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G8: EMERGENZA ORDINE PUBBLICO

L’OPINIONE DELLE LIBERTÀ

Venerdì 15 giugno 2001

Manca poco più di un mese al temutissimo G-8 di Genova. Si tratta di un tempo breve, ma sufficiente, a un governo efficiente e a un ministro che sta già fattivamente seguendo la questione, per non farsi cogliere impreparati. Quello che preoccupa sono i grandi numeri: decine di migliaia di dimostranti, forse un centinaio di migliaia, tra i quali un certo numero di violenti per vocazione e “professione”, per i quali il G-8 è una delle tante occasioni per l’esercizio della “devastazione globalizzata”. Non dobbiamo farci cogliere impreparati, con forze dell’ordine non adeguatamente equipaggiate ed addestrate a fronteggiare questa internazionale dei barbari che rischia di mettere a soqquadro Genova e dintorni. Bisogna dare loro mezzi e ordini adeguati.

Per quanto riguarda i mezzi bisogna pensare a strumenti fortemente dissuasivi, altamente efficaci, ma non letali, invalidanti solo per un tempo necessario e di ragionevole durata. Questi strumenti potrebbero essere aggressivi chimici (liquidi, gas o polveri), tali da potere venire irrorati in tempi rapidi e in grande quantità, qualora, come è prevedibile, divenga necessario fronteggiare masse notevoli di manifestanti aggressive e violente. Questo tipo di strumento invalidante è l’arma migliore per mettere in condizione di non nuocere gruppi numericamente consistenti propensi alla sommossa. Un contenuto numero di elicotteri di “pronto intervento irrorativo” potrebbe sedare senza gravi conseguenze sul nascere disordini dagli esiti imprevedibili.

Per quanto riguarda le forze dell’ordine schierate a tutela di aree o di edifici, le quali potrebbero trovarsi esposte ad aggressione ravvicinata e improvvisa di gruppi di facinorosi, appare opportuno dotarle di mezzi di difesa individuale o di reparto, che garantiscano loro di respingere in maniera adeguata, ma non letale, i potenziali esagitati tra i quali potrebbero trovarsi anche esaltati sotto gli effetti di psicofarmaci o altro. Il munizionamento con proiettili di gomma appare adeguato a questa particolare esigenza. Si tratterà ovviamente di introdurlo, magari con apposita norma di legge, e di approvvigionarlo in tempi brevissimi.

Per le distanze ancora più ravvicinate bisogna pensare a mezzi di ordinanza idonei a inattivare gli artifizi protettivi dei facinorosi con premeditazione, che si corazzano con camere d’aria e si proteggono con caschi da gladiatori. Da un lato si devono dare in dotazione bastoni puntuti con aghi cavi in grado di sgonfiare queste semplici, ma efficienti corazzature, oppure dotati di corte lame affilatissime in grado di squarciarle senza procurare ferite agli aggressori o comunque, nel peggiore dei casi, provocando loro piccole lacerazioni superficiali e non pericolose. Altra arma da distanza ravvicinata potrebbero essere i manganelli elettronici, in grado di rilasciare scariche di piccola intensità, ma di voltaggio tale da dissuadere chiunque dal persistere nell’aggressione a corta distanza.

Si tratta di misure ragionevoli, che consentirebbero di limitare il personale impegnato sul campo, di esporlo il meno possibile tutelandone al massimo l’incolumità, di salvaguardare il patrimonio pubblico e privato di Genova e la già provata economia della città. Probabilmente nel fare ciò sussistono maggiori difficoltà, soprattutto per i tempi ristretti, per l’approvvigionamento dei materiali, che non per l’emanazione delle relative norme di legge da parte dei due rami del Parlamento.

Un’ultima accortezza dovrebbe essere quella di documentare in maniera inequivocabile ogni azione e ogni intervento. L’opinione pubblica non condivide le azioni devastatrici di facinorosi per cui ogni occasione, in particolare se formalmente nobile e strumentalizzabile per suoi presunti aspetti ideali, è buona per scatenare represse furie devastatrici. Se l’opposizione, soprattutto la più estrema, vorrà schierarsi a difesa dei facinorosi, non potremo a tal punto che ringraziarla per l’ulteriore sostegno che vorrà darci con il suo autolesionismo.

