Emiliano Bevilacqua - Anno II, Numero 1, 2001

Home | La rivista | Ricerca | Autori | Approfondimenti | I nostri link | Iniziative | Forum | Servizi | Chi siamo


Saggi

Il contesto italiano e le classi sociali

di Emiliano Bevilacqua

1. Il discorso sulle classi sociali

    È possibile affermare che in nessun paese dell'occidente il tema delle classi sociali sia stato investito di così grande valenza ideologico-politica ed emotiva come in Italia. Alcune delle ragioni sono rintracciabili nella peculiare storia italiana degli ultimi 50 anni. Dal secondo dopoguerra in poi, assistiamo alla ripresa di un processo di industrializzazione tumultuoso e contraddittorio (accompagnato da ondate migratorie prevalentemente interne), alla formazione di stabili ed estesi nuclei di classe operaia industriale, alla crescita sindacale e all'affermazione di una forte egemonia politica e sociale del Partito Comunista sulle classi lavoratrici e su parte dei ceti medi (in particolare nelle zone centrali del paese): il conflitto tra capitale e lavoro, rimosso dalla coscienza collettiva a seguito dello sforzo di ricostruzione post-bellica e alla stabilizzazione centrista seguita alla vittoria elettorale democristiana del 1948, torna progressivamente alla luce, cresce sempre più nel corso degli anni Sessanta fino a celebrare la sua apoteosi nel corso della stagione contrattuale del biennio 1969-1970 e per tutta la prima metà del decennio successivo; l'importanza di questo conflitto è accresciuta dalle marcate istanze modernizzatrici espresse dalla società civile italiana fin dalla fine degli anni Cinquanta e dalle conseguenti mobilitazioni studentesche del biennio '68-'69.

    Qualsiasi periodo storico esprime degli attori collettivi, alcuni dei quali destinati a svolgere un ruolo rilevante in presenza di particolari condizioni socio-economiche. Nella vicenda italiana del secondo dopoguerra, come nella storia immediatamente precedente, il ruolo della classe operaia industriale e urbana è stato senza dubbio importante. Convergono in questa valutazione culture politiche e tradizioni differenti, da quella liberalsocialista1 a quella comunista fino a parte del cattolicesimo politico. Di fronte ad una borghesia, o ad una classe dirigente espressione anche di interessi feudali e redditieri, incapace di guidare un processo di modernizzazione e di trasformazione liberale e democratica delle istituzioni, la classe operaia rappresentava l'unico attore collettivo capace di sostenere questo progetto, di farsi "classe generale" e di perseguire gli interessi di tutta la società italiana, secondo una visione che, nella sua interpretazione prevalente, va da A. Gramsci a P. Togliatti. La natura stessa della Democrazia Cristiana, contraddittorio punto di riferimento politico per le classi dirigenti e i ceti medi (e così fortemente segnata dalla cultura di un cattolicesimo politico in parte estraneo allo Stato liberale), e la mancanza di un partito liberale di massa contribuivano a rendere ancor più credibile questa visione.

    Il centro dello schieramento politico appariva incline alla stabilizzazione e non all'innovazione, arretrato in tema di diritti civili, propenso al clientelismo e allo sviluppo assistito piuttosto che al riformismo e alla crescita civile. Si vuole qui sostenere che, una volta prevalsa questa interpretazione della situazione nazionale, essa si è via via cristallizzata e semplicisticamente volgarizzata dando vita ad una visione della struttura sociale italiana schematicamente bipolare e, a mio avviso, eccessivamente dogmatica: da un lato, una borghesia arretrata ed incapace di innovazione, costantemente preda di tentazioni autoritarie, che costruisce un rapporto politico con i ceti medi sulla base di legami clientelari; dall'altro, una classe operaia alleata con i settori più dinamici e moderni delle classi dirigenti, protesa verso uno sforzo di innovazione sociale benefico per tutto il paese. Indipendentemente dal giudizio di merito che si può esprimere su questa lettura, sia il dibattito pubblico sulle classi sia i tentativi di analisi della struttura sociale hanno risentito di tale impostazione. Questo ha comportato, a livello politico e di "immaginario collettivo":

