FEDERICO GARCA LORGA E LA MORTE

 

di ENRICO CARBONE

(“Il Faro”, n° 11/12, luglio/dicembre 1998)

 

“Lloraba como un niño”. Federico Garcia Lorca "Piangeva come un bambino" nei tre giorni precedenti la sua morte, quando prelevato dalla casa ritenuta sicura degli amici Rosales, fu arrestato innocentissimo, appunto come un bambino e, senza processo, senza difesa, inerme ammazzato a 38 anni.

Perché? Non c'è risposta valida, coerente, giustificatrice a certe domande, alla furia scatenata della guerra, specialmente alla guerra più odiosa, più nefanda, più funesta qual è la guerra civile che contrappone in arme fratelli e amici, che smembra la società con il sospetto, la vendetta, la furia e la morte.

La morte appunto in aperta campagna, in un uliveto nei pressi di Granada, puntato dai fucili, costretto a scavarsi la fossa con le sue mani, quell'uomo che aveva dato un'anima alle cose, che aveva cantato, come nessun altro, la sua terra, ed ora privato dell'anima, riverso a terra, senza più voce, quella voce che aveva cantato la tristezza e la gioia del sole e delle stelle, che aveva addolcito la vita con il miele della poesia.

E la sua morte non avvenne come egli voleva che avvenisse: ché nessuna donna pietosa, in quell'estremo istante consolò il suo cuore né il peso dell'azzurro cielo egli godette nell'agonia come accade invece alla cicala. "Felice te, / cicala! / Che sopra il letto di terra / muori ebbra di luce. // Felice te, / cicala! / Che muori sotto il sangue / di un cielo tutto azzurro. // Felice te, / cicala! / Che senti nell'agonia / tutto il peso dell'azzurro! // Sia il mio cuore cicala / sopra i divini campi. / Che muoia cantando lentamente / ferito nell'azzurro cielo / e una donna che so, / sul punto di spirare, lo sparga con le sue mani / nella polvere. // Felice te, / cicala!/ Ti feriscono invisibili / le mani dell’ azzurro ".

In fondo, una morte che non pare morte quella della cicala e quella vagheggiata dal poeta: ché manca il pathos della morte e invece vi è la trasfigurazione nella luce, per cui la morte stessa non sembra una fine, un addio, un dolore di proiettile che lacera la carne, ma quasi un perdere di peso del corpo ed un suo trasformarsi in raggi di sole ed in azzurrità. Un inganno certamente facile e felice di sensazioni di vita e non la tragicità che la morte può assumere nel momento in cui avviene, la tragicità del cuore che smette di pulsare con dolore e la perdita dell'identità.

"Lloraba como un niño", piangeva come un bambino, Federico nell'uliveto, mirato dagli occhi assenti e spietati dei fucili.

E certamente il poeta avvertiva la tragicità della sua morte, della quale, in contrasto con la morte della cicala, aveva quasi anticipato lo strazio, la crudele ambiguità con la vita, componendo il Llanto por Ignacio Sanchez Mejias.

Infatti quella cantata da Federico Garcia Lorca, nella sua opera poetica, è una morte dai tanti volti, così come può essere vissuta da ogni uomo in momenti diversi della sua vita; ora con disperazione ed ora anche senza angoscia. Così nel Llanto por Ignacio Sanchez Mejias. "Non voglio vederlo! / Dì alla luna che venga, / ch'io non voglio vedere il sangue / d'Ignacio sopra l'arena. // Non voglio vederlo".

È questo il verso ricorrente, anzi il grido ricorrente della seconda parte del lamento - Il sangue versato - così come quel ricorrente ritorno all'ora "A las cinco de la tarde" rappresenta il motivo di fondo della prima parte: Il cozzo e la morte. Istante di tragedia, il momento in cui avvenne il cozzo delle corna contro la carne che si aprì squarciata, porta spalancata all'agonia. Un attimo di crudele eternità.

