Angela Barbagallo

Tra sogni e bisogni

(Meditazioni e versi)

PREFAZIONE DI GISELLA PADOVANI

CIRCOLO SOCIO CULTURALE

"IL FARO" – RIPOSTO




© 1997 – Proprietà letteraria riservata all’Autrice



PREFAZIONE

 

Il titolo di questa silloge emblematizza i percorsi semici di tutta la produzione lirica di Angela Barbagallo: una poesia che lievita in uno spazio di attivi e proficui scambi tra evocazioni oniriche e presenze concrete fisicamente ancorate a precise realtà spaziali.

Nell’Introduzione al volume, la stessa autrice - che ha già al suo attivo due apprezzate raccolte di versi, Non datemi mimose e Parole di memoria - illustra i processi genetici che presiedono al proprio atto creativo: "sono nate così, accostando l’orecchio alla ‘conchiglia della vita’, ritmando gioie e dolori, dubbi e angosce, sogni e bisogni, le mie liriche, figlie del presente pirandellianamente oscillante in maschere fluttuanti che si stendono sull’asse dove l’unità si frange, perdendosi, nell’uno, nessuno e centomila".

Proprio dalla vanificazione dei confini tra sogno ed esperienza vigile, dunque, scaturisce l’infinita varietà dei punti di vista da cui interpretare la realtà. Una realtà che per la poetessa è fonte inesauribile di sempre nuovi trasalimenti dei sensi e degli affetti; una realtà svelata da improvvisi lampi della memoria ("piangeremo pian piano,/ sfiorandoci le mani/ un tesoro/ fugato alla memoria"), da medianiche reminiscenze che affondano i primi impulsi nella dimensione edenica dell’infanzia lontana ("Era un gioco segreto/ di un patto muto/ nato da sortilegio/ d’anni bambini"), o da inattese accensioni di un giocondo e sano amor vitae che si esprime nella festa dei colori da cui è accompagnata la decantazione dello spettacolo naturale: distese marine di un azzurro intenso ("Fulgente/ come una cupola/ a coppa dell’azzurro/ d’immenso mare,/ nel guizzo ad arco/ il delfino chiude/ a placenta l’onda"), tramonti infuocati ("È l’ora vespertina/ a luce mela-arancia"), chiarori lunari ("la signora del sogno/ svaporava i colori/ predando la cornice/ e avanzava, pian piano/ verso la panca lustra/ dei raggi della luna"), policromie floreali ("tu sorridi/ dalla cornice a smalto/ tra i gladioli bianchi/ e le mimose"9, e bischi, viali, prati, pendii ca sanciscono il trionfo del verde con l’illimitata gamma delle sue nuances.

Lieve, aerea, apparentemente innescata da una sorgiva disposizione al canto (ma in realtà tramata di una complessa rete di rimandi alla più nobile tradizione della lirica italiana), la scrittura poetica di quest’artista che non pretende di possedere formule, ma un semplice dono che le ha consentito di amare la vita, pur nella sofferenza, come luogo di inesauribili incanti. I suoi versi fissano sulla pagina la sostanza meravigliosa di quei fenomeni minimi che distolgono dalla quotidianità: momenti dell’esistenza sorpresi e celebrati nell’attimo in cui stanno per rivelare il loro segreto profondo.

Doetro questa vena cristallina sono individuabili una coscienza stilistica e una sapienza culturale magistralmente velate da una forza espressiva di intensità tale da permettere alla Barbagallo di affrancarsi dal rischio di una posizione di dipendenza epigonica dai modelli di riferimento privilegiati: come Montale e Caproni, ai quali si fa, nel contempo, esplicito riferimento.

La prima persona, l’io a cui è assegnata la funzione enunciativa, è il prisma attorno a cui il mondo si scompone in oggetti simbolici: "Io ti parlerò d’amore lungo il cammino fra i viali", "io sublimo l’ora/ all’invito del cuore", "io svanisco/ il senso della marcia", "io non vedo/ navigare ad ali/ l’angelo bianco". Un mondo che, sottratto alla Storia, si offre senza filtri allo sguardo della poetessa, unica interprete e intelligenza superstiti pertinacemente ancorata alla propria individualità che resiste al fluire delle cose. Ella ha la capacità di leggere, di decifrare attraverso segni incerti i resti di un’armonia perduta, di presagire fantasmi di salvezza: "È lunga la discesa/ nel tunnel della pena/ là dove nuota/ a forti braccia tese/ il tempo della Storia/ (...) Ma tu, colomba,/ mentre giaci ignara/ sogni calici a fiele/ per sbocciare alla vita/ come vergine sposa/ che s’appressa al connubio".

Percorsi dalla consapevolezza, dell’estrema fragilità del destino umano, i versi di Angela Barbagallo nascono dall’urgenza di motivi autobiografici assunti nella loro dolorosa concretezza, e da una pensosa ricognizione nelle quotidiane vicende della vita attraverso le quali si instaura il dialogo con l’Assoluto, che scandisce un "tempo" dilatato in stagioni interiori alimentate dal fermento di emozioni e sentimenti vivi e intensi anche nell’età matura: "Sai,/ scorrono i giorni/ e il tempo ammonta/ gli anni/ cernendo l’ore/ all’occhio del tramonto./ (...)/ Vorrei perlare/ a dolce latte rosa/ questo mio corpo/ (...)/ e intanto tremo/ per la fanciulla ardente/ che vive agli occhi tuoi".

Tema privilegiato è l’amore per una figura maschile mai precisamente individuata, anzi dispersa e riverberata in un mondo infinito di cose e di immagini, che diventano così termini vaghi di un desiderio diffuso.

Poesia del "desiderio di amare", dunque; variazione, su tutti i tasti possibili, del motivo della solitudine popolata da quei soavi fantasmi adolescenziali che affiorano dai meandri della memoria già ad incipit della raccolta, nella bellissima lirica Notte di maggio a Firenze: "Mi cingesti la fronte/ d’erba verde/ e mi facesti pura./ Con le fanciulle in fiore/ entrai nel girotondo/ dell’amore".

L’esperienza delle emozioni e delle estatiche rêveries di cui si è nutrita la giovinezza trascorsa, diviene il luogo deputato in cui proiettare le proprie inquietudini. Dopo lo slancio del periodo precedente, la poetessa si ripiega su se stessa per tracciare un bilancio dei sogni e dei progetti non realizzati, e per capire la nuova stagione della vita: "Se ci facciamo caso, il corso della vita nelle due età, come si usa dire oggi, è regolato per ognuno di noi da un orologio convenzionale, rigido ed automatico, che ci fa, ad ogni ora e ad ogni giorno, dei devoti osservanti retribuiti di fissi modi del tempo in cui si consuma, quasi, l’arco intero della nostra esistenza. (...) E come gli uomini dei tempi andati, quando l’utile del ruolo del singolo non viene più richiesto, anche noi, ognuno con le proprie peculiarità personali, ci chiediamo: qual è ora il nostro tempo?".

Lo scorrere dei giorni, nonché produrre angoscia, diviene strumento di consapevolezza e stimolo per superare il disagio causato dal mutamento di età, dalla necessità di un nuovo adattamento che esorcizzi le nostalgie del passato e permetta di cogliere il senso della senilità. Sul filo della maturazione interiore, ogni atto compiuto nel tempo assume valore e significato, e il "muto colloquio dell’essere con se stesso" consente finalmente "la ricomposizione dell’io nella sua dimensione umana e metafisica" (la citazione è tratta da una delle suggestive meditazioni in prosa che nel volume della Barbagallo si alternano ai componimenti in versi).

Altrove, la poesia dell’artista siciliana si traduce in armonie ritmiche la testimonianza di una donna che ha vissuto lucidamente la barbarie del nostro tempo e che ha perlustrato lo "spazio degli uomini" privo di "intercapedini/ ove inserire l’anima", senza tuttavia mai perdere la fiducia in una invariante di salvezza.