    Queste osservazioni, dato il loro carattere sintetico, enucleano esclusivamente una linea di tendenza e non rendono giustizia alle numerose eccezioni che, in vari ambiti della cultura italiana, si sono sottratte allo scenario qui delineato. Del resto, è mia intenzione rimarcare solo dei tratti generali riguardanti il tema delle classi sociali, sia da un punto di vista politico-emotivo sia da un punto di vista più "scientifico", per poi constatare come il manifestarsi delle trasformazioni sociali legate alla nuova fase dello sviluppo capitalistico avviatasi a metà degli anni Settanta abbiano trovato il contesto italiano tendenzialmente inadatto a comprenderle. È ancora da sottolineare come gran parte degli studi si sia concentrata sulla classe operaia e, in parte, sui ceti medi e la piccola impresa, poiché un discorso pubblico sugli interessi della borghesia come classe non si è mai chiaramente manifestato, se non in termini negativi, di condanna: le ragioni di questo fenomeno, la cui manifestazione più evidente in sede politica è la già ricordata assenza di un forte Partito Liberale o Conservatore, sono diverse ed è impossibile affrontarle in questa sede.

2. Dimensione politico-emotiva della classe

    "Uno spettro s'aggira per l'Europa - lo spettro del comunismo", l'efficacia dell'incipit iniziale del Manifesto di K. Marx e F. Engels, oltre a ricordarci che l'opuscolo marxista è stato ultimamente rivalutato anche da un punto di vista "letterario", dovrebbe essere utile, da un punto di vista sostantivo, per contestualizzare la drammaticità della discussione pubblica sulle classi; in tutta l'Europa del XIX e del XX secolo, dal punto di vista della memoria collettiva e individuale di milioni di persone, la questione delle classi sociali è stata questione di lotte di classe: dal consolidamento politico della borghesia e degli Stati liberali contro i tentativi ciclicamente risorgenti di restaurazione feudale alla richiesta di diritti politici ed economici da parte degli operai e dei contadini, questi grandi processi storici non hanno seguito l'andamento di un'astratta modellistica sociale ma hanno sconvolto la vita delle persone, l'hanno trasformata positivamente e, al tempo stesso, hanno causato lutti e sofferenze. Ovviamente, di questa storia ricordiamo intensamente e con maggiore partecipazione emotiva la parte a noi più vicina, e cioè il conflitto tra capitale e lavoro salariato, che, dalla Comune di Parigi alla rivoluzione russa dell'ottobre 1917 all'"autunno caldo" del '69, ha segnato la storia dell'Europa.

    La rilevanza politico-emotiva di questi avvenimenti, tutti inesorabilmente intrecciati con l'agire delle classi sociali in quanto soggetti collettivi3, è tale da renderne impossibile una scarsa percezione nel contesto italiano; al contrario, la presenza del più forte ed organizzato Partito Comunista del mondo occidentale ("il Partito della classe operaia"), ha contribuito a consolidare l'idea di una automatica trasposizione nella sfera del politico di ciò che accadeva nella società: la politica altro non era, con un'interpretazione particolarmente deterministica del nesso marxiano tra struttura e sovrastruttura, che la rappresentazione, ad un livello più "alto", dello scontro tra capitale e lavoro e la carica esistenziale, "di sistema" di questo scontro non faceva che spostarsi a questo livello. In tali condizioni, la dialettica elettorale nell'Italia del dopoguerra ha finito per trasformarsi in un conflitto di civiltà, alimentato da fattori specificamente italiani: la presenza di uno Stato della Chiesa caricaturalmente anticomunista fino al Concilio Vaticano II e l'egemonia a sinistra di una formazione legata da un rapporto di fedeltà con l'Unione Sovietica staliniana. "In Italia il semplicismo dicotomico viene rafforzato dalla distorta attenzione di cui è oggetto il fenomeno "fabbrica" o meglio "grande fabbrica". In nessuna ideologia socialista o rivoluzionaria, ad esempio, la centralità della fabbrica, sia come sede di costituzione del "movimento", che come cellula del futuro ordine sociale, è stata così insistente come nelle versioni italiane" (Pizzorno, 1978). Guardare con grande e spesso eccessiva attenzione alla fabbrica fordista significa enfatizzare l'importanza e il ruolo della classe operaia, anzi, di un particolare settore di essa, cioè quello industriale, urbano e situato nel nord-ovest del paese. Una fra le conseguenze, forse la più rilevante, di questa angolazione è l'assunzione di un'ottica schematicamente dicotomica, applicata alla struttura della società italiana in modo eccessivamente semplicistico. Del resto, la crescita quantitativa di una classe operaia inquadrata nei ranghi del Partito e inevitabilmente designata in un lontano futuro alla conquista del potere, a cui si contrappone un nucleo di borghesia industriale e finanziaria deterministicamente destinata alla sconfitta, è la lettura della storia implicita nel modo con cui si considera la situazione sociale del paese: tuttavia, bisogna ricordare che questa interpretazione, propria della Seconda Internazionale ma comunque omogenea alla tattica del Partito Nuovo di Togliatti, viene articolata in modo complesso e attento agli aspetti di arretratezza della società italiana.

