TARQUINIO ANTERO DE QUENTAL

(1842/1891)

di SALVATORE STATELLO

(“Il Faro”, Gen.  Dic. 2003, pagg. 1/7)

 

 

 

Antero de Quental  è il poeta portoghese della seconda metà dell’Ottocento tra i più grandi e i più inquieti, intorno al quale si è sviluppata tanta leggenda. Era nato a Ponta Delgada, nelle Azzorre, il 18 aprile 1842, aveva studiato legge a Coimbra e successivamente era vissuto anche a Parigi e in America; infine, concluse tragicamente la sua vita nella città natale suicidandosi l’11 settembre 1891 in una pubblica piazza, seduto accanto ad un’ancora monumentale dov’era incisa la parola “Speranza”!

A Coimbra, negli anni ’70, era stato tra gli organizzatori delle conferenze del Casinò, rimaste famose nella Storia come la “Questione di Coimbra”.

Sotto l’influenza dei grandi pensatori del suo tempo, aveva rivolto la sua attenzione alla poesia, alla speculazione filosofica e all’impegno civile. La sua ambivalenza lo portava a riconoscersi diviso tra due opposti: “Penso come Proudhon e Michelet, ma sento, immagino e sono come l’autore dell’Imitazione di Cristo”. Egli fu, come scrisse il suo amico Oliveira Martins, “un poeta nella più elevata espressione della parola; ma nello stesso tempo l’intelligenza più critica, l’istinto più pratico, la sagacità più lucida...” (195).

 La “Nausea della realtà”, “Il desiderio del Nirvana” ossia dell’annichilimento della persona, in lui erano predominanti. “La poesia è la confessione sincera del pensiero più intimo di un’età”; pertanto la “Poesia Moderna è la voce della Rivoluzione” e “questa voce, se è la più alta, dev’essere anche la più poetica”, aveva detto. Accanto a questo anelito alla “Rivoluzione” coesisteva l’appello alla “santità”, spostata dalla trascendenza all’umano: una “santità” nuova, rivoluzionaria, costantemente unita ai simboli della “Ragione”, della “Luce” e del “Sole”. La parola-chiave di questa nuova “mistica” era l’epiteto di “santo”, attribuito a chi incarnava il nuovo ideale. E questo misticismo non era scevro dell’ironia e dell’umorismo. Tra i suoi amici godeva fama di questa “santità” laica, per l’alto senso etico del suo agire, tanto che, ricorda ancora Oliveira Martins, uno di essi, chiedendogli notizie dell’amico, gli chiedeva: “E santo Antero, come sta?”.

Questa santità si trasformava in una devozione eccezionale, in un senso democratico della vita, tutto immanente ad una concezione progressiva dell’umanità e del mondo materiale: una religiosità sempre più naturale e anticlericale.

Le opere di questo periodo tracciavano i topici di un’epoca dell’umanità, sotto l’influenza della scienza genetica, della sintesi storica di Michelet, dell’utopia di Proudhon e del modello poetico della “Légende des Siècles” di Hugo.

Al Romanticismo umanitario e contestatario univa le idee rivoluzionarie. Era bandito il sentimentalismo sensuale e il lirismo paesaggistico a favore di una nuova “dottrina”: al cristianesimo dei primi romantici opponeva un “panteismo”, che sotto l’influenza di Michelet, riecheggiava Vico, Herder, Proudhon e Renan. Il Poeta vedeva la realtà come lo sviluppo di un’Idea, attraverso l’autogenesi evolutiva d’ogni cosa, ossia, la trasformazione di ogni tesi nella sua antitesi.

