Attività fisica nel postinfarto

Attività fisica nel post-infarto

appunti del dott. Claudio Italiano

Il dott. Claudio Italiano Le malattie cardiovascolari sono la principale causa di mortalità nel mondo occidentale, essendo responsabili di circa il 50% dei decessi che avvengono annualmente. Inoltre, il danno provocato da un evento cardiovascolare rappresenta un fattore significativo di morbilità, come dimostra chiaramente l'incidenza in aumento dei casi di scompenso cardiaco nei pazienti sopravvissuti ad un infarto miocardico. Nell'ambito della malattia coronarica, pertanto, i candidati alla riabilitazione cardiaca sono prevalentemente pazienti reduci da un infarto miocardico, ma anche quelli che sono stati sottoposti a intervento rivascolarizzante coronarico.paziente che corre

Nell'ultimo decennio la strategia è completamente cambiata e l'esercizio fisico viene programmato per:

  • Prevenzione primaria della cardiopatia ischemica

  • Riabilitazione e prevenzione secondaria in corso di:
  • Infarto del miocardio
  • Angioplastica
  • By pass aorto coronarico

  • Trapianto cardiaco
  • Scompenso cardiaco stabile
    In passato, la riabilitazione era riservata ai pazienti in condizioni migliori, e che si riteneva potessero sopportare senza problemi un certo grado di esercizio fisico oggi, invece,  le terapie disponibili per le manifestazioni cliniche della malattia aterosclerotica coronarica restituiscono alla comunità pazienti con una migliore capacità, di affrontare un graduale esercizio fisico, tanto che alla  riabilitazione cardiaca viene ammesso un alto numero di pazienti con scompenso cardiaco, anche se con programmi riabilitativi leggermente modificati. Infine, la riabilitazione si rivolge anche a quel sottogruppo molto particolare di pazienti rappresentato dai trapiantati cardiaci.

    Perché è indicato l’esercizio nel post-infarto?

    Prevenzione Primaria

    Molti dati epidemiologici ed evidenze scientifiche confermano che la sedentarietà, ossia la limitazione dell'attività fisica sia nel lavoro che nel tempo libero, determina un maggiore rischio di malattia ischemica cardiaca e si calcola che attualmente una percentuale variabile dal 60 all'80% degli adulti non svolga un'attività fisica sufficiente a determinare effetti benefici sulla salute.

    Livelli di attività fisica leggera - moderata - vigorosa sono inversamente proporzionali alla mortalità per cause cardiovascolari sia nell'uomo che nella donna ed è stato calcolato che il rischio relativo per morte cardiovascolare è circa 5 volte superiore nei soggetti inattivi rispetto a quelli molto allenati. Tale considerazione conserva la sua validità anche nei soggetti affetti da ipertensione arteriosa dove sia l'assenza di attività che la presenza di un'attività vigorosa aumentano il rischio di malattie cardiovascolari.

    Uno studio pubblicato nel 1995 che aveva osservato per circa 21 anni un numero elevato di impiegati israeliani in base al loro livello di attività fisica (attività lieve - attività elevata) ha dimostrato come nel secondo gruppo si ha una riduzione del 21% di mortalità cardiovascolare, dato confermato da uno studio svedese effettuato in oltre settemila maschi di età compresa fra 47 e 55 anni con un follow up medio di 20 anni dove l'attività fisica elevata confrontata con quella lieve diminuisce il rischio di mortalità cardiovascolare del 28%.

