La guerra del Peloponneso

 

LIVELLO SUPERIORE

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LIBRO I

 

 

 

1. Tucidide d'Atene descrisse la guerra tra Peloponnesi e Ateniesi, come combatterono fra loro. Mise subito mano alla stesura dell'opera, dallo scoppio della guerra, che prevedeva sarebbe stata grave, anzi la più degna di memoria tra le precedenti. Lo deduceva dal fatto che i due popoli vi si apprestavano all'epoca della loro massima potenza e con una preparazione completa osservava inoltre il resto delle genti greche schierarsi con gli uni o con gli altri, chi immediatamente, chi invece meditando di farlo. Fu senza dubbio questo l'evento che sconvolse più a fondo la Grecia e alcuni paesi barbari: si potrebbe dire addirittura che i suoi effetti si estesero alla maggior parte degli uomini. Infatti, sugli avvenimenti che precedettero il conflitto e su quelli ancor più remoti era impossibile raccogliere notizie sicure e chiare, per il troppo distacco di tempo; ma sulla base dei documenti, cui l'indagine più approfondita mi consente di prestar fede, ritengo che non se ne siano verificati di considerevoli, né sotto il profilo militare, né per altri rispetti.

 

2. E risulta infatti evidente che la terra chiamata ai nostri giorni Grecia non era in tempi antichi abitata stabilmente, ma in principio vi si succedevano migrazioni e le singole genti, premute da popoli di volta in volta più numerosi, abbandonavano con facilità le loro sedi. Non vi era commercio; né esistevano relazioni reciproche sicure per terra o attraverso il mare. Ciascuno lavorava il proprio podere quant'era necessario a ricavarne il vitto: senz'accumulo di capitale e senza coltivare piantagioni, nel dubbio che una volta o l'altra qualche nuovo venuto li depredasse con improvvisa aggressione, poiché, tra l'altro, non si fortificavano con mura. Inoltre, convinti di poter ottenere dovunque il cibo di volta in volta sufficiente per un giorno, mutavano residenza senza difficoltà. Perciò non possedevano la potenza costituita dalle città grandi e dagli altri dispositivi militari. In particolare erano i territori migliori di questo paese a subire l'avvicendarsi continuo degli abitanti: la regione che ora ha nome Tessaglia, la Beozia e gran parte del Peloponneso, tranne l'Arcadia; del resto, quelle terre che erano più fertili. Infatti, l'accrescersi in alcune genti della loro potenza, in virtù del suolo eccellente, era motivo al loro interno di discordie che ne causavano naturalmente la rovina. Al tempo stesso, erano esposti agli attacchi anche più insidiosi delle popolazioni straniere. L'Attica, ad esempio, per la povertà del suolo fu abitata per lunghissimo tempo sempre dal medesimo popolo. Ed ecco la prova più determinante a sostegno del mio ragionamento, che proprio per le migrazioni le altre genti greche non sono pervenute a un pari progresso: dai diversi luoghi della Grecia, esuli per un conflitto o per una sedizione intestina, gli uomini più ragguardevoli ricorrevano agli Ateniesi, certi di godervi un saldo rifugio. Fatti membri della città, fino dagli antichi tempi contribuirono a renderla via via maggiore per numero d'uomini: cosicché in seguito, non bastando più il territorio dell'Attica, Atene mandò fino nella Ionia le sue colonie.

 

3. A parer mio, dimostra la debolezza degli antichi stati anche la considerazione seguente, certissima: prima dei fatti di Troia, è evidente che la Grecia non ha saputo mai riunire le proprie forze e dirigerle a un'impresa comune. Mi pare anzi che neppure tutta possedesse ancora il nome attuale e che nell'epoca precedente ad Elleno, figlio di Deucalione, tale appellativo non esistesse nemmeno. Furono invece singole genti, sembra, e soprattutto i Pelasgi a fornire di volta in volta il proprio nome a tratti sempre più ampi del paese. Quando crebbe nella regione di Ftia la potenza d'Elleno e dei suoi, accadeva di frequente che gli altri stati li chiamassero, bisognosi d'aiuto. Fu allora che in ognuno di questi paesi, per effetto di tali relazioni, a mio vedere, si diffuse progressivamente il nome di Elleni; ma non poté affermarsi né a lungo né sul complesso delle stirpi greche. Lo testimonia manifestamente Omero: infatti, vissuto molto più tardi della guerra di Troia, non accomunò mai, in nessun punto della sua opera, tutti gli Elleni sotto questo nome, né lo conferì ad altri, eccettuati quelli che provennero dalla Ftiotide al seguito di Achille e che invero erano gli Elleni originari. Nei suoi versi nomina i Danai gli Argivi e gli Achei. In effetti non ha mai neppure espresso il nome di barbari in quanto, a mio avviso, neanche i Greci erano ancora contraddistinti, in antitesi, con un unico appellativo. Dunque, quelli ché singolarmente, una città dopo l'altra, nei limiti di quanti si comprendevano tra loro, e più tardi nel loro complesso ebbero nome di Greci, non si collegarono mai prima della guerra troiana per organizzare uno sforzo comune, per l'inconsistenza politica e l'assoluta mancanza di reciproci rapporti. Ma anche per questa famosa spedizione si riunirono quando avevano già acquistato maggiore dimestichezza con il mare.

 

4. Minosse fu il più antico, tra quanti conosciamo per tradizione orale, a procurarsi una flotta e a dominare la parte più estesa del mare detto attualmente greco. Resse le isole Cicladi e ne colonizzò per primo il maggior numero, dopo averne espulsi i Cari e avervi preposto come governatori i suoi figli. Naturalmente cercava, per quanto era in suo potere di spazzar via dalle rotte marittime la pirateria per agevolare l'afflusso dei suoi tributi.

 

5. Infatti i Greci antichi e i barbari, che sul continente vivevano in località costiere, o abitavano le isole, dopo che presero con più stabilità e frequenza a trafficare tra loro per nave tendevano all'esercizio della pirateria. Li capeggiavano le personalità più in vista, per lucro privato e per reperire il cibo necessario agli individui più deboli del loro popolo. Assalivano centri sforniti di mura difensive, costituiti di villaggi sparsi e li mettevano a sacco: le loro risorse vitali provenivano essenzialmente da questa attività, che mentre non aveva ancora in sé nulla di indecoroso, costituiva piuttosto il mezzo per procurarsi una discreta rinomanza. Ne fanno fede alcune popolazioni del continente, che ancora ai nostri tempi si onorano di praticare con successo questa professione e i poeti antichi, che mettono invariabilmente in bocca ai loro eroi, in qualsiasi approdo sbarchino, la domanda: «siete pirati?»; e gli interrogati non suscitano affatto l'impressione di disprezzare un'attività simile, né pare che la giudichino indegna quelli che esigono una risposta. Anche sulla terraferma praticavano un brigantaggio reciproco. E ancora oggi, in molte terre di Grecia, la vita si svolge con queste antiquate consuetudini: nel paese dei Locri Ozoli, ad esempio, degli Etoli e degli Acarnani e nei territori circostanti. In particolare dall'antico uso della pirateria s'è inveterato in questi abitatori del continente il costume d'indossare sempre le armi.

 

6. Poiché era abitudine un tempo in Grecia che tutti circolassero armati: le abitazioni non fortificate, i reciproci rapporti irti di rischi avevano imposto l'abitudine di passare la vita in armi, al modo dei barbari. Queste terre greche, dove ancora oggi si vive con il sistema antico, sono indizio di costumanze simili in vigore un tempo e generalmente estese. Primi gli Ateniesi deposero l'uso di camminare armati: con modi di vita sciolti dal rigido tenore antico, divennero meno austeri, più delicati. Per questa preziosa raffinatezza, non è molto da che i rappresentanti più anziani delle classi facoltose hanno smesso d'indossare lunghi chitoni in lino e d'intrecciare alla sommità del capo con cicale d'oro il nodo dei capelli. Pertanto anche tra gli Ioni i più vecchi per la loro parentela con gli Ateniesi, mantennero a lungo questa moda. Furono i primi gli Spartani ad adottare un sistema di vestire misurato e semplice, moderno: anche per quanto concerne gli altri aspetti della vita i più abbienti generalmente si mantennero allo stesso livello del popolo. Gli Spartani furono anche i primi a spogliarsi e, mostrandosi nudi in pubblico, a spalmarsi con abbondanza d'olio in occasione degli esercizi ginnici. In antico invece, anche alle Olimpiadi, gli atleti gareggiavano con una cintura sui fianchi, e non è gran tempo che quest'uso si è estinto. Ancora oggi vige presso alcune genti barbare, specie in Asia, la pratica di istituire gare di pugilato e di lotta in cui gli atleti si affrontano muniti di cintura. Si potrebbe provare che anticamente in Grecia si adottava, sotto molti e svariati aspetti, un regime di vita analogo a quello dei barbari del nostro tempo.

 

7. I centri in cui gli abitanti, ormai molto sicuri nelle comunicazioni marittime, si insediarono più di recente, dotati di più consistenti risorse economiche, venivano fondati per lo più lungo i litorali e fortificati con mura. Si cercava inoltre di occupare gli istmi per praticare agevolmente i propri traffici e contrapporsi di potenza ai rispettivi confinanti. Le città antiche, per contro, timorose della pirateria, fiorita per lungo tempo, si edificavano piuttosto lontano dal mare, sia quelle isolane, che le continentali. (Poiché i pirati compivano incursioni reciproche, rivolgendole anche contro quelli che pur non praticando il mare erano rivieraschi). Ancor oggi questi centri si trovano all'interno.

 

8. Particolarmente dediti alla pirateria erano gli isolani, vale a dire Cari e Fenici. Costoro possedevano la maggior parte delle isole. Eccone la prova: quando Delo fu sottoposta dagli Ateniesi, nel corso di questa guerra, alla purificazione rituale e furono asportate le tombe di quanti erano deceduti sull'isola, apparve chiaro che per più della metà si trattava di Cari. Si riconobbero dalla fattura delle armi sepolte con i cadaveri e dal sistema di inumazione, in vigore ancor oggi. Affermatasi la forza navale di Minosse, i rapporti per mare si infittirono: i pirati delle isole ne furono espulsi, mentre egli veniva colonizzandone la maggior parte. Gli abitatori delle regioni litoranee, già più decisi ad accrescere i loro capitali, sempre più consolidavano le proprie sedi: alcuni poi, accortisi di diventar via via più facoltosi, si cingevano di mura. Per desiderio di lucro i più deboli si assoggettavano al servizio dei più forti, mentre i più potenti, ricchi a profusione, si annettevano le città minori. Progredivano già da qualche tempo in tale regola di vita quando, più tardi, i Greci si accinsero alla campagna di Troia.

 

9. A mio vedere, Agamennone riuscì a raccogliere il corpo di spedizione perché eccelleva in potenza tra i contemporanei, non certo sollecitando i pretendenti di Elena con il giuramento che li vincolava a Tindaro. Quelli che hanno accolto, tramandate oralmente dai loro antichi, le notizie più certe sulle vicende del Peloponneso, affermano che Pelope dapprima ottenne una notevole potenza politica, mettendo a frutto le enormi somme di denaro che recò con sé trasferendosi dall'Asia in un paese abitato da uomini indigenti, e riuscì inoltre a imporre, sebbene forestiero il proprio nome su quella terra. In seguito, i suoi discendenti si sarebbero impossessati di una potenza anche più rilevante, quando Euristeo perì in Attica, per mano degli Eraclidi. Euristeo, per il tempo che fosse durata la sua spedizione, aveva affidato ad Atreo, che gli era zio materno e quindi parente, Micene e il regno Atreo si trovava ad esser profugo, temendo il padre a causa dell'assassinio di Crisippo). Sostengono che siccome Euristeo non fece mai più ritorno, Atreo ottenne la successione al regno su volere degli stessi Micenei, in ansia per un'eventuale rappresaglia degli Eraclidi, e poiché s'era creato fama di uomo capace, conquistando le simpatie di quel popolo e degli altri già soggetti ad Euristeo. Così i Pelopidi riuscirono più potenti dei Perseidi. Sono convinto che Agamennone, ricevuto in eredità il regno e più potente sul mare di tutti gli altri, abbia effettuato la spedizione raccogliendone i componenti piuttosto con il severo rispetto che sapeva imporre che in virtù d'una affettuosa benevolenza. È indubitabile infatti che egli partì per Troia con un numero di navi superiore agli altri, e che ne fornì agli Arcadi: lo ha dimostrato Omero, se la sua testimonianza ha valore. Inoltre, narrando la «trasmissione dello scettro» ha lasciato detto che Agamennone su isole molte signoreggiava e su Argo tutta. Senza dubbio, vivendo sul continente, non avrebbe potuto tenere soggette le isole, oltre a quelle prossime alla costa, che non sarebbero molte, se non avesse disposto di una flotta discretamente forte. Anche da questa spedizione si deve dedurre l'entità di quelle che la precedettero.

 

10. La circostanza che Micene fosse un piccolo nucleo urbano, o se qualche altro centro dei tempi antichi destasse attualmente l'impressione d'essere stato insignificante, non costituirebbe una prova decisiva per chi nutrisse dubbi sull'importanza della spedizione, quale l'hanno magnificata i poeti e la tradizione ancora la celebra. Poiché se la città degli Spartani restasse deserta e rimanessero i templi e le fondamenta degli edifici, penso che dopo molto tempo sorgerebbe nei posteri un'incredulità forte che la potenza spartana fosse adeguata alla sua fama; (eppure occupano i due quinti del Peloponneso, detengono l'egemonia su di esso e su numerosi alleati esterni: tuttavia raccogliendosi la città intorno ad un unico nucleo privo di templi e costruzioni sontuose, con la sua caratteristica struttura in villaggi sparsi, secondo l'antico costume greco, parrebbe una mediocre potenza). Se gli Ateniesi invece subissero la stessa sorte, la loro importanza, a dedurla dai resti visibili della città, si supporrebbe, credo, doppia di quella reale. Non conviene dunque dubitare, né attribuire maggiore rilievo all'esame degli aspetti esteriori delle città che della loro effettiva potenza; ci si deve convincere che quella spedizione fu la più importante tra quante la precedettero, ma inferiore alle attuali, se pure da questo lato dobbiamo prestar fede all'ispirazione poetica di Omero, che da poeta appunto, com'è naturale, l'ha esaltata e abbellita; tuttavia, anche così, è evidente che fu inferiore. Infatti, di milleduecento navi, il poeta ha descritto quelle dei Beoti come fornite di centoventi uomini d'equipaggio ciascuna, quelle al comando di Filottete di cinquanta, volendo indicare, a mio avviso, le maggiori e le minori: e infatti relativamente alla portata delle altre non fece parola nel catalogo delle navi. Che poi i rematori fossero tutti anche combattenti l'ha significato chiaro, citando le navi di Filottete; poiché gli uomini ai remi li ha fatti tutti arcieri. Non è verosimile che fossero imbarcati molti passeggeri non addetti alla manovra, tranne i principi e i personaggi più autorevoli soprattutto considerando che li attendeva una traversata lunga e con macchine da guerra: inoltre, i navigli non erano coperti da ponti, ma armati alla corsara, secondo l'uso antico. Se si calcola dunque la media tra le navi minori e le più capaci, risulta chiaro che non presero il mare in molti, considerato che erano inviati da tutti i paesi di Grecia.

 

11. Era causa di ciò non tanto il ristretto numero d'uomini, quanto la scarsità di denaro. In effetti, il problema dei rifornimenti li indusse a mobilitare un contingente di spedizione ridotto: nei limiti di quanti calcolavano che avrebbero ricavato laggiù con l'attività di guerra i mezzi per vivere. Arrivati nella regione di Troia, riuscirono vincitori in un primo scontro (è sicuro, in quanto non avrebbero potuto, in caso diverso, rafforzare con il vallo il loro attendamento): pure è noto che neppur là, nella piana di Troia, abbiano utilizzato al completo i loro effettivi. Urgeva la necessità di vettovaglie, quindi si dettero all'agricoltura nel Chersoneso, e a praticar la pirateria. Onde, per il frazionamento delle forze nemiche, i Troiani resistettero ancor più validamente per quei dieci celebri anni, disponendo sempre di truppe numericamente pari a quelle greche che, di volta in volta, rimanevano ad affrontarli sul campo. Di contro, se i Greci fossero giunti già forniti di riserve alimentari adeguate, quindi in blocco, senza disperdersi chi facendo il predone, chi l'agricoltore, avessero protratto senza interruzione il loro sforzo bellico superiori com'erano negli scontri in campo, avrebbero conquistato la città agevolmente: essi che, senza mai fronteggiarlo compatti, erano sempre in grado di contrastare il nemico con la parte di truppe ch'era di volta in volta presente e che, serrando Troia di continuo assedio, l'avrebbero presa in tempo più breve e con minori fatiche. Al contrario, per esiguità di risorse economiche, non solo risultavano irrilevanti le imprese anteriori, ma queste stesse gesta, le più celebri tra quelle condotte prima, appaiono in realtà impari alla fama che ne nacque e alla memoria che fra noi sopravvive ancora, per il canto dei poeti.

 

12. E infatti, anche dopo l'impresa troiana, la Grecia andava soggetta a continui movimenti migratori e di colonizzazione, sicché mancante di una pacifica stabilità, non progredì in potenza. Infatti, il ritorno dei principi da Troia avvenuto così tardivo, introdusse molti mutamenti, mentre nelle città soprattutto fiammeggiavano sedizioni e rivolte, con la conseguenza che i profughi ne uscivano fondando nuovi centri di abitazione. In tal modo, gli attuali Beoti, nel sessantesimo anno dalla conquista di Troia, scalzati da Arne per opera dei Tessali si stanziarono nella moderna Beozia, denominata in antico «Paese di Cadmo» (in questa terra, in tempi lontani, viveva già un loro nucleo, e di là avevano mandato un loro reparto a combattere sotto le mura di Troia): analogamente i Dori, nell'ottantesimo anno, occuparono il Peloponneso, guidati dagli Eraclidi. Faticosamente e dopo gran tempo in Grecia si stabilì una situazione di pace sicura, senza interne scosse migratorie: si cominciarono a mandar gruppi di coloni. Gli Ateniesi colonizzarono la Ionia e il maggior numero di isole; quelli del Peloponneso le parti più estese della Sicilia e dell'Italia, insieme ad alcune località della restante Grecia. Queste fondazioni si effettuarono tutte dopo le vicende di Troia.

 

13. Aumentando in progressione la potenza dei Greci che si impegnavano con sforzo ancor più sollecito di prima ad accumulare le loro rendite, presero piede in numerosi stati, in relazione alla crescita della loro ricchezza, le tirannidi (anteriormente invece vigevano monarchie ereditarie, limitate da certe prerogative): i Greci inoltre armavano flotte ed esercitavano più decisamente la marineria. Corre fama che siano stati i Corinzi a introdurre migliorie tecniche nella fabbricazione delle navi, avvicinandole di molto al livello moderno, e che le prime triremi, in Grecia, uscissero appunto dai cantieri di Corinto. Pare anzi accertato che Aminocle di Corinto, un costruttore navale, abbia fabbricato quattro navi per quelli di Samo. Saranno circa trecento anni alla fine di questa guerra, da che Aminocle giunse a Samo. Il più antico scontro sul mare di cui siamo al corrente è quello tra Corinzi e Corciresi: a computare fino alla medesima data, saranno all'incirca duecentosettanta anni. Dunque i Corinzi con la loro città situata proprio sull'istmo, costituirono sempre, fin da epoche remote, uno scalo commerciale: poiché i Greci antichi all'interno del Peloponneso e quelli esterni trafficavano tra loro per terra più che per mare, percorrendo di necessità il loro istmo; così i Corinzi erano diventati una potenza economica, come mostrano anche gli antichi poeti: attribuirono infatti alla località l'epiteto di «doviziosa». In seguito, quando i Greci incrementarono i negozi marittimi, quelli di Corinto, allestite parecchie navi, si volsero a sterminare i pirati e potendo offrire per mare e per terra un punto di smistamento al traffico commerciale, fecero poderosa l'economia del loro stato con l'afflusso di rendite. Anche gli Ioni dispongono in seguito di una flotta consistente, all'epoca di Ciro, primo sovrano dei Persiani, e del figlio Cambise; in lotta con Ciro dominarono per qualche tempo il tratto di mare che è loro antistante. Pure Policrate, tiranno di Samo al tempo di Cambise, forte di una buona flotta, non solo ridusse in suo potere le altre isole, ma consacrò anche Reneia, dopo la sua conquista, ad Apollo di Delo. I Focesi poi, durante la fondazione della loro colonia Marsiglia, misero in rotta in uno scontro navale i Cartaginesi.

 

14. Le flotte più poderose erano dunque queste. Risulta però che, per quanto di molte generazioni più recenti rispetto alla guerra di Troia, utilizzassero anch'esse poche triremi e avessero in organico, come quelle arcaiche, essenzialmente scafi a cinquanta remi e navigli lunghi. Poco avanti le guerre persiane e la morte di Dario, che regnò in Persia dopo Cambise, i tiranni di Sicilia, ebbero a disposizione un numero considerevole di triremi, come i Corciresi; e infatti queste furono le ultime flotte degne di ricordo in Grecia, prima dell'assalto di Serse. Gli abitanti di Egina infatti e gli Ateniesi, con altri pochi, erano in possesso di scarse flottiglie, in massima parte composte di navi a cinquanta rematori. Solo più tardi, quando gli Ateniesi erano in guerra contro gli Egineti, Temistocle riuscì a convincerli, anche nel timore che fosse imminente l'aggressione del popolo persiano, ad allestire triremi, con le quali poi effettivamente avrebbero combattuto: ma anche queste erano sfornite di ponti, a proteggere intera la lunghezza dello scafo.

 

15. Tale si presentava l'entità delle potenze navali greche: le più antiche e quelle sorte in epoche più recenti. Comunque, chi poteva esercitare la marineria, si creò una considerevole potenza, non solo in entrate economiche, ma anche in supremazia sugli altri. Spostandosi con la flotta, sottomettevano a tributo le isole, che costituivano uno sbocco particolarmente ricercato da quelli che non possedevano territorio sufficiente. Conflitti terrestri invece, da cui potesse nascere qualche rispettabile potenza, non se ne effettuarono: si trattava in complesso, quante se ne verificavano, di guerricciole impegnate con i propri vicini di confine; ma vere e proprie campagne. militari, molto lontane dal proprio paese e a scopo di dominio, i Greci non usavano organizzare. Perché non esistevano città che si fossero affiancate in soggezione a stati più potenti: nemmeno pensavano di sostenere, a condizioni di parità, spedizioni comuni; pertanto le singole genti preferivano guerreggiare coi propri vicini. In occasione tuttavia di un antico conflitto esploso tra Calcidesi e quelli di Eretria, anche le altre popolazioni greche si trovarono divise, alleandosi chi con l'uno chi con l'altro belligerante.

 

16. In vari paesi di Grecia intervennero diversi fattori negativi, che ne interruppero il progresso. Anche presso gli Ioni, per addurre un esempio: la loro potenza era già discretamente avanzata, quando Ciro con il regno di Persia, dopo aver abbattuto Creso e assoggettato il paese che si stende tra il fiume Alis e il mare, mosse loro guerra e soggiogò le città sul continente. Inoltre Dario, tempo dopo, forte della flotta fenicia, asservì le isole.

 

17. I tiranni, quanti v'erano nelle città greche, con lo sguardo egoisticamente teso al personale interesse, all'incolumità fisica oltre che al crescente prestigio della propria casata, preferivano dedicarsi, fin tanto ch'era loro possibile e per evidenti ragioni di sicurezza, alle questioni di politica interna, ciascuno nel chiuso delle proprie città: nessuna impresa pertanto fu da loro diretta, che fosse degna di memoria eccettuata forse qualche incursione a spese delle genti limitrofe. Non certo i tiranni di Sicilia, che invece conquistarono una grande potenza. In tal modo, da ogni parte e per lungo tempo, la Grecia si trovò praticamente preclusa la via a qualunque impresa veramente apprezzabile, poiché le città, singolarmente prese, mancavano di spirito d'iniziativa.

 

18. I tiranni d'Atene e quelli delle altre parti di Grecia, soggetta anche prima di Atene e in varie località alle tirannidi, furono abbattuti finalmente, per la maggior parte, eccetto quelli in Sicilia, dagli Spartani. (Poiché Sparta, dopo la sua fondazione ad opera di quei Dori che attualmente l'abitano, pur sconvolta da interni fermenti per il periodo di tempo più esteso di cui s'abbia storicamente memoria, pure fin dall'antichità godette per la concordia delle sue componenti politiche una temperata costituzione e in seguito fu sciolta sempre dalla tirannide: son corsi quattrocent'anni circa e poco più fino alla conclusione di questo conflitto, da quando gli Spartani adottano, immutato, quell'ordinamento politico. Fatti possenti da questa salda coesione interna stabilivano anche le forme di governo nelle altre città). Dopo l'espulsione dei tiranni dalla Grecia, dicevamo, trascorsi non molti anni si combatté a Maratona tra Persiani e Ateniesi. Passan dieci anni, e una seconda volta lo straniero cala in Grecia con quell'esercito sconfinato, deciso a soggiogarla. Il pericolo immineva gravissimo: gli Spartani, che eccellevano per potenza militare, si assunsero il comando dei Greci, serrati in alleanza a respingere il nemico. Per parte loro gli Ateniesi, mentre avanzava l'aggressione persiana. decisero di abbandonare del tutto la città raccolsero i loro beni di fortuna e si imbarcarono sulle navi da guerra: si fecero così esperti del mare. Respinto lo straniero con sforzo concorde, non passò molto che il fronte comune dei Greci, di quelli che si erano emancipati dal Gran Re e di quelli che ne avevano retto l'assalto, si spezzò in contrapposti blocchi, polarizzandosi l'uno intorno ad Atene l'altro a Sparta. Questi due stati disponevano evidentemente delle potenze maggiori: gli uni sulla terra, gli altri con la flotta. L'intesa fra loro non fu duratura. Presto i rapporti s'incrinarono. Spartani e Ateniesi entrarono in uno stato di guerra, con al fianco i rispettivi collegati. Gli altri Greci poi, se insorgevano contrasti, si inserivano nell'orbita dell'una o dell'altra potenza. Di conseguenza il periodo tra il conflitto persiano e questa guerra fu tutto un avvicendarsi continuo di tregue e di atti di ostilità reciproci o sferrati contro i propri alleati dissidenti: così i Greci raffinarono la tecnica delle azioni militari e, costretti all'esercizio ininterrotto tra effettivi pericoli, ne approfondirono la competenza.

 

19. Gli Spartani, esercitavano l'egemonia sugli alleati senza costringerli alla soggezione del tributo attenti solo a che i loro sistemi politici si conformassero ai precetti dell'oligarchia e riuscissero sostanzialmente di vantaggio solo alla loro città, Sparta. All'opposto, gli Ateniesi non solo requisivano via via le flotte dei paesi collegati, all'infuori di quelle di Chio e di Lesbo, ma imposero, in generale, il versamento di determinate quote. In effetti, le risorse e gli armamenti di cui disponevano preparandosi ad entrare in guerra superavano in potenza quelli del tempo in cui erano al fiorire del loro splendore e la loro coalizione non s'era ancora spezzata.

 

20. È questo il frutto delle indagini e dello studio, cui ho sottoposto i fatti antichi: materia difficile ad accertarsi, scrutando ogni singolo indizio e testimonianza man mano che si presentava. Poiché gli uomini in genere accolgono e tramandano fra loro, senza vagliarle criticamente anche se concernono vicende della propria terra, le memorie del passato. Ad esempio, la gente in Atene è convinta che Ipparco sia stato assassinato da Armodio e Aristogitone, mentre reggeva la tirannide e non è al corrente che era Ippia, primogenito dei figli di Pisistrato, a dominare e che Ipparco e Tessalo erano suoi fratelli. In quel giorno, e mentre proprio si accingevano all'azione, Armodio e Aristogitone furono colti dal sospetto che qualcuno del complotto li avesse denunciati ad Ippia. Si tennero quindi lontani da lui, convinti che fosse preavvertito. Ma pure desideravano, prima della cattura, por mano a qualche gesto esemplare, esporsi a qualche memorabile pericolo e imbattutisi in Ipparco che ordinava la processione Panatenaica nella località detta Leocorio, lo ammazzarono. Ma su numerosi altri particolari di vicende contemporanee, non ancora offuscati dal tempo, gli altri Greci non posseggono cognizioni chiare ed esatte. Sono persuasi, ad esempio, che i re Spartani dispongano ciascuno non di un voto, ma di due, e che presso di loro vi sia la schiera denominata Pitane, che in realtà non è mai esistita. Così intraprendono molti, con troppa leggerezza, la ricerca della verità, e preferiscono arrestarsi agli elementi immediati, che non esigono applicazione e studio.

 

21. Gli argomenti invece e gli indizi da me addotti assicurano la possibilità d'interpretare i fatti storici, quali io stesso ho passato in rassegna, con una certezza che non si discosta essenzialmente dal vero. Per questo, non ci si affidi piuttosto ai poeti, che nell'esaltazione del canto ampliano ogni particolare e lo fanno prezioso; insicure anche le opere dei logografi, composte più a diletto dell'ascolto, che a severa indagine della verità. Poiché si tratta di un campo di ricerca in cui la verifica è estremamente ardua: l'antichità stessa di questi casi ne ha velato i contorni di un favoloso, mitico alone. Si converrà che il prodotto delle mie ricerche, elaborato dall'analisi degli elementi di prova più sicuri e perspicui, raggiunge la sufficienza, se si considera la distanza di tempo che ci separa dagli eventi discussi. Questa guerra, sebbene di norma gli uomini valutino più grave il conflitto in cui sono di volta in volta impegnati, per poi, rivolgere, appena l'attuale è spento, la loro ammirazione ai fatti d'armi più antichi, risulterà sempre, a chi esamini la realtà con dati concreti, la più importante di tutte.

 

22. Per quanto concerne i discorsi pronunciati da ciascun oratore, quando la guerra era imminente o già infuriava, era impresa critica riprodurne a memoria, con precisione e completezza, i rispettivi contenuti; per me, di quanti avevo personalmente udito, e per gli altri che da luoghi diversi me ne riferivano. Questo metodo ho seguito riscrivendo i discorsi: riprodurre il linguaggio con cui i singoli personaggi, a parer mio avrebbero espresso nelle contingenze che via via si susseguivano i provvedimenti ritenuti ogni volta più opportuni. Ho impiegato il massimo scrupolo nel mantenermi il più possibile aderente al senso complessivo dei discorsi effettivamente declamati. Ho ritenuto mio dovere descrivere le azioni compiute in questa guerra non sulla base di elementi d'informazione ricevuti dal primo che incontrassi per via; né come paresse a me, con un'approssimazione arbitraria, ma analizzando con infinita cura e precisione, naturalmente nei confini del possibile, ogni particolare dei fatti cui avessi di persona assistito, o che altri mi avessero riportato. La boriosa e complessa indagine: poiché le memorie di quanti intervennero in una stessa azione, non coincidono mai sulle medesime circostanze e sfumature di quella. Da qui resoconti diversi, a seconda della individuale capacità di ricordo o delle soggettive propensioni. Il tono severo della mia storia, mai indulgente al fiabesco, suonerà forse scabro all'orecchio: basterà che stimino la mia opera feconda quanti vogliono scrutare e penetrare la verità delle vicende passate e di quelle che nel tempo futuro, per le leggi immanenti al mondo umano, s'attueranno di simili, o perfino d'identiche. Possesso per l'eternità è la mia storia, non composta per la lode, immediata e subito spenta, espressa dall'ascolto pubblico.

 

23. Delle antecedenti imprese, la più importante fu la guerra persiana: eppure si risolse rapidamente con due soli scontri navali e di fanterie. Questa guerra s'è trascinata invece a lungo, generando dolori e patimenti in Grecia, quali mai, in tale tratto di tempo, s'erano avuti. Mai tante città, travolte nel conflitto, languirono spopolate. Fu opera dei barbari per alcune, per altre degli stessi contendenti (non mancano esempi di città espugnate che mutarono i propri abitanti). Mai tanti profughi e tanto sangue, versato combattendo negli infiniti episodi di guerra o nelle lotte civili. Molti casi straordinari, trasmessi prima per tradizione orale, ma raramente verificati alla prova dei fatti, confermarono la loro indubbia esistenza: terremoti ad esempio, che sconvolsero zone molto ampie, intensificandosi con inusitata violenza. Eclissi solari che intervennero più frequenti di quelle accadute, a memoria d'uomo, nelle epoche andate. Certe siccità interminabili flagellavano talune contrade, onde carestie imperversanti, e quell'epidemia che tanta desolazione e lutto seminò per la Grecia: tutte sventure esplose parallele al decorso di questa guerra. La fecero scoppiare Ateniesi e Peloponnesi, abrogando i patti trentennali che avevano stipulato dopo l'occupazione dell'Eubea. Espongo dapprima le cause e gli attriti che produssero quest'atto d'abrogazione, perché nessuno debba più, in seguito, indagare le origini di questa guerra. Sono convinto che la motivazione più autentica, quella però che meno traspariva dai discorsi ufficiali, fosse la formidabile potenza conseguita da Atene e l'apprensione che ne derivava per Sparta: e la guerra fu inevitabile. Le ragioni invece, addotte nelle rispettive dichiarazioni rilasciate dai belligeranti, per la rottura dei patti e lo scoppio delle ostilità, erano le seguenti.

 

24. La città di Epidamno è situata alla destra di chi entri navigando nel golfo Ionio. Nei suoi dintorni hanno dimora i Taulanti, barbari di stirpe illirica. Questa località fu colonizzata dai Corciresi: ne fu fondatore e capo Falio, nato da Eratoclide, di schiatta Corinzia, dei discendenti da Eracle. Fu invitato a recarsi colà dalla madrepatria, in osservanza dell'antico costume. Presero parte alla colonizzazione anche alcuni tra i Corinzi e del resto delle genti doriche. Con il trascorrere del tempo, Epidamno si fece una città potente e popolosa. Dopo parecchi anni di lotte civili, come è fama, furono ridotti in rovina da una guerra sostenuta contro popolazioni barbare confinanti e la loro potenza declinò notevolmente. Negli ultimi tempi prima di questa guerra, la parte democratica aveva scacciato da Epidamno gli oligarchi, i quali, fiancheggiati dai barbari, fecero ritorno depredando quelli che erano rimasti in città, per terra e sul mare. Gli Epidamni che si trovavano in città, oppressi dalle continue violenze, spediscono una legazione a Corcira, come loro madrepatria: supplicano che non si assista inerti al loro massacro, che si cerchi di rimettere pace tra loro e gli esiliati, che si faccia cessare l'ostilità dei barbari. Queste le richieste avanzate dagli ambasciatori, postisi in atto di supplici davanti al tempio di Era. Il governo di Corcira non accolse la loro preghiera, rimandandoli senza aver rilasciato nessuna promessa concreta.

 

25. Quando gli Epidamni appresero che Corcira non avrebbe stanziato nessun aiuto per loro, non erano in grado di trovare un qualsiasi sbocco alle difficoltà presenti. Così mandarono dei legati a Delfi a consultare l'oracolo di Apollo, se dovessero consegnare la città ai Corinzi, come fondatori della colonia e tentare di ottener da loro una difesa. Il responso fu di affidarsi ai Corinzi, sottomettendosi fiduciosi alle loro direttive. Gli Epidamni si recarono dunque a Corinto secondo la volontà dell'oracolo e consegnarono la colonia avvalendosi del fatto che il loro fondatore era originario di Corinto e notificando il testo dell'oracolo: li pregavano di non tollerare senza far nulla il loro massacro, che accorressero a difenderli. I Corinzi si assunsero il compito della loro tutela, in parte per sentimenti di giustizia, riflettendo che la colonia in fondo apparteneva a loro non meno che ai Corciresi, ma più accesi di rancore nei confronti di quelli che, sebbene ne fossero coloni, non li rispettavano come si conveniva. Poiché in occasione delle grandi adunanze festive comuni non attribuivano loro i privilegi rituali e non offrivano la prima e scelta parte di ogni vittima sacrificale a un cittadino di Corinto, com'era regola per le altre colonie. Li trattavano inoltre con irriguardosa sufficienza, dacché in quel tempo disponevano di un potere economico pari alle città più ricche di Grecia, e militarmente, erano addirittura più preparati e forti. Quanto alla flotta, in qualche occasione si gloriavano d'esser superiori di molto, in relazione anche al fatto che i Feaci così celebri per la loro arte nautica, avevano avuto sede in Corcira (onde con tanto più impegno armavano la flotta e, in realtà, erano davvero potenti: al principio della guerra i Corciresi potevano contare su centoventi triremi).

 

26. Bruciando dunque di risentimento per le suddette ragioni i Corinzi furono lieti di inviare il contingente di soccorso ad Epidamno, incitando a recarvisi come coloro chiunque volesse, scortati da truppe di Ambracia, di Leucade e di Corinto stessa. I Corciresi quando conobbero che ad Epidamno affluivano coloni e scorte armate e che la colonia era stata consegnata ai Corinzi, s'irritarono. Posta rapidamente in mare una squadra di venticinque unità e poi un contingente ulteriore imponevano minacciosi agli Epidamni di riaccogliere gli esuli (i profughi di Epidamno si erano recati infatti a Corcira e, additando i sepolcri dei loro progenitori e con il ricordo dell'antica consanguineità, li avevano supplicati di ricondurli in patria). C'era l'ordine inoltre di licenziare le guarnigioni e i coloni mandati da Corinto. Gli Epidamni non prestarono orecchio a nessuna di tali richieste. I Corciresi allora con quaranta navi muovono contro di loro, coi profughi, decisi a restituirli in patria, e forti d'un corpo d'Illiri. Si attendarono davanti alla città proclamando che ne uscissero incolumi gli stranieri e chi volesse degli Epidamni; in caso contrario, li avrebbero tenuti per nemici. Nessun segno di risposta: i Corciresi si disposero ad assediare la città, collocata su un istmo.

 

27. I Corinzi, dal canto loro, quando li raggiunsero dei messaggeri da Epidamno con la notizia ch'erano stretti d'assedio, allestivano una spedizione e insieme facevano bandire una colonia ad Epidamno, promettendo uguaglianza di condizioni e di diritti a chiunque volesse recarvisi. Se poi uno lì sul momento non si trovava disposto alla partenza, ma desiderava prender parte alla colonia, restasse pure a casa, impegnando come cauzione cinquanta dracme corinzie. Così furono in molti a partire, e molti a depositare il denaro. Chiesero a quelli di Megara di scortarli con le loro navi temendo d'esser bloccati in mare dai Corciresi: e quelli si preparavano a seguirli con otto navi, e i Paleesi di Cefallenia con quattro. Ne richiesero anche agli Epidauri, ché ne fornirono cinque; gli Ermoniesi una e i Trezeni due; quelli di Leucade dieci e gli Ambracioti otto. Ai Tebani e ai Fliasi chiesero denaro, agli Elei denaro e navi senza ciurma. Le navi armate dai Corinzi erano trenta e i loro opliti tremila.

 

28. Giunta notizia di tali preparativi, i Corciresi si recarono a Corinto, accompagnati dagli ambasciatori spartani e di Sicione che avevano preso con sé e intimarono ai Corinzi di richiamare indietro le guarnigioni da Epidamno e i loro coloni, poiché Epidamno non era terra che li riguardasse. Se però i Corinzi ritenevano di poter avanzar qualche pretesa, erano disposti ad accogliere le decisioni di un arbitrato nel Peloponneso, presso la città su cui i contendenti si trovassero concordi. Riuscirebbe vincitrice quella delle due parti cui si decidesse di assegnare la colonia. Erano anche disposti a sottoporre la controversia all'oracolo di Apollo a Delfi. Erano decisi a non permettere la guerra: in caso diverso, si sarebbero visti costretti, dicevano, per la loro violenta condotta, a cercar di collegarsi con genti diverse dalle attuali alleate, e che a loro non piacevano, per ragioni di profitto. I Corinzi ribatterono: scenderebbero a trattati e solo a patto che fossero ritirati da Epidamno le navi e i contingenti barbari. Ma, in primo luogo, non era onorevole che gli uni subissero un assedio, e loro stessero a far discussioni. I Corciresi ripresero che solo se i Corinzi avessero richiamato da Epidamno i loro avrebbero accolto le proposte avanzate: erano anche pronti a questo, che le due parti rimanessero nelle posizioni occupate, si stilasse una tregua e si attendesse l'esito dell'arbitrato.

 

29. I Corinzi non accolsero nessuna delle proposte fatte, ma dopo che le loro navi furono fornite di equipaggi ed erano giunti gli alleati, mandarono subito avanti un araldo, con la dichiarazione di guerra ai Corciresi salpando con settantacinque navi e duemila opliti fecero rotta su Epidamno, per attaccare i Corciresi: erano strateghi della flotta Aristeo figlio di Pellico, Callicrate figlio di Callia e Timanore figlio di Timante, e dell'esercito Archetimo figlio di Euritimo e Isarchida figlio di Isarco. Quando quelli furono all'altezza di Azio nella regione Anattoria, dove è sito il santuario di Apollo, all'imboccatura del golfo di Ambracia, i Corciresi mandarono loro incontro su una scialuppa un araldo, intimando di non proseguire la navigazione contro di loro. Intanto però equipaggiavano le navi, riparando le vecchie, che erano in grado di tenere il mare, e altre che avevano allestite. Come l'araldo tornò a riferire che dai Corinzi non si aspettassero alcun segno di pace, e le loro navi furono pronte in numero di ottanta (quaranta infatti partecipavano all'assedio di Epidamno), si portarono a ridosso del nemico, e messisi in formazione, diedero battaglia. Vinsero nettamente i Corciresi: affondarono quindici navi nemiche. Quel giorno stesso si verificò un ulteriore vantaggio per loro: quelli che assediavano Epidamno avevano costretto la città alla resa con le condizioni seguenti: gli stranieri venduti schiavi, i Corinzi prigionieri in catene, fino a che intervenisse una decisione diversa.

 

30. Dopo lo scontro sul mare i Corciresi elevarono a Leucimma, che è un promontorio di Corcira, un trofeo; passarono per le armi tutti gli altri prigionieri catturati; i Corinzi invece furon posti in catene. In seguito, dopo che i Corinzi e gli alleati, sconfitti sul mare, tornarono ai loro paesi, i Corciresi restavano dominatori di quello specchio di mare, e messa la prua su Leucade, colonia di Corinto, ne devastarono il territorio e diedero fuoco a Cillene, porto militare degli Elei, in quanto avevano posto navi e denaro a disposizione dei Corinzi. Per quasi l'intero periodo che seguì lo scontro, i Corciresi ebbero la supremazia del mare e con la flotta da guerra infliggevano seri danni agli alleati dei Corinzi. Finché costoro l'estate successiva, mobilitando una flotta e un esercito, poiché i loro alleati si trovavano a mal partito, si attendarono ad Azio e presso Chimerio, un luogo della Tesprotide, per vigilare su Leucade e gli altri centri loro amici. Di contro anche i Corciresi posero il campo a Leucimma, con le navi e le truppe. Nessuna delle due parti prendeva l'iniziativa di un attacco: restarono accampati l'uno contro l'altro per tutta quell'estate e solo al sopraggiungere dell'inverno si ritirarono entrambi nei loro paesi.

 

31. Per l'intero anno che seguì lo scontro navale e per il successivo, i Corinzi, ardendo di rancore per l'esito del conflitto con Corcira, erano impegnati ad allestire navi e venivano armando una flotta che fosse forte il più possibile: per questo attiravano rematori, oltre che dal Peloponneso, dal resto della Grecia, promettendo una lauta paga. Le informazioni sui preparativi nemici suscitarono in Corcira uno stato d'allarme. Poiché non erano alleati con nessuna popolazione greca e non avevano aderito né alla coalizione ateniese né a quella spartana, presero consiglio di rivolgersi ad Atene, divenirne alleati, e tentare di ottenere di là una qualche forma di aiuto. I Corinzi informati di questa manovra, vennero anche loro ad Atene, in ambasceria, per vedere se fosse possibile impedire che alla flotta di Corcira si affiancasse anche quella ateniese, creando ostacoli alla conclusione della guerra, com'essi la desideravano. Di fronte all'assemblea convocata, posero a confronto le loro ragioni e i Corciresi, per primi, in tal modo le espressero.

 

32. «È cosa giusta, cittadini d'Atene, che chi ricorre al vicino con una preghiera di soccorso, come noi in questo momento, e non gode il credito di un importante beneficio reso da tempo o d'un patto d'alleanza precedentemente stretto, cerchi in primo luogo e soprattutto di chiarire a fondo che quanto richiede è anche di vantaggio agli interlocutori, in altro caso, almeno che non è loro di danno; poi, che la propria riconoscenza rimarrà incrollabile. Se non saprà porre nella più limpida luce questi assunti, non si sdegni poi del sicuro insuccesso. Quelli di Corcira ci hanno mandato a voi con la richiesta d'alleanza e intimamente persuasi di potervi garantire, in futuro, questi punti. In effetti, è risultato che il nostro tipo di atteggiamento politico non solo viene ora rivelando nei vostri confronti tutta la sua incongruenza rispetto alla richiesta che vi proponiamo, ma anche quanto sia di svantaggio a noi stessi, in questo particolare momento. Poiché noi, che fino ad ora non abbiamo mai gradito e accettato l'alleanza di nessuno, veniamo adesso da altri, proprio a richiederla. Non solo: nella presente guerra contro i Corinzi la nostra condotta ci ha fatti trovare isolati. Quel che prima giudicavamo prudenza, cioè il non sottoporci, alleandoci con genti estranee, ai loro medesimi rischi eseguendo i piani elaborati da un vicino, si chiarisce ora come dissennatezza e impotenza. Certo, nel precedente scontro navale abbiamo soverchiato i Corinzi con le nostre sole forze. Ma ora muovono contro di noi dal Peloponneso e dal resto della Grecia con una potenza bellica ben più considerevole, da cui noi vediamo che non ci è possibile scampare, se restiamo isolati, con le nostre uniche risorse. Inoltre, è ben grave il pericolo per noi se cadremo in loro potere: perciò è indispensabile che noi chiediamo l'aiuto vostro o di chiunque altro. Ci si comprenda, se troviamo ora il coraggio di intraprendere un corso politico nuovo rispetto al precedente immobilismo, non per bassezza d'animo, ma nella coscienza che si è trattato di un errore di valutazione.

 

33. «Se vi lascerete persuadere, l'occasione della nostra richiesta vi sarà di vantaggio sotto molteplici riguardi. Principalmente, fornirete mezzi di soccorso a gente che subisce un'ingiustizia, non che la perpetra in danno altrui; in secondo luogo, accettandoci come alleati mentre ci troviamo in un rischio di gravità estrema, vi conquisterete la nostra assoluta riconoscenza con una testimonianza perenne. Da ultimo, noi possediamo la flotta più cospicua dopo la vostra. Riflettete ora: quale più rara occasione di fortuna per voi, o di danno per i vostri nemici, di questa. Se cioè quella potenza che voi, chissà a quale prezzo d'oro e di favori stimereste degno annettervi alleata, essa è qui spontanea, che vi si dà, senza rischi e senza costarvi nulla. Vi procura anzi, di fronte al mondo, fama di magnanimi, riconoscenza da parte di un popolo che difendete e, al vostro paese, un'accresciuta potenza: vantaggiose occasioni, che a ben pochi in ogni tempo si sono presentate tutte insieme, come ben pochi, cercando un'alleanza, possono offrire a chi interpellano sicurezza e decoro non inferiori a quelli che sperano di ricevere. Se alcuno di voi è convinto che non scoppierà la guerra, in cui potremmo esservi utili, commette un grossolano errore. Non s'avvede che gli Spartani desiderano la guerra per timore di voi; ché i Corinzi godono notevole ascendente su di loro e vi sono ostili; che tentano di sottometter prima noi e poi attaccarvi. Essi temono che il nostro comune odio ci colleghi strettamente contro di loro e di veder quindi sfumare uno dei due scopi che si propongono: danneggiare noi o acquistar loro in forza. Sia comune impresa dunque prevenirli: noi offrendo, voi accettando l'alleanza. Si preferisca attaccarli prima di dovercene difendere. |[continua]|

 

|[LIBRO I, 2]|

 

 

34. «Se poi i Corinzi diranno ingiusto il fatto che voi accettiate in alleanza i loro coloni, sappiano che ogni colonia se è trattata con benevolenza ha riguardo per la madrepatria, ma se subisce torti si volge altrove: lo scopo dei coloni, emigrando, è d'esser pari in diritti ai concittadini, non schiavi. L'ingiustizia è palese, poiché quando li invitammo ad Epidamno per un arbitrato preferirono cercare di sciogliere la questione con la guerra, che con procedimenti legali. Vi serva di prova la loro linea d'azione verso di noi, consanguinei: sicché non vi lasciate fuorviare dal loro inganno, né ottemperate con un aiuto pratico e immediato alle loro richieste, quando ve le porgeranno. Giacché è più sicura l'esistenza di colui che si procura motivi il più possibile scarsi di pentimento per aver favorito i propri avversari.

 

35. «Non infrangerete la tregua con gli Spartani, accettandoci nella vostra lega, in quanto non siamo alleati di nessuno dei due. Si proclama infatti nei trattati che a qualunque delle città greche, non comprese nelle coalizioni, si consente di cercare appoggio da chi meglio ritiene. Sarebbe un terribile controsenso politico se costoro potessero equipaggiare le navi con forze attirate dai paesi del patto e per giunta dal resto della Grecia, anzi perfino dalle città a voi soggette, e riuscissero poi ad escluderci dall'alleanza ora in discussione e da ogni altra possibilità di soccorso, considerando un iniquo colpo vibrato a loro la vostra eventuale adesione alla nostra istanza. Potremo avanzare noi, invece, rimostranze assai più gravi, se non riusciremo a convincervi. Respingerete infatti noi, in estremo pericolo e che pur non vi siano nemici, senza curarvi di apporre un valido freno all'ostilità aggressiva di costoro, anzi assisterete inerti allo spettacolo di Corinto che incrementa il proprio potenziale bellico con leve tratte dal vostro impero. Ebbene, non è giusto! sarebbe dover vostro d'impedir con la forza a quelli di assoldare mercenari dai vostri paesi e d'inviarci invece quel soccorso a cui vi lascerete persuadere: sarebbe più conveniente che ci accordaste aperta protezione, nella vostra lega. Molti lati vantaggiosi siamo in grado di mostrare, come anticipammo aprendo il nostro intervento: il più interessante è che ci opporremo agli stessi nemici, garanzia che è la più certa, e per giunta nemici niente affatto da sottovalutare, ma che dispongono di forze bastevoli a punire chiunque tenti la defezione. Poiché la nostra è profferta d'alleanza marinara e non terrestre, certo sarà per voi ben differente se la rivolgessimo ad altri: badate infatti, se potete, a non lasciare che un'altra nazione acquisti una flotta, altrimenti cercate l'unione con quella che si dimostri più forte sui mari.

 

36. «Chiunque è convinto dentro di sé dei sopraddetti vantaggi e tuttavia - può accadere - teme che la sua eventuale adesione costituisca una rottura dei patti rifletta che il suo timore, congiunto alla forza, indurrà piuttosto i suoi nemici a un prudente rispetto; l'eccessiva fiducia, qualora declini la nostra offerta d'alleanza, non fondata su un potenziamento concreto, preoccuperà debolmente dei nemici realmente forti. Tenga conto che ora si discute su Corcira ma ancor più su Atene, i cui affari non amministra con la preveggenza più accorta se, in vista di un futuro conflitto per poco non già effettivo, attento solo agli interessi presenti, esita ad aggregarsi le forze di un popolo con cui intrattenere rapporti di pace o di guerra è del massimo peso. Non solo Corcira è situata proprio sulla rotta per l'Italia e la Sicilia, onde può agevolmente bloccare una flotta che di là accorra ai Peloponnesi in appoggio, come favorirne una in transito da Atene a quelle terre, ma anche per altro è utilissima. Dunque riassumendo in breve la questione nel suo insieme e nei particolari, dovrebbe persuadervi a non respingerci la riflessione seguente: sono tre le forze navali considerevoli, in Grecia: la nostra, la vostra e quella corinzia. Se consentirete a due d'esse di congiungersi, e i Corinzi metteranno le mani su di noi, avrete contro sui mari le flotte di Corcira e del Peloponneso. Se ci accettate invece, potrete scendere in lotta contro di loro mobilitando in più anche le nostre navi.» Tali gli argomenti espressi dagli uomini di Corcira. I Corinzi ribatterono come segue.

 

37. «È necessario, poiché i qui presenti Corciresi non hanno voluto limitare l'intervento alla loro alleanza e alla vostra eventuale adesione, ma vengono a sostenere che li vessiamo con una guerra illegittima, che similmente anche noi ci soffermiamo su questi due punti, esaurendo in seguito i successivi aspetti della questione, affinché disponiate in precedenza di una cognizione netta e sicura sulla volontà nostra e decliniate, a ragion veduta, la richiesta di costoro. Dicono di non essere entrati prima in lega con nessuno per prudenza: hanno intrapreso invece questa linea politica perché sono delinquenti, non per rettitudine. Non erano disposti ad allearsi con complici dei loro soprusi, né ad aver testimoni da reclamare poi a discolpa, con somma vergogna. La loro città, dalla posizione così indipendente, permette loro di essere giudici delle loro sopraffazioni, più che spingerli alle alleanze: è raro infatti che si rechino per nave in terre straniere, mentre spessissimo accade che ricevano gli altri Greci, cui è indispensabile l'approdo alle loro coste. Così questa decorosa facciata di un isolamento internazionale l'hanno eretta a ricovero non di una mancata complicità con altri, ma delle loro azioni illegali, commesse in perfetta solitudine; per disporre con la violenza di quanto riescono ad avere in pugno, per incrementare indisturbati i loro criminali guadagni, per predare quanto si può con tranquilla sfrontatezza. Che se fossero stati, come sostengono, uomini probi, quanto più erano inattaccabili dai vicini, tanto più sarebbe stato loro possibile far mostra di integrità, sottostando alle regole dei trattati in vigore.

 

38. «Non furono tali mai, né con altri, né con noi: sono nostri coloni, e si comportano da sempre con la più assoluta indipendenza, anzi ora ci attaccano, adducendo a pretesto che la patria non li avrebbe inviati laggiù per peggiorare la loro posizione. Siamo noi ora a reclamare che non abbiamo dedotto quella colonia per essere oltraggiati da costoro, ma per affermare la nostra supremazia e riscuoterne il doveroso tributo di rispetto. Certo presso le altre colonie ci circonda un profondo prestigio, per non dire un'affettuosa devozione. Indubbiamente, se siamo graditi ai più, la loro singolare malevolenza non potrebbe che risultare immotivata, né ci saremmo impegnati in questa spedizione fuori dell'ordinario, senza aver ricevuto un oltraggio veramente brutale. Se pure fossimo noi in colpa, sarebbe stato un atto decoroso per questi uomini piegarsi al nostro risentimento, per noi invece una vergogna sforzare la loro mansuetudine. Si sono esaltati invece, per le loro disponibilità finanziarie, e hanno preso a infliggerci torti l'uno dopo l'altro, finché da ultimo conquistarono a forza Epidamno, nostra colonia, e non la cedono, ora che siamo accorsi in suo aiuto, mentre non pretesero affatto di occuparsene quando versava in pessime acque.

