-
|
I consecutivi stadi
evolutivi dell’aterosclerosi comprendono la formazione e l’accrescimento
della placca aterosclerotica e la successiva destabilizzazione
predisponente alla sua rottura ed alla successiva trombosi
intravascolare. Il processo infiammatorio che porta allo sviluppo
dell’aterosclerosi riconosce infatti diversi fattori di rischio,
distinti in ambientali e genetici. Tra questi i fattori di rischio
trattabili o modificabili (quali ad es. il fumo, la dislipidemia,
l’ipertensione ed il diabete) rappresentano il cardine dell’intervento
medico, sia farmacologico che non farmacologico. Tra i fattori di
rischio più importanti per malattie cardiovascolari vi è sicuramente
l’ipertensione arteriosa. E’ ormai infatti ben nota la correlazione
lineare tra mortalità cardiovascolare ed incremento della pressione. Ad
esempio per ogni incremento di 20 mmHg di pressione sistolica o di 10
mmHg di pressione diastolica il rischio di mortalità cardiovascolare
raddoppia. Anche piccoli aumenti della pressione incrementano il
rischio: ad esempio incrementi di 2 mmHg della pressione aumentano il
rischio di mortalità coronarica del 7% e del 10% di ictus. Il
trattamento dell’ipertensione arteriosa riduce le complicanze
cardiovascolari. I risultati combinati di 17 trial randomizzati,
trattamento attivo contro placebo, della durata media di 3-5 anni, hanno
dimostrato una riduzione della pressione arteriosa di circa 10-12 mmHg
per la sistolica e di 5-6 mmHg per la diastolica nel braccio a
trattamento attivo. Tali effetti hanno determinato benefici
significativi nei confronti di tutti gli end-point maggiori, ma più
evidenti in termini di riduzione di scompenso cardiaco e di ictus.
Una recentissima
meta-analisi di grandi trial farmacologici dimostra come sia importante
ridurre la pressione, indipendentemente dal farmaco usato. Infatti non
si sono osservate differenze tra le varie classi di farmaci
antiipertensivi in termini di prevenzione degli eventi, soprattutto per
quanto riguarda l’effetto sulla malattia coronarica. Riduzioni anche
piccole di pressione diastolica nella popolazione generale potrebbe
avere un grande impatto in termini di riduzione di ictus e di eventi
coronarici. Dati dal Framingham Heart Study, studio di coorte
longitudinale e dal National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES
II), sono stati usati per valutare l’impatto di una strategia di
popolazione mirante a ridurre la pressione diastolica in media di 2 mmHg.
Tale riduzione si è dimostrata associata ad una riduzione del 6% nel
rischio di eventi coronarici e del 15% di ictus e TIA. Anche la
cosiddetta pressione normale-alta è importante, in quanto associata ad
aumentato rischio cardiovascolare. L’associazione tra pressione basale
ed incidenza di eventi cardiovascolari nel follow-up è stata studiata
in 6.859 partecipanti al Framingham Heart Study inizialmente esenti da
ipertensione e malattie cardiovascolari. L’incidenza cumulativa a 10
anni in soggetti di 35-64 anni con pressione normale-alta al basale
(pressione sistolica: 130-139 mm Hg; pressione diastolica: 85-89 mm Hg)
era del 4% nelle donne e del 8% negli uomini. Negli anziani di 65-90
anni, l’incidenza di eventi cardiovascolari era del 18% nelle donne e
del 25% negli uomini. Rispetto ai soggetti con pressione ottimale, i
soggetti con pressione normale-alta avevano un rischio relativo di 2,5
nelle donne e di 1,6 negli uomini.
Valutare la pressione
arteriosa ad ogni visita
Consigliare sempre il
cambiamento dello stile di vita
Obiettivo del
trattamento: portare i pazienti a target: <140/90 mmHg; <130/80 mmHg in
pazienti diabetici e a rischio cardiovascolare elevato o molto elevato o
in presenza di condizioni cliniche associate (ictus, infarto miocardico,
danno renale e proteinuria)
La combinazione di
più farmaci è in genere necessaria per ottenere risultati ottimali sui
valori tensivi
Tenere conto della
necessità di favorire l’aderenza del paziente alla terapia
|
.
|
| .
|
| .
|
E’ importante una prevenzione precoce della malattia
aterotrombotica
che si attua attraverso il controllo dei principali fattori di rischio.
