Gianfranco Bettini Lattes - Anno II, Numero 1, 2001

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Saggi

I giovani e la politica: qualche considerazione empirica

di Gianfranco Bettini Lattes

1. Un caleidoscopio in movimento?

    Gli studiosi della condizione giovanile di tutta Europa sostengono, quasi unanimemente, che le nuove generazioni contemporanee hanno smarrito la loro soggettività sociale e ancor più la loro soggettività politica. I giovani, si dice, vivono in una sorta di limbo che inibisce ogni seria previsione sui loro comportamenti nel prossimo futuro quando, anche obtorto collo, andranno ad occupare i ruoli adulti di padri, di lavoratori, di cittadini: tutti ruoli dai quali stanno prendendo una distanza inedita nella storia sociale europea. Le cose stanno veramente così? I giovani del nuovo secolo persistono nel formare quella che Ilvo Diamanti ha chiamato la generazione invisibile? (Diamanti, 1999). Non è facile dare una risposta univoca e sicura a domande di questo tipo, anche perché l'universo giovanile presenta per certo omogeneità e convergenze ma continua anche ad esprimere, come sempre, marcati elementi di eterogeneità.

    L'immagine pubblica dei giovani in Europa si collega sia ad un'apatia silente sia ad una violenza erratica. Le frange giovanili più violente oggi sembrano essere quelle che vivono una condizione di marginalizzazione come i giovani dei centri sociali e gli squatters che, a tratti, occupano la scena politica con episodi di ribellismo che manifestano una visione antagonistica rispetto ai modelli di vita dominanti. Queste frange concorrono a formare un universo prevalentemente giovanile attivo in Europa e nei diversi paesi della tarda modernità che viene, per comodità, etichettato come il popolo di Seattle. Si tratta di un coacervo di giovani di diversa esperienza e di diversa estrazione sociale che puntualmente contesta ogni evento del sistema politico ed economico che celebri la globalizzazione del mercato. Il 5 agosto 2000, in Assisi si è costituito il Fronte internazionale anti-imperialista all'insegna del motto "globali contro la globalizzazione" che riunisce una miriade di gruppetti [alcuni dei quali comparirebbero ufficialmente nel pattern of global terrorism ] e che sono stati promotori degli scontri di Seattle (novembre 1999), dove oltre 50mila manifestanti contro la conferenza del Wto hanno costretto le autorità ad indire per quattro giorni il coprifuoco. Non va dimenticato che la tappa di Seattle era stata preceduta dall'imponente sfilata nelle vie di Ginevra (maggio 1998) per contestare la Wto e dall'occupazione del centro di Colonia (giugno 1999) per chiedere la remissione del debito dei paesi più poveri del Terzo mondo. Dopo una manifestazione completamente priva di incidenti svoltasi a Davos (gennaio 2000) contro il World Economic Forum, il calendario 2000 del popolo di Seattle appare molto fitto ed include: in aprile, le giornate quasi campali di Washington dove vengono arrestate oltre mille persone che protestano contro l'economia globale per la riunione del Fmi; a maggio, la manifestazione anticapitalistica di Londra; ancora a maggio, la dimostrazione pacifica di Genova contro la mostra-convegno sulle biotecnologie; in luglio, l'invasione di Okinawa per la cancellazione del debito dei Paesi poveri; a settembre, la trasformazione della protesta in guerriglia urbana a Praga in occasione dell'assemblea annuale del Fmi e della Banca mondiale per arrivare con dicembre alle giornate di Nizza che hanno visto la blindatura di una città e la sospensione degli accordi di Schengen per fermare i contestatori al confine e permettere così lo svolgimento del vertice comunitario che doveva varare la Carta europea dei diritti fondamentali.

    Ma ci sono anche altre e ben più gravi espressioni di violenza politica che provengono dal mondo dei giovani, a parte le frange del terrorismo basco, corso ed irlandese. La moltiplicazione degli attacchi razzisti nella Germania del 2000 non può farci trascurare l'esistenza nel cuore dell'Europa di 130 gruppuscoli di estrema destra che attirano migliaia di giovani tedeschi molti dei quali dediti alla violenza xenofoba, con un punto di riferimento politico nel National Demokratische Partei Deutschland (NpD) accusato di neonazismo e di cui si chiede la messa a bando. Il neoradicalismo di destra compensa le frustrazioni economiche e psicologiche di giovani che dànno senso alla loro vita creando delle zone urbane auslaendfrei (destranierizzate). Le roccaforti degli skinheads che, nel nome del nazismo, uccidono gli stranieri si trovano nelle città della Germania orientale sprofondate nella depressione postunificazione. Il White Power è comunque un movimento che alligna in diversi paesi del Nord Europa e fa proseliti soprattutto tra un tipo di gioventù economicamente sradicata e senza cultura.