Giorgio Prinzi

giorgioprinzi@inwind.it

         

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LA DITTATURA DI TEPPAGLIA GLOBALE

L’OPINIONE DELLE LIBERTÀ

Martedì 19 giugno 2001

La richiesta di Fausto Bertinotti di annullare lo svolgimento del prossimo G-8 di Genova è sintomatico della difficoltà che hanno i sostenitori del cosiddetto “popolo di Seattle” a gestire politicamente la violenza devastatrice della “teppaglia globalizzata”, che dopo i fatti di Goeteborg  ha definitivamente perso ogni residuale credibilità di movimento portatore di qualche idea positiva e costruttiva.

I recenti gratuiti eccessi a cui “teppaglia globale” si è abbandonata a Goeteborg hanno fatto infatti nascere anche nei più tolleranti e comprensivi la convinzione che è giunto il momento di porre fine a queste intemperanze, che non sono giustificabili da nessuna razionale motivazione o convinzione. È un problema di ordine pubblico mondiale, a cui dare risposta configurando, se il caso, una nuova fattispecie di reato internazionale perseguibile da un apposito Tribunale che giudichi i “crimini di guerriglia”.

Questo non vuol dire che non si debba ricercare un estremo tentativo di dialogo, ma è bene non farsi illusioni perché “teppaglia globale” ha dimostrato di capire esclusivamente la logica della violenza contro la violenza ed è rientrata nei ranghi della lecita – e universalmente garantita, nei Paesi democratici – manifestazione del dissenso, solo dopo gravi incidenti, ai quali ha fatto seguito la minaccia delle Autorità svedesi di sedare ulteriori disordini aprendo il fuoco sui dimostranti. Probabilmente la proposta di Bertinotti nasce anche dalla convinzione che eventuali drastiche ed efficaci misure per evitare che Genova e dintorni vengano devastati da “teppaglia globale” in occasione del prossimo G-8 troverebbero ampio consenso nell’opinione pubblica italiana, rafforzando il Governo Berlusconi invece di indebolirlo, come qualcuno potrebbe avere pensato lasciandogli in gestione una situazione esplosiva in un contesto tutt’altro che favorevole.

Il nostro non è un appello alla linea dura, ma solo alla fermezza, che è perfettamente conciliabile con la ricerca del dialogo. Infatti, le esplicite aperture del Ministro Ruggiero e quelle più blande del Presidente Berlusconi non sono affatto un segno di debolezza e non sono apparse neppure tali a un dichiarato sostenitore del cosiddetto “popolo di Seattle” (sarebbe però ora di finirla di chiamarlo con questo termine nobilitante), qual è Bertinotti, altrimenti avrebbe strumentalmente colto al volo l’occasione di dialogo, invece di chiedere l’annullamento di una manifestazione che potrebbero segnare l’inizio del rapido declino di un movimento “rivoluzionario” tanto caro a chi, come lui, considera un male da estirpare le società liberali in politica e in economia. Come ha ricordato il Presidente Berlusconi, le richieste che “teppaglia globale” potrebbe avanzare in un civile e democratico confronto non sarebbero dissimili da quelle che i partecipanti al G-8 si sforzano di attuare in maniera fattuale e concreta. Rendere esplicito questo, accettando un confronto su proposte concrete, sarebbe devastante per il movimento, che verrebbe privato di ogni parvenza di giustificazione propagandistica conclamata al fine di abbandonarsi alla sua ricorrente devastante gratuita violenza. Ancora peggio sarebbe non rispondere alle profferte di dialogo e scatenare la guerriglia urbana globale, come se niente fosse stato. In questo caso il Governo Berlusconi ne potrebbe uscire indebolito solo non dimostrandosi sufficientemente determinato a reprimere quegli ormai universalmente condannati atti di teppismo, tanto stupidi e irrazionali da lasciare pensare anche a un diffuso ricorso a psicofarmaci, tanto così per andare un po di sballo.

È per questo che mentre plaudiamo a un esecutivo che dimostra di avere i nervi saldissimi, che si dimostra aperto al dialogo e al confronto quando pure la diretta esperienza negativa da poco vissuta avrebbe potuto portare a reazioni emotive, esortiamo altresì a non abbassare la guardia e a prendere le possibili misure atte ad evitare che Genova riviva le giornate di Goeteborg. Sul tema specifico delle misure concrete torneremo nei prossimi giorni. Come dire: se vuoi un G-8 pacifico, prepara una efficace controguerriglia.

