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Quando
ancora c’è spazio nel diabetico per il trattamento orale: quale cura?
Quali
farmaci nuovi, quale rationale nella cura?
appunti del dott.
Claudio Italiano, diabetologo
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Uno
dei problemi che incontra il diabetologo nella pratica clinica
è rappresentato dal trattamento antidiabetico orale, se cioè
sia più indicato utilizzare un farmaco:
a)
insulinosensibilizzante (metformina,
tiazolinedioni) ?
b)
un secretagogo (sulfaniluree e glinidi) ?
c)
un nuovissimo e costoso incretinico?
d)
il vecchio e negletto acarbose , oggi
prescrivibile in fascia A ? |
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Il
problema è che si deve intervenire sui meccanismi
fisiopatologici della malattia, così da:
a)
controllare
la glicemia nel corso della giornata e così la neoglucogenesi
b)
ridurre le pericolose
iperglicemie post-prandiali, assicurando un profilo
glicemico ottimale
c)
non determinare la distruzione della beta-cellula
pancreatica
d)
costituire un principio razionale di trattamento,
rallentare la progressione della malattia e mantenere quindi nel
tempo una sufficiente efficacia;
e)
essere in grado di ridurre il rischio
cardiovascolare che continua ad essere la principale causa
di morbilità e mortalità dei pazienti con DMT2;
f)
avere un costo basso, elemento sicuramente molto
importante per farmaci che vengono usati per trattare una
terapia ad altissima prevalenza quale è attualmente e ancor di
più sarà nei prossimi anni il DMT2;
g)
avere
un'ottimo profilo di sicurezza e avere una grande tollerabilità
h)
tenere conto che il
paziente che assume la terapia avrà degli effetti collaterali
fastidiosi (flatulenza, diarrea, aumento di peso, edemi degli
arti inferiori, ecc.) o peggio, di eventi avversi (ipoglicemia,
fratture, scompenso cardiaco, ecc.
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Parleremo quindi di :
metformina, di
sulfoniluree e glinidi, di tiazolidinedioni e di inibitori delle
a-glucosidasi intestinali.
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Metformina
La metformina
appartiene alla classe farmacologica delle biguanidi, ed è
attualmente l'unico farmaco di questa classe in commercio in
tutto il mondo e l'unico del quale venga raccomandato l'uso,
poiché la vecchia fenformina è pericolosa per le crisi
ipoglicemiche che determinava ed è disponibile per la terapia
del DMT2 fin dalla fine degli anni '60. E’ un farmaco a basso
costo e maneggevole, vecchio e sempre alla moda, impiegato, off
label, per la cura delle obesità, in america, ma non ancora
autorizzato in Italia, neppure nel paziente iperinsulinemico.
Nella cura del
diabetico, sostanzialmente rappresenta l'asse portante sul quale
"aggiungere" gli altri principi farmacologici (per
esempio insulina, incretine, sulfaniluree) laddove essa da sola
risultasse insufficiente a raggiungere un adeguato controllo
glicemico. La metformina migliora la sensibilità all'insulina,
effetto che si realizza principalmente sul fegato, dove il
farmaco è in grado di ridurre la neogluconcogenesi
e la produzione epatica di glucosio. Questi effetti si esplicano
solo in presenza di insulina, ma il farmaco non potenzia
direttamente la secrezione dell'ormone e pertanto il suo
utilizzo non è gravato dal rischio di ipoglicemia. I meccanismi
molecolari attraverso i quali la metformina esercita questi
effetti, come anche i meccanismi attraverso i quali il farmaco
riduce i livelli plasmatici di acidi grassi, sono solo in parte
conosciuti: dati recenti consentono di ipotizzare che la
metformina possa attivare l’AMPK (AMP-activatedprotein kinase),
un enzima chiave nella regolazione del metabolismo energetico
cellulare. |
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La
sua attivazione porta alla riduzione delle attività cellulari
che consumano ATP (come la sintesi di acidi grassi, di
glicogeno, di colesterolo, ecc.) e alla stimolazione delle
attività cellulari che generano ATP (ossidazione degli acidi
grassi, glicolisi).
