popolazione
selezionata di pazienti con cirrosi epatica scompensata candidati al
trapianto di fegato possono avvantaggiarsi del trattamento antivirale.
Trattamento profilattico con Interferone + Ribavirina nelle prime settimane del post-OLT (terapia pre-emptive).
L'obiettivo del trattamento antivirale nelle prime settimane
del post-OLT è quello di ridurre o ritardare la ricorrenza epatitica o
ridurre la severità clinica della progressione della malattia. Il
razionale si base sul dato che nei pazienti immunocompetenti con bassa
carica virale, come si osserva nei primi giorni del post-OLT il
trattamento ha una maggiore probabilità di ottenere una clearance
virale. Inoltre, sempre nel paziente immunocompetente è noto che il
trattamento precoce con interferone alfa di una epatite acuta si associa
ad una elevata percentuale di eradicazione virale (> 85%). Anche in
assenza di eradicazione virale, possibili benefici di una precoce
terapia possono esplicarsi sulla riduzione della severità cllnica
della recidiva epatitica. Tuttavia la fattibilità di una terapia
antivirale pre-emptive nelle prime settimane del post-OLT è fortemente
condizionata dalla instabilità clinica del paziente spesso correlata al
tempo di permanenza in terapia intensiva e/o semi-intensiva. Più promettenti
i dati pubblicati in abstract sul
Peg-interferone alfa-2a per 48 settimane. In questo studio si è osservata
una clearance virale, a 24 settimane di trattamento, nel 22% dei casi.
oppure
cfr
indice di epatologia