Giorgio Prinzi

giorgioprinzi@inwind.it

         

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TEPPAGLIE DI TUTTO IL MONDO UNITEVI

L’OPINIONE DELLE LIBERTÀ

Venerdì 22 giugno 2001

Il clamore intorno le preoccupazioni per quanto potrebbe avvenire in occasione del prossimo G-8 di Genova sta mettendo in evidenza degli aspetti interessanti, peraltro altrimenti difficili da immaginare. Paladini e difensori più infervorati di coloro che stanno organizzandosi per contestare l’assise internazionale sono, almeno in Italia, il Partito della Rifondazione Comunista (Prc) e varie formazioni estremiste di sinistra, quali i Verdi e i cosiddetti “centri sociali”. Sconcertanti le dichiarazioni di Gigi Malabarba, Capogruppo dei senatori di Prc, secondo cui il G-8 è privo di legittimità perché non votato da nessuno. Verrebbe quasi da chiedergli, ma la teppaglia mondiale e globale che si raduna violenta e devastatrice da quale mandato elettorale trae legittimità, per pretendere di imporre la propria visione, sempre ammesso che ne abbia una oltre quella della violenza fine a se stessa? Le Conferenze internazionali, più in generale quelle regionali a numerose delle quali l’Italia ha aderito ed aderisce, traggono legittimità da quella dei Rappresentanti dei singoli Stati partecipanti, nel caso del G-8 tutti, Russia compresa, democraticamente eletti secondo le regole costituzionali dei singoli Paesi. Quale legittimità ha la “teppaglia globale” di Göteborg se non quella dell’autoreferente violenza in qualche caso persino criminale?

Eventuali decisioni o trattati internazionalmente sottoscritti da Conferenze internazionali, quali il G-8, avrebbero valore solo dopo la ratifica dei rispettivi parlamenti. Quale organo giurisdizionale democratico ha mai approvato la furia devastatrice di teppaglia globale? Forse è un aspetto marginale di fronte a una eventuale investitura di Osama bin Ladin o della nuova internazionale (comunismo globale) marxisto-ecologista? O forse ancora è Greenpeace l’autorità fondante della politica mondiale?

L’unica cosa di globale e di imposto con la violenza devastatrice è, al contrario, la lotta alle società liberali per continuare ancora a sognare il mito comunista che, laddove ancora al potere come nella Cina continentale, è negatore persino dei più elementari diritti umani, non solo dei principi della democrazia, per non parlare poi di quelli liberali in politica e in economia. È questa nostra società, a cui dopo il crollo di quella che fu l’Unione Sovietica, tende nuovamente la stessa Russia, che dobbiamo difendere come quanto di più caro e di pragmaticamente migliore che le società umane abbiano saputo produrre. Se la democrazia e le libertà si perdono, occorreranno decenni per solo tornare a pensare e riformularle e riedificarle. La storia, anche la nostra italiana più recente, ce lo insegna.

Sono perfettamente d’accordo e plaudo ai tentativi che sta facendo l’attuale Governo, che peraltro ha ereditato da L’Ulivo la gestione contingente, di ricercare un colloquio con l’eventuale parte non violenta del cosiddetto movimento antiglobalizzazione, nel quale peraltro potrei sotto molti aspetti riconoscermi se fosse effettivamente un movimento propositivo e di idee democratiche ancor prima che liberali; mi oppongo invece con tutte le mie forze a una schizofrenica politica, come richiesto da vari esponenti ecologisto-comunisti, per cui lo Stato, che si sta preparando a fronteggiare una emergenza potenzialmente esplosiva e catastrofica, dovrebbe al tempo stesso finanziarla e favorirla con cospicui finanziamenti e aiuti organizzativi. Al contrario è necessario impedire ogni supporto logistico in città, nei dintorni, negli afflussi. Che idea balzana è mai quella di proporre un dibattito sul simultaneo disarmo di dimostranti e polizia. I dimostranti armati sono criminali da perseguire, non soggetti per un confronto paritetico. La rivoluzione comunista che in centinaia di migliaia al mondo (e per il G-8 a Genova) continuano a sognare è, per la stragrande maggioranza dell’umanità, una aggressione ai più elementari Diritti e alla Persona.  È questo che dobbiamo difendere, con convinzione e con fermezza, ma anche con l’auspicio di non doverlo mai fare con le armi, soprattutto con armi letali. Per evitare questi rischi conta più la fermezza nella prevenzione che la durezza nella repressione. Teniamo teppaglia globale il più possibile lontano da Genova, in quei giorni.

