OMAGGIO A IGNAZIO BUTTITTA: un poeta da non dimenticare

di ANNA CASTIGLIONE GAROZZO

(Il Faro, n° 5/6, gennaio-giugno 1997)

 

Il 5 aprile scorso a Bagheria moriva Ignazio Buttitta. A Bagheria era nato nel lontano 1899. Ventitreenne, fondò nel suo paese un circolo culturale intitolato a Filippo Turati e prese parte a una sommossa popolare contro l'imposizione dei dazi comunali. Il suo primo volumetto di poesie dialettali, Sintimintali, vide la luce nel 1925; due anni dopo, il matrimonio, la nascita dei figli, da cui il culto della famiglia che lo accompagnerà per tutta la vita e costituirà sempre il suo punto di riferimento essenziale. Nel 1928 pubblicò un secondo libro di poesie siciliane, Marabedda, un lungo canto d'amore. Ma la casa editrice, che pubblicava anche un giornale di letteratura dialettale, fu presa di mira dal Fascisino che non tolierava pubblicazioni di quel genere e Buttitta che ebbe distrutto il suo negozio di Bagheria, interruppe l'attività di scrittore, emigrò in Lombardia.

Nel 1960 tornò nella sua Sicilia e poté realizzare il sogno di dedicarsi tutto alla poesia. I numerosi riconoscimenti sia nazionali (premio Carducci, premio Viareggio) che internazionali, lo hanno indicato come il più grande poeta dialettale di oggi in Italia.

Poeta singolare Buttitta, forse uno dei pochissimi del nostro Novecento che abbia così strettamente legato la sua persona fisica (il corpo, la voce, l'etnia), alla poesia da lui scritta.

Buttitta, è stato autorevolmente riconosciuto, nonostante tutto non era un cantastorie, anche se la fama di poeta "popolare" legata a ballate e canzoni famose come A stragi di Purtedda (1947), Lu trenu di lu Suli ( 1963), è stata avallata dallo stesso autore che intitola U pueta nta chiazza una delle sue raccolte di poesia.

In realtà la produzione di Buttitta, dalle prime prove degli anni venti fino agli anni ottanta, attraversa un sessantennio di storia siciliana e italiana: è stato testimone degli anni del fascismo, del dopoguerra, delle profonde radicali trasformazioni della nostra società.

Testimone impegnato? "Pueta mpignatu/ mi dicinu, p'offisa;/ comu si non avissi la cammisa/ e li robbi di ncoddu/ e li scarpi a li pedi". Ma nella stessa poesia, poco oltre: "E nun s'addunanu/ ca la puisia/ ha li radichi ntra terra/ e li rami ciuruti/ aperti all'aria/ comu vrazza d'omu".

Forse è questa l'autentica chiave di lettura della poesia di Buttitta: guardare a quelle "braccia d'uomo", sempre, esprimersi liberamente "all'aria" e facendo i conti violentemente con la sostanza dolorosa delle "radici". Poesia sempre segnata da un'ansia totale, quasi dovesse il poeta, fare i conti con un mondo, quello siciliano, nella sua integrità. Un mondo che non bastava dipingere allo stesso modo in cui, una volta, si istoriavano i carretti: Buttitta era quel mondo, il suo immaginario si radicava nella Sicilia, si identificava con la storia stessa della Sicilia.

Utilizzare il dialetto siciliano (sia pure un siciliano in parte italianizzato, ma sempre contrassegnato da un forte espressionismo e da un'accentuata cadenza epica), era cedere all'urgenza della denuncia, era interpretare la rabbia popolare, almeno nel "primo tempo" della poesia buttittiana.

Gli anni del dopoguerra, così ricchi di tragiche esperienze sociali, incisero profondamente sulla sensibilità di Buttitta. La strage di Portella della Ginestra del primo maggio 1947 fu un avvenimento (e non il solo) così crudele da suscitare lo sdegno unanime degli italiani, ma colpì particolarmente il poeta che ne seppe cogliere gli aspetti umani e sociali e che ad esso dedicò due poesie assai emblematiche del suo tono popolare, A stragi da Purtedda (1947) e Lamentu d'una matri (1953). La prima è un canto‑racconto, tipico dei cantastorie siciliani, in cui la realtà dei fatti narrati, pur nella crudezza degli avvenimenti, è sempre sorretta da una sorta di elegia funebre che ne mette in risalto gli aspetti più pateticamente disumani onde imprimere un ricordo perenne al popolo, invitato a partecipare alla sua tragedia. La seconda è una ripresa del medesimo terna, ma con l'obiettivo puntato solo su una madre, che rievoca i ricordi più cari del figlio ucciso a tradimento, in una sorta di epica popolare in cui si fondono anche motivi epici dei pupari siciliani (in quel sogno-simbolo, per intenderci, che ricorda Orlando e Rinaldo e i grandi cavalieri antichi).

È attraverso liriche come queste che ma­tura e si precisa l'impegno poetico-sociale di Buttitta. Non per nulla una delle più belle poesie popolari è quel Lamentu pi Turiddu Carnivali in cui l'elemento epico-eroico e quello elegiaco s'intrecciano armonicamente in un impeto di dolore e di esaltazione "che ricorda il lamento su Orlando nella Chanson de Roland', come ebbe a dire il Marchesi.