Fattori di rischio cardiovascolare.
Fattori di Rischio Cardiovascolari non modificabili
·
Età
·
Sesso
·
Storia
familiare di coronaropatia o altra malattia aterosclerotica precoce
(maschi<55 aa, femmine<65 aa)
·
Anamnesi positiva per coronaropatia o altra malattia aterosclerotica
Altri links: Le
manovre di Rianimazione
L'ipertensione arteriosa
Speciale ipertensione, quando, come e perchè curare
Un nuovo farmaco per la pressione, quando, come e
perchè si e perchè no.
Le complicanze nel paziente con ipertensione
arteriosa
L'ipertensione arteriosa: la cura farmacologica
Nuova cura dell'ipertensione oggi 2010
L'arteriopatia obliterante cronica ostruttiva
L'arteriopatia obliterante cronica: la cura
New! L'arteriopatia obliterante cronica:
Angioplastica Percutanea
Un'arteriografia del tripode celiaco del dott. Ilario
Carella
Le vene varicose
infarto del miocardio
Edema polmonare acuto cardiogeno
Il trapianto di cuore, quando, come e perchè
Le pericarditi
Le endocarditi, terapia e profilassi
aritmie
Le
aritmie da causa extracardiaca
Il pacemaker, cos'è e a che serve?
La fibrillazione atriale, una aritmia stupida e
pericolosa. Che fare? Quando trattare?
elettrocardiogramma
elettrocardiogramma2
elettrocardiogramma ed onde T di ischemia
Infarto ed elettrocardiogramma
Deviazione dell'asse elettrico del cuore: che
significa?
Stili di Vita
· Dieta
Ipercalorica o
· Evitare
i grassi saturi e Colesterolo. La dieta, infatti, deve tendere alla
riduzione dell’introito di cibi ricchi di colesterolo LDL: grassi
saturi (<7% delle calorie totali), Colesterolo dietetico (<200 mg/die);
inoltre esistono delle opzioni terapeutiche per abbassare la
colesterolemia LDL, come stanoli e steroli vegetali (2 g/die), introito
di fibre viscose solubili (10-25 g/die), calo ponderale (7-10% in un
anno) ed aumentata attività fisica (30 min/die per 5 giorni/settimana).
· Ulteriori fattori dietetici sono rappresentati da una dieta ricca di
acidi grassi polinsaturi (acido linolenico n-6 e n-3) N-3 (omega 3)
acidi grassi polinsaturi, Vitamine, Antiossidanti, Alcool in piccole
quantità come per esempio il vino rosso, elementi oligominerali (sodio,
potassio, calcio)
·
Evitare
il
fumo;
infatti Il fattore di rischio fumo è responsabile della maggioranza
degli infarti che colpiscono prima dei cinquanta anni.
·
Si è
calcolato che la presenza del fumo tra i fattori di rischio di
aterosclerosi anticipa di dieci anni il verificarsi del primo evento
cardiovascolare.
·
Evitare
il consumo eccessivo di
alcool
·
Evitare
la sedentarietà
Fattori di Rischio Cardiovascolare modificabili
-
Ipertensione
Arteriosa
-
Elevato
LDL-Colesterolo
. Vi è poi
un altro importante fattore di rischio per malattie cardiovascolari:
il colesterolo. Sul piano epidemiologico, la correlazione tra
aumento dei livelli del colesterolo plasmatico ed aumento della
probabilità di eventi coronarici è chiara e definita. La maggior
parte degli studi condotti, infatti, mostra come al crescere della
colesterolemia totale si associ un progressivo aumento del rischio
di tali malattie. Come per la pressione, la relazione appare priva
di un livello “soglia”; non esiste, infatti, alcun valore della
colesterolemia al di sotto del quale la correlazione con il rischio
di eventi coronarici venga meno. La correlazione, quindi, è
“continua e crescente”: una situazione che implica una riduzione del
rischio coronarico conseguente ad una riduzione della
colesterolemia, qualunque sia il valore di partenza della stessa.