Purtroppo la personalità di Antero diventava ben presto un esempio vivo della scissione tra il pensare e il sentire, o meglio, tra il pensare poetico, quello pratico e quello dottrinario: “un’anima sempre in lotta con se stessa”. Il panteismo continuava a esistere, evolvendosi, però, da segnale positivo in negativo: invece di essere un momento dinamico dell’azione vitale, il Dolore (con lettera maiuscola come la Morte, il Tedio, il Disinganno ed altre entità negative) assurgeva ad unico ente reale, ente che né la morte individuale né l’estinzione della specie avrebbero potuto annientare a meno che la Natura Incosciente avesse assunto coscienza del proprio male annientandosi come volontà di essere. L’ideale di Progresso veniva soppiantato dall’ansia di una specie di suicidio universale. Al culto della Ragione diurna e attiva succedeva quello della Notte pacifica del Non-Essere. La luce del “chiaro Sole, amico degli eroi” si trasformava in simbolo di “menzogna” e di “tradimento universale”.

Avendo fatto parte del gruppo dei “Vencidos da vida”, leopardianamente poteva concludere “che sempre il peggior male è quello di essere nato” e “ passare solitario tra la moltitudine”.

Tra tanti ideali, umanamente irraggiungibili, e una “saudade”, sentita come un singhiozzo che emerge dal profondo della Storia, gli è mancato l’appello all’esperienza della realtà e della concretezza. Anche se si era accostato ai malsani baudelairiani fiori “dall’aroma irritante del vizio”, il suo ideale femminile rimaneva ancorato alla Beatrice dantesca e alla visione neoplatonica della donna di Camões: la donna angelo, mediatrice tra l’umano e il divino.

Tra le sue opere letterarie si ricordano: “Beatrice”, “Primavera Romantica”, “Raggi di Luce Estinta”, “Odi Moderne” e “Sonetti”. Questi ultimi sono le più alte espressioni della poesia lusitana, se soprattutto letti alla luce della biografia spirituale del Poeta. Infatti Oliveira Martins, che ha fatto la prefazione all’edizione del 1886, li legge alla luce di una biografia “ciclica”.

Nella prima parte (1860/1862) vi nota una “preoccupazione metafisica nella sua fase rudimentale di dubbio teologico che è l’inizio della tristezza che è come i lembi di nuvole quando velano il Sole, lasciando intravedere la tempesta del giorno dopo”.

La seconda parte (1862/66) è “psicologicamente la meno originale, (ma) artisticamente la più brillante (...) La nebulosa del primo periodo cominciava a risolversi in una tragedia mentale.

Nella terza parte (1864/1874) “si vede l’onda della desolazione spargersi; si vede il silenzio e l’oscurità che prima sorgevano come paurose sorprese, raggiungere un posto eminente, nel regime delle cose; si vede lo spirito del filosofo reagire ( prendere il sopravvento) sul temperamento del poeta, diventando sistema ciò che sino ad allora era soltanto furia... Antero è nichilista come filosofo, anarchico come politico... Accanto ai sonetti crepuscolarmente desolati, si elevano come aurora i sonetti stoici. Per curare il poeta dalla vertigine satanica gli servì la metafisica pessimistica; per curarlo più tardi da questa metafisica, gli servirà la reazione del sentimento morale sulla ragione speculativa... (203). 

Qui di seguito si propone la traduzione di alcuni sonetti, seguendo l’ordine cronologico della composizione per evidenziare l’evoluzione di cui sopra.

 

 

 

 

A  M. C. 2

 

Pose Dio sulla tua fronte la mano pietosa:

quel che vaticina il poeta e il soldato

volse a te lo sguardo, d’amore velato,

e ti disse: “vai, figlia, sii formosa!”

 

E tu, scendendo nell’onda armoniosa,

posasti in questo suolo angustiato,

stella avvolta in uno sacro splendore,

il tuo limpido sguardo nella luce radiosa...

 

Ma io... posso io per caso meritarti?

Ti diede il Signore, donna! ciò che è vietato,

Angelo!  ti diede il Signore un mondo a parte.

 

E a me, a chi diede occhi per vederti,

senza poter più... a me che ha dato?

voce che ti canta e un’anima per amarti!

 

 

 

 

 

A  M. C. (1)

 

Nel Cielo, se esiste un cielo per chi piange,

cielo per i dolori di chi soffre tanto...

se è là il fuoco dell’amore, puro e santo,

fiamma che arde, ma che non divora...

