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2010:
insulina nel paziente con diabete mellito di tipo 2
appunti del dott.
Claudio Italiano
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Una
domanda che il paziente diabetico
di tipo 2 vi rivolge è quella di capire perché debba essere
trattato con insulina. La risposta consiste nel fatto che nel DMT2 si osserva un
progressivo deterioramento della secrezione insulinica, che può
precedere di anni lo sviluppo di iperglicemia, per esaurimento
funzionale della
beta-cellula. Infatti numerosi studi dimostrano che :
·
insulinoresistenza
·
apoptosi della beta-cellula
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.
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rimangano
fattori fondamentali per il passaggio da una normale tolleranza
glucidica all'IGT al diabete
manifesto, con una concomitante riduzione
della capacità di secernere insulina.
La
maggior parte dei pazienti con DMT2 è obesa
o presenta obesità
viscerale, che rappresenta il principale
determinante dell'insulino-resistenza. Tuttavia, molti soggetti obesi e
insulino-resistenti non sono ancora diabetici e per essi è stato
coniato il termine di diabesità
: ciò che li distingue da coloro che hanno una normale tolleranza al
glucosio è proprio la capacità delle loro Beta-cellule pancreatiche di
compensare l'alterata funzione dell'insulina con una adeguata secrezione
di ormone. L’alterazione irreversibile della secrezione insulinica
gioca quindi un ruolo chiave nello sviluppo e nella progressione del
diabete, anche dopo perdita di peso e restaurazione della sensibilità
all'insulina.
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Il
fattore più importante che regola la funzione della beta-cellula e,
quindi, della liberazione di insulina,
è il glucosio, anche se numerosi altri nutrienti, così come
vari ormoni, neurotrasmettitori e farmaci possono influenzare il
rilascio dell'ormone. Dal punto di vista dinamico, il rilascio di
insulina da parte della beta-cellula in risposta al glucosio può essere
schematizzato in due momenti:
·
una prima fase, rapida, della durata di pochi minuti,
·
una seconda fase, più prolungata.
Inoltre,
la secrezione è pulsatile, con onde oscillatorie della durata di 8-10
minuti e ampiezza modulabile. Per quanto riguarda la massa
beta-cellulare, essa dipende dall'equilibrio tra fenomeni di morte
cellulare programmata (apoptosi) e replicazione cellulare a partire da
specifiche cellule che svolgono il ruolo di precursori.- Con l'avanzare
dell'età, i fenomeni apoptotici tendono a prevalere su quelli
rigenerativi con conseguente lieve declino del numero totale di
beta-cellule pancreatiche.
Nel
DMT2, a causa di fattori genetici e acquisiti,
si osserva un progressivo declino della funzione e del numero
delle beta-cellule. Dal punto di vista funzionale, la secrezione
insulinica nel paziente diabetico di tipo 2 può risultare nel suo
complesso normale, aumentata o diminuita ma, comunque, insufficiente per
garantire normali livelli glicemìci. La prima alterazione della
funzione beta~cellulare sembra essere la perdita della fase
precoce di secrezione, cui segue una alterazione anche della fase
tardiva. In particolare, i soggetti con alterata glicemia a digiuno
(cfr diabete)
presentano una riduzione del picco di secrezione precoce e una relativa
conservazione della fase tardiva. Nei soggetti con ridotta tolleranza
glucidica invece, si osserva un'alterazione dei meccanismi coinvolti sia
nella fase precoce che nella fase tardiva della secrezione insulinica,
che diviene progressivamente più importante fino alla comparsa del
diabete. Un'altra alterazione funzionale evidenziabile nel paziente
diabetico è l'aumentato rapporto tra proinsulina e insulina,
verosimilmente legato alla ridotta capacità della Beta-cellula di
convertire in maniera efficace la proinsulina in insulina e C-peptide.
Alle modificazioni funzionali sono associate modificazioni istologiche
delle isole pancreatiche, che evidenziano una progressiva riduzione
delle beta-cellule e un relativo aumento delle alfa-cellule
pancreatiche, che producono glucagone.
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La
riduzione della massa Beta-cellulare è legata a un netto aumento dei
fenomeni di apoptosi, causato da fattori di tipo genetico
(predisposizione individuale) e di tipo tossico (glucotossicità,
lipotossicità, citochine pro-infiammatorie, deposizione di amiloide).
Oggi sembrerebbe che l'alterazione della funzione delle beta-cellulare
sembra essere reversibile, in particolare negli stadi più precoci della
malattia. In tal senso sembra si muovano le attuali terapie con le incretine,
che di recente trovano indicazione perfino nel trattamento del paziente
con diabete tipo 2 in fallimento secondario, cioè in terapia
insulinica. Per tale motivo è fondamentale considerare, nell'approccio
al paziente diabetico, terapie che siano in grado di preservare e,
possibilmente migliorare, la funzione e la vitalità delle Beta-cellule
pancreatiche.