La lettura di queste liriche, dunque, al di là di ogni valutazione di carattere culturale e stilistico, non lascia indifferente chi la affronta: esse scuotono la nostra coscienza perché parlano dell’incessante dramma dell’uomo perpetuamente teso alla ricerca del proprio volto e del proprio destino.

Recentemente inserita da Vittoriano Esposito in una rassegna, edita da Bastogli, delle più significative voci femminili della lirica italiana contemporanea, Angela Barbagallo contrappone all’orfismo di tanti poeti dei nostri giorni, alle loro pretese metafisiche, ai loro astratti e algidi esercizi intellettualistici, l’immediata comunicatività del suo canto cordialmente disteso, la forma innovativa dei suoi lievi disegni e ritmi appena distinti in una continuità di colore e di musica che tutto riassorbe.

Gisella Padovani

Università di Catania


AD INTRODUZIONE

 

Mi accorgo di quanto sia difficile sprigionarsi dal mondo delle parole per approdare a quello delle cose poiché , per la persona di cultura, che opera per mezzo della cultura, le "cose" sono fuori del suo esperire, che è quello della coscienza quando i frammenti del reale si situano in forme ed assumono volti e significazioni. Ecco, sono queste le "maschere" che compongono, per esempio, il mio universo e sono il mio passato e quello che del mondo degli altri, attraverso la cultura, ho fatto mio in un rapporto dialettico di identificazione critica, o di assimilazione simpatetica. Come avviene, e perché avviene, la manipolazione del vissuto corale nel singolo individuo e, soprattutto, come si organizza il processo di ricreazione di ciò che è stato degli altri e diventa nostro, nuovo ed irrepetibile, come ciò che ci impatta sensoriamente e con prepotenza penetra il nostro intelletto e si schematizza e definisce concettualmente e psichicamente? Ad onta degli studi dei processi cognitivi e delle riflessioni filosofiche su di essi, la mia mente "femminile forse perché femminile, nonostante la maschile cultura che l’ha forgiata ed ordinata, si è spesso posti questi quesiti ed ha "giocato" spesso alla loro soluzione ponendo su una immaginaria scacchiera le periferiche risorse che le creano situazioni a rischio poiché esse si appartengono relativamente al logico e, a volte, quasi niente al razionabile.

E via, via, il gioco mi ha preso la mano e si è strutturato, con modalità estetiche, in un viaggio a tappe che ho chiamato: "le mie vie".

Mi è venuta la curiosità di calarmi con la carrucola montaliana nell’inquietante pozzo d’acqua chiara che lusinga arsure di vita per scivolare, poi, tra le dita asciugate dall’illusione vana. Lì, in fondo giaceva l’oscuro magma del mio io su cui ho steso, per paura, il velo del sogno, e il secchio, violandolo, ha portato alla luce tremolanti postille di fuochi fatui evocanti sorde morti che accorano a tristezza.

Ho cercato, allora, di afferrare ciò che non filtra a vuoto come l’acqua e assoda fra le mani, ma uno schermo si è adagiato sui colori ingrigendo la luce.

Sfibrata mi sono arresa a braccia oscure e mi sono avvolta nell’argento della notte silente. Figlia della luna, ho vagato in mezzo alle ombre, serena, ed ho rimandato, a gioco e fantasie, i miei sogni e gli incanti all’astro chiaro. Ma, poi, sgomenta ho rimembrato quella fola nera che incupisce la bella donna antica dei poeti glaciandola nel volto di regina di quel mondo in cui il cuore si smarrisce ed Ecate m’è apparsa mentre accoglie, a rimbalzo fatale, le lunghe file di emigranti stanchi che la terra rifiuta, quando risuona l’ora.

Trascinando catene, allora, mi fingo frontiere a libertà e pascoli di sogni e, caparbia come un titano fiero, pongo domande vane a quel signore mio che, a schermo a schermo, risponde, con voce di sibilla: "Io sono il tempo, conchiglia della vita, ad ore e giorni, di cui non serbo memoria".

Sono nate così, accostando l’orecchio alla "conchiglia della vita", ritmando gioie e dolori, dubbi ed angosce, sogni e bisogni, le mie liriche, figlie del presente pirandellianamente oscillante in maschere fluttuanti che si stendono sull’asse dove l’unità si frange, perdendosi, nell’"uno, nessuno e centomila".

Vivano, dunque, le "mie" maschere e non mi chiedano mai conto del "tipo" di parola in cui le vengo a concretare ed accettino il loro essere e perire nella voluta esistenziale che sarà il "tempo" lungo il quale esse interesseranno, svegliandola, la curiosità di coloro che le incontreranno.




NOTTE DI MAGGIO A FIRENZE

Ad Angela P.

 

Firenze tremolava

a specchio d'Arno

ed alitava veli

alle cascine

per coprire, pudica,

dolci ardori

mentre la serenata

d'un amante

invocava madonna

al chiar di luna.

Quante fanciulle in fiore

nel girotondo della notte

di quel Maggio stregato!

Era ridente di siderea luce

la radura del bosco

e dava molli arsure

il profumo dolciastro

di pratoline e bocche

di leone.

Quante fanciulle in fiore

a rito sacrificale

in quel Maggio stregato!

Mi cingesti la fronte

d'erba verde

e mi facesti pura.

Con le fanciulle in fiore

entrai nel girotondo

dell'amore.

 

 

TI RACCONTO LE MIE SERE

Un amico mi chiedeva:

"come vivi?"

A Sara B.

Ci sono sere, amico,

piene di strani umori

calamitati a nebbia

trasparente

ed io, sonnambulata,

scendo i gradini verberati

all’astro

della casa arretrata

per non sapere i giorni

ad uno ad uno

e fingere l’attesa

di un ritorno.

Nell’aria intatta

solo una folata

e lo schermo di pampini

rosati

addensa suoni

mutandoli in sapori.

Ci sono sere, amico,

piene di perle nere

grappolanti sui rami

di quel pino a smerigli

sognante voli

di bianche Primavere.

Ci sono sere, amico,

piene di arcane attese

quando, sfatato il tempo

dei ricordi,

mi adorno a festa

e corro incontro all’ombra

strisciante a raso-terra.

Passa così ogni giorno

a candela di sera

e m’addormento

a piombo di zavorra.

 

 

IO TI PARLERÒ D’AMORE

Lungo quei viali dove il tempo dorme accucciato fra i nidi vuoti di primavere antiche, io ti parlerò d’amore. Me ne sono andato un giorno, mentre il tramonto, ardente di fuoco estivo, bruciava le mie parole vuote e tu, per non sentirmi, per sottrarti all’afa della mia banalità da manuale, ti trastullavi tirando dei sassolini in una pozzanghera, piano, per schivare le chiocciole che ai bordi bevevano le gocce impastate di melma. Sono cadute per anni le foglie ai piedi degli alberi, vacue e accartocciate come anime senza storie che non suscitano nemmeno pietà e ad ogni autunno io contavo, a gara, le parole che la vita m’insegnava e cancellavo dal mio quaderno quelle che mi ero fatto prestare dai libri belli della gioventù.

Io ti parlerò d’amore, lungo quei viali dove il mio sogno dorme sotto una coltre di pigne essiccate, accatastate dal vento che spazza le immagini degli umani. Tornerò in una sera d’estate e voglio il chiaro della luna che inargenta le chiome delle siepi e scopre, a mezza ombra, il rosso delle lucciole fra il verde. Porterò con me la sabbia del mare e una conca d’acqua pura di fonte, lieve come il sospiro di un cuore che batte lento dopo un lungo cammino. Io ti parlerò d’amore e ti darò pietruzze colorate per distrarti e giocare. Come un vento d’aprile che scherza con le rose, mentre l’ape s’inquieta e ronza intorno, nell’aria volerà la mia canzone e sarà nembo d’oro ai tuoi capelli e tu, struggendo gli occhi all’armonia, sospenderai la mano, rapita dall’incanto.