L'uccisione a tradimento del sindacalista Carnevale e il dolore della madre inconsolabile (che ricorda quello di Jacopone da Todi), il funerale dell'ucciso, che viene esaltato come un trionfo popolare, fanno di questa canzone, strutturata in ventidue ottave classiche intercalate da didascalie in lingua italiana, un esempio supremo di epica popolare. Diversamente dai cantastorie, che si limitavano a narrare un fatto di cronaca, Buttitta rivive questa tragedia (e le altre che sopra abbiamo citato), secondo un suo giudizio, morale e civile, che non è quello popolare, bensì, ideologicamente e poeticamente ridimensionato. Tale riserva vale per tutte le composizioni che si riferiscono a fatti di cronaca (e sono tante, da U puzzu da morti, a I picciriddi da pupulinu a U razzismu). In questa chiave, ad esempio, va letta la famosa poesia Lu trenu di lu suli (1963) che in agili ritmi popolari racconta la dolorosa avventura di una povera donna che, in viaggio su1 treno del sole verso il Belgio, apprende dalla radio che tra i morti del disastro minerario di Marcinelle c'è suo marito, Turi Scordo.

Ancora una volta Buttitta, nel cantare la disperazione dei poveri emigranti martiri del lavoro fuori della patria, si è schierato dalla parte dei popolo siciliano, delle sue miserie secolari, dei suoi drammi, delle sue ingiustizie e violenze che nessuno ha mai risarcito o consolato. Da qui la denuncia e l'accusa di tradimento a tutti i politici, da Crispi a Bixio, dai mafiosi a Giuliano, fino a quelli che hanno fatto strage di sindacalisti e di povera gente (Un seculu di storia).

Un secolo di storia siciliana che secondo Buttitta non coincide con la storia dei risorgimento del popolo italiano. Da siciliano, egli ha ben messo in evidenza questo squilibrio, questa diversità tra la storia della Sicilia, senza evoluzione e progresso sociale, e la storia ufficiale della nazione già inserita nel progresso civile.

Perché la Sicilia, per questo poeta sincero, impegnato e spesso rabbioso, è stata vittima di un vero e proprio tradimento: e la disoccupazione, e i braccianti venduti all'asta nelle piazze, le figure maledette dalle madri e dalle vedove a lutto, hanno provocato U rancuri, il rancore antico del popolo contro tutti i privilegi, e, perché no? il rancore dello stesso poeta contro di sé, perché da privilegiato, ha cantato la miseria del popolo senza essere coinvolto nella medesima sofferenza.

Dunque, è ancora e sempre il popolo siciliano, nella sua millenaria e contraddittoria civiltà, nei suoi secoli di "pitittu", di fame nera, nel suo gestire, nel suo profondo e primitivo soffrire e gioire, l'oggetto della rappresentazione e della denuncia di Buttitta. Fino a quel libro centrale e fondamentale che è La peddi nova (1963) che segna appunto “una svolta, dove, alle figurazioni di vita contadina, della miseria del bracciante, della lotta per il pane e per la libertà, si aggiunge un altro contenuto, che è il dolore e la speranza individuale e comune a tutti, il destino comune a tutti... per l'uomo così debole, fragile e pericolante di fronte alla possibile distruzione... che tutti ugualmente sovrasta" (C. Levi).

All'amico Pasolini, cioè al poeta più impegnato e polemico degli anni sessanta e settanta, Buttitta esprime l'angoscia per gli armamenti nucleari, e al tempo stesso la speranza e l"impegno per la pace. "Mi vogghiu svacantari, scurciari/ farimi la peddi nova/ comu li scursuna". E con la pelle rinnovata di poeta vuole dar fiducia a tutti gli uomini oppressi (“l’omini tutti / mpinnuliati a un filu"), perché la storia non ha stagioni: "La storia nun meti a giugnu/ nun vinnigna a ottoviri/ havi na sula staciunu:/ lu tempu.

La poesia di Buttitta, dopo l'intensa fase dell'impegno politico, si dilata dalla nativa e istintiva sicilianità ad interessi universali; da sollecitazioni sociali a motivazioni umane e morali in un quadro ben più complesso in cui si iscrivono le ultime raccolte U pueta nta chiazza (1974) fino a Le pietre nere (1983). Nella prima Buttitta si rivolge ancora ai braccianti siciliani, ma per farsi interpreti di un sindacalismo che è, deve essere, creazione di una nuova cultura della vita, che è coscienza di sé: "Un omu acquista meritu / e cancia sorti e distinu / si havi cuscenza di so diritti /... si duna amuri e voli amuri / e aggiungi sangu nte vini a terra"; ma è anche speranza in un inondo migliore: "Vurrissi na trumma di mari / vurrissi a botta du tronu / pi fari sentiri a tutti i braccianti / ca cultura e rivoluzioni sunnu na parola sula". Ma ormai il poeta volge ad una vecchiaia, che fu, come s'è detto, lunghissima.

Meno corale e più personale ed elegiaca ci appare perciò l'ispirazione dell'ultima raccolta Le pietre nere ( 1983).

"Abbondano - scrive Contini - immagini del più bel repertorio soggettivo: Le pietre nere dalle piaghe aperte; la poesia - colomba palpitante per poco nelle tue mani ladre, gli alberi inariditi - ossa di lignu additta - che dalla loro morte maledicono la luce invece immortale degli astri".

È evidente che il tono dell'ultimo Buttitta è diverso da quello del Buttitta socialmente impegnato e potentemente espressivo che si affidava alla oralità di quella "voce di ferro" con cui recitava le sue poesie. Eppure non mi sentirei di accentuare troppo la differenza tra "il primo" e "il secondo tempo" di una poesia che, al di là delle diverse tematiche trattate, denota solo e sempre una costante e inconciliabile voglia di esprimersi, di dar forma e voce a un corredo certo imponente di pulsioni attraverso un ampio arco d'anni.

Resta oggi, a pochi mesi della morte di Buttitta, l'eccezionale qualità di poeta popolare che ha elevato il dialetto siciliano a lingua d'arte, che ha universalizzato in chiave lirica la Sicilianità del suo sentire, che ha fatto del popolo siciliano oggetto di una rappresentazione e narrazione drammatica di rara potenza ed efficacia.