    Gli scioperi clandestini degli operai torinesi della FIAT erano stati il segnale, nel Marzo del 1943, di una ripresa di consenso dell'antifascismo in Italia; il loro valore simbolico è elevato e, per di più, si può ricordare che alcuni fra gli organizzatori di quelle lotte erano militanti comunisti e, ancor più importante, molti lo divennero dopo la primavera del '43 e poi nel corso della lotta partigiana. Terminata la guerra, le necessità di ricostruzione di un paese distrutto e affamato si imposero come un dovere nazionale a cui la classe operaia e il Partito Comunista risposero prontamente: quest'impegno era lì a dimostrare la funzione nazionale dei lavoratori italiani, che vedevano riconosciuta, in un'ottica industrialista non ancora messa in discussione dalle crisi economiche degli anni Settanta, la loro centralità e la loro specificità di produttori. Stabilizzatasi la situazione politica, nel clima della guerra fredda, i primi anni Cinquanta vedono il PCI impegnato in una battaglia di resistenza la cui forza, oltre che sulle lotte dei braccianti meridionali, si basa sull'organizzazione di fabbrica. Ma, nel 1955, un altro episodio simbolico segna la storia d'Italia ed ha di nuovo come protagonisti gli operai, ancora alla FIAT: nelle elezioni interne per il rinnovo dei rappresentati sindacali, la FIOM-CGIL esce clamorosamente sconfitta, sanzionando così nella memoria collettiva l'esito moderato della vicenda politica degli anni Cinquanta. Tuttavia, passati pochi anni, le strade di Torino, nell'estate del 1962, vedono degli scontri assai pesanti tra operai e forze dell'ordine. Questi fatti, preceduti da due anni di ripresa della conflittualità sindacale, passeranno alla storia con il nome della piazza da cui erano iniziati i tafferugli, Piazza Statuto. Cosa era accaduto? Una fra le letture più interessanti identifica nel processo migratorio che aveva portato nelle fabbriche del nord masse cospicue di lavoratori meridionali (proletariato agricolo e sottoproletariato) la causa dei fatti di Piazza Statuto: una nuova generazione di operai, senza storia e senza cultura di fabbrica, sottoposta a ritmi di lavoro particolarmente pesanti e per nulla disposta ad accettare la logica di responsabilità nazionale propria del PCI, diventa protagonista di una stagione di lotte sociali la cui forza crescerà per tutti gli anni Sessanta fino a sfociare nell'"autunno caldo" del 1969. È questa la figura del così detto "operaio-massa", in un periodo in cui si celebra l'apoteosi dell'equazione lavoratori = classe operaia industriale, urbana e fortemente politicizzata.

    Gli anni Settanta sono la cronaca della sconfitta di queste lotte, fino ad un altro evento simbolico che va in scena di nuovo a Torino dove, in corso Traiano nel 1980, un corteo di 40.000 colletti bianchi mette fine ad uno sciopero dei lavoratori della FIAT che durava ormai da 35 giorni. "La fine di un'epoca" titola P. Ginsborg (1989) in un paragrafo dedicato a questo episodio, per indicare che quella che seguirà dopo sarà tutta un'altra storia per l'Italia: un periodo in cui la visibilità della classe e il suo stesso concetto scompariranno con una velocità proporzionale all'ampia diffusione che avevano avuto negli anni precedenti. E tuttavia, a dimostrazione che "la memoria è storia in atto", che "la storia ricordata è la logica che gli attori introducono nei loro sforzi e di cui si servono per conferire credibilità alle loro speranze" (Bauman, 1987), le vicende di un'Italia di più di vent'anni fa hanno continuato e continuano a svolgere un ruolo se è vero, ad esempio, che nel 1990 quando il Partito Comunista decise di trasformarsi e cambiare nome, gran parte delle posizioni che si espressero su quella scelta provarono a rivendicare per sé il valore della continuità con il passato e in particolare con le lotte della classe operaia: per adeguarsi ai tempi, concludeva Emilio Molinari, un simbolo del PCI di fine anni Ottanta, lavoratore milanese all'Alfa Lancia, è necessaria "una logica diversa da quella di anni fa quando la fabbrica era il centro di tutto e gli operai il simbolo della lotta di classe" (Valentini, 1990). Si può notare, di sfuggita, che la cultura politica prevalente, non certo l'unica ma la più rilevante nella fase seguente al biennio '68-'69, nelle organizzazioni studentesche e della "nuova sinistra" degli anni Settanta, non fu particolarmente diversa da quella espressa dal così criticato Partito Comunista; o meglio, mutava il progetto politico, rivoluzionario e non riformatore, ma non cambiavano affatto né un'interpretazione della struttura sociale italiana tutta sbilanciata a favore della classe operaia industriale, né, di conseguenza, il grado dell'investimento emotivo riversato su di essa4.