Io ti parlerò d’amore lungo il cammino fra i viali dove tu senti ancora le parole rozze che ti offesero un tempo e troverò dei suoni più dolci delle acque che Matelda donò a un poeta per smemorare il male. Sarà un incanto puro, un’estasi sublime come quella che lievita una sposa in trascendenza arcana e tu sorriderai al primo amore sbocciato da crisalide alla vita.

Io... ti parlerò d’amore come volevi tu e poi, pian piano, senza far rumore, regredirò quel viale senza vita e tornerò nella mia casa antica, a piangere sugli anni miei perduti a imbellettare un morto: il nostro amore.

Vedi, cara, io ho imparato a parlare come volevi tu. Ho sgrossato il mio linguaggio, ho snaturato, leggendo d’amore, l’impeto ardente che mi spingeva a te, che muoveva le mie mani incontro al tuo viso e le mie labbra sui tuoi capelli. Tu eri diafana e ti muovevi come in un sogno fatto di lunghi sospiri ed io sentivo che non potevo giungere a te, che ero come tirato giù da una zavorra che squilibrava il tratto di distanza del tuo corpo dal mio. Tu sorridevi ad un fiore e non avevi che educati moti di fastidio al suono della mia voce. Quante notti di pianto silenzioso e quanti giorni di svagate presenze nel mio mondo, pesante come me! Ora che siamo pari, ora che gli anni hanno svanito i fremiti e gli ardori, ora che ti avvicino sulla scena e riprendo, lungo quei viali, il mio colloquio antico, do requiem al mio sogno perché intendo che, come giocatori truffaldini, abbiamo giocato un’inutile partita: "Palline a ping-pong".

 

 

PALLINE A PING-PONG

Fra noi due

che ci spiamo ai lati

per le mosse,

un tappeto attutente

di panno verde

e palline di vetro

a ping-pong.

Non è un gioco tra amici

a dopo sera

e le buche son pozzi a fondi neri

dove i colpi frantumano

scheggiando il cuore.

Non c'è mai stata pace

in questo amore

viziato d'intelletto

per la paura di stringere emozioni

perdendo la partita del primato.

Solo soste... rimandi

e tregue strane

prima di rintuzzare quella stecca

per non dire "mi manchi".

 

 

COME UN DIPINTO

Su quella grande tela,

là, lungo l'arco

di rose a primavera

come un ragno,

a filigrana,

imprigiono il tuo volto.

Pastelli caldi,

bagnati di rugiada

a specchio di fontana

flettono dei colori

d'aurore innamorate

ed iosublimo l'ora

all'invito del cuore

mentre l'anima ride

e monta a chiara d'alba.

Tu dormi, serenata,

nell'aprile dorato

ed io muovo tentacoli

a catturare il tempo

perché l'incanto duri.

Siamo, come sospesi,

nel dipinti di Pan

che ci ha rapiti.

 

 

NON TROVEREMO PIÚ "Siamo belli, solo nel mito del cuore"

Non troveremo più

tornando al vecchio nido

primavera di rondini

stordenti al tramontare

di giorni strani

soavi come l'acque

cullate dalle brezze.

Torneremo a vestire,

come vuoi tu,

le foglie dei giardini

e occhieggeremo, ancora,

col cuore palpitante

i baci ardenti

degli innamorati

ma l'ora sfumerà

negandoci visioni

d'altre età.

Non troveremo più,

mio dolce amore,

l'incanto scoppiettante

delle risate aspre

a coprire furtive,

quegli occhi schivi

a trepide carezze:

pingeremo, pian piano,

sfiorandoci le mani

un tesoro

fugato alla memoria.

 

 

TALVOLTA

Talvolta un istante

è come un atomo

pulsante d'energia

venuta da cieli ignoti

e sento nelle vene

sinergie di magneti

apparentati a codici

la cui cifra fibrilla

solo all'aorta

in piena di diastole.

Talvolta un istante

si smaglia sonnolente

dalla fascia a spirale

e gioca alla prolunga

incurante al pulsare

di geometrie scandite.

E talvolta si ferma

ad un comando

di astrali volontà:

forse

perché mi guardi

ed io smarrisco

il senso della marcia.

 

 

NINETTA STRACCIA IL VELO

Come una marea

nella sua piena

di luna incattivita

la voce corse a slargo

e si gonfiò

vorticando, maligna,

parole di sventura

"Ninetta, straccia il velo!

L'amante tuo bugiardo

cavalcando la fiaba

ha baciato nel bosco

la dolce Biancaneve".

Le lucertole al sole

guizzarono veloci

a pace d'ombra

e nella stanza ornata

per la sposa novella

lo specchio smerigliato

slabbrò contorni

osceni in feritoie

di luce opaca.

Ninetta abbrividì

come una capinera

al primo gelo

mentre l'eterna mela

risucchiava, feroce,

a gorgo immane

il fiore bianco

di quel primo amore.

 

 

ORA... NON PIÚ

Ora non più

ma un tempo

per quella strada antica

fiorita di lillà

ci ripassavo, a sera.

E alla solita ora

per la finestra aperta

col suo vestito nero

e un fiore di lillà

la signora del sogno

svaporava i colori

predando la cornice

e avanzava, pian piano

verso la panca lustra

dei raggi della luna.

Era un gioco segreto

di un patto muto

nato da sortilegio

d'anni bambini

quando, nel gran silenzio

della villa deserta,

ladro d'amore vano,

lievitavo a desio

un volto puro

fissato sulla tela.

Forse, stregata

da plenilunio arcano

scrostò la tela

e la signora mia

del sogno infante

si mosse piano,

piano alla finestra

col suo vestito nero

e un fiore di lillà.

Ora... non più

è il tempo della vita.

 

 

ANALFABETA, SOLO PER AMORE

Come non torna

il suono alla montagna

se la marina stagna

l'onda a riva!

Ad un fruscio di carta

il mio battello

fermo nell'ora

di remota secca

sentì leggero

come una carezza

il sussulto scordato

di brezze demodé,

ma boccheggiò svirato.

Come non torna

il sogno nella notte

se l'eco alla parola

sbarra l'alzata

per afasia remota!

Ad un fruscio di carta

l'occhio sfocò le righe

e giacque in siero acquoso

analfabeta, solo per amore.

 

 

C'ERA UN GERANIO

C'era un geranio

a quel balcone muto

nelle sere d'estate

del mio '43.

La rabbia stolta

annottava speranze

e desertava strade

a coprifuoco

ma la magia d'un volto

profilato al balcone

in ombra semichiara

lo portava,

come un romeo segreto,

al rito della pioggia

sui petali vermigli.

A sera

quando il tepore acre

mescolava sudori

nelle cantine buie

intorno alla radiola

gracchiante voci

di straniera pace

i suoi vent'anni

avvampavano sogni

danzanti alla tettoia

di quel balcone muto.

E il venti Agosto

di una notte a stelle

non colse il polverio

di quel geranio

per l'orrore di morte

scurante gli occhi belli.

 

 

IL GUIZZO AD ARCO

Fulgente

come una cupola

a coppa dell'azzurro

d'immenso mare,

nel guizzo ad arco

il delfino, chiude

a placenta l'onda

e dilata il suo riso

nell'amore.

Lungo la scia

spumante di ricordi

di quelle case grandi,

raminghe

a luoghi ignoti,

un ragazzo s'incanta

e inclina a presa

la sua giovane mano

come faceva un tempo

nei giorni del Natale.