La metformina sarebbe quindi in grado di modificare il livello
energetico di diversi tipi cellulari (tra cui gli adipociti e
gli epatociti) contribuendo a modificare il metabolismo e il
pattern di secrezione endocrina degli adipociti: l'alterazione
del metabolismo e della secrezione endocrina degli adipociti (in
particolare di quelli viscerali) è ritenuta da molti un
elemento chiave della fisiopatologia del DMT2.Contrariamente a
quanto ritenuto in passato, la metformina sembra essere in grado
di potenziare in vitro l'azione insulinogoga del glucosio e di
ripristinare una normale secrezione insulinica in isole umane
esposte ad alte concentrazioni di glucosio e acidi grassi
liberi. Più recentemente è stato dimostrato che anche in isole
umane ottenute da pazienti diabetici di tipo 2 la metformina è
in grado di migliorare la secrezione insulinica stimolata dal
glucosio, di aumentare il contenuto insulinico e la densità dei
granuli secretori maturi contenenti insulina e di ridurre i
fenomeni di apoptosi della beta-cellula pancreatica attraverso
una concomitante riduzione dei fenomeni di stress ossidativo .
Inoltre il farmaco è probabilmente in grado di stimolare la
secrezione di GLP-1.
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Vantaggí dell'uso della metformina
Efficacia: dai risultati di diversi trial clinici si può dedurre
che la metformina è in grado di ridurre la glicemia a digiuno e HbA1c,
di circa il 25-30% rispetto ai livelli basali in soggetti diabetici di
tipo 2. Questa "potenza" di azione ipoglicemizzante è
sostanzialmente sovrapponibile a quella che si osserva con terapia con
sulfoniluree o con tiazolinedioni. Al contrario di quello che accade con
il trattamento con sulfonilurce, tuttavia, questa diminuzione della
glicemia si accompagna a una riduzione di circa il 20% delle
concentrazioni plasmatiche di insulina, a riprova del fatto che
l'efficacia del farmaco è dovuta non a una stimolazione della
secrezione insulinica ma ad una migliore azione dell'ormone e, forse,
una "protezione" della funzione beta-cellulare. Prevenzione
del diabete: un ampio trial di intervento americano, il Diabetes
Prevention Program (DPP), ha dimostrato che il trattamento con
metformina è capace di ridurre del 31 % rispetto al placebo la
conversione a diabete di soggetti con IGT in un follow~up di 4 anni.
Effetti sul peso: il trattamento con metformina non si associa
all'aumento ponderale al quale si assiste quando i pazienti vengono
trattati con sulfonilurca o tiazolinedioni. Alcuni studi hanno al
contrario riportato i-in significativo (seppur molto limitato) calo
ponderale in seguito a trattamento con metformina per 6-12 mesi.
Riduzione del rischio cardiovascolare: la metformina è forse
l'unico agente ipoglicemizzante orale per cui esista almeno un ampio
studio randomizzato in pazienti diabetici che testimoni un effetto del
farmaco sulla riduzione delle complicanze macroangiopatiche. Infatti,
nel sottogruppo dell'UKPDS dei pazienti in sovrappeso o obesi trattati
con metformina si registrava una significativa diminuzione del rischio
di eventi legati al diabete,
di mortalità per tutte le cause e di infarto
del miocardio. Altri effetti favorevoli: il
trattamento con metformina si è rivelato capace, in diversi trial di
numerosità tuttavia modesta, di avere un effetto favorevole sul
controllo pressorio (riduzione sia della pressione sistolica che di
quella diastolica di circa il 10-15%) e di ridurre di circa il 30% il
livello dei trigliceridi plasmatici, contribuendo, anche se in misura
molto modesta, a ridurre il colesterolo LDL e ad aumentare il
colesterolo HDL. Al trattamento con metformina seguono inoltre una
riduzione dei livelli circolanti dell'inibitore dell'attivatore del
plasminogeno (PAI) sulfonamidico era essenziale per l'azione
ipoglicemizzante e che essa si esplicava nell'animale reso diabetico da
pancreatectomia parziale.
Vantaggi
dell'uso delle sulfoniluree
Le sulfonilurce si dividono in
sulfoniluree:
-
di prima generazione, degli anni ’60,
tolbutamide, clorpropamide, acetoexamide e tolazamide
-
di seconda generazione degli anni ‘70, glibenclamide
o gliburide, glipizide, gliclazide, glisolamide e gliquidone.
-
Più recentemente sono apparsi sul mercato la glimepiride,
la gliclazide a rilascio modificato
-
la repaglinide, un derivato dell'acido
benzoico privo del gruppo sulfonamidico e tuttavia capace di stimolare
la secrezione di insulina con un meccanismo simile a quello delle
sulfoniluree.