 

39. «Sostengono d'esser stati prima disposti a un giudizio, in cui però, sia ben chiaro, un dibattito corretto e valido s'imposta non arroccati su un proprio vantaggio e provocando l'arbitrato da posizione inattaccabile, ma stabilendo preliminarmente una perfetta coerenza tra parole e fatti quindi affrontandosi pure nella disputa. Per contro, questi han tratto fuori quel bell'argomento del giudizio non prima di assediare Epidamno, ma dopo essersi convinti che non avremmo tollerato un atto simile. Ora si presentano, non soddisfatti dei crimini commessi laggiù, stimando di potervi convincere ad un'alleanza, che invero è una complicità, e sperando che li accogliate, in quanto voi e noi apparteniamo a blocchi politici opposti. Allora bisognava che essi si facessero avanti, quando erano completamente al sicuro; non ora che noi siamo oltraggiati e loro in pericolo. E voi, che non utilizzaste un tempo le loro forze armate, li metterete a parte della vostra protezione. Pur innocenti delle loro colpe, ne subirete, ai nostri occhi, un pari carico di responsabilità: solo se voi aveste già goduto l'appoggio, in antico, di una loro alleanza militare, dovreste ora sopportare con loro le conseguenze di una politica avventata.

 

40. «Che le nostre recriminazioni siano ben fondate e che costoro siano dei brutali prevaricatori, è ormai un punto saldo: passiamo ora a dimostrare che sarebbe illegittima la vostra adesione alle loro richieste. È vero: è pattuito nei trattati che a qualunque città autonoma sia lecito rivolgersi all'una o all'altra delle coalizioni: la clausola però non contempla chi s'iscrive per recar danno ad altri, ma chi, senza sottrarsi a precedenti impegni, è in cerca di un aiuto sicuro e non procurerà guerra invece che pace a coloro che lo accoglieranno, se hanno del buon senso. È quanto invece vi accadrà, se non ci date ascolto. Poiché non solo diverrete alleati in difesa di costoro, ma nemici nostri, e decadrà il valore dei patti. Inevitabilmente, se li appoggiate ora, dovrete collaborare alla loro difesa. La vostra neutralità invece sarebbe cosa più giusta: al più, il vostro impegno offensivo dalla nostra parte contro costoro. Poiché voi siete vincolati a un patto con Corinto. Con Corcira non stipulaste mai nemmeno una tregua. È opportuno che voi non erigiate a regola l'accogliere chi si ribella agli altri. Neppur noi infatti, quando si verificò la rivolta dei Sami, deponemmo un voto a voi contrario. Il resto dei Peloponnesi s'era invece trovato diviso nel voto sulle necessità di soccorrerli: allora in polemica con loro sostenemmo la tesi che ciascun popolo deve adottare autonome misure punitive nei confronti dei propri alleati. Attenti: il vostro appoggio a popoli che hanno compiuto azioni illegali nei nostri riguardi provocherà evidentemente una defezione di portata non inferiore di vostri soggetti dalla nostra parte. E avrete stabilito una norma più dannosa alla vostra città che a noi.

 

41. «Tali dunque i motivi di giustizia a sostegno della nostra causa, nei vostri confronti, validi secondo le leggi vigenti nel mondo greco: ma rechiamo anche l'invito e la pretesa di un atto di benevolenza che, poiché non siamo tanto nemici da compiere azioni d'aperta ostilità né tanto amici da sentirci autorizzati a chieder certi favori, pure riteniamo doveroso da parte vostra in questo momento, a titolo di riconoscenza. Nel tempo in cui eravate afflitti dalla scarsità di navi da combattimento, durante la guerra eginetica, prima dell'invasione persiana, riceveste dai Corinzi venti navi. Questo favore, e quello prestatovi in occasione dell'affare dei Sami (fu per intervento nostro che i Peloponnesi non li aiutarono) vi consentì di sopraffare gli Egineti e di punire i Sami. E ciò accadde in quei momenti particolari in cui gli uomini, totalmente assorti nello sforzo contro il nemico, non si preoccupano più di nulla, al di fuori della vittoria. Poiché accolgono come un amico chi li sostiene, anche se prima era nemico, e avversario chi li abbandona, anche se le loro precedenti relazioni potevano essere di amicizia. E lasciano cadere in rovina anche i propri interessi, nella brama d'una vittoria immediata.

 

42. «Riflettete su queste ragioni e chi è troppo giovane ne interroghi i più anziani tra voi, si convinca ch'è doveroso ricambiarci. Non ritenga che queste parole sian sì giuste ad udirle, ma, in caso di conflitto, l'utile stia da tutt'altra parte. Poiché la condotta più vantaggiosa consiste nel commettere un numero minimo d'errori e mentre il futuro di questa guerra, di cui tanto temono i Corciresi da spingervi alla loro complicità, è ancora del tutto ipotetico, considerate che per nulla incerta, anzi immediata vi attirereste l'ostilità di Corinto, se vi lasciate trascinare da quella paura. Sarebbe piuttosto prudente dissipare il sospetto che s'istaurò tra noi dall'affare di Megara. (Poiché un atto di favore, pure un po' in ritardo, e d'entità inferiore, è in grado di cancellare un capo d'accusa.) Non appoggiatevi con troppa fiducia alla prospettiva di quella grande alleanza navale che vi offrono: infatti, una politica di relazioni assolutamente corrette con potenze eguali costituisce, per un paese, una forza più salda che conquistarsi, nell'eccitazione provocata da momentanee e fallaci apparenze, un vantaggio a prezzo d'infiniti pericoli.

 

43. «Siamo noi ora a ricadere nella situazione cui si riferiva la nostra proposta avanzata a Sparta, che ciascuno si occupi da sé delle punizioni da infliggere ai propri alleati. Ora vi richiediamo di ricambiarci con lo stesso atteggiamento politico. Vi fu utile il nostro voto; non danneggiateci ora col vostro. Ripagateci con un pari favore, nella convinzione che proprio la presente è una delle occasioni nelle quali chi appoggia è amico, e chi si schiera contro è nemico. Non accettate questi uomini di Corcira come alleati contro il volere nostro. Non soccorrete la loro iniquità. Ispirate da questi principi, le vostre azioni saranno legali e avrete deliberato, anche per quanto concerne i vostri interessi, il meglio.»

 

44. Tale fu il tenore del discorso pronunciato dai Corinzi. Gli Ateniesi udirono le parti e convocarono l'assemblea in due sedute. Nella prima accolsero i motivi addotti dai Corinzi con pari favore di quelli esposti da Corcira. Ma nella successiva mutarono opinione in questo senso: stringevano con Corcira non un'alleanza che prevedesse per le due potenze attacco o difesa contro gli stessi paesi (se i Corciresi infatti avessero loro imposto di partecipare a un assalto alla flotta di Corinto, Atene si sarebbe vista sciolta dai patti di tregua stipulati con i Peloponnesi); ma concordarono un'intesa militare di reciproco soccorso, nell'eventualità di un'aggressione a Corcira, ad Atene o ai loro alleati. Anche gli Ateniesi presentivano distintamente che sarebbe esplosa la guerra contro i Peloponnesi e non erano disposti a lasciare in mani corinzie Corcira, così potentemente armata sul mare. Cercavano perciò di esasperare al massimo il contrasto politico tra i due stati: nell'eventualità che un conflitto divenisse inevitabile, avrebbero avuto di fronte un nemico comunque più debole, si trattasse dei Corinzi o di altri con a disposizione una flotta da guerra. Da ultimo l'isola era sita in un punto molto opportuno, se ne avvedevano bene, sulla rotta per la Sicilia e l'Italia.

 

45. Fondandosi su queste considerazioni gli Ateniesi accolsero le richieste dei Corciresi e quando i Corinzi partirono, non molto dopo, inviarono a loro soccorso dieci navi al comando di Lacedemonio figlio di Cimone, Diotimo figlio di Strombico, e Protea figlio di Epicle. Ricevettero queste istruzioni: non impegnare le proprie navi in battaglia coi Corinzi, se questi non dirigevano su Corcira, o non mostravano l'intenzione di effettuare uno sbarco laggiù o in qualche località che appartenesse a Corcira. Solo in questo caso dovevano opporsi con ogni forza. Erano indispensabili tali avvisi per non provocare la rottura dei patti.

 

46. Così la flotta salpò per Corcira. Anche i Corinzi, quand'ebbero concluso i loro preparativi, si diressero verso l'isola con centocinquanta navi. Ve ne erano dieci di Elei, dodici dei Megaresi e dieci di Leucade, ventisette degli Ambracioti e una degli Anattori. Quelle di Corinto erano novanta: dalle singole città provenivano anche i loro comandanti; da Corinto Senocleide figlio di Euticle, con altri quattro. Salpati da Leucade si portarono nelle vicinanze della costa antistante Corcira. Porsero le navi all'ancora a Chimerio, nella Tesprotide. Si tratta di un porto: sorge su esso, un po' lontana dal mare, la città di Efira nel territorio eleatico della Tesprotide. Lì presso sbocca in mare il lago Acheronte. Bagnando la Tesprotide, il fiume Acheronte sfocia nel lago e gli dà il nome. Vi scorre anche il fiume Tiami, che segna il confine tra la Tesprotide e la Cestrine. Tra i due fiumi è situato il promontorio Chimerio. Proprio in questa località del continente i Corinzi gettarono l'ancora e si attendarono.

 

47. I Corciresi, come seppero che il nemico era in acque vicine, equipaggiarono centodieci navi, affidandole al comando di Miciade, Esenide e Euribato: posero il loro campo in una delle isole che hanno nome Sibota. Erano presenti anche le dieci navi attiche. Sulla punta di Leucimma era dislocata la fanteria dei Corciresi e i mille opliti che erano accorsi da Zacinto, in appoggio. Ma anche i Corinzi, sul continente, trovarono numerosi reparti di barbari, pronti all'aiuto. Infatti, gli abitanti di questa zona del continente erano sempre stati in rapporti di buona amicizia con loro.

 

48. Armate ed equipaggiate le navi, i Corinzi, presi con sé viveri per tre giorni, salparono di notte dal Chimerio, decisi alla battaglia sul mare. All'alba avvistarono in navigazione la flotta dei Corciresi: si trovava al largo e dirigeva su di loro. Si scorsero e rapidamente si contrapposero in formazione da battaglia: sul lato destro dello schieramento corcirese si notavano le navi attiche, il resto lo occupavano i Corciresi stessi, dopo aver formato tre squadre di navi, con al comando di ciascuna uno dei tre strateghi. Tale fu l'ordine dei Corciresi. L'ala destra del fronte Corinzio era tenuta dalle navi di Megara e di Ambracia. Al centro gli altri alleati, ciascuno al loro posto. All'ala sinistra si dislocarono i Corinzi, a contrastare gli Ateniesi, e l'ala destra degli avversari, con le navi che meglio tenevano il mare.

 

49. Da entrambe le linee si levò il segnale, vi fu lo scontro e la battaglia divampò. Disponevano di molti opliti sui ponti, di arcieri e lanciatori di giavellotti, in quanto le due parti, all'uso antico, possedevano scarsa esperienza tecnica d'armamento navale. La mischia durò violentissima: ma non fu notevole per la destrezza dei marinai combattenti, anzi in tutto paragonabile a uno scontro terrestre. Dopo ogni urto, non riusciva agevole alle navi districarsi l'una dall'altra, per l'addensarsi fitto e disordinato degli scafi. Si battevano, convinti che le possibilità di vittoria fossero in mano agli opliti sui ponti delle navi: e quelli combattevano saldi e dritti sulle tolde delle navi, immobili. Non attuavano manovre di rottura delle linee nemiche: d'impeto lottavano e d'appassionata violenza, più che con abilità consapevole. Lo specchio di mare in cui si scontravano le navi ferveva tutto di clamore e di scompiglio immenso. Intanto, le navi attiche si presentavano ad appoggiare i Corciresi, se in qualche punto minacciavano di cedere, e incutevano timore agli avversari. Ma non entravano mai nel vivo della battaglia, poiché i comandanti ricordavano bene il divieto d'Atene. L'ala destra dei Corinzi subiva la rotta più grave: con venti navi il nemico li costrinse a ripiegare, li disperse inseguendoli fino alla costa. Spinse le navi fino in prossimità del campo corinzio, sbarcò e arse le tende saccheggiandone i beni. Da questa parte dunque i Corinzi e i loro alleati avevano la peggio e i Corciresi dominavano. Ma dove combattevano i soli Corinzi, all'ala sinistra, stavano riportando una vittoria netta, perché ai Corciresi, già inferiori per numero di navi, mancavano anche quelle impegnate nell'inseguimento. Gli Ateniesi, vedendo che i Corciresi ripiegavano, li sostenevano ormai senza più nessuna coperta esitazione, mentre prima si sottraevano a ogni urto diretto. Ma dopo che la disfatta dei Corciresi apparve in tutta la sua gravità e i Corinzi li premevano, allora ognuno entrò nella mischia in una confusione divenuta generale: la situazione, già intricata, degenerò inevitabilmente a tal segno che Corinzi e Ateniesi presero a battersi.

 

50. Travolto il nemico, i Corinzi tralasciavano di legare a rimorchio gli scafi delle navi avversarie poste fuori combattimento: ne uccidevano sistematicamente gli equipaggi, passando da una nave all'altra. Non catturavano prigionieri vivi. Massacravano ignari anche i loro stessi alleati: non si erano avveduti che quelli dell'ala destra ripiegavano. Operavano moltissime navi su entrambi i fronti e occupavano un'ampia distesa di mare; nel complesso groviglio della mischia, era difficoltoso per gli stessi combattenti riconoscere chi vincesse e chi fosse sopraffatto. Questa battaglia navale tra Greci risultò, per numero di navi impiegate, la più importante tra quelle combattute fino a quel tempo. Dopo che i Corinzi incalzarono i Corciresi fino alla loro terra, si volsero a raccogliere i relitti delle proprie navi e i cadaveri dei loro caduti. Se ne impossessarono della maggior parte e ne effettuarono il trasporto alle Sibota. Colà si era raggruppato il contingente dei loro ausiliari barbari. Le Sibota sono un porto deserto della Tesprotide. Dopo queste operazioni, serrarono ancora le file e presero il mare alla volta dei Corciresi. Anche costoro, con le navi ancora manovrabili e quante rimanevano, spalleggiati dalle navi attiche, si preparavano a contrastarli, nel timore che tentassero uno sbarco nella loro terra. Era ormai tardi: già era stato elevato il peana, preludio alla mischia, quando i Corinzi, d'un tratto, presero a far sforzo all'indietro sui remi. Avevano avvistato 20 navi ateniesi dirette contro di loro: gli Ateniesi le avevano fatte partire in seguito, per soccorrere le prime 10, nel dubbio, poi confermato dai fatti, che i Corciresi subissero un rovescio e le loro 10 navi non costituissero una copertura sufficiente.

 

51. I Corinzi manovravano per ripiegare: le avevano scorte da lontano e sospettavano che provenissero da Atene, e che fossero un numero maggiore di quante riuscivano ad avvistarne. Ai Corciresi non era possibile vederle (quelle si avvicinavano ma erano ancora fuori della loro portata visiva) e si stupivano che i Corinzi remassero indietro, finché alcuni, quando le videro, gridarono che da quella parte sopraggiungevano delle navi. Anch'essi allora stavano ritirandosi: calava già la sera e i Corinzi, volte le prue, posero fine alla battaglia. Così si separarono e lo scontro si concluse all'arrivo della notte. I Corciresi si attendarono a Leucimma. Quelle 20 navi ateniesi al comando di Glaucone figlio di Leagro e di Andocide figlio di Leogora, aprendosi la strada tra cadaveri e frantumi di chiglie, approdarono presso l'accampamento: non era molto da che erano state viste. I Corciresi (era notte) temettero dapprima un assalto, poi le riconobbero: e quelle si ormeggiarono.

 

52. L'alba successiva, le 30 navi attiche con quelle corciresi in grado di tenere il mare, navigarono fino al porto delle Sibota, in cui erano all'ancora i Corinzi. Era loro intenzione di sincerarsi se avrebbero accettato un nuovo scontro. Quelli, allontanate le navi dalla costa, le disponevano al largo, in formazione da combattimento e attendevano. Non avevano in mente d'essere loro a dare inizio alla battaglia. Vedevano in perfetta efficienza le navi ateniesi che s'erano aggiunte alla flotta nemica; inoltre varie difficoltà si eran loro presentate: la mancanza di attrezzature per riparare gli scafi in avaria, laggiù in un porto fuori mano. Inoltre, li tormentava l'apprensione per il ritorno in patria: era incerto per dove avrebbero potuto passare e temevano che gli Ateniesi, ormai convinti che la tregua fosse interrotta, dato che avevano combattuto, non li lasciassero partire.

 

53. Decisero dunque d'imbarcare alcuni dei loro su una scialuppa e di mandarli, sprovvisti di caduceo a scrutarne i disegni. Il messaggio inviato fu il seguente: «È ingiusto da parte vostra, Ateniesi, aprire le ostilità e rompere la tregua: noi procediamo alla punizione dei nostri nemici e voi ci create ostacoli con le armi. Se il vostro piano è d'impedirci l'accesso a Corcira, o a qualunque altro luogo scegliamo per la nostra rotta e considerate sospesa la tregua, eccoci per primi; trattateci da nemici». Tali le loro parole: tutti i Corciresi, che dalla loro posizione li avevano potuti udire urlarono di prenderli senza indugio e ucciderli, ma gli Ateniesi replicarono: «Uomini del Peloponneso, noi non violiamo i patti: solo veniamo in aiuto a Corcira, ch'è nostra alleata. In qualunque altro luogo preferiate dirigervi, non l'impediamo: ma se tenterete lo sbarco a Corcira o a qualcuna delle sue terre, non lo permetteremo, con tutte le nostre forze.»

 

54. In seguito a questa risposta ateniese i Corinzi preparavano il ritorno a casa ed elevarono un trofeo nelle Sibota del continente. I Corciresi raccolsero i morti e i relitti che la corrente e la brezza avevano trascinato dalla loro parte ed eressero anche loro un trofeo nell'isola Sibota convinti d'aver avuto in pugno la vittoria. Entrambi si arrogavano il successo con tali ragionamenti: i Corinzi perché avevano dominato lo scontro fino a notte, potendo recuperare la maggior parte dei relitti e delle salme. Inoltre tenevano in catene non meno di 1000 uomini e avevano affondato circa 70 navi. Per questo innalzarono il trofeo. I Corciresi avevano distrutto circa 30 navi e dopo l'arrivo dei rinforzi ateniesi erano riusciti a raccogliere frantumi e salme, che erano dalla loro parte; e infine, il giorno prima i Corinzi, alla vista delle navi attiche, avevano remato indietro ripiegando di fronte a loro. Dopo il sopraggiungere degli Ateniesi non si erano più fatti incontro dal porto delle Sibota. Perciò eressero il trofeo. Così entrambi erano convinti della propria vittoria.

 

55. I Corinzi sulla rotta verso la patria, presero con l'inganno Anattorio, che è situata all'imbocco del golfo di Ambracia (apparteneva in comune a loro e ai Corciresi) e dopo avervi distaccata una colonia di Corinzi, fecero ritorno a casa. Dei prigionieri corciresi 800, tutti servi e personale di bordo, li vendettero, 256 li tenevano come prigionieri, ma con grandissime attenzioni, nella speranza che, al ritorno a Corcira, si adoperassero per ottener loro la riconciliazione. Si dava il caso che tra costoro vi fossero anche alcuni tra i più influenti della città. Con questo felice e agevole successo Corcira superò il conflitto con i Corinzi. Le navi Ateniesi si posero sulla rotta per rientrare in patria. Ma fu questa la causa prima della guerra tra Corinto e Atene, la circostanza cioè che gli Ateniesi, pur legati ai Corinzi da un trattato, li avevano combattuti sul mare per soccorrere Corcira.

 

56. Ben presto, dopo questi fatti, intervennero tra Ateniesi e Peloponnesi anche i seguenti motivi d'attrito, che li indussero alla guerra. Poiché i Corinzi brigavano meditando assiduamente una vendetta e gli Ateniesi ne temevano con sospetto l'odio, questi ultimi ingiunsero agli abitanti di Potidea, colonia di Corinto, alleata di Atene soggetta a tributo, situata sull'istmo di Pallene, di demolire il muro verso Pallene e consegnare ostaggi; dovevano allontanare poi gli attuali epidemiurghi e rifiutarsi di accogliere quelli che in futuro, ogni anno, sarebbero stati inviati dai Corinzi. Temeva Atene che quelli di Potidea defezionassero, subornati da Perdicca e dai Corinzi e convincessero a una rivolta generale anche gli altri alleati di Tracia.

 

57. Gli Ateniesi avevano deciso questi provvedimenti contro i Potideati, a scopo cautelativo, subito dopo lo scontro nel mare di Corcira: i Corinzi infatti mostravano ormai aperta tutta la loro ostilità. Anche Perdicca, figlio di Alessandro re dei Macedoni, s'era fatto ostile, da alleato ed amico. Motivo dell'avversione fu che gli Ateniesi avevano stretto un'alleanza con suo fratello Filippo e con Derda, che gli si erano coalizzati contro. Temendoli, da una parte tramava inviando messi a Sparta per far insorgere una guerra tra Atene e i Peloponnesi, dall'altra tentava di addurre i Corinzi dalla propria parte per agevolare la rivolta a Potidea. Intratteneva contatti con i Calcidesi sulla costa della Tracia e con i Bottiei per farli ribellare. Calcolava, che con l'appoggio e l'alleanza di queste terre di confine, gli sarebbe stato più facile condurre la guerra. Ma gli Ateniesi furono informati di queste relazioni e intenzionati a prevenire la rivolta nelle città (infatti avevano già pensato di inviare trenta navi con mille opliti nel paese di Perdicca, agli ordini di Archestrato figlio di Licomede con altri nove strateghi) inviarono ai comandanti la squadra navale l'ordine di prendere ostaggi dai Potideati e far demolire il muro: tenessero inoltre sotto sorveglianza le città circostanti, per impedirne la rivolta.

 

58. Gli abitanti di Potidea, pur mandando messi anche agli Ateniesi per tentare di convincerli a non adottare misure ostili nei loro confronti, si recarono in ambasceria a Sparta, accompagnati dai Corinzi, e là cercavano il modo d'ottenere un aiuto, nel caso che se ne presentasse il bisogno. Infatti, nonostante tutto il loro impegno, ad Atene non ricavavano nulla di promettente. Poiché le navi dirette in Macedonia facevano vela egualmente contro di loro e le autorità spartane avevano promesso, in caso di attacco ateniese contro Potidea, di invadere l'Attica, colsero questa occasione per insorgere, collegati da un patto con i Calcidesi e i Bottiei. Perdicca intanto persuase i Calcidesi ad abbandonare i centri della costa dopo averli rasi al suolo, per trasferirsi ad Olinto fortificando quest'unica città. A questi, che lasciavano la patria, distribuì da coltivare una parte dei suoi possedimenti in Migdonia intorno al lago Bolbe, finché durasse lo stato di guerra contro Atene. E quelli si andavano a stabilire nell'interno del paese, demolite le loro città, e insieme si preparavano al conflitto.

 

59. Le trenta navi attiche giunsero in Tracia e trovarono che Potidea e le altre località erano insorte. Gli strateghi, considerando che era impossibile con le sole forze a disposizione condurre la guerra contro Perdicca e la lega delle città in rivolta, si rivolsero contro la Macedonia, che in effetti era la prima meta della loro spedizione e, stabilitisi laggiù, intraprendevano azioni militari in collegamento con Filippo e i fratelli di Derda, che dall'interno del paese avevano fatto impeto con un esercito.

 

60. Nello stesso tempo i Corinzi, poiché Potidea aveva defezionato e le navi attiche incrociavano davanti alle coste della Macedonia, in ansia per la sorte di quei paesi e con la netta sensazione che il pericolo incombesse egualmente su loro stessi, inviano laggiù volontari propri e uomini assoldati dagli altri centri peloponnesiaci: in tutto 1600 opliti e 400 di armatura leggera. Erano al comando di Aristeo figlio di Adimanto. La maggior parte dei volontari corinzi lo seguì per il profondo senso d'amicizia che li legava a lui. Aveva sempre avuto con quelli di Potidea rapporti molto amichevoli. Giunsero in Tracia il quarantesimo giorno dalla ribellione di Potidea.

 

61. Ben presto arrivò ad Atene la notizia che quelle città erano insorte e, quando giunse successiva l'informazione che anche quelli al comando di Aristeo s'eran posti in marcia, gli Ateniesi inviarono 2000 dei loro opliti e 40 navi contro le città ribelli, e come stratego Callia figlio di Calliade, con altri 4 colleghi. Pervenuti in Macedonia, constatarono subito che i mille opliti inviati in precedenza avevano da poco conquistato Terme ed erano impegnati nell'assedio di Pidna. Stabilitovi anch'essi il campo assediarono Pidna, ma in seguito, accordatisi con Perdicca e avendo stretto con lui un'alleanza ormai inevitabile, poiché li urgeva l'ansia delle vicende di Potidea e del sopraggiungere laggiù di Aristeo, si levarono dalla Macedonia, giunsero a Beroia e di là a Strepsia. Fu vano il tentativo di occupare quella fortezza: desistettero mettendosi in marcia per via di terra verso Potidea, con 300 opliti dei loro oltre a numerosi alleati e ai 600 cavalieri macedoni al seguito di Filippo e Pausania: contemporaneamente 70 navi li accompagnavano costeggiando. Avanzando a brevi tappe, il terzo giorno toccarono Gigono e lì posero le tende.

 

62. Quelli di Potidea e i Peloponnesi agli ordini di Aristeo, attendendo gli Ateniesi, si erano accampati sull'istmo, nei pressi di Olinto e avevano costituito un mercato fuori le mura. Gli alleati elessero a stratego dell'intero esercito Aristeo, e capo della cavalleria Perdicca: infatti, costui aveva ben presto abbandonato la parte ateniese e combatteva con Potidea, dopo aver sostituito in Macedonia il suo comando con quello di Iolao. Il piano di Aristeo si configurava così: trattenere con sé sull'istmo il suo esercito, a vigilare sugli Ateniesi, se mai tentassero l'avanzata; i Calcidesi, gli alleati esterni all'istmo e i 200 cavalieri agli ordini di Perdicca dovevano acquartierarsi invece in Olinto, e qualora gli Ateniesi muovessero contro Aristeo e i suoi, con un assalto alle spalle, avrebbero serrato il nemico nel cerchio dei due schieramenti. Per parte sua Callia, stratego ateniese, e i suoi colleghi di comando inviano ad Olinto la cavalleria macedone e un ristretto contingente alleato, per bloccare l'eventuale soccorso al nemico da quella direzione. Il resto di loro invece, levato il campo, si diresse a Potidea. Quando furono prossimi dell'istmo e avvistarono i nemici schierati e pronti alla battaglia, si contrapposero anch'essi in ordine e in breve divampò la mischia. L'ala personalmente diretta da Aristeo e le truppe scelte dei Corinzi e di altri collegati che operavano in quel settore travolsero i loro immediati avversari e li incalzarono in fuga per gran tratto; ma l'altra ala dell'esercito dove combattevano le milizie di Potidea e degli altri Peloponnesi, cedette sotto l'urto degli Ateniesi e trovò rifugio nelle mura.

 

63. Ripiegava Aristeo dall'inseguimento, e s'avvide che il resto delle truppe era in rotta. Non seppe al momento decidere in quale direzione scatenare la battaglia, per aprirsi una ritirata: se verso Olinto o Potidea: ritenne preferibile serrare i suoi in un gruppo il più possibile compatto e tentare di corsa un varco in direzione di Potidea. E vi riuscì, percorrendo un molo sul mare, sotto una tempesta di colpi nemici e a gran fatica. Perse pochi uomini: gli altri, il maggior numero, furono condotti in salvo. Le truppe attestate in Olinto, in attesa di soccorrere Potidea (la distanza tra le due località è di 60 stadi circa e il terreno è scoperto) al principio della battaglia, quando si levarono le insegne, avanzarono di poco, mostrando l'intenzione di soccorrere: ma la cavalleria macedone sbarrò subito il passo, in ordine di battaglia. Poiché gli Ateniesi conseguirono una vittoria così fulminea, le insegne furono nuovamente abbassate: e quelli si convinsero a ripiegare verso le mura, mentre i Macedoni retrocedevano per ricongiungersi con gli Ateniesi. Le opposte cavallerie non si erano gettate nel fuoco della mischia. Dopo la battaglia, gli Ateniesi elevarono un trofeo e permisero a quelli di Potidea, sotto la garanzia di una tregua, il recupero dei caduti. Sul campo giacevano poco meno di trecento uomini di Potidea e dei suoi alleati; centocinquanta Ateniesi e lo stratega Callia.

 

64. Gli Ateniesi eressero in fretta, opposto alle mura di Potidea, sull'istmo, un baluardo per tagliarle fuori, e vi istallarono postazioni di guardia. La cinta di mura verso Pallene rimaneva invece sguarnita. Calcolavano di non aver truppe bastevoli al presidio dell'istmo e, nello stesso tempo, per effettuare il passaggio di una parte degli uomini dalla parte di Pallene per costruire anche di là un muro di sbarramento: temevano che, quando avessero divise le forze per attuare quel piano, quelli di Potidea e gli alleati li aggredissero. Quando gli Ateniesi rimasti in città appresero che Pallene non era ancora bloccata da fortificazioni murarie, dopo un certo periodo inviano 1600 dei loro opliti, sotto gli ordini dello stratego Formione figlio di Asopio. Costui, giunto a Pallene e muovendo dalla base di Afitia faceva avvicinare il suo esercito a Potidea avanzando a brevi tappe e desolando intanto la regione. Nessuno si presentava a contrastarli. Tagliò fuori con un baluardo le mura di Potidea rivolte a Pallene. In tal modo da entrambi i lati la città era cinta da un assedio poderoso, e bloccata dal mare per le navi lì presso ormeggiate.

 

65. Aristeo comprese che la circostanza era critica: la città isolata dalle muraglie nemiche, e nessuna speranza di salvezza, se non nel caso di qualche soccorso proveniente dal Peloponneso o qualche altra insospettabile fortuna. Consigliò che, tranne cinquecento uomini, tutti gli altri aspettassero il vento opportuno e tentassero di allontanarsi per nave, per far in modo che le scorte di viveri durassero più a lungo: si dichiarava disposto a condividere la sorte di quanti restavano. Poiché non riusciva a persuaderli ed era deciso sia a porre riparo alle presenti difficoltà sia a procurare che la situazione all'esterno si evolvesse in modo più favorevole, compì per mare una sortita, elusa la guardia ateniese. Attendandosi nella Calcidica, partecipò ad alcune azioni militari tra cui un agguato presso la città dei Sermili, cui inflisse pesanti perdite. Frattanto manteneva contatti con i Peloponnesi, per ricavarne una qualche forma di aiuto. Dopo il blocco di Potidea, Formione, coi suoi milleseicento soldati, devastava i territori calcidesi e bottiei, conquistando anche alcuni fortilizi.

 

66. S'erano dunque creati, prima del conflitto, nei rapporti tra Atene e i popoli del Peloponneso, questi nuovi motivi di recriminazione: per i Corinzi, il fatto che gli Ateniesi cingessero di assedio Potidea, loro colonia, e i soldati corinzi e peloponnesi chiusi dentro, per gli Ateniesi invece, nei riguardi dei Peloponnesi, il fatto che essi avevano fomentato la rivolta in una città soggetta all'alleanza e al tributo d'Atene e che, venuti apertamente in loro soccorso, si battevano a fianco di quelli di Potidea. E invero la guerra non era ancora divampata, ma vigeva sempre una tregua d'armi, in quanto i Corinzi avevano agito su iniziativa puramente privata.

 

67. Eppure costoro, mentre Potidea era stretta dall'assedio, non si potevano tenere inattivi, non solo perché vi erano rimasti bloccati loro concittadini, ma temendo anche per il futuro di quella fortezza. Convocarono subito gli alleati a Sparta e recativisi anch'essi scagliavano veementi accuse contro gli Ateniesi, che avevano infranti i patti rendendosi colpevoli contro gli stati del Peloponneso. Anche gli Egineti, pur evitando di scoprirsi mandando delegazioni ufficiali, perché temevano Atene, soffiavano di nascosto sul fuoco della guerra, diffondendo la voce che non erano indipendenti come dovevano garantire i trattati. Dopo aver invitati anche quanti della loro lega sostenevano di aver subito torti dagli Ateniesi, gli Spartani adunarono la consueta assemblea ed esortarono ad esporre ciascuno le proprie rimostranze. Così fecero, presentandosi a turno, e tra gli altri anche quelli di Megara che esposero numerosi motivi di dissenso con Atene, soffermandosi sulla circostanza che, contro i trattati, si vietava loro l'accesso ai porti del dominio ateniese e venivano esclusi dagli scambi commerciali con l'Attica. Intervenuti ultimi i Corinzi, dopo aver lasciato che gli altri esacerbassero lo sdegno spartano, così si espressero:

 

68. «La fiducia, uomini di Sparta, che nella vostra comunità impronta i rapporti pubblici e i personali contatti, vi ispira una esagerata diffidenza se talvolta muoviamo una critica alla condotta altrui: qualità che vi conferisce una misurata prudenza, ma per cui siete affetti, nelle vostre relazioni con gli altri stati, da un'acuta miopia politica. Poiché, sebbene in varie occasioni vi avessimo preavvertito degli attacchi che ci avrebbe inferto Atene, voi non vi davate la pena di chiarire e interpretare le informazioni che vi venivamo, di volta in volta, porgendo, ma preferivate accogliere i nostri sfoghi con il consueto sospetto, fra voi persuasi, in fondo, che ci si presentasse a perorare per motivi di contrasto essenzialmente particolari e privati. Onde, non prima di patire qualche ingiuria, ma quando già ne subiamo praticamente l'esperienza, raccoglieste a concilio gli alleati qui presenti, tra i quali spetta a noi reclamare più forte, in quanto più pesanti risultano i capi d'accusa che abbiamo in serbo oltraggiati dagli Ateniesi e offesi dalla vostra noncuranza. Se usassero macchinare nell'ombra le loro illegalità ai danni dei Greci, allora vi si converrebbe far luce, come a gente che ignora: ma ora, c'è necessità di prolissi discorsi? Vedete chiaro: essi già tengono soggiogati alcuni, mentre insidiano la libertà d'altri, non ultimi anche alcuni tra i nostri alleati; con notevolissimo anticipo stanno effettuando la loro preparazione militare, calcolando l'eventualità di un conflitto. Non avrebbero potuto, altrimenti, non solo annettersi Corcira con la frode, contro il nostro volere, ma nemmeno tenere Potidea assediata: località di cui l'una è piazzaforte di primaria importanza per il successo delle operazioni belliche sulla costa della Tracia, mentre l'altra avrebbe dotato le forze dei Peloponnesi di una flotta molto considerevole.

 

69. «La responsabilità dell'attuale situazione è nettamente vostra: in primo luogo, avete loro consentito di far potente la città, dopo le guerre persiane, e in seguito di erigere le lunghe mura, defraudando così fino ad ora sistematicamente della loro indipendenza non solo quanti già servono sotto il loro giogo, ma perfino genti che sono vostre alleate: poiché non tanto chi effettua un asservimento quanto chi pur potendo cancellarlo, ne assiste inerte allo spettacolo, è il suo più autentico esecutore. Soprattutto se reca in sé il vanto e la considerazione di valoroso e di liberatore della Grecia. Appena ora ci riuniamo nel presente consesso, ma neppure in questa occasione con propositi lucidamente definiti. Occorre che si esamini ora non se subiamo oltraggio, ma la nostra futura linea difensiva: poiché gli uomini veramente d'azione sono quelli che portano con fulminea energia il loro attacco dopo che hanno ponderato il loro piano in ogni particolare contro gente che non ha ancora deciso e valutato a fondo la situazione. E noi conosciamo i procedimenti degli Ateniesi e come guadagnino spazio a poco a poco a danno dei limitrofi. Pensando di eludere inosservati la vostra apatica indifferenza, limitando per ora il loro ardimento, ma quando s'avvedranno che voi siete al corrente e pure li lasciate liberi d'agire, incalzeranno con più impavido vigore. Poiché voi soli di tutti i Greci, uomini di Sparta, restate immobili anteponendo una difesa fondata sull'indugio a una che faccia ricorso all'azione, voi soli a proporvi di demolire la potenza nemica in espansione, non quand'è al suo inizio, ma quand'è doppia di forze. Eppure si diceva che foste un popolo pieno di sicurezza: ma certamente questa voce era superiore alla realtà. Noi stessi sappiamo infatti che il Persiano ebbe tutto l'agio di venire dai confini del mondo fin nel Peloponneso prima che da parte vostra si muovesse un'opposizione armata degna d'esser considerata tale. Ora consentite libertà d'azione agli Ateniesi che non sono, come quello, remoti, ma prossimi, e invece d'esser voi a scatenare l'assalto preferite dover difendervi da loro, porvi nel rischio di una lotta contro un avversario molto superiore in potenza. Sapete che i barbari determinarono la loro stessa disfatta con la propria imprevidenza e che anche contro gli Ateniesi molti dei nostri successi furono dovuti più ai loro errori che a un aiuto proveniente da voi: poiché proprio le speranze in voi riposte hanno causato in molte occasioni la rovina di quanti si lasciarono cogliere sprovveduti, forti solo della fiducia in un vostro soccorso. Ma in nessuno tra voi queste critiche suscitino il pensiero di una ostilità da parte nostra: di una recriminazione piuttosto. Il rimproverare è usuale con uomini amici che siano in errore, l'accusare con nemici che siano in colpa.

 

70. «Al tempo stesso, noi ci sentiamo in diritto, forse come nessuno, di muovere rimproveri agli altri, soprattutto in quanto si tratta per noi di questioni vitalmente importanti e in relazione alle quali non ci pare proprio che usaste mai un certo discernimento, né che abbiate mai calcolato attentamente quali siano gli Ateniesi, con cui verrete a prova, e quanto, e come in tutto differisca il loro ingegno dal vostro. Sono innovatori essi, acuti e mobilissimi nei progetti, dinamici a convertirli in realizzazioni pratiche: e voi, sempre a cercar di conservare appena quanto possedete; mai un disegno ardito, uno slancio mentale, perfino nella pratica vi limitate al disbrigo del minimo necessario, e spesso anche in quello mancate. Ancora: accesi quelli d'audacia oltre il loro potere, temerari al di là di ogni logica, forti sempre delle loro speranze in ogni cimento: e a voi compete d'ottener invece, di regola, risultati scadenti in rapporto all'impegno che avreste potuto profondere; sfiduciati anche quando la riflessione v'assicura che le circostanze sono favorevoli saldamente; bravi solo a pensare in ogni frangente che non ne riuscirete mai indenni. E invero essi son sciolti da ogni impaccio o esitazione rispetto a voi, perennemente torpidi: vibranti al fascino delle terre lontane, come voi siete radicati alle pareti domestiche. Poiché quelli fidano di trar guadagno dal loro viaggiare, voi invece di mettere a rischio il vostro avere col muovere un passo fuori di casa. Vittoriosi sul nemico, avanzano più che possono; sconfitti ripiegano e cedono al minimo. E aggiungete che quelli, a servir lo stato, non curan di gettare energie e vita, come cose le più estranee; ma dell'intelligenza propria son gelosi, come della più adatta al progresso della città. Quanti progetti poi, per un caso o l'altro, non concludono, ritengono d'esser frodati di possessi loro per diritto; ma quando perseguendo alcunché l'ottengono, lo giudicano mediocre guadagno rispetto a quelli ch'essi s'aspettano futuri. Se talvolta, come accade, falliscono una prova, accesi di nuove e migliori speranze, infallibilmente colmano la momentanea perdita. Solo per loro sperare e possedere sono una cosa, ogni volta che si pongono in animo un traguardo; poiché son soliti tradurre celermente in opera ogni loro progetto. E sono i frutti questi d'un impegno strenuo, durato l'arco intero della vita, tra fatiche e pericoli; godono pochissimo i propri averi presenti, per la loro perenne tensione all'acquisto, e non considerano altra festa all'infuori che operare il proprio dovere ed è per loro più struggente sciagura sia un'inerzia improduttiva, che una attività aspra di fatica. Cosicché se alcuno volesse definire in breve la loro indole, direbbe giusto ch'essi sono venuti nel mondo per non goder mai loro stessi pace, né per lasciarla avere al resto degli uomini.

 

71. «Sebbene sia tale, uomini di Sparta, la città che vi si dispone contro, prendete tempo e non vi mostrate convinti che la pace sia per lo più possesso di quanti vivono in armi, senza commettere soprusi, ma lasciando trasparir chiaro dal loro atteggiamento morale che, se subiscono un'offesa, son fermi a non tollerarla. Voi invece interpretate l'equità come non recar danni altrui, per non dovere voi stessi sostenere il doloroso onere di un impegno difensivo. Otterreste a stento un simile risultato se aveste dimora presso una città eguale alla vostra: ma ora, come vi abbiamo da poco chiarito, i vostri intendimenti son troppo all'antica rispetto ai loro. È inevitabile, come nel campo dell'arte, che anche in politica abbia la supremazia chi di volta in volta avanza e si rinnova: quando uno stato è in pace, è preferibile certo che le istituzioni non mutino, ma se si è costretti ad affrontare diverse e fluide situazioni, occorre mobile ingegno, sempre pronto all'inventiva. Per questo, la capacità politica degli Ateniesi, scaltrita da molte e varie esperienze, è immensamente all'avanguardia, rispetto a voi. Ma il vostro torpore non oltrepassi questo limite: fornite ora, a quelli di Potidea e agli altri, quell'aiuto che avevate promesso, invadendo al più presto l'Attica, per non abbandonare agli avversari più accaniti uomini che vi sono amici e consanguinei. Non vogliate spingere noi pure a legarci, presi dallo sconforto, a un'alleanza diversa dalla vostra, Se tale fosse la nostra mossa futura non commetteremmo nulla d'ingiusto, ne al cospetto degli dei che tutelano i giuramenti, né degli uomini di senno. Scioglie i patti non chi, per esser stato abbandonato, si rivolge ad altri ma coloro che non Prestano il dovuto soccorso a quelli cui sono vincolati da un giuramento. Se voi intendete mostrare una decisa fierezza, resteremo: poiché non agiremmo secondo la santità dei patti né potremmo incontrare altri alleati più congeniali di voi. Prendete con senno la vostra decisione su questi fatti: badate che il vostro dominio non s'eserciti su un Peloponneso più angusto di quello che vi hanno lasciato i padri.»

 

72. Questo fu il tenore dell'intervento corinzio. Si trovava già presente prima, per un caso, a Sparta, un'ambasceria ateniese, per questioni diverse: ma come ebbero udite le parole dei Corinzi, ritennero doveroso presentarsi agli Spartani, senza voler architettare una difesa alle imputazioni che le città avevano via via intentato, ma per chiarire da una prospettiva più generale come fosse conveniente a Sparta non decidere di fretta, ma solo dopo matura riflessione. E volevano al tempo stesso far comprendere quale fosse in potenza la propria città e non solo rinverdire la memoria nei più anziani tra loro di quanto sapevano, ma anche esporre ai giovani le cose di cui non avevano esperienza, convinti che dal proprio racconto sarebbero stati esortati più alla pace che alla guerra. Presentatisi dunque agli Spartani, dichiararono di aver anch'essi desiderio di parlare davanti alla loro assemblea, se non s'interponeva qualche ostacolo. Quelli li invitarono a presentarsi pure e, davanti al consesso di Sparta e alleato, gli Ateniesi pronunciarono il seguente discorso:

 

73. «La nostra ambasceria non aveva lo scopo di sostenere un dibattimento con i vostri alleati, ma di trattare i punti per cui Atene ci ha inviato in missione. Ma, apprendendo che invettive non lievi sono scagliate contro di noi, ci presentiamo non per controbattere le imputazioni delle città vostre alleate (non siete voi i giudici infatti al cui cospetto dovrebbero pronunciarsi i discorsi nostri e di questi messi), ma perché non accada che voi, forse troppo facilmente persuasi dai vostri alleati su questioni politiche d'estrema gravità, scegliate il partito più nocivo. Inoltre siamo decisi a spiegare, in relazione al complesso delle voci e delle opinioni che sul nostro conto si sono ormai stabilite, che il frutto delle nostre conquiste non irragionevolmente ci appartiene e che la città nostra è degna di considerazione. È indispensabile ripercorrer fatti remoti nel tempo, di cui l'unica prova sono i racconti sorti dalla tradizione, non la testimonianza visiva di chi si disporrà ad udirli? Eppure le gesta contro il Persiano e quante appartengono anche alla vostra esperienza, se pur ne derivi annoiato fastidio verso chi di continuo le propone, vanno commemorate. Poiché quando agivamo si correva pericolo per la utilità collettiva, dei cui pratici frutti godete ora una parte, e della cui gloria quindi, se pur può giovarci a qualcosa, non vogliate del tutto privarci. Si parlerà ora qui non per ottenere una discolpa, ma per testificare e chiarire la natura della città contro cui sosterrete il vostro sforzo di guerra, nel caso di una deliberazione sconsiderata. Dichiariamo infatti che fummo soli a Maratona, quando ci esponemmo all'urto del barbaro; anche quando calò un'altra volta, non avendo milizie sufficienti a una difesa terrestre, imbarcati tutti sulle navi, combattemmo serrati sul mare a Salamina: con l'effetto che i Persiani non furono più in grado di devastare il Peloponneso assalendo per mare una città dopo l'altra. Centri cioè che non avrebbero potuto, contro una flotta numerosa, recarsi vicendevole soccorso. Il barbaro stesso ne forni la prova più convincente: sconfitto sul mare, non disponendo più di una potenza pari a quella nemica, si ritirò in patria con il grosso delle milizie.

 

74. «Risultò dunque decisivo il peso di quell'avvenimento e si fece ormai chiaro che la salvezza della Grecia era consistita nelle navi: a ciò fornimmo noi i tre fattori di più fondamentale rilevanza: il numero maggiore di navi, lo stratego più abile, l'animo più impavido. Infatti, di circa quattrocento navi, i due terzi appartenevano a noi, come era nostro stratego Temistocle, autore principale del piano che prevedeva lo scontro in quell'angusto specchio d'acqua. Circostanza che fuor di dubbio ci salvò. Per questo merito appunto lo gratificaste di un onore più grande che qualsiasi altro straniero giunto in visita da voi. Il nostro slancio sorpassò in audacia qualunque altro; noi che, poiché nessuno ci sovveniva per terra, e tutti i popoli circostanti erano già servi, stimammo di abbandonare la città e i nostri averi alla rovina, non per tradire la comune causa degli alleati superstiti né per disperderci, ormai inetti alla loro difesa, ma per salire sulle navi da guerra e dar battaglia, senza rancori per voi, per il vostro mancato soccorso. Sicché possiamo dichiarare d'esservi stati autori d'un aiuto non inferiore a quello che da voi ricevemmo. Voi infatti dalle vostre città, in cui ancora abitavate e al fine di potere ancor viverci in futuro, dopo che foste in preda al panico per la loro sorte, non già per noi, accorreste allora (nel tempo infatti in cui eravamo incolumi, non compariste mai); noi invece, muovendo da una città che ormai non esisteva più e tentando la fortuna delle armi in sua difesa, mentre il suo futuro era sospeso a una fievole speranza, salvammo insieme una parte di voi e noi stessi. Se fossimo subito passati dalla parte del Persiano, come gli altri o, convinti in partenza d'essere perduti, non avessimo avuto in seguito l'audacia d'imbarcarci sulle navi, non ci sarebbe più stata necessità per voi, che non avevate navi a sufficienza, di combatter sul mare in tutta tranquillità il nemico avrebbe conseguito gli obiettivi desiderati. |[continua]|

 

|[LIBRO I, 3]|

 

 

75. «Non siamo degni cittadini di Sparta per i nostri trascorsi atti di valore, e per la perspicacia dei nostri intendimenti di esercitare sui Greci l'attuale supremazia senza attirarci un'invidia e un odio così pesanti? Eppure noi l'assumemmo non con la violenza, ma poiché voi non eravate disposti ad affrontare il resto delle truppe barbare. Da noi invece si presentarono gli alleati con la spontanea preghiera di porci alla loro guida. La forza insita nei fatti ci indusse in un primo tempo a ampliare fino a questo segno il nostro dominio, soprattutto per il timore ispirato dallo straniero, in seguito per il nostro decoro, solo più tardi in vista nel nostro utile. Tenevamo ormai per poco sicuro, essendo invisi alla maggior parte degli alleati, di sottoporci al rischio di lasciarli indipendenti (avrebbero defezionato dalla parte vostra). Alcuni, dopo un tentativo di rivolta, erano già stati ridotti in condizione di sudditi, mentre voi non ci ricambiavate di pari amicizia, ma ci trattavate con sospetto e ostilità. Si concede a tutti, senza animosità, di stabilire al meglio, quando versa nei più gravi pericoli, la propria situazione.

 

76. «Per esempio voi, uomini di Sparta, esercitate la signoria sulle città del Peloponneso dopo averne confermati gli ordinamenti politici al vostro interesse: se, in quel tempo, perseguendo la guerra contro il barbaro fino alla sua conclusione, vi foste attirati, nel vostro dominio, un odio pari a quello che ora ci circonda, sappiamo bene che non avreste adottato meno rigide misure con gli alleati e vi sareste visti costretti o a governare con sistemi ferrei, o a rischiare voi stessi di perder l'impero. Così noi non ci siamo comportati in modo assolutamente straordinario: non ci pare estraneo alla mentalità umana, se accettammo una signoria che c'era offerta, non rinunciandovi più, sotto la spinta di tre potenti fattori: il decoro, il timore e l'utile. Non fummo noi i primi a porre in vigore questa legge, ma è universale e perenne norma che il più debole sia suddito del più forte. In aggiunta, noi ci stimiamo meritevoli del nostro dominio e tali anche a voi siamo sempre sembrati. Finché, per calcolo d'utilità ora sbandierate il concetto di giustizia. Ma chi realmente preferisce applicarlo, quando si offra l'occasione di realizzare con la forza un acquisto? Tutti procurano piuttosto d'incrementare i loro interessi. Meritano lode quanti, pur aderendo all'istinto proprio dell'uomo di dominare sugli altri si comportano con maggior giustizia rispetto alla potenza di cui dispongono. Pensiamo che se altri fossero entrati in possesso del nostro impero darebbero più chiaro risalto alla nostra moderazione, mentre dalla nostra equità è scaturito, del tutto fuori luogo, biasimo più che plauso.

 

77. «Sebbene infatti ci troviamo in condizioni di svantaggio rispetto agli alleati quando si discutono in casa loro processi relativi a trattati commerciali, mentre nei tribunali ateniesi vengono applicate norme del tutto imparziali, pure abbiamo fama di litigiosi. Ma nessuno esamina com'avviene che quanti posseggono in altre parti del mondo un dominio e con minor comprensione della nostra lo fanno valere sui loro alleati, non ne ricavino un tale biasimo. Chi ha licenza infatti d'usar la forza, non ha alcun bisogno di procedimenti giudiziari. I nostri alleati, per la consuetudine di intrattenere con noi rapporti d'assoluta parità, se in qualche sentenza patiscono un inaspettato rovescio o per una nostra decisione legale o per l'esercizio del nostro potere imperiale o per motivi diversi, non ci tributano gratitudine per aver conservato il più dei loro beni, ma si sdegnano per quanto vien loro sottratto, più profondamente che se noi, avendo fin dall'inizio cancellato ogni parvenza di legalità, esercitassimo sistematiche e inoppugnabili sopraffazioni. Allora neppur essi avrebbero negato la necessità che il debole sia soggetto al più forte. Quando subiscono un torto, com'è naturale, gli uomini si gonfiano di rancore più di quando sottostanno a una violenza: nel primo caso si ha l'impressione d'esser soverchiati da chi è eguale, nel secondo, di soggiacere a uno più forte. Per esempio, sottoposti dai Persiani a privazioni ben più dolorose di queste le tolleravano, ma la nostra signoria par troppo grave, è naturale; poiché la situazione presente è la più insopportabile per chi è soggetto. Se voi ci toglieste di mezzo e governaste al posto nostro, vedreste in breve tramontare il favore che ora godete, conseguenza diretta della paura che mai ispiriamo, qualora adottaste metodi uguali a quelli che lasciaste indovinare nel breve periodo di egemonia prima del conflitto persiano. Le usanze in vigore presso di voi sono incompatibili con quelle degli altri paesi e, per giunta, ognuno di voi, uscendo dalla propria città non si uniforma più ad esse, né a quelle in uso nel resto della Grecia.

 

78. «Ponderate la vostra decisione, che non è su questioni di piccolo momento: non vi lasciate indurre da sentimenti e recriminazioni altrui ad assumere un carico che sarebbe poi interamente vostro. Cercate di riflettere in anticipo alla dose d'imprevisto insita in una guerra, prima d'impegnarvi: una guerra, quando si prolunga, degenera di solito in un puro gioco della sorte, su cui nessuno dei due belligeranti, pari sotto questo rispetto, può esercitare un controllo, e il suo esito è sempre ignoto. Quando gli uomini entrano in guerra, si danno a precipizio all'azione: cosa che dovrebbero fare solo in un secondo momento. Solo quando subiscono le prime disfatte, si mettono a ragionare. Non abbiamo mai commesso questo errore, e vediamo che voi pure ne siete immuni. Perciò vi diciamo, fintanto che dipende ancora da entrambi la scelta di una decisione assennata, non sciogliete i patti e non trasgredite i giuramenti, risolvete le controversie secondo le convenzioni. In altro caso, ci siano testimoni gli dei che proteggono i giuramenti, se scatenerete la guerra vi respingeremo con ogni forza e coi mezzi che voi stessi ci avrete indicato.»

