Lorella Cedroni - Anno II, Numero 1, 2001

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Saggi

Globalizzazione e trasformazione dei partiti

di Lorella Cedroni

1. Gli effetti paradossali della globalizzazione sul sistema politico

    Il fenomeno che siamo ormai soliti chiamare globalizzazione non è politicamente "neutro"; esso produce una serie di effetti interrelati sul sistema sociale e i suoi sottosistemi, effetti moltiplicatori sul sistema politico ed economico, dovuti all'utilizzo di tecnologie avanzate, ed effetti semplifica-tori e neutralizzanti. Sul piano descrittivo la globalizzazione attiva una serie di fenomeni di natura economica - l'interdipendenza e la mondializzazione delle economie - e politica che si risolvono nel passaggio del potere di controllo dai governi nazionali alle società per azioni transnazionali (La Fay, 1998) dove le logiche di funzionamento dei rapporti geo-economici si situano a livelli che superano il livello delle organizzazioni sociali (Latouche, 1996). Si parla di omogenità dell'economia in via di globalizzazione dove la finalità indiscussa dell'agire economico è produrre denaro; l'economia del denaro è l'ideologia più potente e più pervasiva che sia stata sinora realizzata (Mongardini, 1997) è un dato globale che non viene minimamente messo in discussione dalla effettiva non-omogeneità delle economie mondiali, dove la non-omogeneità implica automaticamente esclusione. Difatti, chi non è in grado di assecondare e di adeguarsi all'accelerazione prodotta dalle nuove tecnologie applicate al mercato e all'economia viene emarginato. La maggiore complessità tecnologica si accompagna ad una crescente mancanza di flessibilità e capacità di adattamento; l'omogeneizzazione della tecnologia non è pertanto una "variabile indipendente", ma solo l'inevitabile esito della mercatizzazione dell'economia (Fotopoulos, 1999, 220).

    Sul piano sociale è in atto una trasformazione dei valori molto profonda che incide sul sistema dei partiti e in generale su quello politico (Inglehart, 1998). Anzitutto si è trasformato il lavoro come valore e come fattore del capitale. In una economia della conoscenza il lavoro autonomo è cresciuto in maniera sorprendente, mentre il lavoro salariato sta subendo delle radicali trasformazioni dovute soprattutto all'utilizzo delle nuove tecnologie che da un lato liberano "tempo" e forze di lavoro, dall'altro creano sfruttamento e nuove forme di schiavitù. La globalizzazione economica ha inoltre innescato processi di deculturazione (Latouche, 1989) ormai irreversibili: molte culture locali e tradizionali sono state marginalizzate, alcune sono scomparse. L'impatto antropologico della globalizzazione si esprime sia in termini di tendenza alla omologazione, sia di resistenza alla omologazione attraverso movimenti che si oppongono al processo di globalizzazione e che lo combattono attraverso i suoi stessi mezzi tecnologici.

    Alla globalizzazione economica corrisponde una globalizzazione "politica" - di cui la cosiddetta crisi dello stato-nazione sembra essere l'aspetto più evidente (Beck, 1999) - "crisi" che sta portando progressivamente all'affermazione di una razionalità amministrativa mondiale. A livello politico, come ha suggerito Beck, il fenomeno della globalizzazione non comporta la "fine della politica" o delle ideologie, tutt'altro: esso riguarda una diversa "collocazione" della politica al di fuori del quadro categoriale stato-nazione e al di fuori dello schema categoriale che assegna i ruoli di ciò che vale come azione "politica" e "non politica". Si parla di sviluppo della "sovranazionalità" non solo in campo politico, ma anche monetario e finanziario; da cinquant'anni opera la World Bank e il Fondo Monetario; sono stati creati, inoltre, diversi organismi di cooperazione "orizzontale" e organismi internazionali a carattere "verticale" che operano a livello mondiale, sovranazionale (il Wto, l'Ilo, ecc.). La globalizzazione implica un'interdipendenza sempre maggiore tra il sistema economico, quello sociale-culturale e il sistema politico. Il potere dei sindacati, il sistema pensionistico e degli aiuti sociali, il sistema tributario e la giustizia fiscale, tutto confluisce in un unico processo, scatenando fenomeni a catena difficilmente disinnescabili. Nel sistema politico (come negli altri sottosistemi) il processo di globalizzazione produce effetti davvero paradossali per cui, ad esempio, connesso al depotenziamento della politica nazional-statale si verifica un processo di ri-nazionalizzazione su base etnica. In generale gli effetti osservabili a livello macroscopico nei sistemi politici occidentali a democrazia rappresentativa sono: da un lato, il progressivo depotenziamento della funzione rappresentativa nella sua accezione post-rivoluzionaria molto ben specificata dalla Pitkin (1967) di "stading for" e "acting for", ossia di azione svolta al posto e in funzione di un'altra persona e tuttavia non in deroga al principio di responsabilità; dall'altro, la rappresentanza ha perso progressivamente il suo valore di vincolo fiduciario, ossia la sua funzione squisitamente politica, riducendosi ad "autorappresentanza" (è il caso della Lega, ad esempio) e diventando sempre più una mera rappresentanza di interessi particolaristici (Ungaro, 1997). Si è passati da un modello di rappresentanza interclassista, basato sulla condivisione di interessi fondamentali e generali, all'autorappresentanza di nuovi ceti medi - alcuni studiosi parlano di un "nuovo ceto medio globale" - ossia di ceti produttivi a "capitalismo municipale" che sono socialmente instabili e che rivendicano una differenza (sottoforma di autonomia, deregulation) sub-nazionale rispetto allo stato centrale. Emergono nuove fratture sociali che i partiti politici non riescono ad assumere. Al livello delle variabili analitiche dei partiti la globalizzazione determina, due effetti congiunti: uno è la "localizzazione" della domanda, l'altro è la "frantumazione" della delega. L'offerta della Lega incontra, ad esempio, la domanda politica di localismo, sfruttando l'incapacità delle altre forze politiche di porsi sul versante della rappresentanza delle nuove fratture sociali.

