'); //-->
-->
|
|
microalbuminuria, un marcatore di danno renale e di rischio cardiovascolare.
appunti e riflessioni del dott. Claudio Italiano
Related links:
Glomerulopatie,nefriti
Le infezioni delle urine, parte I
Le infezioni delle urine, parte II
Sesso ed infezioni delle urine ricorrenti nella donna
Le infezioni delle urine: la difesa nella natura del mirtillo!
La prevenzione del rischio cardiovascolare!
La prevenzione del rischio cardiovascolare, la cura con le statine ed i
fibrati!
La prevenzione del rischio cardiovascolare:la placca ateromasica e la
stenosi delle coronarie
Il significato della microalbuminuria
età avanzata
il genere maschile,
l'appartenenza a popolazioni quali la
afro-americana,
il basso peso alla nascita.
De Jong e coll. hanno recentemente
rivisitato la problematica relativa alla microalbuminuria; i fattori che
sono responsabili della microalbuminuria e su cui è impossibile
intervenire sono:
Per quanto attiene ai fattori
modificabili essi sono identificati ne:
il
diabete
mellito di tipo 1 e di
tipo 2,
l'obesità
le
dislipidemie,
l'inappropriato apporto sodico e/o
proteico con la
dieta.
Infine, De Jong e coli. hanno
individuato quegli elementi che sono stati messi in relazione alla
micro'albuminuria, ma senza la necessaria certezza. Tuttavia
classicamente la microalbuminuria non solo caratterizza la storia
naturale della
nefropatia diabetica, ma deve anche essere considerata un
fattore di rischio di morbilità e mortalità cardiovascolare.
L’aumento dell’escrezione di albumina, comunque, più che un marcatore di
danno renale, riflette una diffusa alterazione del circolo sistemico. In
particolare sembra essere un marker dell’entità della disfunzione
endoteliale, sempre più emergente quale meccanismo patogenetico
dell’aterosclerosi. Si è visto anche che i pazienti affetti da
diabete di tipo 2 e con elevata insulino-resistenza presentino
microalbuminuria, indipendentemente da fattori come
il controllo glicemico, il peso, la
pressione arteriosa e l’assetto
lipidico. Inoltre la microalbuminuria costituisce fattore di rischio
cardiovascolare specialmente nei pazienti affetti da
ipertensione. Il rischio associato all’aumentata albuminuria appare
indipendente dagli altri fattori di rischio tradizionale, pertanto
questo rafforza l’ipotesi che l’albuminuria rifletta un meccanismo
autonomo di danno vascolare Molti studi ed evidenze cliniche offrono
chiare indicazioni su come sia necessario intervenire e prevenire la
microalbuminuria, al fine di ridurne la progressione a nefropatia
terminale e gli eventi cardiovascolari. Addirittura si è visto che la
mancata riduzione dell’albuminuria permette di identificare l’individuo
non responder che, essendo a maggior rischio di eventi, deve pertanto
essere trattato il più aggressivamente possibile.
In generale la microalbuminuria e la
proteinuria sono:
Proteinuria, endpoint surrogato e
marcatore di danno renale ed extrarenale
·
Marcatore di danno renale, sia
quando presente in minima quantità = microalbuminuria 30-300 mg/24, sia
quando presente in quantità più consistente, cioè > 300 mg/24
·
Fattore di rischio per la
progressione del danno renale
·
Indispensabile nella diagnosi
di severità della malattia renale
·
Indice di efficace inibizione
del sistema renina-angiotensina aldosterone
·
Fattore di rischio per la
malattia cardiovascolare
·
Marcatore di disfunzione
endoteliale
·
Endpoint surrogato per
valutare il rallentamento della progressione della malattia renale e
l’effettiva riduzione del rischio cardiovascolare globale.
Come trattare la microalbuminuria?
E’ ormai chiaro che nel diabetico, a
parità di efficacia antipertensiva, i farmaci inibitori del sistema
renina-angiotensina sono i più efficaci nel ridurre l’albuminuria. Sono
risultati efficaci in tutte le fasi della nefropatia diabetica nel
rallentare la progressione sia del danno renale sia cardiovascolare. Lo
studio BENEDICT ha anche dimostrato che il trattamento con Ace-inibitore
è in grado di prevenire la comparsa di microalbuminuria nel diabetico di
tipo 2. Questo studio ha anche confermato che il beneficio maggiore
dall’Ace-inibitore è ottenuto dai pazienti che non hanno un buon
controllo pressorio. Dato che solo una minoranza dei diabetici ipertesi,
nonostante trattamenti multipli, riesce a ricondurre la pressione
arteriosa a valori inferiori a 130/80 mmHg, appare ancora più evidente
l’importanza di usare l’Ace-inibizione.