-
Ridotto
HDL-Colesterolo . Analizzata con
maggiore dettaglio, come è noto la correlazione tra colesterolo ed
eventi coronarici può essere scomposta in una componente negativa,
correlata al valore del colesterolo aterogeno LDL, e in una
componente viceversa protettiva, correlata al valore del colesterolo
antiaterogeno HDL. Questa diapositiva, tratta da osservazioni
condotte nello studio Framingham, mostra come all’aumentare del
valore del colesterolo HDL si associ una progressiva diminuzione del
rischio coronarico. Tale diminuzione si osserva per qualunque valore
di colesterolo LDL, che la contrario correla direttamente con il
rischio di malattia. E’ quindi necessario tener conto
contemporaneamente di questi due parametri per definire con
precisione il rischio lipidico di malattia coronarica. Le HDL sono
altamente correlate con i livelli di LDL e con il rischio
cardiovascolare. Studi epidemiologici hanno dimostrato una stretta
correlazione tra livelli di colesterolemia HDL e rischio di eventi
cardiovascolari, indipendente dai livelli di colesterolemia LDL.
Nello studio PROCAM, a parità di livelli di colesterolemia LDL,
l’incidenza di infarto miocardico a 10 anni era maggiore nei
soggetti con livelli più bassi di colesterolemia HDL. Numerosi studi
hanno dimostrato il beneficio della riduzione colesterolo LDL<100
mg/dl e, nei casi a rischio molto elevato <70 mg/dl. Queste sono le
indicazioni delle moderne Linee Guida, specie per il paziente con
eventi cardiovascolari maggiori e per il diabetico con complicanze
d’organo.
-
Elevati
Trigliceridi.
Per prevenire efficacemente gli eventi cardiovascolari non è
sufficiente agire sulle LDL. Nella patogenesi dell’aterosclerosi
anche le HDL giocano infatti un ruolo fondamentale, a diversi
livelli. Molteplici effetti ateroprotettivi sono stati attribuiti e
dimostrati nei confronti delle HDL nell’arco degli ultimi vent’anni,
alcuni dei quali sinergici tra loro.
-
Tra i più
importanti: 1) il ruolo centrale delle HDL nel processo di trasporto
inverso del colesterolo dalle cellule periferiche (ad es. macrofagi
nella placca aterosclerotica) al fegato; 2) la capacità delle HDL di
proteggere contro lo stress ossidativo, che comprende non solo la
protezione delle LDL dalle modificazioni ossidative, ma la
protezione contro i danni cellulari provocati dalle LDL ossidate
stesse; 3) gli effetti antinfiammatori delle HDL sui monociti e più
in generale sulla componente cellulare della parete vasale; 4) la
capacità delle HDL di influenzare positivamente la vasodilatazione
arteriosa tramite la loro azione di prolungamento sull’emivita
plasmatica della prostaciclina; 5) la capacità delle HDL di ridurre
l’aggregazione piastrinica; 6) la capacità delle HDL di ridurre la
produzione di molecole di adesione da parte dell’endotelio (VCAM-1,
ICAM-1, selectina-E) e diminuire il reclutamento di cellule
infiammatorie all’interno della parete arteriosa. Foto foto foto
-
Iperglicemia/Diabete.
L’aterosclerosi accelerata che caratterizza il diabete mellito
inizia anni prima del riscontro di una iperglicemia Più del 50% dei
soggetti con nuova diagnosi di
diabete mellito
hanno già una cardiopatia ischemica. Il rischio di eventi cardiaci
avversi è da 2 a 4 volte superiore nei diabetici rispetto ai
non-diabetici. Il diabete mellito è un altro importante fattore di
rischio cardiovascolare. Il diabete è una delle più importanti cause
di morte, ma anche di complicanze, quali la nefropatia e la
retinopatia. E’ da sottolineare che le alterazioni vascolari nel
diabetico iniziano a svilupparsi già prima dell’insorgenza o della
diagnosi vera e propria della malattia. L’aterosclerosi spiega
almeno il 70% dei decessi nel diabete mellito (45% per cardiopatia
ischemica, 15% per altra malattia cardiovascolare, 10% per ictus).
