INES DE CASTRO

di SALVATORE STATELLO

 

 

Il testo integrale del presente volume, completo di note, ricca bibliografia e ampia documentazione iconografia, si può richiedere al Circolo Socio-Culturale “Il Faro” – Via Piave 2/C – 95018 Riposto (CT)

€ 8 + spese postali

 

 

Cenni storici

  

   La storia di Ines de Castro si può legittimamente ascrivere a quelle tante storie d’amore impossibile, esemplificative della dicotomia Eros/Thanatos, rese immortali dai poeti oltre il confine del tempo, i cui protagonisti sono vittime dell’ineluttabilità del fato o della follia di “amor di perdizione”.

   È un amore questo di Ines e di Pietro I di Portogallo che, non solo vince la morte, come quello di Paolo e Francesca da Rimini, ma, nella visione escatologica, addirittura anela al ricongiungimento dei corpi al momento del Giudizio Universale.

   Come per tanti miti, anche di lei non si conosce con esattezza né la data né il luogo della nascita. Probabilmente è nata intorno al 1320, come ipotizza qualche studioso. Si sa che era figlia illegittima di Pietro, gran signore di Galizia, e di Aldonça Valdarez. È apparsa sullo scenario della Storia nel 1340 al seguito di Costanza di Castiglia, sposa di Pietro, infante di Portogallo. Ma, arrivata la sposa col suo seguito, pare che il principe sia stato attratto piuttosto dalla straordinaria bellezza della damigella d’onore che dalle fattezze della legittima sposa.

   Per le attenzioni del principe, ricambiate, ben presto la corte si allarmò. Ines fu fatta diventare madrina di uno dei principini, sperando che tale cognatio spiritualis potesse porre fine a quel rapporto. E successivamente fu esiliata dal regno.

    Morta Costanza nel 1345, Pietro richiamò Ines dall’esilio ed entrambi errarono per varie località del Portogallo. Il primo gennaio 1354, come dice anche José Saramago (1), i due erano a Bragança dove celebrarono matrimonio segreto nella chiesa di S. Vincenzo. Infine si stabilirono a Coimbra, nel palazzo annesso al monastero di Santa Clara, fondato da Santa Isabella, regina di Portogallo, nonna del principe e figlia di Costanza II, regina di Sicilia e d’Aragona.

 

   Ma pare che i fratelli di Ines approfittassero di questa situazione per tentare di dominare il principe ereditario. Fu così che il re, Alfonso IV di Portogallo, sollecitato dal malcontento popolare, dalle religiose di S. Clara e da alcuni consiglieri, il 7 gennaio 1355, decretò sentenza di morte contro la donna, rea di rispondere all’amore del principe con “altro amore”.

   Nel 1360, tre anni dopo essere salito al trono, Pietro proclamò ufficialmente l’avvenuto matrimonio segreto, legittimò i figli, dichiarandoli infanti, fece catturare i consiglieri del padre, a due di essi fece strappare il cuore, simbolo dell’amore, bruciare i loro corpi e disperdere le ceneri nel Tago. L’anno dopo fece disseppellire i resti mortali della donna amata e, dopo averli fatti rivestire con abiti regali, in processione da Coimbra li fece trasportare nell’abbazia di Alcobaça, dove fece dare definitiva sepoltura in uno dei monumenti funebri più belli di tutta la penisola iberica. Lo stesso Pietro fece costruire il proprio sarcofago vicino a quello di Ines.

   Nel 1385, per problemi di successione dinastica, il matrimonio proclamato da Pietro fu dichiarato nullo e Ines venne considerata per lungo tempo una donna intrigante, nata per la rovina dei principi e delle nazioni.

   Ma una storia del genere non poteva sfuggire alla sensibilità dei poeti. Oltre un secolo e mezzo dopo la sua morte, sotto l’influenza della concezione dell’amore di Dante, di Petrarca e delle dottrine neoplatoniche, introdotte in Portogallo dagli umanisti italiani, tra cui Cataldo Siculo Parisio, avvenne “la metamorfosi che dal patibolo porta alla gloria”: Ines assurgeva a simbolo dell’amore puro, sacrificato alla “ragion di Stato”, vittima degli intrighi delle “inique corti”.

   Primo fu il poeta Garcia de Resende, che nel 1516, pubblicando il Canzoniere Generale, le dedicò una lunga romanza, in cui l’autore, seguendo la poetica de I Trionfi del Petrarca e la tecnica del V canto dell’Inferno dantesco, faceva narrare alla protagonista la sua dolorosa e straziante vicenda umana.

 

   A metà del Cinquecento, Antonio Ferreira, considerato l’Orazio e l’Euripide lusitano, scrisse la tragedia Castro sul modello dell’Octavia, attribuita a Seneca.

   Qualche decennio dopo, nel 1572, Luís de Camões ne I Lusiadi, l’epopea nazionale portoghese, le dedicò 18 stanze, forse i versi più belli scritti sinora sulla “linda Ines”.

   Nelle lettere portoghesi la vicenda di questa donna, assurta a topos letterario nazionale, sino ai nostri giorni ha continuato ad essere fonte d’ispirazione artistica. Anche gli autori castigliani attinsero a questo argomento. Nel 1577 il monaco domenicano, Jerónimo Bermúdez, pubblicò le due tragedie: Nise Lastimosa e Nise Laureada. A metà del Seicento venne pubblicata: Reinar después de morir di Luís Vélez de Guevara. Da quel momento, dato anche il titolo dell’opera, oltre che per i versi di Camões, Ines veniva proclamata definitivamente regina post-mortem di un regno che è quello della gloria letteraria. È a quest’opera che si è ispirato nel 1942 Henry de Montherlant per La Reine Morte.

