GIACOMO LEOPARDI

di GISELLA PADOVANI

(“Il Faro”, n° 9/10, gennaio/giugno 1998)

 

 

Ricorre quest'anno il bicentenario della nascita di Giacomo Leopardi. L'evento, celebrato in ambito nazionale con una fiumana di convegni accademici, mostre, concerti, incontri di studio, articoli giornalistici, iniziative editoriali di vario genere, sollecita a riconsiderare con nuovo interesse certe zone della produzione in versi del recanatese a lungo relegate in un'area di ombrosa marginalità rispetto ai testi poetici più noti.

Meriterebbero di essere rivalutate, per esempio, le due canzoni sepolcrali Sopra un basso rilievo antico sepolcrale e Sopra il ritratto di una bella donna, dove, consumata la sua ultima esperienza amorosa ed esaurita, con il cielo fiorentino, l'operazione lirica ad essa connessa, Leopardi potenzia e rilancia i grandi temi del proprio pessimismo, che si impongono ormai con l'efficacia inconfutabile di certezze definitivamente acquisite e razionalmente padroneggiate.

Nella prospettiva esegetica aperta dai fondamentali studi di Walter Binni, Cesare Luporini, Sebastiano Timpanaro e dalle più recenti indagini di Franco Brioschi (critici impegnati a sottolineare la linearità ascendente di un itinerario poetico-speculativo culminante nell'utopia solidaristica della Ginestra), le canzoni sepolcrali, composte a Napoli tra il 1831 e il 1835, si configurano come documenti significativi della coerenza antiromantica dell'ultimo Leopardi e delle qualità progressiste del suo pessimismo che ripropone in tutta la loro esemplarità - attraverso la mediazione del razionalismo sensistico - i valori del pensiero antico.

L'ispirazione unitaria delle due canzoni napoletane è riconducibile all'esigenza di un'analisi esaustiva del motivo della precarietà della bellezza e delle attese ideali che essa desta. E se Sopra il ritratto di una bella donna traspare, tanto più inquietante quanto più nascosto, l'orrore dell'ultima condizione umana, la sola ormai concessa all'estinta nell'eterno presente della morte, in Sopra un basso rilievo antico sepolcrale la vicenda contraddittoria della bellezza, suscitatrice di promesse di infinita felicità ma condannata a dileguarsi così come morta, viene inserita nell'eterno circuito di creazione e di annientamento attivato dalla natura, spietato strumento della macchina cosmica.

Disertati i luoghi mitici della memoria storica e personale, ripudiate definitivamente le magnanime illusioni e represse le tentazioni autobiografiche, il poeta imprime ora alla denuncia antinaturalistica il carattere di mediazione definitiva sull'atrocità del destino umano.

Per l'intelletto, che si è avventurato sino alle soglie del regno di Arimane, si profila uno scacco senza risarcimento. Eppure, proprio da questa voragine nichilistica si leverà, con miracolosa forza profetica, il canto della saggia ginestra, per restituire l'originaria valenza eroica alla lotta degli uomini contro l'empia natura e per ricondurre la parola poetica, ormai lucidamente persuasa dell'acerbo vero, all'ethos dell'antichità classica, riproposta per l’ultima volta nella sua esemplarità universale.