    Dal punto di vista dell'elettorato il localismo mobilita e radicalizza il disimpegno creando così delle reazioni "apatiche" o volontarimante "deliberate" da parte dell'elettorato. La "localizzazione" politica dà luogo ad un sistema partitico tutt'altro che bipolare. La globalizzazione, dal canto suo, amplifica le esternalità negative incontrollate di natura sociale, ecologica ed economica collegate all'emergenza di movimenti diversi dai partiti. L'effetto congiunto di questi due processi apparentemente opposti è la progressiva de-istituzionalizzazione del sistema partitico, connessa da una de-legittimazione dell'offerta politica che provoca un aumento della mobilità elettorale. Quest'ultima è altresì dovuta non tanto all'erosione dell'ideologia, quanto piuttosto al progressivo indebolimento dei blocchi ideologici. A livello di struttura e di organizzazione dei singoli partiti la globalizzazione ha un effetto semplificatore nel senso che sempre più il partito, per far fronte alle esigenze di mutamento e agli esiti imprevedibili del fenomeno, riduce la sua struttura gerarchica composta e colonizzata sempre più da gruppi interni - si parla in tal senso di "lobbizzazione" dei partiti - e di maggiore concentrazione delle risorse economiche sui leader. In tal senso si parla di "leaderizzazione" dei partiti e di "personalizzazione" della politica (Calise, 2000). Oggi è il governo, ossia l'élite politica e tecnica di cui si compone, a raccogliere la domanda del paese, sintetizzando gli interessi che la compongono e portando in Parlamento questa domanda attraverso indirizzi politici e atti legislativi organici (leggi finanziarie pluriennali che costituiscono uno snodo cruciale della battaglia politica).

    L'efficacia del governo può essere garantita solo dal Primo ministro, per cui si rafforza la sua preminenza consolidando la sua investitura da parte del corpo elettorale in forma diretta o indiretta. Di qui la personalizzazione della politica che indebolisce il ruolo dei partiti; leadership forti possono anche mettere fuori uso i meccanismi democratici facendo degenerare la democrazia in populismo e plebiscitarismo (Battaglia, 2000). Per quanto riguarda il numero dei partiti, la globalizzazione e la localizzazione hanno un effetto moltiplicatore che non dipende tanto dalla domanda - estremamente variegata e diversificata - dell'elettorato, quanto piuttosto dalla conflittualità interna ai partiti, conflittualità che alimenta un processo di partenogenesi partitica, che a partire dagli anni Novanta ha caratterizzato il nostro sistema. La trasformazione dei partiti politici non può prescindere pertanto da alcune indicazioni fondamentali - indicazioni che sono state in parte prospettate anche nel numero precedente di questa rivista ("Il dubbio" n. 1/2000).