    Il caleidoscopio giovanile sembra dunque in movimento ed è ricco di alternative, anche su una scala di massa, riflettendo l'avvio di un processo di controglobalizzazione sul piano dei valori, tutt'altro che trascurabile. Ci sono infatti anche i giovani che il Papa, riprendendo una felice immagine di Paolo, ha chiamato i figli della luce, e che i media invece, in maniera grossolana e sbrigativa, hanno preferito chiamare i Papa-boys, cioè la moltitudine di giovani cattolici che sembra costituire un corposo sottouniverso all'interno dell'universo giovanile. Le loro caratteristiche peculiari solo in parte li assimilano a quelle più volte attribuite in generale ai giovani d'oggi. Sia "il popolo di Seattle" sia "i figli della luce", pur così distanti fa di loro, si ritrovano nel confermare un carattere strutturale della condizione giovanile contemporanea cioè quello della straordinaria sensibilità alle trasformazioni che la società moderna prima e poi quella postmoderna hanno prodotto sulla vita dell'umanità. Sensibilità da cui discende la disponibilità a manifestare su una scala internazionale, ovunque, da un lato il disagio dei giovani e la loro protesta contro la distruzione dell'ambiente e l'imbarbarimento prodotto da una pervasività eccessiva ed incontrollata del mercato, dall'altro lato la domanda di valori stabili che affermino la dignità dell'uomo unitamente ad una vita ispirata dalla libertà e dalla giustizia. E naturalmente nel caso dei cattolici dalla fede religiosa. Si parla di carattere strutturale per affermare che questa propensione ad esserci, a partecipare pubblicamente è in controtendenza rispetto al conclamato silenzio dei giovani d'oggi. Va comunque osservato che questa immagine dai contorni ancora troppo sfumati suscita, solo in parte, il ricordo della protesta antiautoritaria ed innovativa che alla fine degli anni Sessanta dilagava nelle università americane ed in quelle di tutta Europa delineando una figura sociale di giovane ignota nella storia della cultura politica democratica.