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.
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La
terapia insulinica intensiva, finalizzata al raggiungimento di normali
livelli glicemici è sempre più utilizzata nel trattamento del DMT2,
per ridurre il rischio di complicanze legate al diabetete. La terapia
con ipoglicemizzanti orali può divenire, nel volgere di pochi anni,
insufficiente a ottenere un adeguato controllo metabolico, determinando
la necessità di instaurare la terapia insulinica. Secondo la
International Diabetes Federation, la terapia con insulina andrebbe
considerata quando, in presenza di un trattamento con le massime dosi
tollerate di ipoglicemizzanti orali, i livelli di HbA1c sono
persistentemente superiori a 7,5%. Secondo le raccomandazioni
recentemente formulate da esperti ADA/EASD, la terapia con insulina
basale può essere considerata quando pazienti trattati con terapia non
farmacologica e metformina non raggiungono un livello di HbA1c,
inferiore al 7,0% (cfr glicata).
La terapia con insulina andrebbe preferita ad altri farmaci, come le
sulfonilurce, i glitazoni e l'exenatide, se il livello di HbA1c è più
lontano dal 7,0%, e cioè è superiore a 8,5%, perché in questo caso si
può sfruttare il maggior potere ipoglicemizzante dell'insulina rispetto
agli altri farmaci. La terapia insulinica andrebbe sempre utilizzata in
associazione alla metformina, se non controindicata; questa associazione
consentirà di ridurre il dosaggio di insulina, di minimizzare l'aumento
di peso dovuto alla terapia insulinica e di conferire una maggiore
protezione cardiovascolare. Queste ultime considerazioni valgono ancor
più nei pazienti in sovrappeso o con obesità. (cfr diabete
mellito cura ).
La terapia insulinica nel DMT2 in
particolare si rende necessaria se:
a) quando gli obiettivi glicemici non vengono
raggiunti con gli ipoglicemizzanti orali;
b) chetoacidosi diabetica;
c) diabete all'esordio con livelli glicemici
estremamente elevati e sintomi tipici (poliuria, polidipsia, calo
ponderale, ecc.)
d) gravidanza
o in donne con diabete che programmano una gravidanza (
diabete_e_concepimento )
e) stress
acuti (eventi cardiovascolari, infezioni, traumi, interventi chirurgici)
f) allergia/controindicazioni all'uso degli
ipoglicemizzanti orali
g) malattie epatiche o renali che precludono
l'utilizzo degli ipoglicemizzanti orali.
La
chetoacidosi diabetica è causata da1 deficit di insulina in circolo
associato all'aumento degli ormoni controregolatori (glucagone,
catecolamine, ormone della crescita). Questo comporta l'aumentata
produzione di glucosio da parte del fegato e del rene e l'inadeguata
utilizzazione periferica di glucosio, con conseguente iperglicemia e
iperosmolarità plasmatica. La lipolisi aumentata, con produzione di
corpi chetonici (betaidrossibutirrato, acctocetato) causa chetonemia e
acidosi metabolica (cfr metabolismo dei lipidi).
Il trattamento della chetoacidosi diabetica si fonda sulla
reintegrazione di liquidi ed elettroliti e sulla somministrazione
continua di insulina, al fine di sopprimere fa produzione epatica di
glucosio, inibire la lipolisi e la chetogenesi e risolvere, così,
l'iperglicemia e lo stato di acidosi metabolica. Il trattamento del diabete
in gravidanza deve essere finalizzato al raggiungimento di valori
glicemici prossimi alla normoglicemia poiché le alterazioni del
metabolismo glucidico si associano a una maggiore incidenza di
malformazioni neonatali, macrosomia
fetale e mortalità perinatale.