    In primo luogo i partiti debbono esprimere una cultura politica, ossia debbono essere capaci di produrre un progetto politico riconoscibile e proporlo attraverso "formule politiche" adeguate. Nota opportunamente Fabio de Nardis: "La globalizzazione non viene analizzata (...) e ci si schiaccia su un'acritica esaltazione del mercato (...). La stessa fine del partito di massa non fa che collocarsi all'interno del quadro delineato di cessazione di ogni cultura politica e il partito si trasforma in sigla, in cartello elettorale, come a dimostrare la sua inconsistenza sotto il profilo dell'elaborazione teorica e della produzione di idee" (de Nardis, 2000, 16). In secondo luogo i partiti debbono agire su scala europea e per fare questo debbono avere strutture permanenti di carattere transnazionale che permettano loro di affrontare questioni sovranazionali. I partiti politici debbono tornare a svolgere la loro funzione originaria che è quella di trasmettere la domanda politica della società rendendo in tal modo possibile la partecipazine dei cittadini al processo di formazione delle decisioni politiche. La trasmissione della domanda comprende tutte quelle attività dei partiti che hanno lo scopo di far sì che a livello decisionale vengano presi in considerazione bisogni e necessità espressi dalla popolazione, mentre il momento della partecipazione consiste nell'organizzazione delle elezioni, la nomina del personale politico, la competizione elettorale, attraverso cui il partito si configura come attore politico, viene cioè delegato ad agire nel sistema. Risulta chiaro, invece, per riprendere le osservazioni di Michele Prospero che "la scorciatoia della personalizzazione estrema è per i partiti postpolitici di oggi un espediente per aggirare il deficit di insediamento sociale e una scorciatoia per tamponare il deficit cognitivo che la politica registra nella condizione della complessità" (Prospero, 2000, 49).

2. Crisi strutturale e crisi identitaria dei partiti

    Negli ultimi decenni si è verificata una profonda trasformazione dei partiti politici i quali hanno visto sempre più impoverita la loro funzione programmatica e quella rappresentativa. Se da un lato, il ruolo rappresentativo dei partiti è in declino, dall'altro, il loro ruolo procedurale continua a rimanere essenziale. A prescindere dai cambiamenti avvenuti nella struttura dei partiti - che pure sono determinanti e i cui indicatori corrispondono di volta in volta all'ammontare degli iscritti ai partiti, in forte diminuzione, al livello di attivismo e di partecipazione elettorale, anch'esso in forte calo - il fenomeno macroscopico a cui si assiste è il progressivo slittamento dei partiti dalla società allargata verso il governo e lo Stato (Mair, 1999). I partiti, cioè, da associazioni volontarie sviluppatesi all'interno della società e da essa legittimate, sono diventati sempre più oggetto di un inquadramento che accorda loro uno status quasi ufficiale come parte dello Stato. Riflessi di questo slittamento sono, ad esempio, il fatto che la maggior parte delle risorse finanziare e di personale del partito non venga più destinata alla base del partito, ma ai leader di partito (in parlamento e al governo); il partito tende, così, sempre più a ridursi ai suoi leader che diventano la risorsa primaria del partito (non più la base, gli iscritti e i militanti, dunque), il quale perde la sua identità - a meno che non si accetti di scambiarla con quella dei suoi capi.

    Si tratta di uno spostamento sostanziale del centro di gravità del partito che è collegato ad uno spostamento delle funzioni democratiche che i partiti dovrebbero svolgere (Mair, 1999). Anzitutto la funzione rappresentativa, la quale implica, come abbiamo detto, l'espressione e l'aggregazione degli interessi. Per quanto riguarda l'espressione degli interessi essa è condivisa da altre associazioni e movimenti indipendenti dai partiti e oltre che dal sistema di comunicazione di massa, anzi, spesso avviene al di fuori della sfera partitica, mentre i partiti si limitano sempre più a recepire i segnali che arrivano loro dall'esterno. Il loro ruolo appare pertanto superfluo, per quanto riguarda l'articolazione degli interessi. Per quanto concerne l'aggregazione degli interessi essa può essere sussunta sotto quella della formulazione dei programmi politici, i quali, tuttavia, possono essere anche formulati da esperti o da organizzazioni non politiche. Più i programmi sono "politici" più i partiti contano e sono necessari, quando cioè occorre prendere decisioni di parte (Mair, 1999). In secondo luogo, la funzione procedurale dei partiti, che riguarda sia il reclutamento dei capi, sia il ruolo dei partiti nell'organizzazione del parlamento e del governo. Per quanto riguarda la prima funzione, questa è attiva solo se tale funzione implica il reclutamento iniziale e la socializzazione dei potenziali leader politici, nei casi in cui i partiti sono richiesti per strutturare il voto e le scelte elettorali. Se la scelta elettorale può essere organizzata dai singoli candidati allora non c'è bisogno dei partiti per il reclutamento dei leader.