    La mappa della gioventù, così come viene dipinta dalla sociologia europea d'oggi, non è certo completa. La classificazione dei segmenti che compongono la nuova generazione dell'inizio Duemila include anche una quota di giovani non piccola, socialmente mista, diffusa un po' ovunque che Ulrich Beck ha chiamato i figli della libertà (Beck, 2000). Questa categoria di giovani ha una sua marcata trasversalità nel senso che ingloba sicuramente anche giovani che appartengono agli altri segmenti di gioventù sopracitati. Questa categoria merita forse un'attenzione particolare perché è in quest'ambito, molto eterogeneo e dai labili confini, che si possono forse meglio rintracciare i presupposti di una rifondazione della cultura politica democratica mentre i macroprocessi della globalizzazione e della formazione di grandi entità sovranazionali come l'Unione europea ridisegnano ab imis il quadro societario, economico e culturale generale nel quale i giovani maturano lentamente il loro status di cittadini. Il dato culturale contemporaneo più evidente è la crisi della piattaforma valoriale tradizionale che viene drasticamente ridefinita da un surplus di libertà dilagante nella vita quotidiana dell'uomo comune. La crisi implica soprattutto i giovani la cui socializzazione politica si compie in questo clima speciale. I giovani crescono in un ambiente che rischia una distruzione irreversibile. Non riescono ad intravedere una soluzione seria al problema della loro disoccupazione. Accettano di rimanere nel recinto familiare originario fino ad un'età che nelle generazioni precedenti li vedeva già impegnati in ruoli responsabili di genitori. Esperimentano una condizione di incertezza che inibisce la loro maturazione sentimentale e che deforma la loro esperienza della società. Le istituzioni politiche non li considerano e i giovani prendono accuratamente le distanze dalla politica ufficiale e da chi la rappresenta. I "figli della libertà" rifiutano di impegnarsi nelle organizzazioni che fanno politica, ignorano ogni forma di militanza e si astengono dal voto. I giovani della tarda modernità prendono, nelle diagnosi correnti, forse un po' troppo rapide, una patente di acivicità perché si tengono alla larga dalla politica ufficiale. Ma loro capacità di ricerca del nuovo e la loro inclinazione alla solidarietà, così come la loro disponibilità alla partecipazione sociale sono tutt'altro che atrofizzate. Vero è che "i figli della libertà" soprattutto si divertono e si lasciano guidare dalla gioia di vivere consumando, facendo sport, sentendo e facendo musica e via dicendo I "figli della libertà" si riconoscono [almeno in parte] in una rumorosa e pittoresca ribellione contro la tradizione e contro la noia (Hitzler e Pfadenhauer, 1999). Il punto provocatorio [e non poco problematico] dell'analisi sociologica di Beck è che sussisterebbe un legame implicito tra il desiderio sfrenato di godersi la vita ed un'inclinazione all'opposizione politica. Il vero nucleo della "politica dell'antipolitica giovanile" risiederebbe nella politicità della scelta del divertimento ad oltranza. Beck, abbacinato da questa osservazione, si lascia prendere un poco la mano, ma si sa quandoquidem dormitat Homerus. A suo dire perfino godersi la discoteca nella consapevolezza che si tratta di un'azione politica a tutti gli effetti è un'espressione politica generale: si tratterebbe di un'indicazione non trascurabile del rifiuto giovanile dello status quo che prima o poi metterà in discussione l'intero sistema, per lo meno quello delle democrazie europee. Mutatis mutandis il suono della musica techno sostituirà quello della Marsigliese? Fortunatamente non pochi " figli della libertà" frequentano anche altri spazi sociali oltre a quello consumista e narcisistico delle discoteche e praticano una morale innovativa che collega l'autorealizzazione nella forma dell'impegno per gli altri. Sono, non di rado, i paladini di un volontariato autogestito che non si lascia catturare dalla maglie delle grandi organizzazioni. Il valore immateriale della qualità della vita si coniuga con l'individualismo altruista e con la tolleranza della diversità. La tesi-Beck ci indica dunque il terreno dell'innovazione valoriale come pista fondamentale di ricerca per comprendere a fondo l'universo giovanile ma sembra di poter dire che la sua tesi pretende impropriamente di sovrapporre il mondo dei "figli della libertà" con l'intero universo giovanile contemporaneo o almeno con quella parte che lo caratterizzerebbe in termini di nuova generazione politica.

    Nella realtà l'universo giovanile è un magma mal decifrabile nelle sue varie componenti, nei suoi confini e nelle sue inclinazioni ad assorbire [oppure a promuovere] il mutamento. Non si possono sottovalutare le peculiarità che, anche e forse ancor più nella tarda modernità, i giovani manifestano in relazione ai diversi contesti societari ove sono stati socializzati. Lo stato di moratoria e il rinvio consapevole all'entrata nel ciclo della vita adulta mal si associano alle espressioni di libertà che sicuramente animano l'esperienza giovanile della società postmoderna. La ricerca sociologica deve porre sicuramente tra i suoi compiti quello di verificare la presenza e la consistenza dei "figli della libertà" nell'insieme dell'universo giovanile e quello di articolare meglio, in una chiave comparativa con gli altri segmenti che compongono il vasto mondo giovanile, le modalità contemporanee dell'esser giovani. L'individualizzazione e la globalizzazione sono due processi epocali che, se continueranno a diffondersi, trasformeranno radicalmente i fondamenti della convivenza sociale (de Nardis, 2000, 8-10). La loro forza sembra per ora inarrestabile. Quale spazio riserverà ai giovani la società globalizzata ed individualizzata? Quali spazi i giovani riusciranno a conquistarsi per governare questo macro processo di mutamento dagli esiti imprevedibili e per disegnare così con piena autonomia e con piena responsabilità la società del prossimo futuro, vale a dire la loro società? La percezione di questi processi reclama ancora un'adeguata messa a fuoco; le vecchie categorie interpretative non riescono a decodificare adeguatamente la vera portata di questi eventi. Secondo Beck " ambivalenza e vuoto" si accompagnano con il mutamento di valutazione di che cosa è politico e di che cosa non lo è più. La ricerca sociologica deve attribuirsi come fine prioritario quello di esplorare questa situazione in movimento che coinvolge specialmente i giovani e la loro identità di attori sociali e di futuri cittadini. La meta verrà raggiunta se la elaborazione di nuove ed idonee categorie d'analisi si assocerà con uno studio empirico di carattere comparativo applicato a campi sociali diversi e contigui. Questa sembra la sola strada da percorrere nel tentativo di comprendere in quale direzione procede il processo di formazione dell'identità civica nel popolo dei giovani, un processo che svela apertamente e da tempo il carattere incerto, provvisorio ed acerbo delle loro aspirazioni e della loro esperienza politica in un mondo che, paradossalmente, li ignora ancora troppo.