    Le storiche aree critiche alla sinistra del PCI, come ad esempio quella operaista, hanno risentito di questo clima5. Alcuni anni più tardi, al tramonto di quel decennio che aveva visto il primo affermarsi di una modalità differente di accumulazione capitalistica, poi chiamata genericamente "postfordista", i teorici dell'Autonomia Operaia hanno letto i processi di automazione e di riorganizzazione del lavoro come un'estensione dei ruoli operai a tutta la società; certo la centralità della fabbrica è meno marcata ma l'estensione del sistema di macchine dall'industria agli uffici e ai servizi, la "colonizzazione capitalistica" di ogni ambito di vita creano la figura dell'"l'operaio sociale". Ancora nel 1997, scriveva Toni Negri con riferimento al movimento dell'Autonomia Operaia: "L'operaio sociale, l'intellettualità di massa, gli operatori dei servizi e della riproduzione fanno un'elegante entrata in scena: e chi li leverà più di lì?" (Negri, 1997).

3. La ricerca sociale e il contesto italiano

    Scrive Antonio Schizzerotto a metà degli anni Ottanta: "Nel nostro paese non si è mai affermata una solida tradizione di studi teorici e di ricerche empiriche sul tema delle classi. Tuttavia, fino a una decina di anni or sono molti fenomeni sociali venivano interpretati facendo riferimento a questa nozione e, più esattamente, a una sua interpretazione di stampo marxistizzante ed economicistico. Credo che a questi due elementi vada fatta risalire la ragione per cui attualmente gran parte della sociologia italiana non parli quasi più di classi" (Schizzerotto, 1988). Quest'affermazione sull'evoluzione degli studi relativi alla struttura sociale italiana, pur nella sua sinteticità, ritrae con precisione l'orientamento delle riflessioni e delle ricerche sul tema. A questo proposito, mi sembra che siano tre gli aspetti più importanti su cui riflettere:

    È abbastanza facile stabilire un nesso tra il contesto socio-politico, per come delineato nel paragrafo precedente, e alcuni fra gli errori e le difficoltà in cui una gran parte delle scienze sociali italiane sono incorse. L'economicismo schematico e un'eccessiva attenzione per particolari categorie di lavoratori ben si inseriscono in un contesto propenso all'esaltazione di un modello dicotomico di struttura sociale, che vede una borghesia in decadenza pronta ad essere sostituita nella gestione del potere da un nucleo cosciente di classe operaia. Stupisce, inoltre, che questa generalizzazione possa affermarsi in Italia, di sicuro caratterizzata da una struttura sociale relativamente più complessa e frammentata rispetto a quella di altri paesi industriali più avanzati. I ruoli della piccola impresa periferica, delle classi medie e dello Stato risultano fortemente sottovalutati. Del resto, ove si pensi al fatto che la prima seria riflessione collettiva in ambito scientifico e accademico sulle classi medie avviene solamente a metà degli anni Settanta, sulla scorta della pubblicazione di un libro dell'economista Sylos Labini dal titolo Saggio sulle classi sociali, si può avere la piena percezione della natura delle argomentazioni precedentemente sviluppate. Quel contributo, tra l'altro, fu il primo organicamente fondato su un'analisi sistematica di fonti statistiche.