"Sui gradini salì Ignacio / con tutta la sua morte addosso. / Cercava l'alba / ma l'alba non c'era.. / ... Cercava il suo bel corpo / e trovò il sangue aperto. / Non ditemi di vederlo! / Non voglio sentire lo zampillo / ogni volta con minor forza".

Il pathos , l'atmosfera di tragedia che c'è nel lamento è proprio l'insopportabile visione della morte, sentita come buio: "Cercava l'alba" Ignacio "Ma l'alba non c'era". "Cercava il suo bel corpo" Ignacio "E trovò il sangue aperto".

Contrapposizioni tra vita e morte che sembrano non lascino varchi alla speranza. Il trapasso dalla luminosità della vita alla disperazione della morte.

"Nessuno ti conosce" dice il poeta nella quarta parte del Lamento, "Anima assente". "Ma io ti canto. / Canto per dopo il tuo profilo / e la tua grazia, / la grande maturità della tua intelligenza, / il tuo appetito di morte e il gusto della sua bocca, / la tristezza che ebbe la tua coraggiosa allegria. / ... Canto la tua eleganza con parole che gemono".

Ed anche altrove la morte in contrasto insanabile con la vita.

Un senso di supremo smarrimento non contrastato nemmeno dalla speranza della fede, dal volto di un Dio buono che prometta una fine senza inferno.

"Ho l'amarezza solitaria / di non sapere la mia fine e il mio destino. / ... Il mio cuore vede lontano il suo ideale / e implora: / Dio mio! / Ma, Dio mio, a chi? / Chi è Dio mio?"

Una inquietudine tutta nostra quell'abisso scavato tra la vita e la morte, nei pensieri e nel cuore, la contraddizione, la paura, l'incertezza. Malgrado ciò quella cantata dal poeta non è una morte nera, senza speranza, buia di una oscurità senza contorni, senza spiragli di luce. A questa morte il poeta non si arrende poiché egli è di un paese dove "Sale di notte la terra al cielo" come dice il grande poeta Unamuno.

La morte senza spiragli di luce egli l'ha vista in America. Così infatti commentando l'opera da lui scritta Poeta a New York, un canto di infinito dolore, ma di dolore della vita, egli scriveva in proposito. "Ho avuto in sorte di vedere con i miei occhi l'ultimo crack in cui andarono perduti diversi miliardi di dollari... e mai, tra vari suicidi , persone isteriche e gruppi di svenuti, ho avuto la sensazione della morte reale, la morte senza speranza, la morte che è putredine e null'altro, come in quel momento, perché si trattava di uno spettacolo terribile ma senza grandezza ".

La grandezza invece superbamente presente nel Llanto.

Invece l'altra morte, quella solitamente cantata, quella vagheggiata dal cuore, quella immaginata della cicala è di un altro tipo. Una morte trasfigurata e forse anche sognata. Ma non certo una morte da inganno!

Sebbene l'inganno possa essere facile per chi nel pieno della giovinezza e della vitalità, forse anche con un pizzico di compiacimento, immagina se stesso morente e si vede morire, mentre il sangue giovane pulsa nelle vene e la vita è ricca di progetti e di desideri e la morte, quella che fa paura è lontana.

Ma non per questo meno vera, poiché sarebbe potuta essere per Federico se non fosse stato depredato della vita dagli altri.

"Che muoia cantando lentamente / ferito nell'azzurro cielo / ... Quando morrò, / seppellitemi con la mia chitarra, / sotto l'arena / tra gli aranci e la menta / ... Quando morrò! / Una morte lontana".

Oppure una morte che non lo separi definitivamente ed ineluttabilmente dalle scene della vita: "Se muoio, / lascia il balcone aperto. / Il bimbo mangia le arance, / qui dal balcon lo vedo. / Il mietitore sega il grano, / qui dal balcon lo vedo. / Se muoio, / lascia il balcone aperto".

Dopo la morte, forse, si può continuare a vivere nello spirito delle cose.