     

    Tale "effetto protettivo" dell'attività fisica nei confronti dell'incidenza delle malattie cardiovascolari si evidenzia sia per gli uomini che per le donne come dimostra uno studio pubblicato nel 1997 su maschi e femmine di età media per un periodo di 4-7 anni con riduzione della mortalità nei maschi del 18% e delle femmine del 27%. Tale rischio di mortalità cardiovascolare oltre al livello di attività fisica va correlato alla coesistenza di fattori di rischio (fumo, ipertensione, eccesso di colesterolo, ecc.) di maggiore entità generalmente nel gruppo a scarsa attività. Tale dato viene confermato da un'analisi retrospettiva effettuata sugli studenti dell'Università di Harvard dove si vede che il fare esercizio fisico moderato, non fumare, avere valori di pressione arteriosa normali o controllati dalla terapia protegge dalla malattia cardiovascolare.   Un'analisi effettuata nel 1999 da un gruppo di esperti sull'attività fisica praticata a livello ricreativo in una settimana tipo degli Europei dimostra che circa il 32% non effettua alcuna attività e ben il 58% di individui effettua 3 ore o meno di attività fisica settimanale.   In Italia circa il 66% dei soggetti svolge un'attività fisica quotidiana inferiore ai trenta minuti.

    Riabilitazione e Prevenzione secondaria

    Vari studi hanno permesso di identificare i meccanismi biologici che aiutano a spiegare gli effetti protettivi o preventivi dell'esercizio fisico:

    Riduzione dei fattori di rischio cardiovascolare (effetti antiaterogenetici)

    L'attività fisica generalmente si abbina ad una cardiopatia ischemica meno severa e in età più avanzata con placche ateromasiche meno voluminose e può favorire il rallentamento della progressione e talora la regressione.

    Tali benefici sono dovuti in massima parte alla concomitante modificazione dei fattori di rischio quali:

    riduzione dell'obesità: l'attività fisica associata alla dieta costituisce la base per ottenere un calo ponderale e deve essere effettuata in maniera regolare con impegno cardiovascolare moderato-severo. L'attività contribuisce anche al miglioramento della distribuzione corporea del grasso;

    riduzione incidenza diabete mellito: l'esercizio fisico ha effetti positivi sul metabolismo dei glucidi e sulla disponibilità dei tessuti all'insulina (riduzione obesità) e riduce la necessità nel paziente diabetico di utilizzo insulina o ipoglicemizzanti orali. È necessario in tali pazienti durante attività fisica moderata-intensa un attento monitoraggio dei valori di glicemia (bassi valori minori di 100 mg/dl o alti maggiori di 300 mg/dl controindicano l'attività fisica);

    minore incidenza di ipertensione: studi clinici controllati hanno dimostrato che un'attività fisica costante e regolare (almeno 45-60 minuti per circa 3-5 giorni alla settimana) diminuisce sia la pressione massima o sistolica (circa 10 mmHg) che quella diastolica o minima (circa 7-8 mmHg). Nel paziente affetto da ipertensione arteriosa vanno evitati esercizi isometrici (sollevamento pesi, esercizi contro resistenze elevate) che possono determinare un rapido incremento della pressione arteriosa;

    modificazione del profilo lipidico: i risultati dell'attività fisica sono generalmente un calo del colesterolo totale e della frazione LDL (favorente la formazione della placca) e un aumento della frazione HDL ("colesterolo buono"); è possibile anche un calo dei valori dei trigliceridi mentre scarsa influenza ha l'attività fisica sulle dislipidemie a prevalente componente genetica.

    Effetti sulla Coagulazione

    La formazione di trombi è la causa più frequente di disturbi coronarici e l'esercizio fisico costante ha determinato la riduzione dell'attività favorente la coagulazione (calo fibrinogeno, riduzione aggregazione delle piastrine, ecc.). L'esercizio acuto intenso nei soggetti sedentari può determinare un aumento dell'aggregazione delle piastrine.

    Azione sull'endotelio:

    L'endotelio è la membrana che riveste l'albero cardiovascolare che svolge un ruolo importante nella regolazione del tono arterioso da cui dipende la pressione arteriosa e nell'aggregazione piastrinica in parte attraverso il rilascio di ossido nitrico. Tale vasodilatazione regolata dall'endotelio risulta modificata nei pazienti affetti da aterosclerosi coronarica, elevati valori di colesterolo, diabete mellito, fumatori e ipertesi. Studi recenti dimostrano come l'esercizio aerobico continuato (camminata, cyclette, nuoto, ecc.) migliora la funzione endoteliale favorendo la vasodilatazione.

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