    A questo punto è forse necessaria una precisazione. Non si vuole sostenere che un'interpretazione della struttura sociale centrata sull'applicazione di un'analisi marxista delle classi, inevitabilmente legata al rapporto tra capitale e lavoro salariato, sia di per sé inefficace a dar conto della società italiana. È errato e assai riduttivo sostenere una tesi simile, se non altro per il motivo che "la produzione e la riproduzione di rapporti sociali di classe sono così solidamente legate ... alle mutazioni di ben note dicotomie come: lavoro produttivo - improduttivo, concreto - astratto, manuale - intellettuale ecc." (Barbano, 1976) da essere difficilmente separabili sia dallo studio delle concrete dinamiche delle società moderne, sia dagli strumenti analitici di cui le scienze sociali si sono dotate. Lo stesso concetto di classe, indipendentemente dalla costruzione teorica in cui è inserito, marxiana, weberiana o di altro genere, è costitutivamente legato all'analisi del lavoro e delle forme che quest'ultimo assume, poiché la pretesa di validità del concetto stesso si fonda sulla prevalente importanza nella determinazione delle posizioni sociali, e quindi delle diseguaglianze, riconosciuta alle variabili connesse alla collocazione dei singoli nel mercato e nell'organizzazione del lavoro. L'approccio marxiano, quindi, basato sulle diseguaglianze nei rapporti di proprietà, è importante per la comprensione della stratificazione sociale.

    Ciò su cui si esprime una valutazione negativa, come credo sia fin qui emerso, sono le distorsioni analitiche proprie del contesto italiano che, per le ragioni politiche, sociali e culturali sopra esposte, ha visto in un certo tipo di impostazione marxista uno dei suoi attori principali. Quali sono, dunque, senza alcuna pretesa di esaustività, i principali aspetti della struttura sociale italiana che sono stati trascurati e non compresi dalla ricerca? Anzitutto, si riscontra una scarsa attenzione alla presenza massiccia della piccola impresa. Si tratta di un fenomeno da sempre presente nella storia dell'industrializzazione italiana, radicato nella funzione svolta dall'industria tessile, da quella dell'abbigliamento e da quella meccanica "leggera" nello sviluppo, realizzatosi a cavallo tra Ottocento e Novecento, delle regioni settentrionali del paese: queste produzioni, ad alta intensità di lavoro e dipendenti dalla domanda esterna legata alle oscillazioni del consumo internazionale, vedono la piccola impresa come protagonista (Paci, 1992). La politica economica del regime fascista favorisce i ceti medi nazionali, stabilizzando un ampio settore terziario privato e commerciale e affiancandolo con un'espansione abnorme del settore statale. Questo sviluppo, comunque fondato su una realtà produttiva preesistente, non viene sostanzialmente modificato nel periodo dei governi centristi democristiani e risponde ad una serie di necessità, fra cui lo sbocco da dare alla sovrappopolazione agricola prevalentemente meridionale e non più disposta ad emigrare all'estero e la stabilizzazione politico-clientelare del paese: l'occupazione statale e quella nel commercio al minuto sono due fra i settori più coinvolti da quest'ultima dinamica. Il ruolo dello Stato e la sua funzione nella costruzione di un ampio ceto medio viene sottovalutato pur essendo, questo, un tema che è in relazione con ambiti problematici di grandissima importanza per la sociologia del dopo-guerra: lo sviluppo e la crisi del welfare state, la legittimazione dei sistemi politici, l'estendersi delle necessità della riproduzione sociale. Paradossalmente, è la ricerca sociale anglosassone e, in particolare, tedesca a porre in termini attuali il problema dello Stato piuttosto che quella italiana, nonostante i tangibili fenomeni nazionali di espansione, anche clientelare, di questa istituzione. Burocrazia statale, impiegati, insegnanti, quindi, ma non solo. La piccola impresa privata produce occupazione e, nella seconda metà del secolo, conferma il proprio ruolo: nell'agricoltura, con un processo lento ma costante, una parte dei coltivatori diretti assume veste imprenditoriale, nel nord del paese la piccola impresa conquista nuove posizioni sul mercato mondiale, con la fine degli anni Ottanta la crisi del welfare avvia lo sviluppo di forme di volontariato e poi di cooperazione sociale che modificano anch'esse la composizione sociale dell'Italia.