Lo stato gravidico rappresenta una
chiara indicazione alla terapia insulinica di tipo intensivo da
instaurarsi nel diabete pregravidico (tipo 1 e 2) già prima del
concepimento e, nel diabete gestazionale, quando il trattamento
dietetico non permette la normalizzazione della glicemia. In condizioni
di stress acuto (traumi, interventi chirurgici, infezioni
intercorrenti), l'incremento degli ormoni controregolatori (cortisolo,
catecolamine, glucagone) determina un aumento del fabbisogno ìnsulinico
e si può associare a un significativo peggioramento del controllo
glicemico. In queste circostanze è sempre indicata la terapia
insulinica al fine di evitare l'iperglicemia e le complicanze ad essa
legate (cfr terapia
antidiabetica in ospedale) Recentemente, è stato proposto un ruolo
della terapia insulinica intensiva nel diabete di nuova diagnosi. Un
controllo metabolico ottimale, specialmente nelle fasi precoci della
terapia del diabete, gioca, infatti, un ruolo fondamentale nella
prevenzione della disfunzione e distruzione betacellulare che
caratterizzano la progressione della malattia diabetica. Molti studi
hanno dimostrato che l'induzione della normoglicemia nel diabetico di
tipo 2 determina un miglioramento sia della funzione P-cellulare che
dell'inSUlino-resistenza. Fino a poco tempo fa non era noto se i
benefici della terapia insulinica potessero prolungarsi nel tempo anche
dopo la sospensione della stessa, essendo stato riscontrato un
progressivo ritorno ad elevati livelli glicemici. Ryan ct al. hanno
dimostrato che, in un gruppo di 16 persone con DMT2 di nuova diagnosi
con severa iperglicemia (glicemia media 239 mg/dL), la somministrazione
di una terapia insulinica intensiva multiiniettiva (neutral protarnine
htydorn, NPH + regolare) per un periodo di due o tre settimane era in
grado di consentire il mantenimento di un buon controllo
glicemico dopo un anno con la sola dieta in sette pazienti; otto
pazienti richiedevano terapia con un antidiabetico orale e un solo
paziente aveva necessità di terapia insulinica. Ciò che distingueva i
pazienti che dopo un anno riuscivano a mantenere un buon controllo
glicemico con la sola dieta e coloro che, invece, avevano
richiesto terapia farmacologica, era il ridotto fabbisogno
insulinico durante la terapia insulinica intensiva e la presenza di un
controllo glicemico ottimale al termine della fase di trattamento
intensivo. In
studi simili condotti in pazienti di origine asiatica con diabete
neo-diagnosticato e glicemie a digiuno superiori a 200 mg/dl, il
trattamento per due settimane con terapia insulinica intensiva, anche
mediante l'impiego di microinfusore, si è dimostrato produrre vantaggi
a lungo termine. Al termine della terapia insulinica intensiva, i
pazienti venivano seguiti per due anni e avviati alla sola terapia
dietetica. Il tasso di remissione (normoglicemia) si è dimostrato
essere pari a 73, 67, 47 e 42%, rispettivamente al terzo, sesto,
dodicesimo e ventiquattresimo mese di follow-up. Nel gruppo che era
andato incontro a remissione si è osservata una migliore ripresa della
secrezione insulinica, sia in termini quantitativi che qualitativi
(rapporto tra proinsulina e insulina), cosi come una riduzione del grado
di insulino-resistenza (valutata mediante il parametro surrogato
HOMA-1R). Infine, pazienti con DMT2 a patogenesi autoimmunitaria (latent
autoimmune diabetes of the adult, LADA) vanno incontro più
frequentemente a necessità di terapia insulinica entro cinque anni
dalla diagnosi. Alcuni studi evidenziano come questi pazienti potrebbero
conservare una migliore funzione Beta-cellulare, e presentare un miglior
controllo glicemico, se trattati precocemente, fin dall'esordio
dell'iperglicemia, con terapia insulinica rispetto alla terapia con
secretagoghi insulinici. Da quanto detto, si evince che nell'ambito
delle terapie atte a preservare la funzione Beta-cellulare la terapia
insulinica intensiva attuata all'esordio del DMT2 potrebbe trovare una
sua specifica collocazione, anche se sono necessari altri studi in grado
di confermare questa indicazione. Un’insulina esercita numerosi
effetti metabolici a livello dei suoi principali organi bersaglio, quali
il fegato, il muscolo scheletrico e il tessuto adiposo.
-
Nel fegato,
l'insulina promuove diverse azioni finalizzate alla riduzione della produzione epatica di glucosio, e inibisce la chetogenesi. Nel muscolo,
promuove la captazione del glucosio e la sintesi di glicogeno, e
favorisce la sintesi proteica.
-
Nel tessuto adiposo l'insulina inibisce
la lipolisi e favorisce la sintesi dei trigliceridi. In condizioni di
carenza insulinica, anche relativa, vengono meno gli effetti dell'ormone
prima ricordati, cioè lo stimolo all'utilizzazione periferica del
glucosio e all'utilizzazione di aminoacidi e acidi grassi nel muscolo e
nel tessuto adiposo.
-
Il deficit di
insulina determina un eccesso di glucagone e che le alterazioni nei
livelli di questi due ormoni, oltre a promuovere l'iperglicemia
attraverso l'aumento della produzione epatica di glucosio e la ridotta
utilizzazione periferica di glucosio, favoriscono la lipolisi e il
rilascio di acidi grassi liberi.