    Per quanto concerne invece il ruolo dei partiti nel Parlamento e nel Governo di fatto questa è la loro funzione più importante che è necessaria per l'organizzazione delle procedure legislative, per il funzionamento dei comitati legislativi e per l'accordo quotidiano sul programma legislativo. In sintesi, i partiti sono diventati da enti fortemente rappresentativi enti governativi e l'effetto di questa trasformazione che riguarda la natura dei partiti si sostanzia in una progressiva omologazione tra di essi. Di conseguenza, l'idea dei partiti visti come i rappresentanti degli interessi politici di forze politiche opposte è sempre meno rilevanti, per cui gli elettori sono potenzialmente aperti a tutti i partiti e i partiti sono aperti a qualsiasi tipo di elettore (Mair, 1999). Per gli elettori diventa sempre più difficile vedere differenze ideologiche o programmatiche significative tra i partiti i quali, a loro volta, pescando voti nello stesso bacino elettorale tendono ad adottare tecniche comunicative e propagandistiche standardizzate. La "crisi" che si è verificata è quindi di carattere strutturale per quanto riguarda i partiti tradizionali mentre si tratta di una "crisi" prevalentemente identitaria per quanto concerne le nuove formazioni partitiche, crisi che corrisponde ad una richiesta di riconoscimento di identità che non è negoziabile, e che ha provocato profondi mutamenti nei rapporti con i gruppi di interessi associativi e nelle dinamiche politiche e sociali.

    Ora, essendo i partiti, sempre più deresponsabilizzati (il ricorso frequente all'uso delle autorità giudiziarie e al referendum sono il segno di questo processo) e sempre meno rappresentativi, limitandosi a svolgere una funzione procedurale, essi gestiscono lo Stato se sono al Governo e ne controllano la gestione se all'opposizione. Essi dovrebbero invece: a) cercare di essere al servizio degli interessi generali, piuttosto che di quelli di speciali gruppi sostenitori dei partiti; b) in secondo luogo, i partiti dovrebbero evitare di competere con i movimenti sociali e con gli altri gruppi di rappresentanza, piuttosto dovrebbero collaborare con loro. Ma poiché in tutti questi ambiti quello che conta è che comunque si faccia "politica", si selezionino leadership, si promuovano candidature, si orientino preferenze, si incanalino voti (Pasquino, 1999), allora il problema vero diventa la qualità della democrazia, la qualità degli organismi di rappresentanza che debbono dare rappresentanza politica alla domanda sociale.

3. Cultura politica e rappresentanza sociale

    Sta qui il nocciolo del problema. Mentre a destra c'è una saldatura di cultura politica e rappresentanza sociale, a sinistra manca la capacità di assumere la domanda sociale, si sono persi cioè i legami del consenso sociale e con il lavoro. La frattura sociale esiste ma non è assunta politicamente, non è rappresentata; cosicché il mondo del lavoro non sempre dispone di una identità politica, non pesa politicamente. A sinistra siamo in presenza di partiti socialmente "neutri" e dunque deboli nel loro ancoraggio sociale, nella loro capacità rappresentativa, mentre a destra la strategia populista sembra dimostrarsi vincente.

    I governi tendono a privilegiare gli interessi organizzati e i gruppi di pressione a cui si rivolgono anche i partiti per ottenere le risorse necessarie e il consenso. Continuano ad esserci, pertanto, interessi (individuali, deboli, diffusi) che non hanno la possibilità di organizzarsi per assenza di risorse sociali o per la presenza di barriere istituzionali a cui neanche i sindacati possono prestare attenzione. Aumenta così il gruppo degli "esclusi" dalla rappresentanza formato da coloro che non sono stati in grado di dotarsi di una risorsa organizzativa. Sono fasce di popolazione che entrano ed escono dal mercato del lavoro, che non godono di garanzie di nessun genere, non appartenendo a sindacati, partiti o associazioni, che non hanno contatti con le strutture di rappresentanza. Sono coloro che si "autoescludono" dal sistema valutando troppo alto il prezzo da pagare - in termini di costi sociali, morali e politici - per continuare a farvi parte. Sono quei gruppi sociali considerati economicamente "irrilevanti" il cui destino, come ha recentemente osservato Avishai Margalit potrebbe diventare comune a intere zone geografiche (Margalit, 1998). E la vera minaccia per l'umanità è che l'irrilevanza economica possa trasformarsi in "ridondanza umana"; che persone considerate economicamente irrilevanti vengano considerate parassiti e poco più che rifiuti umani.