Benché gli studi siano meno numerosi,
l’inibizione del sistema renina-angiotensina si è rivelata efficace
anche nei soggetti microalbuminurici non diabetici. In particolare, lo
studio PREVEND ha dimostrato che fosinopril riduce in questi pazienti
gli eventi cardiovascolari. Nei soggetti con proteinuria, l’uso
combinato di Ace-inibitore e antagonista recettoriale dell’angiotensina
II (il cosiddetto “doppio blocco”) si è dimostrato più efficace del
singolo farmaco nel ridurre la progressione del danno renale. E’ ancora
incerto se il doppio blocco sia più efficace anche nei soggetti con
microalbuminuria o albuminuria normale-alta: i prossimi risultati dello
studio ONTARGET ci dimostreranno se questa strategia è una valida
opzione per la protezione d’organo nei soggetti ad alto rischio
cardiovascolare. In questo contesto, la presenza di microalbuminuria va
correttamente interpretata non soltanto per quanto attiene al suo ruolo
di marcatore di danno renale in itinere, bensì soprattutto per quanto
concerne la sua capacità di predire l'insorgenza di eventi di tipo
extrarenale, coinvolgenti tutti i distretti: cardiovascolare,
cerebrovascolare e periferico. Quanto sopra è stato recentemente
enfatizzato da un position statement della National KicIney Foundation
ed è in completo accordo con quanto dimostrato dallo studio PREVEND.
Nello studio i_SEARCH era stata
evidenziata una correlazione tra microalbuminuria e
scompenso cardiaco,
fibrillazione atriale,
ictus cerebri, TIA e, infine,
malattia vascolare periferica, Un'analoga combinazione, d'altra
parte, appare chiaramente messa in evidenza anche da un altro studio,
questa volta di intervento, condotto nei pazienti scompensati in cui i
ricoveri per scompenso cardiaco erano significativamente aumentati nei
pazienti microalbuminurici rispetto a quelli normoalbuminurici
(microalbuminuria versus normoalbuminuria = 1.41, intervallo di
confidenza al 95% 1.17-1.69, p= 0.0003). In aggiunta a ciò, nello stesso
studio, sia la mortalità sia i ricoveri per scompenso cardiaco
aumentavano progressivamente con il passaggio da una condizione di
normoalbuminuria a una di microalbuminuria e, infine, di
macroalbuminuria. Di particolare consistenza clinica, entrambe le
componenti di questo outcome erano aumentate significativamente dalla
presenza di microalbuminuria. Inoltre, la presenza di microalbuminuria
incrementava significativamente anche il rischio di manifestare infarto
del miocardio, ictus cerebri e/o di-essere sottoposti a un intervento di
rivascolarizzazione coronarica. in questo ambito, il già citato position
statement della National Kidney Foundation indica nella
microallbumiinuria un marcatore non solo di aumentato rischio
cardiovascolare e renale, ma anche di disfunzione endoteliale
generalizzata. Ciò è in completo accordo con quanto è stato osservato
dal gruppo di studio di S. Cottone, dell'Università degli Studi di
Palermo, che ha messo in evidenza una chiara correlazione tra livelli di
microalbuminuria e concentrazioni plasmatiche di due molecole di
adesione solubili. In particolare, infatti, la valutazione statistica ha
posto in luce una significativa elevazione dell'escrezione urinaria di
albumina e della concentrazione plasmatica delle due molecole di
adesione ICAM-1 e VCAM-1, in presenza di una significativa correlazione
sia tra albuminuria e ICAM-1 (r=0.29, p=0.03) sia tra albuminuria e
VCAM-1 circolanti (r=0.30, p=0.02).
Facendo seguito a tale interessante
risultato, grazie al quale viene chiaramente dimostrato il legame
stretto tra elevazione dell'escrezione urinaria di albumina e due
diversi marcatori di attivazione endoteliale in pazienti affetti da
ipertensione arteriosa essenziale, lo stesso gruppo ha investigato la
correlazione tra grado di rigidità arteriosa valutato mediante lo studio
della velocità dell'onda sfigmica - ed escrezione urinaria di albumina.
A ulteriore conferma dell'interazione tra quest'ultima e i meccanismi
conducenti al danno vascolare nel paziente iperteso, al progressivo
aumentare della quantità di albumina eliminata con le urine, appariva
evidente il concomitante incremento della velocità di trasmissione
dell'onda sfigmica, indice diretto di riduzione della componente
elastica delle grandi arterie e, quindi, di aumentata rigidità
arteriosa. Di peculiare rilievo clinico, la presenza di microalbuminuria
era predittiva in modo indipendente dei comportamento della velocità
dell'onda sfigmica. Quanto sopra, dimostrato sperimentalmente, ben si
abbina a quanto recentemente dimostrati nel Copenhagen Hearth Study.
|
|
||||||
|
|
|
|