Oggi si riconosce che tutti i pazienti con malattia vascolare
aterosclerotica dovrebbero essere sottoposti a screening per la
eventuale presenza di diabete mellito. In caso di dubbio diagnostico
bisogna procedere alla prova da carico orale con glucosio, mentre il
dosaggio dell’emoglobina glicosilata non è di alcuna utilità a fini
diagnostici, ma è necessaria per valutare lo stato di compenso
metabolico nel paziente con diabete mellito.
Tutti i pazienti
con malattia vascolare aterosclerotica dovrebbero essere sottoposti
a screening per la eventuale presenza di diabete mellito. In caso di
dubbio diagnostico procedere alla prova da carico orale con
glucosio. Il controllo dell’emoglobina glicosilata non è utile ai
fini diagnostici, ma è necessario per valutare lo stato di compenso
metabolico nel paziente con diabete mellito: il target è mantenerla
al di sotto del 7%.
-
Obesità.
Il tessuto adiposo produce una vasta gamma di ormoni e citochine
coinvolte nel metabolismo del glucosio (ad es. adiponectina,
resistina), nel metabolismo lipidico (es. proteina di trasferimento
del colesterolo estere, CETP), infiammazione (per esempio TNF-a,
IL-6), coagulazione (PAI -1), nella pressione sanguigna (ad es.
angiotensinogeno, l'angiotensina II), e nel comportamento alimentare
(leptina) influenzando quindi il metabolismo e la funzione di molti
organi e tessuti tra cui i muscoli, il fegato, i vasi, e il
cervello. La sintesi dell’adiponectina è ridotta in soggetti obesi,
resistenti all'insulina, con sindrome metabolica, e con diabete di
tipo 2.
·
Fattori
Trombogenici
Fattori di rischio emergenti.
·
Secondo
recenti stime nel mondo la mortalità per conseguenze dell’ipertensione
ammonta a 7,6 milioni di persone, a conferma dell’enorme impatto
epidemiologico di questo fattore di rischio cardiovascolare. Sono qui
riportati alcuni tra i cosiddetti fattori di rischio emergenti. Alcuni
di essi sono più studiati e di maggior peso, altri invece sono ancora
oggetti di studio. Per alcuni di essi non è stata dimostrata l’efficacia
della loro riduzione determinata dalla terapia, per altri ancora mancano
i valori di riferimento e non sono stati definiti i valori target.
·
Lipoproteina (a) o Lp (a). L’esatto ruolo fisiologico della LP (a) non è
ancora chiaro: ha probabilmente una funzione protettiva nei confronti di
stress ossidativi di varia natura; in superficie è composta
dall’apolipoproteina B-100 (Apo-B100) e fungerebbe da scavenger di LDL
ossidate. In un contesto di stress ossidativo cronico, un elevato
livello circolante di LP (a), con il suo contenuto di lipidi ossidati,
diviene pro-aterogeno . Bassi livelli ematici (geneticamente
determinati) di LP (a) sono stati osservati negli ultracentenari
(relazione con la longevità?). Elevati livelli (geneticamente
determinati) di LP (a) si associano ad un aumentato rischio di eventi
cardiovascolari. In uno studio condotto negli USA su un’ampia
popolazione di circa 6.000 soggetti anziani (>65 aa), apparentemente
sani, è risultato che elevati valori di LP-a costituiscono un predittore
indipendente di rischio di eventi cardio e cerebrovascolari nei soggetti
di sesso maschile. E’ ancora oggetto di investigazione l’utilità
dell’impiego della LP-a come esame di screening per stimare il rischio
cardiovascolare della popolazione anziana maschile. La figura mostra
proprio le curve di sopravvivenza di
Kaplan-Meier negli uomini, in base a quintili di livelli di
lipoproteina-a.