 

Nel Cielo, se un’anima abita in questo spazio,

che ascolta la prece e asciuga il nostro pianto...

se c’è padre, che stende su di noi il manto

dell’amore pietoso... che io non sento adesso...

 

Nel Cielo, oh vergine!  finiranno i miei mali:

devo rinascere là, io che sembro

essere nato qui solo per il dolore.

 

Lì, oh giglio delle celesti valli!

Avendo la sua fine, avranno il loro inizio,

per non più finire, i nostri amori.   

 

 

A  Germano Meireles

 

Solo i mali sono reali, solo il dolore esiste:

piaceri solo genera la fantasia;

nel nulla immaginare, il bene consiste,

va il male in ogni istante, ora e giorno.

 

Se cerchiamo quel che è, quel che dovrebbe

per natura essere non ci assiste;

se confidiamo in un bene, che la mente credeva

che altro rimedio c’è, se non essere triste?

 

Oh, chi tanto avrebbe potuto pensare

la vita solo in sogno. E nulla cambia ...

Ma, in quel che non si vede, travaglio perso!

 

Chi sarebbe tanto fortunato da dimenticare ...

Ma né il suo male con lui intanto dormirebbe,

che sempre il peggior male è l’esser nato!

 

 

Idillio

 

Quando andiamo, insieme, man nella mano,

cogliendo a valle gigli e pratoline,

d’un fiato attraversando le colline

bagnate ancor di notturna rugiada;

 

o, vedendo il mare dalle erme cime

contempliamo nuvole vespertine,

che sembrano fantastiche rovine

accumulate lungo l’orizzonte:

 

quante volte, d’un tratto, ammutolisci!

Non so che luce nel tuo sguardo fluttua;

sento tremar la mano e impallidisci ...

 

Il vento e il mare mormorano orazioni,

e la poesia delle cose s’insinua

lenta ed amorosa nei nostri cuori.

 

Il Palazzo della Ventura

 

Sogno d’ essere un cavaliere errante.

Per deserti, per astri, per notte oscura,

paladino d’amore, cerco anelante

l’incantato palazzo della Ventura!

 

Già vengo meno, esausto e vacillante,

spezzata ormai la spada e l’armatura ...

e subito l’avvisto folgorante

nella sua pompa e bellezza vana!

 

Batto grandi colpi alla porta e grido:

Io sono il Vagabondo, il Diseredato...

Apritevi, porte d’oro, al mio grido!

 

Si aprono le auree porte con fragore ...

ma dentro trovo, pieno di dolore,

solo silenzio, buio e niente più! 

 

 

Metempsicose 

 

Ardenti figlie del piacere, ditemi!

quali sono i vostri sogni, dopo l’orgia?

Forse talvolta l’immagine fugace

di ciò che foste si agita e freme in voi?

 

In altra vita e altra sfera, dove geme

altro vento e si accende altro giorno,

che corpo aveste? quale materia fredda

incendiò la vostra anima con puro fuoco?

 

Voi foste, nei fiori, belve feroci,

trascinando, leonesse o pantere,

un corpo esangue di morsi d’amore...

 

Mordete poi questa carne palpitante,

belve fatte di garza fluttuante...

Lupe, leonesse! sì, bevete il mio sangue!

 

 

Più luce!

 

Amino la notte i magri crapulosi,

E chi sogna con vergini impossibili

E chi s’inchina, muto e impassibile,

Ai bordi degli abissi silenziosi ...

 

Tu, Luna, coi tuoi raggi vaporosi,

Riparaci, coprici e rendici insensibili,

Tanto ai vizi crudeli e inestinguibili,

Quanto alle lunghe cure dolorose!

 

Io amerò la santa aurora,

E il mezzogiorno, di vita ribollente,

E la sera rumorosa e riposante.

 

Viva e lavori in piena luce: poi,

Mi sia dato ancora di veder, morendo

Il chiaro Sole, amico degli eroi!