    Questa enorme complessità viene colta solo in parte dalla scienza sociale, con forti ritardi e quando gran parte dei fenomeni sono ormai avviati.7 È evidente che si tratta di una complessità difficile da indagare, che mantiene delle profonde radici nella struttura industriale classica, propria dei paesi capitalistici del periodo fordista. Ad esempio, si può sostenere che nell'immediato dopo-guerra "all'interno della sfera della produzione, la stratificazione sociale si articola attorno ad alcune grandi aree professionalmente omogenee, legate alla centralità che l'attività lavorativa e il rapporto con la produzione conservano (anche al livello di valori) in quegli anni" (Paci, 1982), ma è anche importante sapere che già allora erano presenti elementi non omogenei e indicatori di uno sviluppo nuovo e differente. Classici nuclei di industria pesante, sviluppatisi a cavallo tra Ottocento e Novecento a seguito di politiche protezioniste, hanno svolto un ruolo storico rilevante ma non unico e con essi la classe operaia lì occupata. Se è vero che la piccola e media impresa industriale e dei servizi, oggi al centro dell'attenzione pubblica, è spesso economicamente dipendente dalle ordinazioni delle grandi aziende multinazionali, costituendone, anzi, l'indotto naturale, è anche vero, tuttavia, che da ciò non deve derivarne una sua cancellazione dal profilo sociale dell'Italia. I soggetti sociali espressione dello sviluppo storico del paese e della sua "terziarizzazione precoce", i ceti medi oggi acriticamente esaltati nella loro funzione produttiva, non possono essere oscurati da un lettura schematicamente bipolare della struttura sociale.

4. Accumulazione flessibile e difficoltà di analisi

    Le difficoltà interpretative delle scienze sociali italiane hanno iniziato a manifestarsi, per poi rendersi evidenti, già alla fine degli anni Sessanta. La crisi economica che nel decennio successivo ha investito l'intero occidente industriale è stata, nella memoria collettiva, particolarmente brusca e inaspettata; le sue conseguenze avrebbero dovuto cancellare gli automatismi e i riflessi condizionati che avevano guidato la vita politica, sociale e culturale dell'Italia fino ad allora. In realtà, la cultura politica prevalente non ha preso atto dei cambiamenti intervenuti. Dagli anni Settanta in poi, le società capitalistico-industriali cercano di rispondere alla fine di una fase di lunga crescita economica e mutano la loro natura. La rigida organizzazione del lavoro fordista viene in parte sostituita da forme più agili e flessibili di produzione, i processi di modernizzazione tecnologica si diffondono, il mercato del lavoro e gli assetti contrattuali si riorganizzano. Queste trasformazioni, parallelamente alla revisione dello stato sociale e dei suoi meccanismi di spesa, consentono nuove modalità di accumulazione capitalistica, accentuano l'importanza del capitale finanziario e del credito, internazionalizzano vieppiù i meccanismi di scambio degli uomini e delle merci in un quadro di processi di concentrazione proprietaria particolarmente marcati. Le grandi aziende multinazionali accrescono la loro influenza sulla produzione ma, allo stesso tempo, poggiando su una differente organizzazione del lavoro e su nuove tecnologie informatiche, "delocalizzano" i luoghi della produzione e appaltano alcune fasi di essa a un insieme di piccole imprese autonome. Innovativi investimenti tecnologici permettono di valorizzare il lavoro intellettuale e la conoscenza, il settore dei servizi accresce il suo rilievo; il tutto in un contesto caratterizzato da una forte riconsiderazione globale delle categorie di spazio e tempo, in cui il transeunte e l'immateriale sembrano essere la cifra unificante del nuovo "villaggio globale" (De Nardis, 1998). Questi fenomeni, oggi comunemente intesi con il nome di "globalizzazione", hanno avuto delle conseguenze sulla struttura sociale e sulla sua percezione pubblica. Anzitutto, la sensazione di una minore importanza dei rapporti di proprietà o di fattori "strutturali", come le credenziali formative, nella determinazione della posizione sociale degli individui ha suscitato un certo disorientamento nella lettura collettiva della società. Ciò deriva dalla ridotta importanza quantitativa dei tradizionali insediamenti produttivi della classe operaia, confusa e dispersa dalla riorganizzazione del lavoro, ma anche da un profondo cambiamento dei ceti medi: essi sono trasformate dalla ristrutturazione del welfare state, dallo sviluppo dell'associazionismo cooperativo, dalla crescita di un lavoro almeno formalmente autonomo, identificato nel cosiddetto "popolo delle partite IVA". Ma la stessa borghesia vede ridefinirsi il proprio ruolo, con la modernizzazione degli ordini delle libere professioni, con la trasformazione degli assetti interni al grande capitale (si pensi, ad esempio, all'importanza assunta negli ultimi anni dalle imprese di telecomunicazione). Lo sviluppo degli investimenti alla Borsa di Milano, tendenzialmente legato alla riduzione dell'esposizione debitoria dello Stato, ha profondamente influenzato la composizione interna dei ceti medi e della borghesia. Si poteva supporre che la modalità prevalente di approccio "italiano" al tema delle classi fosse tra le meno adatte ad affrontare le recenti trasformazioni delle società occidentali e le loro conseguenze sulla struttura sociale. È infatti possibile sostenere che la complessità dello scenario degli ultimi tre decenni non è stata valutata con una capacità analitica provveduta e all'altezza del compito. Ciò è vero in linea di massima, esistendo naturalmente diverse eccezioni. Di più, mi sembra che l'approccio schematicamente dualistico che aveva caratterizzato le ricerche sulla stratificazione è risultato fortemente inadatto alla previsione prima, e all'interpretazione poi, della società "postofordista". Questa crisi si è manifestata nella sostanziale difficoltà delle scienze sociali italiane ad interagire in modo originale con nuovi ambiti problematici che emergevano nella letteratura internazionale e che mettevano in crisi il concetto tradizionale di classe. Fra di essi ricordiamo:

    Alcuni autori individuano nella fine della crescita economica del dopo-guerra la causa di queste trasformazioni (Offe, 1977; Habermas, 1973). Per essi, lo Stato interviene direttamente nella sfera economica al fine di garantire i processi di accumulazione capitalistica e per prevenire le tensioni sociali: di conseguenza, l'azione del welfare state e le garanzie contrattuali dei lavoratori impiegati nei settori monopolistici dell'impresa privata fanno sì che non sia più la contraddizione capitale-lavoro a essere la fonte prima del conflitto e della stratificazione sociale ma che essa vada ricercata al di fuori di questi settori "garantiti". Più che dal vecchio conflitto di classe, la spinta a superare l'attuale sistema sociale può giungere dalla società civile e dalla sua crescente esigenza di partecipazione democratica e di libero confronto di idee (Habermas, 1981).

    Il fenomeno della pluralizzazione delle identità in seguito ad una differenziazione degli ambiti di vita, il ruolo del sapere come risorsa di potere, l'attenta valutazione della funzione dello Stato nella costruzione politica di meccanismi stratificanti, la rilevanza della razionalizzazione tecnologica sono tutti spunti che convergono verso un ridimensionamento dell'importanza del lavoro manuale a scapito del lavoro intellettuale volto alla produzione di beni immateriali nel settore dei servizi. L'elemento unificante di queste interpretazioni risiede nella tesi per cui le differenze economico-sociali dovute alla collocazione individuale nell'organizzazione del lavoro e della produzione non sarebbero più determinanti per l'attribuzione di gran parte delle risorse economiche o di potere e, quindi, per l'identificazione delle classi; queste ultime sarebbero destinate a sparire o comunque a non svolgere alcun ruolo significativo come attori collettivi. Constatata la (presunta) scomparsa del lavoro manuale, le scienze sociali non trovano più neanche le classi sociali.

5. Un invito alla ricerca

    La reazione della sociologia italiana a queste novità è stata quella a cui si accennava nel secondo capitolo. Le nostre scienze sociali, scosse nelle antiche certezze, hanno reagito, nella loro maggioranza, in due modi differenti ma complementari: da un lato, hanno smesso di occuparsi di classi sociali, giudicandolo un argomento desueto e poco alla moda, dall'altro hanno assunto acriticamente, e senza un'adeguata analisi del contesto nazionale, i suggerimenti dei sociologi precedentemente citati. Del resto, questa tendenza trova radici robuste nell'evoluzione del contesto politico-sociale.