2. Famiglia e identità civica

    La socializzazione politica è un processo di complessa decifrazione le cui modalità consentono al singolo di costruirsi un'identità civica e di relazionarsi come cittadino con il sistema politico dove vive. La socializzazione politica è, nello stesso tempo, il processo che, su una scala più generale, permette alla cultura politica democratica di riprodursi da una generazione alla successiva. Da qualche tempo il Centro interuniversitario di sociologia politica di Firenze (CIUSPO) sonda il popolo dei giovani con particolare riguardo a due segmenti sociali quello degli studenti universitari e quello dei giovani disoccupati; vale a dire due modalità di vita che conferiscono uno spessore interpretativo specifico nella linea che attribuisce importanza all'eterogeneità della condizione giovanile. Dopo la crisi del modello struttural-funzionalista della socializzazione politica l'individuazione di un modello teorico-interpretativo delle dinamiche di trasmissione dei valori e delle identità politiche è divenuta estremamente problematica, anche in ragione della pluralizzazione dei criteri e dei modelli analitici correnti nell'analisi sociologica. Il dato che segna la tarda modernità contemporanea è un processo di fluidificazione dei sistemi di valore; questo dato investe anche le relazioni intergenerazionali che si sviluppano all'interno del nucleo familiare, contribuendo per un verso alla loro deistituzionalizzazione e, per un altro verso, ad una significativa riduzione del livello di conflittualità e di differenza tra le generazioni dei figli e quelle dei genitori. Relativamente alla socializzazione familiare l'analisi dei dati dell'archivio CIUSPO 1 sembra fornire non pochi elementi di sostegno alle ipotesi relative al rapporto tra i gradi di integrazione e di autoreferenzialità dei contesti relazionali degli studenti e quelli dei disoccupati e le differenti influenze sui processi di definizione delle rispettive identità politiche. La rappresentazione della sfera politica appare essere, infatti, in connessione con la sfera delle relazioni familiari in misura molto più significativa di quanto non accada con le relazioni amicali (Bontempi, 2001). Il risultato che emerge da questa prima valutazione è, allora, quello di un minore interesse per la sfera politica da parte dei giovani disoccupati ed una conseguente declinazione dell'attenzione per la politica attraverso la mediazione svolta dalle relazioni primarie: si tende cioè ad essere interessati alla politica più perché orientati ad essa dal contesto relazionale famiglia-amici che per motivazione propria. I dati evidenziano anche un minor grado di differenziazione nella cultura politica dei disoccupati dal contesto familiare-amicale, rispetto ad una maggiore autonomia che la politica risulta avere per gli studenti. Tuttavia, è bene verificare ulteriormente e articolare questa distinzione alla luce di ulteriori variabili significative. In questo senso alla famiglia si riconosce un ruolo importante nella determinazione delle identità politiche, ma sembra di poter dire non nel senso di una mera riproduzione intragenerazionale dei sistemi di valore e delle opzioni politiche. Al contrario, gli studenti hanno fin dall'adolescenza una pluralità di riferimenti e di figure significative che dimostrano una maggiore apertura sulla realtà politica e l'esistenza di un interesse civico più consapevole. Si può ipotizzare, allora, che una maggiore integrazione familiare non agisca necessariamente in termini di chiusura, ma che, per lo meno comparativamente con quanto accade con i disoccupati, sia proprio la maggiore integrazione familiare a fornire agli studenti una più attrezzata rappresentazione della realtà politica e in tal modo a fornire anche le condizioni di più articolate identificazioni, anche nei termini di una maggiore differenziazione dalle posizioni politiche dei propri genitori.