 

 

 

Inno alla ragione

 

Ragione, all’amore e giustizia sorella,

ascolta ancora una volta la mia prece.

È la voce di un cuore che ti brama,

di un’anima libera solo a te sottomessa.

 

È per te che la polvere non stabile

degli astri, dei soli e mondi permane;

è per te che la virtù prevale,

e il fior dell’eroismo prospera e cresce.

 

Per te, in tragica arena, le nazioni

cercano la libertà tra la luce;

e chi, muto, guarda il futuro e medita,

 

per te possono soffrire e non si abbattono,

madre di figli robusti che combattono

col tuo nome scritto sui loro scudi!

 

 

HOMO

 

Nessuno di voi mi conosce con certezza,

astri dello spazio, alberi del bosco,

nessuno ha penetrato il mio segreto,

nessuno ha interpretato la mia prece...

  

Nessuno sa chi sono... e per di più, pare

che da oltre dieci mila anni, in questo esilio,

mi vede passare il mare, mi guarda la roccia

e mi contempla la nascente aurora...

 

Sono un mostruoso parto della Terra;

generazione casuale dell’humus

primitivo e tenebroso, senza padre né madre...

 

Infelice miscuglio di tenebre e splendore,

sono forse Satana - forse figlio

bastardo di Geova - forse nessuno!

 

 

Mors-Amor 

 

Codesto nero corsiero, i cui passi

sento nei sogni, quando scende l’ombra,

e, che passando a galoppo, a me appare

nella notte per fantastiche strade,

 

donde viene? quali sacre e terribili

regioni ha attraversato da sembrare

così tenebroso e sublime, e non so

che orrore scuote l’agitata criniera?

 

Un cavaliere dal potente aspetto,

forte ma placido nel portamento,

vestito d’armatura rilucente,

 

cavalca la fiera senza timore:

dice il nero corsier “Sono la morte”,

risponde il cavalier: “Sono l’Amore”.

 

 

Nox  

 

Notte, vanno a te i miei pensieri,

Quando sento e vedo, alla crudele luce del giorno,

Tanto sterile lottare, tanta agonia,

E tanti aspri e inutili tormenti ...

 

Tu, almeno soffochi i lamenti

Che esalano dalla tragica segreta ...

L’eterno Male, che ruggisce e muta,

In te riposa e oblia alcuni momenti ...

 

Oh! Prima che anche tu ti addormentassi

Per una volta, e eterna, inalterabile,

cadendo sopra il Mondo, ti dimenticassi,

 

E lui, il Mondo, senza più lottare né vedere,

Dormisse nel tuo seno inviolabile,

Notte senza confine, notte del Non-essere!

 

 

 

Il Convertito

 

Tra i figli d’un secolo maledetto

presi anch’io, a lungo, posto all’empia mensa,

dove, sotto il piacer, geme tristezza

di un’ansia impotente d’infinito.

 

Come altri, sputai sull’altare avito

una risata d’impurità e fiele ...

Però un giorno oscillò la mia certezza,

mi diede un segnale il cuore contrito!

 

Sola, piena di tedio e prostrazione,

rompendo gli argini al represso pianto,

si rivolse a Dio la mia anima triste!

 

Avvolsi nella fede il mio pensiero,

trovai pace nell’inerzia e nell’oblio ...

Mi manca solo saper se Dio esiste!

 

 

Divina commedia

 

         Ao Dr. José Falcão

 

Alzando le braccia al cielo distante

e apostrofando gli dei invisibili,

gli uomini gridano: - “Dei impassibili,

a che serve il destino trionfante,

 

perché ci avete creati?! Incessante

corre il tempo e genera solo, inestinguibili,

dolore, peccato, illusione, lotte orribili,

in un turbinio crudele e delirante...

 

Non era meglio nella pace clemente

del nulla e di ciò che ancora non esiste,

essere rimasti a dormire eternamente?

 

Perché col dolore ci avete evocati?”

Ma gli dei, con voce ancor più triste,

dicono: - “Uomini! perché ci avete creati?!”