·
Omocisteina. L’omocisteina è un derivato intermedio della via metabolica
della metionina. Quest’ultimo è un aminoacido essenziale che, nel
momento in cui è attivato ad S-adenosil-metionina, cede dei gruppi
metili ad una serie di riceventi - tra cui la creatina, gli ormoni
steroidei, le basi puriniche di DNA ed RNA - venendo trasformato in
omocisteina. L’omocisteina può essere, a sua volta, trans-sulfurata
irreversibilmente in cistationina e quindi in cisteina, oppure, in
carenza di metionina assunta con la dieta, rimetilata a metionina.
Una serie di enzimi e di cofattori regolano queste vie metaboliche. Per
il processo di trans-sulfurazione, l’enzima fondamentale è la
cistationina ß-sintetasi (CBS), che necessita del cofattore
piridossal-fosfato (PLP) o vitamina B6, mentre un numero maggiore di
enzimi - e di cofattori - svolge un ruolo fondamentale nella
rimetilazione della omocisteina. Il donatore di metile è, in questo
caso, il 5-metiltetraidrofolato (MTHF), a sua volta rigenerato dalla
metilene tetraidrofolato reduttasi (MTHFR), e la reazione è catalizzata
dalla metionina sintetasi (MS) che necessita, come cofattore, della
transcobalamina (vitamina B12 metilata). Poiché la metionina sintetasi
viene inattivata durante la reazione, è necessario l’intervento della
metionina sintetasi reduttasi, riboflavinadipendente, per rigenerare
metionina sintetasi attiva. Una via alternativa di rimetilazione
interessa la betaina, come donatore di metili, e l’enzima
betaina-omocisteina metiltransferasi (BHMT). Si pensa che la
trans-sulfurazione della omocisteina e la sua rimetilazione
betaina-dipendente avvengano esclusivamente nel fegato, e che la via
della rimetilazione- folato e vitamina B12 dipendente sia l’unica
trasformazione metabolica della omocisteina operante nei distretti
cellulari periferici. Nel momento in cui si ha la saturazione delle vie
metaboliche, l’omocisteina intracellulare in eccesso viene esportata
nella circolazione, dove si lega alle proteine plasmatiche o viene
eliminata, principalmente dal rene. In uno studio prospettico di coorte
è stata indagata l’associazione fra omocisteina e mortalità: livelli di
omocisteina >9 µmol/L correlano con un aumentato rischio di morte sia
per cause cardiovascolari che non cardiovascolari, negli uomini e nelle
donne: pertanto l’omocisteina è un predittore aspecifico di mortalità.
In due ampi studi prospettici, inoltre, la somministrazione di B12, B6,
acido folico in soggetti con iperomocisteinemia non ha ridotto
l’incidenza di eventi cardiovascolari (in particolare coronarici).
·
PCR. La
PCR è un marcatore di infiammazione. La definizione del ruolo
fisiopatologico della PCR ha consentito al clinico di migliorare la
gestione del paziente a rischio cardiovascolare. Infatti, valori elevati
di hs-PCR (≥2 mg/L) correlano positivamente con un aumento del rischio
cardiovascolare; inserendo questo parametro all’interno dell’algoritmo
di Framingham se ne migliora il valore prognostico; recentemente si è
dimostrato chiaramente che l’infiammazione a livello arterioso
rappresenta un elemento chiave del processo aterosclerotico. Nell’ultimo
trentennio sono stati chiariti, a livello molecolare e biologico, gli
eventi comportanti la formazione delle lesioni e la progressione verso
l’esito clinico. La PCR è un marker fortemente predittivo di eventi
cardiovascolari. La PCR e il colesterolo LDL sono marker complementari
per l’identificazione dei soggetti a rischio cardiovascolare. L’aggiunta
di PCR all’algoritmo di Framingham ne migliora il valore prognostico. La
PCR aggiunge informazioni prognostiche ai livelli di rischio definiti
dall’algoritmo di Framingham. La PCR è stata studiata per la ricerca di
eventuali associazioni con lo sviluppo di coronaropatia. In questa
analisi eseguita nel “Women's Health Study”, sia lo score di Framingham
che il livello di PCR sono risultati predittori indipendenti dal rischio
coronarico. I livelli elevati di PCR erano predittori dello sviluppo di
coronaropatia in tutte le categorie di rischio globale. Le partecipanti
al Women's Health Study sono una popolazione a rischio molto basso di
coronaropatia (pari al 2% nei 10 anni di follow up). L’associazione di
alti livelli di PCR ed alti livelli di LDL conferisce il rischio
peggiore. Pertanto, la determinazione della PCR dovrebbe essere
utilizzata prevalentemente nei soggetti a rischio intermedio, come
l’American Heart Association e i Centri per il controllo e la
prevenzione delle malattie hanno raccomandato nelle loro linee-guida
pubblicate nel 2003. Recenti evidenze di uno studio epidemiologico
italiano confermano l’importanza della PCR come marker infiammazione
sistemica ed aterosclerosi, soprattutto quando associato all’obesità.