    Rispetto alle reti amicali e al sentimento di generazione i dati della ricerca delineano elementi variamente significativi. Gli studenti dichiarano una identità di status più forte di quella generazionale, mentre i disoccupati si percepiscono molto di più come membri della generazione che come disoccupati o come membro della propria classe. Sotto il profilo metodologico, poi, sembra importante confrontarsi con una prospettiva poco adottata nelle analisi sulla socializzazione privilegiando la dimensione formale dei processi rispetto ai contenuti veicolati nella trasmissione e nello scambio tra le generazioni. Le ricerche in corso presso il CIUSPO affrontano questa originale prospettiva (Tronu, 2001). L'obiettivo è quello di disegnare il passaggio generazionale come cambiamento dei processi di costruzione dell'identità politica confrontando le condizioni e le dinamiche di formazione della personalità politica dei giovani ventenni con quelle che hanno accompagnato la socializzazione politica dei loro genitori. I diversi modelli di socializzazione che hanno coinvolto le generazioni considerate emergono attraverso l'analisi attenta delle fonti di influenza politica e della loro integrazione, ovvero delle agenzie e dei soggetti cui gli individui attribuiscono la capacità di intervenire nella formazione dei loro orientamenti politici. Emerge come significativa un'ipotesi interpretativa sulla quale sembra importante lavorare empiricamente: l'ipotesi della ri-privatizzazione del processo di socializzazione politica, in ampia misura derivata dalla perdita di credibilità e di legittimazione delle figure politiche professionali. Il circuito di socializzazione interno alla sfera politica nella fase più recente di mutamento della cultura politica italiana [dopo Tangentopoli] è entrato in crisi mentre altre agenzie che svolgono funzioni generali di socializzazione hanno rafforzato il loro ruolo. Il rafforzamento del ruolo della famiglia nell'ambito specifico dei processi di socializzazione politica, cui si accompagna un mutamento nelle dinamiche e nelle modalità di trasmissione, è comunque spiegabile anche e forse soprattutto facendo riferimento alla trasformazione delle relazioni intrafamiliari (di cui rappresenta un significativo indicatore l'atteggiamento di maggior favore verso la famiglia di origine osservabile tra i giovani di oggi rispetto ai loro genitori, documentato da tutte le ricerche effettuate negli anni Novanta).

    Negli anni Novanta, dal punto di vista dei sistemi di valore relativi alla formazione della personalità dei figli e ai rapporti con i genitori si osserva una forte sintonia fra gli orientamenti dei figli e quelli dei genitori, un dato questo che costituisce il naturale riflesso del processo di democratizzazione della famiglia. La figura centrale nella socializzazione politica familiare per le due generazioni era ed è quella del padre, ma un interessante e nuovo elemento di riequilibrio viene offerto dal contemporaneo ispessimento del ruolo materno nella trasmissione politica. Questa tendenza non sovverte comunque la tradizionale divisione dei ruoli genitoriali nel contribuire alla costruzione di un'identità politica e civica dei figli. Sempre con riferimento al passaggio intergenerazionale poi, risulta verificata sia l'ipotesi dell'attenuarsi della specificità di genere della socializzazione politica sia l'ipotesi dell'apertura e del maggiore pluralismo della socializzazione dei figli (dal punto di vista del numero delle fonti) rispetto all'esperienza dei genitori segnata, invece, da una figura centrale che monopolizza il processo di socializzazione.

3. I giovani, la politica e il lavoro che non c'è

    Un'altra tematica fondamentale è offerta dallo studio del legame tra condizione giovanile, politica e lavoro. Si tratta di un tema classico che acquista però una rilevanza particolare oggi in presenza di uno stato di moratoria che vede i giovani impediti a maturare a pieno, in tempi ragionevoli, il loro status di cittadini perché ostacolati a partecipare all'esperienza produttiva. Tutte le società che ambiscano a fregiarsi dell'attributo della modernità devono definire dei modelli di socializzazione che permettano ai giovani di accedere senza dar adito a insofferenza o a ribellione alla struttura occupazionale. In Italia l'accesso dei giovani più istruiti al mercato del lavoro appare un'antica questione che troppo spesso ha dato luogo a soluzioni inquietanti al punto da rendere i giovani inclini ad accettare delle proposte politiche quasi estreme - dal fascismo al movimentismo antisistema degli anni Settanta.