   Con Houdard de La Motte il soggetto, nel 1723, passò in Francia e da qui si diffuse in tutta Europa e soprattutto in Italia, dove per due secoli, numerosi autori si sono cimentati nel rappresentare la triste vicenda della “linda Ines”, assurta a simbolo di libertà e persino di riscatto nazionale, ricco di sfumature e connotati che, di volta in volta, hanno attinto al momento storico, oltre che alla personalità del poeta.

  

 

 

Prefazione

     Diversi miti sgorgati da fonti disparate attraversano da secoli la storia culturale dell’occidente. La letteratura, in particolare, in ogni tempo ha rappresentato, nelle sue diverse espressioni, il ricettacolo ideale di questi paradigmi che, giusta l’osservazione di Roland Barthes, attraverso mutevoli metamorfosi si inabissano e riaffiorano in fondo uguali a se stessi nelle opere degli scrittori di tutti i tempi. Anzi, spesso uno scrittore è tanto più grande quanto più riesce a creare miti capaci di affascinare più generazioni.

   I racconti basati sul mito esibiscono gli stessi ingredienti, ad attestare che il fondo psicologico e culturale su cui germinano è sempre il medesimo: le forti passioni, le angosce eterne che agitano l’umanità. Può accadere - ed è questo schematicamente il caso più frequente nella mitologia antica - che la creazione mitica affondi le sue radici nella sensibilità religiosa di un popolo, del quale il poeta o lo scrittore si fa semplicemente portavoce e coscienza critica. In altri casi, invece, il mito ha una base nella storia, nel cui palcoscenico accadono talvolta fatti tanto sconvolgenti da calamitare l’attenzione dell’artista. Sono tanti gli esempi che si possono citare, in qualsiasi epoca ci si collochi. Ma non vi è dubbio che sul terreno squisitamente letterario due sono tradizionalmente i poli d’oscillazione, la cui presenza è indispensabile per trasformare il bruto dato storico in mito: eros e morte; binomio reso celebre dalle teorizzazioni romantiche, ma le cui tracce si trovano in tanta produzione letteraria antica e moderna. Perché è proprio nell’epos che avviene la mutazione di cui si discorre. Se non ci fosse stato Dante, la storia di Paolo e Francesca sarebbe impallidita a semplice notizia di cronaca, finendo sepolta in qualche documento polveroso ed ignoto. Ed invece.

 

   Il riferimento al binomio eros-thanatos, nonché alla celebre coppia di amanti, che ricalca nella sua storia cruenta di sangue e passione modelli consolidati  e di duraturo fascino (si pensi a Tristano e Isotta), è qui tutt’altro che casuale. La vicenda di Ines de Castro, infatti, si inscrive nella medesima tipologia, presentando con i precedenti indubbie affinità, pur nella sua cornice squisitamente portoghese.

   Salvatore Statello ha avuto, nel momento in cui ha concepito questo studio, una  notevole intuizione: si è reso conto che questo mito a lungo vitale nella cultura europea occidentale si era un poco appannato, fin quasi ad eclissarsi, se non altro nell’interesse dei maggiori studiosi di cose letterarie. Perciò lo ha rispolverato ad uso del lettore moderno, ne ha scrostato le parti meno note, spingendosi sulla difficile via della ricerca fino ad illuminare zone d’ombra, che altrimenti tali sarebbero rimaste per chissà quanto tempo. Merito principale di questo studio, insomma, è quello di seguire lucidamente una pista poco battuta, tracciando un quadro esaustivo di una parabola letteraria che trascorre per secoli sulle tavole dei più importanti palcoscenici, divenendo presenza costante del teatro europeo. È un’operazione un poco ardita, considerate le difficoltà di cui è costellata fatalmente una ricerca così orientata. Non è facile, infatti, affastellare tanto materiale e così differente, passando dalla sorgente iniziale (Ferreira) ad autori più o meno conosciuti, come La Motte o Metastasio. Perché la vicenda di Ines- ed il motivo per cui si è mutata in mito - si presta a diverse letture e molte interpretazioni.

   Statello bene ha fatto, scegliendo la via della limpidezza espressiva, a catalogare con certosina pazienza i tanti volti dell’eroina portoghese affioranti nelle opere dei molti autori che la sua storia hanno voluto trasporre sulle tavole di un palcoscenico. Troppo ghiotta, evidentemente, la sua tragica parabola esistenziale per passare inosservata. E troppo a tinte forti per non riuscire gradita a un pubblico non legato alle anguste mode di un tempo ristretto.

   Le pagine di questo saggio dedicate ad autori come l’inquieto Giovanni Greppi, che agì nella Milano dell’altrettanto inquieto abate Casti, o quelle  che si soffermano sul torinese Bertolotti, hanno lo charme dell’operazione “archeologica” di disseppellimento compiuta con passione. Lo studioso ne è giocoforza attratto, perché è l’occasione per riesplorare angoli della storia del teatro sepolti in un colpevole oblio. In questo senso, uno strumento prezioso è certo costituito dalla fitta bibliografia messa a punto dall’autore del saggio, in cui davvero traspare il frutto di uno studio sedimentato a lungo prima di sboccare nel lavoro definitivo. Ed è, questa, una fatica feconda, perché non solo getta luce là dove prima vi era ombra fitta, ma anche perché mette a fuoco delle importanti sfumature della storia del teatro occidentale. Creando, in questa maniera, l’indispensabile presupposto per sviluppi ulteriori.

 

                                                      Alfredo Sgroi

                                                    (Università di Catania)