Il principale meccanismo
d'azione delle sulfonilurce consiste nella stimolazione della secrezione
insulinica da parte del pancreas. La beta-cellula pancreatica esprime
recettori di membrana per le sulfonilurce e il legame del farmaco con il
proprio recettore costituisce il segnale per la chiusura di canali del
potassio ATP~dipendenti in stretta relazione con il recettore stesso,
con la conseguente diminuzione dell'efflusso di ioni potassio che
determina una depolarizzazione della membrana cellulare. Questo comporta
l'apertura dei canali per il calcio e l'ingresso del calcio all'interno
della Beta-cellula. L'aumentato legame dei calcio-ioni alla calmodulina
attiva diversi enzimi della famiglia delle chinasi che stimolano la
esocitosi dei granuli di insulina. Anche se alcune Sulfoniluree non solo
sono capaci di per sè di stimolare la secrezione insulinica, ma sono
anche capaci di potenziare l'azione insulino-secretrice
dell'iperglicemia, il legame delle sulfoniluree con i loro recettori
sulla beta-cellula pancreatica elicita comunque secrezione di insulina,
e questo si verifica anche per concentrazioni prevalenti di glucosio nel
sangue normali o addirittura basse. L'utilizzazione delle sulfoniluree
è quindi comunque gravato dal rischio
di ipoglicemia. Esistono diverse molecole della classe delle
sulfoniluree e delle glinidi, con caratteristiche diverse di
farmacocinetica e farmacodinamica ma, seppure con qualche distinguo, le
considerazioni che seguono sui vantaggi e sui limiti riguardano tutte le
molecole della classe.
Efficacia: le
sulfoniluree
vengono ritenute il farmaco ipoglicemizzante orale di maggiore potenza
ipoglicemizzante e riduzioni della HbAlc, di oltre 2 punti percentuali
sono state riportate con l'uso di esse. Di costo basso, le sulfoniluree
sono, con la mctformina, i principi attivi meno costosi attualmente in
uso per il trattamento del DMT2.
Svantaggi
e limiti dell'uso .
Esse comportano un rischio
elevato di crisi di
ipoglicemia, che rappresenta l'evento avverso più comune e più
pericoloso della terapia con sulfoniluree, specie nell’anziano e
soprattutto con le vecchie molecole come la glibenclamide.
Cionondimeno sono ampiamente utilizzate nella cura dei pazienti
con DMT2 e le hanno fatte inserire tra i farmaci più immediatamente
raccomandati tra quelli da aggiungere alla metformina nel recente expert
consensus di EASD~ADA.
I nuovi tiazolinedioni.
I tiazolidinedioni sono una
classe di farmaci scoperta in epoca relativamente recente. Sono infatti
i più nuovi tra gli antidiabetici orali tradizionali e le due molecole
attualmente commercializzate, il pioglitazone e il rosiglitazone, sono
farmaci del nuovo millennio, essendo stati introdotti nell'uso clinico
dopo il 2000. I tiazolidinedioni fungono da ligandi per i recettori
nucleari peroxisome proliferator-activated receptor (PPAR)-y, recettori
nucleari implicati nella modulazione genica espressi prevalentemente
negli adipociti, ma anche in cellule della parete del vaso (endoteliali
e muscolari lisce) e in cellule circolanti quali linfociti, monociti e
macrofagi . L'interazione tra i tiazolidinedioni e il recettore PPAR-y
è in grado di modulare le funzioni cellulari attraverso due meccanismi:
trans -attivazione e trans- repressione. Nella trans- attivazione, il
legame ligando-recettore induce la dimerizzazione del recettore PPAR con
il recettore dell'acido
retinoico e il riconoscimento di questo complesso da parte di PPAR
response e1ements del DNA cellulare situati in prossimità della regione
promoter di geni target. Ciò determina una attivazione della
trascrizione di geni target: in particolare, i geni attivati dalla
transattivazione indotta dal legame tiazolidinedioni recettore PPAR-y
sono principalmente geni implicati nella differenziazione degli
adipociti. Nella trans-repressione,
l'attivazione da parte del ligando dei recettori PPAR~y permette a
questi di interferire con altre vie di attivazione della trascrizione
genica, come quelle dipendenti dall'attivazione del fattore-KB nucleare
(NF-KB) o dall'interferone (IFN)-y. In questo modo viene inibita la
attivazione della trascrizione di geni target da parte di queste vie di
segnale, che sono in genere legate all'attivazione dei meccanismi
dell'infiammazione. La differenziazione e l'attivazione degli adipociti
indotta dalla stimolazione dei recettori PPAR~y modifica il pattern
secretorio degli adipociti, con un aumento ad esempio della sintesi di
adiponectina e una diminuzione della sintesi di citochine infiammatorie,
quali tumor necrosis factor (TNF)-a e interleuchina (IL)-6 . Queste
positive modificazioni migliorano ovviamente l'azione insulinica, ma
sono anche fondamentali per un miglioramento della funzione B-cellulare.