    La lettura della disoccupazione intellettuale come scelta politica cioè come scelta del non lavoro rispetto ad un cattivo lavoro ha un senso oggi? Ed anche nel caso che la disoccupazione dei giovani sia una disoccupazione da attesa del posto ambito come nasce questa decisione astensionista? Che ruolo vi gioca un tipo di famiglia che, come abbiamo visto, si sta ritagliando spazi crescenti nella determinazione della costruzione dell'identità civica dei propri giovani? I ricercatori del CIUSPO hanno esplorato questo difficile territorio di ricerca[ anche su scala europea (Bettin Lattes, 2001a) ] ed hanno ripreso questi interrogativi optando per un percorso analitico che confronta le aspettative lavorative di un campione nazionale di studenti universitari con quelle dei loro genitori (Recchi, 2001). Ne emerge un'inattesa divaricazione generazionale. Gli studenti non manifestano particolari resistenze alla prospettiva di fare le prime esperienze di lavoro anche in una condizione di sottoqualificazione; sono i loro genitori, invece, a respingere energicamente l'idea che i propri figli accettino lavori di basso livello tradendo le loro aspettative di strenui promotori delle future carriere dei loro figli. Ma quel che più conta è che i genitori sono in grado di imporre questa valutazione ai giovani e dunque sono i genitori a svolgere il ruolo di principali erogatori di rigidità dell'offerta di lavoro giovanile. I costi non calcolati della disoccupazione giovanile assumono quindi nuovi aspetti. Gli studenti minacciati dal rischio di non trovare un lavoro, anche se non si scontrano duramente col problema grazie al cuscinetto protettivo (forse soffocante) della famiglia di origine, tendono a definire delle priorità politiche di segno materialista, localista ed antisolidarista. La disoccupazione agisce allora per certo come pericoloso amplificatore di diseguaglianze, ma determina anche dei costi psico-sociali che alimentano apatia civica e che soprattutto deprimono le prospettive di vita dei giovani in senso lato, diffondendo un clima di inquietudine e di incertezza che inibisce lo sviluppo di una cultura politica democratica capace di reggere le sfide del tempo. Le strategie di adattamento messe in atto dai giovani per fronteggiare tale contesto di precarietà sono chiaramente evidenti nella mutevolezza e nel carattere composito ed incerto che contraddistingue le loro identità sociali. Sotto l'azione di questo processo di pluralizzazione delle identità tutte le tradizionali dicotomie sociali perdono ogni valenza classificatoria. Oggi non ha troppo senso contrapporre lo status di lavoratore a quello di studente, o a quello di disoccupato, in quanto i giovani sono, nello stesso tempo, lavoratori e studenti oppure lavoratori e disoccupati. Ma quello che più colpisce in questa ridefinizione dell'identità giovanile è l'assenza di uno spirito collettivo nelle giovani generazioni anche in contesti a vocazione metropolitana con una storia sociale e politica densa di manifestazioni conflittuali e di partecipazione sociale. Sembrano veramente lontani i tempi in cui il mondo giovanile si caratterizzava per una forte componente solidaristica ed un intenso spirito critico che sfociava nelle pratiche di contestazione. Persa ogni capacità di porsi come principale elemento antagonistico della società, i giovani a volte rischiano di trasformarsi nel segmento più conservatore della società. In campo strettamente politico il particolarismo e la chiusura privatistica dei giovani, prodotte dalle difficoltà occupazionali, si traducono in delega e in disincanto. Di più. Come si è evidenziato sopra, i giovani appaiono del tutto incapaci di proiettarsi nella sfera pubblica, mentre la famiglia e gli amici costituiscono gli unici ambiti da cui i giovani traggono le risorse necessarie per la loro vita quotidiana e gli indispensabili aiuti per superare la precarietà lavorativa. È da questi spazi ristretti che ricavano le loro poche informazioni politiche e gli elementi necessari per elaborare le loro opinioni politiche. Gli ambiti relazionali pubblici, come i partiti, i sindacati e perfino i movimenti, vengono invece ignorati. Tutt'al più, la partecipazione dei giovani si indirizza verso le associazioni di volontariato ma, anche in questo caso, i collegamenti con questi ambiti appaiono fortemente mediati dalle reti amicali e private. Tuttavia lo studio della partecipazione politica pur denunciando livelli preoccupanti vede una significativa differenza tra gli studenti, che manifestano chiaramente una maggiore propensione all'attività politica in un senso lato, i giovani non occupati che si situano ad un livello minore e i giovani lavoratori precari che dichiarano, invece, una soglia al di sotto del limite di guardia per la conservazione di una cultura civica degna di questo nome.