Un mormorio

gorgheggia a suoni mozzi

di tintinnio umano

e ildelfino s'inarca

a invito di sirena

con grazia birichina.

Sorride l'uomo-bimbo

e intende suoni

d'infanzia e d'innocenza

mentre

tra cielo e mare

il guizzo ad arco

pluvia

di bianche perle.

 

 

L'ORA VESPERTINA

E' l'ora vespertina

a luce mela-arancia

e, come a rito,

mi perdo

in sibillini spazi.

Cataratte sugli occhi

cancellano contorni

perché la sera scenda

e giunga la tua voce.

Nell'angolo più fondo

una poltrona vuota

spira presenza

e mentre

la neve carda

allumando vetrate

un sibilo di vento

modula suoni

in sorda lontananza.

Scende a drenaggio

il pianto lavatore

e filtra a incastro

la medianica luce.

Nell'ora vespertina

il silenzio

sgretola sogni

a codici irreali.

 

 

COME VORREI

Come vorrei

vestirmi d'aria pura

riflessa a cilestrino

d'acqua cheta

di lago a primavera!

Come vorrei

alitare d'un sospiro

a leggerezza eterea

di piuma zeffirata.

Sublimerei d'incanto

su ninfee verginali

e senza spora

mi fonderei

nel seno della Madre.

 

 

CAPITA COSÌ

A Maria B.

Capita così

d'intravedere

un sogno dell'altrieri

così, distrattamente,

mentre la fretta

sospinge i piedi

a calpestare creta

e il cuore non trasale

per il campo sfocato

dagli affanni.

Poi...

quando inclina a sera

e a dormiveglia

stendi il corpo inerte

quella finestra aperta

alla memoria

rimanda, pigra,

contorni d'ombre

e sagome indistinte

e t'accorgi, sorpresa,

d'aver perduto

a soffio

la tua cabala

marcata a segni,

forse,

dal mistero.

 

 

UN RITORNO... NEL SOGNO

LA BOTTEGUCCIA ANTICA

Sono qui!

In punta di piedi

col batticuore a tema

di non trovare più

quel tesoro

di gioco di pirati.

Svicolata la strada

dei rumori

eccola intatta

la botteguccia antica

a porta dondolante

col campanello nero

impolverato.

E c'è un sapore

ancora

di biscotti di culla

e la vecchia signora

in un cantuccio

col suo grembiule bianco

e la treccia arrotata

alle forcine

se ne sta a sorvegliare

un po' stranita

i piccoli monelli

come un tempo.

"Tre soldini di menta

e liquirizia

di quella nera

a rotolo incartato

e... poi la caramella mou

col topolino"

dico con un sorriso

a pianto dolce

di bambina cresciuta

di tant'anni

ed il tempo scantona

dai binari

come un trenino a festa

a zig-zag

su terra erbosa

di villa comunale.

"Tre soldini, un sorriso

una carezza

per ritrovare

acque cristalline

e stingere

ceroni d'illusioni".

 

 

LIBERTÀ

Se nell'aria a foschia

si leva altero

un falcone brunato

e ruota in cielo

senza cappuccio a notte

tu alza il filo

all'acquilone antico

e chiedi di parlare.

Non temere congreghe

e sortilegi

di tempi andati

e guarda ad occhio puro.

Evoca intorno

un'aria di magia

come quella che il vecchio custodisce

per tramonti

di tenebre invernali

quando nel bosco

picchia la bufera

e alla marina schiumano gli squali

Tu non tacere

e a grido

leva la mano

sulla carta

che aggrinza

sogni di volo

e lancia l'aquilone.

Taciti e smorti

cavalieri in marmo

avanzano

stridendo l'armature

e il cinghiale di pietra

squadra ancora

il ghigno

sublimato nella morte.

Ma tu...

tira a forza

quel filo

e chiedi ad un falcone

cos'è il cielo

che sognasti di navigare

un giorno

con l'aquilone al vento.

Forse tra la foschia

in un sussurro

a sbatter d'ali

saprai che il cielo

è solo libertà.

 

 

Nella parola "solitudine" c’è una stonatura, come se ancora derivasse da Dio

(Elias Canetti)

 

SULLA SOLITUDINE

Non c’è Dio che non benedica la solitudine dell’uomo quando questa viene invocata ed ottenuta come stato di grazia e di quiete dell’anima per il muto colloquio dell’essere con se stesso, per l’auscultazione delle sue voci interiori o, spesso, per la ricomposizione dell’io nella sua dimensione umana e metafisica. Ma non c’è Dio, e soprattutto il Dio cristiano, che non piange di pietà sulla solitudine indotta dall’emarginazione, dal rifiuto o, ancor peggio, dall’alienazione che si accompagna inesorabilmente al tempo orfano di quei valori che soli consentono la pienezza della dignità del pensiero e la vita del sentimento.

E quando il tempo gonfia a spessore di scienza pianificante solo razionalmente i problemi ed usa economicamente l’uomo e le sue cose, ecco che la solitudine squaderna in rivoli, assume dimensioni e diramazioni molteplici, assumento volti diversi che si riconducono tutti, alla fine, come note, ad una suonata di funesta armonia il cui nome è dolore.

Ed oggi, nel villaggio globale, metafora impoetica con la quale si indica il mondo, c’è un punto infinitesimale, chiuso dal mare e dal silenzio che pesa più di una coltre di morte: è la Sicilia del carrubo di Falcone, della sicilitudine fatalistica di Sciascia e del malinconico silenzio di Bufalino, dove a chi vive alle pendici dell’Etna, sbilanciato tra cielo, mare e sommità maestose, la solitudine presenta una caleidoscopica gamma di modi di essere che compendiano, nel volto della morte civile e culturale, l’espressione paradigmatica dell’alienazione totale dell’essere umano, mentre declina all’ultimo tramonto un’epoca che forse, ha già toccato il fondo oltre il quale non può non esserci una lenta resurrezione dell’umano, auspicabile da tutti coloro che non credono alla morte totale per fede nella vita.

Dalla Sicilia al mondo, dalla solitudine, dall’emarginazione per dolorosa scelta di Gesualdo Bufalino, alle "solitudini" per campionatura, in questa parte della silloge.

 

 

COME UNA NENIA: SICILIA DI SEMPRE

A Gesualdo Bufalino

Lento, sfocato nel rosa del tramonto di un sole placato, l’asino di un novello Malpelo trascina la gravezza di due fatiche sterili come l’avara terra delle pendici dell’Etna che sfratta i suoi figli e lacera, seminando morte, le sue viscere di tesori nascosti che dannano la fame di ogni giorno con miraggi d’oro di messi. Nel secco del paesaggio scabro lo sguardo scivola sulla mulattiera in um letargo di sonno che non vuole più sogni, ora che si è ingrigito il verde malato della speranza dell’alba nel "così sia" del tramonto: Sicilia di sempre.

 

"E sempre è no,

con una stanca malinconia,

con quel sorriso malato

che vorrebbe esser vita

e non lo è.

E sempre è no

da giorni che più non conti

da notti perdute,

da ore sfocate nell’attesa

in quel vano sperare

che vorrebbe esser vita

e non lo è.

 

 

ANDANDO LÁ ... DOVE CI PORTA IL TEMPO

D’un tratto

capì che bisognava andare.

Lo scrigno d’oro

delle settanta lune

giaceva sul tappeto

a geometria scomposta

dei quadratini neri,

quasi sgomento

da incuria di memoria.

Sentì

che l’orto antico delle rose

s’era aggrinzito

a tossici convulsi

e turbinava a vento

petali polverosi

su brandelli scipiti

d’inutili speranze.

Con parvenza di grazia

d’annosa dama,

civettuola alla mossa,

prese soltanto

lo specchiodi regina

per smerigliare a sera

là, nella stanza angusta

dei rifiuti,

ombre di caldi sogni

e rugiade

di lacrime di vita.