Inoltre, i tiazolidinedioni sembrerebbero avere anche effetti protettivi
direttamente sulleB-cellule.
Le B~cellule infatti esprimono recettori PPAR~,y e
l'utilizzazione di tiazolidinedioni è risuliata efficace nel prevenire
la degenerazione Beta cellulare.
Vantaggi dell'uso dei
tiazotidinedioni
Durabililità, nel senso che
con questo termine si intende la capacità di un farmaco di mantenere
nel tempo il controllo glicemico. Rappresenta quindi un indilato ne
riducono molto la maneggevolezza e dall'altro riducono il numero dei
pazienti per i quali possano essere sicuramente indicati. Inoltre, sono
ancora gravati da un costo notevolmente superiore a quello di
sulfonilurce e metformina.
Acarbose
L’acarbose, un
oligosaccaride ottenuto dai processi dì fermentazione dei microrganismo
Actinoplanes uthaensis, è un inibitore delle a~glucosidasi, una
famiglia di enzimi intestinali (glucoamilasi, strinasi, isomaltasí,
maltasí e saccaridasi) situati sull'orletto a spazzola del canale
digerente e responsabili della degradazione finale delle maltodestrine e
quindi del completamento della digestione dei polisaccaridi fino a
molecole monosaccaridiche assorbibili attraverso la parete intestinale.
Un’assunzione orale di acarbose in concomitanza con il pasto,
attraverso l'inibizione delle (alfa-glucosidasi intestinali, rallenta la
digestione dei carboidrati e il conseguente assorbimento e comparsa in
circolo di glucosio. Inoltre, l'inibizione delle a-glucosiclasi fa sì
che una importante quota di carboidrati transiti inassorbita attraverso
i segmenti prossimali dell'intestino e venga poi assorbita nell'íleo:
di conseguenza la comparsa in circolo di glucosio è rallentata e la
iperglicemia post-prandiale sensibilmente ridotta. L’acarbose si è
dimostrato efficace nel migliorare il controllo metabolico e ridurre i
livelli di HbA1C in pazienti che non riescano a raggiungere un buon
compenso metabolico con dieta ed educazione a un sano stile di vita. Il
miglioramento del compenso metabolico in terapia con acarbose ìn
monoterapia si traduce in un miglioramento medio della HbAc di 0,7-0,9
punti percentuali. Ovviamente l'efficacia clinica sarà maggiore nei
pazienti che presentano un distinto problema di iperglicemia
post-prandiale avendo invece glicemie al mattino non elevatissime. L’acarbose
mostra efficacia clinica anche quando usato in combinazione con altri
ipoglicemizzanti orali, in aggiunta sia a sulfoniluree sia a metformina
sia ad insulina riesce a ridurre in media l’HbA1C di 0,3-0,7 puntì
percentuali.
Vantaggi dell’uso di
acarbose
Non essendo un farmaco
assorbibile, l'acarbose non pone il paziente a rischio di eventi avversi
seri. Di conseguenza può essere impiegato in pazienti pluricomplicati,
in soggetti "fragili", in soggetti molto anziani. Non provoca
ipoglicemia e nei pazienti in trattamento con acarbose non è necessario
l'automonitoraggio intensivo della glicemia. Non provoca aumento
ponderale anzi, favorisce la perdita di peso.
Prevenzione del diabete e
delle complicanze cardiovascolari: i dati a disposizione sono relativi a
un solo studio, lo Study to Prevent Non-Insulin~Dependent Diabetes
Mellitus (STOP-NIDDM) che presenta qualche problema interpretativo. In
quello studio, tuttavia, il trattamento con acarbose risultava in grado
di ridurre del 28% il rischio di sviluppare diabete in una popolazione
di soggetti con IGT e di ridurre significativamente il rischio di
infarto del miocardio. Iil costo di acarbose è contenuto e solo di poco
superiore a quello delle sulfonilurce più moderne, ma i vantaggi sono
limitati rispetto agli altri farmaci antidiabetici.
L`acarbose è un farmaco
sicuramente utile per contrastare le escursioni glicemiche
post~prandiali e per portare a target quei pazienti che, proprio a causa
dell'iperglicemia post-prandiale, non riescono a raggiungere valori di
HbA1c in linea con i target suggeriti.
Incretine.
Di recente inseriti come
farmaci di prima battuta, subito dopo la metformina ed i tiazolinedioni,
oppure addirittura da impiegarsi con la stessa insulinoterapia, per
contrastare l’azione neoglucogenetica del glucagone, di cui le
incretine contrastano l’azione. Per le notizie sulle incretine si
rimanda al link specifico su questo website.
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