 

Consultazione

 

Convocai intorno al mio freddo letto

le migliori memorie di altre età,

vaghe forme, che a notte con pietà,

s’inchinano, a spiare, sopra il mio petto ...

 

Dissi loro: Nel mondo immenso e stretto

valeva la pena, nell’ansietà,

esser nato? Ditelo in verità,

povere memorie che al petto ho stretto.

 

Ma esse si turbarono - preoccupate!

e impallidirono, contristate,

pur la più felice, la più serena ...

 

E ciascuna d’esse, lentamente,

con un sorriso languido, pungente,

mi rispose: - No, non valeva la pena!

 

 

Elogio della morte  (III)

 

                   Morrer é ser iniciado.

                            (Antologia Greca)

 

Io non so chi tu sia – ma non tento

d’indagarlo, tale è la mia fiducia.

Basta sentirti ai miei piedi, nel buio,

tra le forme della notte a cui parlo.

 

Attraverso il silenzio freddo e oscuro

vo seguendo i tuoi passi, e, senza paura

sull’orlo degli abissi del Futuro

m’inchino alla tua voce, per sondarlo.

 

Per te m’immergo nel notturno mondo

dei sogni d’innominata regione,

per fissare il tuo sguardo profondo...

 

Fissarlo, comprenderlo, basta un’ora,

dalla fredda man, funerea Beatrice...

Ma unica Beatrice consolatrice!

 

 

Lacrimae Rerum

 

Notte, della Ragione e della Morte

sorella, quante volte ho interrogato

il tuo verbo ed il tuo oracolo sacro,

confidente e interprete della Sorte!

 

Dove sono i tuoi astri che, come coorti

d’anime inquïete, conduce il Fato?
Perché invan l’uomo vaga desolato

cercando certezza che lo conforti?

 

Ma nella pompa del gran funerale,

muta, la notte, sinistra, trionfale,

passa rimescolando le lente ore ...

 

Tutto, intorno a me, è dubbio, tutto è lutto;

smarrito in un immenso sogno, ascolto

il sospiro  di cose tenebrose.

 

Redenzione   (I)

 

Voci del mar, degli alberi, del vento!

Quando, talvolta in sogno doloroso,

mi culla il vostro canto poderoso,

giudico uguale al mio, il vostro tormento ...

 

Verbo crepuscolare, intimo anelito

di mute cose; salmo misterioso;

non sai tu, lamento vaporoso,

il sospiro del mondo e il suo lamento?

 

Uno spirito abita l’immensità:

un’ansia crudele di libertà

agita e scuote forme fuggitive.

 

E comprendo la vostra lingua strana,

voci del mare, della selva, della montagna ...

Anime a me sorelle, anime prigioniere!

 

 

Con i morti

 

Dove son quei che amai? Andati, dispersi,

trascinati nel giro dei tifoni,

portati, come in sogno, tra visioni,

nella fuga e caduta d’universi ...

 

Ed io stesso, pure con i piedi immersi

nella corrente, alla mercé dei turbini,

solo livida schiuma, in gorgoglii,

vedo, e tra essa, qui e lì, volti sommersi ....

 

Ma se mi fermo un momento, se arrivo

a chiuder gli occhi, sento accanto a me

coloro che amai, vivono con me,

 

li vedo, li sento e mi ascoltano anche,

uniti nell’antico e sacro amore,

in comunione dell’eterno Bene.

 

 

Solemnia verba 

 

Dissi al mio cuore: “Guarda per quanti

vani sentieri andammo! Considéra

ora, da questa altura fredda e austera

gli eremi bagnati dai nostri pianti...

 

Polvere e cenere, ove incanto e fiore!

Notte, ove fu luce di Primavera!

Guarda ai tuoi piedi il mondo e dispera

seminatore d’ombre e di sconforto!”

 

Però il cuore, diventato valente

alla scuola del continuo affanno,

e all’uso del penar tornato credente,

 

rispose: “Da quassù vedo l’Amore!

Se ciò è la vita, viver non fu vano,

maggior non fu il disinganno e il dolore”!