 

 

CASTAGNO IN CITTÁ

"I sacerdoti del tempio della Natura

vogliono altari al cielo"

Si leva ancora all’aria

un poco ombroso,

come vergine schiva

dei suoi sogni,

un castagno possente

che va perdendo

fronde di dolore.

Un tempo,

oltre quel muro

che gli contende il sole,

sbocciava ricci a gemme

verniciate

e ai nidi, a primavera,

levava la sua nenia

delicata

di figlio spurio gettato

in un fossato.

Lassù, gli sussurrava

perfido il vento

quando restava solo

nel tappeto di morte

di foglie nere

come notti insonni,

lassù, più in alto, al bosco

là dove il sole stempera

raggi infuocati

in freschi d’acque pure,

gli avi eternati dal silenzio

umano

si raccontano, a notte,

storie di amanti e drudi

e scompigliano, a festa,

chiome solenni

di guerrieri invitti.

Vibrazioni

di pianti viscerali

invocavano ponti

di pietà

e squassavano il seno

ad un’antica madre

crocifissa.

 

 

ERANO TANTI

Se ne stanno a guardare

gli aquiloni

lungo i pendii erbosi

e, muti,

si chiamano alla conta.

Sono saliti in cima

per la festa dei sogni

con la coccarda al petto

ma tanti non ci sono

e gli spazi bucano a fosse.

Oh le coppe vuote

e il vinello trasparente

nelle bottiglie a mezzo!

Quelli...

sono partiti all’alba

di un giorno senza sole

nel grigio-verde

stinto di sconfitte

pei campi del dolore...

e un lamento

spegne folate

e abbassa gli aquiloni.

Nell’aria bruna

vola un pipistrello

coll’ali a lutto

e pare singultare

su primavere spente

Un bimbo ammaina.

la bandiera del cielo

e cade la speranza.

 

 

UNA STORIA DI PERIFERIA

Cronaca in versi di un "caso"

senza emozioni di "solidarietà"

Una storia di periferia

cheta, senza rumore,

tutta vissuta

senza la grancassa.

Noi due soli, a sera

su quel marciapiede,

senza parole,

mentre il vento inquieto

tormentava i capelli inanellati

che da tempo

scioglievi solo a notte.

Com’è triste un binario di paese

anche se l’orticello

occhieggia al muro

un girasole giallo

a chicchi d’oro!

Sentivo la tristezza dell’addio

nella carezza incerta

sulla mia guancia

in fretta mal rasata

mentre tremava

fredda

la tua mano.

"tornerò con le primule e le rose"

mi dicesti scherzando

e la tua voce

tacque di botto

come per pietà.

Il lungo treno

giunto alla stazione

tese le braccia

aperte al portellino,

e tu salisti, pigra,

col giornale

che scivolava a terra

giù dal seno

gravido di bubbone.

Ieri

tornando a casa per penare

la lunga notte

senza il tuo sorriso

ho smarrito di colpo

il tuo profumo

sul cuscino più bianco

del tuo volto

in quella sera buia

senza luce

sul marciapiede lucido

specchiante

quegli occhi miei asciutti

per comando.

A quell’incontro oscuro

te ne sei andata sola,

ome si avvia a capo chino e stanca

la gente dei sobborghi

senza nome, per suggellare a morte

cheta, cheta

una storia banale

del nascere e vanire

una storia di periferia

tutta vissuta

senza la grancassa.

 

 

MOMENTI DI NATURA

Vibrano

a intermittenza

i frulli d’ala

sul nespolo dorato

e lungo il marciapiede

la verzura

reclama in erbe verdi

la sua dimora antica.

Una lucerta al sole

boccheggia impolverata

e invidia gocce

ai tronchi di viticcio

che si stendono a fila

come soldati in marcia.

 

 

SFOLLATE LA MARINA

Voglio stare

sola.

Lo spazio degli umani

non lascia intercapedini

ove inserire l’anima.

Sfollate la marina!

Gabbiani ad ali curve

rondano litorali

schivando pesce

di catramati attracchi

e la voce dell’onda

muore ad abbrivio

di colorata spuma.

Nella notte

l’argento sopra l’acqua

sfalsa l’occhio

a distanze di miraggio

ed io non vedo

navigare ad ali

l’angelo bianco

del mio purgatorio.

La terra, opaca,

ha perso i suoi colori

e il cielo flette

solo sieri acquosi.

 

 

ASPETTANDOTI

Sai,

scorrono i giorni

e il tempo ammonta

gli anni

cernendo l’ore

all’occhio del tramonto.

Dalla finestra a vetri

del numero quaranta

sento

tonfi di foglie scure

e vedo assacchi

di ferite sul viso.

Seduta in questa stanza

d’ammaraggio di nave

dopo tempeste

senza naufragi

aspettandoti guizzo

di desideri antichi.

Vorrei cera di cupra

a levigare un poco

questo legno rugato

da tante piogge

a gocce.

Vorrei perlare

a dolce latte rosa

questo mio corpo

rinsecchito

dall’ascia e dalle pene

e intanto tremo

per la fanciulla ardente

che vive agli occhi tuoi.

 

 

CUORE FANCIULLO

Se in dormiveglia

sento la cicala

si fa soffio di vita

la tua voce

come quando

nei giorni della festa

ti saluto

alla casa dell’Eterno

insieme alla tua sposa.

Un pettirosso

gonfio e pettoruto

saltella sulle croci

e, a becco armato,

preda semi ai tuoi fiori:

tu sorridi

dalla cornice a smalto

tra i gladioli bianchi

e le mimose

e sussurri il saluto

del mattino

levando il volto a Dio:

"Buon giorno, giorno

gloria del Signore".

 

 

ERI IN QUELL’ONDA

Eri in quell’onda

bianca

di sorda rabbia

coperta a notte,

senza misericordia

di lidi bianchi.

Eri in quell’onda

mentre la mano

stanca

velava gli occhi

nel segno della croce.

Eri in quel verde

grigio

di speranza sfiorente

all’urlo di tempesta,

ma, a sera,

come il perdono

splendevi in una stella,

Signore della vita.

 

 

PERCHÉ SIA VITA, DEVE ESSERE IL DOLORE

E’ passata in sordina la notizia, almeno sulla stampa nazionale che, simile al vento, spazza via l’oggi protesa ingordamente ad ogni domani foriero di fatti nuovi, non importa se belli o brutti, purché calamitino l’attenzione pubblica, a crescita perenne di tiratura. E’ passata in sordina, come uno dei tanti casi di solidarietà strappa-lacrime, specie quando riguarda bambini o giovani vite che chiedono l’elemosina per potere sopravvivere, eppure ci si trovava davanti ad un caso eccezionale: la richiesta di aiuto perché una bambina potesse provare dolore per potere vivere. E per questo, s’è fermata a casa mia questa notizia, dopo avere bussato piano piano, vantandomi la sua peculiarità di novità diversa ed io l’ho accolta nel mio pensatoio dove s’accampa di diritto un poeta che del dolore, del suo triste qualifiarsi come necessità essenziale dell’essere, ha fatto unico scopo della sua ricerca intellettuale e poetica, scavalcando secoli e millenni per rinvenire la causa, o il peccato originale, che dettò, alla genesi del genere umano, l’inesorabile oscillare a pendolo tra la dannazione del soffrire e la noia, la sospensione nel nulla che destituisce il senso del vivere e ne vieta la partecipazione.