 

79. Fu tale il contenuto delle parole ateniesi. Dopo aver dato ascolto alle accuse che gli alleati intentavano agli Ateniesi e all'intervento di questi ultimi, gli Spartani fecero allontanare tutti per tener consiglio, tra di loro, sullo sviluppo della situazione. I pareri dei più concordavano su un punto: il comportamento ateniese era illegale e bisognava scendere in guerra in gran fretta: ma si presenta Archidamo il loro re, considerato uomo capace e prudente, ed espone le sue osservazioni:

 

80. «Anch'io, o Spartani, ho esperienza di numerose guerre: come quanti vedo tra voi della mia stessa età. Quindi nessuno può desiderare la guerra per inesperienza, come a molti potrebbe accadere, né ritenerla utile e priva d'incognite. Se ponderaste saggiamente e a fondo questa guerra di cui ora si discute, trovereste che non è delle meno importanti. In confronto agli stati del Peloponneso e ai vicini, il nostro potenziale offensivo è pari, e sarebbe possibile scatenare un attacco in qualsiasi direzione, nel giro di pochissimi giorni. Ma ora la lotta è contro uomini che abitano una regione lontana e per di più espertissimi del mare; la loro preparazione militare è ottima e completa. Dispongono di possibilità finanziarie private e pubbliche, di flotte, cavalieri, armamenti, riserve d'uomini quante non esistono in nessun altro stato di Grecia, singolarmente considerato. Possono contare su un numero enorme di alleati soggetti a tributo. Come sollevare una guerra, così, alla leggera contro uomini simili? E su quali elementi fidarsi, per scaternarla a precipizio, senza adeguata preparazione? Sulla flotta? Siamo inferiori sul mare. Dovremo attendere per completare a nostra volta i preparativi bellici: ci vuol tempo. Sul denaro? Qui il nostro distacco è ancora più netto: la cassa pubblica ne è vuota e non possiamo esigerne sollecitamente dai privati.

 

81. «Qualcuno potrebbe alimentare i suoi propositi bellicosi con l'idea che li superiamo per armamenti e numero di soldati, e pensa che potremmo devastare il loro paese con ripetute irruzioni. Ma le terre su cui si stende il loro dominio sono molte e si riforniranno via mare di quanto mancano. Se poi cercheremo di far sollevare i loro alleati, bisognerà appoggiare i loro tentativi con le flotte, perché la maggior parte abita le isole. Che tipo di guerra condurremo dunque? Se infatti non li batteremo sul mare e non taglieremo loro l'afflusso di tributi con cui mantengono la loro forza navale, subiremo una completa disfatta. Non sarà allora decoroso per noi in queste condizioni riappacificarci, specialmente se prevarrà l'opinione che siamo stati noi i primi a sollevare la contesa. Non esaltiamoci neanche a quell'altra speranza che la guerra finirà in breve, se guastiamo il loro paese, temo piuttosto che la lasceremo in eredità ai nostri figli. Non è verosimile che gli Ateniesi, con la loro fierezza, si leghino schiavi alla propria terra né che, con la loro esperienza, si lascino piegare dalla guerra.

 

82. «Neppure comando di restare insensibili, e permettere che gli Ateniesi danneggino i nostri alleati, o di starli semplicemente a guardare mentre intessono le loro trame. Non agitiamo per il momento le armi. Inviamo ambasciatori ad Atene, presentiamo le nostre rimostranze: senza dichiarare troppo apertamente la nostra volontà di guerra, ma mostrando d'essere inflessibili. Nel frattempo badiamo a rafforzarci e a prepararci, procuriamoci alleati, tra i Greci e tra i barbari. Occorre che ci costituiamo una potenza navale e finanziaria (non è motivo di biasimo per quanti come noi, sono esposti agli attacchi di Atene, cercar l'appoggio non solo dei Greci, ma anche dei barbari, per salvarsi): frattanto sfruttiamo anche le nostre risorse. Se presteranno orecchio alle nostre missioni diplomatiche, tanto di guadagnato: in caso contrario nel giro di due o tre anni, se saremo ancora dell'avviso li attaccheremo forti di un allestimento militare più efficiente. Consideriamo inoltre che forse vedendo l'ampiezza dei nostri preparativi e confrontandola con il corrispondente tono delle nostre ambascerie saranno più invogliati a mostrarsi remissivi, mentre il loro paese sarà ancora incolume e le loro deliberazioni verteranno su fortune ancora intatte. Sappiate che per voi la loro terra è come un ostaggio, tanto più importante quanto meglio è coltivata: bisogna astenerci il più possibile dal rovinarla, per evitare che, spinti dalla disperazione, si difendano con più furiosa energia. Se, pressati dalla richiesta e dalle accuse degli alleati, ci risolveremo a devastare il loro paese, senza prepararci prima, guardate che non si abbattano sul Peloponneso, come coerente risultato, disonore e miseria. Le controversie tra gli stati e gli individui si possono sempre in qualche modo risolvere: ma se scoppia per motivi d'interessi particolari, una guerra comune, ché non è dato sapere come andrà a finire, non è facile uscirne con un pretesto onorevole.

 

83. «A nessuno sembri viltà la nostra esitazione, pur essendo in molti alleati, ad aggredire una città sola. Dispongono anch'essi di alleati non meno numerosi, che procurano loro fondi: la guerra non si combatte per lo più con le armi ma con il denaro, su cui si appoggiano le armi, soprattutto se è guerra di continentali contro gente di mare. Vediamo di procurarcene prima e molto: non lasciamoci trascinare in anticipo dalle proposte degli alleati. Poiché, qualunque sia l'esito della guerra, saremo noi a sopportarne le più gravi conseguenze, bisogna che le esaminiamo e le discutiamo con calma e in un certo tempo.

 

84. «La vostra lentezza e il vostro prender tempo, difetti che gli altri per lo più ci rimproverano, non vi siano motivo di vergogna. Agendo affrettatamente, terminereste l'impresa assai più tardi, per avervi posto mano senza i necessari preparativi. Eppure abitiamo una città libera e stimata da sempre. Dopo tutto, questo particolare del nostro carattere può ben essere interpretato come assennata prudenza. Per esso infatti noi soli non ci inebriamo nell'esaltazione dei successi e meno degli altri ci abbattiamo nelle sventure. Non può nulla su di noi il fascino dell'adulazione, se qualcuno intende eccitarci ad avventure rischiose oltre il limite che consideriamo ragionevole. Se altri ci pungola con i rimproveri, non per questo ci lasciamo indurre a una pronta adesione. Affondano nell'interiore equilibrio le radici della nostra virtù guerriera e della temperata saggezza. Eccelliamo nella prima perché essenzialmente dalla prudenza promana il senso dell'onore, il cui culto ispira il coraggio l'esser savi nelle nostre deliberazioni dipende strettamente dal sistema educativo cui siamo avvezzi, troppo essenziale e schietto per istillare nelle nostre menti l'irriverente sufficienza verso l'ordine legale, e troppo rigidamente severo per consentircene la trasgressione o il disprezzo. Senza dissipare la nostra intelligenza in vane e lambiccate sofisticherie senza spregiare gli armamenti del nemico con adorne parole tanto diverse dall'effettiva inerzia in cui, di solito, si risolvono, noi riteniamo che i disegni ostili non siano in sagacia inferiori ai nostri, perfettamente convinti che le impennate del caso non si possano imbrigliare e definire con la dialettica dei discorsi. In ogni circostanza la nostra preparazione militare obbedisce a un'idea fissa: che le forze nemiche sono altrettanto abili e preparate. Le nostre speranze di vittoria non si basano sulla convinzione che, prima o poi, l'avversario commetterà un errore: ma nella consapevolezza preventiva ed esatta dei nostri mezzi. Non differisce molto l'uomo dall'uomo: ma sempre è superiore colui che è stato educato alla più rigorosa disciplina.

 

85. «Non trascuriamo dunque questi fondamenti di vita, trasmessi dai padri, che abbiamo da sempre praticato con nostro vantaggio. Non decidiamo in fretta, nel giro di poche ore: si tratta di molte vite umane, della sorte di stati e di averi, del nostro prestigio. Ponderiamo bene: a noi è concesso, data la nostra potenza. Mandate messi ad Atene, che sollevino la discussione su Potidea, sui soprusi che gli alleati sostengono di subire, soprattutto ora che si dichiarano pronti a render ragioni: non è legale attaccare chi ha in sé questa disposizione, prima di chi commette un'aperta sopraffazione. Ma insieme preparate la guerra. Saran queste le decisioni più utili per voi, e più temibili per il nemico.» Fu questo il contenuto del suo intervento. Si presenta da ultimo Stenelada, che era eforo in quel tempo, con queste parole rivolte agli Spartani:

 

86. «Non so che vogliano dire gli Ateniesi, con tutti quei loro bei discorsi: si son rivolti grandi lodi, è vero. Ma sul fatto che soverchiano illegalmente i nostri alleati che cosa han saputo ribattere? Se pure furono valorosi un tempo contro i Persiani, e con noi agiscono da scellerati, meritano un castigo doppio, perché il loro valore è degenerato in bassezza. Noi siamo immutati, adesso come allora; e se è vero che siamo prudenti non lasceremo nei guai i nostri alleati né indugeremo a soccorrerli: loro non hanno aspettato troppo a lungo la sventura. Gli altri si tengano pure i loro denari, le navi e i cavalli: a noi bastano bravi alleati, che non dobbiamo lasciare in mano agli Ateniesi. Né bisogna dirimere la questione con arbitrati e chiacchiere, dato che le loro aggressioni non avvengono certo a forza di chiacchiere. Corriamo in aiuto subito e con ogni mezzo. Nessuno ci venga a dire che dobbiamo riflettere, mentre subiamo un torto. Chi sta per commetterlo invece, conviene che ci pensi su a lungo. Votate dunque Spartani, in modo degno di Sparta: la guerra. Non consentite agli Ateniesi di farsi più potenti. Non lasciamo alla loro discrezione gli alleati; puniamo, col favore degli dei, chi li tormenta.»

 

87. Dopo un tale discorso, mise egli stesso ai voti la questione, davanti all'assemblea spartana. Ma diceva di non poter distinguere quale acclamazione risuonasse più forte (votano infatti per acclamazione, non con il sassolino).

Desiderando che col manifestare in modo più tangibile la loro opinione si eccitassero alla guerra, propose: «Chi di voi, Spartani, pensa che i patti siano rotti e la colpa ricada su Atene, si collochi da questa parte», e mostrava un settore dell'assemblea. «Chi è d'idea contraria da quest'altra». Alzatisi, si divisero e furono molti di più quelli che ritenevano interrotta la tregua. Fatti venire gli alleati rivelarono il responso dell'assemblea: gli Ateniesi erano colpevoli. Desideravano però invitare al voto tutti gli appartenenti alla lega, affinché, se la decisione fosse stata in questo senso, sollevassero una guerra comune. Acquisito questo risultato, gli alleati tornarono in patria e la missione ateniese si trattenne fino a espletare gli affari per cui era stata inviata. Questa deliberazione dell'assemblea, che cioè i patti dovevano considerarsi sciolti, è avvenuta nel quattordicesimo anno del trattato trentennale, stipulato dopo i fatti dell'Eubea.

 

88. La votazione spartana sui patti da considerarsi sciolti e sulla guerra da intraprendere, non è scaturita dall'opera di convinzione degli alleati, quanto dall'apprensione suscitata dalla potenza ateniese, in costante sviluppo. Vedevano infatti che Atene aveva le mani sulla maggior parte della Grecia.

 

89. Esporrò ora le circostanze che hanno preceduto e favorito l'avvento della potenza ateniese. Disfatti sul mare e nelle battaglie di fanteria, i Persiani si erano ritirati dalla Grecia; quanti di loro avevano cercato la salvezza dirigendo con la flotta a Micale, erano stati distrutti. Leotichida, re Spartano, che a Micale aveva avuto il comando sui Greci, fece ritorno in patria con gli alleati del Peloponneso. Gli Ateniesi invece e gli alleati della Ionia, e dell'Ellesponto che s'erano già ribellati al Re, proseguivano la lotta con l'assedio di Sesto, ancora in mano persiana. Svernarono laggiù e presero la città quando lo straniero l'abbandonò loro, facendo vela immediatamente dopo ciascuno verso le proprie sedi. Gli abitanti di Atene, dopo che l'invasore ebbe lasciato finalmente libero il loro paese, si dedicavano subito a ricondurvi i figli e le donne, dal luogo in cui li avevano posti in salvo, e a trasportarvi le suppellettili sottratte alla rovina. E si preparavano a far risorgere la città con le sue mura, la cui cerchia restava ancora in piedi per tratti brevissimi. Le case erano rase al suolo, quasi tutte: poche erano intatte, quelle in cui si erano sistemati i notabili persiani.

 

90. Gli Spartani, avuto sentore di ciò che gli Ateniesi avevano in animo di fare, inviarono messi. Vedevano di buon occhio che né Atene né alcun'altra città possedesse mura a difesa; gli alleati poi li incitavano in questo senso, temendo la potenza navale degli ateniesi, che in effetti prima non esisteva, e lo slancio guerresco di cui avevano fornito prova nella guerra persiana. Da Sparta si esigeva che Atene non elevasse mura: anzi, che collaborasse a demolire quelle che ancora cingevano le città esterne al Peloponneso. Naturalmente, i diplomatici spartani non svelavano agli Ateniesi il reale desiderio, misto a una sospettosa diffidenza, che il loro piano celava. Il pretesto era di sottrarre al barbaro, nel caso di un nuovo assalto, la possibilità di occupare teste di ponte fortificate, da cui muovere: come proprio di recente era accaduto, con Tebe. La giustificazione era che il Peloponneso costituiva un'area difensiva abbastanza ampia per tutti, e una base sufficiente per le operazioni di guerra. Ma gli Ateniesi, consigliati da Temistocle, licenziarono in gran fretta i messi spartani con le loro proposte, ribattendo che avrebbero inviato loro un'ambasceria a trattare della questione. Temistocle propose d'inviar lui, al più presto: scegliessero con calma gli altri componenti la missione e non li facessero partire subito. Era preferibile trattenerli fin quando il muro in costruzione si fosse elevato fino all'altezza necessaria per una difesa accettabile. Dovevano collaborare tutti senza distinzione, donne e fanciulli, alla fabbrica, ricavando da qualsiasi edificio, fosse privato o pubblico, senza riguardi, i materiali che risultassero utili all'opera, anche se si rendesse indispensabile demolire la città intera. Dopo aver disposto queste istruzioni, aggiunse che al resto avrebbe pensato da sé, e si mise in cammino. A Sparta prendeva tempo, non si presentava alle autorità, interponeva pretesti e giustificazioni. Quando qualche notabile spartano gli faceva chiedere perché tanto ritardo nel presentarsi, la sua risposta era che stava attendendo i colleghi di missione, probabilmente trattenuti ad Atene da qualche affare improvviso, ma ch'era certo della loro venuta, ormai imminente: si stupiva anzi che non fossero ancora arrivati.

 

91. Lo ascoltavano e gli davano credito, per il sentimento d'amicizia che ispirava loro. Ma quando incominciarono a venir altri da Atene, a denunciare senz'ombra di dubbio che la città si fortificava di mura ed i lavori erano già a buon segno, non era più possibile nutrire incertezze. Le voci approdano anche a Temistocle, che li esorta a non dar troppo credito alle chiacchiere: mandino invece ad Atene uomini loro, fidati, che vedano pure con i propri occhi, e tornino a riferire notizie finalmente chiare. Così fanno: ma intanto, in gran segreto, Temistocle spedisce ad Atene un suo uomo, con l'ordine di trattenerli il più a lungo possibile senza darne l'aria, e di non rilasciarli fino al loro ritorno (lo avevano raggiunto a Sparta i colleghi, Abronico figlio di Lisicle e Aristeide, figlio di Lisimaco, con la notizia che il muro era già a un livello rispettabile). Una vaga inquietudine lo molestava, che gli Spartani non avrebbero permesso loro di rimpatriare, quando fossero stati perfettamente certi di come si evolvevano le cose. Come Temistocle aveva consigliato, gli Ateniesi trattenevano gli ambasciatori: egli, recatosi dai magistrati di Sparta, rivelava ora senza reticenze che la sua città era protetta da una cerchia di mura, sufficiente alla difesa di tutti gli abitanti. Se gli Spartani o gli alleati volevano mandar loro ambasciatori, tenessero conto che avrebbero trattato con gente ben decisa a riconoscer distinti in futuro gli interessi propri da quelli comuni dei Greci. Quando s'eran risolti ad abbandonar la città e ad imbarcarsi, la decisione era sorta spontanea, e non ci fu nessun bisogno del consiglio spartano per osare. Inoltre, in ogni deliberazione concepita in accordo con loro, non erano mai risultati meno valenti in accortezza politica. In questo momento, ritenevano più sicuro per la propria città possedere una cinta murale, che più avanti avrebbe certo mostrato la propria utilità non solo per i cittadini d'Atene ma per tutti i loro alleati. Non era concepibile infatti di risolversi in futuro a qualche impresa comune, cui tutti partecipassero in condizioni di assoluta parità, se non si disponeva, fin dal principio, di potenziali bellici equivalenti. O entravano nell'ordine di idee che tutti gli alleati fossero sguarniti di difese murali, o accettavano di buon animo la nuova situazione, convinti della sua giustezza.

 

92. Gli Spartani stanno a sentire questo discorso senza dimostrare un'aperta animosità verso gli Ateniesi (scopo ufficiale delle loro ambascerie non era infatti di frapporre ostacoli alla costruzione delle mura, ma di consigliarli in amicizia dichiaravano, soprattutto allora che i loro rapporti erano ottimi, in virtù della decisione con cui Atene aveva fronteggiato lo straniero). Ma copertamente erano gonfi di livore per aver fallito nel loro disegno. Senza ulteriori proteste le due missioni tornarono in patria.

 

93. In questo modo gli Ateniesi si erano fortificati di mura in brevissimo tempo. È ancor oggi evidente che la costruzione è stata condotta in gran fretta. Le fondamenta infatti e le parti inferiori poggiano su strati di pietre grezze, di ogni forma talvolta neppure levigate per adattarle, ma disposte l'una accanto all'altra, come via via le venivano gettando. Sono state giustapposte perfino stele tombali e lastre, già lavorate per destinazioni diverse. Il perimetro della cerchia è stato ampliato ovunque oltre i confini precedenti della città e perciò devono aver ammassato ogni specie di materiale, nella febbre di concludere in fretta. Fu Temistocle ad esortarli a completare anche le opere difensive del Pireo (vi s'era posto mano già prima, nell'anno del suo arcontato). Riteneva adatta quella località, che disponeva di tre ripari naturali, ed era convinto che lo sviluppo d'Atene sul mare sarebbe stato di fondamentale importanza per la crescita della sua potenza politica (fu sua infatti l'originale audacia di proporre il mare come campo d'espansione per il futuro d'Atene) e collaborò subito a gettarne le fondamenta. Seguendo il suo piano, sorsero le mura, di cui ancor oggi è dato rilevare la larghezza, intorno al Pireo: due carri potevano trasportarvi il loro carico di massi, incrociandosi per poi procedere in direzioni opposte. L'interno non consisteva di ghiaia o di argilla, ma di enormi pietre squadrate e regolarmente giustapposte, connesse salde da ganci di ferro all'esterno e da piombo fuso nelle fessure. L'altezza fu elevata fino a metà dell'originario progetto. Era desiderio di Temistocle di contrapporre agli eventuali attacchi del nemico l'altezza imponente e lo spessore del baluardo. Riteneva che sarebbe così bastata la guardia di un gruppo ristretto d'uomini, i meno validi. Gli altri avrebbero preso posto sulle navi. Il suo pensiero era costantemente incentrato sulla flotta: era convinto, a mio parere, che un'eventuale armata del Re avrebbe più facilmente aggredito dal mare che da terra. Perciò considerava il Pireo più utile e sicuro della città alta e andava spesso proponendo ai suoi concittadini questo consiglio; nel caso di un attacco dal continente, si trasferissero giù nel Pireo e contrastassero qualunque nemico con la flotta. Così Atene si armò di fortificazioni e mise a punto gli altri dispositivi di difesa, dopo la ritirata dei Persiani.

 

94. Pausania, figlio di Cleombroto, era partito da Sparta per assumere il comando delle forze greche con venti navi del Peloponneso. Le affiancavano trenta navi ateniesi e un numero consistente di alleati. La spedizione era rivolta contro Cipro e gran parte dell'isola fu sottomessa. Si diressero poi verso Bisanzio, ancora possesso persiano, e vi posero l'assedio, agli ordini di Pausania.

 

95. La condotta prepotente di quest'uomo aveva già suscitato non lieve malumore negli altri Greci ma soprattutto negli Ioni e in quelli che si erano da poco affrancati dal dominio del Re. Presero quindi ad insistere con gli Ateniesi, affinché assumessero loro il comando, per i vincoli di stirpe che li univano, e non permettessero a Pausania di accanirsi in quel modo su di loro. Gli Ateniesi si mostrarono ben disposti a dar loro soddisfazione, lasciando intendere che non avrebbero tollerato nessun atteggiamento prevaricatore. Quanto al resto, avrebbero disposto nel senso a loro più vantaggioso. Quand'ecco, gli Spartani richiamano Pausania per interrogarlo sui fatti di cui è giunta voce. Sono molte e pesanti le critiche sollevate dai Greci che di tanto in tanto giungono a Sparta, sui suoi arbitri e illegalità. L'esercizio del suo comando ha piuttosto l'aria di modellarsi sulla tirannide. La citazione in tribunale lo raggiunge proprio nel momento in cui gli alleati, tranne le truppe del Peloponneso, passano agli Ateniesi, per l'odiosità che ispirava. A Sparta, fu ritenuto colpevole di certe irregolarità a danno di privati, ma sciolto dalle più gravi accuse: era principalmente imputato di sospetta inclinazione verso la Persia e, pareva, senza ombra di dubbio. Comunque, non è più proposto capo delle spedizioni armate. Sparta manda Dorchis, e altri colleghi di carica, con un ristretto contingente. Ma neppure a costoro gli alleati commisero più il supremo comando. Intuito il clima che li circondava, tornarono a Sparta, che in seguito non inviò più altri comandanti, nel dubbio che, fuori del suo controllo, degenerassero, come insegnava l'esperienza patita con Pausania. Gli Spartani volevano anche chiudere con la guerra persiana: riconoscevano agli Ateniesi, legati in quel momento da rapporti d'amicizia con loro, le doti di comando atte a perfezionare l'impresa.

 

96. Accettato in tal modo il comando che le forze alleate, avverse a Pausania, avevano loro spontaneamente offerto gli Ateniesi disposero l'entità delle quote in denari o armamenti navali, con cui ogni città doveva singolarmente contribuire alla comune lotta contro lo straniero. Fine dichiarato era quello di dar corpo a una lega che, devastando i paesi del Re, vendicasse le sofferenze patite. S'istituì per la prima volta allora, con sede in Atene, la carica di Ellenotami, con l'ufficio di esigere il «contributo» (si definì così il versamento contributivo in denaro, cui erano tenuti gli alleati). Il primo «contributo» fu fissato in quattrocentosessanta talenti. La tesoreria della lega era situata a Delo e le assemblee si radunavano nel sacro recinto.

 

97. Egemoni di una lega alleata, in cui vigeva dapprima l'indipendenza dei singoli membri, e l'uso di deliberare in assemblee plenarie, gli Ateniesi conseguirono una serie di progressivi successi militari, diplomatici e, più ampiamente, politici, nell'intervallo di tempo tra questa guerra e quella persiana, impegnati nella lotta contro il barbaro, contro gli alleati che manifestassero disegni di defezione e contro le città del Peloponneso che, di volta in volta, trovassero come ostacolo sulla loro strada. Ho descritto queste imprese aprendo una digressione nell'esporre la mia storia, in quanto tutti coloro che prima di me si sono occupati di opere storiche hanno trascurato questo spazio di tempo, concentrandosi o sull'epoca anteriore alla guerra persiana o propriamente su quest'ultima. Solo Ellanico, nella sua «Storia dell'Attica» ha toccato di scorcio l'argomento, ma troppo in breve e senza esattezza cronologica. Nello stesso tempo, si avrà dimostrazione di come si sia venuta costituendo la signoria d'Atene.

 

98. Come prima impresa, gli Ateniesi agli ordini di Cimone figlio di Milziade, occuparono e ridussero in servitù Eione, un possesso persiano sullo Strimone. In seguito assoggettarono Sciro, isola dell'Egeo dimora dei Dolopi e vi collocarono una loro colonia. Intrapresero poi una guerra contro i Caristi da soli, senza l'intervento delle altre città dell'Eubea e dopo un certo tempo vennero a un accordo. Organizzarono una campagna contro i Nassi, che erano in rivolta, e li piegarono con un assedio, primo esempio di una città alleata asservita contro i trattati in vigore nella lega, seguita poi via via da altre, in tempi e circostanze diverse.

 

99. Tra i numerosi motivi di defezione, primeggiavano il mancato versamento del «contributo», il rifiuto di consegnare le navi e la renitenza al servizio armato, quando toccava. Gli Ateniesi procedevano con inflessibilità; perciò le loro pretese pesavano intollerabili su gente che, non avvezza e meno disposta a durar fatiche, si vedeva costretta da un'energia ferrea a subire le privazioni e le miserie di una guerra continua. Anche per altri e diversi motivi gli Ateniesi esercitavano il comando non più circondati dal consueto favore. Non partecipavano infatti in parità di condizioni alle campagne: per loro era immensamente più facile piegare i ribelli. Ma di questo stato di cose si rendevano responsabili gli alleati stessi: per la loro renitenza al servizio armato, la maggior parte di essi, per poter restare a casa, si lasciava imporre il pagamento di una somma pari in valore alle navi non corrisposte. In tal modo cresceva la potenza navale degli Ateniesi, che vi impegnavano i fondi derivati dalle varie contribuzioni, e gli alleati quando accennavano a un tentativo di rivolta, si trovavano in guerra senza preparazione né esperienza.

 

100. Si è svolto, dopo tali avvenimenti, lo scontro di fanteria e di navi sull'Eurimedonte, fiume della Pamfilia, di Ateniesi e alleati contro i Persiani, con la vittoria ateniese ottenuta nello stesso giorno su entrambi i fronti, sotto gli ordini di Cimone, figlio di Milziade. Catturarono e distrussero circa 200 triremi fenicie. In un tempo successivo si verificò la rivolta dei Tasi, causata da controversie attinenti certi empori commerciali dislocati sulla costa della Tracia, loro antistante, e alla miniera che possedevano. Gli Ateniesi fan vela a Taso, danno battaglia con le navi e dopo il successo effettuano uno sbarco sul territorio nemico. Circa in quel tempo inviarono sullo Strimone diecimila coloni dei loro e alleati con l'intento di colonizzare la località detta allora Nove Vie, ora Anfipoli. Occuparono Nove Vie prima possesso degli Edoni; ma avanzati in terra di Tracia furono distrutti a Drabesco Dodonica dalle forze collegate dei Traci, che interpretavano la fondazione di una colonia in quel luogo, Nove Vie, come atto di scoperta ostilità.

 

101. I Tasi, sbaragliati sul campo e cinti d'assedio, invocarono il soccorso spartano, pretendendo che Sparta, per provvedere alla loro difesa e vendetta invadesse l'Attica. Quelli rispondevano con promesse, segrete agli Ateniesi, ma il loro effettivo intervento fu impedito da un terremoto, in occasione del quale esplose anche la rivolta degli Iloti dei Perieci di Turia e degli Etei, che si rifugiarono a Itome. La maggior parte degli Iloti discendeva dagli antichi Messeni, ridotti schiavi in tempi lontani: perciò avevano tutti il nome di Messeni. Sparta dovette così sostenere una guerra contro quelli che si erano asserragliati in Itome, con la conseguenza che i Tasi dopo tre anni d'assedio, si arresero agli Ateniesi a condizione di demolire le loro mura e consegnare le navi. Versarono immediatamente la dovuta imposta, con l'impegno di contribuire in modo regolare per il futuro. Persero i possessi del continente e la miniera.

 

102. La guerra contro i rivoltosi chiusi in Itone si trascinava per le lunghe, finché Sparta decise di chiedere man forte agli alleati tra cui agli Ateniesi, che si presentarono con un esercito numeroso, agli ordini di Cimone. Il loro aiuto era il più richiesto, poiché avevano fama di esperti ed abilissimi nelle operazioni di assedio, ma essendosi questo, intorno a Itome, protratto già a lungo, il loro vanto parve impari alle effettive qualità militari: altrimenti avrebbero conquistato la rocca d'impeto. Emerse drammaticamente per la prima volta in occasione di questa campagna l'attrito tra Spartani e Ateniesi. La tenacia della piazzaforte, imprendibile di slancio e la molesta diffidenza istillata dalla sciolta audacia del carattere degli Ateniesi e dalla loro sovversiva inclinazione alle novità (mista al netto sentimento di appartenere a stirpi diverse) suscitavano non lieve inquietudine negli Spartani. Li tormentava il timore che protraendo l'assedio, il contatto con i ribelli di Itome ispirasse agli Ateniesi chissà che eversiva e rivoluzionaria macchinazione. Perciò idearono di rinunciare al loro aiuto, e di contare su tutti gli altri alleati. Naturalmente non rivelarono il sospetto che li agitava, limitandosi ad osservare che il loro appoggio era divenuto superfluo. Gli Ateniesi intuirono immediatamente che quello era un puro pretesto, neppure il più abile, per allontanarli. Certo doveva esser sorto qualche diverso e non dichiarato motivo di diffidenza nei propri riguardi: ne concepirono una sdegnata amarezza, convinti nell'intimo di non meritare una offesa tanto bruciante da quelli di Sparta. Al loro ritorno in Atene seguì l'immediato scioglimento del patto difensivo attuato con Sparta contro i Persiani, e la creazione di una nuova sfera d'intese politico militari con gli Argivi, i nemici più accaniti di Sparta, e contemporaneamente con i Tessali: un blocco di alleanze sancito da giuramenti comuni.

 

103. In Itome si resisteva da dieci anni, finché, non potendo più reggere lo sforzo della difesa, i ribelli scesero a trattare con gli Spartani, ottenendo di partire, sotto garanzia d'incolumità, dal Peloponneso, a patto di non tentarvi mai più il ritorno. Chi di loro fosse sorpreso in quella terra, sarebbe stato schiavo di chi l'avesse arrestato. Ancor prima della guerra un vaticinio di Apollo Pizio aveva ingiunto agli Spartani che presso di loro fosse sempre lasciato andare chi si fosse appellato supplice a Zeus di Itome. Uscirono dunque dalla fortezza e da quel paese con i figli e le donne: furono accolti dagli Ateniesi che, pieni di rancore contro gli Spartani, li collocarono come coloni a Naupatto, un'isola che avevano recentemente occupato, un antico possesso dei Locri Ozoli. Anche quelli di Megara cercarono l'appoggio dell'alleanza ateniese, dopo essersi staccati da Sparta, in quanto i Corinzi li tenevano impegnati in una lunga guerra per questioni di confine. Così gli Ateniesi s'impossessarono di Megara e di Peghe, elevarono in difesa dei Megaresi le lunghe mura che collegano la città al porto di Nisea, guarnendole con proprie scorte armate. L'accanita avversione che divise poi sempre Ateniesi e Corinzi, deve essenzialmente a questo fatto la sua prima origine.

 

104. In quel tempo Inaro figlio di Psammetico, di razza libica, signore dei Libici che confinano con l'Egitto, partendo da Marea, la città soprastante Faro, istigò la maggior parte dei centri d'Egitto a sollevarsi contro il re Artaserse, e divenuto lui stesso re sollecitò l'appoggio degli Ateniesi. Costoro (si trovavano sulla rotta per Cipro, con duecento navi da guerra, tra le loro e quelle degli alleati) accorsero, trascurando l'impresa di Cipro. Entrarono con la flotta nel Nilo, lo risalirono e ne sottoposero a controllo il corso, occuparono i due terzi della città di Menfi e sferrarono un attacco a quell'ultimo settore urbano che ha nome Mura Bianche, dove si erano ritirati i Medi e i Persiani che avevano trovato salvezza nella fuga e quanti tra gli Egizi non avevano aderito all'insurrezione.

 

105. Intanto un gruppo di soldati ateniesi, sbarcato ad Alie, si scontrò con Corinzi ed Epidauri, uscendone disfatto. Tempo dopo gli Ateniesi attaccarono una squadra di navi del Peloponneso nelle acque di Cecrifalea e la sconfissero. Esplose poi una guerra tra Egina ed Atene ed ebbe luogo un ingente scontro navale nel mare di Egina. I belligeranti erano affiancati dai rispettivi alleati. La vittoria fu degli Ateniesi con la cattura di settanta navi. Segui uno sbarco in territorio nemico e un assedio, condotto da Leocrate figlio di Strebo. Poco tempo intercorse e i Peloponnesi, impegnatisi alla vendetta e alla difesa di Egina, mobilitarono trecento opliti, già truppe ausiliarie dei Corinzi e degli Epidauri, trasportandoli sull'isola. Nel frattempo i Corinzi con gli alleati avevano occupato la catena montagnosa di Gerania e di lì erano calati nella Megaride, calcolando che sarebbe riuscito impossibile agii Ateniesi accorrere alla difesa di Megara, poiché molte delle loro milizie erano dislocate parte ad Egina, parte in Egitto. La loro speranza era anche che, quand'anche spedissero forze in soccorso, dovessero togliersi da Egina. Ma gli Ateniesi non spostarono il contingente stanziato ad Egina: furono i più anziani e i più giovani, cioè quelli rimasti in città, a partire per Megara, sotto gli ordini di Mironide. La mischia con i Corinzi si risolse con un esito sostanzialmente equilibrato; i due eserciti si separarono, persuasi entrambi di non aver riportato la sconfitta in campo. Furono gli Ateniesi che, a dire il vero, avevano conseguito un nuovo vantaggio) a elevare un trofeo dato l'allontanamento delle truppe corinzie, mentre questi ultimi, tacciati di codardia dai più anziani rimasti in città, e dopo essersi riorganizzati, trascorsi circa dodici giorni, ritornarono a contrapporre a quello ateniese anche un proprio trofeo, per significare che il successo era toccato a loro. Frattanto gli Ateniesi irrompono da Megara e annientano l'esiguo gruppo di quelli che si occupavano del trofeo da erigere; si scontrano anche con gli altri, sconfiggendoli.

 

106. I Corinzi battuti ripiegavano. Un gruppo piuttosto consistente, cedendo alla pressione nemica, si precipita in rotta in direzione sbagliata e piomba in un terreno di proprietà privata, delimitato intorno da un fossato fondo e ampio, privo di vie d'uscita. Gli Ateniesi non tardarono a intuirlo: lo bloccarono di fronte con gli opliti e schierati intorno al fosso, a cerchio, quelli di armatura leggera, fecero lapidare fino all'ultimo i nemici incappati in quella trappola. Fu un disastro gravissimo per Corinto. Il nerbo dell'esercito riuscì tuttavia a tornare a casa.

 

107. Fu circa a quell'epoca, che gli Ateniesi posero mano alla costruzione delle lunghe mura, collegando la città al mare, da una parte fino al Falero, dall'altra al Pireo. Apprendendo che i Focesi avevano invaso la Doride, madrepatria degli Spartani, con obbiettivo Beo, Citinio ed Erineo, cittadine di cui avevano già occupato la prima, Sparta inviò truppe di soccorso a quelli di Doride, agli ordini di Nicodemo figlio di Cleombroto, che sostituiva il re Pausania, figlio di Plistoanatte, ancor troppo giovane: si mossero millecinquecento opliti dei loro e diecimila alleati. Costrinsero in breve i Focesi alla resa e alla restituzione della città. Concluse le operazioni decisero il rientro in patria. Non era facile: la flotta ateniese, che aveva effettuato il periplo del Peloponneso, stazionava nel golfo Criseo, pronta a bloccarli se avessero tentato la traversata in quel tratto di mare. Anche il ritorno via terra, attraverso le alture Geranie, non pareva cammino esente da rischi, con gli Ateniesi che presidiavano Megara e Peghe. Era tra l'altro una strada dirupata, quasi impraticabile, guardata in permanenza da postazioni ateniesi, e s'era sparsa la notizia che anche per quella parte gli Ateniesi si preparavano a ostacolarli. Non rimaneva pertanto che temporeggiare in Beozia, vagliando accuratamente le prospettive di ritorno che presentassero meno gravi pericoli. Non mancarono perfino uomini d'Atene che, con trattative segretissime, li incitavano a dirigersi da loro: avevano speranze di soffocare il partito democratico e far sospendere l'erezione delle lunghe mura. Si presentarono ad affrontarli a un tratto gli Ateniesi al completo, con mille Argivi e con i singoli effettivi provenienti da ciascun paese della lega: si ritrovarono in campo quattordicimila uomini. Li animava la certezza che il nemico si dibattesse in gravi difficoltà, non avendo via d'uscita: per questo, e per la diffusa impressione che qualche complotto si stesse tramando per rovesciare la democrazia scatenarono l'attacco. Si posero a disposizione degli Ateniesi anche i cavalieri Tessali, secondo il testo dell'alleanza, ma passarono al nemico appena s'accese lo scontro.

 

108. La battaglia divampò in località Tanagra, in Beozia: la vittoria tocca a Sparta e ai suoi, ma le perdite sono ingenti sui due fronti. Gli Spartani si misero subito in marcia per la Megaride, ne raggiunsero e devastarono il territorio, rientrarono in patria per le alture della Gerania e attraverso l'istmo. A sessantadue giorni dalla battaglia, gli Ateniesi con lo stratego Mironide aggredirono i Beoti e sconfittili presso Enofita dilagarono per la Beozia e la Focide, fecero demolire le muraglie a difesa di Tanagra, intimarono ai Locri Opunzi l'immediata consegna di cento ostaggi scelti tra i concittadini più facoltosi. Perfezionarono in quel tempo la fabbrica delle lunghe mura. Non molto dopo questi fatti anche quelli di Egina cedettero agli Ateniesi: subirono l'abbattimento del loro muro, la consegna delle navi, l'imposizione di un tributo da versare in seguito per sempre. Compivano frattanto gli Ateniesi il periplo del Peloponneso, sotto il comando di Tolmide, figlio di Tolmeo. Riuscirono a incendiare l'arsenale spartano, a occupare Calcide, un centro corinzio, a piegare i Sicioni in uno scontro, seguito a uno sbarco sulla loro terra.

 

109. Gli Ateniesi e gli altri della lega, impegnati in Egitto, vi si trattenevano già da gran tempo protagonisti di alterne vicende di guerra. In una prima fase, gli Ateniesi erano riusciti a impadronirsi dell'intera estensione dell'Egitto, quando il re mandò a Sparta un persiano, tale Megabazo, fornendolo di risorse finanziarie ingenti con l'intento di indurre i Peloponnesi a invadere l'Attica, e la conseguente speranza che gli Ateniesi fossero costretti a sgomberare dall'Egitto. Missione improduttiva la sua, con il denaro che s'involava per vie traverse, senza effetto: sicché Megabazo, con l'oro che gli restava, rimpatriò. Al posto suo e dell'oro, il re spedisce Megabizo, figlio di Zopiro, e un esercito potente. Al suo arrivo costui annientò gli Egizi e gli alleati in una battaglia terrestre: strappò da Menfi i Greci e li incalzò fino a bloccarli sull'isola Prosopitide, e ve li tenne assediati per un anno e sei mesi. Alla fine, prosciugando il canale con la deviazione delle sue acque, ridusse in secca le navi ateniesi e, congiunta al continente la maggior parte dell'isola, vi condusse le sue milizie e la prese.

 

110. Dopo sei anni di lotta le forze greche patirono quella rovinosa disfatta: furono pochi, dei molti ch'erano partiti, a trovare salvezza a Cirene, attraverso la Libia. I più erano caduti. L'intero Egitto tornò sotto il dominio del re, tranne Amirteo, che signoreggiava ancora sulle paludi, intorno al corso inferiore del Nilo. Le milizie del re, non erano in grado di occupare questa che è la zona più ampia del paese e che ospita gli abitanti della palude, i più accaniti combattenti d'Egitto. Il signore di Libia, Inaro, autore del complesso moto insurrezionale in Egitto, catturato con il tradimento, fu ucciso con il supplizio del palo. Intanto, cinquanta triremi ateniesi e di altri alleati, che recavano truppe fresche in Egitto, approdarono alla foce di Mendes, completamente ignare degli ultimi sviluppi. Da terra si scagliarono su di loro le fanterie nemiche, dal mare un contingente di Fenici distrusse la maggior parte della flotta; il resto, un minimo numero di navi, si volse in fuga, a precipizio, sulla via del ritorno. Fu questa la conclusione dell'imponente sforzo bellico che gli Ateniesi e i loro alleati avevano prodotto in terra egizia.

 

111. Oreste, figlio del re tessalo Echecrate, tentò d'indurre Atene a rimpatriarlo. Mobilitate le milizie beote e focesi, allora alleate, gli Ateniesi marciarono su Farsalo, città tessala. Presero a occupare il territorio, senza tuttavia allontanarsi troppo dall'accampamento, poiché i cavalieri tessali lo impedivano. Ma non riuscirono a conquistare la città, né a conseguire qualcuno degli obiettivi in vista dei quali avevano organizzato la spedizione. Dovettero rimpatriare, con Oreste e a mani vuote. Non passò molto tempo e mille ateniesi, equipaggiate le navi all'ancora presso Peghe, (la base era ancora in mano agli Ateniesi), sfilarono lungo la costa, fino a Sicione, al comando di Pericle, figlio di Santippo. Effettuarono uno sbarco e quelli di Sicione, che tentavano di opporsi, furono battuti in uno scontro. Mobilitarono in fretta, subito dopo, gli Achei e attraversato con loro il braccio di mare che li separa dall'Acarnania si diressero a Eniade, la assediarono, ma senza successo. Seguì subito il rientro in patria.

 

112. Trascorrono tre anni da questi fatti d'armi, e tra Ateniesi e Peloponnesi si stipula un patto quinquennale. L'asse degli interessi militari ateniesi si spostò quindi dalla Grecia, orientandosi su Cipro. Cimone, con una flotta di duecento navi ateniesi e alleate, assunse il comando della nuova impresa. Sessanta navi furono però dirottate in Egitto, su richiesta di Amirteo, che regnava ancora sulle paludi; le altre si accingevano al blocco di Cizio. La morte di Cimone e l'imperversare di una carestia li indussero a ripiegare da Cizio. Incrociando nelle acque di Salamina Cipria, vennero a contatto con forze fenicie ciprie e cilicie, impegnandole in mare e in uno scontro terrestre. Vinsero sui due fronti e ripresero la rotta verso la patria: erano con loro anche le navi reduci dalla diversione in Egitto. Nel periodo successivo a questo gli Spartani intrapresero la guerra cosiddetta sacra. Si impadronirono del santuario di Delfi e lo riconsegnarono agli abitanti del paese. Non impiegarono gran tempo gli Ateniesi, dopo la loro partenza, a comparire con un esercito, riprendere il santuario e riconsegnarlo ai Focesi.

 

113. Poco dopo gli ultimi avvenimenti narrati i fuoriusciti Beoti che tenevano Orcomeno, Cheronea, e qualche altra piazzaforte della regione, subirono l'urto di mille opliti ateniesi con il rinforzo di singoli reparti alleati, agli ordini di Tolmide, figlio di Tolmeo. La conquista di Cheronea e l'asservimento dei suoi abitanti segnò l'esito di quest'impresa: in Beozia rimasero guarnigioni ateniesi. Mentre gli altri, poco fuori Cheronea, sono in marcia per rientrare, si vedono piombare addosso i profughi beoti di Orcomeno spalleggiati dai Locri, dagli esuli eubei e da quanti partecipavano con loro della stessa fede politica. L'assalto ebbe successo: il contingente ateniese fu annientato, pochi i prigionieri vivi. Gli Ateniesi lasciarono libero tutto il territorio beota, concludendo un trattato che consentiva il recupero dei loro uomini, prigionieri o caduti. I fuoriusciti beoti rimpatriarono e con tutti gli altri riacquistano l'indipendenza.

 

114. Non intercorse molto tempo da questi ultimi avvenimenti alla ribellione esplosa in Eubea. Pericle era già passato nell'isola con un corpo di spedizione ateniese, quando la raggiunsero preoccupanti notizie, che cioè anche Megara si era sollevata, che i Peloponnesi preparavano un'invasione in Attica, che le guarnigioni ateniesi erano state annientate da quelli di Megara, tranne i pochi che erano riusciti a trovar scampo a Nisea. I ribelli di Megara avevano sollecitato rinforzi da Corinto, Sicione, Epidauro. Pericle procedeva allora all'immediato rientro del suo esercito d'Eubea. Quasi contemporanea scattò l'invasione dell'Attica da parte dei Peloponnesi, che agli ordini di Pausania, re spartano, penetrarono fino a Eleusi e a Trio, devastando il paese. L'avanzata non si spinse oltre; rientrarono così alle basi di partenza. La circostanza si offrì propizia ad Atene per effettuare un secondo sbarco in Eubea. Con Pericle stratego l'assoggettarono intera, sistemando conformi ai loro interessi gli ordinamenti politici dei vari centri isolani, mediante trattati: solo gli Estiei furono espulsi e costretti a cedere la loro terra.

 

115. Dopo il rimpatrio delle forze ateniesi che avevano operato in Eubea, furono sanciti con Sparta e i suoi alleati) patti di pace trentennali, tra cui si contemplava la riconsegna di Nisea, Peghe, Trezene e l'Acaia, tutte località peloponnesiache ancora in possesso di Atene. Trascorsi cinque anni, scoppiò tra quelli di Samo e i Milesi una guerra per Priene: la sconfitta patita in campo militare dai Milesi li indusse a spedire una missione ad Atene, che esprimesse con forza le loro rimostranze contro i Sami. Vi si aggregavano anche cittadini di Samo stessa, desiderosi di rivolgimenti politici in patria. Gli Ateniesi, convinti, comparvero a Samo con quaranta navi, vi istituirono una costituzione democratica, garantendosi con cinquanta giovani presi in ostaggio e altrettanti uomini, trasportati al sicuro nell'isola di Lemno. Stabilitavi una guarnigione, gli altri rientrarono. Alcuni di Samo però, incapaci di tollerare oltre quel clima politico, esularono nel continente. Ottenuto il sostegno dei personaggi in quel momento al vertice della vita politica cittadina e l'alleanza militare di Pissutne, figlio di Istaspe, signore in quell'epoca di Sardi, raccolto un corpo di circa settecento ausiliari, una notte passarono a Samo. L'attacco al partito democratico fu la loro prima azione, con l'immediato arresto dei personaggi più considerevoli: procedettero subito dopo alla liberazione dei loro ostaggi, rinchiusi in Lemno, e alla ribellione aperta contro Atene, consegnando a Pissutne i componenti le guarnigioni e le autorità ateniesi che soggiornavano a Samo. Infine, si accingevano a una rapida preparazione della campagna contro Mileto. Si sollevarono anche quelli di Bisanzio, sul loro esempio.

 

116. Alla notizia, gli Ateniesi misero sulla rotta per Samo sessanta navi da guerra, tra cui però sedici fecero vela parte verso la Caria, per sorvegliare le mosse della flotta fenicia, il resto verso Chio e Lesbo, per presentare una richiesta d'aiuto. Con le altre quarantaquattro, Pericle con altri nove strateghi, impegnò in una mischia, nelle acque di Traghia, settanta navi dei Sami, tra cui venti adibite a trasporti militari (stavano tutte tornando da Mileto). La vittoria fu ateniese. Quaranta navi di rinforzo salparono subito da Atene e venticinque giunsero da Chio e da Lesbo. Dopo lo sbarco e una vittoria conseguita in uno scontro terrestre, procedevano all'assedio della città con l'erezione di mura sui tre lati di essa, e bloccando dal mare il quarto. Pericle, dalla flotta che partecipava all'assedio, prelevò sessanta navi per accorrere a tutta forza verso Cauno in Caria, da dove era giunta notizia che unità fenicie muovevano contro di loro. Infatti anche da Samo, Stesagora ed altri erano salpati con cinque navi per congiungersi con la flotta fenicia. |[continua]|

 

|[LIBRO I, 4]|

 

 

117. La circostanza propizia permise a quelli di Samo di operare un fulmineo assalto dal mare sulla squadra navale all'ancora, scoperta e priva di protezione. I navigli di vedetta furono subito affondati, le unità che salparono contro di loro per contrastare l'aggressione, furono travolte e vinte. Tennero quindi per quattordici giorni sotto controllo armato lo specchio di mare che si apre davanti alla loro costa permettendo così tranquillamente di esercitarvi in ogni direzione il trasporto di tutti i beni di consumo a loro necessari. Il ritorno di Pericle con la squadra ai suoi ordini permise agli Ateniesi di ripristinare un efficace blocco dal mare. Salpò poco dopo da Atene una flotta di rinforzo, costituita di quaranta navi agli ordini di Tucidide, a Agnone e Formione, venti comandate da Tlepolemo e Anticle, trenta da Chio e da Lesbo. I Sami si batterono una volta sul mare, in uno scontro di breve durata ed entità ma in nove mesi d'assedio la loro forza e la capacità di resistenza si affievolirono, finché, costretti a capitolare, accettarono le condizioni seguenti: l'abbattimento del loro muro, la consegna di ostaggi e della flotta, il risarcimento a rate delle spese belliche. Anche a quelli di Bisanzio non rimase che sottoporsi ancora al loro precedente stato di sudditi.

 

118. Erano trascorsi pochi anni dalle ultime vicende narrate, quando si verificarono i casi, già riferiti, di Corcira e Potidea e gli incidenti che costituirono il motivo dichiarato per lo scoppio di questa guerra. Questo complesso quadro di operazioni militari e politiche, di rapporti reciproci tra Greci e con popolazioni straniere, si estende nel periodo di cinquant'anni circa che corre tra la ritirata di Serse e l'esplosione di questa guerra. Furono anni per Atene d'intensa e fruttuosa attività espansiva con l'ampliamento e l'energica organizzazione dell'impero e un impulso vigoroso, all'interno, della sua potenza economica e militare. Gli Spartani avvertivano questa crescita pericolosa, ma non sapevano frapporvi che limiti e ostacoli di breve respiro. Preferivano in più occasioni, una politica di acquiescenza: non avevano mai avuto, neanche prima, la dote della fulmineità nel risolversi a una guerra. Occorreva in genere che vi fossero costretti, senza alternative: e in più fu un periodo difficile e inquieto per Sparta, sconvolta dalle sommosse civili. Ma alla fine la potenza d'Atene s'era imposta, rigogliosa e superba all'attenzione del mondo: perfino la sfera d'influenza e d'alleanza tradizionalmente legata a Sparta non era immune dai suoi attacchi. La situazione critica suggerì agli Spartani che la loro supina linea di condotta era ormai superata; si doveva sferrare, loro per primi, un'offensiva, gettarvi ogni energia e demolire, se fosse possibile, quella molesta e invadente potenza. Gli Spartani erano dunque giunti alla convinzione che i patti fossero stati violati e che la responsabilità ricadesse su Atene. Mandarono quindi una delegazione a Delfi, a interrogare l'oracolo, se la guerra rappresentasse per loro la scelta migliore. Corre voce che la risposta fosse concepita in questi termini: se avessero profuso nella guerra ogni sforzo, la vittoria era loro; per parte sua, il dio rivelò che li avrebbe assistiti in ogni caso, sia invocato, sia senza suppliche.

 

119. Ne scaturì l'ordine, per gli alleati, di una nuova convocazione: si desiderava che deponessero il loro voto sulla necessità di affrontare il conflitto. Affluirono le missioni inviate dai paesi del patto e s'adunò un consesso, in cui molti si presentarono a esporre le loro rimostranze: si trattava in genere di accuse contro Atene e di esplicite volontà di guerra. I Corinzi, dopo avere in precedenza avanzato passi non ufficiali verso le altre delegazioni per sollecitarle a votare la guerra (erano in ansia per Potidea, temevano che la situazione laggiù degenerasse, prima di una positiva conclusione dell'assemblea); alla fine, comparvero davanti a tutti e tennero questo discorso:

 

120. «Sarebbe ormai fuori luogo, o alleati, che noi imputassimo agli Spartani di non aver essi stessi deliberato la guerra e di averci invece qui tutti riuniti per discutere e decidere su questo problema. Ed è giusto: giacché è dovere delle potenze dominanti amministrare con particolare scrupolo e prudenza i comuni interessi dei paesi inclusi nelle loro orbite politiche, oltre naturalmente ai propri, con principi di equità. Onde si giustifica il superiore e generale prestigio di cui godono nelle altre circostanze. Chi di voi ha già sperimentato qualche rapporto con Atene non ha bisogno di particolari avvertimenti, perché ne stia in guardia. I paesi dell'entroterra piuttosto e quanti non abitano le zone costiere devono fermamente convincersi che se non collaborano alla difesa delle città marine diverrà per loro difficoltoso usufruire di comodi e sicuri nodi di smercio delle derrate agricole e dei prodotti affluenti dal mare e diretti all'interno. Non valutino le questioni qui trattate con superficialità distratta convinti che non concernano intimamente i loro interessi. Accolgano quest'idea, questa eventualità: se lasciano al loro destino i centri costieri, il pericolo potrebbe minacciare anche loro, un giorno. Nella assemblea attualmente riunita, il loro voto riguarda sé stessi, non meno che gli altri. Nessuna esitazione dunque nell'abbandonare la pace per la guerra. Gli uomini ragionevoli vivono in quiete, se nessuno fa loro un torto: ma chi è forte prende subito le armi, se offeso, pronto, all'occasione favorevole, a interrompere le ostilità e intavolare trattative. Resta immune dall'eccitazione che i successi militari ispirano. Si ribella all'oltraggio e accantona l'amabile serenità di un'esistenza in pace. Pericoloso ed effimero incanto, per chi se ne lascia sedurre e rinuncia all'azione. Se coltiva placidamente l'inerzia che tanto l'allieta e che gli fa balenare così remota la necessità di combattere rapidamente essa gli sarà strappata. Ma anche chi concepisce per qualche felice episodio di guerra un insensato ardimento, non pondera da che fragile e temeraria illusione si slancia il suo volo di speranze. Giacché spesso difettosi e deboli progetti s'imbattono in avversari ancor più sventati, e riescono compiutamente: non meno infrequenti i casi di consigli ritenuti ottimi, dimostratisi in pratica disastrosi e fonte di discredito. Concepire un disegno e proseguirne con intatta fiducia l'attuazione, è impresa impossibile. Un senso di sicurezza pervade i momenti dell'ideazione, ma nella fase esecutiva di un piano, un accorato sgomento ci coglie per via e ci frena.

 

121. «La nostra volontà di guerra scaturisce da un'ingiuria patita e da ragioni ben valide di risentimento. Ottenuta la punizione di Atene, cesseremo le ostilità, nel tempo opportuno. Molti elementi concorreranno alla vittoria finale, come si può prevedere. Principalmente dominiamo il nemico per numero di combattenti ed esperienza bellica; poi, la nostra azione offensiva è un disciplinato e concorde impeto, appena si riceve il comando. Quanto alla marina, considerata loro punto di forza, si provvederà attingendo in parte alle disponibilità di ciascuno e in parte ai tesori custoditi in Delfi e in Olimpia: prestito che ci consentirà ai sottrarre agli Ateniesi, con l'offerta di una mercede più sostanziosa, i loro equipaggi formati da forestieri. Il nerbo della loro flotta militare è mercenario, non cittadino. Il nostro esercito subirà in misura minore questo rischio, poiché trae la sua forza dagli uomini, non dal denaro. Una sola vittoria sul mare ci basterà: saranno perduti. Se dovessero resistere, ci eserciteremo anche noi a lungo nell'arte di combattere sulle navi. Quando avremo conseguito una eguale perizia, li schiacceremo sotto un'altra superiorità: quella del coraggio. Virtù che la natura stessa ci istilla alla nascita e che nessun insegnamento potrà loro fornire. Noi invece possiamo annullare, con l'allenamento, lo svantaggio che ci separa dal loro livello di destrezza tecnica. Procureremo noi i mezzi economici indispensabili a questo scopo. Sarebbe un'infamia se, mentre i loro alleati non ricuseranno di versare quei tributi che servono a mantenere e rafforzare i loro ceppi, noi non vorremo sostenere le spese per la vendetta sul nemico e per la nostra stessa libera sopravvivenza, e per difenderci, quando ci aggrediranno per spogliarci dei nostri beni, di cui poi disporrebbero per alimentare la guerra e per distruggerci.