    Con l'affievolirsi della guerra fredda e della conflittualità sociale i partiti della sinistra, in particolare il PCI, hanno progressivamente abbandonato il loro armamentario ideologico, per farvi ritualmente ricorso in poche e particolarissime occasioni (ad esempio nel corso della raccolta di firme sul tema della "scala mobile" dei salari nel 1984), fino ad abbandonarlo del tutto negli anni Novanta senza, tuttavia, essere in grado di sostituirlo con una cultura politica nuova, teoricamente fondata e riconosciuta dai propri elettori. La fine dei regimi dell'Unione Sovietica e dei paesi dell'Europa centro-orientale, la riorganizzazione del capitalismo su scala globale, il rinnovato contesto internazionale hanno colto l'Italia di sorpresa, facendo perdere al paese una capacità di analisi che sarebbe stata utilissima nella fase di transizione degli anni Novanta. La mancanza di un robusto nucleo di ricerche sulla stratificazione e la mobilità sociale degli ultimi vent'anni ha contribuito a una più generale incomprensione della nostra società e del suo futuro e ha fatto perdere alla scienza sociale un'occasione di elaborazione teorica ed empirica funzionale al governo delle politiche sociali. Non è questa la sede per proporre delle possibili vie d'uscita. Vorrei, tuttavia, offrire un brevissimo suggerimento. Mi pare preliminare alla ripresa di un serio lavoro di indagine sulle classi in Italia, ove se ne ravvisi il bisogno, la necessità di una diffusione e di una riflessione criticamente attiva su una parte, a mio avviso la migliore, della letteratura sull'argomento. Questo tema è tra i più trattati nelle scienze sociali anglosassoni ed è stato sviluppato in modo rigoroso e non ideologico, con buoni risultati empirici che dimostrano la persistenza e la funzione delle classi nelle società contemporanee (De Nardis, Bevilacqua, 2001; Goldthorpe et al., 1980; Wright, 1985). Una parte minoritaria degli studiosi italiani ha ripreso questa tradizione, l'ha sviluppata autonomamente e ha costruito un patrimonio di elaborazioni teoriche e informazioni empiriche di grande importanza (De Lillo, Schizzerotto, 1985; Paci, 1993; Cobalti, Schizzerotto, 1994). Porre al centro del dibattito queste ricerche significa compiere una duplice operazione: liberare la tradizione di ricerca sulle classi dalle incrostazioni del passato e riorganizzarne lo studio su presupposti epistemologici profondamente differenti. Si tratta di far entrare definitivamente lo studio delle classi nel vasto mondo della ricerca scientifica, metodologicamente provveduta e capace di sottrarsi alle distorsioni, almeno alle più vistose, che il contesto sociale spesso impone a questo ambito disciplinare della sociologia.

Note

  1. Un teorico vicino al liberalsocialismo come Piero Gobetti sosteneva, come ci ricorda Lucio Villari sulla "Repubblica" del 21/2/2001 (p. 37), che la presenza di un proletariato consapevole e moderno avrebbe completato "il processo di unità nazionale del Risorgimento, dando allo Stato una base di consenso più ampia". A questo proposito i toni di Carlo Rosselli erano più sfumati.

  2. Si tratta di una formazione di "impianto storicistico ed etico-politico, di derivazione idealistica" (Paci, 1978, p. 10) che il marxismo italiano ha fatto propria.

  3. Non abbiamo qui intenzione di sostenere una discussione sociologica sull'esistenza delle classi come "soggetti collettivi"; utilizziamo questa espressione per indicare un riconoscimento pubblico, fondato o meno, della presenza di tali soggettività sociali

  4. Una parziale eccezione in questo panorama era rappresentata dall'organizzazione Lotta Continua

  5. Raniero Panzieri e la rivista "Quaderni Rossi", antesignani dell'operaismo, avevano una posizione politica complessa e una griglia teorica aperta alla sociologia. Tuttavia, questo gruppo subì presto una scissione, dovuta a critiche nei confronti dell'impostazione originaria.

  6. A questo proposito, scrive Barbano (1976, p.14): "Si può validamente sostenere che la relativa scarsità di studi storici sulle classi in Italia sia anche una conseguenza della scissione, da tempo verificatasi, nella nostra storiografia, tra ricerca storica e ricerca sociale, tra cultura storica e cultura sociale positiva".

  7. Non è questa la sede per trattarne diffusamente ma è bene accennare al fatto che oggi si assiste ad un'esaltazione acritica del ruolo della piccola impresa, speculare a quella di cui è stata fatta oggetto in precedenza la classe operaia industriale e urbana

Bibliografia minima

 


Home | La rivista | Ricerca | Autori | Approfondimenti | I nostri link | Iniziative | Forum | Servizi | Chi siamo