Certo, Leopardi è un epigono miliare del suo tempo in questo fatale andare del pensiero e della fantasia dell’umana creatura che si è sempre illusa di potere scoprire il fondo della palude di miasmi del dolore dai mille volti per prosciugare la mota oltre la quale è la sorgente della felicità, forse nell’assenza del moto pendolare o, come mi figuro io, nella serena composizione di acque lacustri che solo un eterno zefiro sfiora lentamente, a brezza di sogni . Ma non è stato dato a nessuno, o poeta, o fanciullo di cuore per grazia divina, possedere un’idrovora incantanta che essiccasse alle radici il dolore ed esso resta "necessità inesorabile di vita" come per te, bimba che parti da Venezia.

 

IL DOLORE

Bimba che da Venezia

parti per cieli ignoti

che il dondolio del mare

non t’ha narrato mai

l’ala della speranza

invocata per gioie

ti sia farfalla ambrata

e non porti la notte

tingendo l’ala a inchiostro.

E’ lunga la discesa

nel tunnel della pena

là dove nuota

a forti braccia tese

il tempo della Storia

ed ogni stilla amara

s’appiomba greve

a letto di locuste.

Ma tu, colomba,

mentre giaci ignara

sogni calici a fiele

per sbocciare alla vita

come vergine sposa

che s’appressa al connubio.

L’ala della speranza

ti sia farfalla ambrata

e ti porga una fonte

d’acqua amara

per donarti la vita.

 

 

TI SALUTO

A Turi Di Bartolo,

amico poeta

Ti saluto, poeta.

Cammini con il tempo

della vita

gentile come l’ospite

gradito

e bussi a porte aperte

sciogliendo in ore

la vacanza degli anni.

E il colloquio riprende

come una volta

quando, ed era autunno,

sentivi lievitare le radici

al soffio della morte

che spingeva all’addio.

Fra le carte

che affastello a dimora

in cassetti scordati

ho ritrovato la fanciulla gentile

dei tuoi giorni lontani.

Profumava del sole

dell’orticello verde

a Primavera

e m’ha pregato

a suon di sirventese

di mandarti un sorriso.

 

 

AL NUMERO 10

Al numero 10,

lì, in fondo

quasi spiacciato al muro

c’è un tumolo che occhieggia

a un tenero limone

forse perché il suo verde

scalda l’umida zolla

inserrata a una croce.

Lieve, una mano,

come la pietà,

depone un fiore

con furtivo gesto.

 

 

LA PALLA SOSPESA

In un campetto di quartiere, dall’erba alta, che non conosce il taglio soft all’inglese, fra il vociare tutt’intorno, un ragazzo con la maglia strizzata di sudore sporco, segue la traiettoria del pallone mentre gli occhi rilucono alla Vialli e le braccia si tendono all’abbraccio di gioia dei compagni: da lontano il tocco dell’Ave della chiesa di Maria Goretti e il rombo dei motori di un aereo che si alza portando lontano sogni e pene.

Nella palestra deserta di città, la palla sospesa e uno spillungone alla magic Jhonson dal viso bianco d’attesa trepida verso il canestro, col cuore a rullo di tamburo d’ovazioni.

In un cortile di sobborgo, la palla sospesa, a gioco a terra, di una bambina che sogna di spiccare il volo verso cieli alti dove l’azzurro non ha bisogno di un telefono perché le nubi bianche sono di zucchero filante e gli angeli sorridono.

Sembrano bozzetti di un tempo lontano da "c’era una volta" e i giornali non raccontano più di epifanie di infanzia. La penna si è fatta pesante e non ha più colori solari da stendere su prati di innocenza, sfumando in favole di nostalgie d’adulti, sogni che fanno sorridere il cuore. Sono arrivati i mostri dall’inferno del sesso ed hanno lordato di fango e di dolore la purezza divina che fece stendere le braccia al giovane Messia, a cupola d’amore infinito.

E dal vecchio continente, dalla terra dell’Eldorado di un tempo, come dal Brasile dei carnevali ossessionanti e dalla dolce Thailandia e, in parte dal Paese dei Santi, navigatori e poeti, ora è un suono di campane a morte e un grido di dolore che muovendo dai Fiamminghi e dai Valloni trova la voce straziante di un padre, oriundo siciliano, perché non muoiano i bambini. Lungo la spiaggia di un mare di Sicilia rimbomba l’eco di una antierodiana, in una stanca giornata di sole.

 

 

CONTROERODIANA,

IN UNA DOMENICA DI SETTEMBRE

Non passa un angelo

per le vie del mare

nello strano Settembre

a branche d’aria fredda.

Solo, nell’aria estiva

dei gabbiani straniti

ed un sole cattivo

spumante l’onde

lungo strati a rena.

A rompere il silenzio

di un rito smorto

di bagnanti all’acque

una voce stentorea

d’altoparlante sordo:

"Non uccidete i bambini".

E freme l’eucalipto

a soffio d’aria e sale

un’eco di giudizio

d’altre età.

"Non uccidete i bambini"

e un numero non verde

per merce sacra

a pii ricettatori.

Le gallinelle bianche

piluccanti

su cavalloni alteri

cercano scogli neri

squassate da paure

di profezie sepolte

e torna un vento strano

ad urlare parole

all’incontrario

del sacrilego esarca,

ma muore il giorno

per orror di cielo

e tuona pioggia

a flagello di pianto.

L’angelo di Giuseppe

ha bruciato le ali

e ha chiuso i varchi

di novelle etadi.

 

 

POETI DEL TEMPO

Poeti del Tempo furono, e non lo seppero, i nomadi del deserto, prima che Maometto li chiamasse all’Egira e poeti furono nella distesa inerte della sabbia, dove i grani, piani ed uguali, come l’uniforme patire delle cose, si allineano l’uno dopo l’altro e l’uno accanto all’altro e impongono il sonno della ragione e destano i sensi remoti e li affinano e li sublimano fino a renderli filiformi e penetranti, insinuanti, striscianti nel cuore dei grani fino a intenderne la voce e il sussurro e a legarsi, avvinchiandosi, al suono silente dei millenni trascorsi che raccontano i segreti del Tempo, del Signore tiranno che li inchioda alla vita.

Poeta del Tempo, ma a ciclica spirale di compiutezza solare che torna all’uomo, a cicli regolati d’apollinea misura, fu Orfeo e seppe trarre i colori dell’iride dal cristallo del grande occhio del Tempo per trasformarli in corde dell’anima, struggenti ed esaltanti per l’arcana innocenza fanciullesca che le fa vibrare. Nei suoi versi è come se l’alba e il meriggio infuocato, risolti nella trasparenza liquida dell’onda che si sfalda mollemente sulla riva, succhiassero, goccia a goccia, il liquore dell’attimo che fluisce e lo incastonassero nell’eterno presente della luce del verso.

E’ come se gli antichi segreti degli attimi che più non sono e di quelli che ancora saranno si arrotolassero ridendo, come lucidi chicchi di melagrana nella musica tenue che fascia la parola e si distende, nota dopo nota, nell’amplesso del verso.

Gli dei sorridevano, felici, al poeta divino di un mondo che fermava il tempo dell’uomo alle soglie dell’Ade e lo mutilava nella sua estensione metafisica, inesorabilmente, al punto di incattivirsi quando il Tempo, per Orfeo, violò il loro comando, e fu la morte del poeta.

Poeti del Tempo, nella sua metafisica essenza, furono e sono quelli del tramonto solare, quando la luce si spegne morendo e la sera si impadronisce delle cose e degli uomini, quando il silenzio afferma la sua signoria inquietante, e il logos e il melos tacciono e il poeta e il filosofo si fermano sulla soglia di quel mondo che non appartiene a loro perché è muto di luce e perché si sono perduti quei pochi che hanno osato inoltrarsi credendo che la loro lampada tenue potesse rischiarare il cammino.

E disperò, nella grecità inquietata dell’idillio puro, il poeta recanatese che assimilando all’immensità l’infinito, si aggrappò alla voce del Tempo della memoria e alla percezione sensoriale dell’essere nel Tempo del presente, per la voce del Tempo, mentre "naufragava" nell’imponderabilità essenziale che, sola in questa "mutila" essenzialità infinita lo rendeva felice.