 

122. «Ci si prospettano anche diversi metodi di guerra: far sollevare gli stati della loro lega (sarebbe il blocco più efficace delle entrate, fonte essenziale della loro potenza); piazzare fortilizi nell'Attica e altri dispositivi di lotta che sarebbe difficile qui anticipare. Il corso della guerra non si incanala in leggi immobili; per lo più possiede regole proprie, secondo le quali s'evolve, e che occorre opportunamente sfruttare, al variare delle contingenze. Principale norma è che chi vi s'accinge con fredda determinazione procede più sicuro. Il furore conduce a precipizio nelle catastrofi più rovinose. Riflettiamo: le singole divergenze che possono opporre ciascuno di noi ai suoi avversari, questioni di confini e simili, appaiono, nel loro complesso, un tollerabile fenomeno della convivenza tra stati. Ora, gli Ateniesi posseggono forze in campo bastanti non solo a contrastarci in massa, ma, evidentemente, a dominare ogni nostra città, di per sé considerata. Quindi, se non li affronteremo in un saldo blocco, nazione con nazione, città con città, forti di un deciso e unico volere, faranno leva sulla nostra, divisione e ci soggiogheranno uno per uno, senza sforzo. La sconfitta produrrà un asservimento certo e immediato: realtà dolorosa! Il cui timore, anche se solo espresso a parole, disonora il Peloponneso: che un tal numero di città sia sopraffatto da una sola! Circostanza che, se si verificasse, dimostrerebbe che la nostra ignominia è meritata, o che stiamo soggetti per codardia, indegni dei nostri padri, che procurarono alla Grecia la libertà: un valore che ormai non siamo più in grado di difendere. Permettiamo che una città affermi la sua tirannide, mentre mostriamo la volontà d'abbattere i despoti, in qualunque paese si trovino. Non sapremmo come difendere questa linea politica, dimostrarla esente dalle tre più disastrose aberrazioni: il rozzo ingegno, la fiacchezza, l'incuria. Giacché, proprio per non aver evitato questi errori vi siete ridotti a quello sdegno sprezzante del nemico che ha già amaramente punito moltissimi, e che dall'illusione ingannevole con cui persiste nell'irretire le sue innumerevoli vittime ha cangiato il suo in un nuovo e tristo nome: follia.

 

123. «È vano recriminare sui fatti passati, più di quanto sia utile alla situazione attuale. Occorre invece provvedere alle esigenze del presente, mirando al futuro, senza risparmio di energie e fatiche; (è una vostra virtù tradizionale d'uscire sempre più rinfrancati dai pericoli). Non rinnegate la vostra dirittura morale, se oggi potete contare su una certa superiorità di ricchezza e di mezzi; (non è giusto che dissipiate nel momento d'attuale abbondanza le fortune accumulate durante il periodo di povertà). Avete molti motivi di fiducia per approntare la guerra: il favorevole vaticinio del Dio e la sua promessa d'appoggio. Tutta la Grecia si prepara allo sforzo comune: alcuni paesi per timore altri sperando un guadagno. Non sarete voi a violare i patti per primi: il Dio stesso, con il suo monito a battervi fa intendere che li considera oltraggiati. Voi piuttosto accorrete a tutela di quei patti offesi. Il trattato è sciolto non da chi si difende, ma chi aggredisce per primo.

 

124. «Da ogni lato la guerra si presenta per voi sotto felici prospettive. Vi esortiamo quindi a dichiararla, con il pensiero ai comuni vantaggi: poiché è dimostrato che l'identità di interessi è la direttiva politica più sicura per gli stati e gli individui. Non ritardate l'aiuto a Potidea: è una città dorica assediata da Ioni. Accadeva il contrario nei tempi andati. Restituite l'indipendenza agli altri Greci. Non è più possibile temporeggiare: alcuni di noi già soffrono il giogo, altri non aspetteranno a lungo una sorte altrettanto indecorosa. Giacché si saprà che ci siamo adunati, ma non abbiamo l'ardire di organizzare una difesa. Pensate che la necessità incombe, alleati; riflettete: questo è il più proficuo consiglio, votate la guerra, senza pensare al rischio immediato, ma aspirando alla pace più certa e duratura che ne deriverà. Dalla guerra sorge una pace più ferma. Ma il non voler passare dalla pace alla guerra non è altrettanto privo di pericoli. Sia questo il vostro pensiero: la città che ha imposto la sua tirannide in Grecia, minaccia egualmente l'indipendenza di tutti. Su alcuni già domina, altri progetta d'asservire. Attacchiamo questa città e soggioghiamola: non solo la nostra esistenza futura scorrerà senza pericoli, ma anche renderemo liberi i Greci già servi.» Con queste parole si concluse l'intervento dei Corinzi.

 

125. Gli Spartani completarono così l'ascolto di tutte le opinioni, e fecero votare per ordine tutti gli alleati presenti, gli stati maggiori e i minori: la maggioranza decise la guerra. Non era possibile tuttavia tradurre immediatamente in pratica la deliberazione: non erano preparati a sufficienza, perciò decisero che ogni singolo paese contribuisse alla fornitura di quanto era necessario, senza perdite di tempo. Impiegarono poco meno di un anno ad allestire i preparativi indispensabili: seguì l'invasione dell'Attica e l'inizio aperto delle ostilità. Intanto, in quell'anno, giungevano frequenti le loro ambascerie in Atene, in genere con lagnanze e critiche da notificare, con lo scopo, qualora Atene non le considerasse degne, di sferrare l'attacco con un insieme di motivazioni più nutrito e solido.

 

126. La prima missione spartana intimò agli Ateniesi di espellere, in espiazione, gli autori del sacrilegio contro la Dea. Il sacrilegio di cui parlavano era stato così commesso. Cilone era un cittadino ateniese, vincitore di un'Olimpiade, nobile per discendenza antica e politicamente influente. Aveva preso in moglie la figlia di Teagene, un Megarese che in quegli anni reggeva la tirannia su Megara. Un giorno, Cilone interpellò l'oracolo di Apollo a Delfi: il dio profetò che nella più fausta festività di Zeus Cilone avrebbe occupato l'acropoli d'Atene. Cilone si fece consegnare da Teagene un nerbo d'armati e persuase alcuni amici a seguirlo. Quando giunse il tempo delle feste Olimpiche, che si celebrano nel Peloponneso, occupò l'acropoli con un colpo di mano, intenzionato a stabilirvi la tirannide. Aveva interpretato quella come la solennità più importante dedicata a Zeus e vi aveva perfino intravisto una certa relazione con la sua persona, perché aveva conseguito una vittoria proprio ad Olimpia. Se però la festa in questione dovesse essere la più importante di quelle celebrate in Attica, o in qualche altra parte di Grecia, Cilone non se l'era chiesto; nemmeno dal testo del vaticinio traspariva chiaro (ad esempio in Atene esistono le feste cosiddette Dionisie, le più solenni in onore di Zeus Meilichio: vengono celebrate fuori le mura e la cittadinanza interviene al completo, porgendo in offerta non vittime di sangue, ma altri prodotti locali). Persuaso d'aver inteso esatto l'oracolo, pose mano all'impresa: al diffondersi della voce gli Ateniesi accorsero in folla dalle campagne, li circondarono sull'acropoli e si disposero all'assedio. L'affare si trascina: la fatica e la noia del lungo blocco ne distoglie quasi tutti i cittadini, che affidano, desistendo, il compito della sorveglianza ai nove arconti con pieni poteri, con la raccomandazione che dispongano tutto il necessario al miglior esito dell'impresa: era ancora il tempo in cui gli arconti espletavano la quasi totalità delle funzioni governative e politiche. L'assedio, e soprattutto la scarsità di cibo e d'acqua intaccavano pesantemente la resistenza di Cilone e dei suoi: finché Cilone e il fratello riescono a fuggire. I loro compagni, prostrati e decimati dagli stenti si trascinano supplici all'altare collocato sull'acropoli. Gli Ateniesi che vigilavano li fecero alzare, come si accorsero che stavano spirando in uno spazio consacrato, e assicurando incolumità assoluta, li trassero fuori e li giustiziarono. Giunsero ad assassinarne per via alcuni, che si erano rifugiati nel santuario delle Venerande Dee e si appigliavano ai loro altari. Queste uccisioni fecero pesare sul capo dei loro esecutori la colpa di sacrilegio e di empietà al cospetto della Dea: anche la loro famiglia condivise la colpa e l'infamia. Di conseguenza, gli Ateniesi stessi espulsero questi sacrileghi e li bandì in seguito anche Cleomene spartano, con l'appoggio d'una fazione ateniese, durante una sommossa civile. I vivi patirono l'esilio; le ossa di quelli morti nel frattempo furono dissepolte e sparse fuori del territorio attico. Ma finirono sempre col ritornare, e la loro discendenza vive ancora in città.

 

127. La richiesta spartana riguardava proprio l'espiazione di quell'antico sacrilegio: principalmente, diceva Sparta, per difendere la dignità santa degli dei. In realtà sapevano che Pericle, figlio di Santippo, vi era implicato per parte di madre, e prevedevano che da un eventuale bando di quell'uomo la loro politica verso Atene avrebbe avuto il corso immensamente più agevole e libero. D'altra parte non potevano certo sperare che fosse scacciato: ma un desiderio segreto li possedeva, di poterlo almeno mettere in pessima luce di fronte al pubblico credito dei suoi concittadini, istillando loro la sensazione che la guerra, in parte, sarebbe scoppiata a causa del suo stato morale d'impuro. La vita politica d'Atene aveva in quel tempo in Pericle il suo uomo di punta, il prestigioso e geniale ispiratore d'una linea d'assoluta avversione e intransigenza nei confronti di Sparta, l'esecutore di una continua pressione psicologica degli Ateniesi alla guerra.

 

128. In risposta, gli Ateniesi intimarono analogamente a Sparta l'espiazione del sacrilegio perpetrato nel Tenaro. Si trattava di questo: gli Spartani tempo prima, avevano invitati i supplici Iloti a togliersi dal santuario di Posidone sul Tenaro dove avevano trovato scampo. Li massacrarono sul posto appena usciti. Sono ancora convinti che il potente sisma che ha scosso Sparta sia stata la conseguenza di quel gesto nefando. Anche i responsabili del sacrilegio contro Atena Calcieca dovevano essere espulsi, secondo Atene. Ecco il fatto: Pausania, quello spartano che i concittadini avevano richiamato dall'Ellesponto, revocandogli il comando in capo di quel settore operativo, fu giudicato dai tribunali di Sparta e prosciolto. Ma non ottenne più incarichi di comando ufficiali. Si procurò privatamente una trireme di Ermione e, senza autorizzazione governativa, fece la sua comparsa sull'Ellesponto, nominalmente per appoggiare le forze greche impegnate contro la Persia, in realtà per infittire con il re quella trama di relazioni segrete che aveva già ordito all'epoca del suo comando, e tramite la quale sperava con ardore in un personale dominio sull'intera Grecia. Aveva colto l'occasione di porgere un servizio al re, principio e base di un rapporto che si sarebbe in seguito sviluppato, nella seguente circostanza. Ripiegando da Cipro, nel periodo in cui comandava le forze in Ellesponto, aveva preso Bisanzio (un possesso persiano, in cui vennero catturati alcuni parenti e famigliari del re che vi dimoravano). Concepì allora il piano di restituire queste personalità al re, senza rivelarlo agli alleati: ufficialmente si sarebbe trattato di un tentativo di fuga riuscito. Allacciò contatti tramite Gongilo di Eretria, cui affidò la città di Bisanzio e i prigionieri. Aggiunse una lettera che Gongilo avrebbe recapitato al re. Vi stavano scritte queste parole, come si appurò in seguito: «Pausania, generale di Sparta, desiderando farti cosa gradita, ti rimanda costoro, presi con la forza e le armi. Ho in animo, se la proposta è anche a te gradita, di prendere tua figlia in moglie e consegnarti in soggezione Sparta e il resto della Grecia. Mi stimo adatto e pronto all'impresa, che dirigerò secondo i tuoi consigli. Se la prospettiva sollecita il tuo interesse, manda alla costa del mare un uomo fidato, che fungerà da intermediario per la nostra corrispondenza futura.»

 

129. Era questo il contenuto della lettera, di cui Serse si compiacque molto. Dispone subito infatti l'invio di Artabazo, figlio di Farnace, verso la costa con l'ordine di prelevare la satrapia Dascilitide, da cui aveva rimosso il precedente governatore Megabate. Ordina ad Artabazzo di raggiungere Pausania a Bisanzio e di consegnargli una missiva di risposta, al più presto, mostrandogli il sigillo reale. Se Pausania gli avesse affidato qualche incarico o mansione pertinenti gli interessi del Re, li eseguisse al meglio e con la più scrupolosa discrezione. Artabazo eseguì gli ordini con accuratezza e trasmise la lettera. Vi era stilata la seguente risposta: «Così dice Serse il Re a Pausania: per le persone che mi hai inviate incolumi da oltre mare, da Bisanzio, durerà perenne, iscritta nella nostra casa, la gratitudine che ti è dovuta. Approvo le tue proposte. Né la notte né il giorno t'ostacolino nell'esecuzione di quanto mi prometti: nessuna spesa d'oro o d'argento deve bloccarti, o la necessità di un esercito forte, in qualunque luogo debba comparire. Utilizza Artabazo, uomo che t'ho inviato; è di grandi capacità. Coltiva i tuoi e i miei interessi con la massima energia, in modo che producano a entrambi i più splendidi e preziosi frutti.»

 

130. Pausania era anche prima una figura di prestigioso rilievo tra i Greci, per come aveva diretto e vinto la battaglia di Platea. Ma quelle righe, ricevute dal Re, esaltarono la sua superbia, sicché gli era diventato impossibile vivere da persona normale, secondo il costume tradizionale. Usciva da Bisanzio panneggiato in abiti persiani e in viaggio per la Tracia ammetteva la sola scorta di dorifori persiani ed egizi. Di gusto persiano erano anche le sue vivande a tavola. Non sapeva celare le inclinazioni della sua mente, le sue simpatie: perfino dai suoi atti esteriori, anche da quelli particolari e irrilevanti, traspariva e baluginava quali più orgogliosi disegni architettasse per le sue attività future. Era divenuto inaccessibile: tanto altezzoso e tirannico nel trattar con tutti senza distinzione, che nessuno lo poteva accostare. Per il profondo disgusto nato dalla sua condotta, molti alleati furono lieti di passare agli Ateniesi.

 

131. La notizia pervenne anche a Sparta, che prese un primo provvedimento d'immediato richiamo. Ma quello con la nave di Ermione prese subito il mare una seconda volta, senza avere ricevuto l'ordine dal governo, e insistette chiaramente con il suo consueto comportamento. Quando le forze ateniesi lo ridussero a fuggire da Bisanzio espugnata invece di rientrare a Sparta, si stabilì a Colono nella Troade. Laggiù, secondo le voci che ne trapelavano a Sparta, intratteneva relazioni poco chiare con la Persia: era evidente che il suo soggiorno era dovuto a scopi politici nient'affatto onesti. Gli efori decisero di far cessare lo scandalo: inviarono un araldo a consegnargli la scitala e a ingiungergli di seguirlo. In caso diverso, Sparta lo dichiarava nemico. Pausania, intendendo dissipare i sospetti addensatisi sulla sua condotta e convinto di poter dissolvere le accuse con offerte di denaro, rimpatriava per la seconda volta. In un primo momento gli efori lo incarcerarono (è lecito agli efori operare un arresto anche del re) ma con l'intrigo ottenne in seguito la libertà, ponendosi a disposizione di chi avesse desiderio di intentargli un processo sulla base di accuse concrete e precise.

 

132. Ma gli Spartani, sia gli avversari di Pausania sia in generale, la cittadinanza, non potevano contare su indizi sicuri e decisivi: eppure era indispensabile congegnare un'accusa su prove inoppugnabili, per poter punire un personaggio di famiglia reale e che ancora rivestiva la carica di re (era tutore infatti, in qualità di cugino, di Plistarco il vero re, figlio di Leonide, in età ancora minorile). Ma il suo disprezzo della legalità e l'eccessiva simpatia per lo stato straniero costituivano occasioni di pesante sospetto che non volesse contenersi nei limiti dell'ordine vigente. Sottoposero a indagine il precedente corso della sua esistenza, per scoprire se avesse già commesso qualche infrazione al sistema di vita allora in uso. Trovarono che sul tripode, dedicato qualche anno prima dai Greci a Delfi, come primizia del bottino persiano, aveva voluto, di sua personale iniziativa, che fosse inciso il seguente distico: «Annientò l'armata persiana, il capo dei Greci Pausania e a Febo questo consacrò a ricordo». Gli Spartani, fin da quell'epoca avevano già fatto cancellare quel distico dal tripode, e vi avevano inciso il nome delle città che, avendo collaborato alla disgregazione della potenza persiana, avevano dedicato il tripode stesso. Anche a quell'epoca, per il vero, il gesto di Pausania sembrò una palese irregolarità: l'ispirazione di quell'atto, analizzata e interpretata alla luce dei gravi sospetti che si erano andati, consolidando intorno alla sua figura, denunciò subito la sua analogia con l'atteggiamento spirituale mostrato da Pausania in più recenti circostanze. Serpeggiava l'indiscrezione, provata poi pienamente esatta, che organizzasse complotti con gli Iloti: aveva loro promesso libertà e diritti politici, se si fossero sollevati a un suo comando, e se gli avessero prestato l'appoggio necessario. Fu sporta qualche denuncia da parte degli Iloti: anche in questo caso, pur con la sensazione che quelle accuse erano fondate, gli Spartani decisero per il momento di non prendere misure straordinarie contro di lui. Aderivano all'uso, ormai invalso presso di loro, di non lasciarsi trasportare dalla fretta, di non deliberare qualche provvedimento irrimediabile su un personaggio spartiate, senza aver in mano prove effettivamente inconfutabili. Ma da ultimo, come si dice, l'uomo incaricato di consegnare ad Artabazo l'ultima lettera per il re, un tale Argilio, intimo di Pausania e fedelissimo, fa pervenire agli efori la sua denuncia. L'aveva stimolato una paurosa sensazione, nata dal considerare che nessuno dei messi precedenti aveva fatto ritorno. Decide di contraffare il sigillo per cautela, nel caso che la sua diffidente impressione sia vana, o che Pausania gli chieda la lettera per aggiungervi qualche riga. Apre dunque la missiva, e a confermare i sospetti, vi legge, in fondo, un'istruzione supplementare: la propria condanna a morte.

 

133. La lettera, scritta personalmente da Pausania, rappresentava per gli efori una prova consistente; pure, per averne una definitiva, vollero ascoltare con le proprie orecchie qualche frase pronunciata da Pausania in persona, che lo compromettesse apertamente. A questo scopo, di concerto con gli efori, l'uomo si recò sul Tenaro come supplice, eresse una capanna e con una parete divisoria ne ricavò due ambienti, in uno dei quali fece appostare alcuni degli efori. Udirono chiara ogni parola, in quell'incontro tra Pausania e il suo uomo. Pausania esordì chiedendo il motivo di quella supplica ed ebbe in risposta le rimostranze del suo interlocutore, per quegli ordini contenuti nella lettera, che lo riguardavano. Elencava distintamente ogni altro particolare, facendo notare che nei suoi uffici d'intermediario presso il re non lo aveva mai esposto. Eppure gli si riservava il bel privilegio d'esser messo a morte, come gli altri che lo avevano preceduto in quel compìto. Le frasi di Pausania, che riconosceva in pieno i suoi torti e conveniva su ogni punto, che pregava l'altro di non lasciarsi fuorviare dall'irritazione di quel momento, giunsero alle orecchie degli uditori. Come le sue assicurazioni di incolumità, se quello usciva dal santuario, e l'istanza di mettersi quanto prima in viaggio, senza pregiudicare le trattative in corso.

 

134. L'ascolto diretto degli efori questa volta fugò ogni dubbio: ormai incrollabilmente certi della sua colpa, predisposero la cattura di Pausania in città. Si dice che un attimo prima dell'arresto per via, Pausania intuisse dall'espressione dipinta sul viso di uno degli efori, mentre gli si accostava, lo scopo di quell'incontro. Un altro eforo gli avrebbe fatto un cenno impercettibile con il capo, per fargli intendere le loro intenzioni, spinto da un senso d'amicizia. Pausania comunque scattò di corsa verso il santuario di Atena Calcieca e riuscì a rifugiarvisi in tempo: poiché il recinto sacro era vicino. Sorgeva adiacente un edificio non ampio, in cui si precipitò, per avere almeno un riparo alle intemperie. Non si mosse più. Gli inseguitori non lo raggiunsero subito: fecero smantellare il tetto della costruzione e certi che si trovasse all'interno, ve lo rinchiusero murando le porte. Circondarono l'edificio e aspettarono di prenderlo per fame. Quando si accorsero che così incarcerato in quella stanza, era vicino a spirare lo trascinano all'esterno del recinto sacro. Respira ancora ma cade subito morto, appena fuori il santuario. Avevano già stabilito di precipitarlo nel Ceada, come usava con i malfattori: prevale però l'idea di dargli sepoltura più vicino. Ma il Dio, attraverso l'oracolo di Delfi, intimò agli Spartani di traslarne la salma nel punto stesso della morte (ancor oggi riposa infatti all'ingresso del santuario, come provano le iscrizioni di alcune stele). Ingiunse anche di espiare l'atto commesso, un sacrilegio grave, dedicando ad Atena Calcieca due corpi in cambio di uno solo. Furono così fatte erigere e consacrare alla dea due statue di bronzo, quasi a compenso di Pausania.

 

135. Gli Ateniesi, rilevando che anche il dio aveva giudicato il loro gesto un sacrilegio, imposero a loro volta a Sparta di espellerne i responsabili con le loro famiglie. Ambasciatori spartani giunti appositamente ad Atene, implicarono anche Temistocle nell'accusa di complotto con la Persia che aveva perduto Pausania. Risultava dall'analisi dei capi d'accusa raccolti contro Pausania: onde la loro ferma richiesta che Temistocle fosse egualmente punito. Gli Ateniesi si lasciarono persuadere (poiché egli aveva già subito l'ostracismo e abitava ad Argo in quel tempo, quando non si recava, di tanto in tanto, in altre località del Peloponneso). Mobilitarono un gruppo d'uomini, cui si diede istruzione di scovarlo, in qualunque luogo si trovasse, e ricondurlo ad Atene, con l'aiuto dei messi spartani che si dichiararono disposti a collaborare nella ricerca.

 

136. Una voce preavverte in tempo Temistocle, che lascia in tutta fretta il Peloponneso per passare a Corcira, contando sul debito di riconoscenza che aveva contratto con quel paese. Ma i Corciresi gli confessano che temono forte le rappresaglie spartane e ateniesi, se gli danno ricovero. Abbandona anche quel rifugio e si fa sbarcare sulla terra che si estende davanti a Corcira. L'incalzare sistematico degli inseguitori, informati via via di ogni spostamento, lo costringe, in una circostanza di particolare smarrimento a fermarsi presso Admeto, re dei Molossi, che gli è ostile. Costui però, temporaneamente, si trova fuori casa. Rivolge allora la sua richiesta d'ospitalità alla moglie del re: ne riceve il consiglio di prendere in braccio il loro figlioletto e di assidersi supplice presso il focolare. Ad Admeto, che non tarda molto a rientrare, Temistocle rivela la sua identità e l'implora, anche se ha avversato ad Atene le richieste che un tempo il re vi aveva avanzato, di non vendicarsi ora su di lui, profugo e inseguito. In quelle condizioni, anche un uomo assai meno potente di Admeto avrebbe agio di rovinarlo: è proprio invece di uno spirito generoso cercare la vendetta quando gli avversari sono in una situazione di parità. Inoltre gli s'era opposto in questioni concernenti interessi particolari, non la salvezza stessa della vita; Admeto invece, se lo avesse consegnato (svelò chi e con quale scopo lo perseguitava) lo avrebbe privato dell'esistenza.

 

137. A queste parole, il re lo fa levare, mentre ancora tiene in braccio il figlioletto, nell'atteggiamento stesso con cui se ne stava prima seduto e che rappresenta il più solenne modo d'implorare protezione. Quando si presentano, solleciti, Ateniesi e Spartani, Admeto non ha riguardo per le loro insistenti proteste e non consegna l'ospite. Soddisfa anzi il suo desiderio di raggiungere il re, facendolo scortare per via di terra fino all'opposto mare alla corte di Alessandro a Pidna. Trova qui una nave da carico, in procinto di salpare per la Ionia, e vi s'imbarca. Ma un fortunale li trascina proprio davanti a un campo di Ateniesi intenti all'assedio di Nasso. Temistocle si lascia prendere dal panico e rivela al comandante della nave (a bordo infatti la sua identità era ignota) chi sia in realtà e le ragioni della sua fuga. Se non lo condurrà in salvo, minaccia che sosterrà la tesi d'averlo corrotto e comprato con il denaro il passaggio sulla sua nave. Il provvedimento più sicuro è che nessuno scenda a terra, mentre non si può riprendere la navigazione. Se si mostra d'accordo, la sua gratitudine sarà adeguata e sostanziosa. Il comandante accetta le condizioni di Temistocle e dopo aver tenuto ormeggiata la nave un giorno e una notte al largo del campo ateniese, salpa per Efeso. Temistocle gli compensa il favore con l'oro (gli erano state fatte pervenire da Atene e da Argo, per opera di amici, tutte le sue sostanze), e direttosi all'interno, accompagnato da un Persiano della costa, manda una lettera al re Artaserse figlio di Serse, asceso da poco alla dignità del trono. Era questo il tenore di quella missiva: «Giungo ora presso di te, io che tra i Greci sono il principale autore delle disfatte più rovinose che si sono abbattute sulla tua famiglia: nel tempo in cui mi vidi obbligato a contenere l'aggressione del padre tuo. Ma più importanti risultano i miei meriti, dal momento che la sua ritirata avvenne in condizioni per me di sicurezza assoluta, per lui di estremo pericolo. Mi è dovuta quindi riconoscenza (seguiva nella lettera l'accenno al consiglio dato al padre, subito dopo Salamina, di ritirarsi subito, e il divieto, che Temistocle falsamente si attribuiva, di, tagliare i ponti in quell'occasione) ma, anche ora mi presento fornito di cospicue possibilità di esserti utile, inseguito dai Greci a causa dell'amicizia che nutro per te. Desidero soggiornare nel tuo paese per un anno, prima di comparire al tuo cospetto per svelarti il mio disegno».

 

138. Il re, secondo le voci che circolano, ammirò il suo piano e lo esortò a porlo in pratica. Temistocle impiegò il tempo del suo soggiorno a impratichirsi della lingua persiana e dei costumi di quel popolo, quanto poté. Al termine stabilito di un anno si presentò al re e conquistò presso di lui un'influenza superiore a quella di qualunque altro greco, parte per la stima di cui godeva anche precedentemente, parte per la speranza suscitata nel re di offrirgli soggetta la Grecia, ma principalmente per le molte occasioni in cui aveva fatto rifulgere la propria intelligenza. Era meritevole infatti Temistocle della più ammirata meraviglia, particolarmente per la straordinaria sicurezza con cui aveva imposto in molte occasioni il suo temperamento geniale. Doveva all'agilità innata del suo intelletto, libera da ogni preparazione di studio o riflessione scaturita dall'esperienza, la perspicacia potente con cui, dopo un fulmineo esame interpretava frangenti improvvisi e l'infallibile sagacia per cui ne individuava, nel futuro, anche le conseguenze più remote. Sapeva con precisione e chiarezza esplicare ogni aspetto delle azioni cui prendeva parte personalmente: su quelle di cui non possedeva diretta esperienza, era ben lontano dal non poter formulare un giudizio criticamente valido. Eccelleva nel presagire con notevole anticipo le proficue o negative conseguenze di un fatto, quando si celavano ancora per chiunque altro indistinte. Per concludere, in una parola, quest'uomo dal genio possente, dalla concentrazione istantanea fu ineguagliato nell'improvvisare in brevi attimi la soluzione per qualunque ostacolo. Morì di malattia: alcuni soggiungono che si sia dato la morte con il veleno, vedendosi nell'impossibilità di compiere le promesse formulate al re. Rimane di lui un monumento funebre nella piazza di Magnesia d'Asia. Era governatore di questa regione. Il re gli aveva donato Magnesia come «pane» (gli fruttava infatti cinquanta talenti l'anno), Lampsaco come «vino» (le sue campagne infatti godevano fama d'esser le più fertili di viti), Miunte come «companatico». Dicono i suoi parenti che le ossa furono traslate in patria, come aveva desiderato e che siano sepolte in Attica, di nascosto da Atene: sepoltura illegale, poiché egli era esule imputato di tradimento. Furono questi i casi estremi di Pausania spartano e di Temistocle ateniese, gli uomini di più fulgido prestigio, tra quelli della loro epoca, in Grecia.

 

139. Gli Spartani dunque, nella prima ambasceria diedero e ricevettero queste istruzioni relative alla cacciata dei sacrileghi. Poi con una serie di richieste, ingiungevano ad Atene di levare l'assedio a Potidea e restituire l'indipendenza ad Egina. Ma insistevano, nelle loro relazioni, a chiarire un punto: la guerra non sarebbe stata dichiarata se avessero abrogato la disposizione presa ai danni di Megara, vale a dire il divieto di usufruire dei porti del dominio ateniese e d'intrattenere scambi commerciali con l'Attica. Gli Ateniesi come non prestavano ascolto alle altre richieste, così non cancellavano quel decreto: accusavano anzi i Megaresi di coltivare il suolo sacro, dove i confini non erano determinati, e di offrire ricetto ai loro schiavi ribelli. Infine, giunse da Sparta un'altra ambasceria composta da Ramfia, Melesippo, Agesandro, i quali non si soffermarono sui temi consueti ma espressero solo queste parole: «Gli Spartani hanno volontà di pace; la pace può affermarsi a condizione che voi lasciate ai Greci l'indipendenza». Gli Ateniesi convocarono l'assemblea, e aprirono il dibattito decisi ad esprimere, dopo responsabile e completa riflessione, una risposta definitiva. Si presentarono numerosi oratori a sostenere opposte ragioni. Dichiaravano gli uni che la guerra era inevitabile, gli altri che il decreto su Megara non doveva costituire un ostacolo alla pace, e ne caldeggiavano l'abrogazione. Comparve a parlare anche Pericle, figlio di Santippo, il primo ateniese di quel tempo, valentissimo nella parola e nella pratica politica, e consigliò in questo senso:

 

140. «La mia convinzione, Ateniesi, rimane sempre invariata: non cedere di un palmo ai Peloponnesi. Eppure sono consapevole che gli uomini stentano a profondere nella realizzazione pratica della guerra quello stesso ardore che li ispira al dichiararla, poiché adattano i loro sentimenti al variare delle contingenze. Vedo che anche nella attuale occasione è mio dovere impartirvi consigli sostanzialmente identici e pretendo che quanti di voi condividono il mio sentire appoggino in futuro la deliberazione qui presa in comune anche se dovessimo incappare in qualche disfatta o in caso contrario, nell'eventualità cioè di un successo, non usurpino il vanto della sagacia politica. Poiché si può tranquillamente ammettere che il corso degli avvenimenti pieghi con scarti non meno imprevedibili che le intenzioni umane: perciò è nostra abitudine imputare alla fortuna quanto sfugge al controllo delle nostre facoltà logiche. La politica di Sparta ci è sempre stata nettamente ostile: ora più di prima. Il trattato contempla due punti qualificanti: le singole città si accordano sull'arbitrato, come strumento per dirimere le reciproche vertenze; entrambe le parti mantengono i territori attualmente in loro possesso. Ora, a dispetto della nostra offerta, Sparta non accetta l'arbitrato e preferisce cercare nella guerra una soluzione alle controversie, scartando il dibattito. Hanno perfino sostituito le loro consuete lagnanze con dei comandi. Tre ordini per la precisione: levare l'assedio da Potidea, concedere l'autonomia ad Egina, cancellare il decreto su Megara. Con quest'ultima missione ci ingiungono di lasciare l'indipendenza agli altri Greci. Fra voi nessuno pensi che si scenda in guerra per una motivazione futile, nel caso si decida di non abrogare la disposizione su Megara. Insistono continuamente proprio con questo tema: l'abrogazione scongiurerebbe la guerra. Badate a non lasciar sorgere in futuro ed attecchire nel vostro intimo un senso di colpa, come se aveste preso le armi per una causa di lieve importanza. Questo movente così futile impegna in realtà la vostra coerenza politica ad ogni livello, costituendone una prova sicura e definitiva. Cedete, anche di poco, a Sparta: si abbatterà su di voi, senza dubbio, un'imposizione più gravosa, perché si convinceranno laggiù che siete scesi a trattare piegati dalla paura; con un atto di fermezza, avrete posto decisamente in chiaro che con voi i rapporti si istituiscono da pari a pari.

 

141. «Deliberate subito: o accondiscendere, prima di subire qualche colpo, o prendere le armi. Risoluzione che a me pare la più proficua, senza cedere per nessun motivo, grave o futile che sia, e dominando, sciolti da ogni timore, i territori che ora occupiamo. Una rivendicazione di diritto, su qualsiasi oggetto, gravissimo o irrilevante, che sia imposta da un paese fornito di pari potenza e facoltà a un proprio vicino, eludendo la procedura regolare, provoca sempre, inevitabilmente, un medesimo stato d'asservimento. In materia di preparazione militare e di mezzi difensivi a disposizione delle due potenze in causa, state certi, seguendo punto per punto il mio ragionamento, che non ci troveremo inferiori. I Peloponnesi fanno i campagnoli: non possono contare su risorse finanziarie private o pubbliche. Non hanno esperienza di conflitti lunghi o sostenuti al di là del mare. Sono troppo poveri per resistere ad altro che a guerricciole di confine, subito sedate. Simile gente come può essere in grado di armare e equipaggiare navi? Nemmeno campagne terrestri, a breve intervallo di tempo l'una dall'altra, si possono permettere. I contadini non disertano facilmente il loro podere e tanto meno son disposti a pagar le armi di tasca propria. Aggiungete che si vedranno precluse le vie del mare. Le riserve di denaro sono il più fermo sostegno della guerra, non le contribuzioni coatte. Le masse contadine espongono più volentieri la vita in guerra, che il loro denaro: convinti di poter anche scampar vivi dalle mischie, ma per niente sicuri che i loro risparmi non sfumino del tutto prima della pace, specialmente se la guerra si trascina, come per il solito, oltre ogni previsione. In un singolo scontro, Peloponnesi e alleati fronteggerebbero gli altri Greci in blocco: ma non dispongono dei mezzi per condurre una vera guerra, contro un nemico che disciplina la sua potenza bellica con metodi radicalmente diversi. Poiché non sono diretti da una decisione e un comando unitari; di conseguenza, difetta loro la rapidità di esecuzione. Inoltre dispongono tutti di parità nel voto, ma appartengono a stirpi diverse, con interessi quindi divergenti, che ognuno caldeggia: condizione in cui generalmente non si conclude mai nulla. Questi premono, per punire un loro privato nemico; quelli recalcitrano, per non patir danni in casa propria. Nelle loro rare assemblee sbrigano in fretta gli affari comuni; la maggior parte del tempo se ne va nel discutere questioni particolari. Ciascun membro del patto non si rende conto del danno che produce con la sua indifferenza: è convinto che qualche altro provvederà in vece sua. Questo rovinoso pregiudizio, generalmente diffuso, non consente loro di accorgersi che l'interesse comune della coalizione langue e decade.

 

142. «Sarà per lo più la scarsità di capitali a bloccarli, quando perderanno tempo per procurarseli: in guerra invece, le occasioni opportune non consentono indugi. Le loro piazzeforti erette entro i nostri confini e la forza sul mare non preoccupano: quanto alle prime, sarebbe già impresa ardua in tempo di pace armare una città in modo che ci resista, immaginate dunque in terra nemica, tenuto anche conto del fatto che noi disponiamo di fortezze non meno potenti piazzate nel loro territorio. Potranno dislocare una guarnigione: guasterebbero una parte delle nostre campagne, con razzie e incentivi alla diserzione, ma non basterà a impedirci di gettare teste di ponte fortificate sulle loro coste, e di devastarle per rappresaglia con la flotta, la nostra arma più micidiale. Dalla pratica del mare abbiamo accumulato più esperienza noi di guerra terrestre, che loro di tattica navale dai combattimenti di terra. Non sarà facile per loro dominare anche l'arte di battersi con le navi. Perfino voi, che vi allenate ad essa dal tempo delle lotte persiane, non la possedete ancora perfettamente. Come potrebbero distinguersi, in quest'arte difficile, uomini dei campi, non di mare, cui neppure è concesso di esercitarvisi con metodo, sistematicamente bloccati dalle vostre navi numerose? Contro una flotta esigua potrebbero anche arrischiare una offensiva, supplendo alla carenza tecnica con la spavalderia ispirata dalla superiorità di numero; ma contro una squadra potente che li costringa a restare ancorati, dovranno restare inoperosi e la mancanza d'esercizio li ridurrà ancor più maldestri e, di conseguenza, meno pronti ad osare. La marineria è un'arte, più di qualunque altra: non ammette d'esser coltivata per passatempo, quando capita. Esclude piuttosto ogni diversa pratica, che le si voglia svolgere a fianco.

 

143. «Se poi attingono ai tesori di Olimpia e di Delfi nel tentativo di sottrarci le ciurme forestiere, attratte da paghe più consistenti, sarebbe grave che non riuscissimo a contrastarli con successo imbarcandoci noi stessi, con il rinforzo dei meteci, sulle navi da guerra. In realtà un'operazione di questo tipo è alla nostra portata e, elemento ancor più decisivo, disponiamo, tra i nostri concittadini, di piloti e altri membri d'equipaggio più numerosi e preparati che tutto il resto della Grecia. Quando il pericolo sarà imminente, nessuno dei nostri mercenari sceglierà di sua spontanea volontà il rischio di vivere esule dalla propria terra, per schierarsi (sorretto da una speranza di vittoria senza dubbio più fievole) a fianco del nemico con il miraggio di pochi giorni di paga più lauta. Mi pare questa, in sostanza, la situazione del Peloponneso. La nostra invece, immune dalle deficienze che ho additato in quelli, può contare su altri e superiori punti di vantaggio. Se invadono l'Attica con le forze di terra, salperemo contro il loro paese. Risulterà allora ben differente il peso strategico delle nostre azioni, che devasteranno una parte del Peloponneso, e le loro contro l'Attica intera. Poiché il nemico non potrà pacificamente annettersi altro territorio in compenso. Il nostro dominio è sconfinato: si estende sulle isole e sul continente: l'egemonia sul mare è vantaggio incalcolabile. Riflettete infatti: se fossimo isolani, quale popolo sarebbe più invincibile? E anche ora è indispensabile che la nostra condotta di guerra si uniformi il più possibile a questo assunto: abbandoniamo le campagne e le loro case, puntiamo alla difesa della città e al dominio sul mare. Il dolore per la desolazione dei campi non ci induca ad accettare lo scontro aperto con le truppe dei Peloponnesi, più agguerrite. (In caso di vittoria lotteremmo sempre contro un nemico non meno numeroso e una disfatta causerebbe l'abbandono da parte degli alleati, che sono la nostra forza: non si asterranno dalla rivolta, se non potremo marciare contro di loro). Non dovremo aver rimpianto per la rovina della terra e delle case, ma delle vite umane: quei beni non danno vita agli uomini, ma sono gli uomini che creano quei beni. Se ritenessi di potervi convincere, v'ordinerei d'uscir voi stessi a distruggere raccolti e case, per dimostrare al nemico che non vi piegherete mai, per salvare quei possessi.

 

144. «Sono in grado di sostenere la speranza della futura vittoria con molti altri argomenti; a patto che siate disposti a non ampliare il vostro dominio, mentre siete in lotta, e a non affrontare rischi superflui. Mi incute più preoccupazione la possibilità di un nostro passo falso, che l'accortezza strategica del nemico. Ma rimando la spiegazione di questi punti a un altro discorso, quando saremo in piena guerra. Licenziamo ora gli ambasciatori con questa risposta: riapriremo a Megara il mercato e i porti, a patto che anche Sparta non applichi più né ai danni nostri né degli alleati, le norme di legge relative al bando degli stranieri. Poiché nessuno articolo del trattato impedisce espressamente questo o quello. Concederemo l'indipendenza alle città della lega che la possedevano già quando fu stipulato il trattato, ma solo nel caso che anche gli Spartani rendano alle loro genti la facoltà di governarsi con costituzioni politiche che rispecchino le loro libere scelte non che si modellino sulle loro pressioni e a vantaggio di Sparta. Secondo le clausole del trattato, siamo disposti ad affrontare un arbitrato. Non attaccheremo, ma, attaccati, respingeremo il nemico. Questa è l'unica risposta corretta e dignitosa che la città di Atene intende fornire. Bisogna rendersi conto che la lotta è inevitabile. Tanto più veemente sarà il nostro slancio all'inizio tanto meno fieri avversari avremo contro. Dai rischi più gravi rifulge alla città e all'individuo l'onore più splendido. I nostri padri contrastarono i Persiani fino alla vittoria finale: eppure non disponevano di così imponenti risorse. Anzi, si videro obbligati ad abbandonare le loro esigue fortune: ma respinsero lo straniero, fidando più nell'intelligenza che nel caso, nell'indomabile coraggio che nel vigore delle armi E hanno elevato la potenza d'Atene a tali vette! Non dobbiamo mostrarci inferiori, ma respingere l'attacco nemico con ogni forza e cercare di lasciare ai nostri figli l'eredità di un dominio e d'un prestigio intatti.»

 

145. Fu questa la sostanza del discorso di Pericle. Gli Ateniesi, persuasi che le sue direttive fossero le più brillanti per la contingenza politica che attraversavano, le ratificarono con il loro voto. Aderirono al Suo consiglio, modellando la risposta ufficiale agli Spartani sullo spirito complessivo del suo intervento e sulle singole considerazioni che aveva espresse e giustificate. Che cioè non avrebbero dato corso a nessuna delle intimazioni spartane e che erano invece pronti a cercare un accordo secondo il senso dei trattati, su una base di assoluta parità riguardo alle accuse che gravavano su di loro. L'ambasceria fece ritorno in patria: da quel momento non comparvero più in Atene ambasciatori di Sparta.

 

146. Furono questi i motivi di recriminazione e dissenso che vennero alla luce nei rapporti tra le due potenze, prima che si instaurasse lo stato di guerra. La tensione che lo precedette era la conseguenza diretta dei fatti di Epidamno e di Corcira. Le relazioni, però, non si interruppero del tutto in questo periodo: i rapporti erano anzi frequenti e non si ricorreva alla funzione mediatrice degli araldi. Ma la diffidenza tra loro era acuta: poiché quegli eventi significavano l'infrazione dei patti e fornivano motivo per lo scoppio di una guerra.

 

LIBRO II

 

 

 

1. S'inizia ormai da questo punto la storia della guerra tra Ateniesi e Peloponnesi, e i rispettivi alleati. Le relazioni reciproche, di norma, s'intrattenevano in questo periodo esclusivamente per mezzo di araldi: nessuna tregua, da quando si dichiarò e s'impose lo stato di guerra. Il resoconto dei fatti ricalca con esattezza l'ordine del loro succedersi, per estati e inverni.

 

2. La tregua trentennale, conclusa dopo l'occupazione dell'Eubea, resistette in vigore per quattordici anni. Correva il quindicesimo anno, quarantottesimo del sacerdozio di Criside in Argo, mentre era eforo a Sparta Enesio e stava per concludersi (di lì a due mesi) il periodo di arcontato in Atene di Pitidoro, ed erano trascorsi cinque mesi dalla battaglia di Potidea, quando, all'avvento della primavera, un drappello di circa trecento soldati tebani (guidati dai beotarchi Pitangelo, figlio di Filide e Diemporo, figlio di Onetoride) irruppero armati in Platea, città della Beozia alleata d'Atene, nell'ora del sonno più profondo. Avevano trovate le porte della città aperte da quegli stessi uomini di Platea che li avevano chiamati, vale a dire Nauclide e i suoi seguaci. Il movente di costoro era di accrescere il loro personale potere, distruggere la parte politica che li osteggiava, e consegnare Platea alla soggezione tebana. Fungeva da intermediario in questo complotto Eurimaco, figlio di Leontiade, uno dei personaggi tebani più influenti. A Tebe si presagiva lo scoppio del conflitto; desideravano quindi anticipare il colpo di mano su Platea, con cui avevano sempre avuto violenti dissidi, mentre vigeva lo stato di pace e la guerra, ufficialmente, non era ancora divampata. Di qui la facilità con cui sorpresero il nemico, al primo tentativo d'aggressione: non era stata predisposta a Platea la vigilanza notturna. Deposero le armi nella piazza, ma non soddisfecero la pretesa di coloro che li avevano chiamati: di entrare in azione immediatamente e assaltare le case dei loro avversari politici. Progettavano piuttosto, con proclami di tono amichevole e moderato, di indurre a un accordo la città occupata. (L'araldo ingiunse che, se qualcuno era disposto ad allearsi con loro, secondo l'antico costume in vigore presso tutti i Beoti, venisse a deporre le armi nella piazza). Il loro calcolo era d'addurre più agevolmente, con l'impiego di questi metodi, la città dalla loro parte.

 

3. La voce che un corpo tebano s'era acquartierato all'interno delle mura e che aveva occupato a sorpresa la città, serpeggiò in Platea generando il panico. Gli abitanti, nella convinzione che le forze nemiche fossero molto più ingenti (era notte fonda, non riuscivano a scorgerle bene) preferivano accondiscendere a quanto veniva loro intimato. Discussero in questo senso con i Tebani: la calma tornava a stendersi su Platea. Nessun provvedimento ostile era stato finora disposto dagli occupanti. Ma operando queste trattative si resero conto che i militari tebani non erano poi numerosi e che un proprio contrattacco avrebbe avuto un successo facile. La maggior parte dei Plateesi non era disposta a staccarsi da Atene. L'azione parve subito possibile e doverosa: demolendo i muri divisori tra le case si raccoglievano in gruppi, senza dar nell'occhio circolando per le vie. Disponevano di traverso per le strade i carri, da cui avevano sciolto le bestie da traino, perché fungessero da barricate. Ogni altro riparo che sembrasse opportuno, ogni disposizione che le circostanze esigevano, furono posti rapidamente in atto. Procurarono di completare, secondo che era possibile, ogni preparativo prima che spiasse la notte: presero a uscire in armi dalle case contro il nemico al primo luccicare dell'alba. Temevano che il chiaro giorno rendesse il nemico più ardito nel respingere il loro assalto, consentendogli di battersi in condizioni pari. Nell'incerto baluginare tra la notte e l'aurora, li avrebbe colti lo sgomento, la sensazione angosciosa di dover cedere agli assalitori un vantaggio enorme: la conoscenza di ogni strada nella città. Sferrarono l'attacco e la mischia divampò accanita.

 

4. I Tebani compresero d'esser vittime di un raggiro: serrarono le file e riuscirono a respingere le prime offensive, ovunque venissero scagliate. Resistettero a due o tre assalti. In una fase successiva, il clamore degli attaccanti, ingigantito dagli urli altissimi e dalle grida delle donne e dei servi che dai tetti li tempestavano di ciottoli e tegole, la pioggia violenta che aveva flagellato Platea l'intera notte, crearono nelle schiere tebane disperazione e timore. Piegarono, cominciando a disperdersi in fuga per le strade. Quasi nessuno era pratico delle vie per condursi in salvo; ritardati dal fango e smarriti nelle tenebre (era prossima la fine del mese), erano premuti da inseguitori che, invece, conoscevano bene quali punti bloccare per sottrar loro ogni scampo. Fu la fine per molti. Qualcuno di Platea, utilizzando come paletto un'asta di lancia, la adattò al chiavistello della porta da cui avevano fatto irruzione i soldati tebani, l'unica aperta. Anche da questa parte l'uscita era ormai preclusa. Inseguiti per tutta la città, alcuni di loro scalarono le mura slanciandosi nel vuoto verso l'esterno. Si schiantarono quasi tutti. Un gruppo esiguo (l'allarme fu lanciato subito) riuscì a sfuggire per una porta incustodita, sforzando di nascosto il chiavistello con un'ascia, che una donna aveva loro fornito. Gli altri caddero in punti diversi della città, uno per uno. La squadra più nutrita, ancora serrata in formazione da combattimento, s'abbatté di slancio in una grande fabbrica, annessa alle mura, di cui aveva trovato spalancata la porta. Erano certi che alla porta dell'edificio corrispondesse un'apertura verso l'esterno nelle mura. I Plateesi si avvidero subito che gli avversari erano piombati in una trappola: si attardavano dunque a discutere se li dovessero bruciare vivi, lì al momento, incendiando la costruzione o se dovessero riservar loro un trattamento diverso. Infine, i rinchiusi e gli altri superstiti tebani che si aggiravano per le strade si consegnarono ai Plateesi: facessero di loro e delle armi ciò che preferivano. Fu questa la conclusione dei fatti di Platea.

 

5. Il piano prevedeva che il resto delle forze tebane avrebbe dovuto giungere in massa alle mura di Platea, ancora nel cuore della notte, per sostenere gli aggressori nel caso che al tentativo si opponesse qualche ostacolo. La notizia della disfatta li colse mentre ancora marciavano: forzarono l'andatura, per soccorrere in tempo. Dista Platea da Tebe settanta stadi, e la pioggia che s'era abbattuta nella notte aveva rallentato i soldati. L'Asopo s'era gonfiato violento, guadarlo era difficoltoso. Marciando sotto la sferza della tempesta e nel fango, attraversato il fiume con mille stenti, giunsero sul teatro delle operazioni troppo tardi. I loro compagni erano tutti periti, tranne pochi vivi, in ceppi. Ormai a conoscenza dei fatti, i Tebani progettavano di assalire di sorpresa i Plateesi in cui si fossero imbattuti, fuori le mura: s'aggiravano contadini infatti nei campi, con i loro attrezzi, poiché il violento episodio s'era verificato improvviso e in tempo di pace. Intendevano catturare qualche ostaggio, per ottenerne lo scambio con qualcuno dei loro, che fosse prigioniero in città. Mentre ancora elaboravano quest'idea, quelli di Platea sospettavano che il nemico si preparasse ad attuare una simile mossa e, in ansia per i loro ancora fuori città, inviarono un araldo ai Tebani. Fecero notare quanto empia fosse la loro condotta precedente, il colpo di mano sferrato su una città protetta dalla tregua in vigore. Ingiunsero di non danneggiare gli averi e di non toccare i loro uomini, che erano ancora fuori le mura: la rappresaglia si sarebbe abbattuta immediatamente sui commilitoni, ancora vivi, in mano propria. Li avrebbero riconsegnati incolumi, solo a patto che l'esercito tebano sgombrasse senza indugio dal paese. Questa è la versione tebana, con l'aggiunta di un giuramento con cui i Plateesi si sarebbero impegnati. Quella plateese non collima: negano d'aver promesso l'istantanea restituzione dei prigionieri. Avrebbero dovuto prima intervenire le consuete trattative ed eventualmente un accordo. Il giuramento poi non sarebbe mai avvenuto. Comunque i Tebani si ritirarono dal territorio senza infliggere danni: i Plateesi radunarono dentro le mura uomini e averi della campagna, e massacrarono i prigionieri. Erano centottanta. Fra loro si trovava anche Eurimaco, l'intermediario del complotto organizzato dai traditori.

 

6. In seguito a quest'azione inviarono un messo ad Atene e si accordarono con i Tebani per la riconsegna dei cadaveri. In materia di politica interna predisposero le misure che ritenevano più utili per fronteggiare le circostanze attuali. Appena ad Atene si seppe di Platea, tutti i Beoti che si trovavano in Attica furono immediatamente arrestati. Un araldo partì per Platea, con l'ordine di non attuare provvedimenti punitivi contro i cittadini tebani che avevano in pugno. Attendessero le decisioni da Atene. Non si sapeva ancora che erano stati passati per le armi. Il primo messo era uscito da Platea nel preciso istante in cui vi penetravano i Tebani, il successivo quando erano già sopraffatti e prigionieri. Gli Ateniesi ignoravano lo sviluppo della vicenda. Per questo avevano spedito il messo. Costui, al suo arrivo, trovò i Tebani già uccisi. Atene organizzò subito una spedizione armata da inviare in appoggio a Platea. Rifornirono di vettovaglie la città, la affidarono a una guarnigione in armi e recarono con sé, ripartendo, le donne, i piccoli e gli uomini invalidi.

 

7. L'incidente di Platea e la scoperta violazione dei patti inducevano Atene ad accelerare e intensificare la sua preparazione bellica: la guerra sarebbe esplosa presto. Anche Sparta e gli alleati si apprestavano a combattere. Si accingevano all'invio di ambascerie presso il Re ed anche verso altri paesi stranieri. Dovunque speravano gli uni e gli altri di trovare appoggi ed alleanze. Cercavano di annettere alle rispettive coalizioni anche città finora esterne alla loro sfera d'influenza politica. Sparta impose alle città della Sicilia e dell'Italia meridionale, che avevano aderito alla sua causa, di mettere a sua disposizione un certo numero di navi proporzionato alla potenza di ogni singola città. Con la flotta già armata nei suoi porti, Sparta intendeva giungere a cinquecento unità da guerra. Le città dovevano inoltre tener pronta una certa somma. Ma iniziative ostili non venivano prese: nel periodo dei preparativi militari, si accettava nei porti del Peloponneso una sola nave ateniese per volta. Atene andava calcolando il potenziale offensivo degli stati attualmente iscritti alla sua lega e le sue missioni diplomatiche avevano piuttosto per meta le zone ai confini del Peloponneso, cioè Corcira e Cefallenia, l'Acarnania e Zacinto. Era evidente: se riusciva a legarli in stabile amicizia, avrebbe stretto il Peloponneso in un completo cerchio di guerra.