Giorgio Prinzi

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NUOVE TECNICHE ANTISOMMOSSA

L’OPINIONE DELLE LIBERTÀ

Martedì 24 luglio 2001

La devastazione di Genova ad opera di “idealisti” pacifici e democratici lascia insoluto il problema dell’ordine pubblico di fronte a un fenomeno per contrastare il quale devono venire elaborati nuovi schemi operativi e di impiego delle Forze dell’Ordine.

In realtà le tecniche di guerriglia urbana messe in atto a Genova da questi santi martiri del “pio ordine dei devastatori” non sono ne nuove ne originali. Le incursioni a colpi di molotov degli autonomi  che si staccavano dal corteo principale per poi tornare a trovare in esso rifugio e protezione sono la costante della cronaca di quelli che si avviavano a diventare gli “anni di piombo”. Nel caso contingente, auspichiamo che le indagini chiariscano in maniera inequivocabile se vi siano stati, o meno, complicità e reciproco funzionale “gioco delle parti” tra le diverse componenti; in ogni caso non si può negare una pesante responsabilità morale di chi, solo anche per semplice ingenuità, ha finito con il fornire asilo e protezione agli incursori violenti in ritirata o in fuga davanti alle Forze dell’Ordine.

Ed è proprio quello delle tradizionali “cariche di polizia” che mi sembra il primo schema operativo da dovere riconsiderare. La dissuasione non dovrà più avvenire per contatto diretto, ma a distanza, sia pure con mezzi invalidanti, ma non letali. A mio avviso, piccoli presidi di tiratori opportunamente appostati con armamento atto a sparare proiettili di gomma o plastica sarebbero stati più efficaci – forse avrebbero anche richiesto il dispiegamento di un minore numero di uomini - degli affardellati reparti all’inseguimento di teppisti ormai liberi di correre perché alleggeriti del loro devastante armamentario. Nei casi più gravi, come il lancio di molotov, dovrebbe essere previsto l’uso anche di armi letali.

Sarebbe a mio avviso opportuno l’impiego degli elicotteri con finalità operative diverse da quelle della semplice osservazione, ad esempio per tempestivamente effettuare lanci di granate lacrimogene o di altri più confacenti aggressivi che la chimica offre. Nel caso dell’impiego contro le teppaglie più violente si potrebbe pensare ad alcuni “blandi” aggressivi in uso nelle esercitazioni militari, che comunque sono in grado di creare fastidiosi effetti in special modo se in presenza di sudorazione.

Bisogna poi responsabilizzare gli organizzatori di quelle manifestazioni che finiscono col fornire copertura ai violenti in fuga o in ritirata. L’autorizzazione a manifestare dovrebbe essere condizionata alla adozione di opportune misure di servizio d’ordine in grado di evitare che i “pacifici” facciano da copertura alla teppaglia, la quale dovrebbe venire, sotto la loro diretta responsabilità respinta, o catturata e consegnata alle Forze dell’Ordine. Una cauzione graduata al potenziale pericolo di degenerazione delle “pacifiche” manifestazioni dovrebbe contribuire a responsabilizzare in solido gli organizzatori.

In un più ampio contesto della peraltro sperimentata privatizzazione dei servizi di polizia si potrebbe pensare, nei casi più onerosi per impiego di uomini e a maggior rischio per la vastità dell’area e degli obiettivi da salvaguardare, di ampliare il numero dei presidi finalizzati a difesa di punti sensibili, quali distributori di benzina o esercizi commerciali simbolo, con poliziotti volontari, ad esempio tratti dalle Associazioni d’Arma e di Riservisti, inquadrati da personale istituzionale, che ne avrebbe il comando e la responsabilità. D’altronde è una richiesta manifestatasi in maniera spontanea e estemporanea tra gli stessi cittadini di Genova che un bel momento hanno cominciato ad esternare i loro sentimenti nei confronti di quei “paladini dell’umanità” che, per salvare il mondo, stavano devastando la città, lanciando loro dei fiori; … e lo facevano con tanto emotivo trasporto da dimenticarsi di staccarli dai vasi.