E intristì, " a malinconia serena" Montale, il poeta del Tempo dei nostri giorni, quando nel secchio colmo, portato alla luce dalla carrucola, "sentì" frantumarsi in postille tremolanti, un volto di donna, a simbolo del mistero di quell’asse portante di cui inseguiamo, invano, il punto anomalo di arrivo, se guardiamo con gli occhi ciechi per cataratte calate sul metafisico che vuole la dimensione ontologica, non sentita come mortificante cappio.

E insecchì il verso nell’ossimoro dialogico, il poeta che non volle piangere come Pascoli impetrando colloqui in dimensioni oscure alla lumera del finito ma, perdente Capaneo, si misurò, ed è Caproni, in una sfida snervante di cacciatore astuto in un selva oscura dove il Cacciato a cui, in fondo, anelava arrendersi , regnava incontrastato in un agostiano Tempo senza fondo, che non si distende né nella sabbia contemplativa del beduino, né nell’apollineo geometrico del "finito", ma nel misterioso loculo dell’anima, dilatantesi all’Infinito.

E torna il gioco del poeta del Tempo in "Correndo la parola" di Giuseppe Piazza, là dove dice:

"L’orologio batte

un’ora non mia:

S’inceppa in questo

dormiveglia la molla

che mi regge sulla scena

cede la tavola il peso

inavvertito che mi strapiomba.

Sei forse tu sconosciuta essenza

trama di questo indifferente supplizio

il passo che rifiuta

di vivere ancora un giorno?"

 

 

"E LA TERZA ETÀ?"

Com’è strano il tempo "dell’uomo" e com’è banale, insieme, fino a quando è regolato dagli altri sul metro dei bisogni e come, invece, diventa inquietante e fascinoso quando viene liberato dagli schemi meccanici delle ore del lavoro, di quelle del riposo, di quelle forzate dell’apparire e dell’essere nel contesto della struttura sociale in cui è codificato!

Se ci facciamo caso, il corso della vita nelle due età, come si usa dire oggi, è regolato per ognuno di noi da un orologio convenzionale, rigido ed automatico, che ci fa, ad ogni ora e ad ogni giorno, dei devoti osservanti retribuiti di fissi modi del tempo in cui si consuma, quasi, l’arco intero della nostra esistenza. C’è il "modo" temporale del sogno, quello della speranza, quello dell’amore, quello della conquista o del fallimento, e siamo tutti uguali, standardizzati, anche se nel vissuto individuale siamo, o crediamo di essere, unici.

Così è stato per i nostri padri, così per i nostri nonni e così, ancora, per i primi uomini che diventarono civili commerciando per un pugno di lupini il tempo dell’umano con quello riposante (?) del convenzionale.

E come gli uomini dei tempi andati, quando l’utile del ruolo del singolo non viene più richiesto, anche noi, ognuno con le proprie peculiarità personali, ci chiediamo: qual è ora il nostro tempo? Qual è per noi che siamo della "terza età" e siamo stati degradati della medaglia della saggezza e della fulcralità sacrale della famiglia, dato che il "nido" è diventato guscio vuoto e la senilità non abita più sul pianeta Terra forzosamente imbellettata di "attivismo vacuo" sfibrante nella corsa selvaggia col tempo che non consente sosta e schernisce il passo lento?

Io ci ho pensato molto a questo sgomentante interrogativo e mi son chiesta cosa può avvenire dopo la scomposizione geometrica della struttura attiva del così detto collettivo che ci contiene fino alle soglie della "terza età" quando ci congeda senza, ipocritamente, dirci addio, e alla fine, per dirla con Elias Canetti, ho tradotto il "mio" nuovo tempo nella metafora de "Il tempo vagabondo".

 

 

IL TEMPO VAGABONDO

Il mio è

il tempo vagabondo

senza peso

vuoto come le mani

dopo un addio.

Il mio

è il tempo cavo

del sussistente nulla

di ragnatele rotte

senza storia

rasente

la divina indifferenza

del ligure poeta.

Novello Ulisse

svuotata la clessidra

a remi duri

occhieggio ov’è l’eterno

senza tema

di pena a sacrilegio

e a trastullo rimpasto

quell’argilla

che il mito mi contese

in nuovi mondi

per ritrovare

il faro del riposo.

 

 

DALL’ALTANA SUI TETTI

A filo a piombo

la cordata

dall’altana sui tetti.

Dritta come una spada

a furare

la genesi dell’io.

E sempre un balbettio

di pensieri arenati

nella parola incerta.

A filo a piombo

dell’universo loico

coi parametri certi

del peripato greco

a cogliere i dettami

a specchio di natura.

E sempre il fallo

di uno scacco nuovo

per rapinoso caso

squadrante l’armonia.

A filo a piombo

da quell’altana umana

legata ai tetti

a cupola di "se".

 

 

AD IMO AD IMO

Ad imo ad imo

come una mendicante strascicata

sboccono il pane amaro

di sale irrangidito

della bisaccia aperta

aggrumata di rena alla marina.

E il battito del cuore

assonante all’oscuro palpitare

della cosa distesa e squadernata

dilata sistole al flusso del drenaggio.

Come marea calante a luna piena

con la zavorra pompa a sangue rosso

piaceri di dolore ed estasi di sensi.

 

 

RIGURGITO LOICO

E se poi il cogito svariasse

per galattiche strade

a cogliere le monadi

sforandovi finestre d’armonia

ove inserire i sogni?

Se, mutati coordinate e tempi,

m’accompagnassi a Candido

per i fiori del cielo e l’isole

di un pianeta d’ovatta non filata,

che diresti per ricondurmi al paradiso

dei principi fondanti e alla certezza

che il bianco non è nero

e vita non è sogno?

Raccontarti il mio viaggio

sarebbe una giocata a scacchi

senza l’alfiere, certo,

e allora me ne andrei

colla bisaccia al collo

e il cogito svariato.

Lassù, lontana dal codice affogante

chiederei un cavallo per l’alfiere

che mi portasse, come una valchiria

nel biondo regno di un Odino arcano.

 

 

E’ NOTTE

Ora,

le parole

sbrigliano sui pensieri

senza comando

e ruotano a delirio.

Scartate dal pudore

bulinano ad impulsi

e addensano, vermiglie,

voglie remote

che il cuore serra attento

quando la luce piomba

a bianco-argento.

Nelle ore stregate

d’oscurità strisciante

tra i velami imprecisi

di luna alla finestra

suona a martello

la folle danza

di sillabe allo sbando

sul cavo rimbombare

di memorie a noir

perse ai cancelli

di coscienze assenti.

 

 

IL ROSARIO

Grano, dopo grano,

perla, dopo perla,

preghiera d’ogni sera.

Una

quando la luce

bacia i suoi fiori

ed una

quando il vento

stanca le frondi.

Giorno, dopo giorno,

perla, dopo perla,

preghiera d’ogni sera.

Una

quando la vita

canta di gioia

ed una

quando a notte

il cuore piange.

 

 

IL SILENZIO DI ERMIONE

Pietà pirandelliana per una creatura abbozzata

Ora che il tempo ha stemperato

i sensi e il tuo poeta

più non invola il verbo sacro

al notturno Dioniso

ebbro di vino e sangue

solo la pioggia batte

e batte e suona

ed è parola

fissata sulla carta.

Ermione bianca

come la morte senz’amore,

le gocce "aulenti" del nardo

del tuo demiurgo

stringono ancora a croce

i polsi tuoi?

Dove vaghi, fanciulla

plasmata a filigrana

sparsa su punte

d’aghi fini

brillanti a fitta pioggia

su una pineta panica

di sensi?