 

8. Disegni e piani d'immenso respiro, su un fronte e su quello avverso: ferveva ovunque lo slancio alla guerra. E non paia singolare: l'inizio di un'opera è sempre, per ogni uomo, motivo di più acceso ed agile entusiasmo. E fioriva in quel tempo gioventù numerosa in Atene, e nel Peloponneso, tutta in fiamme, per la febbre di quest'esperienza non mai prima vissuta: la guerra. L'intera Grecia sospesa in ansia: poiché il conflitto esplodeva tra le due città più potenti. Si annunciavano oracoli numerosi e vari, molte erano le predizioni degli indovini, non solo nelle città che si preparavano a combattere, ma anche nelle altre. Poco prima Delo era stata scossa da un terremoto: fenomeno mai verificatosi nei tempi antecedenti, per quanto indietro potessero i Greci riandare con la memoria. Lo si commentava e interpretava come un segno degli avvenimenti che sarebbero accaduti. Si insisteva ovunque con ricerche e inchieste, per appurare se si fossero verificati altri casi analoghi. Il generale favore degli uomini propendeva più verso Sparta, soprattutto in quanto proclamava che avrebbe reso l'indipendenza alla Grecia. Convergevano a Sparta, in un impeto comune di collaborazione e d'appoggio, le energie di singoli cittadini e di paesi interi, nei confini delle loro facoltà di parola e d'opera. Sentiva ognuno l'impressione febbrile che i preparativi restassero fermi, laddove non fosse lui presente, di persona. Così acuto odio Atene ispirava ai più: chi voleva sciogliersi dal suo dominio, chi temeva di dovervi soggiacere.

 

9. Con questi preparativi e con questi sentimenti in cuore s'erano impegnati a fondo nella guerra, al cui scoppio entrambi i belligeranti disponevano di forze alleate così suddivise. Alleati Spartani: i Peloponnesi a mezzogiorno dell'Istmo, al completo eccetto Argo e gli Achei (costoro intrattenevano rapporti amichevoli con entrambe le parti). Dapprima, degli Achei, entrarono nell'alleanza soltanto quelli di Pallene, in seguito tutti. All'esterno del Peloponneso Megaresi, Beoti, Locri, Focesi, Ambracioti, Leucadi, Anattori. Tra questi contribuivano alla formazione della flotta: Corinzi, Megaresi, Sicionii, Palleni, Elei, Ambracioti, Leucadi. Fornivano contingenti di cavalleria: Beoti, Focesi, Locri. Le altre città mobilitavano le fanterie. Era questa la lega del Peloponneso. Alleati Ateniesi: Chii, Lesbi, Plateesi, Messeni (quelli di Naupatto), la più parte degli Acarnani, Corciresi, Zacinti e le città soggette a tributo tra le seguenti popolazioni: i Cari che abitavano la costa, i Dori limitrofi dei Cari, la Ionia, l'Ellesponto, le zone costiere della Tracia le isole ubicate tra il Peloponneso e Creta verso oriente, le isole Cicladi al completo, tranne Melo e Tera. Fra questi fornivano forze navali i Chii, i Lesbi, i Corciresi: gli altri fanterie e denaro. Erano queste le forze delle contrapposte coalizioni e questi i loro preparativi alla guerra.

 

10. Subito dopo i fatti di Platea, gli Spartani fecero annunciare a tutte le città del Peloponneso e agli alleati esterni di mobilitare un esercito e allestire tutto quanto fosse necessario per una spedizione lontana dalla patria. Poiché intendevano invadere l'Attica. Quando i preparativi furono completati, nel tempo prestabilito due terzi dell'esercito affluirono dalle singole città verso l'Istmo. Adunate tutte le milizie, il re spartano Archidamo, che avrebbe guidato questa spedizione, convocò gli strateghi di tutti gli stati, i personaggi più autorevoli e quelli più degni di considerazione e li esortò con queste parole:

 

11. «Uomini del Peloponneso, alleati! Anche i nostri padri effettuarono numerose spedizioni militari, all'interno del Peloponneso e oltre i suoi confini. Anche i più anziani di noi non ignorano cosa sia una guerra. Ma non ci eravamo mai avanzati fuori dai nostri paesi, forti di armamenti e preparativi bellici più poderosi di quelli attuali. Una città di potenza formidabile costituisce il nostro obiettivo; ma anche le milizie di cui disponiamo non sono meno agguerrite e numerose. Solenne è per noi l'obbligo di far rifulgere un valore degno dei padri e adeguato alla gloria che ci circonda. Poiché ogni terra di Grecia è scossa da un fremito guerriero e vibra, tesa all'azione. Tutti gli sguardi son fissi a noi, colmi di simpatia per la nostra causa, per effetto dell'odio sollevato da Atene, e di speranza che i nostri progetti ottengano completo successo. Potrebbe sorgere in qualcuno l'idea che la nostra potenza numerica sia tanto schiacciante da garantirci con ogni sicurezza che il nemico non ardirà mai provocarci in campo aperto. Sarebbe errore gravissimo! Affievolirebbe la vostra cura nel prepararvi, e la vostra attenzione durante la marcia. Ogni comandante, ogni soldato, da qualunque paese provenga, stia sempre all'erta e sia pronto ad affrontare, ad ogni suo passo in avanti, un improvviso pericolo. Il corso di una guerra è costellato d'imprevisti, e in genere ogni assalto si fa scattare d'impeto, senza riflettere, nel giro di brevissimi istanti. Così si verifica spesso che uno schieramento più debole ma con i nervi tesi da una prudente apprensione, si difenda con efficacia da uno più numeroso, ma colto impreparato, in un momento di distrazione sprezzante. In terra nemica bisogna marciare in armi con lo spirito sveglio e ardito; il momento dell'azione non ci sorprenda mai impreparati perché abbiamo sottovalutato il nemico. È questo il più coraggioso modo d'aggredire l'avversario, e il più sicuro per respingerlo, quando sferra un'offensiva. Noi non dirigiamo certo verso una città inetta a difendersi, ma provvista di un allestimento bellico di prim'ordine e completo. Cosicché deve essere questa la nostra più ferrea convinzione nel partire: che, se non sono usciti in forze a contrastarci, mentre siamo ancora lontani, si batteranno, vedendo le distruzioni e i danni che infliggeremo ai loro poderi, nella loro stessa terra. Tutti, con davanti agli occhi lo spettacolo di una propria improvvisa e inconsueta rovina, si sentono avvampare d'ira esasperata. E chi, preso dallo sconforto, non s'affida al raziocinio, si getta nell'azione con più cieca irruenza. È logico che gli Ateniesi, più di chiunque altro, agiranno come prevedo: essi desiderano dominare gli altri, assalire e mettere a ferro e fuoco la terra altrui più che assistere alla distruzione della propria. Poiché siete in marcia contro una città di tale potenza con l'intento di conquistare la gloria più luminosa, degna degli antenati e di noi stessi, qualunque sia l'indirizzo dei futuri eventi, obbedite a ogni comando dei vostri capi: la disciplina e la solerzia siano per voi le armi migliori, con l'immediata e intelligente esecuzione di ogni ordine. Non si può assistere a una scena più nobile, più confortante di un esercito vasto, uno e concorde, disciplinato da un solo volere.»

 

12. Dopo il suo discorso, Archidamo sciolse l'adunata. Manda subito ad Atene Melesippo, figlio di Diacrito, uno Spartiate, per accertarsi della disponibilità ateniese a un accordo, ora che vedono il nemico già pronto a muovere. Ma Atene non gli aprì le sue porte, né lo ammise alla presenza delle autorità governative. S'era affermata in precedenza l'opinione di Pericle, che non si accettasse nessuna ambasceria mentre gli Spartani erano in armi fuori dai propri territori. Non gli prestarono quindi ascolto e lo licenziarono, con l'ordine di uscire quel giorno stesso dai confini. In avvenire, gli Spartani inviassero pure le loro ambascerie, se lo ritenevano opportuno, ma non prima di essere rientrati con l'esercito in patria. Fecero scortare Melesippo, perché non entrasse in contatto con nessuno. Quando quello giunse al confine e stava per congedarsi pronunciò solo brevi parole: «Questo giorno è il primo di una lunga catena di sciagure per i Greci». Ritornò al campo con la notizia, e Archidamo comprese che gli Ateniesi non avrebbero mai ceduto di un palmo. Fece togliere le tende e mosse verso la terra nemica. I Beoti offrirono ai Peloponnesi il rinforzo di una parte delle loro fanterie e la propria cavalleria. Con le forze restanti aggredirono Platea, devastandone le campagne.

 

13. Mentre ancora i Peloponnesi si andavano concentrando sull'Istmo ed erano in marcia, prima di valicare il confine dell'Attica e invaderla, Pericle, figlio di Santippo, che era stratego in Atene con altri nove colleghi, appena comprese che l'invasione era imminente, fu colto da un dubbio, ripensando che per puro caso, Archidamo era legato a lui da vincoli di ospitalità: che cioè il capo spartano oltrepassasse i suoi poderi e le sue proprietà senza devastarle, sia perché desiderava favorirlo, per l'amicizia personale che esisteva tra loro, sia seguendo un consiglio degli altri Spartani, che in questo modo speravano di attirare su di lui la pubblica diffidenza e il discredito in Atene: tentativo del resto che avevano già messo in opera, con quella loro richiesta di bandire i responsabili del sacrilegio e i loro congiunti. Davanti all'assemblea, Pericle rivelò che Archidamo era stato suo ospite, ma che la città non avrebbe subito danni da questa circostanza. Proclamò anzi che se il nemico avesse rispettato le sue campagne e non avesse raso al suolo le sue case, come quelle altrui, egli le lasciava al popolo: nessun sospetto doveva sorgere sul proprio conto. Aggiunse le esortazioni consuete, sul momento critico che attraversavano: prepararsi alla lotta, trasportare tutto dalla campagna dentro le mura, non battersi in campo aperto, fortificarsi in città e stare vigili alla difesa. Allestire e incrementare la flotta, in cui consisteva la loro forza. Disciplinare con ferma mano le forze alleate: insisteva nel dimostrare che le basi della loro potenza economica affondavano nelle entrate affluenti dalla lega. La guerra si vince principalmente con l'intelligenza e con il denaro. Seicento e più talenti si accumulavano ordinariamente ogni anno nel tesoro di Atene, frutto delle contribuzioni alleate, senza contare le rendite di altra natura: stessero dunque fiduciosi da quel lato. Attualmente, giacevano sull'acropoli seimila talenti d'argento coniato. (Il deposito più elevato era giunto alla cifra di novemilasettecento talenti, da cui si era attinto per provvedere alla fabbrica dei Propilei dell'acropoli, per altre costruzioni e per la campagna di Potidea). Aggiungeva l'oro e l'argento grezzo dei doni votivi, offerte private e pubbliche. Gli arredi sacri usati nelle processioni e nelle gare, il bottino della guerra persiana e altri beni consimili ammontavano a non meno di cinquecento talenti. Risorse poi altrettanto considerevoli erano depositate in altri santuari: ne avrebbero potuto disporre anche se le altre entrate fossero loro del tutto interrotte. Anche gli ori, con cui era ricoperta la stessa Atena costituivano una buona riserva: quaranta talenti di schietto oro, che si poteva togliere tutto. Precisò tuttavia che se l'avessero utilizzato in caso di necessità estrema, lo si sarebbe dovuto restituire in misura non inferiore. Li andava dunque rassicurando con l'elenco delle risorse economiche e finanziarie su cui si poteva contare. Rammentò che erano in armi tredicimila opliti, oltre quelli delle guarnigioni e di sorveglianza sulle mura: vale a dire sedicimila uomini. Poiché era questo il numero degli armati in servizio di guardia sulle mura, all'inizio dell'invasione: contingenti costituiti con cittadini più anziani o troppo giovani, o di opliti reclutati tra i Meteci. Le mura del Falero si estendevano per trentacinque stadi, fino alla cerchia urbana: della cinta stessa la parte protetta misurava quarantatre stadi (una sezione di essa rimaneva infatti sguarnita, precisamente quella tra le lunghe mura, e quella del Falero). Le lunghe mura, che collegavano la città al Pireo, coprivano quaranta stadi, di cui si presidiava solo la parte esterna. L'intera cerchia del Pireo con Munichia misurava sessanta stadi, di cui la metà circa sottoposta a sorveglianza armata. Rendeva noto che si poteva contare su milleduecento cavalieri e arcieri a cavallo, milleseicento arcieri, trecento triremi pronte a scendere in mare. Era questa la potenza militare ateniese, punto per punto non inferiore agli elementi del resoconto fornito da Pericle, quando l'invasione dell'Attica era ormai questione di ore e la guerra praticamente aperta. Pericle concluse con le sue consuete osservazioni intese a dimostrare che le prospettive di una vittoria finale erano luminose e nette per Atene.

 

14. Queste parole riuscirono a convincere gli ascoltatori: incominciarono a condurre al riparo della cinta le donne e i figli dalla campagna, e a trasportarvi ogni altro oggetto, utensile o suppellettile domestica, trascinando con sé perfino le parti in legno delle loro abitazioni. Fecero passare con traghetti le greggi e le altre bestie, da soma e da giogo, in Eubea e nelle altre isole prossime alla costa. Questo trasferirsi improvviso li addolorava: era stata da sempre vita di campagna la loro, nella mentalità e nei costumi.

 

15. Da remotissime epoche s'era radicata questa norma di vita negli Ateniesi, più a fondo che presso le altre genti. Ai tempi di Cecrope e dei primi regnanti fino a Teseo, gli abitatori dell'Attica vivevano in singole borgate sparse, dotata ciascuna di propri pritanei e magistrati. Quando non v'era imminente pericolo, non si radunavano presso il re, per decidere i provvedimenti comuni, ma ogni villaggio si reggeva da sé e, in piena autonomia, deliberava. In rare occasioni taluni di questi piccoli centri si armarono contro il re. Un caso: la rivolta degli Eleusini guidati da Eumolpo, contro Eretteo. Infine fu re Teseo, geniale e potente, che ristrutturò l'ordinamento politico del paese e, abrogati i consigli e le magistrature degli altri nuclei urbani, accentrò e fece gravitare la vita amministrativa e civile dell'intera popolazione su quella che ora è la città, mediante l'istituzione di un consiglio e di un pritaneo unico. Ciascuno lavorava il proprio podere e viveva nel contado, come prima, nelle singole borgate, ma era obbligato a considerarsi appartenente a quest'unica città, che con le contribuzioni di tutti s'elevò a considerevole potenza, e tale fu consegnata da Teseo ai successori. In ricordo di quel fatto, ancor oggi, dopo tanto tempo gli Ateniesi celebrano in onore della Dea, a spese pubbliche, le solennità Sinecie. Nel periodo precedente a questo, di cui ho trattato, si considerava città quella che attualmente è l'acropoli, e soprattutto quella zona d'essa che digrada a meridione. Eccone la prova: sorgono appunto nell'area dell'acropoli il tempio di Atena e altri di diversi dei; quelli edificati oltre la cerchia dell'acropoli, si trovano per lo più in questa fascia meridionale della città. Cito il santuario di Zeus Olimpio, del Pizio, di Gea e di Dioniso delle Paludi, in cui onore si solennizzano, nel dodicesimo giorno del mese di Antesterione le Dionisie più antiche, usanza ancor oggi molto sentita presso gli Ioni, Ateniesi d'origine. Altri antichi santuari erano ubicati in questa parte. La fontana che è denominata ora Enneacruno, per significare la sistemazione e l'aspetto che le hanno adattato i tiranni, ma che in antico, quando le polle sgorgavano libere si chiamava Calliroe, era usata in tempi lontani, per la sua vicinanza, nelle occasioni più solenni: da quei vecchi giorni si è tramandato l'uso di utilizzare ancora quell'acqua per le cerimonie di nozze e altri riti festivi. La circostanza che gli insediamenti urbani si raccoglievano, in epoche remote, sull'acropoli, ha mantenuto in vigore, fino ai giorni nostri, la sua denominazione di «città».

 

16. Non solo quindi gli Ateniesi vissero per un lunghissimo periodo in borgate sparse per il paese e in completa autonomia politica, ma anche dopo l'accentramento in una città unica, per il costume di vita che si era ormai diffuso e imposto, il maggior numero dei cittadini, dalle generazioni passate alle successive, fino allo scoppio di questa guerra, vennero al mondo e abitarono nelle campagne. Non era facile sradicarli con le loro famiglie dal contado, tanto più ora che avevano da poco ricostruito le abitazioni, dopo la rovina del conflitto persiano. Amarezza e dolore li ferivano, nel momento di abbandonare le case, i santuari, che da tempi immemorabili, da quelli in cui vivevano con l'antico ordine politico, avevano rappresentato per loro un bene prezioso, familiare. Anche il mutar vita era un tormento: per ognuno di loro significava in pratica lasciare la propria città.

 

17. Quando entrarono in Atene, pochi disponevano di abitazioni o di ricoveri di fortuna, presso amici o famigliari. Il numero più grande trovò una sistemazione nelle aree non edificate della città, nei santuari, nei recinti sacri degli eroi. Tutti furono adibiti a case, tranne i templi dell'acropoli, l'Eleusino e qualche altro, che risultava troppo saldamente sprangato. Anche il cosiddetto Pelargico, alle prime balze dell'acropoli, fu utilizzato per abitarvi, nella stretta dell'immediato bisogno. Eppure vietavano di abitarlo una maledizione e il verso conclusivo di un oracolo Pitico che suonava così: «È meglio che il Pelargico resti inattivo». mia opinione che l'oracolo si sia adempiuto, ma in un senso contrario a quanto ci si attendeva. Le sciagure presero a tempestare Atene non perché s'infranse la proibizione sacra d'abitar quel luogo, ma la necessità sorta dalla guerra costrinse a quel passo. La guerra, appunto, che il vaticinio non nominava apertamente, ma che sottintendeva, presagendo che quel luogo non sarebbe mai stato abitato nei tempi felici dell'abbondanza. Molti si stabilirono perfino nelle torri della cerchia muraria, così come ciascuno poté. L'area cittadina non poteva contenere tutti quelli che continuavano ad affluire. Alla fine si dovettero occupare anche le lunghe mura, distribuite in lotti, e la parte più ampia del Pireo. Contemporaneamente, ci si volgeva alle attività connesse alla guerra, concentrando le milizie alleate e allestendo cento navi per costeggiare e devastare il Peloponneso. Così si preparava Atene.

 

18. Intanto, il corpo di spedizione dei Peloponnesi s'inoltrava. La prima località dell'Attica investita fu Enoe, che intendevano utilizzare come base per l'invasione. Vi stabilirono il campo: mettevano in opera macchine da guerra e altri dispositivi per assaltare le mura. Enoe, sita ai confini tra l'Attica e la Beozia, era poderosa di fortificazioni e gli Ateniesi se ne servivano come di un baluardo in caso di conflitto. Allestivano i mezzi d'assalto con molta cura e persero un certo tempo in diversi preparativi. Ne sorse un'accusa piuttosto pesante contro Archidamo. Già nella fase preparatoria della guerra, si criticava duramente la sua lentezza e il suo modo troppo blando d'infiammare alla lotta: si sospettava, da parte sua, una certa inclinazione per Atene. Quando l'esercito fu radunato e pronto a muovere, la prolungata sosta sull'Istmo e, finalmente, l'imposizione di un ritmo di marcia troppo rilassato avevano fatto sorgere contro di lui il generale malcontento, inasprito dal ristagno delle operazioni intorno a Enoe. Gli Ateniesi sfruttavano questo intervallo di tempo per trasferirsi in città. I Peloponnesi avevano l'impressione che un'avanzata fulminea avrebbe consentito la cattura e la requisizione di tutto quanto, uomini e cose, era ancora fuori della difesa murale. Ma, per colpa di Archidamo s'era indugiato. I soldati covavano questo risentimento contro Archidamo, durante la sosta. Ma egli non avanzava, attendendo, secondo alcune voci, che gli Ateniesi concedessero almeno la possibilità di trattare, mentre il loro territorio era ancora intatto, e recedessero dal loro atteggiamento inflessibile, prima di assisterne alla rovina.

 

19. Ogni assalto, ogni tentativo posto in atto contro Enoe falliva, mentre gli Ateniesi non accennavano minimamente a parlamentare: decisero allora di muoversi da Enoe, circa ottanta giorni dopo gli eventi di Platea (in cui erano penetrati i Tebani) e nel fior dell'estate, quando matura il grano, invasero l'Attica. Li guidava Archidamo, figlio di Zeussidarno re degli Spartani. Si attendarono e presero a devastare prima Eleusi e la piana Triasia: travolsero un contingente di cavalleria ateniese intorno alla località detta Reiti. Proseguirono l'avanzata, tenendo alla destra il monte Egaleo, attraverso la Cropia e raggiunsero Acarne, il più notevole di quei centri dell'Attica, che hanno nome «demi». Vi si disposero, stabilirono l'accampamento, e si trattennero parecchio tempo devastando la zona circostante.

 

20. Secondo alcune voci, Archidamo avrebbe trattenuto l'esercito presso Acarne, in ordine di combattimento, e non sarebbe calato nella pianura durante questa prima invasione, perché si basava su questo calcolo: Atene era fiorente di gioventù numerosa, preparata alla guerra come mai in occasioni precedenti. Gli Ateniesi si sarebbero infine risolti ad uscire in campo aperto, senza dover vedere distrutto e in fiamme il loro contado. Ma nessuno gli mosse contro, a Eleusi e nella pianura Triasia. Pose quindi il campo ad Acarne, nel tentativo di sfidarli in qualche modo a una sortita. La località risultava adatta a un attendamento. Inoltre, gli Acarnesi costituivano una porzione consistente della città (tremila opliti) e si credeva che non avrebbero assistito inerti allo spettacolo della loro terra in mano nemica, devastata. Certo sarebbero usciti in massa per battersi. Se mentre era in corso quest'offensiva, gli Ateniesi non si fossero schierati a battaglia, avrebbero inflitto con maggior sicurezza i danni alla piana d'Atene, anzi si sarebbero avanzati fin sotto la città stessa. Gli Acarnesi, ormai spogli dei loro averi, non avrebbero avuto in serbo tanto ardimento e slancio da combattere in difesa della terra altrui; serpeggerebbe la discordia negli animi. La sosta di Archidamo intorno alle mura di Acarne traeva motivo da queste considerazioni.

 

21. Finché l'esercito nemico si trattenne nei pressi di Eleusi e della pianura Triasia, gli Ateniesi nutrivano qualche speranza che non spingesse oltre la sua avanzata. Era vivo ancora nella memoria l'episodio di Plistoanatte figlio di Pausania, re di Sparta. Quando diresse l'invasione dell'Attica, quattordici anni prima di questa guerra, si spinse con le truppe dei Peloponnesi fino a Eleusi e Tria, e di lì iniziò la ritirata senza avanzare oltre; (decisione che gli costò l'esilio da Sparta, incolpato di essersi lasciato corrompere per denaro a ritirarsi). Ma ora avevano già davanti agli occhi le schiere nemiche che attaccavano Acarne, a sessanta stadi dalla città. Sentivano di non dover permettere più a lungo questa provocazione. La scena delle campagne distrutte proprio sotto i loro sguardi, li faceva naturalmente fremere di amaro sgomento: era uno spettacolo sconosciuto ai giovani, a cui nemmeno i più anziani avevano mai assistito, tranne che al tempo dell'invasione persiana. A tutti, ma in particolare ai giovani, pareva che si dovesse uscire ad affrontare il nemico e non solo starlo a guardare. Ci si riuniva in crocchi, si confrontavano e discutevano con passione gli opposti pareri: chi proclamava d'uscire a battaglia, chi vi si opponeva. Gli indovini intonavano profezie di tutti i generi, secondo le disposizioni di spirito dei vari ascoltatori. Gli Acarnesi, convinti di rappresentare una parte molto importante della cittadinanza ateniese, caldeggiavano con più fervore l'uscita in campo, poiché era la propria terra che, in quel momento, il nemico metteva a ferro e fuoco. Tutti motivi d'esacerbata irritazione, di cui la città ferveva: il malumore contro Pericle si faceva pesante. Dei suoi moniti precedenti si era estinto perfino il ricordo. Serpeggiava contro di lui, stratego, l'accusa di viltà, poiché non li guidava a contrastare il nemico. E facevano gravare su di lui la responsabilità delle loro attuali sciagure.

 

22. Pericle comprendeva il loro stato di esasperazione, su cui influivano le difficoltà presenti. Ma era certo che non fosse l'umore più adatto: aveva piena fiducia nel suo proposito di non affrontare apertamente il nemico, e quindi non convocava l'assemblea né indiceva qualche altro convegno, nel timore che, riunendosi, il fuoco di un'esaltazione collettiva offuscasse il loro retto giudizio e li incitasse a qualche sconsiderata decisione. Perfezionava i provvedimenti difensivi sulla città, procurando intanto di mantenerla il più possibile quieta. Non tralasciava però d'inviare regolarmente allo scoperto squadre di cavalieri per impedire agli avamposti dello schieramento nemico di piombare sui campi circostanti alla città e di devastarli. Si svolse anche uno scontro di cavallerie, di lieve entità, nei pressi di Frigie. Un drappello di cavalieri ateniesi, rinforzato da Tessali, resistette con discreto successo ai cavalieri beoti, finché in soccorso di questi ultimi, si mossero i loro opliti. Ateniesi e Tessali cedettero lasciando sul terreno pochi dei loro, che raccolsero il giorno stesso, senza bisogno di tregua. Il giorno successivo i Peloponnesi eressero un trofeo. Gli Ateniesi dovevano questo appoggio dei Tessali agli antichi vincoli di alleanza che li stringevano. Si presentarono ad Atene i Larisei, i Farsali, i Peirasi, quelli di Crannon, di Piraso, di Girtone e di Fere. Li comandavano, inviati da Larisa ed eletti dai rispettivi partiti, Polimede e Aristonoo; mandato invece da Farsalo, Menone. Anche gli altri Tessali disponevano di singoli capi: ciascuna città per conto proprio.

 

23. I Peloponnesi, poiché gli Ateniesi non si risolvevano ad affrontarli in battaglia aperta levando il campo da Acarne devastarono alcuni altri demi tra i monti Parnete e Brilesso. Mentre quelli si trattenevano nel paese, gli Ateniesi inviarono a costeggiare il Peloponneso cento navi, che erano venuti allestendo, con mille opliti e quattrocento arcieri: guidava la spedizione Carcino figlio di Senotimo, con Protea figlio di Epicle e con Socrate figlio di Antigene. Con questi mezzi bellici salparono e presero a circumnavigare il Peloponneso. I Peloponnesi invece dopo aver prolungato la permanenza nell'Attica quanto consentivano i rifornimenti, cominciarono a ritirarsi, attraverso il paese dei Beoti seguendo una via diversa da quella dell'invasione. Oltrepassando Oropo, danneggiarono la regione chiamata Graica, dove sono stanziati gli Oropi soggetti ad Atene. Giunti nel Peloponneso, l'esercito si sciolse e i singoli reparti rimpatriarono.

 

24. Quando i Peloponnesi si ritirarono, gli Ateniesi istallarono postazioni difensive terrestri e sul mare in quei punti che intendevano mantenere sotto costante controllo militare, finché durasse il conflitto. Decisero di prelevare dalle riserve auree dell'acropoli mille talenti, per costituire un fondo separato intoccabile. Avrebbero attinto dal resto per le spese di guerra. Decretarono la pena di morte per chi esprimesse o mettesse ai voti la proposta d'impiegare quella somma per altri scopi dall'unico consentito, cioè l'urgenza di una difesa estrema, nel caso di un assalto nemico alla città con l'armata navale. Stabilirono inoltre di assegnare alla riserva ogni anno le cento migliori triremi con i trierarchi, vietando assolutamente di usarle, come i denari, se non per necessità, nel caso cioè di quel medesimo frangente.

 

25. Gli Ateniesi impegnati con le cento triremi nelle acque del Peloponneso, con l'appoggio dei Corciresi accorsi con cinquanta navi, e di alcuni altri alleati di quelle parti devastarono numerose regioni della costa. Tra l'altro sbarcarono a Metone, centro della Laconia, e ne assaltarono la cinta di mura, assai precarie sprovvista di guarnigioni difensive. Si trovava ad operare in quei luoghi al comando di un presidio, Brasida, figlio di Tellide, cittadino di Sparta. Quando lo colse la notizia mosse alla difesa del borgo con cento opliti attraversando di corsa l'esercito ateniese, parte disperso per la regione, parte intento ad assalire le mura, irrompe in Metone. Subisce perdite esigue in questa precipitosa azione e riesce a salvare la città. Un gesto ardito che gli valse il primo elogio pubblico tributato in questa guerra a Sparta. Gli Ateniesi salparono, proseguendo la loro opera di distruzione lungo la costa. Approdarono a Fia, in Elide, e ne devastarono il paese per due giorni, finché vinsero in uno scontro trecento soldati scelti provenienti dall'Elide Cava e un nutrito contingente di Elei delle zone vicine. Ma, alzatosi un vento impetuoso e non trovando riparo alla burrasca in quel tratto di spiaggia senza insenature, i più balzarono sulle navi e superarono costeggiando il promontorio chiamato «Pesce», ricoverandosi nel porto di Fia. Nel frattempo i Messeni e pochi altri, cui non era riuscito d'imbarcarsi, arrivano a Fia, seguendo la strada di terra, e l'occupano. Poco dopo, le navi che avevano doppiato il promontorio si fermano a raccoglierli. Salpano infine da Fia, verso il mare aperto, quando era già comparso a soccorrere un notevole gruppo di Elei in armi. Sfilando lungo la costa e di tanto in tanto, approdando in diverse località, vi seminavano rovina e desolazione.

 

26. Nello stesso periodo gli Ateniesi dislocarono nel mare della Locride trenta navi, con l'intento anche di tutelare l'Eubea. Le dirigeva Cleopompo figlio di Clinia. Attuando alcuni sbarchi, devastò certi paesi costieri e prese Tronio, esigendone ostaggi. In uno scontro, ad Alope, sbaragliò i Locri, accorsi in forze.

 

27. In questa stessa estate gli Ateniesi scacciarono da Egina gli abitanti, con i loro figli e le donne, incolpandoli d'essere stati una delle cause fondamentali della guerra. Un secondo motivo era la prossimità di Egina al Peloponneso e la maggior sicurezza che derivava dall'occupazione dell'isola per opera di propri coloni. E ne inviarono infatti ad Egina, non molto tempo dopo. Ai profughi egineti gli Spartani destinarono Tirea e il suo contado per vivere e lavorarci: per la guerra in corso contro Atene e per il fatto che Egina si era resa benemerita nei loro riguardi, al tempo del terremoto e dell'insurrezione degli Iloti. La regione di Tirea si estende tra i confini dell'Argolide e della Laconia e possiede uno sbocco sul mare. Parte degli Egineti si stanziò in quei luoghi, altri si dispersero nei diversi paesi della Grecia.

 

28. Era la stessa estate quando, al novilunio, la sola epoca in cui questo fenomeno pare possibile, il sole dopo il mezzogiorno si eclissò: sparve fino a sembrare un arco di luna, scintillò qualche stella. Poi riprese a sfolgorare, pieno.

 

29. In quella medesima estate Ninfodoro, figlio di Piteo, cittadino di Abdera, molto influente presso Sitalce che ne teneva in moglie la sorella, ricevette la prossenia dagli Ateniesi che prima lo consideravano nemico, e l'invito a recarsi nella loro città: volevano, con questo espediente, procurarsi l'alleanza di Sitalce, figlio di Tere, re dei Traci. Il suddetto Tere, padre di Sitalce fondò per primo il grande regno degli Odrisi, che si estende sulla maggior parte della restante Tracia: un'ampia zona di questo paese gode ancora l'autonomia. E questo Tere non ha la minima relazione con quel Tereo che ebbe in moglie Procne, la figlia di Pandione da Atene. Anzi, non appartengono neppure alla stessa Tracia, ma l'uno, Tereo, abitava nella Daulia, nel paese attualmente denominato Focide, dimora un tempo di Traci; e proprio in questa terra le donne compirono lo scempio di Iti (perciò numerosi poeti alludendo all'usignolo, lo chiamano l'uccello di Daulia). Ed è logico: Pandione, con il matrimonio della figlia, avrebbe allacciato una parentela con genti vicine, con lo scopo di assicurare un vicendevole sostegno, piuttosto che cercarlo tra gli Odrisi, a tante tappe di marcia. Tere invece, che nemmeno possiede lo stesso nome, fu il primo a imporre il suo dominio regale sugli Odrisi. All'alleanza appunto di suo figlio Sitalce aspiravano gli Ateniesi, per sottomettersi definitivamente le città della Tracia, e Perdicca. Al suo arrivo in Atene, Nifodoro funse da mediatore e ottenne l'alleanza con Sitalce, e la cittadinanza ateniese per il figlio di lui Sadoco. Si impegnò a porre termine alle operazioni militari nel settore della Tracia persuadendo Sitalce a mettere a disposizione degli Ateniesi truppe trace di peltasti e a cavallo. Procurò ad Atene la riconciliazione con Perdicca, persuadendola a riconsegnare Terma. Perdicca iniziò la sua collaborazione alle forze ateniesi che, sotto il comando di Formione, conducevano la campagna contro Calcide. Si stipulò in questo modo l'alleanza degli Ateniesi con Sitalce, figlio di Tere, re dei Traci e con Perdicca, figlio di Alessandro, re dei Macedoni.

 

30. Gli Ateniesi che, a bordo delle cento navi, proseguivano la crociera lungo le coste del Peloponneso, occuparono Sollio, una piazzaforte corinzia consegnandola subito dopo, nucleo cittadino e contado, ai Palerei, senza ammettervi gli altri Acarnani. Presero a forza anche Astaco, di cui era tiranno Evarco, che espulsero, comprendendo il paese nella lega degli alleati. Fecero rotta poi su Cefallenia: un'isola la cui sottomissione non richiese combattimenti. Cefallenia è sita tra l'Acarnania e Leucade e comprende quattro città, in unione tra loro, Pale, Crani, Sameo e Pronneo. Non passò molto e le navi ateniesi rimpatriarono.

 

31. Nell'autunno successivo a queste operazioni estive gli Ateniesi in massa, cittadini e meteci, irruppero nella Megaride, sotto il comando di Pericle, figlio di Santippo. Gli Ateniesi in missione con le cento navi nelle acque del Peloponneso (trovandosi ormai all'altezza di Egina sulla rotta del rientro) venuti a sapere che i loro concittadini, con le forze al completo, procedevano all'invasione della Megaride, presero quella direzione e si unirono ai loro. Si concentrò allora il più imponente schieramento di truppe mai posto in campo da Atene, quando la città fioriva e la pestilenza non l'aveva ancora spopolata. Diecimila cittadini Ateniesi, non meno servivano come opliti (altri tremila agivano a Potidea) come i tremila meteci che prendevano parte alla spedizione. S'aggiungeva la massa, piuttosto considerevole, delle truppe leggere. Devastarono un ampio tratto della regione e si ritirarono. Si susseguirono poi, di anno in anno, altre invasioni ateniesi della Megaride, con la cavalleria e con l'esercito al completo, fin quando occuparono Nisea.

 

32. Tramontava questa stessa estate quando Atalante, un'isola fino ad allora disabitata nelle acque della Locride Opunzia, fu cinta di mura dagli Ateniesi e adibita a fortilizio: intendevano impedire ai pirati di muovere dalle loro basi, Opunto e altre località della Locride, per taglieggiare l'Eubea. Furono queste le campagne di quell'estate, dopo che le forze del Peloponneso effettuarono la ritirata dall'Attica.

 

33. L'inverno seguente, l'acarnano Evarco che bramava il ritorno ad Astaco, induce i Corinzi a ricondurlo in patria con una spedizione di quaranta navi e millecinquecento opliti, a rinforzare i quali egli stesso aveva assoldato milizie mercenarie. Comandavano l'esercito Eufamide figlio di Aristonimo, Timosseno figlio di Timocrate ed Eumaco figlio di Criside. Presero il mare e lo ricondussero in patria. Cercarono anche di impossessarsi di qualche piazzaforte dell'Acarnania, presso il mare: tentativi falliti, che li convinsero a rientrare. Sulla via del ritorno, lungo la costa, approdarono a Cefallenia, effettuando uno sbarco sul territorio dei Crani, dove raggirati dagli abitanti con una specie di accordo, persero alcuni dei loro soldati in un'improvvisa aggressione dei Crani. Montarono sulle navi con un tempestoso serra serra e, guadagnato il mare aperto, raggiunsero la patria.

 

34. Nel corso dello stesso inverno gli Ateniesi, rispettando la tradizione antica compirono, a spese dello stato, le esequie solenni sui caduti del primo anno di guerra. Il luttuoso ufficio si svolge come segue. Le ossa dei defunti restano esposte in una tenda, eretta a questo scopo tre giorni avanti. Ogni cittadino reca al proprio famigliare caduto la offerta che ha scelto. Al momento della processione funebre, compaiono dei carri con alcune bare di cipresso, una per ogni tribù. Vi riposano i resti di coloro che appartenevano a quella data tribù. Un solo feretro vien fatto avanzare vuoto velato da un drappo: è dedicato agli scomparsi, quanti cioè non furono ritrovati e raccolti. Partecipa al corteo chiunque vuole, cittadino o straniero; davanti al luogo destinato alla sepoltura si raccolgono le donne, parenti dei caduti, per il lamento rituale. Depongono le bare nel sepolcro pubblico, nel sobborgo più bello della città, in cui giacciono sepolti tutti i morti di ogni guerra eccettuati quelli scomparsi combattendo a Maratona: il loro atto di valore, ritenuto il più splendido, fu compensato con l'erezione della tomba nel punto stesso in cui rifulse. Conclusa la cerimonia dell'inumazione, un cittadino scelto dal popolo, cui si riconosce chiaro e alto intelletto e prestigio che si elevi su tutti, pronuncia in loro onore un discorso di esaltazione, come si conviene: dopo, si allontanano. Così celebrano le esequie. Fin quando infuriò la guerra ogni volta che se ne presentò il caso, gli Ateniesi si attennero a questo costume. In onore di questi primi caduti fu eletto a parlare Pericle, figlio di Santippo. Venne il momento, e quello dal sepolcro salì su un palco, molto elevato, perché la sua voce echeggiasse alla maggiore distanza, sulla folla che lo circondava. Fu questo il suo discorso:

 

35. «Le parole di molti, che mi hanno preceduto su questo palco, suonano a lode di chi volle concluso il rito funebre col fregio di questo discorso celebrativo: appare nobile offrirlo al pubblico ascolto, qui, dinanzi alle vittime della guerra, presso il loro sepolcro. Pure, io avrei considerato degno, per uomini che nell'azione fecero brillare il loro ardimento, d'illustrarne con atti di culto il valore, quali appunto davanti ai vostri occhi la gratitudine pubblica ha solennemente officiato in occasione di questa sepoltura. La fede nei meriti di un gruppo numeroso d'uomini non dovrebbe dipendere dall'eloquenza più o meno abile di uno solo. Poiché gli accenti di un discorso pronunciato in questa circostanza, in cui tanto fluida e varia è nel pubblico attento l'impressione della verità, devono vibrare in misurato equilibrio. Delicata e ardua fatica, se si pensa che l'ascoltatore informato e ben disposto tende a considerare l'esposizione inferiore alle sue aspettative e conoscenze, mentre chi non è al corrente propende ad avvertirvi un tono esagerato. Lo morde l'invidia, se ode di gesta che superano la sua natura. Le parole proclamate in plauso d'altri paiono tollerabili fino al punto in cui ciascuno si sente in grado di operare lui stesso le azioni lodate: oltre, s'avventa l'invidia e non si presta più fede. Ma gli antichi giudicarono decoroso questo costume: è mio dovere pertanto aderire all'uso, tentando di cogliere al massimo nel segno dei vostri voti e delle vostre attese.

 

36. «E comincerò dagli antenati: è giusto, e in pieno accordo, con la circostanza presente, che si tributi ad essi l'onore del ricordo. Questo paese fu l'immutata dimora, nella vicenda di generazioni infinite, dello stesso popolo, il cui coraggio l'ha trasmesso a noi libero. Sia lode a loro: ma ancor più viva ai nostri padri che a prezzo di fatiche e rischi ampliarono l'originale ereditario dominio fino ai limiti d'oggi, e tale lo lasciarono a noi. Fummo noi, uomini ora nel fiore dell'età matura, ad annettervi i successivi ingrandimenti. E dotammo la città di ogni servizio, utile a renderla del tutto bastante a sé, nella guerra come in tempo di pace. Le loro gesta di lotta non dirò, da cui provenne ogni possesso, né il prode vigore con cui i padri e noi stessi ricacciammo gli assalti di stranieri e di genti greche: non voglio spender troppe parole con chi già sa. Ma illustrerò, per poi volgermi all'esaltazione di questi morti, i principi di vita che ci hanno diretti a tanta potenza, e la costituzione e i costumi civili in virtù dei quali s'è potuta estendere e consolidare. Poiché non solo stimo opportuno in questo momento ripercorrere quei temi, ma anche utile per la folla qui riunita dei concittadini e dei forestieri porgervi ascolto.

 

37. «Il nostro ordine politico non si modella sulle costituzioni straniere. Siamo noi d'esempio ad altri, piuttosto che imitatori. E il nome che gli conviene è democrazia, governo nel pugno non di pochi, ma della cerchia più ampia di cittadini: vige anzi per tutti, da una parte, di fronte alle leggi, l'assoluta equità di diritti nelle vicende dell'esistenza privata; ma dall'altra si costituisce una scala di valori fondata sulla stima che ciascuno sa suscitarsi intorno, per cui, eccellendo in un determinato campo, può conseguire un incarico pubblico, in virtù delle sue capacità reali, più che nell'appartenenza a questa o a quella fazione politica. Di contro, se si considera il caso di un cittadino povero, ma capace di operare un ufficio utile allo Stato, non gli sarà d'impedimento la modestia della sua condizione. Nella nostra città, non solo le relazioni pubbliche s'intessono in libertà e scioltezza, ma anche riguardo a quel clima di guardinga, ombrosa diffidenza che di solito impronta i comuni e quotidiani rapporti, non si va in collera con il vicino, se fa un gesto un po' a suo talento, e non lo si annoia con visi duri, sguardi lividi, che senza voler esser un castigo, riescono pur sempre molesti. La tollerante urbanità che ispira i contatti tra persona e persona diviene, nella sfera della vita pubblica, condotta di rigorosa aderenza alle norme civili dettata da un profondo, devoto rispetto: seguiamo le autorità di volta in volta al governo, ma principalmente le leggi e più tra esse quante tutelano le vittime dell'ingiustizia e quelle che, sebbene non scritte, sanciscono per chi le oltraggia un'indiscutibile condanna: il disonore.

 

38. «Non solo, ma anche abbiamo creato per lo spirito occasioni numerose di svago dai quotidiani sacrifici, istituendo giochi e solennità religiose in tutto l'arco dell'anno, arredando con eleganza le nostre abitazioni, il cui quotidiano godimento fa svanire, giorno per giorno, ogni tetro pensiero. Da tutte le contrade del mondo, l'importanza della nostra città richiama prodotti d'ogni specie, onde ci sorride la fortuna di poter cogliere i frutti del nostro suolo, e ritrovarvi gioiosamente un gusto non più familiare e intimo di quelli che affluiscono da paesi lontani.

 

39. «Ecco le differenze tra i nostri metodi di preparazione alla guerra e gli avversari. La città accoglie tutti, senza provvedimenti d'espulsione per segregare i forestieri da qualche nostro segreto, morale o materiale, che diffuso e caduto sotto gli occhi di un eventuale nemico lo potrebbe gratificare d'un vantaggio. La nostra fiducia rampolla dall'ardimento che sappiamo esprimere nell'azione, più che nella forza di perfetti e astuti preparativi. Nel campo educativo, i nostri avversari si studiano con pesanti esercizi, fin dalla prima età, di conseguire il coraggio; mentre da noi la vita sciolta e indipendente ci permette non meno di affrontare ad armi pari qualunque lotta. Lo dimostro: mentre gli Spartani non procedono da soli all'invasione della nostra terra, ma convocano la loro lega al completo, noi quando attacchiamo un nemico esterno, lo superiamo senza produrre uno straordinario sforzo, pur combattendo in terra forestiera e contro uomini che difendono le loro proprietà. Inoltre, nessun nemico si è mai trovato di fronte le nostre forze armate al completo: poiché badiamo a man tenere in efficienza una flotta da guerra e contemporaneamente a dirigere su svariati bersagli nemici, per via di terra, molti nostri eserciti. Se si accende uno scontro con un nostro reparto e questi pochi cedono, si conclama la nostra totale disfatta. Ma se resistono, allora la vittoria è opera di tutte le nostre forze unite. Eppure, se ci disponiamo a contrastare i pericoli, agili di spensierato abbandono più che gravi di esercizi e fatiche, forti di un ardire sorgivo libero frutto dei nostri principi vitali più che di leggi né nasce per noi il guadagno di non piegarci in anticipo allo sgomento dei sacrifici futuri e, nel fuoco dell'impegno, di non mostrarci meno valorosi di coloro la cui esistenza è un tormentoso susseguirsi di prove. Per questi e per molti altri diversi motivi la nostra è una città degna di meraviglia. |[continua]|

 

|[LIBRO II, 2]|

 

 

40. «Amiamo la bellezza, ma con limpido equilibrio coltiviamo il pensiero, ma senza languori. Investiamo l'oro in imprese attive, senza futili vanti. Non è vergogna, da noi, rivelare la propria povertà: piuttosto non saperla vincere, operando. In ogni cittadino non si distingue la cura degli affari politici da quella dei domestici e privati problemi, ed è viva in tutti la capacità di adempiere egregiamente agli incarichi pubblici, qualunque sia per natura la consueta mansione. Poiché unici al mondo non valutiamo tranquillo un individuo in quanto si astiene da quelle attività, ma superfluo. Siamo noi stessi a prendere direttamente le decisioni o almeno a ragionare come si conviene sulle circostanze politiche: non riteniamo nocivo il discutere all'agire, ma il non rendere alla luce, attraverso il dibattito, tutti i particolari possibili di un'operazione, prima di intraprenderla. Anche in questo si nota la differenza tra noi e i nemici: le nostre direttive s'ispirano all'audacia più temeraria, temperata dalla più responsabile riflessione. Dove per gli altri l'osare è incoscienza, il ponderare impaccio. Saldissimi di cuore si giudicherebbero in modo retto coloro che penetrano nitidamente e distinguono le difficoltà e i diletti della vita, ma non per questo volgono le spalle di fronte ai pericoli. Per noi la nobiltà di spirito riveste un senso opposto all'interpretazione corrente: ci procuriamo le amicizie operando, non ricevendo benefici. L'autore di un beneficio mantiene più ferma la sua amicizia, in modo da custodire, come un pegno, la gratitudine, colma di simpatia del beneficato: chi rende un favore è più tiepido, poiché comprende che il suo ricambiare non è uno spontaneo atto di benevolenza, ma un debito assoluto. E soli offriamo altrui il nostro aiuto, non ponderando l'utile che ne potremo trarre, ma spinti dalla franca fiducia nel nostro spirito libero.

 

41. «Dirò, in breve, che la città nostra è, nel suo complesso, una viva scuola per la Grecia. Non solo, ma in particolare mi sembra che ogni cittadino, educato alla nostra scuola, acquisti una personalità completa, agile all'esercizio degli impegni più diversi, con elegante disinvoltura. Non è questo puro splendore di parole, degno dell'occasione attuale, ma effettiva realtà. Lo mostra la potenza della nostra città, acquisto di tali metodi di vita. Unica infatti, nel nostro secolo, risulta nella prova superiore alla sua fama e sola non offre al nemico che l'assale motivo d'amaro sdegno per la bassa natura di quelli da cui è vinto e afflitto, e di disgusto ai sudditi, come se servissero una gente indegna. Non solo i contemporanei, ma più i posteri ci ammireranno, come autori di una potenza che ha lasciato profonde tracce nel mondo e ricche testimonianze. Non ci è indispensabile il canto celebrativo di un Omero o di qualunque poeta che ci diletti di lusinghe, al presente, con i suoi versi, mentre la verità s'incarica di smascherare l'esagerata lode dei fatti compiuti. Abbiamo piegato ogni mare, ogni terra a schiudere i suoi sentieri ai nostri passi impavidi, abbiamo elevato in ogni contrada i monumenti magnifici, perenni, delle nostre disfatte e dei nostri trionfi. Per tale città caddero lottando questi morti, nobilmente saldi a non lasciarsela rapire: è doveroso che ognuno dei vivi sia pronto per lei a soffrire lo stesso sacrificio.

 

42. «Per questo ho intessuto il mio discorso a magnificare la città, non solo per spiegare che nella nostra lotta difendiamo un valore diverso da quelli che nulla possiedono di tanto prezioso, ma anche perché il mio elogio di questi prodi rifulga su salde basi. Elogio di cui ho già esposto la parte maggiore. I pregi, solennemente celebrati d'Atene, sono opera di quei valorosi e d'uomini simili. Non sono molti in Grecia, le cui imprese siano pari alla fama: come accadde per questi. E mi pare che un simile genere di morte, quella che si offre ora ai nostri sguardi, riveli appieno il valore di un uomo: ne costituisce il primo segno e insieme la testimonianza estrema. Poiché è giusto porre in rilievo il coraggio dimostrato da costoro che, pur manchevoli, umanamente, in qualche aspetto, lottarono contro il nemico, difendendo la patria: con un gesto intrepido cancellarono le ombre che offuscavano la loro vita e il loro pubblico merito è più profondo delle irregolarità privatamente commesse. Nessuno tra essi preferì godere oltre dei suoi averi o si lasciò sedurre dalla speranza di potere un giorno, fattosi ricco, sfuggire la povertà: nessuno fu vile per questo, né arretrò davanti al rischio estremo. Più li attrasse la vendetta sull'avversario e il pensiero che il proprio era il più nobile cimento: e vollero in esso punire il nemico e aspirare insieme a quei beni. Confidarono alla speranza l'incertezza della vittoria, ma nel vivo dell'azione, di fronte a una realtà ormai tangibile, preferirono contare unicamente su se stessi. Ritennero miglior destino combattere e morire che ripiegare e salvarsi. Sfuggirono l'onta della viltà, ressero a prezzo della vita lo sforzo e nell'attimo folgorante che corona il destino, al culmine di un lucido eroismo, più che d'uno smarrito sgomento, trapassarono.

 

43. «Così furono degni d'Atene: voi, continuate pure la vita nell'augurio fidente di non esporla a così mortali pericoli, ma risoluti a non opporvi al nemico con più tiepido ardimento. Vantaggiosa condotta: ma che non divenga puro oggetto d'intellettuale riflessione, accesa in voi da chi potrebbe a lungo magnificarvela, esaltando la nobile necessità di difendervi, senza che voi imparaste qualcosa di nuovo. Più dovete esplorare con occhi d'amanti il crescere in concreta potenza, giorno dopo giorno, della nostra città, e ardere di lei. E quando vi sarete convinti della sua grandezza, considerare in voi che ne furono autori uomini audaci, pronti d'intelletto nelle necessità della vita, onesti, che se a volte fallirono nei loro progetti, mai almeno furono disposti a defraudare la patria del proprio valore, porgendolo a lei come il più ricco tributo. Poiché la comune salvezza richiese loro la vita: ma ciascuno d'essi n'ebbe in prezzo gloria eterna e il più insigne sepolcro non questo in cui posano, ma l'immortale memoria del mondo, in cui sopravvive e brilla, sempre risorgendo in ogni occasione di parola e d'opera, la loro fama. L'intera terra è sepolcro agli uomini illustri, ed il ricordo aleggia non solo sulle iscritte lastre tombali, in patria, ma anche in stranieri paesi la memoria non scritta dello spirito ne è più salda custode, in ogni uomo, di un monumento. Prendeteli a modello: considerate che la felicità è essere liberi, che la libertà è l'impavido coraggio. Non volgete atterriti lo sguardo ai sacrifici della guerra. Una vita desolata e vile, senza speranza d'elevazione, non può offrire, a chi la conduce, motivo d'esporla a rischi mortali; ben ne hanno, invece, coloro cui il futuro può ancora riservare un mutamento di condizione e cui la sconfitta procurerebbe un destino tormentosamente diverso dall'attuale. Poiché è più dolente amarezza, almeno per un uomo che possieda spirito fiero, piegarsi umile all'accettazione di una squallida sorte che accogliere, nell'espressione virile della propria forza e nella luce di una speranza comune, l'indistinto, leggero passaggio della morte.

 

44. «Perciò non mi soffermo al compianto di voi, padri qui riuniti di questi caduti: piuttosto vi conforterò. Sapete tutti che l'esistenza è intessuta di varie sciagure. La preferibile fortuna per gli uomini è, come per questi, un nobilissimo morire, o come per voi, un purissimo soffrire. Felici anche coloro cui la misura della vita fu colma in un'ora di letizia. Comprendo quanto sia difficile convincervi di questa realtà. Quante volte la felicità altrui, di cui voi pure esultaste un tempo, farà rinascere il ricordo di chi avete perduto. Lo struggimento sgorga non dalla privazione di sconosciute fortune, ma quando v'è strappata una gioia resa soave dall'abitudine. A chi l'età consente altri figli stia saldo nel suo dolore e coltivi la speranza di affetti futuri, che faranno lieti i focolari, cancellando a poco poco lo strazio presente, e arrecheranno alla città un duplice vantaggio: non s'estinguerà il suo popolo e vivrà sicura. Poiché coloro che non si espongono ai rischi implicandovi, come gli altri, i propri figli, non possono esprimere deliberazioni misurate ed eque. Chi è avanti negli anni consideri un personale guadagno questo fortunato e più esteso tratto di vita. Pensate all'esiguità di quello che vi rimane, e vi conforti il pensiero di costoro, di come rifulga la loro gloria. Poiché l'amore di gloria è il solo sentimento che l'invecchiare non intacchi e sulle soglie estreme di una lunga vita non vige, come affermano pochi, la seduzione del lucro, ma dell'essere onorati.

 

45. «Per i loro figli qui raccolti e per i fratelli prevedo un'ardua gara (si è soliti infatti lodare chi non è più in vita): anche se compirete gesta d'esaltante valore, conquisterete a gran fatica, nella generale considerazione, un livello forse lievemente inferiore al loro, pari giammai. In un paragone tra viventi, un sentimento di gelosia s'insinua sempre nel giudicare un antagonista. Ma a chi non è più tra i vivi compete il tributo affettuoso d'un apprezzamento puro da gelosa avversione. Se occorre un ricordo anche della virtù femminile, di quelle che rimarranno ora vedove, lo esprimerò in un monito brevissimo. Onore grande è per voi non risultare inferiori alla vostra natura di donne, ottenere che il vostro nome, in biasimo o in lode, corra il meno possibile sulle labbra degli uomini.

 

46. «Ho dunque offerto, con il mio discorso, esponendo i pensieri che ritenevo degni, il tributo di parole che la legge prescrive a questi caduti: mentre le loro esequie ufficiali sono state in pratica celebrate, da questo istante lo stato sosterrà pubblicamente le spese per mantenere ed educare i loro figli fino all'età virile. Questa è l'utile corona che la città assegna come premio dopo tali cimenti, a questi che qui posano, e a quanti rimangono a vivere. Lo stato che propone al valore così eletti allori, godrà sempre dei cittadini più degni. Piangete ora ciascuno il vostro caro, e andate.»

