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appunti del dott. Claudio Italiano
L’ arteriografia, esame di riferimento per quanto riguarda la diagnostica per immagini preoperatoria per la malattia carotidea, viene meno utilizzata al fine di ridurre sia i rischi sia i costi di questa procedura. Gli studi ACAS e NASCET presentavano rispettivamente l'1,2% e lo 0,7% di morbilità dovuta all'angiografia carotidea. Diversi studi hanno sostenuto i benefici dell'EAC senza precedente angiografia. L opinione generale è che, in presenza di un laboratorio vascolare dedicato e certificato, la maggior parte dei pazienti (forse fino al 90%) possa essere valutata con sicurezza semplicemente con una tecnica ecografica. Le indicazioni che suggeriscono la necessità di un’angiografia sono le seguenti: -Incertezza circa l'accuratezza e I'affidabilità del laboratorio vascolare. -Incertezza circa la possibile occlusione completa della carotide interna in un paziente con sintomi localizzati che progrediscono. -Malattia dell'arteria prossimale o intratoracica. -Pazienti che vengono indagati con difficoltà a causa di varianti anatomiche dell' arteria. - Pazienti sintomatici con uno studio non conclusivo. L angio-TC sta migliorando le sue capacità nel descrivere accuratamente la malattia della carotide extracranica e, in futuro, potrebbe rappresentare un'alternativa migliore rispetto all'angiografia per la maggior parte dei pazienti. Attualmente non c'è un accordo generale circa I'utilità dell'angio-RM nella diagnosi della patologia occlusiva della carotide. L' intervento viene eseguito in anestesia generale, in blocco cervicale o in anestesia locale. Sebbene I'anestesia generale consenta un migliore controllo delle vie aeree e sia più confortevole per il paziente, essa richiede I'uso dello shunt di routine o selettivo. Lo shunt selettivo necessita l' utilizzo dell'elettroencefalogramma intraoperatorio, la misurazione delle pressioni a livello della carotide interna o il Doppler transcranico per stabilire la necessità dello shunt. Il blocco cervicale si è dimostrato un tipo di anestesia ben tollerata in mani esperte. L’endoarterectomia carotidea prevede un,incisione verticale lungo il margine anteriore del muscolo sternocleidomastoideo. Essa viene eseguita lungo un piano uniforme a livello della tonaca media dell'arteria. L'obiettivo della procedura è ottenere, alla fine, un cono liscio nella carotide interna. E anche pratica comune applicare un patch sulla carotide dopo l'endoarterectomia. Negli anni passati, le indicazioni per l'utilizzo del patch erano: sesso femminile, stenosi ricorrenti e necessità di reintervento. sottoposti direttamente a intervento chirurgico primario.
L'angioplastica con patch presentava una minor incidenza di stenosi ricorrenti (1% vs 22%), ma anche la frequenza di occlusioni totali della carotide interna era inferiore (0% vs 8% con chiusura primaria). Un’aggiunta di un patch comporta solo un breve prolungamento dell'intervento, senza determinare modificazioni significative di morbilità e mortalità perioperatorie. È importante sottolineare che i patch autogeni mostrano una propensione alla formazione di pseudo aneurismi. L’ utilizzo di patch biologici sintetici o non autogeni evita tale complicanza, ma è una fonte potenziale (sebbene minima) di infezione in quanto estranea al corpo. Con I'utilizzo di un patch protesico come indicato dalle linee guida dell'American Heart Association viene raccomandata I'assunzione di antibiotici per via orale prima di procedure dentali o altri esami invasivi come la colonscopia. Il paziente dovrebbe anche essere tenuto in osservazione per identificare un eventuale ematoma del collo. Gli Autori posizionano routinariamente un drenaggio nella sede dell'intervento di modo da minimizzare la formazione dell'ematoma e la successiva possibile compromissione delle vie aeree. Il trattamento della patologia carotidea rappresenta una tecnica di riferimento per molti altri comuni problemi vascolari. La valutazione economica ha reso necessaria la ricerca di una cura più redditizia ed efficiente, e gli Autori hanno risposto a questa necessità diminuendo i test invasivi preoperatori e abbreviando notevolmente il numero di giorni di degenza; in entrambi i casi senza sacrificare la qualità della cura dei pazienti. |
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