Una piccola digressione vogliamo farla nei confronti di Enrico Mentana per chiedergli se non si sente in qualche modo responsabile per avere esacerbato gli animi con l’eccessiva focalizzazione della cronaca giornalistica su un episodio, che una più esauriente documentazione porta ora a vedere in altra e diversa luce. Anche per questo vedremmo ora con piacere che a quel povero ragazzo ventenne che, in pericolo di venire barbaramente linciato insieme ai suoi  commilitoni da novelli “san Francesco” si è disperatamente attaccato alla vita sparando, venisse ora in qualche modo risarcito, magari con una qualche forma di riconoscimento che lo ripaghi del trauma per il tragico episodio da lui vissuto e per la successiva criminalizzazione subita, anche a causa della enfatizzazione giornalistica, forse eccessiva, data al tragico episodio. L’occasione per lui e per i suoi commilitoni in senso lato, potrebbero essere le prossime Feste di Arma o di Corpo dove già tradizionalmente tali riconoscimenti vengono solennemente conferiti per episodi avvenuti nel corso dell’anno.

Giorgio Prinzi

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DAL TEPPISMO ALL'INSURREZIONE

L’OPINIONE DELLE LIBERTÀ

Martedì 31 luglio 2001

Questa è guerra civile, naturalmente in quella fumosa e sfumata fase che gli esperti indicano con la dizione di “insorgenza”, ma tale da trasformarsi in insurrezione o insurrezione armata se non si corre presto ai ripari. È un allarme che in primo luogo lancio all’opposizione, almeno alla sua parte più responsabile.

Il tanto parlare di Ocalan, del subcomandante Marcos, di “intifada” e altro ha creato una subcultura rivoluzionaria ancora più pericolosa di quella marxista perché come i famigerati virus informatici si camuffa e si nasconde dietro gli “I love you” di conclamate idealità condivise, che ne costituiscono un pericoloso “cavallo di Troia”. La situazione è resa più critica dal diffuso elevato livello di violenza collettiva, in particolare tra i giovani, forse anche a causa del diffuso consumo di psicofarmaci e droghe, di cui la ricerca dello “sballo” potrebbe essere uno dei tanti sintomi.

Questa violenza diffusa, questo desiderio di distruzione e di autodistruzione trova i suoi momenti nobilitanti nella violenza di massa con motivazioni politiche, nel caso specifico del recente G-8 di Genova del tutto prive di fondamento dal momento che il “Grande Comunicatore” Silvio Berlusconi, coadiuvato dai ministri del suo Governo, si era sapientemente appropriato dei migliori contenuti ideologici della protesta, imprimendo all’assise una svolta che già oggi appare storica.

I suoi avversari non hanno saputo purtroppo prendere sportivamente atto dell’abile mossa del Governo e hanno ritenuto di potere cavalcare la tigre di una grande manifestazione di massa nel corso della quale, come la “Lola” di un noto latte, teppaglia globale ha dato il meglio di se. I risultati sono stati disastrosi sotto i punti di vista, compreso quello del ritorno politico per i temerari “pacifici guerrafondai” che volevano cancellare i G-8, anche a costo di mettere Genova in stato di guerra. Ma ancora più disastrosi sono stati sotto il profilo politico generale per una sorta di spiralizzazione della violenza, che ha creato le condizioni tipiche da fase di insorgenza insurrezionale. Da un lato vi è un gruppo minoritario, ma compatto, che pur con le ossa rotte - e non solo in senso metaforico – ne esce ringalluzzito a causa delle polemiche su alcuni episodi su cui sta indagando la Magistratura. La radicalizzazione delle posizioni antagoniste che ne è scaturita e la conseguente tentazione di un atteggiamento generalizzato a vittime e “angioletti” ha portato anche le frange più responsabili dell’opposizione ad appiattirsi su battaglieri proclami di iniziative piazzaiuole.

Tutto questo rende la situazione estremamente grave. Di fronte a questo “rullare di tamburi di guerra” il Governo e l’ampia maggioranza di centrodestra che lo sostiene devono dimostrare fermezza e di determinazione, evitando di dare segnali che potrebbero venire, in particolare da teppaglia globale, interpretati come un successo, sia pure pagato a caro prezzo. Bisognerà dialogare con l’opposizione, almeno con quella più responsabile che non ricerca l’apoteosi insurrezionale a tutti i costi, e tenere sotto ricatto quella apparentemente irriducibile, in realtà almeno altrettanto “piagnucolona” quanto violenta.