    Finora l'enorme sviluppo della tecnologia ha fatto sì che interi gruppi di persone - siano essi produttori o consumatori di beni e servizi - diventassero irrilevanti per il mercato ed economicamente inutili. L'economia e la tecno-scienza implicano, infatti, prescrizioni di massimizzazione del profitto che vanno a vantaggio esclusivo dei pochi gruppi che detengono o conrollano le risorse del pianeta (G. Young, 1999). Piano geoeconomico e piano geopolitico appaiono pertanto scollati e nessuno dei due può essere ricondotto, nella sua struttura e nella sua dinamica, a principi normativi etico-giuridici ispirati, ad esempio, alla razionalità sostanziale dei "diritti umani" (Habermas, 1996/Rawls, 1999). Questi ultimi possono essere fatti rispettare da ordinamenti istituzionali che tuttavia costituiscono soltanto delle precondizioni per la loro tutela; mentre la loro adozione dipende in realtà dal livello di interiorizzazione di quei valori che favoriscono l'autonomia e la solidarietà umana. Occorrerebbe aumentare sempre più il livello di coscienza democratica dei cittadini in modo da impedire che la democrazia degeneri in "demago-crazia", ossia in una forma di controllo e di manipolazione totale del consenso e di marginalizzazione di interi gruppi sociali. Come ha scritto di recente Marion Young, la marginalizzazione è la forma più pericolosa di oppressione; essa non riguarda soltanto gruppi razzialmente connotati, ma anche gruppi sociali come gli anziani, i giovani che non riescono a trovare un inserimento nella società per ragioni estranee alla loro volontà; i disabili mentali e fisici, i malati terminali e così via (Young, 1996). A differenza della democrazia "associativa" (Hirst, 1997) che propone un livello molto elevato di decentralizzazione, ma considera lo Stato un potere pubblico secondario assolutamente necessario a garantire la pace tra le associazioni e a tutelare i diritti dei singoli individui, la democrazia "inclusiva" si basa su un decentramento autosussistente in un contesto di mutua cooperazione che prescinde dall'economia di mercato, ossia, da un sistema in cui le scelte economiche fondamentali sono condizionate in modo determinante dal potere di acquisto di quelle fasce di reddito che possono sostenere finanziariamente le proprie domande (Fotopoulos, 1997). La democrazia "inclusiva" si pone come soluzione alternativa anche al modello cosmopolita elaborato da Held il quale distingue e divide il sistema dell'economia di mercato dalla democrazia liberale proponendo un processo di democratizzazione parallela per entrambi. Held individua una serie di requisiti, tra cui: la creazione di parlamenti regionali, l'istituzione di referendum generali a livello internazionale, l'apertura delle organizzazioni governative internazionali alla possibilità di un controllo pubblico, il consolidamento di una serie di diritti (politici, economici e sociali) e la riforma delle Nazioni Unite, necessari ad un ampliamento della democrazia a livello transnazionale (Held, 1999). Il contenuto che viene attribuito a queste soluzioni non sembra, però, incidere sulla logica e sulla dinamica dell'economia di mercato internazionalizzata che resta così immutata vanificando la funzione della democrazia cosmopolitica (Archibugi, 2000).

    Il processo di globalizzazione in atto non sembra, pertanto, garantire un'effettiva espansione della democrazia né per i paesi occidentali, tanto meno per il resto del mondo. Il mondo verso cui ci stiamo muovendo è ancora più brutale di quello attuale: "al centro, il modello che ha le maggiori possibilità di generalizzarsi è quello anglosassone, con la sua massiccia occupazione a bassi livelli salariali, e la miseria alleviata dalle poche reti assistenziali che il "40% della società" sarà disposta a finanziare; avendo in contropartita un grado tollerabile di pace sociale, che sarà soprattutto garantita dai grandi apparati di sicurezza creati nei settori pubblici e privati; alla periferia continuerà la "industrializzazione" di alcune regioni creando l'illusione di uno sviluppo economico e fornendo in realtà la sede per una produzione a buon mercato (in termini di costo del lavoro) e sporca (in termini di costi ambientali)" (Fotopoulos, 1999, 253). Il compito che le democrazie occidentali si trovano nell'immediato a dover affrontare è, dunque, molto impegnativo. In primis, esse debbono essere in grado di attraversare i profondi cambiamenti determinatisi plasmando le istituzioni e avviando un processo di "produzione politica del rispetto" (Gianni, 1997). Anche se il livellamento conseguente alla dinamica dell'economia e della politica mondiale sembra essere inevitabile, i suoi effetti possono essere canalizzati, subordinando la tecno-scienza e l'economia, in quanto mezzi, a finalità sociali e politiche tese a favorire la costruzione intersoggettiva di pratiche democratiche.

Riferimenti Bibliografici

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