 

47. Così si celebrarono le esequie in questo inverno con cui si concludeva il primo anno di guerra. All'apparire dell'estate, Peloponnesi e alleati con un corpo di spedizione pari a due terzi delle milizie, come l'anno precedente, irruppero nell'Attica (li dirigeva Archidamo, figlio di Zeussidamo, re di Sparta), vi si istallarono e si davano a devastarne il territorio. Si trovavano in Attica da non molti giorni, quando prese a serpeggiare in Atene l'epidemia: anche in precedenti circostanze s'era diffusa la voce, ora qui ora là, che l'epidemia fosse esplosa, a Lemno, per esempio, e in altre località. Ma nessuna tradizione serba memoria, in nessun luogo, di un così selvaggio male e di una messe tanto ampia di morti. I medici nulla potevano, per fronteggiare questo morbo ignoto, che tentavano di curare per la prima volta. Ne erano anzi le vittime più frequenti, poiché con maggiore facilità si trovavano esposti ai contatti con i malati. Ogni altra scienza o arte umana non poteva lottare contro il contagio. Le suppliche rivolte agli altari, il ricorso agli oracoli e ad altri simili rimedi riuscirono completamente inefficaci: desistettero infine da ogni tentativo e giacquero, soverchiati dal male.

 

48. A quanto si dice, comparve per la prima volta in Etiopia al di là dell'Egitto, calò poi nell'Egitto e in Libia e si diffuse in quasi tutti i domini del re. Su Atene si abbatté fulmineo, attaccando per primi gli abitanti del Pireo. Cosicché si mormorava che ne sarebbero stati colpevoli i Peloponnesi, con l'inquinare le cisterne d'acqua piovana mediante veleno: s'era ancora sprovvisti d'acqua di fonte, laggiù al Pireo. Ma il contagio non tardò troppo a dilagare nella città alta, e il numero dei decessi ad ampliarsi, con una progressione sempre più irrefrenabile. Ora chiunque, esperto o profano di scienza medica, può esprimere quanto ha appreso e pensa sull'epidemia: dove si possa verosimilmente individuare il focolaio infettivo originario e quali fattori siano sufficienti a far degenerare con così grave e funesta cadenza la situazione. Per parte mia, esporrò gli aspetti in cui si manifestava, enumerandone i segni caratteristici, il cui studio riuscirà utile, nel caso che il flagello infierisca in futuro, a riconoscerlo in qualche modo, confrontando i sintomi precedentemente appurati. La mia relazione si fonda su personali esperienze: ho sofferto la malattia e ne ho osservato in altri il decorso.

 

49. Quell'anno, a giudizio di tutti, era trascorso completamente immune da altre forme di malattia. E se qualcuno aveva contratto in precedenza un morbo, questo degenerava senza eccezione nella presente infermità. Gli altri, senza motivo visibile, all'improvviso, mentre fino a quell'attimo erano perfettamente sani, erano dapprima assaliti da forti vampe al capo. Contemporaneo l'arrossamento e l'infiammato enfiarsi degli occhi. All'interno, organi come la laringe e la lingua prendevano subito a buttare sangue. Il respiro esalava irregolare e fetido. Sopraggiungevano altri sintomi, dopo i primi: starnuto e raucedine. In breve il male calava nel petto, con violenti attacchi di tosse. Penetrava e si fissava poi nello stomaco: onde nausee frequenti, accompagnate da tutte quelle forme di evacuazione della bile che i medici hanno catalogato con i loro nomi. In questa fase le sofferenze erano molto acute. In più casi, l'infermo era squassato da urti di vomito, a vuoto, che gli procuravano all'interno spasimi tremendi: per alcuni, ciò avveniva subito dopo che si erano diradati i sintomi precedenti, mentre altri dovevano attendere lungo tempo. Al tocco esterno il corpo non rivelava una temperatura elevata fuori dell'ordinario, né un eccessivo pallore: ma si presentava rossastro, livido, coperto da una fioritura di pustolette e di minuscole ulcerazioni. Dentro, il malato bruciava di tale arsura da non tollerare neppure il contatto di vesti o tessuti per quanto leggeri, o di veli: solo nudo poteva resistere. Il loro più grande sollievo era di poter gettarsi nell'acqua fredda. E non pochi vi riuscirono, eludendo la sorveglianza dei loro familiari e lanciandosi nei pozzi, in preda a una sete insaziabile. Ma il bere misurato o abbondante produceva il medesimo effetto. Senza pause li tormentava l'insonnia e l'impossibilità assoluta di riposare. Le energie fisiche non si andavano spegnendo, nel periodo in cui la virulenza del male toccava l'acme, ma rivelavano di poter resistere in modo inaspettato e incredibile ai patimenti: sicché in molti casi la morte sopraggiungeva al nono e al settimo giorno, per effetto dell'interna arsura, mentre il malato era ancora discretamente in forze. Se invece superava la fase critica, il male s'estendeva aggredendo gli intestini, al cui interno si produceva una ulcerazione disastrosa accompagnata da una violenta diarrea: ne conseguiva una spossatezza, un esaurimento molte volte mortali. La malattia, circoscritta dapprima in alto, alla testa, si ampliava in seguito percorrendo tutto il corpo, e se si usciva vivi dagli stadi più acuti, il suo marchio restava, a denunciarne il passaggio, almeno alle estremità. Ne rimanevano intaccati i genitali, e le punte dei piedi e delle mani: molti, sopravvivendo al male, perdevano la facoltà di usare questi organi alcuni restavano privi anche degli occhi. Vi fu anche chi riacquistata appena la salute, fu colto da un oblio così profondo e completo da non conservare nemmeno la coscienza di se stesso e da ignorare i suoi cari.

 

50. Il carattere di questo morbo trascende ogni possibilità descrittiva: non solo i suoi attacchi si rivelavano sempre più maligni di quanto le difese a disposizione della natura umana potessero tollerare, ma anche nel particolare seguente risultò che si trattava di un fenomeno morboso profondamente diverso dagli altri consueti: tutti gli uccelli e i quadrupedi che si cibano di cadaveri umani (molti giacevano allo scoperto) questa volta non si accostavano, ovvero morivano, dopo averne mangiato. Se ne ha una prova sicura poiché questa specie di volatili scomparve del tutto e non era più possibile notarli intenti al loro pasto macabro, né altrove. Ma indizi ancora più visibili della situazione erano offerti dal comportamento dei cani, per il loro costume di passar la vita tra gli uomini.

 

51. È questo il generale e complessivo quadro della malattia, sebbene sia stato costretto a tralasciare molti fenomeni e caratteri peculiari per cui ogni caso, anche se di poco, tendeva sempre a distinguersi dall'altro. Nessun'altra infermità di tipo comune insorse nel periodo in cui infuriava il contagio e in esso confluiva qualunque altro sintomo si manifestasse. I decessi si dovevano in parte alle cure molto precarie, ma anche un'assistenza assidua e precisa si rivelava inefficace. Non si riuscì a determinare, si può dire, neppure una sola linea terapeutica la cui applicazione risultasse universalmente positiva. (Un farmaco salutare in un caso, era nocivo in un altro). Nessuna complessione, di debole o vigorosa tempra, mostrò mai di possedere in sé energie bastanti a contrastare il morbo, che rapiva indifferentemente chiunque, anche quelli circondati dalle precauzioni più scrupolose. Nel complesso di dolorosi particolari che caratterizzavano questo flagello, uno s'imponeva, tristissimo: lo sgomento, da cui ci si lasciava cogliere, quando si faceva strada la certezza di aver contratto il contagio (la disperazione prostrava rapida lo spirito, sicché ci si esponeva molto più inermi all'attacco del morbo, con un cedimento immediato); inoltre la circostanza che, nel desiderio di scambiarsi cure ed aiuti, i rapporti reciproci s'intensificavano, e la gente moriva, come le pecore. Era questa la causa della enorme mortalità. Chi per paura rifiutava ogni contatto, periva solo. Famiglie al completo furono distrutte per mancanza di chi fosse disposto a curarle. Chi invece coltivava amicizie e relazioni, perdeva egualmente la vita: quelli in particolare che tenevano a far mostra di nobiltà di spirito. Mossi da rispetto umano, si recavano in visita dagli amici, disprezzando il pericolo, quando perfino gli intimi trascuravano la pratica del lamento funebre sui propri congiunti, abbattuti e vinti sotto la sferza del la calamità. Una compassione più viva, su un morto o verso un malato, dimostravano quelli che ne erano scampati vivi: conoscevano di persona l'intensità del soffrire e si facevano forti d'un sentimento di sicurezza. Il male non aggrediva mai due volte: o, almeno l'eventuale ricaduta non era letale. Erano giudicati felici dagli altri e nella eccitata commozione di un momento si abbandonavano alla speranza, illusoria e incerta, che anche in futuro nessuna malattia si sarebbe più impossessata di loro, strappandoli a questo mondo.

 

52. L'imperversare dell'epidemia era reso più insopportabile dal continuo afflusso di contadini alla città: la prova più dolorosa colpiva gli sfollati. Poiché non disponevano di abitazioni adatte e vivevano in baracche soffocanti per quella stagione dell'anno: il contagio mieteva vittime con furia disordinata. I cadaveri giacevano a mucchi e tra essi, alla rinfusa, alcuni ancora in agonia. Per le strade si voltolavano strisciando uomini già prossimi a morire, disperatamente tesi alle fontane, pazzi di sete. I santuari che avevano offerto una sistemazione provvisoria, erano colmi di morti: individui che erano spirati lì dentro, uno dopo l'altro. La violenza selvaggia del morbo aveva come spezzato i freni morali degli uomini che, preda di un destino ignoto, non si attenevano più alle leggi divine e alle norme di pietà umana. Le pie usanze che fino a quell'epoca avevano regolato le esequie funebri caddero travolte in abbandono. Ciascuno seppelliva come poteva. Molti si ridussero a funerali indecorosi per la scarsità di arredi necessari, causata dal grande numero di morti che avevano già avuto in famiglia: deponevano il cadavere del proprio congiunto su pire preparate per altri e vi appiccicavano la fiamma prima che i proprietari vi facessero ritorno, mentre altri gettavano sul rogo già acceso per un altro il proprio morto, allontanandosi subito dopo.

 

53. Anche in campi diversi, l'epidemia travolse in più punti gli argini della legalità fino allora vigente nella vita cittadina. Si scatenarono dilagando impulsi prima lungamente repressi, alla vista di mutamenti di fortuna inaspettati e fulminei: decessi improvvisi di persone facoltose, gente povera da sempre che ora, in un batter di ciglia, si ritrovava ricca di inattese eredità. Considerando ormai la vita e il denaro come valori di passaggio, bramavano godimenti e piaceri che s'esaurissero in fretta, in soddisfazioni rapide e concrete. Nessuno si sentiva trasportare dallo zelo di impegnare con anticipo energie in qualche impresa ritenuta degna, nel dubbio che la morte giungesse a folgorarlo, a mezzo del cammino. L'immediato piacere e qualsiasi espediente atto a procurarlo costituivano gli unici beni considerati onesti e utili. Nessun freno di pietà divina o di umana regola: rispetto e sacrilegio non si distinguevano, da parte di chi assisteva al quotidiano spettacolo di una morte che colpiva senza distinzione, ciecamente. Inoltre, nessuno concepiva il serio timore di arrivar vivo a rendere conto alla giustizia dei propri crimini. Avvertivano sospesa sul loro capo una condanna ben più pesante: e prima che s'abbattesse, era umano cercare di goder qualche po' della vita.

 

54. Tale flagello aveva prostrato Atene, imponendovi il suo giogo. Dentro le mura cadevano le vittime del contagio; fuori, le campagne subivano la devastazione nemica. Venne naturalmente alla luce, mentre il morbo incrudeliva, la memoria di quell'oracolo che, a detta dei più anziani, risaliva a tempi molto antichi: «Verrà la guerra Dorica e pestilenza con essa.» Si discusse se gli antichi avessero veramente pronunciato nel testo di quell'oracolo l'espressione «pestilenza» e non piuttosto «carestia». Prevalse, come ci si può ragionevolmente aspettare, considerate le circostanze, l'interpretazione secondo cui nel testo suddetto compariva la parola pestilenza, in quanto la gente configurava il suo ricordo alle presenti sofferenze. Ma io sono convinto che se i Dori, successiva a questa, scatenassero un'altra guerra ed esplodesse una carestia prevarrebbe allora l'altra interpretazione, come è del resto naturale. Inoltre, quanti ne erano al corrente, rammentarono l'altro oracolo riguardante gli Spartani, quello espresso dal dio in occasione della loro richiesta se dovessero dichiarare la guerra, con la risposta che la vittoria avrebbe arriso a loro, se s'impegnavano a fondo nei combattimenti, e con la promessa di un aiuto particolare del dio. Si congetturava che gli eventi coincidevano con le parole dell'oracolo: l'invasione dei Peloponnesi aveva segnato l'esplosione immediata dell'epidemia, che non era invece penetrata nel Peloponneso, almeno con conseguenze degne di menzione. Invase soprattutto Atene e, in un processo di tempo, anche le fasce più popolose delle altre regioni. Questo è quanto concerne l'epidemia.

 

55. I Peloponnesi, dopo aver devastato la pianura dell'Attica, avanzarono fino alla località chiamata «Paralo», alle falde del Laurio, il monte in cui si trovano le miniere d'argento ateniesi. Danneggiarono subito quel settore che è orientato verso il Peloponneso, poi la parte che guarda l'Eubea e Andro. Pericle, stratego anche in quel periodo, insisteva nella sua convinzione, sostenuta anche durante il precedente attacco: vale a dire di non contrapporre al nemico le forze ateniesi in campo aperto.

 

56. Mentre il nemico si trovava ancora nella piana, prima di toccare il territorio costiero, Pericle allestì un centinaio di navi per compiere una crociera di guerra intorno al Peloponneso. Quando l'armamento fu completo, levò le ancore. Fece imbarcare quattromila opliti ateniesi e trecento cavalieri su vascelli adatti al trasporto dei cavalli e costruiti per la prima volta utilizzando materiale di vecchie navi. Partecipavano alla spedizione anche Chii e Lesbi con cinquanta navi. Quando questo esercito ateniese salpò, i Peloponnesi si trattenevano ancora nel territorio costiero dell'Attica. Approdarono a Epidauro nel Peloponneso e devastarono gran parte di quella zona. Sferrarono un attacco contro la città, giunsero a nutrire speranze di vittoria, ma infine desistettero. Salpando dalla riva di Epidauro saccheggiarono la regione di Trezene, di Ali e di Ermione: tutte località peloponnesiache situate sulla costa. Levarono di lì le ancore e approdarono a Prasie, cittadina rivierasca della Laconia: guastarono la campagna, occuparono la cittadina stessa e la misero a sacco. Conclusero queste operazioni e cominciarono a rientrare. Trovarono in patria che i Peloponnesi avevano cessato la loro permanenza e si erano ritirati.

 

57. Per tutto il periodo che i Peloponnesi rimasero nell'Attica e gli Ateniesi incrociavano con le loro navi, il contagio mieteva vittime nell'esercito e in città: sicché si sparse la voce che i Peloponnesi abbandonavano il paese prima del previsto temendo il male. Erano stati informati da alcuni disertori che in città divampava l'epidemia: d'altra parte, assistevano alla scena di continui funerali. Non solo questa invasione si protrasse più a lungo, ma il danno al paese fu più grave e più sistematicamente inferto: operarono in territorio attico per circa quaranta giorni.

 

58. Durante quella stessa estate, Agnone figlio di Nicia e Cleopompo, figlio di Clinia, colleghi di Pericle nella strategia, rilevando l'esercito che quello aveva precedentemente diretto, mossero rapidi contro i Calcidesi della costa trace e contro Potidea ancora assediata. Raggiunta Potidea, vi accostarono le macchine d'assalto e con tutti gli sforzi si studiavano di espugnarla. Ma la città non cadde e neppure nel resto dell'operazione i successi furono pari all'impegno. Giacché i focolai epidemici che covavano nel corpo di spedizione ateniese esplosero qui con impressionante violenza e lo decimarono con terribili sofferenze degli Ateniesi; finché contrassero l'affezione, per il contagio con quelli di Agnone, anche i soldati che, perfettamente sani, avevano agito fino ad allora in quel settore. Formione invece con i suoi milleseicento uomini non si trovava più nella Calcidica. Agnone decise di rientrare con le navi ad Atene: aveva perduto per malattia millecinquecento dei suoi quattromila opliti in circa quaranta giorni. Le milizie precedenti si trattennero per continuare il blocco di Potidea.

 

59. Dopo la seconda invasione dei Peloponnesi e dopo che il territorio era stato per la seconda volta danneggiato, mentre infuriavano contemporanee l'epidemia e la guerra, si notò ad Atene un profondo cambiamento d'umori. Si riteneva Pericle, che li aveva convinti all'avventura della guerra, responsabile di tanti sacrifici, di tanto dolore: e si propendeva ormai a intavolare trattative di pace con i Peloponnesi. Inviarono anche alcuni ambasciatori, ma non si venne a capo di nulla. Si sentirono allora intrappolati in una situazione priva di sbocchi e incominciarono ad attaccare Pericle, che comprendeva la loro irritazione e le presenti difficoltà che la esasperavano. Constatava anche che la loro condotta coincideva con le sue previsioni: in qualità di stratego convocò allora l'assemblea, intendendo confortarli rimuovere dai loro cuori i motivi d'inquietudine, calmarli e rassicurarli. Si presentò, esordendo con queste parole:

 

60. «Prevedevo il vostro risentimento che non mi ha colto improvviso, poiché ne avverto in trasparenza le ragioni. Perciò ho ora deciso di convocarvi in assemblea, per ravvivarvi la memoria e correggervi, se qualche irragionevole ombra appanna il vostro atteggiamento, inquieto e tetro nei miei confronti e troppo passivo contro le avversità di quest'ora. È mia opinione che il profitto del singolo cittadino, quando l'organismo dello stato è sorretto da una mano ferma e regolare, sia più prospero che quando l'utile pubblico, fiorente per le individuali e private sostanze, soggiace in realtà nel suo complesso a squilibri e tracolli. Se un cittadino vola alto sulle ali della sua personale fortuna ma la sua patria langue in decadenza, il suo volo avrà breve respiro: se al contrario la sua condizione è vile e la salute dello stato robusta godrà di più cospicue facoltà d'elevarsi. Poiché lo stato dispone di forze sufficienti per sanare i dissesti a livello famigliare, ma ciascuno, nella propria individualità, rovinerebbe sotto il crollo della compagine cittadina, splende chiaro il dovere di collaborare concordi alla sua difesa e di convertire radicalmente il vostro comportamento: sbigottiti dalle miserie domestiche trascurate d'operare per la pubblica salvezza, scagliando accuse contro di me che vi ho incitato ad entrare in guerra e contro voi stessi che maturaste con me quella risoluzione. E il vostro sdegno si riversa su di me, un uomo un cittadino che ha coscienza di non essere a nessuno inferiore nell'individuare i provvedimenti che urgono e nell'esplicarli alla comprensione del pubblico, caldo d'amore per la sua città, invincibile alla seduzione dell'oro. Poiché colui che possiede doti intuitive, ma non è in grado di spiegare con chiarezza i suoi scopi, politicamente è sullo stesso piano di chi non dispone di quelle facoltà. Chi è adorno di entrambi i pregi, ma ha mente ostile allo stato, non potrebbe egualmente esprimere ragionevoli ed utili proposte. Se è sensibile agli interessi comuni, ma indulge all'incanto dell'oro, farebbe mercato di tutto, senza distinguere, per placare questa febbre esclusiva. Ora, se vi lasciaste attrarre dal mio consiglio di sostenere la guerra, convinti di scorgere in me, riguardo a queste doti, una superiorità seppure modesta sugli altri, non mi pare ora coerente che io subisca, da parte vostra, il carico di queste accuse, come se vi avessi trattato iniquamente.

 

61. «Fuori di dubbio, se ci fosse concesso scegliere tra la guerra e la pace e, fruendo di uno stato per ogni altro rispetto felice, decretassimo l'entrata in guerra, peccheremmo di acuta demenza. Ma se fosse questa l'alternativa ferrea: piegare il capo davanti allo straniero e divenirne immediatamente sudditi o rischiare la vita dimostrando la propria superiorità, volgere le spalle al pericolo sarebbe più indegna condotta che affrontarlo decisi. Io sono sempre lo stesso, non muto di pensiero. Voi siete incostanti poiché propendeste ad abbracciare il mio consiglio quando i vostri interessi fiorivano intatti, mentre ora, provati dai sacrifici, ve ne pentite. Onde il mio ragionamento si proietta strano, delirante sul vostro spirito esausto: poiché ciascuno già ne sente in sé gli effetti dolorosi, mentre la sua utilità non spicca ancora chiara per tutti. I gravi, bruschi eventi sopraggiunti a sconvolgere le vostre vite hanno incrinato la resistenza morale con cui era vostro dovere operare fino in fondo secondo le decisioni da voi espresse. L'elemento incalcolabile e folgorante, insito in un caso che infranga ogni previsione, soggioga anche un'anima fiera: esperienza che ci ha coinvolti non solo a causa delle altre sciagure, ma soprattutto di questa epidemia. Ma voi, che vivete in una città gloriosa, educati a credere in valori degni di lei, sappiatevi opporre con la forza della vostra volontà alle prove più pesanti, senza svilire il nome di Atene. (Per gli uomini è retto infliggere a chi per bassezza riesce immeritevole della gloria dei padri un giudizio così acerbo di condanna, qual è l'odio che concepiscono contro chi si arroga, per sfrontatezza, una fama che non gli compete). Contribuite tutti alla salvezza della patria, reprimendo la pena per le privazioni e i dolori domestici.

 

62. «L'apprensione istillata dal carico della guerra, l'ansia che si aggravi fino a schiacciarci, senza concederci possibilità di sopravvivenza, devono sfumare al puro ricordo di quei molti argomenti di cui già in ripetute circostanze vi venni ragionando, per mostrarvi chiara la inconsistenza di quei timori. Ma schiarirò il vostro orizzonte rammentandovi anche un vantaggio di cui voi godete, essenziale per il saldo sviluppo di un dominio, e a cui voi non usate porre mente, mentre io stesso intervenendo in precedenza a parlare, mi sono sempre astenuto dal citarlo. Temendo che la rivendicazione di quel vantaggio suonasse a vanteria, non vi avrei fatto ricorso neppure in questo istante, se non vi scorgessi così avviliti, contro ogni logica aspettativa. Credete che il vostro impero s'imponga solo sugli alleati, ma io vi chiarisco che dei due elementi aperti all'esercizio della civiltà umana, la terra e il mare, uno è soggetto al vostro assoluto impero, non solo nella misura in cui attualmente lo reggete, ma anche se sarete disposti ad ampliarne i confini. Non esiste monarca barbaro o qualche altra nazione che sia in grado in questi momenti di contrastarvi sui mari, quando vi muovete con la vostra flotta, armata dell'odierna forza. Tenete evidentemente in pugno una potenza cui non si potrebbe neppure mettere a confronto i profitti che traete dell'uso di quelle case e di quelle campagne per la cui rovina vi affligge un dolore così vivo. Non è ragionevole quest'angoscia che vi coglie per la loro perdita: non più che se vi fosse strappato un piccolo giardino, o un prezioso oggetto di lusso. Dovreste considerare insignificanti queste privazioni, in confronto alla vostra potenza navale, e pensare che se battendoci con inflessibile energia serberemo inviolata la nostra libertà, agevolmente rientreremo in possesso di quei beni. Cedendo invece allo straniero, di norma si è defraudati anche delle sostanze precedentemente accumulate. Badate a non riuscire inferiori ai vostri padri in entrambe le azioni in cui sfolgorò la loro gloria: poiché essi conquistarono faticando quelle fortune e senza averle ricevute da altri, tutelandole gelosamente, le trasmisero integre nelle vostre mani. (Onta più grave lasciarsi togliere ciò che si possiede, che fallire in un tentativo di conquista.) Bisogna affrontare il nemico non solo fieri, ma concentrati in un sentimento di superiorità. Poiché anche a una bassa natura l'incoscienza cui sorrida una sorte favorevole può ispirare uno sventato ardimento; ma l'autentico, fiducioso sprezzo del nemico si concepisce quando la speranza del successo germoglia sicura dalla limpida, intelligente visione delle circostanze attuali. Facoltà che ci appartiene. Quando la fortuna è in equilibrio quel senso di superiorità, che si appoggia all'intelligenza, rinsalda il coraggio. E non urge vivo il bisogno di affidarsi alla speranza, il cui potere s'impone quando gli eventi sono ambigui, problematici: si sfrutta il calcolo razionale dei fattori in campo per poter contare su un più certo presagio.

 

63. «È vostro dovere soccorrere la nobiltà che riveste lo stato, frutto della sua signoria, da cui traete la vostra gloria. Non eludete gli impegni, non cessate la conquista di quell'eletta stima. Vi stia lontano il pensiero di scendere in lotta per un'unica posta: schiavitù o indipendenza. Si tratta in realtà di perdita dell'impero e di esporvi all'immenso odio che avete sollevato dominando. Non potete abdicare oggi dal vostro potere, anche se in questa ora critica qualche galantuomo, che desidera la vita quieta, va suggerendo una tanto nobile azione. Il vostro impero, di fatto, è una tirannide: certo illegale a conquistarsi, ma rischiosissima a deporsi. Questi bravi cittadini, se esercitassero sugli altri un'effettiva influenza, condurrebbero subito alla deriva Atene o qualsiasi altra città da loro fondata e retta. La vita pacifica non salva se stessa, se non si allea con la severa volontà d'agire, né è di pari profitto in una città egemone, come in una di schiavi, la monotonia senza voli del giogo.

 

64. «Non accondiscendete a uomini di tale natura e non riversate su di me il vostro cruccio, poiché foste voi stessi a condividere con me la decisione della guerra. Ora subite i colpi dell'aggressione nemica: ma era prevedibile se non foste disposti a piegarvi di fronte alle loro minacce. È sopraggiunta l'epidemia a sconvolgere i nostri calcoli: ma è il solo flagello che si sia mostrato oltre il raggio delle nostre facoltà di previsione. So che s'annida in essa, per buona parte, la causa dell'astio che ormai vi ispiro. È giustizia questa? a meno che non attribuiate a me anche il vanto di qualche vittoria che vi colga inaspettata. Ai sacrifici imposti dal valore divino - sono inevitabili - bisogna opporre una rassegnata pazienza; a quelli provocati dal nemico un energico ardire. Furono questi, nel tempo passato, i valori venerati in Atene: non interrompetene la tradizione. Sappiate che la sua gloria trascorre sulle labbra di tutti gli uomini poiché non si piegò mai alle prove e ha profuso nella guerra un tributo infinito di vite e di stenti e ha disteso sul mondo, fino allora presente, la signoria più ampia. Potenza di cui sfolgorerà perenne la memoria nei secoli futuri, anche se in questo conflitto dovessimo cederne qualche parte (poiché il ritmo della norma universale contempla anche la decadenza). Vivrà il ricordo del fatto che noi Greci dominammo quasi intera la Grecia contrastando in gigantesche lotte non solo la lega di tutti i popoli avversi, ma ogni singola gente, in conflitti particolari; e che la nostra esistenza si svolse nella città sotto ogni riguardo più potente e più ricca. Certo, quell'uomo tranquillo potrà criticare la mia linea politica, che godrà però l'entusiastico favore di chi voglia esprimersi pienamente nell'azione: mentre colui che non riuscirà a seguire il nostro slancio, ci invidierà. Astio e gelosa intolleranza: ecco il destino che è costretto a interpretare di fronte ai suoi contemporanei chi ha preteso il potere. È saggezza attirarsi l'invidia per aver raggiunto nobili traguardi. L'odio non è sentimento che resista a lungo: ma il fulgore attuale e la gloria che verso i tempi futuri ne irraggia brilleranno eterne, scolpite nel ricordo del mondo. Volgete l'animo a un avvenire illustre e ad un presente non meno degno, ed operate per assicurarvi entrambi, con empito generoso. Non insistete a trattare con Sparta per mezzo di araldi e non date a vedere la sofferenza che provate in quest'ora difficile: chi di fronte alle sventure mantiene lucido il suo intelletto dalla nebbia del dolore, e si oppone e fa sforzo con ogni energia, si assicura, per se stesso e per lo stato, il più chiaro destino.»

 

65. Era questo in sostanza il discorso con cui Pericle tentava di far sfumare l'avversione che gli Ateniesi avevano concepito per la sua persona e, in più, di distrarre il loro spirito dalle presenti e via via più grevi difficoltà. Nella sfera della vita pubblica si adattavano volentieri alle direttrici da lui proposte, cioè cessarono d'inviare ambascerie a Sparta e rafforzarono la loro volontà di battersi. Ma quando si ritrovavano tra le pareti domestiche, le privazioni e le perdite subite erano un supplizio per tutti: per il popolo minuto che si sentiva strappare perfino quel poco che possedeva all'inizio; per le classi ricche, pesantemente provate dalla rovina dei loro averi di campagna: ville, lussuosi arredi, denaro. Ma era questo il cruccio che più a fondo li affliggeva: vivere in guerra, piuttosto che in pace. Orbene, il diffuso malumore contro Pericle non si placò prima che gli fosse inflitta un'ammenda in denaro. Non passò molto e la folla si comportò come è solita: lo rielessero stratego e gli affidarono la piena direzione politica. Poiché reagivano ormai alle personali disgrazie con sensibilità sempre meno viva, mentre nessuno, nella loro considerazione, era dotato di abilità pari a quella di Pericle nell'elaborare le soluzioni più adatte al momento critico che la città, nel suo complesso, stava attraversando. Il periodo contrassegnato dalla sua attività di governo in tempo di pace, ne mise in luce l'equilibrio politico e la fermezza con cui seppe tutelare gli interessi dello stato che nelle sue mani crebbe in potenza. La guerra esplose: anche in questa circostanza risulta chiaro che ne previde perfettamente la portata. La visse per due anni e sei mesi. Dopo la sua scomparsa si comprese di che acuta sagacia egli fosse munito nei riguardi della guerra. Aveva predetti i principi che avrebbero assicurato il successo finale ad Atene: non lasciarsi trascinare dall'orgasmo, dedicare ogni cura alla flotta, non tentare di ampliare i confini nel periodo di guerra esponendo la città a pericoli superflui. Gli Ateniesi non solo stabilirono una condotta del tutto opposta, ma sotto lo stimolo di private ambizioni e abbagliati da personali guadagni si slanciarono in avventure politiche, ritenute estranee allo svolgimento del conflitto, ma in realtà rovinose per la stessa sopravvivenza dello stato e per i rapporti con i paesi alleati. Si trattò in generale, di iniziative che, fin quando furono coronate da successo, procurarono, ma solo ai singoli, prestigio e sostanze: ma fallirono anche, e fu ogni volta per lo stato un tracollo incalcolabile nei confronti dello sforzo bellico. Il motivo consiste nel fatto che Pericle, molto autorevole per la considerazione che lo circondava e per l'acume politico e per la condotta limpidamente pura dal minimo dubbio di corrutela venale, dirigeva il popolo nel rispetto della sua libera volontà. Dominava senza lasciarsi dominare. Poiché le trasparenti e oneste basi su cui poggiava il suo prestigio gli consentivano di astenersi dagli artifici tribuni di una eloquenza volta a carpire, con le lusinghe il favore della moltitudine. La contrastava anzi, talvolta con durezza: tanta era la sua autorità morale. Se ad esempio avvertiva in loro un agitarsi, un impulso inopportuno all'osare, con il rigore dei suoi discorsi li riconduceva nei confini di una giudiziosa prudenza, ovvero restituiva loro la fiducia in se stessi, avvilita da un moto di irrazionale scoramento. Nominalmente, vigeva la democrazia: ma nella realtà della pratica politica, il governo era saldo nel pugno del primo cittadino. Riguardo quanti vennero dopo di lui, si notava un sostanziale equilibrio di valori: e l'ambizione di primeggiare li trascinava a concedere agli estri della folla anche gli affari dello stato. Onde, in una città potente a capo di immensi domini, si commise una catena di gravissimi spropositi, ultimo dei quali la spedizione navale in Sicilia il cui esito disastroso fu il frutto non tanto di un errore di stima sulle forze nemiche che si andava laggiù ad affrontare, quanto dell'imprevidenza di coloro che idearono un'impresa tanto remota dalle proprie basi, senza preoccuparsi di assicurare alle truppe in campagna i collegamenti e le vettovaglie essenziali: intanto, gli ambiziosi antagonismi, gli attacchi personali intesi a conquistare il favorevole appoggio del popolo, rallentavano e infiacchivano le operazioni militari in campo, mentre il clima politico interno della città cominciava allora, per la prima volta, ad oscurarsi e sconvolgersi. Eppure, la disfatta in Sicilia, che inghiottì, nel generale naufragio delle risorse militari colà impegnate, la parte più sostanziosa della flotta, la città dilaniata dalle lotte intestine, non impedirono agli Ateniesi di opporsi per altri dieci anni ai colpi degli antichi nemici cui s'erano aggiunti a rinforzo anche quelli più recenti della Sicilia, e un buon numero di paesi della loro stessa lega che avevano scelto quel momento per ribellarsi. In seguito, ebbero contro anche Ciro, il figlio del re, che sovvenzionava con il suo oro l'allestimento della flotta in dotazione alle forze del Peloponneso. In Atene, la resa si delineò inevitabile solo quando, nel cuore della città, gli scontri tra le individuali smanie di potere ebbero consumata e arsa ogni energia. Tanto eccellenti e copiose erano le risorse che avevano consentito a Pericle di formulare le sue previsioni sul successo che Atene avrebbe potuto conseguire in guerra contro le forze isolate del Peloponneso, con una facilità addirittura irrisoria.

 

66. Nella stessa estate gli Spartani e i loro alleati compirono una spedizione contro l'isola di Zacinto, posta di fronte all'Elide, con cento navi. Gli abitanti, coloni Achei del Peloponneso, erano allora alleati di Atene. Parteciparono mille opliti spartani agli ordini di Cnemo, navarca spartiate. Effettuarono lo sbarco e guastarono la maggior parte del territorio. Ma poiché non riuscivano ad assoggettarla, rimpatriarono.

 

67. Allo spirare di quella medesima estate Aristeo di Corinto e gli ambasciatori spartani Aneristo, Nicolao, Stratodamo, Timagora di Tegea, e in più Pollide di Argo, che li seguiva in qualità di privato, in viaggio verso l'Asia per raggiungere il re e tentare di convincerlo a sovvenzionare la guerra e ad entrarvi a sua volta, arrivarono prima in Tracia da Sitalce, figlio di Tere: desideravano indurlo, se potevano a interrompere l'alleanza con gli Ateniesi e a muovere con un esercito alla volta di Potidea dove il contingente ateniese era ancora impegnato nell'assedio. Richiedevano inoltre la sua assistenza per attraversare l'Ellesponto, secondo l'itinerario che avevano stabilito partendo, e passare quindi da Farnace, figlio di Farnabazo, che avrebbe pensato a scortarli fino al re. Ma gli ambasciatori ateniesi Learco figlio di Callimaco e Aminiade, figlio di Filemone, convinsero il figlio di Sitalce, Sadoco, che era divenuto cittadino ateniese, a bloccare quegli uomini e a consegnarli nelle loro mani, perché non potessero recarsi dal re e danneggiare, per quanto era in loro potere Atene. Quello accondiscese, fece raggiungere gli ambasciatori che, attraverso la Tracia si dirigevano all'imbarcazione con cui avrebbero attraversato l'Ellesponto, e li fece porre in stato d'arresto prima che riuscissero a prendere il mare. Aveva fatto scortare Learco e Aminiade da alcuni suoi uomini, cui aveva ingiunto di affidar loro i prigionieri: quando li ebbero in pugno, li condussero ad Atene. Al loro arrivo, gli Ateniesi, nel timore che Aristeo riuscisse a sfuggir loro e insistesse peggio di prima a tendere insidie alla città, poiché anche in precedenza era risultato chiaro ch'era lui l'esecutore della rete di maneggi intessuta a Potidea e sulla costa della Tracia, li uccisero tutti quello stesso giorno senza sottoporli a processo e troncando il loro desiderio di rilasciare qualche chiarimento. I cadaveri furono gettati in fondo a un burrone. Si davano anche una giustificazione: adottavano gli stessi metodi di rappresaglia inaugurati dagli Spartani, che avevano assassinato e fatto sparire in fondo a dei dirupi tutti i commercianti ateniesi e alleati che, in viaggio su navi mercantili intorno al Peloponneso, erano caduti nelle loro mani. Allo scoppio delle ostilità gli Spartani uccisero come nemico chiunque fosse sorpreso a solcare le loro acque, fosse alleato degli Ateniesi o puramente neutrale.

 

68. S'era circa alla stessa epoca, tramontava l'estate, quando gli Ambracioti, di loro iniziativa e collegati ad alcune popolazioni barbare che avevano istigato alla rivolta mossero in armi contro Argo di Anfilochia. La loro avversione contro gli abitanti di Argo era scaturita da queste remote radici: Argo d'Anfilochia e la regione circostante, appunto l'Anfilochia, che s'affaccia sul golfo di Ambracia, erano state scelte come sedi di una colonia da Anfiloco, figlio di Anfiarao, che rientrato in patria dopo la spedizione di Troia, non si era più trovato a suo agio nelle mutate condizioni di Argo: aveva imposto alla città fondata di fresco il nome di Argo, in ricordo della patria. Questo centro era il più vasto dell'Anfilochia e la sua popolazione la più potente. Prostrati da numerosi flagelli che nel corso di molte generazioni avevano afflitto il paese, offrirono agli Ambracioti confinanti dell'Anfilochia di spartire con loro la cittadinanza. Si ellenizzarono allora per la prima volta nella lingua, ancor oggi in uso presso di loro, per effetto dei rapporti continui con gli Ambracioti, divenuti loro concittadini. Gli altri abitatori dell'Anfilochia sono tuttora barbari. Trascorre il tempo e quelli di Ambracia espellono gli Argivi e s'istallano da soli nella città. Di fronte a questo stato di cose gli Anfilochi si consegnano alla tutela degli Acarnani e decidono insieme di ricorrere all'aiuto di Atene, che mobilita subito lo stratego Formione con trenta navi. All'arrivo di Formione, Argo è occupata di forza e gli Ambracioti fatti schiavi. La città diventa comune sede di Anfilochi e Acarnani. Dopo queste operazioni per la prima volta Ateniesi ed Acarnani allacciarono un'alleanza, mentre dall'asservimento dei loro consanguinei trassero motivo di rancore gli Ambracioti contro gli Argivi. In seguito, durante questa guerra, gli Ambracioti, rinforzati da reparti di Caoni e di altre genti barbare delle regioni vicine, compiono quella spedizione cui ho già fatto cenno. Si presentarono in armi davanti ad Argo, occuparono la regione, ma non riuscendo ad espugnare la città con i loro assalti, tornarono in patria e l'esercito si divise tribù per tribù. Furono questi gli eventi di quell'estate.

 

69. Nel successivo inverno, gli Ateniesi inviarono nel mare del Peloponneso una flotta di venti navi, al comando dello stratego Formione, che muovendo dalla base di Naupatto sorvegliava e bloccava Corinto e il golfo di Crisa: nessuno poteva entrare o uscire. Altre sei navi salparono per la Licia e la Caria agli ordini dello stratego Melesandro, con la missione di raccogliere i contributi da quei paesi e di impedire ai pirati del Peloponneso di sfruttare alcuni punti di quella costa come stazioni per le loro uscite ai danni del traffico mercantile in partenza dalla Faselide, dalla Fenicia e da quel continente. Melesandro, con le truppe ateniesi e alleate, fatte sbarcare dalle navi, tentò un'avanzata all'interno della Licia, ma sconfitto sul campo, perse la vita e causò la distruzione di buona parte dell'esercito.

 

70. Nel medesimo inverno, si rivelò impossibile per quelli di Potidea, accerchiati dall'assedio, insistere nella resistenza. Le irruzioni dei Peloponnesi nell'Attica non risultavano più efficaci degli altri espedienti strategici messi in opera per costringere gli Ateniesi a levare l'assedio; le scorte di viveri esaurite, il ripetersi di raccapriccianti episodi, causati dalla mancanza del cibo indispensabile (si erano verificati casi di antropofagia), li indussero ad allacciare trattative per la resa con gli strateghi delle opposte forze ateniesi: Senofonte figlio di Euripide, Estiodoro figlio di Aristocleide, e Fanomaco figlio di Callimaco. Costoro accettarono di discutere, considerando le sofferenze delle truppe in quel clima d'inverno rigido e la spesa di duemila talenti che lo stato aveva già profuso per sostenere l'assedio. I punti dell'accordo furono questi: gli abitanti sarebbero usciti da Potidea con le donne i figli e le milizie ausiliarie recando ciascuno una sola veste (le donne due) e una limitata somma di denaro per le spese di viaggio. Protetti dalle regole del trattato abbandonarono la città per recarsi nella Calcidica e dove ognuno poteva. Gli Ateniesi sottoposero in seguito gli strateghi a uno stato d'accusa, in quanto avevano intavolato trattative senza prima interpellarli (ritenevano che fosse infatti possibile imporre a Potidea una resa senza condizioni). Dopo qualche tempo inviarono una loro colonia a Potidea occupandola. Questi avvenimenti si verificarono durante l'inverno con cui terminava il secondo anno di questa guerra narrata da Tucidide.

 

71. Nell'estate seguente i Peloponnesi e i loro alleati non fecero irruzione nell'Attica ma mossero in armi contro Platea. Li dirigeva Archidamo, figlio di Zeussidamo, re degli Spartani, che, dopo aver disposto l'accampamento per l'esercito, si accingeva a devastare il territorio. I Plateesi gli inviarono in fretta alcuni ambasciatori, a riferire queste dichiarazioni: «Archidamo e Spartani, non siete in diritto di commettere queste azioni, indegne di voi e dei vostri padri, attaccando armati il territorio di Platea. Poiché Pausania spartano figlio di Cleombroto, colui che con l'appoggio dei Greci decisi ad affrontare insieme il rischio della battaglia che divampò presso le nostre mura affrancò dal Persiano la Grecia intera, sacrificò nella piazza di Platea a Zeus Liberatore e, davanti all'adunanza di tutti gli alleati, concesse ai Plateesi l'indipendente possesso e godimento della propria campagna e città. Vietò inoltre a chiunque in futuro di attaccarli per motivi ingiusti e per renderli servi: in caso contrario, tutti gli alleati lì raccolti li avrebbero difesi, per quanto era in loro potere. Furono questi i benefici che i padri vostri ci elargirono a ricompensa del valore e del l'ardimento con cui ci battemmo in quegli istanti terribili, di rischio mortale. Il vostro atteggiamento è troppo diverso: vi presentate infatti, forti di questi Tebani che ci odiano a morte, per adattarci il giogo. Invochiamo la testimonianza di quei numi che benedissero e convalidarono allora il trattato, e i vostri Dei patri e le nostre divinità indigene: vi intimiamo di non danneggiare contro giustizia il territorio di Platea, di non calpestare la santità dei giuramenti e di permettere la nostra libera sopravvivenza in questa località, come Pausania in persona ritenne giusto e degno.»

 

72. Archidamo lasciò che i Plateesi esprimessero queste affermazioni e ribatté: «Cittadini di Platea, le vostre dichiarazioni suonano giuste a patto che vi accordiate la vostra pratica condotta. Come Pausania predispose per. il vostro bene, godete pure la vostra indipendenza e collaborate a far liberi gli altri, quanti parteciparono con voi a quei giorni di lotta e si vincolarono giurando e servono ora sotto il pugno ateniese. Questo sforzo bellico e questa guerra sono sorti per ottenere la libertà d'essi e di altri ancora. Porgete il vostro aiuto all'impresa, quanto vi è possibile, e rivelate tangibilmente la fedeltà vostra ai patti giurati. In caso diverso, accondiscendete all'esigenza già innanzi manifestata: abitate e coltivate in tutta calma la vostra terra, senza schierarvi né con gli uni né con gli altri. Accogliete e ricambiate l'amicizia di entrambe le parti, ma non fornite a nessuno il vostro appoggio militare. E questa sarà per noi sufficiente garanzia.» Fu tale in sostanza il tenore della risposta di Archidamo. I messaggeri di Platea, dopo averla ascoltata, rientrarono in città e misero il popolo al corrente dell'esito della trattativa. Tornarono quindi a rispondere che era loro impossibile dar corso alla sua richiesta senza il consenso di Atene (dove si trovavano in quel momento le loro donne con i figli ) e mostrandosi in ansia per l'esistenza futura della città, nel caso che gli Ateniesi approfittando della loro ritirata, si presentassero in forze a impedire l'attuazione del patto o che i Tebani, appoggiandosi sul particolare che quelli di Platea erano obbligati per vincolo giurato a dare ricetto a entrambe le parti in causa, tentassero un secondo colpo di mano sulla città. Timori che Archidamo si studiò di dissipare, con queste rassicuranti parole: «Affidate a noi Spartani la città e le vostre case. Indicateci con chiarezza i confini del vostro territorio. Stilate un elenco degli alberi e di ogni oggetto passibile di conteggio. Scegliete una nuova residenza e recatevici, finché si protrae la guerra. Appena sarà tutto finito vi riconsegneremo ogni cosa che avrete deposto nelle nostre mani. Fino a quel tempo la conserveremo come un pegno, coltivando la campagna e versandovi un tributo proporzionato alle vostre esigenze di vita.»

 

73. Gli intermediari ascoltarono attenti e di nuovo si portarono in città e dopo averne pubblicamente discusso, ribadirono la loro intenzione di sottoporre prima al giudizio di Atene le richieste avanzate, che solo con l'approvazione ateniese si sarebbero decisi a realizzare: nell'intervallo, proponevano che ci si accordasse su una tregua, senza passare a vie di fatto contro la loro terra. Archidamo stipulò la tregua per un numero di giorni adatto al loro viaggio di andata e ritorno da Atene e rispettò il paese. Gli ambasciatori di Platea giunsero a destinazione, si consultarono con gli Ateniesi e, tornati in patria, resero nota ai concittadini in attesa la loro replica: «Dichiarano gli Ateniesi, cittadini di Platea, che nell'epoca precedente a questa, da quando strinsero l'alleanza con voi, mai capitò che vi abbandonassero vittime di qualche ingiusto attacco: anche in questa occasione non resteranno inattivi a guardare, s'impegneranno a fondo per proteggervi e vendicarvi. Vi scongiurano, in nome dei voti solenni con cui si vincolarono i vostri padri, a non inserire mutamenti nei patti dell'alleanza.»

 

74. Udita la relazione degli ambasciatori, quelli di Platea deliberarono di non tradire gli Ateniesi e di sostenere, se era indispensabile, la vista delle distruzioni che si sarebbero abbattute sulla loro terra e di ogni altra rovina, conseguenza della guerra: nessuno lasciasse più la protezione delle mura, da cui si doveva lanciare al nemico questa risposta: per Platea era impossibile eseguire gli ordini di Sparta. Compresa ormai la posizione della città, Archidamo invocò innanzi tutto la testimonianza dei Numi e degli Eroi del luogo, con tale formula: «Voi tutti, Dei ed Eroi che tutelate la terra di Platea, attestate che il principio ispiratore della nostra iniziativa d'invadere questo paese si conforma a giustizia, poiché furono costoro i primi a infrangere i patti sacri: su questo suolo i nostri padri, dopo le suppliche a voi rivolte, annientarono i Persiani, su un campo di battaglia che il vostro favore aveva reso propizio ai combattenti greci. Ora neppure, qualunque mossa intraprendiamo, violeremo il giusto, dacché ci vediamo respinte tutte le nostre ripetute ed eque richieste. Compiaceteci: che il castigo si scagli su chi ha perpetrato primo l'azione iniqua e si consenta la vendetta a quelli che, secondo giustizia, si presentano ad esigerla.» |[continua]|

 

|[LIBRO II, 3]|

 

 

75. Dopo aver così invocato i Numi, dispose l'esercito per l'attacco. Prima di tutto, con i tronchi degli alberi che avevano abbattuto, elevarono tutt'intorno a Platea una palizzata per impedire a chiunque l'uscita. Poi si dedicarono ad erigere un terrapieno contro la città, auspicando di espugnarla in brevissimo tempo, tanto ferveva il ritmo di lavoro di un esercito così vasto, intento a quell'opera. Utilizzando il legame che avevano tagliato e raccolto sulle pendici del Citerone, costruivano dei tralicci incrociati che venivano adattando, quasi fossero delle pareti, ai due fianchi dell'argine per contenerne gli smottamenti e impedire al materiale di spargersi su un'area di base troppo ampia. Per la fabbrica del terrapieno ammassavano pietre, zolle, fascine e tutto quanto potesse servire allo scopo. Faticarono per settanta giorni e altrettante notti senza pause, distribuendo i turni di riposo, sicché mentre gli uni continuavano il trasporto di materiale, gli altri mangiavano o dormivano. Gli ufficiali spartani aggregati ai comandi dei contingenti ausiliari di ogni singola città tenevano viva la cadenza del lavoro. I Plateesi, vedendo che l'argine s'alzava erigevano un'impalcatura di legno in forma di muro sovrapponendolo a quel punto della propria cerchia, contro il quale si ergeva il terrapieno nemico: colmarono lo spazio interno con mattoni d'argilla prelevati dalle case vicine. Il legname, per loro, costituiva una specie di struttura portante, perché la costruzione, crescendo verso l'alto, non mancasse di stabilità: la proteggevano coperte di pelli e cuoio, tese sui lavoranti e sui legni per mantenerli al sicuro dal tiro dei dardi incendiari. Il muro si ergeva molto alto, ma anche il livello del terrapieno non procedeva, di fronte ad esso, con minore solerzia. Allora i Plateesi posero in opera questo accorgimento: praticando una apertura in quella parte delle mura contro cui era rivolto l'argine, ne asportavano in città il materiale.

 

76. I Peloponnesi se ne avvidero, e presero a scagliare, nella cavità che s'era prodotta, impastata su graticci di canne, dell'argilla che, più solida, non si sarebbe sfatta e non avrebbe potuto essere sottratta e trasportata, come la terra in città. Impediti da questa parte, gli assediati sospesero l'attività: ma scavarono nel sottosuolo un passaggio e calcolando con precisione il tratto che li separava dal terrapieno, vi giunsero esattamente sotto: si diedero di nuovo a sottrarre terreno e a portarlo in città. Espediente che sfuggì a lungo all'attenzione delle truppe intente al lavoro esterno: il loro continuo scaricare terra non produceva risultato apprezzabile, poiché l'argine cedeva continuamente di sotto e s'abbassava in corrispondenza dei vuoti praticati nelle sue fondamenta. Temendo di non potere comunque resistere così in pochi allo sforzo continuo di molti idearono una tattica difensiva diversa: cessarono di lavorare alla grande costruzione che andava sorgendo di contro al terrapieno e partendo dall'una e dall'altra estremità di essa, da dove si dipartiva, in opposta direzione, la più bassa cinta delle loro mura, incurvarono in aggiunta verso l'interno della città una struttura difensiva a forma di luna falcata perché nell'eventualità che la costruzione alta cadesse in mano nemica la resistenza si attestasse su quella e gli assalitori fossero costretti all'erezione di un nuovo argine di fronte al loro secondo sbarramento. Tentando di penetrare all'interno, avrebbero poi patito un doppio svantaggio, esposti sull'uno e l'altro fianco alla tempesta di colpi vibrati, in tutta sicurezza, dai difensori. Contemporaneo all'erezione dell'argine i Peloponnesi operavano anche l'accostamento delle macchine belliche alla città, tra le quali una, manovrata lungo il terrapieno, impresse un urto rovinoso alla costruzione grande, con enorme sbigottimento dei Plateesi. Altre percossero settori diversi del muro. Gli assediati cercavano di imbrigliarle con dei lacci e svellerle. Tra l'altro, legarono con possenti catene di ferro alle due estremità dei pali enormi, sospendendoli all'incrocio di due travi che si appoggiavano al muro e si protendevano all'esterno di esso; li alzavano quindi a piombo contro la macchina nemica, e quando questa stava per investire qualche punto, abbandonavano il palo lasciando scorrere le catene e non trattenendole più: quello s'avventava violento sfracellando la punta dell'ariete.

 

77. In seguito a tale fatto, i Peloponnesi compresero che l'impiego delle macchine belliche risultava, in quelle circostanze, del tutto inefficace: tra l'altro, la fortificazione nemica continuava ad opporsi al loro argine. Ritenendo estremamente arduo debellare la città con i mezzi offensivi di cui disponevano, si preparavano a circondarla con un muro. Nacque però in loro l'idea di effettuare in precedenza un altro tentativo: sfruttare il vento, che s'era alzato, per incendiare la città, che non si estendeva su un'area troppo ampia. La speranza di risparmiare denaro evitando, per la presa della città, l'onere di un assedio ispirava loro ogni genere di accorgimenti. Si davano quindi a trasportare fascine di legna secca per lasciarle cadere dalla sommità del loro rialzo verso le mura di Platea: colmarono dapprima l'intervallo tra il terrapieno e la cinta. Il lavoro febbrile e la mano d'opera numerosa coprirono rapidamente lo spazio: presero allora ad accumulare fascine lungo i margini della restante cerchia muraria scagliandole, dall'alto del terrapieno, alla maggiore distanza possibile. Sparsero pece e zolfo appiccandovi la fiamma, e incominciò a divampare un incendio furioso e vasto quanto mai s'era visto, almeno fino a quel giorno, suscitato dall'opera umana: in un bosco montano invece, come già diverse volte si è verificato, per l'attrito che le raffiche di vento producono tra i rami, può brillare spontanea una scintilla e destare una fiamma immensa. L'incendio si estendeva e i Plateesi, dopo essere sfuggiti a tanti rischi, videro in faccia la morte, poiché per un lungo tratto all'interno dell'abitato non era possibile accostarsi al fuoco, che se fosse stato alimentato dal favore del vento, come auspicava il nemico, avrebbe distrutto ogni speranza di salvezza. Ora, a quanto si dice, accadde invece che un acquazzone violento e insistente sferzando Platea soffocasse il fuoco, e scongiurasse il pericolo.

 

78. I Peloponnesi, vista vana anche quest'ultima prova, lasciarono un settore dell'esercito sul posto, ne congedarono la maggior parte e si dedicarono alla costruzione di un muro intorno alla città, dopo aver distribuito una sezione del perimetro a ogni singolo reparto dei diversi paesi. All'interno e all'esterno del bastione era visibile una fossa, da cui si estraeva l'argilla necessaria a fabbricare i mattoni. Quando l'opera ebbe termine, all'epoca in cui sorge Arturo, istallando posti di guardia a vigilare su una metà del muro (l'altra parte era custodita da sentinelle beote), si ritirarono con il grosso dell'esercito e si dispersero ciascuno verso la propria città. I Plateesi avevano già trasferito in precedenza le loro donne, i loro vecchi e la massa di cittadini invalidi per la difesa, ad Atene. Sostenevano l'assedio trecento di essi, ottanta Ateniesi, centodieci donne per cucinare il cibo. Questo il numero complessivo quando furono bloccati dall'assedio: all'interno delle mura non si trovava nessun altro, né libero né servo. Furono queste le disposizioni messe in opera per assediare Platea.