Propongo di voltare pagina e di farlo con un colpo di spugna in due tempi. Probabilmente si arriverà all’incriminazione di alcuni esponenti delle Forze dell’Ordine con una strascico infinito di polemiche anche strumentali. Il Governo deve allora mostrare un coraggio che credo non gli manchi e prendere una decisa iniziativa politica veramente caratterizzante.  Senza mettere la pietra tombale su questioni che potrebbero portare alla riprogettazione totale di un’organizzazione plasmatasi in pieno regime consociativo postsessantottino e forgiatasi in un decennio pieno di governi di sinistra e postcomunisti, occorre dare un segnale inequivocabile. Tutti devono rispettare la legalità e i principi di democrazia liberale da cui per noi essa trae fondamento. Sono aspetti universali in merito ai quali si deve essere intransigenti nella maniera più assoluta. Ma come aspetto collaterale e inscindibile si presenta quello pratico della supremazia dell’autorità dello Stato e di chi ha democraticamente avuto il mandato per governarlo e che ha quindi anche il Dovere di adempiere a tale mandato senza farselo usurpare da una teppaglia violenta o da minacce insurrezionali o preinsurrezionali.

Visto che si tratta di “randellate” il principio del “chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto” appare in prima approssimazione come opportuno e confacente a chiudere e superare la vicenda. Solo che non si possono mettere sullo stesso piano coloro che hanno il compito di salvaguardare l’ordine e la sicurezza di tutti con quanti si dilettano a fare gli insorti rivoluzionari e pretendono di esercitare un potere di coercizione sugli altri, a cominciare da coloro che sono stati democraticamente eletti a governare gli otto Paesi con le economie più prospere e sviluppate. Se necessario si provveda in tempi rapidi a varare una amnistia che copra, nei modi da stabile, eventuali reati commessi da appartenenti alla Forze di Polizia nel corso del contrasto nei recenti disordini di Genova. Per non esacerbare gli animi, si dovrebbe pensare a un atto analogo nei confronti dei rivoltosi, come di norma avviene o dovrebbe avvenire a fine di una guerra civile, sia pure evitata e, nel caso specifico, si spera solo in fase di insorgenza. Quello che propongo è che ciò venga condizionato a un reale riscontro di pacificazione, nel senso che il provvedimento non sia contestuale a quello eventuale per le Forze di Polizia, ma venga solo annunziato e effettivamente varato dopo un ragionevole lasso di tempo, ad esempio a fine anno, dopo che in concomitanza di appuntamenti a rischio non si siano verificati episodi di violenza collettiva di piazza. La depenalizzazione degli atti di vandalismo, inoltre, dovrebbe venire applicata a chi si dichiara colpevole e versa un risarcimento pecuniario proporzionale alla gravità del fatto commesso. La pena non dovrebbe venire cancellata con effetto immediato, ma dovrebbe rimanere in sospeso per un determinato lasso di tempo, ad esempio cinque anni, e costituire precedente aggravante  da scontare insieme a quella successivamente inflitta per eventuali reati omologhi.

A me sembra una soluzione ragionevole, su cui maggioranza e opposizione, almeno quella più responsabile, potrebbero trovare un punto di accordo e di convergenza nell’interesse del Paese e della pacifica convivenza civile. Anche questo è un mondo migliore, quello che i cittadini elettori recepiscono come il loro diretto e più vicino mondo migliore.

Giorgio Prinzi

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IL PERICOLO DI RADICALIZZAZIONE

L’OPINIONE DELLE LIBERTÀ

Martedì 7 AGOSTO 2001

Se nel frangente contingente c’è un incarico spinoso e delicato, di quelli che neppure il più ambizioso e cinico riuscirebbe attualmente a desiderare e ad invidiare, questo è quello di ministro degli Interni. Senza dubbio in un Paese liberale qualsiavoglia forma di “intraprendenza” o di “esuberanza” delle Forze di Polizia sono intollerabili. Di contro, gli agenti di Polizia sono degli uomini, con i loro sentimenti, con le loro emozioni, con le loro paure e con le loro esasperazioni, che non possono venire ignorate soprattutto se in relazione a fatti contingenti, violenti e drammatici. Dentro le uniformi vi sono Individui che, se toccati nell’intimo di sentimenti forti di solidarietà e di amicizia rafforzati da quello che si chiama “spirito di corpo”, possono reagire da Persone, non da “macchine” razionalmente giuridiche. È stato il senso del mio appello all’opposizione (martedì 31 luglio) a non spingersi oltre nella radicalizzazione di un clima in cui si prefigurano molti degli “indicatori” della cosiddetta “fase insorgenza”, da cui potrebbe scaturire una qualche forma insurrezionale o di guerra civile.