    In breve, le difficoltà economiche, e in particolare le difficoltà connesse al sempre più problematico inserimento lavorativo, incidono sicuramente nel senso di costruire un'identità civica deformata e minima, per una parte non trascurabile del mondo dei giovani. Il rapporto tra lavoro, o meglio non lavoro, e labilità della cultura civica nelle giovani generazioni va ripensato alla luce dei risultati empirici citati e va naturalmente inquadrato in una prospettiva sociologica più ampia che sottolinei le tendenze di mutamento pressanti nei vari sottosistemi sociali. Oggi si parla spesso di globalizzazione, di New Economy, del problema di porre la giusta attenzione ai bisogni della produzione e alla necessità di rispondere alle esigenze del mercato. Si dimenticano, però, altrettanto spesso i costi sociali che sono connessi a questi processi di cambiamento molto rapidi e socialmente invadenti. Si dimentica, in particolare, che esiste una forte discrasia tra i "tempi del mercato" e i "tempi della società", tra la logica e le esigenze dell'economia e quelle specifiche della società e della politica. Il mondo giovanile appare come la principale vittima di questi recenti e mal controllati percorsi di sviluppo. Le difficoltà incontrate nell'inserimento lavorativo producono effetti non certo virtuosi sulla cultura civica giovanile, in termini di debolezza nelle identità politiche e di incapacità di costruire una qualche forma di relazione con la sfera pubblica.

    Questo tipo di analisi dovrebbe aiutare a considerare sotto tutta un'altra ottica l'attuale sviluppo economico. Il rischio è che intere generazioni vengano "bruciate" dalla difficile esperienza di una incompiuta, o impossibile, transizione verso l'età adulta, con gravi conseguenze per la società di domani che proprio da queste generazioni sarà in gran parte costituita.

4. I giovani tra politica vecchia e politica nuova

    Le ricerche qui sintetizzate ci mostrano come il distacco crescente dalla politica istituzionale e dalla sfera pubblica nel suo complesso costituisca il punto di partenza della riflessione sociologica contemporanea sul rapporto tra giovani e politica. Tale processo è oggetto di un fondamentale dilemma interpretativo in base al quale il disimpegno politico giovanile viene considerato o come la conseguenza di una dilagante apatia, oppure come il risultato dello spostamento dell'interesse e dell'impegno dei giovani dalle forme tradizionali di partecipazione politica verso modalità di tipo alternativo e dal carattere prettamente non convenzionale, come il volontariato e come i nuovi movimenti sociali.

    La tesi che qui si avanza è che il distacco dei giovani dalla sfera dell'agire politico è meno netto e irrecuperabile di quanto sostengano le diagnosi troppo rapide oggi in circolazione nella letteratura specialistica. La cultura politica si compone di elementi che cambiano con rapidità ed elementi che invece tendono a manifestare una considerevole stabilità nel corso del tempo. Un esempio classico: le rappresentazioni dell'universo politico in termini di distinzione destra/sinistra sono state in genere considerate elementi tra i più stabili. Negli ultimi anni, come riflesso di un cambiamento politico ancor più intenso, è stata avanzata insistentemente l'ipotesi che sia ormai in atto il superamento della distinzione destra/sinistra o che, in altri termini, la dicotomia abbia del tutto perso di significato e di capacità di orientare i comportamenti politici e di organizzare il pluralismo delle opinioni e dei valori. Si dice, da più parti, che la crescente pluralizzazione delle issues e dei conflitti politici [chiaramente trasversali rispetto al cleavage destra/sinistra] rende questa dicotomia del tutto inadeguata e troppo semplificante per riassumere in una maniera efficace la complessità della politica contemporanea. Queste interpretazioni in realtà dimenticano come la distinzione destra/sinistra sia tuttora un dato linguistico utile per esprimere la diversità dei valori costitutivi della politica democratica.