Ove vanì la tua verginità

al tocco di carezze

sfatte dal desiderio?

 

 

Ermione è fuggita! Il suo corpo di velo trasparente, fradicio di pioggia, che il poeta panico lussureggiava di palpati sensi golosi, si è sciolto all’emolliente flusso di Giove pluvio che ha trapanato gli alberi del bosco, invocato a secondare il ritmo ossessivo della carezza senza pudore della parola, avida di linfa preziosa.

Ora è notte e lo spettacolo è finito: l’occhio baluginante d’irreverenza, che aveva penetrato il bianco perlaceo delle lunghe mani e aveva implonato le iridi della fanciulla, riposa placato dall’eccitazione verbale, gravitata da musica erotica che, strisciante, aveva soffocato in un caldo amplesso figurato, teneri virgulti aerei e tronchi dalle profonde scanalature cortecciali che nascondono giuramenti di eterni amori, poi dimenticati.

Ermione se n’ è andata! Vaga cercando le carte su cui è stata raccontata quella bugia di divinazione naturale per cancellare la menzogna di un adoratore della parola.

Quando sul nero crepitante di gocce, la voce sibilante del vento ha affermato il trionfo del cilestrino aere che sgombrava il passo all’argentea signora della notte:

Ermione ha udito il pianto delle foglie e il rauco dolore della spaventata civetta che l’hanno fasciata del silenzio grigio della solitudine dell’abbandono e... si è smarrita nell’ecolalia infantile della sua purezza primigenia che balbettava, ad eco ripetuta, la tristezza eterna di un sogno sverginato.

 

 

COME UN SIRVENTESE

Ricordando il tormento d’amore

di un dolce menestrello

Quest’ottobrata

viene da lontano,

signora mia,

e chiede al vostro cuore

di schiudersi alla favola.

 

E’ sera a luce piena

e l’aria annotta

ma voi vestite a festa

leggera come un soffio

evocata dal tempo

di feroci signori

a guerre e fiamme

nei castelli

a torrioni-sentinelle

dove le dame belle

e i cavalieri

dimoravano a sogni

e cortesie

ascoltando quei lai

festosi e gravi

di cui foste signora

incontrastata.

 

Un menestrello

torna da lontano

ora che il biondo sire

ha posto la corona

sul camino di pietra

affumicata

dal lungo inverno

a stanza di riposo

e scioglie un canto

chiamandovi a convito.

 

"Madonna mia

voi siete Lionora

e al vostro lume,

vanto cherubino,

io piango le mie pene.

 

Ero un servente

biondo come l’oro

e v’amo come un tempo.

 

Là, nella valle in fiore

dove la luna bacia

i miei capelli al vento

e il baio piange

senza cavaliere

io v’invocai ogni notte

come un sogno,

ma l’alba cruda stese veli neri

e cominciai

il mio fatale andare.

 

Per trenta e trenta

ed infiniti trenta

dei giorni miei

ho cavalcato invano

cercando una fontana

per l’arsura del cuore.

 

Per anni ed ore ho pianto

con stille amare

ed ho bagnato rivi

bruciando gli occhi.

 

Ed ora, all’ottobrata

che mi vede cieco

come il destino

che mi porta a voi,

Madonna mia vi chiedo:

in Aquitania posso morire stretto al vostro seno?

 

 

ERRATA L’ESEGESI

"A la stagione che il mondo

infoglia e fiora..."

e gli anni miei del sogno

e l’ardenza di vita

celata a capo chino

sul libro un po’ gualcito.

O compiuta donzella

come t’ho letto male

figurandomi cieli senza nubi

e campi senza frontiere!

Credevo... e ancora

mi tenta il cuore

la versione antica,

credevo che invocassi

affrancatura a libertà di cieli

per librarti, leggera, senza peso

in voli senza fine

e tendevo le mani ad agganciarmi.

Come t’ho letto male

ignara d’ansie d’amore

in sublimati antri

dove si sfalda l’anima

al fuoco levitante.

Credevo ... e ancora

mi tenta il cuore

la versione antica,

che fossi una gazzella in prigionia.

 

 

RIVISITANDO

Sull’abuso a freddo delle metafore

Entrare

per vie traverse

a snodo di pensiero

come un verme

strisciante

nel cuore di una mela

e incubare, passiva,

l’idea senza parola.

Sventrare il simbolo

di un logos vivente

disteso nel mistero

di una verginità

che ride ambigua

crittografata

a enigmi di cielo

è rifondere a fuoco

l’oro di una scintilla

scempiando

a sacrilegio

un tocco d’innocenza.

 

 

Non alla maniera di Freud, secondo schemi dell’eros e del thanatos, ma nel ricordo di miti antichi, con ancestrale voce di pudore, la penna mia, stranita di paura per devastante e nefasto trionfo dell’esplosione irrazionale della morte per orgia incontrollata del sesso, sfrenato nella pulsione di vita, dopo secoli (o millenni) di cattività squilibrante, si muove a narrare, per metafora, la tragedia del nodo ombellicale che scuote a orrore cardini di Storia.

 

 

PRIMA CHE GEA...

Prima che Gea

rompa le acque sacre

senza speranza di novelli patti

e scateni, possente

a nuova genesi

il giovanneo infante

dei cavalieri neri,

rintroni l’antro buio

e salga la parola

a giustizia solenne.

 

Si sventri

sotto l’urto di tempesta

la voragine piatta

che incatena nel nero della notte

il figlio spurio

e sia la luce eterna.

 

Le baccanti sbiancate dall’attesa

raccontino alle ninfe

alitate dal fuoco evanescente

l’epopea illanguidita nel silenzio

del nodo ombellicale.

 

Si chiamava Dioniso

il figlio spurio che scuoteva

la notte della mente

coi polloni di sangue

sacrificale agli inni per la vita

ed era sacro a Gea

madre umorale e casta.

 

Il saracino dio

riccioluto di neri anelli

imporporava il volto alle donzelle

che cingeva di pampini

a corone di riso e voluttà

e la campagna rigurgitava amore

e giacevano insieme

alieni da pudori

sacre giovenche e satiri di boschi.

 

Si chiamava coi nomi più solari

il dio che galoppava per i cieli

e cingeva l’alloro a sua corona

Biondo

come un normanno ingentilito

stemperava l’ardore dei cavalli

che ruppero d’immane rabbia ardente

solo le briglie aurate

del povero Fetonte

a disdoro del padre

feticcio eterno

di lucide armonie,

tombe alla vita

e cappio al dio d’amore.

 

"La luce sia e la parola viva

e nell’oscurità

gema stremato

a catene di loico potere

il lordo istinto"

sacrò, oracolo a Delfo

là dove il mirto

impallidiva al seno

di vestali dannate per rifiuto.

 

Impallidì di pena

la natura

e furtivo il peccato

dannò le Maddalene

e portò pianto

a pure spose

e a spenti focolari

e i millenni di loico potere

generarono Sodoma e Gomorra

muovendo il Figlio a guerra delle bestie.

 

Navigarono il tempo della Storia

coppe di sangue

e grida d’innocenti

a compenso

d’urgenze di potere

su quella geometria

del solare

fino al millennio

nostro del tramonto

che porta al terzo

lupi senza agnelli.

 

Ma

prima che Gea

rompa le acque sacre

e il demone della follia suprema

devasti quella sapienza antica

che uccise il figlio suo

all’ultima battaglia

portando pace

in armonia fraterna

scenda Apollo "sereno"

e col tremendo maglio

del logos cristiano

fenda l’ultimo colpo

all’idra ardente

che ha smarrito le teste

nella cattività

del nodo ombellicale

dell’io demidiato

che non fu mai la bestia del creato

e non è dio

per l’impotenza fredda

del logos squadrato

dall’angoscia.