Scopo della terapia insulinica
nel paziente diabetico è quello di ripristinare una omeostasi
metabolica il più possibile simile a quella osservata in condizioni
fisiologiche, con picchi di insulina ai pasti e adeguati livelli
insulinernici nei periodi interprandiali. Negli ultimi anni, la
disponibilità di insuline sempre più purificate e di analoghi
dell'insulina con una farmacocinetica sempre più favorevole ha reso
possibile la riproduzione di profili insulinemici più vicini a quelli
presenti nei soggetti non diabetici . Un’insulina umana regolare è
una insulina solubile e cristallizzata con zinco, a breve durata
d'azione, con la sequenza aminoacidica identica all'insulina umana
endogena. Alle concentrazioni terapeutiche, l'insulina regolare ha la
tendenza ad aggregarsi in esameri, e ciò ritarda il suo assorbimento
dopo l'iniezione sottocutanea. La somministrazione prandiale
dell'insulina regolare come bolo sottocutaneo determina un aumento dei
livelli di insulinemia significativamente diversi da quelli che si
osservano fisiologicamente in risposta a un pasto nel soggetto normale.
Dopo un periodo iniziale di latenza (~30 minuti) i livelli di insulina
aumentano con un pìcco dopo 1-2 ore e ritornano ai livelli basali entro
6-8 ore. Pertanto la terapia con l'insulina regobre non consente una
perfetta corrispondenza tra la glicemia post~prandiale e il picco di
insuliriemia, e questo può favorire la comparsa di iperglicemia nella
prima fase post-prandiale e ipoglicemie nella successiva fase
post-prandiale nel paziente diabetico. Gli analoghi rapidi dell'insulina
(lispro, aspart, glulisina), prodotti attraverso la tecnologia del DNA
ricombinante, presentano una minore tendenza ad associarsi in esameri,
determinando una più veloce dissociazione
in molecole monomeriche. Ciò permette un incremento più rapido dei
livelli di insulina nel sangue, tiri picco più precoce e una durata
d'azione più breve rispetto all'insulina regolare, mimando più da
vicino la fisiologica risposta dell'insulina al pasto. Come conseguenza
dì tale profilo cinetico, gli analoghi possono essere somministrati
immediatamente prima del pasto, con un miglior controllo
dell'iperglicemia postprandiale e una riduzione del rischio di
ipoglicemie alcune ore dopo il pasto.
Lo scopo dell'insulinizzazione basale è quello di mantenere uno
stato di euglicemia tra i pasti e nel periodo notturno. Le insuline ad
azione intermedia (NPH) o ad azione lenta (non più in commercio in
Italia) non sempre riescono a mimare la fisiologica secrezione basale
perché il loro profilo d'azione presenta un picco che comincia ad
apprezzarsi 3-4 ore dopo la somministrazione per via sottocutanea;
questo può contribuire a provocare un'ipoglicemia notturna quando
l'insulina NPH viene somministrata la sera. Anche l'ultralenta presenta
un picco d'azione ampio e una durata d'azione variabile. La NPH ha una
durata d'azione di circa 12-16 ore, per cui spesso sono necessarie due
somministrazioni per ottenere un controllo della glicemia tra i pasti.
Inoltre, le insuline ad azìone lenta o intermedia hanno un assorbimento
variabile che comporta una scarsa riproducibilità, anche nello stesso
soggetto, dell'effetto ipoglicemizzante. Al contrario la farmacocinetica
degli analoghi lenti (glargine, detemir) non mostra picchi evidenti dei
livelli insulinemici consentendo un miglior controllo glicemico e minor
rischio di ipoglicemia. Inoltre, l'assorbimento più costante permette
una minore variabilità intra e interindividuale rispetto alle insuline
lente o intermedie. L'insulìna glargine
ha un punto isoelettrico più basso dell'insulina umana, che
comporta una precipitazione di questa insulina nel sottocute cui fa
seguito un rallentato e costante passaggio della molecola nel sangue.
Questo consente la copertura del fabbisogno insulinico basale con
un'unica somministrazione nelle 24 ore. L'insulina detemir
è modificata con l'aggiunta di un acido grasso; pertanto, l'insulina
detemir si lega all'albumina nel sangue e nel tessuto interstiziale e
questo comporta un aumento della durata d'azione in seguito alla
somministrazione sottocutanea di questo tipo di insulina. Recentemente,
è disponibile anche un'insulina ad azione ritardata denominata NPL:
si tratta di insulina lispro con durata d'azione prolungata a seguito
dell'aggiunta di protamina.
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