Nello studio InChianti, che ha arruolato 1.044 anziani di età ≥65 anni
elevati valori di PCR-hs (>3 mg/L) sono stati riscontrati più
frequentemente nei soggetti con sindrome metabolica (55 vs. 41% dei
soggetti senza sindrome metabolica). Sembra cioè che in individui
anziani la sindrome metabolica si associ ad un’infiammazione sistemica
di grado lieve; è interessante notare come tra i vari componenti della
sindrome metabolica il determinante più importante di infiammazione
sistemica sia un’aumentata circonferenza addominale, cioè il grasso
l’obesità viscerale.
·
In
particolare è emerso con chiarezza il ruolo chiave svolto, in tutta
l’evoluzione del processo, dalla PCR coinvolta a partire dalle fasi
iniziali dell’aterosclerosi dove sostiene una disfunzione endoteliale
per arrivare all’evento clinico acuto (rottura della placca e formazione
del trombo).
·
Infezioni
·
Inquinamento ambientale
·
Sindrome Metabolica. La presenza di sindrome metabolica ha un valore
predittivo sulla mortalità cardiovascolare. L’elevata circonferenza
addominale, >94 cm negli uomini, >80 cm nelle donne (in
Europa), ed almeno due tra i seguenti fattori:
·
á
Trigliceridi ≥ 150 mg/dL ‡
·
â colesterolo
HDL ‡
·
Uomini
< 40 mg/dL
·
Donne <
50 mg/dL
·
á Pressione
arteriosa ≥ 130 / ≥85 mm Hg ‡
·
á FPG ≥
100 mg/dL, o diabete
·
Microalbuminuria
·
Fibrinogeno . Il fibrinogeno è un riconosciuto fattore indipendente di
aumentato rischio di eventi cardiovascolari. Una meta-analisi,
comprendente 31 studi, su fibrinogeno ed eventi cardiovascolari non ha
consentito di individuare livelli target di fibrinogeno oltre i quali
avviare l’intervento terapeutico. Rimane poi aperto il dibattito
relativo al tipo di intervento terapeutico da attuare.
·
Polimorfismi genetici
Sommazione ed elevazione del rischio.
Come dimostrato dallo studio InterHeart l’associazione tra più fattori
di rischio aumenta in maniera considerevole il rischio di infarto
miocardico (Odds Ratio=13.01; IC 99%:10.69–15.83) rispetto a coloro che
non sono esposti e spiega insieme il 53% del rischio attribuibile di
popolazione (PAR) per infarto. L’aggiunta dell’obesità addominale (i due
terzili superiori vs. il terzile inferiore) o dei fattori psicosociali
(PS) incrementava ulteriormente il PAR). Se s’incorporavano tutti i nove
fattori di rischio indipendenti (fumo, storia di diabete o ipertensione,
obesità addominale, fattori psicosociali, consumo saltuario di frutta e
verdura, assenza di consumo di alcol, mancanza di esercizio fisico
regolare ed iperlipidemia) si spiegava pressoché completamente il
rischio d’infarto miocardico nella popolazione osservata. In questo
studio sembrerebbe dunque che il rischio raddoppia per ogni nuovo
fattore di rischio aggiuntivo a partire dai primi tre (fumo,
ipertensione, diabete); tuttavia i 5 fattori di rischio principali
(fumo, iperlipidemia, ipertensione, diabete e obesità, o meglio
adiposità addominale), presenti nella maggior parte degli individui,
spiegavano oltre l’80% del rischio di popolazione
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argomenti di cardiologia
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