L’opposizione forse si illude di poter correre l’avventura di uno scenario di tensioni che prefigurino una contrapposizione violenta, senza tuttavia spingersi sino alla contrapposizione armata tra parti in lotta nell’ambito di un medesimo territorio su cui entrambi stanziano in pienezza di diritto. In parole brutali, spazzare via il Governo Berlusconi con un crescendo di disordini e violenze politiche, con il non dichiarato, ma presumibile, disegno di mettere in crisi l’attuale maggioranza ponendola di fronte al dilemma se imporre con la forza il rispetto dell’ordine pubblico – azione già etichettata di destra, e possibile solo con una maggioranza quale l’attuale – o subire la violenza politica delle frange delle sinistre ecomarxiste estreme sino a sgretolarsi sotto i colpi di maglio di “una, dieci, cento … Genova”.

 La realtà del Paese, dalla quale tanti nostalgici e rifondatori sono lontani anni luce, è diversa e “trasversale”. Sono proprio i più diseredati a non comprendere le tematiche dei cosiddetti antiglobalizzatori. Chi deve fare i conti con le proprie ristrettezze è poco disponibile a ulteriori sacrifici, sia pure richiesti in nome di una globale solidarietà. Dove vive certa Alta dirigenza politica, che non riesce a cogliere gli umori della gente, magari ex simpatizzanti  o prossimi tali, solo perché non riempie le sezioni in mano a esagitati e magari gira anche alla larga dai cosiddetti centri sociali, spesso coacervi di diffusa indistinta antisociale asocialità? Pensano davvero che quegli agenti che, in spezzoni di immagini prive dell’antefatto, “ce davano giù de core” fossero tutti inquadrabili in una determinata area politica? Il distacco emotivo con cui il telespettatore, magari tra una bibita ed una effusione privata, segue la realtà più cruda e violenta può produrre dirompenti e imprevedibili effetti. Senza dubbio una minoranza si è lasciata emotivamente coinvolgere dal “cincischiare” di “Canale 5” su delle immagini, parziali, incomplete e prive del contesto generale da cui scaturivano, che suggerivano l’idea di freddi assassini che pure infierivano, arrecandovi vilipendio, su un manifestante … sì proprio quello! Si stava per prendere la decisione se, proprio per la gravità dei fatti avvenuti, le manifestazioni dell’indomani avrebbero dovuto venire confermate o sospese. I treni speciali annullati per mancanza di partecipanti venivano di colpo superati dalla crescente emotività, che ha pesantemente condizionato in quel frangente le decisioni degli organizzatori e lo svolgimento della giornata successiva.

Si chiedano i più esagitati, se quanto per il concatenarsi di cause e di concause è avvenuto, sia stato effettivamente pagante per loro o, se per caso, non abbiano conseguito l’indesiderato risultato di perdere consenso, almeno tra i più moderati e non organici, e spingere la Forze di Polizia a chiudersi a riccio e fare quadrato, anche con azioni  “esuberanti e intraprendenti”. Fermiamoci tutti un attimo a pensare. La via intrapresa è pericolosa e piena di incognite.

La maggioranza, e in particolare il ministro degli Interni, hanno il difficile compito di lenire le profonde ferite inferte all’organizzazione e al morale degli uomini al servizio del bene comune e, soprattutto, mettersi a tavolino a studiare misure di prevenzione e, se necessario, di repressione, che scongiurino il ripetersi alle prossime scadenze di scenari simili a quelli visti a Genova, se non addirittura peggiori. Immaginate cosa sarebbe successo se i fiori (non recisi dal vaso) avessero fracassato il cranio di qualche manifestante. E non è detto, poi, che la prossima volta siano solo fiori. Qualcuno potrebbe sentirsi indifeso e, di conseguenza, adeguatamente approntarsi in privato, sia singolarmente che in gruppo. Sarebbe la catastrofe che il trito ritornello che si tratterebbe di persone politicamente d’area servirebbe solo ad esasperare ulteriormente.

Giorgio Prinzi

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