 

79. Nella stessa estate mentre continuava l'assedio di Platea, gli Ateniesi mobilitarono duemila loro opliti e duecento cavalieri per una spedizione contro i Calcidesi della costa trace e contro i Bottiei, alla stagione del grano maturo. Era stratego Senofonte figlio di Euripide con due colleghi. Giunti nelle vicinanze di Spartolo Bottiea si dedicarono alla devastazione delle messi. Sembrava che anche la città dovesse arrendersi, per i maneggi di alcuni che vi erano dentro. Ma in seguito ad un appello lanciato verso Olinto dalla fazione politicamente avversa, comparve un contingente di opliti con truppe di rincalzo per assumersi la difesa della città. All'uscita di queste milizie da Spartolo, gli Ateniesi proprio sotto le mura della città si ordinarono per il combattimento. Su un fronte, gli opliti dei Calcidesi e qualche reparto di ausiliari furono sgominati dagli Ateniesi e costretti a ripiegare dentro Spartolo: sull'altro, la cavalleria calcidese e le truppe leggere travolsero i cavalieri e i fanti degli Ateniesi, che potevano contare su un numero limitato di peltasti, raccolti con una leva nel territorio chiamato Cruside. La battaglia si era chiusa da poco, quando accorsero in aiuto altri peltasti da Olinto. Le fanterie leggere, che da Spartolo li avvistarono, imbaldanziti per il sopraggiungere di rinforzi e per il fatto che nello scontro precedente non avevano ceduto, con i cavalieri e le truppe accorse in loro appoggio, riassalgono gli Ateniesi. Costoro si ritirano verso le due schiere che avevano lasciato presso i bagagli. Ad ogni assalto ateniese, gli avversari accennavano una ritirata; quando iniziavano la manovra di rientro, li incalzavano tempestandoli di proiettili. La cavalleria calcidese arrivava di galoppo in quel settore della battaglia in cui l'attacco sembrava più favorevole, e vi irrompeva, seminando confusione e panico nelle soldatesche ateniesi, che furono piegate e inseguite per un buon tratto. Agli Ateniesi non resta che trovare rifugio a Potidea; raccolti in seguito i cadaveri, sotto garanzia di tregua rientrano ad Atene con l'esercito superstite: erano caduti sul campo quattrocentotrenta dei loro soldati e tutti gli strateghi. I Calcidesi e i Bottiei invece eressero un trofeo e, dopo aver raccolto i loro morti, città per città si dispersero.

 

80. Nel corso della stessa estate, conclusi da poco questi avvenimenti, gli Ambracioti e i Caoni, volendo soggiogare l'intera Acarnania e provocarne il dissidio con Atene, inducono gli Spartani ad allestire, facendo leva sulle forze alleate, una flotta e a mandare in Acarnania mille opliti. Affermavano che se gli Spartani fossero intervenuti al loro fianco con le milizie di mare e di terra, dell'Acarnania cui non si potevano opporre gli Acarnani della zona costiera, avrebbe permesso, sicuro e agevole, anche un colpo di mano su Zacinto e Cefallenia, con la conseguenza che gli Ateniesi non avrebbero più spadroneggiato così liberamente sulle rotte intorno al Peloponneso. Non era irragionevole sperare anche nella conquista di Naupatto. L'adesione spartana al progetto è presto ottenuta: onde il sollecito invio di Cnemo, che era ancora navarco, con squadre di opliti a bordo di poche navi e l'ordine alla flotta alleata di tenersi immediatamente pronta ad entrare in azione e a far vela su Leucade. Erano i Corinzi a urgere con più fervore per l'intervento in appoggio agli Ambracioti, che erano loro coloni. La flotta di Corinto, di Sicione e dei paesi vicini si trovava ancora in fase di preparazione, mentre quelle di Leucade, di Anattorio e di Ambracia, che avevano già raggiunto la base di Leucade attendevano all'ancora. Frattanto Cnemo e i mille opliti ai suoi ordini, passati eludendo la sorveglianza di Formione che dirigeva le venti navi attiche incrocianti di vedetta nelle acque di Naupatto, allestirono subito la spedizione terrestre. Operavano al comando di Cnemo dei Greci, gli Ambracioti, gli Anattori, i Leucadi e i mille opliti che avevano recato con sé dal Peloponneso, e dei barbari, precisamente un corpo di mille Caopi, popolo non sottoposto a potestà regia, su cui governavano con carica annuale Fozio e Nicarone, membri della famiglia dominante. In appoggio ai Caoni partecipavano alla spedizione i Tesprozi, popolo privo anch'esso di monarca. V'erano anche i Molossi e gli Atintani, al comando di Sabilinto, tutore del re Taripo, ancora fanciullo, oltre ai Paravei con Oredo, loro sovrano. Mille Oresti, dei quali era signore Antioco, seguivano nella spedizione i Paravei di Oredo. Anche Perdicca, in gran segreto dagli Ateniesi, aveva inviato mille Macedoni, che giunsero più tardi. Con queste truppe Cnemo avanzava senza attendere la flotta in arrivo da Corinto. Marciando attraverso il territorio di Argo devastarono Limnea, un borgo sguarnito di mura. Giunsero così nelle vicinanze di Strato, la città più importante dell'Acarnania ritenendo che l'eventuale conquista di questo primo centro avrebbe spianato la strada per le successive occupazioni.

 

81. Quando gli Acarnani appresero che un forte esercito aveva valicato i loro confini e che i nemici avrebbero completato l'invasione dal mare, con la flotta, non si adunarono per organizzare uno sforzo protettivo comune, ma ciascuno provvide alla difesa della propria terra, mentre si inviavano a Formione appelli di soccorso: ma quegli fece replicare che gli era impossibile sguarnire la base di Naupatto proprio quando era imminente l'arrivo di una flotta nemica da Corinto. Intanto i Peloponnesi con i loro alleati, ripartito l'esercito in tre squadroni, marciavano contro la città degli Strati per fissare i loro accampamenti nelle vicinanze e tentare d'assalto la presa delle mura se non fossero riusciti con le trattative ad ottenerne la resa. Al centro dello schieramento avanzavano i Caoni con gli altri reparti di barbari, all'ala destra i Leucadi e gli Anattori, con a fianco i loro alleati sulla sinistra marciava Cnemo con i Peloponnesi e gli Ambracioti. La distanza tra i settori dell'esercito era grande: talvolta non si vedevano l'un l'altro. I Greci avanzavano in formazione da combattimento e tenendosi bene in guardia finché giunsero in una località adatta a collocarvi il campo. I Caoni invece, pieni di fiducia in loro stessi e ritenuti da quegli abitanti del continente come il popolo più bellicoso, non si arrestarono per disporre le tende. Partendo di slancio con gli altri barbari, pensavano d'impadronirsi della città al primo impeto per fregiarsi di quel gesto ardito. L'informazione che stavano ancora proseguendo la marcia raggiunse gli Strati, i quali calcolarono subito che schiacciando quel reparto isolato non avrebbero dovuto sostenere un attacco egualmente animoso da parte dei Greci. Si imboscano in diversi punti intorno alla cinta di mura e attendono in agguato. Piombano sul nemico, ormai vicino scattando al tempo stesso dalla città e dai loro ripari. Smarriti e in preda al panico molti Caoni subiscono il massacro, mentre le altre truppe barbare, vedendoli travolti, si danno per vinte e ripiegano in una rotta generale. Nessuno, negli accampamenti greci, aveva sentito nulla dello scontro, poiché l'avanzata dei barbari si era spinta molto oltre e si pensava che si fossero affrettati per preparare il campo. Ma quando i barbari in fuga cominciarono ad affluire tra loro li accolsero riunirono gli accampamenti e per quella giornata preferirono non prendere altre iniziative. Gli Strati non li aggredivano poiché non era ancora comparso il rinforzo degli altri Acarnani: si limitavano a tempestarli a distanza con colpi di fionda. Situazione critica, in quanto non ci si poteva spostare se non protetti dall'armatura completa: gli Acarnani godono fama di notevole destrezza nel maneggio di quest'arma d'offesa.

 

82. Quando cadde la notte, Cnemo si ritirò rapidamente con l'esercito verso il fiume Anapo, che dista ottanta stadi da Strato. Il giorno successivo, stipulata una tregua, raccolse i morti e riparò nel territorio degli Eniadi che, per amicizia, si trovavano in forze tra le sue truppe. Il corpo di soccorso nemico non si era ancora presentato. Di lì ognuno rientrò in patria. Gli Strati innalzarono un trofeo per la vittoria conseguita contro i barbari.

 

83. Le forze navali che da Corinto e dagli altri centri alleati dal golfo Criseo avrebbero dovuto congiungersi con quelle di Cnemo, per ostacolare l'azione di soccorso verso l'interno degli Acarnani rivieraschi, non si erano presentate. Proprio nei giorni in cui si era svolto lo scontro nei pressi di Strato, si erano viste costrette ad accettare la battaglia sul mare contro Formione e le sue venti navi attiche, che incrociavano di vedetta nelle acque di Naupatto. Poiché Formione, vigilava, e li teneva d'occhio mentre uscivano costeggiando dal golfo: il suo piano era di attaccarli in mare aperto. I Corinzi e le navi alleate veleggiavano sulla rotta dell'Acarnania, non disposti ad uno scontro sul mare, ma preparati per una campagna terrestre, senza immaginare che contro la loro squadra, potente di quarantasette navi, gli Ateniesi trovassero l'ardire di sferrare un attacco con le loro venti triremi. Ma intanto, mentre essi seguivano veleggiando la costa, avvistavano in navigazione, parallele alle loro e lungo la riva di fronte, le navi ateniesi: ma quando da Patre, cittadina dell'Acaia, misero la prua sulla terra opposta, l'Acarnania tentando la traversata, scorsero gli Ateniesi che puntavano dritto su di loro da Calcide e dalla foce dell'Eveno. E così la loro manovra notturna, il tentativo di sfuggire inosservati alla vigilanza ateniese era fallita e dovettero in ogni modo accettare di battersi in quell'aperto tratto di mare. La flotta operava in battaglia agli ordini degli strateghi inviati dalle singole città che avevano fornito contingenti: da Corinto, Macaone Isocrate e Agatarchida. I Peloponnesi ordinarono le navi su un fronte circolare il più ampio possibile, facendo rivolgere all'esterno le prue e all'interno le poppe, per impedire al nemico di adottare la tattica di sfondamento delle linee. I navigli leggeri che accompagnavano la spedizione trovarono riparo nel mezzo, dove si disposero anche le cinque navi meglio manovrabili pronte a scattare di slancio e a comparire nei punti scelti dagli Ateniesi per sferrare la loro offensiva.

 

84. Gli Ateniesi con le navi schierate su un'unica fila una dietro l'altra, presero a descrivere intorno al nemico cerchi sempre più stretti e a premerlo in un tratto di mare sempre più esiguo, sfiorando le sue chiglie e dando di continuo l'impressione di attaccare da un momento all'altro. Formione aveva disposto l'ordine di non eseguire l'assalto prima di un suo preciso segnale. Sperava che la flotta avversaria non potesse mantenere le posizioni iniziali, come uno schieramento di fanterie in uno scontro terrestre, ma che gli scafi si sarebbero urtati e che i vascelli leggeri avrebbero provocato scompiglio. Se dal golfo si fosse alzato il vento, in attesa del quale Formione continuava ad accerchiare le navi dei Peloponnesi (si tratta della brezza mattutina, che si leva generalmente a quell'ora), calcolava che il nemico non avrebbe più avuto un attimo di tregua. Sapeva di avere in pugno la decisione dell'attacco, di poterlo sferrare nel momento che riteneva più propizio, poiché le sue navi erano meglio manovrabili e che quell'occasione del vento sarebbe stata favorevolissima. La brezza prese a soffiare e i legni peloponnesi già ridotti in uno spazio angusto, impediti dall'azione combinata del vento e del naviglio leggero, che acuiva le difficoltà di manovra, si sbandavano senza più la minima traccia di ordine. Onde collisioni frequenti tra gli scafi e tentativi di tenerli lontani con i remi: le urla, gli scambi vivaci d'avvenimento per non urtarsi, i reciproci insulti coprivano gli ordini trasmessi dai comandanti e dai capivoga. Oltre a tutto, gli equipaggi inesperti e incapaci di tenere sollevati i remi sui flutti in tempesta rendevano difficilissimo ai piloti il governo delle navi. Scocca il momento atteso e Formione segnala l'assalto. Un balzo avanti e i vascelli ateniesi colano subito a picco una delle navi ammiraglie nemiche. Ogni chiglia poi che si trova sulla traiettoria dei loro speroni finisce sfondata. Ridussero il nemico in uno stato di così generale scompiglio che non riuscì neppure una volta ad impegnarsi in un efficace contrattacco. Alla fine, si volse in rotta al ricovero di Patre e di Dime, centri dell'Acaia. Gli Ateniesi balzarono all'inseguimento, che fruttò la cattura di dodici navi e del maggior numero dei relativi membri d'equipaggio: seguì il ritorno a Molicrio. Fu elevato un trofeo sul promontorio Rio e una nave fu offerta in voto a Pasidone. Rientrarono infine alla base di Naupatto. Anche i Peloponnesi si ritirarono con i legni superstiti, veleggiando lungo la costa, da Dime e da Patre verso Cilene, dove si trovava il cantiere navale degli Elei. Anche Cnemo da Leucade e le navi che si erano mosse da quella base, con la missione di congiungersi a queste che avevano combattuto, approdano a Cillene, dopo la battaglia di Strato.

 

85. Gli Spartani mandano a Cnemo, come consiglieri perle operazioni sul mare Timocrate, Brasida e Licofrone, con l'ordine di preparare le navi e gli uomini ad un altro scontro, di esito naturalmente più felice e di non lasciarsi imporre da un così esiguo gruppo di navi il divieto di correre le vie marine. Poiché pareva loro che l'esito della battaglia fosse stato determinato dall'elemento della sorpresa, imprevisto e incalcolabile, specie in quanto, dopo un vasto periodo di tempo, si erano battuti allora per la prima volta con le navi. Non sapevano convincersi che la loro marina si trovasse a un livello tanto inferiore: anzi sospettavano qualche atto di viltà da parte dei comandanti e non istituivano un ragionevole confronto tra la destrezza ateniese, frutto di una complessa esperienza, e la loro preparazione durata pochi giorni. Di qui la loro collera e la missione dei consiglieri. Costoro, in accordo con Cnemo, presentarono alle città nuove richieste di altre navi mentre riparavano i danni di quelle ancora disponibili, decisi a sfidare il nemico alla battaglia. Anche Formione manda dei messaggeri ad Atene a riferire i preparativi nemici, ad esporre una relazione sul successo riportato nello scontro navale e a raccomandare l'invio il più rapido possibile di un buon numero di navi, poiché di giorno in giorno si faceva imminente un nuovo scontro. I concittadini rispondono con la spedizione di venti navi, ma assegnarono a chi doveva consegnargli la flotta l'incarico di approdare prima a Creta. Infatti, il cretese Nicia, che era prosseno ateniese, li persuase a veleggiare a Cidonia spiegando che avrebbe loro consentito il soggiogare questa città, nemica di Atene. Li incitava a questa campagna per fare cosa gradita ai Policniti, vicini di confine dei Cidoniati. Così l'uomo cui era stato assegnato il comando salpa con la flotta diretto a Creta e con l'appoggio dei Policniti devastava la terra dei Cidoniati, dove si trattenne molto tempo ostacolato dai venti sfavorevoli e da molti altri intralci, che impedivano di salpare.

 

86. Intanto i Peloponnesi concentrati a Cillene, mentre gli Ateniesi indugiavano nel mare di Creta, costeggiarono, in completo ordine di battaglia, fino a Panormo, porto dell'Acaia dove erano affluiti i reparti di fanteria peloponnesi destinati al loro rinforzo. Anche Formione veleggiò seguendo la costa fino alla punta di Rio Molicrico e gettò le ancore al largo di questo promontorio, con le venti navi che avevano già sostenuto la battaglia. Questo capo, Rio, era un territorio legato agli Ateniesi da vincoli di amicizia: l'altro Rio, che fa parte del Peloponneso, è situato sulla riva opposta. La distanza tra i due punti è di circa sette stadi, naturalmente di mare: si tratta dell'imboccatura del golfo Criseo. I Peloponnesi, quando ebbero avvistato la flotta nemica, si ancorarono a Rio di Acaia, con settantasette navi, coprendo il breve tratto che separa questa località da Panormo, dove si era concentrata la loro armata terrestre. Per sei o sette giorni stettero alla fonda, gli uni di fronte agli altri: trascorrevano il tempo addestrandosi e mettendo a punto i preparativi per lo scontro. Opposti i loro piani: mentre gli uni non intendevano uscire dallo specchio di acqua tra i due promontori, verso il mare aperto, memori della sconfitta da poco subita, gli avversari si proponevano di non accettare la sfida nello stretto, calcolando che sarebbe stato un vantaggio per il nemico battersi in acque anguste. Poi Cnemo, Brasida e gli altri strateghi peloponnesi, desiderosi di sferrare l'attacco al più presto, prima che sopraggiungesse da Atene qualche contingente di soccorso convocarono anzitutto i soldati, quindi leggendo sui visi di molti lo sgomento che la precedente disfatta vi aveva impresso e l'ombra dello sconforto, decisero di rincuorarli con queste parole d'incitamento:

 

87. «Soldati del Peloponneso, se qualcuno tra voi si lascia suggestionare dalla conclusione della passata battaglia e lo stringe l'angoscia per l'imminente scontro, sappia che i suoi motivi di timore sono infondati. I nostri preparativi erano, come sapete, inadeguati: si navigava diretti a una campagna terrestre, non a una battaglia navale. Parte non piccola della nostra sconfitta è imputabile alla fortuna avversa e scivolammo anche, in certa misura, per l'inesperienza di questo primo combattimento con le navi. Per cui la disfatta non trasse origine dalla nostra codardia. Non v'è ragione che in voi l'energia morale, per nulla spezzata dalla forza nemica, serbando in sé decisa la volontà di riaffermarsi, veda snervarsi il suo slancio per un colpo della sorte ostile. Bisogna riflettere che rientra nell'ordine dell'umano destino soggiacere talvolta alle mazzate della fortuna, mentre il sentimento del coraggio impone ai cuori ardimentosi di resistere incrollabili. Se brilla il valore, la mancanza di pratica non si potrà mai accampare come giustificazione efficace della propria viltà. Voi cedete in esperienza al nemico un vantaggio assai meno notevole di quello che potete vantare in audacia. La destrezza tecnica del nemico, che tanto vi angustia, se è sorretta dall'ardimento nell'attimo rovente del rischio, saprà richiamare alla memoria i suoi principi di pratica, ma senza cuore virile nessun'arte resiste alla prova del pericolo. La paura agghiaccia e sbigottisce la memoria: e il mestiere, senza impeto guerriero, è disarmato. Alla loro superiorità tecnica rispondete schierando in campo il vostro più ardente coraggio; all'ansia che vi incute la precedente disfatta, opponete il ricordo della scarsa preparazione. Netto è il vostro vantaggio per numero di navi e per la circostanza che combatterete presso la costa amica e con il rinforzo degli opliti. In tutte le battaglie, prevale chi dispone della più consistente massa d'urto e di uomini più agguerriti. Ragionando, non potremmo individuare un solo fattore che possa vero similmente istillarci il dubbio di una sconfitta. Gli errori precedenti, entrati a far parte del nostro patrimonio d'esperienza, ci chiariranno la via da percorrere. Piloti e marinai, eseguite da valorosi ciascuno il proprio compito e seguiteci: non abbandonate il posto di combattimento. Prepareremo i piani d'attacco con scrupolo non inferiore a quello dei comandanti che ci hanno preceduto: non concederemo a nessuno motivo di mostrarsi vile. Ma sé qualcuno avrà desiderio di commettere una simile bassezza subirà una punizione esemplare; mentre i prodi godranno l'onore di premi degni del loro eroismo.»

 

88. Fu questo il discorso esortativo rivolto dai comandanti ai Peloponnesi. Formione, a sua volta, temendo che l'apprensione si insinuasse a infiacchire il morale delle truppe e rendendosi conto che la potenza numerica del nemico, commentata nelle discussioni tra soldati, poteva seminare un sentimento di paura tra i suoi uomini, decise di radunarli, ridare loro la sicurezza in se stessi e spronarli nel momento che si apprestavano a vivere. Anche in ogni precedente occasione era solito recare loro il conforto della sua parola e prepararli accuratamente sul piano psicologico con la ripetizione continua di questo concetto: non doveva esistere per loro un numero così grande di navi nemiche da non essere in grado di respingere l'urto. Così da lungo tempo i soldati alimentavano in se stessi la coscienza del proprio valore e la convinzione che non esistesse flotta peloponnesiaca per quanto imponente, capace di fare indietreggiare dei marinai d'Atene. Ora, comprendendo che assistevano avviliti allo spiegarsi della potenza ostile aveva voluto ravvivare in loro la memoria di quel senso d'interiore fiducia. Raccolse le truppe ed esordì con queste parole:

 

89. «Vi vedo sgomenti, soldati, a mirare la massa delle navi nemiche: perciò vi ho raccolto, ritenendo la vostra ansia ingiustificata di fronte a oggetti che non devono ispirarne. In primo luogo costoro, proprio perché già disfatti una volta e perciò incapaci loro stessi di considerarsi al nostro livello si sono muniti di un così sterminato numero di navi, non certo eguale al nostro. Considerate poi l'elemento in cui ripongono la più viva fiducia: sono convinti che il coraggio sia una loro prerogativa, ma quest'idea di prodezza nient'altro la infuse loro che l'esperienza dei combattimenti terrestri che consentì alle forze del Peloponneso per lo più il successo in questo tipo di guerra. Si aspettano che sul mare potranno contare su un invariato vantaggio. Ma logicamente, qui saremo noi superiori: come loro sulla terra. Giacché in ardimento non ci lasciano affatto alle spalle e dalla circostanza che ciascuna delle due parti vanta maggior pratica in un determinato genere di lotta saremo noi a trarre più validi motivi di sicurezza. Gli Spartani, capeggiando gli alleati, li spingono ad affrontare il pericolo, i più contro volere, unicamente per riaffermare la loro gloria: altrimenti, dopo quella formidabile disfatta, non avrebbero concepito l'iniziativa di un successivo scontro. Perciò non temete il loro impeto. La paura che voi infondete loro è molto più intensa e giustificata poiché già una volta la vittoria fu vostra e perché non possono aspettarsi che noi ci schieriamo attendendo il loro urto senza pensare che abbiamo in animo di compiere un gesto veramente memorabile. Gli avversari che come costoro possono contare sulla superiorità numerica, sono soliti attaccare fidando nella massa più che nel coraggio: chi si contrappone da posizioni molto più deboli e, senza esservi costretto, accetta la sfida, è mosso da una energia spirituale che lo rende invincibile. Deve essere questo il loro pensiero: e in loro vibra lo sconforto di fronte a questa amara sorpresa, più che per il nostro armamento, di cui hanno già avuto prova. Molti eserciti già furono sgominati da forze più esigue, parte per incompetenza tecnica, talvolta per viltà: due difetti da cui siamo immuni. Non permetterò che la battaglia si accenda nel golfo, al cui interno vedrò di non dirigermi. Poiché so che contro molte navi male governate non conviene a un piccolo numero di legni, diretti alla perfezione e ottimamente manovrabili, operare in acque anguste. Non si potrebbe attuare, come si conviene, la manovra d'attacco con il rostro poiché non si ha la vista aperta per vasto spazio in avanti sullo schieramento nemico, né uno scafo incalzato potrebbe ritirarsi con agio: nessuna manovra di sfondamento risulta possibile o di conversione, che sono le armi più efficaci di una flotta più agile. È inevitabile che lo scontro navale degeneri in una battaglia di fanteria e, in queste circostanze, le navi più numerose hanno cospicue possibilità di successo. Per quanto mi sarà possibile, provvederò in questo senso: a voi il compito di conservare il vostro posto sulle navi e di eseguire gli ordini con rapida intelligenza: tanto più considerando che il nemico ci staziona di fronte a breve distanza. Durante il combattimento osservate il più possibile il silenzio e la disciplina, che sono condizioni essenziali in ogni altro fatto d'armi, ma soprattutto in una battaglia navale. Respingete il nemico con ardire degno delle gesta precedenti. Il nostro rischio è grande: spezzare per sempre la speranza dei Peloponnesi di prevalere con la flotta o accostare ad Atene il pericolo di veder svanire la sua superiorità marittima. Vi rammento ancora una volta che, di questi avversari, i più sono già stati vinti da voi: uomini che hanno già visto in volto la sconfitta, non sono disposti ad affrontare con la stessa passione i medesimi pericoli.»

 

90. Fu questo in sostanza l'incitamento rivolto da Formione ai suoi uomini. I Peloponnesi poiché la flotta nemica non mostrava il proposito di attaccarli verso l'interno del golfo, dove il braccio di mare si restringeva, mentre il proprio piano prevedeva di trascinarveli, anche contro le loro stesse intenzioni, levarono le ancore ai primi chiarori dell'alba e si posero in navigazione con le navi schierate su quattro file, seguendo la loro costa e procedendo verso l'interno del golfo, con l'ala destra più avanzata, conservando: l'ordine con cui s'erano disposti durante il periodo d'attesa alle ancore. Erano in linea su quest'ala le venti navi di miglior corso, con un preciso compito tattico; se Formione, temendo una loro puntata offensiva su Naupatto, si fosse lanciato con le sue navi in questa direzione a copertura della base, queste triremi veloci avrebbero dovuto tagliare la strada agli Ateniesi, impedendo loro di superare la propria ala e di sfuggire all'attacco delle altre navi accorrenti. La loro previsione s'avverava: Formione, in ansia per il destino della piazzaforte scoperta quando li avvistò in movimento, contro voglia e di gran fretta fece imbarcare i suoi uomini e prese a costeggiare. Anche la fanteria dei Messeni avanzava lungo la riva scortandolo pronta a intervenire in caso d'aiuto. Quando i Peloponnesi scorsero la flotta nemica che sfilava, una nave dopo l'altra, lungo la costa e già penetrava all'interno del golfo a ridosso della terraferma, come era nelle loro migliori speranze, al primo segnale operarono una conversione fulminea delle navi e balzarono, con la massima velocità permessa a ogni nave, a un attacco su una sola linea frontale contro gli Ateniesi, augurandosi d'intercettare la loro flotta al completo. Ma undici legni, quelli che guidavano la squadra, sorpassano l'ala destra dello schieramento nemico e la sua manovra offensiva di conversione, sfuggendo in un tratto d'acqua più libero. Sulle altre si precipitarono i Peloponnesi, premendole in fuga verso la costa e ponendole fuori combattimento: le ciurme ateniesi furono massacrate tranne i pochi che trovarono la salvezza a nuoto. Alcuni scafi vuoti furono legati a rimorchio (uno era già stato catturato con l'equipaggio al completo). Altri invece furono strappati al nemico, che già li rimorchiava al largo dalla fanteria dei Messeni che erano accorsi e che, inoltratisi completamente armati nelle onde, avevano dato l'assalto alle tolde, sulle quali si battevano.

 

91. In questo settore i Peloponnesi dominavano e avevano tolto dal combattimento le navi attiche, mentre le loro venti navi lanciatesi dall'ala destra proseguivano l'inseguimento degli undici legni ateniesi che si erano sottratti alla conversione d'attacco e vogavano verso il mare aperto. Questa parte della squadra, eccettuata una nave, sopravanza gli inseguitori e trova ricovero nella base di Naupatto, in cui ferme presso il santuario di Apollo, con le prue rivolte al mare, le navi si tenevano pronte alla difesa e a respingere un eventuale assalto del nemico verso la terraferma. Frattanto i Peloponnesi, alquanto in ritardo, vogavano innalzando insieme il canto del peana, per festeggiare la loro vittoria, mentre una sola nave, di Leucade, molto avanzata rispetto alle altre, incalzava l'unico vascello ateniese rimasto indietro. Si trovava per caso ancorata nella baia una nave mercantile intorno alla quale l'equipaggio attico riesce con grande anticipo ad effettuare una virata completa, quindi scattando pianta il suo rostro nella chiglia della nave inseguitrice e l'affonda. Un episodio imprevisto e una rude sorpresa per i Peloponnesi attoniti: si aggiunga l'indisciplina della manovra d'inseguimento, ispirata dalla loro superiorità, per cui alcune ciurme avevano affondato in acqua le pale dei remi per frenare la corsa (gesto rischiosissimo, a così breve distanza dal nemico, che poteva, in qualunque istante, sferrare un contrattacco) e desiderando farsi raggiungere dal grosso della flotta. Alcuni altri, inesperti di quelle acque, si arenarono nelle secche.

 

92. Questa scena rincuorò gli Ateniesi, restituendo fiducia in loro stessi: bastò un solo ordine e, scagliato un formidabile urlo, si piegarono a tutta forza sui remi, contro il nemico. La catena di spropositi commessi e il disordine in cui si dibattevano non consentì ai Peloponnesi una lunga ed efficace resistenza: dopo poco si diressero a Panormo, da cui erano salpati. Incalzando, gli Ateniesi si impadronirono delle sei navi più vicine e strapparono le proprie navi al nemico che le aveva messe fuori combattimento in vicinanza della costa e le aveva già trascinate a rimorchio: degli equipaggi, alcuni furono passati per le armi, altri presi vivi. Sul ponte della nave di Leucade, che affondava presso il vascello da carico, lo spartano Timocrate che vi era imbarcato, quando lo scafo si sfasciò, si trafisse con la spada e il suo cadavere, trascinato dai flutti, affiorò nella rada di Naupatto. Gli Ateniesi, al ritorno nel porto da cui s'erano mossi per conseguire quel trionfo, eressero un trofeo, raccolsero le salme e i relitti che galleggiavano dalla loro parte e restituirono al nemico i suoi caduti, dopo avere varato un'apposita tregua. Anche i Peloponnesi elevarono un trofeo, in segno di vittoria per avere travolto le navi nemiche e averle danneggiate nello scontro presso la costa. La nave catturata fu offerta in dono votivo al Dio sul promontorio di Rio di Acaia, presso il trofeo. Conclusi questi atti, temendo l'arrivo della flotta ausiliaria da Atene, quando sorse la notte, la squadra al completo, tranne i Leucadi, entrò nel golfo Criseo in direzione di Corinto. Le forze ateniesi che provenendo da Creta con le venti navi avrebbero dovuto ricongiungersi con la squadra di Formione prima della battaglia navale, approdano a Naupatto non molto tempo dopo la partenza delle navi avversarie. L'estate ormai declinava.

 

93. Prima di congedare i soldati della flotta che si era raccolta nel golfo di Crisa e a Corinto, all'inizio di quell'inverno, Cnemo Brasida e gli altri comandanti peloponnesi decisero, su consiglio e istruzione di Megara, di effettuare un tentativo contro il Pireo, porto di Atene, che non era protetto da vedette né chiuso da sbarramenti: logica conseguenza della profonda superiorità navale su cui Atene poteva contare. Elaborarono questo piano: ciascun marinaio doveva prendere con sé il suo remo, il suo cuscino e uno stroppo per il remo e partire a piedi da Corinto per raggiungere la riva del mare che bagna Atene: portatisi rapidamente a Megara dovevano varare da Nisea, che è il loro arsenale, quaranta navi che vi si trovavano alloggiate e puntare immediatamente sul Pireo. Non stazionava infatti a copertura del porto neppure una nave né ad Atene si nutriva il benché minimo sospetto che i nemici fossero in grado di sferrare un attacco così inopinato, poiché o non avrebbero mai avuto l'ardire di accostarsi scopertamente, con tranquilla sicurezza, o se anche avessero concepito un simile progetto, non avrebbero potuto realizzarlo prima d'essere scoperti. Appena ebbero perfezionato il loro disegno, si posero in viaggio: arrivarono di notte, e spinte in mare da Nisea le navi non fecero vela subito in direzione del Pireo, come prevedeva il piano originale, ma, temendo il rischio (si dice anche che si fosse alzato il vento a ostacolarli) puntarono sul promontorio di Salamina che guarda a Megara. Vi si ergeva un fortilizio e vi erano appostate tre navi con il compito di bloccare qualsiasi importazione o esportazione da Megara. Assalirono il forte, trassero a rimorchio le triremi vuote e misero a ferro e fuoco il territorio di Salamina, aggredendone all'improvviso gli abitanti atterriti.

 

94. Atene fu colta impreparata dai segnali di fuoco che annunciavano l'attacco nemico. Un sentimento di terrore, più vivo di quello provato nelle molte e diverse circostanze di questa guerra, gelava la città. Gli abitanti all'interno delle mura pensavano che le navi nemiche avessero già forzato e occupato il Pireo, dove invece tra chi vi abitava prendeva piede la convinzione che Salamina era ormai presa e che erano loro il prossimo, immediato bersaglio dell'assalto nemico. Obiettivo agevolmente conseguibile, se i Peloponnesi fossero stati sorretti dalla volontà di agire senza esitazione e il levarsi della brezza non li avesse intralciati. All'aurora gli Ateniesi calarono con le loro forze al completo al Pireo per presidiarlo: fecero scivolare in acqua le triremi, balzarono agitati a bordo e in tempestoso disordine vogarono alla volta di Salamina, dopo aver collocate squadre di fanteria a difesa del Pireo. I Peloponnesi compresero che il soccorso nemico era imminente e dopo aver devastato la maggior parte di Salamina con le loro incursioni, assicurandosi un considerevole bottino, molti prigionieri oltre alle tre navi di postazione al forte Budoro, presero a tutta forza la via del ritorno verso Nisea. Li pungeva inoltre una certa preoccupata inquietudine per il fasciame delle loro navi che, poste in mare dopo un lungo intervallo di tempo, minacciava di non tenere più. Dopo l'approdo a Megara ripercorsero a piedi la via di Corinto. Anche gli Ateniesi, che non erano arrivati a coglierli a Salamina, tornarono al loro porto: ma da allora vegliarono con la più attenta sollecitudine sul complesso del Pireo, sbarrandone i porti e adottando ogni altro accorgimento utile allo scopo.

 

95. In quella stessa epoca, al principio di questo inverno, l'odrisio Sitalce, figlio di Tere, re dei Traci, organizzò una campagna contro Perdicca figlio di Alessandro, signore dei Macedoni, dirigendosi anche contro i Calcidesi della costa trace per via di due promesse: una che aveva in proposito di far adempiere, l'altra che intendeva personalmente assolvere. Perdicca infatti aveva contratto con lui degli obblighi, se fosse riuscito a riconciliarlo con Atene quando, allo scoppio della guerra versava in brutte acque, e se non avesse restituito il trono al fratello di lui Filippo, che, gli era ostile: ma non aveva tenuto fede agli impegni. Da parte sua, aveva concordato con gli Ateniesi, quando stipularono la loro alleanza, che avrebbe risolto con un successo le operazioni militari nel settore della Calcidica sulla costa trace. Erano questi dunque i due obiettivi ché l'avevano spinto alla spedizione. Lo accompagnava il figlio di Filippo, Aminta ch'egli aveva intenzione di riporre a capo della monarchia macedone e lo seguivano anche gli ambasciatori ateniesi che soggiornavano presso di lui per caldeggiare l'esecuzione di questi disegni. Agnone si assunse il comando: poiché anche gli Ateniesi dovevano contribuire allo sforzo contro i Calcidesi con una squadra navale e un esercito il più possibile agguerrito.

 

96. Muovendo allora dal territorio degli Odrisi mobilitò innanzitutto i Traci stanziati tra il monte Emo e la catena del Rodope, tutte popolazioni su cui si estendeva il suo dominio, fino al mare, vale a dire il Ponto Eussino e l'Ellesponto; poi i Geti che vivono al di là dell'Emo e tutte le altre genti che abitano i territori al di qua del fiume Istro, nella parte però più prossima alla costa del Ponto Eussino. I Geti e le popolazioni di quelle zone dividono con gli Sciti i confini e la medesima foggia d'armi: sono tutti arcieri a cavallo. Convocò anche un nutrito gruppo di Traci delle montagne, che vivono indipendenti e si armano di spade. Hanno nome Dii e la maggior parte di loro abita sul Rodope. Alcuni si lasciarono attrarre da una cospicua paga, altri si presentarono volontari. Mobilitò anche gli Agriani i Leei e butte le altre tribù peoniche su cui regnava. Erano questi i limiti estremi della sua signoria, che arrivava, dalla parte dei Peoni, ormai indipendenti, fino ai Leei Peoni e al corso dello Strimone il fiume che nascendo dal monte Scombro bagna il paese degli Agriani e dei Leei. Dalla parte dei Triballi, indipendenti anch'essi, il confine era segnato dalle terre dei Treri e dei Tilatei, che vivono a settentrione del monte Scombro e a occidente si protendono fino al fiume Oschio. Questo fiume scaturisce dallo stesso monte da cui nascono anche il Nesto e l'Ebro: è un picco alto e desolato, congiunto al gruppo montagnoso del Rodope.

 

97. L'estensione in ampiezza del regno degli Odrisi, affacciato sul mare, va dalla città di Abdera al Ponto Eussino, fino alla foce dell'Istro. La navigazione lungo tutto questo tratto di costa e seguendo la rotta più breve comporterebbe per una nave da carico, nell'ipotesi che il vento spiri sempre di poppa, quattro giorni di viaggio e altrettante notti: per le strade di terra, prendendo sempre la via più spiccia, un marciatore agile copre in undici giorni la distanza tra Abdera e il fiume Istro. È questo lo sviluppo della costa: dalla parte del continente, partendo da Bisanzio diretto al paese dei Leei e al fiume Strimone (che costituisce il tratto più lungo dalla costa all'interno) uno che marci spedito impiega tredici giorni. In quanto ai tributi che affluivano da tutto il territorio barbaro e dagli altri centri greci sottomessi al potere degli Odrisi, all'epoca di Seute, che asceso al trono dopo Sitalce li aveva elevati alla cifra più considerevole, ammontavano ad una somma di valore pari a circa quattrocento talenti di argento, e in argento e in oro venivano pagati. Entrata d'equivalente pregio costituiva il complesso dei doni non solo in oro e argento, ma in tessuti ricamati e lisci e in oggetti d'arredamento d'ogni diversa natura, che approdavano alle mani del re, oltre che dei dignitari investiti di qualche carica governativa e dei nobili Odrisi. Contro il costume vigente nel regno di Persia, hanno stabilito in quel paese una norma: prendere più che donare (rappresentava più acuta vergogna eludere una richiesta che avanzarne una senza successo). Regola onorata anche dagli altri Traci: ma qui, fra gli Odrisi, in proporzione alla loro più ampia potenza questa pratica era più radicata e diffusa. Senza allungare regali non si veniva a capo di nulla. Onde questo regno salì a grande ricchezza. Per entrate finanziarie e per pubblica prosperità era divenuto il più potente tra i regni situati in Europa, fra il golfo Ionio e il Ponto Eussino. Per vigore bellico invece e per massa di combattenti risultava molto inferiore agli Sciti. Ma contro costoro non c'è popolo in Europa che possa reggere il confronto: neppure in Asia esiste una nazione che, singolarmente considerata, sia in grado di opporsi con efficacia agli Sciti, se dessero vita a un complesso politicamente unitario. Anche negli altri aspetti della vita, per assennata chiarezza d'idee e pronta soluzione dei problemi immediati, non si trovano certo al livello normale delle altre genti.

 

98. Dunque Sitalce che era signore di un così ampio regno allestiva la spedizione. Quando la preparazione fu completa, iniziò la marcia verso la Macedonia, prima attraverso i suoi territori, poi valicando il Cercine, un gruppo montagnoso deserto che si erge al confine tra i Sinti e i Peoni. Percorse quella pista che si era lui stesso aperta, tagliandola nella foresta, in occasione della precedente campagna contro i Peoni. Uscendo dal paese degli Odrisi e attraversando questi valichi montani tenevano sulla destra i Peoni, sulla sinistra i Sinti e i Medi. Compiuto il passaggio giunsero a Dobero Peonica. Durante la marcia Sitalce non subiva perdite di truppe, anzi ne affluivano di rinforzo. Numerosi Traci indipendenti si accodavano all'esercito, senza essere stati chiamati, per desiderio di bottino. Si dice così che questo esercito raggiunse la forza di centocinquantamila uomini. La massa più rilevante era costituita dalla fanteria: circa un terzo erano cavalieri. Il nerbo della cavalleria era stato fornito dagli stessi Odrisi, poi dai Geti. Nella fanteria, le milizie più agguerrite erano i Traci indipendenti calati dal Rodope, che si armavano di spada. Il resto delle truppe si accalcava in disordine, ma era la loro massa a incutere il terrore.

 

99. I soldati si venivano concentrando a Dobero e si preparavano a sferrare dalle alture l'invasione della sottostante Macedonia soggetta a Perdicca. Fanno parte della Macedonia anche i Lincesti e gli Elimioti e altre genti dell'interno che sono alleate e suddite di questi che abitano la bassa Macedonia, sebbene si reggano con singole monarchie. Si insignorirono per Frimi della moderna Macedonia bagnata dal mare, Alessandro, padre di Perdicca e i suoi avi Temenidi originari in antico di Argo. Confermarono il loro potere espellendo dalla Pieria con uno scontro armato i Pieri, che in seguito si stanziarono alle pendici del Pangeo, un monte al di là dello Strimone, nella località chiamata Fagrete e in altre zone (infatti ancora oggi il paese costiero sito tra le falde del Pangeo e il mare, si chiama golfo Pierico); dalla regione chiamata Bottia cacciarono i Bottiei attuali confinanti dei Calcidesi. S'impossessarono nella Peonia di una stretta fascia di territorio che, lungo il fiume Assio, dall'interno scende fino a Pella e al mare. Oltre il corso dell'Assio fino a quello dello Strimone scacciarono gli Edoni dalla regione chiamata Migdonia che ora è in loro mano. Tolsero anche, dalla cosiddetta Eordia gli Eordi, tra cui molti perirono, mentre un loro esiguo gruppo si è stanziato presso Fisca. Dall'Almopia rimossero gli Almopi. Questi Macedoni soggiogarono anche le altre genti ancora sotto il loro controllo, oltre ad Antemnute, la Grestonia, la Bisaltia e un ampio tratto di territorio propriamente macedone. Il complesso di queste terre ha nome Macedonia e ne era sovrano Perdicca, figlio di Alessandro quando Sitalce gli mosse contro.

 

100. Questi Macedoni non potendo opporre in campo un efficace riparo all'avanzata di un esercito così numeroso, ricorsero per la difesa ai capisaldi e alle piazzeforti della regione, che invero non erano molte: soltanto in seguito Archelao figlio di Perdicca fece elevare i fortilizi che ancora si notano in quel paese, tracciò strade diritte e mise a punto ogni altro dispositivo militare con l'acquisto di cavalli e di armi. Insomma dotò il paese di una forza bellica più consistente di quella che seppero organizzare gli otto sovrani che lo precedettero sul trono. L'esercito dei Traci dilagò innanzitutto negli antichi possedimenti di Filippo, espugnando con la forza Edomene, Gortinia e Atalante. Alcune altre piazzeforti cedettero spontaneamente per l'amicizia che li legava ad Aminta, figlio di Filippo, che era presente. Assediarono Europo, ma senza successo. Penetrarono nel resto della Macedonia, a sinistra di Pella e di Cirro. Non avanzarono però oltre queste località, fino alla Pieria e alla Bottia: si fermarono a devastare la Migdonia, la Grestonia e Antemunte. Il piano macedone non contemplava nemmeno la possibilità di affrontare con le fanterie il nemico: ma rafforzarono la propria cavalleria con contingenti fatti venire dai paesi dell'interno loro alleati e irrompevano in pochi contro l'esercito dei Traci, immenso, ovunque se ne presentasse l'opportunità. In qualsiasi punto vibrassero l'assalto, nessuno poteva sostenere l'urto di cavalieri valenti protetti da corazze. Ma poi, accerchiati da truppe molte volte più numerose di loro correvano un pericolo fatale contro un nemico numericamente troppo più forte: alla fine troncarono queste iniziative, calcolando di non poter contrastare un nemico così sconfinato.

 

101. Intanto Sitalce varava trattative con Perdicca per conseguire gli scopi in vista dei quali si era mosso. Siccome gli Ateniesi non comparivano con le navi, poiché non avevano molta fiducia nel suo arrivo (gli avevano però inviato ambasciatori con dei doni) distaccò una parte delle truppe sia contro i Calcidesi che contro i Bottiei, li bloccò nelle fortezze e ordinò la devastazione del territorio. Mentre egli operava in queste contrade i Tessali che abitano a mezzogiorno, i Magneti e altre genti suddite dei Tessali e i Greci che vivono nelle località prossime alle Termopili, temettero che l'esercito muovesse anche contro di loro e si mantenevano in stato di all'erta. Anche i Traci che abitano le pianure al di là dello Strimone, verso settentrione i Panei, gli Odomanti, i Droi, i Dersei, erano in apprensione; sono tutti popoli indipendenti. L'ansia attanagliava anche i Greci nemici di Atene, poiché si aspettavano che, incitate dagli Ateniesi e in virtù della loro alleanza, quelle truppe si proponessero anche la propria terra come obiettivo. Sitalce intanto si intratteneva a devastare con azioni contemporanee la Calcidica, la Bottia e la Macedonia: ma poiché non otteneva nessuno dei successi che si era proposto iniziando l'invasione e inoltre l'esercito non disponeva di vettovaglie sufficienti ed era messo a dura prova dall'inverno avanzato, si lasciò indurre da Suete, figlio di Sparadoco, suo nipote e l'autorità più influente dopo di lui, ad operare una rapida ritirata. Era stato Perdicca, con la promessa segretissima di dargli in moglie la sorella accompagnata da una cospicua dote, a trarre Seute dalla sua parte. Sitalce cedette e dopo una permanenza complessiva di trenta giorni, di cui otto nella Calcidica, rimpatriò in fretta con l'esercito. In seguito Perdicca tenne fede all'impegno, consegnando la sorella Stratonica a Seute. Furono questi gli avvenimenti durante la spedizione di Sitalce.

 

102. In questo inverno, dopo che si sciolse la flotta dei Peloponnesi, gli Ateniesi attestati a Naupatto, al comando di Formione costeggiarono fino ad Astaco ed effettuato uno sbarco penetrarono in armi verso l'interno dell'Acarnania con i quattrocento opliti della flotta e quattrocento opliti dei Messeni. Espulsero da Strato, da Coronta e da altre località i cittadini che non parevano loro sicuri, ristabilirono a Coronta Cinete figlio di Teolito e fecero ritorno alle navi. Non giudicavano possibile insistere con una spedizione, in quel rigido inverno, contro gli Eniadi, gli unici Acarnani ostili da sempre ad Atene. Infatti l'Acheloo, un fiume che sorgendo dalla catena del Pindo solca la Dolopia, l'Agraide, l'Anfilochia e la pianura acarnana, lambisce Strato quando scorre ancora all'interno della regione, sbocca in mare presso gli Eniadi, impaludando la zona intorno alla loro città, rende impossibile durante l'inverno, a causa della quantità d'acqua, le manovre militari. Di fronte alle località costiere degli Eniadi a non grande distanza dalla foce dell'Acheloo, sono ubicate la maggior parte delle isole Echinadi. Il fiume è di grande portata e continua ad accumulare i suoi detriti alluvionali, onde alcune isole sono già congiunte alla terraferma e ci si può aspettare che in breve tempo, subiranno tutte la medesima sorte. La corrente del fiume è ampia, possente, fangosa: inoltre le isole sono fitte e così vicine l'una all'altra formano come un continuo sbarramento ai materiali di deposito fluviale, impedendo la loro dispersione in mare aperto: poiché sono irregolarmente disposte, non su un'unica fila e non consentono il libero fluire delle acque verso il largo. Sono disabitate e poco estese. È leggenda che Apollo abbia intimato con un responso ad Alcmeone, figlio di Anfiarao, di stabilirsi in queste terre quando errava esule dopo l'assassinio della madre: gli proclamava inoltre che non vi sarebbe stata per lui liberazione dai suoi attacchi di terrore, fino a quando, scoperto questo paese, non vi avesse preso dimora: un luogo che non fosse ancora sotto lo sguardo del sole e che anzi non fosse ancora terra, poiché ogni altra contrada del mondo era stata da lui contaminata. Si dice che Alcmeone si trovasse in difficoltà: finché, a fatica, prese in considerazione questo terreno alluvionale alla foce dell'Acheloo. Gli sembrò che nel non breve tratto di tempo in cui era andato vagando, dopo l'uccisione di sua madre, si fosse accumulato un deposito di terra sufficiente a garantire la vita per una persona. Stanziatosi in questi luoghi vicini al paese degli Eniadi, vi prese a regnare e ne fissò per sempre, dal nome del figlio suo Acarnane, la denominazione. È questa la tradizione sulla vicenda di Alcmeone, quale l'abbiamo raccolta.

 

103. Gli Ateniesi agli ordini di Formione, salpando dalla costa dell'Acarnania approdarono a Naupatto, e al principio della primavera, ripartirono verso Atene. Conducevano con sé i prigionieri di condizione libera catturati nelle battaglie navali (che riottennero la libertà attraverso un esatto scambio di uomini) e le navi che avevano prese. Tramontava intanto anche questo inverno e si chiudeva con esso il terzo anno di questa guerra, descritta da Tucidide.

 

LIBRO III

 

 

 

1. L'estate successiva, nella stagione del grano maturo, i Peloponnesi e gli alleati si misero in marcia per invadere l'Attica: li guidava Archidamo, figlio di Zeussidamo, re degli Spartani. Dopo avervi posto l'accampamento, iniziarono il saccheggio del paese. Come al solito, dove si presentava la opportunità, la cavalleria ateniese vibrava fulminei attacchi, impedendo alla massa delle fanterie leggere di spingere la loro azione distruttiva troppo lontano dal proprio campo, nelle vicinanze della città. Si trattennero sul suolo dell'Attica per il tempo che durarono le riserve di vettovaglie: poi si ritirarono e, città per città, si sciolsero.

 

2. Immediatamente dopo l'invasione dei Peloponnesi l'isola di Lesbo, tranne il centro dl Metimna, insorse contro Atene. In realtà, anche prima di questa guerra gli isolani avevano concepito il piano di ribellarsi, ma Sparta non aveva accolto la loro richiesta di protezione; tuttavia, anche in quest'epoca, si videro costretti a sollevare la rivolta prima di quando prevedeva il progetto. Poiché si attendeva che fossero a punto lo sbarramento dei porti, la costruzione delle mura, l'allestimento delle navi, e che giungessero dal Ponto gli aiuti che si dovevano ricevere: truppe armate d'arco e riserve di frumento e tutti i mezzi che avevano richiesto. Ma gli abitanti di Tenedo, in contrasto con quelli di Mitilene, i Metimnei e, nella stessa Mitilene alcuni cittadini, membri di una fazione dissidente, per loro privata iniziativa e perché legati da vincoli di prossenia ad Atene, denunciano ai loro amici ateniesi che non solo si impone con la forza ai diversi nuclei urbani di Lesbo di accentrarsi politicamente e di gravitare su Mitilene, ma che questa appoggiandosi agli Spartani e ai Beoti, gente di sangue affine, brucia le tappe per prepararsi, senza tralasciare nessun particolare organizzativo, a una sedizione: se Atene non avesse predisposto immediate misure cautelative, si sarebbe visto strappato il possesso di Lesbo.

 

3. Gli Ateniesi, prostrati a fondo dall'epidemia e dalla guerra che, superata la fase iniziale, procedeva al suo culmine, valutarono troppo gravoso un eventuale impegno militare anche contro Lesbo, che poteva disporre di una forte flotta da guerra e di un potenziale offensivo intatto: perciò decisero dapprima di non prestare orecchio alle accuse, indulgendo a un desiderio intimo che, in realtà, la situazione non risultasse così gravemente compromessa. Sennonché, neppure l'invio di un'ambasceria ottenne che i Mitilenesi recedessero dai loro propositi di accentramento politico e di preparazione militare. Sotto l'impulso del timore, decretarono un tempestivo intervento: la spedizione immediata di quaranta navi che si trovavano allestite per una crociera di guerra nei mari del Peloponneso. Ne prese il comando Cleippide, figlio di Dinia, con altri due strateghi. Era giunta ad Atene l'informazione che si sarebbe celebrata, fuori la cinta di Mitilene, la festa solenne in onore di Apollo Maloento alla quale partecipa la popolazione della città al completo. Se si affrettavano, c'era speranza d'aggredirli di sorpresa. Se il colpo di mano aveva successo, bene; in caso diverso, avrebbero ingiunto ai Mitilenesi di consegnare le navi e di atterrare le mura. Se non obbedivano, era la guerra. Così le navi tolsero le ancore. Le dieci triremi di Mitilene che, secondo il patto d'alleanza, erano giunte a disposizione d'Atene, come contingente di rinforzo, furono bloccate e l'equipaggio posto in stato d'arresto. Ma l'annuncio della spedizione navale raggiunse egualmente Mitilene: ve la recò un uomo, passato da Atene all'Eubea, quindi giunto a piedi al porto di Geresto da cui, trovata una nave mercantile in procinto di prendere il mare, favorito dal vento pervenne a destinazione tre giorni dopo la sua partenza da Atene. A Mitilene si scartò subito l'idea di solennizzare fuori le mura la festa del Maloento; si puntellarono invece i settori delle fortificazioni e dei porti le cui difese erano rimaste a mezzo, e si stava all'erta.

 

4. In breve comparvero dal mare gli Ateniesi, a constatare con i loro occhi gli sviluppi della situazione. Gli strateghi proclamarono, come era stato loro ordinato, l'ingiunzione prescritta: la replica negativa di Mitilene segnò l'apertura delle ostilità. L'allestimento militare precario e l'improvvisa, rude costrizione a battersi non distolse i Mitilenesi da un accenno di sortita con le navi, poco fuori dal porto: quasi una sfida allo scontro navale. Ma incalzati dalle navi attiche preferirono intavolare trattative con gli strateghi, per ottenere se era possibile, l'allontanamento a breve termine della flotta, mediante qualche decorosa concessione. La proposta piacque agli strateghi ateniesi, anch'essi dubbiosi di poter sostenere lo sforzo bellico contro la coalizione di Lesbo con le truppe ai cui disponevano. Stabilita una tregua, i Mitilenesi inviano ad Atene uno degli accusatori, ormai ravvedutosi, con pochi altri, per un tentativo di persuasione ad ordinare il rientro delle navi, poiché in città non covava più nessun focolaio di ribellione. Ma intanto, eludendo la flotta ateniese che vegliava, ormeggiata a settentrione della città, presso il capo Malea, indirizzarono a Sparta, a bordo di una trireme, un'ambasceria, poiché era scarsa la loro fiducia nei negoziati aperti con Atene. Gli ambasciatori, dopo un'estenuante traversata in mare aperto, senza scalo, conclusero a Sparta il loro viaggio e tramarono con le autorità di quel paese per ricavarne qualche forma d'appoggio.