    Destra e sinistra fanno parte del linguaggio proprio delle democrazie moderne e, in quanto tale, la dicotomia appare legata non a precise contrapposizioni ideologiche (socialismo vs. liberalismo) né a specifici contenuti (l'eguaglianza vs. la diseguaglianza). I due termini sono infatti dei contenitori flessibili che cambiano continuamente i loro contenuti concreti. L'unica costante si ritrova nel loro essere il metalinguaggio necessario per esprimere una significativa divergenza di opinioni. Per questa ragione la crisi delle ideologie e delle appartenenze tradizionali che si registra nelle giovani generazioni non necessariamente deve condurre alla crisi della concezione della propria identità politica in termini di destra e sinistra. I dati empirici raccolti e commentati, in una maniera originale ed accurata, da Enrico Caniglia (2001) offrono un ottimo test empirico di verifica dell'importanza persistente della distinzione destra/sinistra nelle giovani generazioni. L'analisi dei dati ha proceduto lungo una via convenzionale di elaborazione relativa alla classica scelta dell'autocollocazione lungo l'asse destra/sinistra, ed un percorso analitico più complesso volto a ricostruire i contenuti che vengono attribuiti ai termini di destra e di sinistra dai giovani. La diversità di salienza della distinzione destra e sinistra tra le generazioni è stata effettuata, anche in questo caso, attraverso una comparazione delle autocollocazioni di un campione di giovani con quelle di un campione composto dai rispettivi padri. In primo luogo, per quanto riguarda le giovani generazioni la capacità e la competenza a collocarsi e a distinguere tra destra e sinistra appare piuttosto elevata. Inoltre, la capacità di collocarsi appare fortemente correlata con l'interesse e il coinvolgimento verso la politica. Ciò dimostra come il non collocarsi non dipenda affatto dal carattere ormai anacronistico assunto dalla distinzione, come alcune recenti interpretazioni tentano di avvalorare (Giddens, 1997), quanto invece dall'assenza di una relazione significativa con la politica. Il confronto intergenerazionale appare, poi, assai utile per fissare le trasformazioni intercorse sul senso e i significati della distinzione destra/sinistra. Innanzitutto, i dati mostrano come la generazione degli adulti manifesti una significativa importanza del "centro" nella scelta dell'autocollocazione politica. Se nei figli il "centro" appare un'identità alquanto marginale e di scarso riferimento, nei genitori costituisce invece un polo politico assai significativo. La valutazione del "centro" nella generazione degli adulti è poi l'evidente risultato dell'importanza dell'appartenenza religiosa così come è stata vissuta nell'ambito della loro socializzazione politica. Gli adulti che si collocano nel "centro" appaiono caratterizzati da una forte identità da cattolici praticanti. Nei figli questa corrispondenza è praticamente scomparsa. L'appartenenza religiosa non risulta in nessun modo connessa con l'identità politica, e infatti nei giovani i cattolici praticanti, invece di essere concentrati al "centro", appaiono piuttosto distribuiti in modo omogeneo lungo tutto il continuum destra/sinistra - un dato che può esser assunto come una chiara prova del processo di autonomizzazione della politica moderna dalla sfera sociale in atto nella società dei giovani. Una corposa differenza intergenerazionale emerge, poi, relativamente ai contenuti attribuiti alla distinzione destra/sinistra. Nei genitori la destra tende a essere descritta attraverso costanti riferimenti all'esperienza e alla cultura fascista, piuttosto che alla destra liberale, e anche la sinistra appare ricondotta più strettamente al comunismo e al socialismo. Nei figli questi riferimenti sono presenti ma tendono a passare in secondo piano rispetto ad altri più recenti riferimenti culturali. Sotto questo profilo la dinamica generazionale appare scandire un significativo processo di trasformazione della cultura politica. Nelle giovani generazioni la destra si rinnova profondamente nei suoi significati, assumendo i tratti del liberismo e perdendo progressivamente quelli legati al fascismo, mentre la sinistra allarga i suoi contenuti affiancando le questioni della pace, della tolleranza etnica, del femminismo, tutte le tipiche questioni legate all'emergere della New Politics, ai suoi temi relativi alla giustizia sociale e alla difesa del Welfare State.

    In definitiva, l'analisi della distinzione destra/sinistra così come si presenta nei giovani offre parecchi elementi di riflessione sulla cultura politica e sulle sue tendenze alla trasformazione. La prevalenza della collocazione a sinistra da parte degli studenti, il graduale "processo di sdoganamento" della destra, l'apertura dell'identità e della cultura di sinistra verso le questioni della New Politics, sono alcuni degli elementi che contraddistinguono il rapporto tra i giovani e la dicotomia destra/sinistra e che offrono valide indicazioni per comprendere quali siano le prevedibili direzioni del mutamento politico in atto nella società italiana prossima ventura.

Note

1. Qui si stralciano i dati italiani rilevati nel triennio 1997-1999 nell'ambito dell'indagine The Integration of Young People into Working Life and the Future of Democratic Culture in Southern Europe coordinata dallo scrivente e finanziata dalla Direzione generale Educazione e Cultura della Commissione europea. Il campione italiano riguarda 1352 studenti universitari iscritti a diverse facoltà in 12 atenei (Milano, Genova, Pisa, Firenze, Perugia, Roma, Napoli, Bari, Cosenza, Catania, Palermo, Sassari); a questi dati si aggiungono quelli di 886 coppie di questionari di studenti e dei loro capifamiglia. Nel 1998 poi sono stati intervistati 594 giovani in cerca di lavoro: circa 1/3 in una provincia del Nord (Genova),1/3 in province del Centro (Firenze e Perugia),1/3 in province del Sud (Roma, Napoli e Catania).

Bibliografia di riferimento

Beck U., I rischi della libertà, il Mulino, Bologna, 2000.
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