 

5. Quando tornò a mani vuote l'ambasceria da Atene, i Mitilenesi si disposero alla guerra affiancati dalle forze dell'intera isola di Lesbo, eccettuata Metimna: anzi le truppe di questa città erano accorse a prestare man forte agli Ateniesi con gli Imbri, i Lemni e alcuni, pochi, tra gli altri alleati. Da Mitilene s'organizzò in massa un'uscita contro il campo ateniese e divampò una mischia, in cui i Mitilenesi non furono sopraffatti: tuttavia rinunciarono a bivaccare tutta la notte fuori le mura e, poco fidandosi delle loro stesse forze, rientrarono nella città. Non se ne mossero più, in seguito: intendevano attendere l'arrivo dei rinforzi dal Peloponneso per riprendere la lotta con mezzi più completi. Fecero infatti la loro comparsa lo spartano Melea e il tebano Ermeonida, che erano stati inviati in missione prima della rivolta e non avendo potuto prevenire l'attacco navale degli ateniesi penetrarono nascostamente, quando la battaglia s'era già spenta, nel porto a bordo di un trireme e consigliarono l'invio di un'altra trireme con degli ambasciatori, che loro stessi avrebbero accompagnati: missione che venne posta senz'altro in viaggio.

 

6. Gli Ateniesi, vivamente incoraggiati dalla scarsa attività del nemico cominciavano a chiamare a raccolta gli alleati i quali rispondevano con tanto più vivo entusiasmo in quanto non brillava da parte dei Lesbi, nessuna scintilla di resistenza. Calarono le ancore anche a mezzogiorno della città e fortificarono due accampamenti su entrambi i fianchi di Mitilene e iniziarono il blocco dei due porti. Così tagliarono fuori Mitilene dal mare. I Mitilenesi e gli altri Lesbi che erano accorsi in aiuto controllavano la terraferma, tranne le fasce di territorio, non molto estese, adiacenti agli accampamenti ateniesi e sottoposte alla loro diretta sorveglianza. Per le loro navi, gli Ateniesi usavano come base principale il promontorio Malea, che fungeva anche da luogo per il mercato. Erano queste le operazioni belliche intorno a Mitilene.

 

7. In questa stessa estate, proprio nella stessa epoca, gli Ateniesi inviarono anche nelle acque del Peloponneso trenta navi agli ordini di Asopio figlio di Formione, poiché gli Acarnani avevano sollecitato l'invio di uno della famiglia di Formione, figlio o congiunto, come comandante. Con la flotta, lungo la costa, devastarono le località rivierasche della Laconia. In seguito Asopio rimandò in patria il maggior numero di navi; ed egli con dodici navi giunse a Naupatto e mobilitati gli Acarnani, iniziò con tutte le forze che aveva una spedizione contro gli Eniadi. Risalì con la flotta il corso dell'Acheloo, mentre le truppe di fanteria apportavano la rovina nel paese. Poiché quelle genti non si lasciavano imporre il giogo, sciolse l'esercito terrestre e, giunto per via di mare a Leucade, effettuò uno sbarco a Nerico e durante la ritirata perse lui stesso la vita e parte delle truppe cadde sotto i colpi degli indigeni, accorsi a sostenere i loro, e di alcuni pochi soldati di guarnigione. Dopo qualche tempo, gli Ateniesi, risaliti a bordo delle navi, si fecero riconsegnare, sotto la garanzia di una tregua, i cadaveri dei loro morti.

 

8. Intanto i componenti l'ambasceria inviata da Mitilene a Sparta a bordo della prima nave, su consiglio degli Spartani di presentarsi ad Olimpia per consentire agli altri alleati di ascoltare le loro ragioni e di decidere in merito, si recarono ad Olimpia. Era l'Olimpiade nella quale Dorieo di Rodi riportava la vittoria per la seconda volta. Conclusa la festa, furono introdotti a parlare gli ambasciatori, che pronunciarono questo discorso:

 

9. «Cittadini di Sparta, e alleati! Conosciamo la legge in vigore tra i Greci: v'è chi sceglie il tempo di guerra per ribellarsi e dividere il suo destino da quello dei precedenti alleati. V'è anche chi lo accoglie e trae da un tale gesto, in proporzione al profitto che ne ricava, un senso di piacere: ma giudica l'accolto un traditore degli antichi amici e lo disprezza. Che è pur sempre un'equa valutazione: a patto che i dissidenti e coloro da cui si staccano si ispirino a concezioni di vita equivalenti, siano legati da reciproco, pari affetto, i rapporti tra loro d'armamenti e di potenza poggino su basi di equilibrio e non sussista onorevole motivo di rivolta. Condizioni che tra noi e Atene non si verificano. Non paia dunque vile la nostra tempra morale se, rispettati dagli Ateniesi quando vigeva la pace, decidiamo ora di separarci, mentre incombe l'oppressione della guerra.

 

10. «Ora, a principio del nostro intervento illustreremo le radici morali del nostro contegno: giustizia e rettitudine. Poiché ci preme la necessità di un'alleanza. Sappiamo che non regge ferma la familiarità tra privati, come tra le città s'incrina l'armonia su ogni proposito comune, qualora le relazioni non rispecchino una mutua fiducia d'integrità, fondandosi in generale su una spirituale concordia d'intenti. Poiché proprio la disparità di convinzioni ideali prelude ai contrasti, sul piano della concreta politica. La nostra intesa militare con Atene rimonta all'epoca in cui, mentre voi rinunciavate a proseguire la lotta con i Persiani, gli Ateniesi insistettero, fino in fondo, in quello sforzo. Ma la nostra alleanza non nacque con il dichiarato fine di asservire i Greci ad Atene, anzi di affrancarli tutti dal dominio persiano. Finché dunque adattarono la loro egemonia a un concetto di parità con le altre genti, operammo in accordo con loro, entusiasti: ma crebbe in noi il sospetto quando ci avvedemmo che si allentava in loro la tensione ostile contro lo straniero e diveniva invece più intensa la smania di piegare ogni alleato al loro servizio. Poiché il grande numero di voti, il frazionamento, L'inettitudine a collegarsi per una difesa comune produssero la schiavitù degli alleati: di tutti, tranne noi e i Chii. E noi, di certo indipendenti e liberi, a parole, collaboravamo alle spedizioni ateniesi. Ma l'egemonia ateniese ci si prospettava infida: tenevamo per esempio i casi delle città che ci avevano preceduto. Atene già premeva sotto il tallone i paesi che si erano aggregati, come noi, alla lega: come allontanare il dubbio, che una volta o l'altra, quando l'occasione giungesse propizia, non fosse riservato ai pochi, rimasti liberi, un trattamento identico?

 

11. «Se la lega si componesse ancora di stati indipendenti, sarebbe stata più viva, nei loro confronti, la fiducia di un rapporto schietto, libero da ostili sorprese. Ma la sorte di molti era ormai nel loro pugno, mentre con noi trattavano da condizioni pari. Era umano che li pungesse sempre più sul vivo questo stato di cose, e che, mentre la resistenza degli altri si andava via via sfaldando, noi soli, tenaci, insistessimo a contrapporre il principio dei diritti uguali; e quanto più si affermava in progresso la loro potenza, meglio si determinava e risaltava il nostro isolamento. L'equilibrio del terrore è l'unico cardine su cui un'alleanza può gravitare sicura: la mancanza di un concreto vantaggio, su cui far leva, distoglie un eventuale prevaricatore dal progetto di un attacco proditorio. Non è altro il motivo per cui ci fu lasciata l'indipendenza, dal velato proposito ateniese d'assicurarsi il supremo comando più ricorrendo alla scaltrezza e ai lumi della strategia politica che alla violenza delle armi. La nostra testimonianza, inoltre, serviva loro di puntello: poiché è chiaro che almeno quelli muniti di libera scelta e decisione non si impegnano contro voglia in una campagna militare, se non è lampante l'illegalità commessa dal paese aggredito. Favorevole prospettiva per loro, poiché prima contro i più deboli sollecitavano l'intervento dei più forti, che ritrovandosi alla fine isolati, privi di qualunque altro sostegno, si sarebbero consegnati nelle loro mani con molto maggiore condiscendenza. Se invece avessero cominciato da noi, mentre tutti gli altri potevano contare sulla loro potenza integra e su alleati esterni pronti al soccorso, non avrebbero fatto sentire così pesante il loro pugno. In particolare la nostra flotta li intimoriva: si aspettavano che l'aggregassimo a voi o a qualche altra potenza, costituendo una sola, forte marina; una minaccia costante sui loro mari. E, in parte, dobbiamo la nostra salvezza alla deferenza che dimostravamo al popolo d'Atene e alle autorità che ne detenevano, di volta in volta, il potere. Ma se non fosse esplosa questa guerra ci rassegnavamo ormai, modellando i nostri timori sul destino degli altri, a non poter salvare più a lungo la nostra libertà.

 

12. «Quale confidente amicizia, che sicurezza di libertà era questa? Le rispettose relazioni che intercorrevano tra noi non riflettevano i propri reali stati d'animo. Cerimonie, complimenti da parte loro quando una guerra li teneva in ansia: noi invece, per la medesima ragione, li trattavamo con lo stesso ossequio in tempo di pace. Negli altri la corrispondenza d'affetti fortifica la lealtà, mentre tra noi la rinsaldava il reciproco timore. La nostra alleanza poggiava più sul dominio della paura che della schietta intimità, giacché il primo dei due cui un impunità sicura avesse acceso l'animo ad osare, per primo avrebbe anche calpestato il patto. Se la nostra rivolta appare a qualcuno troppo precoce, poiché gli Ateniesi esitavano ad applicarci i loro consueti, rudi provvedimenti, mentre noi non aspettammo di riconoscerne con più dolorosa esperienza la pratica effettuazione, ebbene la sua analisi è scorretta. Se fossimo stati potenti a sufficienza per contrapporre ai loro, da pari a pari, i nostri agguati e i nostri indugi, perché mai avremmo dovuto restare in soggezione di fronte ad Atene, se la nostra intesa rispecchiava un concreto equilibrio? Sta a loro aggredirci in qualsiasi istante? Ci sia dunque concesso predisporre una difesa.

 

13. «Ecco, cittadini di Sparta e alleati, ora conoscete le cause e i motivi che ci hanno indotto alla sedizione. Ad udirli, legittimano chiaramente la nostra condotta. Sono per noi, inoltre, giustificata occasione di timore e un incentivo alla ricerca di un aiuto sicuro, quale che sia. Già da molto ne avvertivamo acuto il bisogno, quando in tempo di pace tentammo con voi di allacciare contatti per far esplodere la rivolta: ma ci frenammo per il vostro rifiuto. Ora però i Beoti ci hanno rivolto un invito, che abbiamo accettato senza esitare. Pensavamo di effettuare un duplice distacco: dalla lega greca, per scindere le nostre responsabilità dai crimini ateniesi contro gli alleati e cooperare piuttosto alla loro liberazione; e dall'alleanza con Atene, per ostacolarne la distruttiva politica d'asservimento nei nostri riguardi, anzi per attaccarli noi senza indugi. Ora la nostra sedizione è scattata prematura, senza preparativi adeguati: nuovo e più serio motivo per accoglierci nella vostra lega, e soccorrerci al più presto se desiderate comparire come i difensori legittimi degli oppressi e un popolo capace, a un tempo, di punire i suoi nemici. Le condizioni risultano propizie come mai prima: Atene è spossata dall'epidemia e dalle spese, la sua flotta è divisa e incrocia nelle nostre acque e nei mari del Peloponneso. Quindi non è facile pensare che possano disporre in abbondanza di navi se in questa stessa estate compirete una seconda invasione dell'Attica con le truppe di terra e la flotta; sarà questa la conseguenza: non potranno affrontar voi in uno scontro navale o dovranno, in entrambi i settori in cui operano le loro forze, iniziare la ritirata. Nessuno concepisca il pensiero che l'intervento di Sparta equivarrebbe a rischiare in proprio per difendere una terra d'altri. Se qualcuno è convinto che Lesbo sia un paese remoto, si avvedrà che è ben prossimo il profitto che ne può trarre. Poiché non sarà l'Attica il perno del conflitto, come si prevede ma i territori ché forniranno all'Attica i suoi fondi. Le sue risorse finanziarie affluiscono dai paesi alleati e diverranno più rilevanti se s'impadroniranno di noi: giacché nessuno ardirà più staccarsi e inoltre aggiungeranno al loro il nostro denaro. Serviremo più duramente dei primi cui hanno imposto il giogo. Se la vostra risposta in aiuti sarà generosa e pronta, vi annetterete una città con una potente flotta (rafforzando un settore in cui siete particolarmente deboli) e abbatterete più agevolmente Atene, sottraendole, a poco a poco, le forze alleate (ciascuno si farà più ardito e fiducioso nell'accostarsi a voi); infine sfuggirete all'accusa di cui, fino ad ora, vi si faceva carico, di non appoggiare chi si ribellasse ad Atene. Interpretate il ruolo di liberatori e stringerete in mano, salda e sicura, la vittoria in questa guerra.

 

14. «Onorate le speranze dei Greci che in voi confidano e, in nome di Zeus Olimpio, nel cui santuario, in veste quasi di supplici ora ci presentiamo, accogliete in alleanza i cittadini di Micene, soccorreteli. Non abbandonateci nel momento in cui rischiando la nostra stessa vita, ci prepariamo a edificare, nell'eventualità di una vittoriosa resistenza, le basi di una prospera, comune sicurezza, di una ben più generale disfatta, se assisterete impassibili alla nostra rovina. Rivelatevi uomini, quali la stima dei Greci vi esige e il nostro ansioso tormento v'invoca.»

 

15. Fu questo, sostanzialmente, il discorso dei Mitilenesi. Spartani e alleati stettero ad ascoltare: accolsero gli argomenti di quell'ambasceria e stipularono un'intesa con Lesbo. Proclama intanto l'invasione dell'Attica per attuare la quale ingiunsero agli alleati raccolti a Sparta di presentarsi al più presto con due terzi delle proprie truppe sull'Istmo. Gli Spartani vi giunsero primi e misero a punto le macchine per il trasporto terrestre delle navi, che intendevano far passare da Corinto direttamente nelle acque di Atene, per un simultaneo attacco, da terra e dal mare. Per parte loro, faticavano alacremente a quest'impresa, mentre gli alleati si venivano adunando con tutta calma: s'era nella stagione del raccolto e l'entusiasmo per la spedizione imminente non era molto vivo.

 

16. Frattanto Atene, che interpretava i preparativi militari come frutto di un sentimento di disprezzo che il nemico nutriva per la sua presunta impotenza, decisa a chiarire l'infondatezza di quel giudizio e mostrare la possibilità di respingere l'attacco sferrato dal Peloponneso senza smobilitare la flotta ancorata nelle acque di Lesbo, armò cento navi con l'imbarco di suoi propri cittadini, tranne i cavalieri e i pentacosiomedimni, e di meteci. Si portarono in mare aperto, fecero una dimostrazione lungo la costa dell'Istmo e lasciarono intendere di poter scegliere qualunque punto del Peloponneso per effettuarvi un loro sbarco. Sbigottiti di fronte a uno spettacolo così imprevisto, gli Spartani giudicarono illusorio il resoconto dei Lesbi. Compresero che le circostanze si facevano scottanti e, poiché mentre tardava l'arrivo dei rinforzi alleati, ricorrevano invece pressanti le informazioni sui continui e rovinosi attacchi con cui le trenta triremi, in crociera intorno al Peloponneso, flagellavano le località circostanti a Sparta, decisero la ritirata in patria. In seguito allestirono una flotta da mandare a Lesbo; ingiunsero alle città della lega di porre in mare una squadra di complessive quaranta navi e imposero come comandante Alcida che si preparava a salpare. Il rientro delle forze spartane suggerì un'analoga mossa alle cento navi Ateniesi.

 

17. A quest'epoca, quando si svolsero le suddette operazioni navali, le navi ateniesi in servizio attivo, perfettamente attrezzate ed equipaggiate, erano superiori in numero a qualunque flotta mai posta in mare in una sola volta, eppure all'inizio del conflitto la forza navale ateniese era numericamente pari a questa, anzi più nutrita. Cento vascelli proteggevano l'Attica, l'Eubea e Salamina altri cento incrociavano nelle acque del Peloponneso, senza contare le squadre dislocate a Potidea ed in altre località. Quindi, in una sola estate, la flotta era composta da duecentocinquanta unità. Con le spese per l'assedio di Potidea fu questa la voce più gravosa che contribuì al tracollo del bilancio ateniese. Intorno a Potidea mantenevano il blocco opliti con due dracme di paga quotidiana (una per sé e una per l'attendente). In principio erano in numero di tremila: e un numero non inferiore resse sempre l'assedio. Si aggiungano i milleseicento di Formione, rimpatriati prima che si concludesse la campagna. La medesima paga percepivano gli uomini della marina. Così svanivano i capitali d'Atene, e fu questo il maggior numero di navi allestite.

 

18. In quel medesimo periodo, quando gli Spartani confluivano sull'Istmo, gli abitanti di Mitilene, con rinforzi alleati, compirono, per terra, una spedizione contro Metimna, contando su una conquista resa agevole dal tradimento. Ma la città, sebbene l'assalissero con ogni forza, non si piegava com'essi si auguravano: quindi iniziarono la ritirata ad Antissa, Pirra ed Ereso, centri di cui assicurarono l'ordine interno più conforme ai propri interessi e di cui potenziarono le fortificazioni murarie. Seguì sollecito il rientro in patria. Dopo il loro rimpatrio anche i Metimnei presero le armi, contro Antissa: ma un'improvvisa uscita dei difensori di Antissa e di truppe ausiliarie produsse una disfatta ingente e una vasta messe di morti: i superstiti si ritirarono rapidi. Quando arrivarono in Atene le notizie sullo stato delle operazioni in Lesbo, che cioè i cittadini di Mitilene erano padroni delle proprie campagne e che le forze ateniesi erano insufficienti ad arginarne il predominio, si organizzò l'invio al principio ormai dell'autunno, di mille opliti cittadini agli ordini dello stratego Pachete, figlio di Epicuro. Imbarcati sulle navi, su cui agivano anche come rematori, giunsero a Mitilene e la circondarono subito di un muro semplice. Eressero anche delle ridotte in alcuni punti già fortificati dalla natura. Un blocco ferreo serrava ormai Mitilene da entrambi i lati, da terra e dal mare. E l'inverno cominciava a farsi sentire.

 

19. Le necessità dell'assedio imponevano ad Atene un gravoso sforzo economico supplementare. Fu quella la prima circostanza in cui i cittadini contribuirono con una tassa di complessivi duecento talenti, oltre ad inviare, come di consueto, presso gli alleati, delle navi con la missione di esigere il tributo: era una squadra di dodici unità, al comando dello stratego Lisicle e di altri quattro suoi colleghi. Toccò nel suo giro di raccolta varie località; ma mentre risaliva dalla città di Miunte in Caria il corso del fiume Meandro fino al colle Sandio, si vide piombare addosso truppe di Cari e di Aneiti: il corpo di spedizione fu decimato e lo stesso stratego perse la vita.

 

20. In quello stesso inverno, i Plateesi, sempre stretti nell'assedio dei Peloponnesi e dei Beoti, poiché la scarsità di vettovaglie infieriva, mentre la speranza di un soccorso ateniese o di qualche altra via di salvezza diveniva via via più fioca, concepirono di propria iniziativa e di concerto con gli Ateniesi bloccati con loro un primo progetto: un'uscita in massa, per tentare il valico delle mura nemiche e di aprirsi un passaggio con la forza. Fautori del piano erano tra loro Teeneto figlio dell'indovino Tolmide, ed Eupompide figlio di Daimaco, che era anche stratego. Ma in seguito, una metà di loro si lasciò vincere dallo sgomento, giudicando l'impresa troppo arrischiata mentre un gruppo di circa duecentoventi uomini, di libera scelta, confermò il proposito di attuare la sortita, in questo modo. Avevano approntato alcune scale, pari in altezza al vallo nemico, misurata, in base agli strati di mattoni sovrapposti, là dove la superficie a loro rivolta del muro non aveva ricevuto l'intonaco. Erano in molti ad eseguire insieme il computo delle file di mattoni: alcuni potevano imbrogliarsi, ma certo la maggior parte non fallì il calcolo. Si consideri che il conto fu ripetuto più volte; anche la distanza era piuttosto breve e qualsiasi punto del muro risultava perfettamente visibile. Si stabilì con questo accorgimento la misura delle scale, congetturandone l'altezza dallo spessore dei mattoni.

 

21. II muro era stato elevato dai Peloponnesi con questi criteri costruttivi. Aveva una doppia cinta, verso Platea e verso Atene, per sostenere un eventuale assalto sferrato da quella direzione. La distanza interna tra le due cinte era circa di sedici piedi. Gli alloggiamenti destinati alle sentinelle di guardia erano stati disposti in questo spazio interno di sedici piedi. Collegati tra loro e con le cinte conferivano alla costruzione una struttura compatta, onde si aveva l'impressione che il muro fosse un baluardo unico, di spessore enorme munito di merli da una parte e dall'altra. Ogni dieci merli si ergevano potenti torri, identiche in larghezza al muro, le quali si protendevano dalla facciata esterna a quella interna congiungendole: sicché non esisteva passaggio tra cinta e torri e il camminamento le attraversava. Nelle notti piovose i soldati di guarnigione disertavano i merli, ricoverandosi nelle torri, disposte a breve intervallo e provviste in alto di una copertura: da lì vigilavano. Era così costruito il muro che bloccava completamente Platea.

 

22. Ultimato ogni preparativo, i Plateesi scelsero una notte di tempesta, piovosa, battuta dal vento e per di più senza luna, e tentarono la sortita. Li guidavano quegli stessi uomini che avevano caldeggiato il rischioso disegno. Valicarono il primo ostacolo: la fossa che li circondava. Si accostarono alla parete del muro nemico, eludendo le sentinelle che per quanto aguzzassero gli occhi in quella densa oscurità non scorgevano nulla davanti a sé, mentre l'urlo del vento fischiando impediva di percepire il calpestio di quelli che s'accostavano. Procedevano mantenendo un largo intervallo tra l'uno e l'altro, nel timore che per il battito metallico di due armi percosse, il nemico si mettesse all'erta. Avevano scelto un'armatura leggera e calzavano solo il piede sinistro, per tenersi più saldi in equilibrio tra il fango. Si arrestarono ai piedi di un settore del muro tra due torri, in corrispondenza dei merli, che sapevano sguarniti. Si fecero sotto i portatori di scale e le appoggiarono: presero subito a salire dodici uomini agilmente armati, con spada corta e corazza: un drappello con a capo Ammea figlio di Corebo, che fu anche il primo a scalare. Alle sue spalle balzarono sulle scale i compagni, sei per ognuna delle due torri. Subito dopo questi si arrampicarono altri, armati alla leggera con piccoli giavellotti: dietro, per agevolare loro la salita, alcuni reggevano gli scudi, pronti a riconsegnarli ai proprietari appena si fossero visti faccia a faccia con il nemico. L'allerta scattò dalle torri quando la squadra di assalitori, quasi al completo, aveva già effettuato la scalata. Un Plateese, reggendosi a un merlo, aveva smosso una tegola, piombata a terra con un tonfo. Echeggiò immediato l'urlo d'allarme, e la truppa si lanciò in tumulto verso il muro: la notte tempestosa e fonda impediva di riconoscere di che genere d'improvviso pericolo si trattasse. Per di più i Plateesi rimasti in città con una simultanea sortita davano l'assalto a quella parte di baluardo nemico che sorgeva esattamente opposta a quella contro cui i loro compagni tentavano il varco, per impedire il più possibile ai Peloponnesi di concentrarvi la loro attenzione. Eccitate e sconvolte, le guardie restavano immobili, radicate ai loro posti; nessuno aveva cuore di abbandonare la propria postazione per arginare un attacco di cui era praticamente impossibile individuare il punto scelto come obiettivo. Trecento soldati Peloponnesi cui era assegnato il compito tattico di accorrere in difesa dove si presentasse l'urgenza, avanzarono all'esterno del muro, nella direzione che l'urlo d'allarme pareva segnalare. Verso Tebe fiammeggiavano fuochi a denunciare un assalto ostile. Allora anche i Plateesi, dalle mura della città appiccarono il fuoco in più punti a fascine di legno predisposte a questo scopo, affinché l'improvviso simultaneo accendersi di tanti segnali acuisse la confusione nel nemico, convinto che fosse un caso d'emergenza del tutto diverso da quello che in realtà accadeva, e intralciandone un eventuale, tempestivo intervento. Così i concittadini impegnati nella sortita avrebbero avuto tutto il tempo di fuggire e di giungere in un riparo sicuro.

 

23. Intanto costoro davano la scalata al muro. Quando i primi furono giunti in cima e, uccise le sentinelle, si furono impadroniti delle due torri, bloccarono gli accessi che le attraversavano e occupando saldamente la posizione vigilavano che nessun nemico passasse da quella parte. Levarono le scale dalle pareti del muro e le poggiarono a quelle delle torri, permettendo a un nutrito drappello dei loro di salirvi. Così mentre alcuni, tenendo sotto il loro tiro dal basso e dall'alto il nemico accorso alla difesa, ne ostacolavano l'avvicinamento, gli altri, i più, avvicinate molte scale al muro, da cui avevano diroccato i merli, ne effettuavano il passaggio nell'intervallo tra le due torri. Man mano che ogni uomo compiva il transito si piantava sul ciglio della fossa e di là scagliava giavellotti e frecce contro chiunque, accorso rasente al muro, comparisse a contendere il passaggio. Quando tutti furono passati, scesero ultimi, e la loro fatica fu la più ardua, quelli appostati in vetta alle torri. Stavano per dirigersi alla fossa quando i trecento si lanciarono ad inseguirli, muniti di fiaccole. Dritti in piedi sul bordo del fossato i Plateesi, protetti dall'ombra, scorgevano più agevolmente i loro bersagli e coglievano nel segno quando ne avvistavano il fianco scoperto, con frecce e picche. Il riverbero delle fiaccole li rendeva invece meno visibili avvolti nelle tenebre. Sicché anche gli ultimi Plateesi guadagnarono in tempo l'opposto orlo del fossato, strappandosi a gran pena dai nemici e tra gravi rischi. Poiché s'era rassodato sulla superficie dell'acqua un velo di ghiaccio, ma non robusto a sufficienza per sopportare il passo di un uomo: piuttosto acquoso anzi, come accade di norma quando il vento soffia da levante. Quella notte con il vento era caduta la neve e molta acqua s'era raccolta nel fossato: stentarono molto a guadarlo, immersi fino alla gola. Eppure la furia della tempesta risultò un punto a loro favore, agevolandone anche la fuga.

 

24. Partendo dalla fossa, il gruppo compatto dei Plateesi prese la strada diretta a Tebe, lasciandosi alla destra il santuario dell'eroe Andocrate. Giudicavano ben strano che il nemico sospettasse proprio quella direzione, per la loro sortita, poiché portava a un territorio ostile. E infatti avevano scorto i Peloponnesi balzare all'inseguimento, aiutandosi con le fiaccole, sulla strada del Citerone e di Driocefale verso Atene. Per 6 o 7 stadi i Plateesi procedettero sulla via per Tebe; poi si volsero, prendendo la strada della montagna in direzione di Eritre e Isia e valicando i passi montani riuscirono incolumi ad Atene, in numero di 212. All'inizio del tentativo il numero era più ampio: ma vi fu chi scelse la via della ritirata prima di scalare il muro; verso la città. Uno solo, un arciere, cadde in mano nemica nei pressi della fossa esterna. I Peloponnesi rioccuparono le loro posizioni, desistendo dalle ricerche. I Plateesi rimasti in città ignoravano totalmente l'esito della prova finché seppero, a quanto riferivano alcuni che ne giungevano di ritorno, che nessuno l'aveva superata vivo. Appena fu giorno, partì un araldo per trattare la restituzione delle salme. Ma ormai al corrente di come si erano svolti in realtà i fatti, lasciarono cadere quest'iniziativa. In questo modo, gli uomini di Platea scalarono il baluardo nemico e si posero in salvo.

 

25. Al declinare di quell'inverno partì da Sparta in missione verso Mitilene con una trireme lo spartano Saleto. Sbarcato a Pirra, si mise di là in viaggio a piedi e seguendo il greto asciutto di un torrente cui corrispondeva un varco nelle fortificazioni che circondavano la città, penetrò in tutta segretezza a Mitilene, rivelando alle autorità che, contemporaneo all'invasione dell'Attica, già pronta a scattare, si sarebbe verificato l'arrivo delle quaranta navi da guerra cui era assegnato il compito di sostenerli; a questo fine era stato mandato avanti, oltre che per provvedere alle altre incombenze del caso. Quelli di Mitilene si rincuorarono accantonando il disegno di una resa e di un accordo con le forze ateniesi. Spirava così quest'inverno e con esso il quarto anno della guerra che Tucidide ha descritto.

 

26. Nella seguente estate, i Peloponnesi disposero l'invio a Mitilene delle quarantadue navi, affidandole al comando di Alcida, che era loro navarco. Dopo, con a fianco gli alleati dilagarono in Attica convinti che gli Ateniesi, di fronte all'improvviso arroventarsi dei due fronti in cui erano impegnati, mettessero in mare contro la flotta che dirigeva a Mitilene forze molto meno consistenti. Quest'invasione era comandata da Cleomene, che suppliva il re Pausania, figlio di Plistoanatte, ancora troppo giovane, e di cui era zio per parte di padre. Devastarono in Attica le località che avevano già subito i loro colpi, distruggendo i nuovi germogli e tutto quanto era rimasto intatto dal flagello delle precedenti irruzioni. Fu questa la invasione più dolorosa per gli Ateniesi, dopo la seconda. L'attesa di notizie sulle operazioni navali nel mare di Lesbo, dove la flotta avrebbe già dovuto giungere, si prolungava: e le devastazioni e le rovine si protraevano su un ampio raggio. Persuasi d'aspettare invano, messi in difficoltà dall'assottigliarsi delle riserve alimentari, i Peloponnesi si ritirarono e le truppe, città per città, si dispersero.

 

27. Intanto, anche per i Mitilenesi il tempo si consumava nell'attesa: delle navi mandate dal Peloponneso neppure l'ombra, mentre la scarsità di cibo diveniva drammatica. Motivi che, di necessità, li piegarono a tentare un accordo con gli Ateniesi. Saleto, sfiduciato anch'egli sull'arrivo della flotta, fa distribuire armi pesanti alla massa dei cittadini, che prima ne possedeva solo di leggere. Ha in animo una sortita contro il campo nemico. Ma costoro, quando ebbero tra le mani le armi, non dettero più ascolto ai capi, si collegavano in gruppi, esigendo che i cittadini facoltosi facessero trasportare in piazza le loro riserve di grano per una distribuzione pubblica: altrimenti dicevano chiaro che avrebbero cercato l'intesa con gli Ateniesi, e ch'erano pronti a consegnare la città.

 

28. Le autorità compresero che in questa circostanza le leve del potere erano loro sfuggite di mano. Nel caso di un accordo separato, avrebbero potuto pagar molto caro un proprio eventuale isolamento. Si risolvono così a sottoporre a Pachete e al suo esercito un progetto di trattato comune, articolato in questi punti: agli Ateniesi spettava, in assoluta libertà, di decidere la sorte di Mitilene, come meglio credevano; la città avrebbe aperto le porte all'esercito; i Mitilenesi avrebbero messo in viaggio per Atene una loro ambasceria, con la missione di trattare la propria difesa. Finché non fossero di ritorno, Pachete contraeva l'obbligo di non incatenare, vendere schiavo o passare per le armi nessun cittadino. Furono queste le caratteristiche di fondo dell'accordo, ma i cittadini di Mitilene che si erano più apertamente compromessi con Sparta per via delle loro trame, non ressero alla vista dell'armata ateniese che penetrava marciando in città e tremanti, si gettarono ai piedi degli altari. Pachete li fece rialzare, con la promessa che nessuna pena sarebbe stata loro inflitta e li rinchiuse al sicuro, a Tenedo, in attesa di istruzioni più precise da Atene. Dislocò un certo numero di triremi anche ad Antissa, occupandola e sistemò, con i provvedimenti che gli parvero più opportuni, l'ordine interno del suo esercito.

 

29. I Peloponnesi che imbarcati sulle quaranta navi avrebbero dovuto soccorrere in tutta fretta Mitilene avevano indugiato lungo le coste della loro terra, navigando con la stessa lentezza anche su tutto il resto del percorso. Sfuggirono al controllo ateniese finché toccarono l'isola di Delo. Di lì mossero per approdare a Icaro e a Micono dove li sorpresero le prime notizie sulla capitolazione di Mitilene. Il desiderio di un resoconto più completo li spinse a Embato, di Eretria: il loro approdo in questa località fu di circa sette giorni posteriore alla caduta di Mitilene. Ormai a conoscenza della verità tennero un consiglio sulle circostanze che si presentavano e tra loro si levò a parlare Teutiaplo, cittadino di Elide:

 

30. «Alcida, colleghi comandanti del Peloponneso, qui raccolti! A parer mio dovremmo metter subito la vela per Mitilene, così come ci troviamo, senza indugi, prima che il nemico ci noti. Gli Ateniesi tengono la città da pochi giorni: potremo trovare, come di solito accade, che le loro precauzioni difensive sono molto allentate, soprattutto sul mare, da cui nemmeno li sfiora il dubbio che possa minacciarli un attacco nemico, e dove invece Si sviluppano più efficaci le nostre possibilità difensive. È facile pensare che anche le loro milizie di terra, superbe della vittoria, si trovino spensieratamente disperse per le case. Se scateniamo imprevisto l'attacco di notte, ho buone speranze che l'impresa ci riuscirà propizia, specialmente se otterremo il sostegno interno di qualche loro cittadino, se ve ne sono ancora disposti ad abbracciare la nostra causa. Il rischio non ci faccia tremare; considerate che l'elemento imponderabile della guerra consiste propriamente in questo. Se uno stratego sa preservarne il suo esercito e, scorgendolo nel nemico, cogliere l'istante adatto all'assalto, di norma conquista il successo.»

 

31. Argomenti che non valsero a persuadere Alcida. Quindi alcuni altri, che venivano profughi dalla Ionia, e i Lesbi che accompagnavano la spedizione, poiché Alcida arretrava all'idea di tanto rischio, gli consigliavano caldamente d'assicurarsi come base operativa una delle città sulla costa ionica o Cuma Eolica, da cui muovere in forze per provocare la defezione dell'intera Ionia (le prospettive sorridevano: poiché l'arrivo spartano sarebbe stato bene accetto a ogni gente). Così, se avessero strappato ad Atene la fonte delle sue entrate più sostanziose e, per giunta, l'avessero obbligata a pesanti spese per organizzare contro di loro una campagna e un blocco navale, tutto faceva credere che anche Pissutne avrebbe aderito alla proposta di una collaborazione militare. Propositi che urtarono con la freddezza di Alcida, il quale propendeva invece per un immediato viaggio di ritorno, il più possibile celere, alle coste del Peloponneso, poiché per il suo ritardo la missione a Mitilene era ormai fallita.

 

32. Salpando da Embato, costeggiò fino a Mionneso di Teo, dove, dopo lo sbarco, fece giustiziare tutti i prigionieri di guerra che aveva catturato nel periodo di navigazione. Quando si ancora nel porto di Efeso, si presentarono degli ambasciatori inviati dai Sami di Anea a dichiarargli che non avevano levato le armi contro di lui e non si erano comportati ostilmente, mentre erano soggetti all'obbligo dell'alleanza con Atene. Se non cambiava metodi, avrebbe tratto dalla sua ben pochi nemici, ma senza dubbio molti che gli erano amici gli avrebbero indetto guerra. Alcida cedette: restituì la libertà agli uomini di Chio che teneva ancora in catene e ad alcuni di altri paesi. Accadeva infatti che alla vista delle sue navi la gente della riva ionica non si dava alla fuga, anzi si avvicinava volentieri, convinta che si trattasse di imbarcazioni attiche, mentre neppure di sfuggita li toccava il dubbio che in un'epoca di pieno dominio navale ateniese una flotta del Peloponneso ardisse solcare i mari della Ionia.

 

33. Da Efeso, Alcida riprese in fretta la sua navigazione: in realtà una fuga. Quando la squadra era ancora agli ormeggi nei pressi di Claro, era stata avvistata dalla Paralo e dalla Salaminia (che salpate da Atene, incrociavano in quelle acque): il timore d'essere intercettato dalle navi ateniesi lo indusse a guadagnare il mare aperto, deciso a non toccare altro approdo fuori della costa amica del Peloponneso. Ma le sue mosse venivano notate e le segnalazioni trasmesse a Pachete e agli Ateniesi da Eritra, e da un'infinità di altri punti della riva Ionica, che non essendo munita di fortificazioni suscitava in Atene un vivo affanno: si temeva che i Peloponnesi, con sbarchi improvvisi danneggiassero le città, anche se pareva poco probabile una loro duratura occupazione di quel territorio. La Paralo e la Salaminia riferirono a Pachete d'aver scorto direttamente il nemico nelle acque di Claro. Di furia si lanciò ad inseguirli: spinse le navi fino all'altezza dell'isola di Patmo, ma quando comprese che erano sfumate anche le ultime possibilità d'intercettarli, ordinò la ritirata. Gli parve in fondo un guadagno, poiché non li aveva agguantati in mare aperto: sorpresi infatti in qualche specchio d'acqua prossimo alla costa, si sarebbero visti costretti ad accamparsi, imponendo agli Ateniesi l'obbligo della sorveglianza e del blocco.

 

34. Anche a Nozio, un centro di Colofoni, Pachete fece scalo, costeggiando lungo il percorso di ritorno. Vi si erano stanziati i Colofoni della città alta, quando cadde in possesso in Itamane che, per passione di parte, si era assunto l'iniziativa d'introdurvi truppe barbare. La data di quella conquista coincideva quasi con la seconda invasione dell'Attica. Ora il clima politico all'interno di Nozio, tra i profughi di Colofone che l'avevano fondata e scelta come sede, era nuovamente divenuto torrido: si fronteggiavano due fazioni. Gli uni, ottenuti da Pissutne ausiliari arcadi e contingenti di barbari, li tenevano pronti in un quartiere isolato e fortificato della città: era il partito in cui confluivano, dotati di eguali diritti politici, anche i Colofoni che, fautori di una linea filo persiana, erano convenuti dalla città alta a Nozio. Gli altri, che avevano dovuto sgomberare la piazza di fronte agli avversari ed erano esuli, ricorsero a Pachete. Costui convocò a trattare Ippia, che deteneva il comando degli Arcadi acquartierati nella piazzaforte, con il patto che se le proposte da lui avanzate non avessero incontrato il proprio favore, l'avrebbe fatto riaccompagnare incolume al fortilizio, senza infliggergli danno. Orbene quello si presenta all'incontro: Pachete ne dispone l'immediato arresto, senza catene. Coglie l'occasione per scagliare un assalto proditorio al forte e, tra il costernato stupore degli assaliti, lo occupa di forza. Massacra gli Arcadi e i mercenari barbari che vi si erano asserragliati: in quanto ad Ippia, non viene meno alle sue promesse. Lo fa scortare nel forte, aspetta che sia all'interno, lo fa bloccare e crivellare di frecce. La città di Nozio è riconsegnata ai Colofoni, tranne quelli che parteggiano per la Persia. In seguito gli Ateniesi vi mandarono un gruppo di coloni imponendo a Nozio una costituzione politica formulata sulla base delle proprie leggi, concentrandovi da ogni città i Colofoni che vi si trovavano.

 

35. Pachete, giunto a Mitilene, si assoggettò a Pirra ed Ereso e catturato lo spartano Saleto che si teneva nascosto in città, lo inviò ad Atene in compagnia dei cittadini di Mitilene che avevano raccolto sotto sorveglianza a Tenedo, aggiungendo chiunque altro gli sembrasse responsabile della sedizione. Congedò anche la maggior parte delle truppe e trattenendosi con gli altri in quei luoghi, ridusse l'assetto di Mitilene e di tutti i centri dell'isola di Lesbo all'ordine politico che giudicava più opportuno.

 

36. Quando Saleto e i compagni di prigionia arrivarono, gli Ateniesi mandarono immediatamente a morte Saleto, sebbene s'offrisse per molti e utili servizi; tra l'altro, prometteva il ritiro delle truppe peloponnesiache da Platea, che era ancora assediata. La sorte dei Mitilenesi fu segnata da un'assemblea in cui gli Ateniesi, sotto l'impulso della collera, decretarono non solo la morte di tutti i prigionieri che tenevano già in pugno ma l'eliminazione totale degli abitanti di Mitilene in età adulta e la schiavitù per i piccoli e le donne. Il motivo fondamentale di rancore e d'accusa restava sempre il tentativo di rivolta, più grave in quanto il loro stato di soggezione non era rigido come quello delle altre città suddite; ma un diverso, intenso rovello rendeva più acerbo il loro sdegno: la sfida che le navi dei Peloponnesi avevano lanciato, con l'audacia di solcare, in aiuto di quelli, i mari della Ionia. Trasparivano evidenti i preparativi meticolosi, calcolati da lungo tempo, che avevano preceduto la rivolta. Si allestisce subito e si mette in mare una trireme, con la missione di raggiungere Pachete e di informarlo del volere di Atene, con l'ordine di procedere immediatamente all'esecuzione sommaria dei Mitilenesi. Ma già il giorno seguente i propositi erano mutati: una nuova, più consapevole valutazione aveva messo crudamente in luce l'enormità e la barbarie di quel decreto, di cancellare la popolazione di una città piuttosto che colpire gli autentici colpevoli. Appena gli ambasciatori di Mitilene là presenti e gli stessi Ateniesi che provavano del favore per loro compresero che il pubblico sentire era mutato si adoperarono per indurre i magistrati che ne avevano autorità a proporre una seconda volta la questione: e quelli volentieri accondiscesero, comprendendo che la maggioranza dei cittadini aspettava solo che le fosse concessa la facoltà di sottoporre ad un nuovo esame la decisione già sancita. Si adunò in fretta la assemblea: tra le contrastanti opinioni sostenute dagli oratori, fece spicco il discorso di Cleone, figlio di Cleeneto, colui che nella seduta precedente aveva fatto prevalere il suo progetto di una generale condanna a morte. Poiché, in quell'epoca, anche nel resto, era il più violento tra i concittadini e quello che godeva presso il popolo il credito più assoluto. Si ripresentò e tenne il seguente discorso:

 

37. «Di frequente, in tempi passati, ho avuto occasione di convincermi, per esperienza diretta, che la democrazia è impotente al governo di un impero: concetto più di prima nitido e fermo, mentre, proprio ora, noto sui vostri volti pentiti il rammarico per la decisione su Mitilene. La lealtà intrepida e schietta che impronta i vostri quotidiani contatti v'ispira un comportamento altrettanto sciolto nei confronti dei paesi amici. E nei vostri abbagli, quando vi lasciate sedurre dalla dialettica dei loro argomenti o vi arrendete alla compassione che vi sanno istillare, non sapete scorgere il vizio di fondo: la vostra fragilità spirituale, fonte sempre viva per voi di pericoli, da parte degli alleati invece infeconda di gratitudine. Non riflettete che la vostra signoria è una tirannide, un servizio imposto a soggetti perfidi, insofferenti che curvano il capo non in virtù dell'indulgenza che accordate loro, nociva e rischiosa a voi stessi, ma dell'autorità che ha radici nella forza e che assai più del loro devoto affetto vi conserva e garantisce il potere. Ma la minaccia più oscura vi sovrasta se le deliberazioni prese non saranno eseguite con rigore e non faremo nostra questa essenziale realtà politica: se uno stato si avvale di un complesso di leggi scadente ma inflessibile, riesce più forte di quello che si appoggia su leggi nobili, ma inefficaci. È più cospicuo il profitto dell'ignoranza sorretta dalla risolutezza che dell'ingegno privo di temperamento. L'amministrazione dello stato in ogni caso è più sicura tra le mani di uomini semplici, che di gente troppo sagace. Poiché costoro bramano sempre di far brillare la propria intelligenza sopra le leggi ed in ogni discussione d'affari pubblici vogliono affermarsi, convinti di non poter mostrare in altre più rilevanti questioni le scintille del loro genio. Malanno diffuso e comune motivo di sfacelo per molte città; di contro gli altri, mal fidandosi della propria perspicacia, si stimano inferiori in prudenza alle leggi, e ammettono la modestia della propria competenza nel criticare la destrezza di un oratore: perciò, in qualità di giudici neutrali, che non si scaldano alla passione della contesa, dirigono generalmente al successo ogni loro iniziativa. Occorre con formare la nostra condotta a questi esempi, senza slanciarci, da virtuosi, sulle ali della sublime oratoria in giostre d'ingegno consigliando a voi, al popolo, proposte in contrasto con il nostro sentire.

 

38. «Il mio parere è irremovibile. E mi stupisco che vi sia ancora chi propone di rinnovare la discussione su Mitilene, causando un ritardo che torna piuttosto a vantaggio dei colpevoli (l'offeso infatti suole in questo caso perseguire l'autore dell'oltraggio con una collera meno viva; ma se vibra la sua replica all'offesa nel tempo più breve, riesce ad infliggere una punizione realmente proporzionata al danno). Mi meraviglio anche di chi ardirà contestarmi e vorrà chiarire che i crimini commessi dagli uomini di Mitilene ci apportano un guadagno, mentre i nostri crolli coinvolgono nella rovina gli alleati. Costui, come è chiaro, superbo della propria maestria dialettica, s'ingegnerà di porre alternative, dimostrando che il precedente proposito, fondato sui principi di regola e comunemente accettati, in realtà non è valido affatto come decisione; ovvero, corrotto dall'oro, s'impegnerà a far sfavillare i suoi artifici d'eloquenza, tentando di traviarvi su una falsa strada. Frattanto la città in contese di questa natura dispone gli allori per gli altri e, per se stessa, riserva i rischi. Ma ne siete voi i responsabili, gli organizzatori maldestri di tali gare; voi che di natura siete soliti assistere agli interventi degli oratori come si accorre ad uno spettacolo, e farvi uditori delle gesta compiute; voi che modellate la vostra valutazione delle imprese future sullo splendore oratorio di chi vi fa balenare la possibilità di realizzarle, mentre sui fatti già accaduti non vi risolvete ad adottare come più indiscutibile e cosciente metro di riflessione la concreta, tangibile realtà degli eventi, fidandovi piuttosto di ciò che udite nelle sfolgoranti arringhe di chi ve ne porge, a parole, un resoconto già criticamente elaborato. Siete prontissimi all'esca di una eloquenza ammantata da una vernice d'originalità, e altrettanto insuperabili nel recalcitrare di fronte a una linea di condotta già solidamente confermata dall'esperienza, affascinati fino alla schiavitù dal singolare e dallo straordinario, colmi di sprezzante noia per ciò che è consueto e regolare. Ciascuno di voi smania per la febbre d'esser valente nella parola; se fallisce questo segno, di saziarsi almeno scendendo in contesa con quella bella genia di parlatori, a mostrare che anche egli può seguire, senza farsi aspettare troppo, i loro ingegnosi ragionamenti; anzi sa cogliere a volo la paroletta acuta, prima che sorga dalle labbra di chi parla, ed elevarla alle stelle, maestro di prontezza nell'intuire i propositi altrui, ma altrettanto arrugginito nel divinarne in tempo le pratiche conseguenze. Se mi si consente, voi vi struggete per abbracciare un miraggio che non esiste nel secolo in cui viviamo: non scorgete con sufficiente chiarezza i concreti contorni del reale. Vi ammalia il musicale incanto della dialettica: vi si direbbe un pubblico intento ai duelli spettacolari dei sofisti, più che un popolo di cittadini compresi del loro compito di provvedere al pubblico bene.

 

39. «Contegno da cui tento di sradicarvi: e a questo scopo passo a dimostrare che Mitilene vi ha inflitto l'ingiuria più rovente che mai altra città abbia osato. A mio giudizio esistono motivi di comprensione per quanti, insofferenti del vostro freno, o per la suggestione di minacce nemiche, si sono decisi alla rivolta: ma costoro posseggono un'isola, forte di mura. L'incubo di un'aggressione ostile, da parte dei nostri comuni nemici, poteva levarsi solo dal mare: dove certo non faceva loro difetto la copertura di una solida e moderna flotta. Godevano l'autonomia politica, e i più alti onori, da parte nostra: che nome si conviene al loro atto, se non sordo intrigo, rivolta più che defezione (la defezione almeno s'ammette, come risposta a un dominio doloroso e intollerabile), tentativo di fondersi alle forze che più vi avversano, per annientarci? Proposito assai più colpevole che se ci avessero sfidati raccogliendo truppe solo per conto proprio. Non li guidò l'esempio degli altri soggetti che tentarono la ribellione e gemono, ora, sotto il nostro pugno. Neppure il benessere di cui fiorivano ha loro ispirato la cautela di non cimentarsi in una prova così incerta. Alzarono all'avvenire il loro sguardo temerario e le loro speranze, più ampie del loro effettivo potere, ma fioche rispetto ai desideri, e si risolsero per la guerra, preferendo l'uso della forza a quello del diritto. Attesero l'attimo favorevole, la consapevolezza di poter cogliere il successo, e ci aggredirono senza l'impulso di un torto subito. È ormai natura che le città baciate da una prospera, insperata potenza, smarriscano la misura di loro stesse. Poiché gli uomini sono più al sicuro quando i loro successi progrediscono governati dalla ragione, di quando oltrepassano ogni speranza: sicché, per quanto strano appaia, è più facile porre riparo a una sciagura, che sopravvivere incolumi a una fortuna. Il prestigio di cui, da gran tempo, favorimmo i Mitilenesi era eccessivo, insensato: non li avrebbe stimolati a tale segno d'intolleranza: conviene soprattutto all'indole umana ripagare il rispetto con sprezzante ironia, e con la deferenza il rigore implacabile. Commisurate al crimine la pena da infliggere: non restringetene agli aristocratici la responsabilità, assolvendo la moltitudine. Fu comune moto di rivolta contro di voi, mentre se avessero fatto ricorso a noi oggi potrebbero ancora vivere sereni nelle loro case. Si convinsero invece che il rischioso passo poteva riuscire più sicuro, prestando sostegno agli aristocratici, e aderirono alla sedizione di cui quelli furono i promotori. Volgete il pensiero alla lega: se adatterete pene altrettanto pesanti agli alleati che, costretti dal nemico, si sollevano e a quelli cui la volontà di ribellione germoglia spontanea, chi prevedete si asterrà dallo scuotere il freno alla più leggera occasione, fidando nella conquista della libertà, in caso di trionfo, e in un castigo per nulla insopportabile, se incontra il fallimento? A noi invece resterà il pericolo, contro ogni stato che si dichiari nemico, di perdere vite umane e denaro. E la vittoria ci frutterà un ammasso di macerie, mentre sfumeranno le rendite che avremmo potuto cavarne per l'avvenire, e che sono la nostra forza contro il vero nemico. La sconfitta invece aggregherà alle forze ostili, che già ci combattono, altri freschi avversari. E le fatiche e il tempo destinati alla lotta con le potenze schierate ora contro di noi, si struggeranno nei focolai di guerra via via accesi nei territori alleati.

 

40. «Dunque, togliete a Mitilene ogni speranza di proiettare il suo delitto nella luce della fragilità umana e di carpirne, con la carezza dell'oro o dell'elegante parola, qualche sprazzo di comprensione indulgente. Il guasto che ci inflissero non fu involontario, la ragione li illuminava nell'architettare il colpo insidioso: la coscienza del crimine abolisce il perdono. Io mi sono battuto nella precedente assemblea e ancora mi batto perché non rivediate le vostre deliberazioni, senza subire il funesto influsso dei tre affetti più perniciosi per l'esercizio di una signoria: la compassione, la lusinga della parola, la clemenza. È la pietà un sentimento che a ragione allaccia vincoli tra eguali, ma che non si sperpera con chi non ci ricambierà mai di pari trasporto e che la logica dei fatti ci opporrà sempre nemico. I retori, maestri nella delizia dei discorsi, scelgano in affari di più limitato interesse il loro campo d'esibizione e di tornei verbali, si ritirino nel momento cruciale in cui la città potrebbe pagare a grave prezzo di sangue brevi istanti di piacere, mentre, preziosa corona della loro arte preziosa, costoro si procurano lauti vantaggi. La clemenza è un beneficio che va concesso a chi mostra la volontà di serbarsi anche in futuro leale, non a chi insisterà tenace nei suoi propositi ostili. Riassumo il mio intervento: se seguirete il mio consiglio punirete secondo giustizia i Mitilenesi, operando intanto il vostro utile: poiché comprendete bene che con un diverso decreto non otterreste la loro riconoscenza, ma firmereste la vostra condanna. Se fu legittimo il loro moto, è dunque iniquo il vostro dominio. Se, pur contro il diritto, vi proponete egualmente di farlo valere, non sfuma per ciò il dovere di correggerli duramente, in contrasto con la giustizia, ma in accordo con il vostro profitto. Ovvero lasciate cadere il vostro impero e interpretate la parte dei galantuomini, disposti a una vita irreprensibile, ma esente da rischi. Considerate che la vostra più salda difesa è mantenere immutata la pena decisa e non rivelare, voi che siete sfuggiti al tranello, uno spirito più fiacco del loro, che hanno attaccato. Vi sproni la riflessione delle prevedibili misure che vi avrebbero imposto, in caso di trionfo: soprattutto in quanto fu loro iniziativa di calpestare il diritto. Chi assalta senza plausibile pretesto, spinge agli estremi orrori la propria distruttiva ferocia, prevedendo con spavento la reazione del nemico sopravvissuto: chi subisce senza motivo un colpo ed è superstite, si trasforma in un avversario più terribile di un altro, su cui agisca l'impulso di un odio giustificato e covato da tempo. Non tradite dunque voi stessi. Accostate il più possibile alla vostra fantasia l'incubo della sventura che vi minacciava: calcolate a che prezzo avreste bramato d'averli in pugno. Ripagateli ora, senza debolezze, ravvivando in questo attimo il ricordo orribile del pericolo che incombeva sul vostro capo. Inchiodate nella mente degli altri alleati l'inequivocabile modello di una punizione esemplare. Si sappia che la morte attende i ribelli. Se questa verità s'afferma in loro, sentirete meno l'obbligo di sminuire il vostro sforzo contro il nemico, per battervi contro i vostri stessi alleati.» |[continua]|

 

|[LIBRO III, 2]|

 

 

41. Fu questo, sostanzialmente, il discorso di Cleone. Dopo di lui si presentò al palco Diodoto, figlio di Eucrate, colui che anche nella precedente seduta si era opposto alla decisione di sterminare i Mitilenesi, ed esordì con queste parole:

 

42. «Io non critico chi ha proposto di riaprire il dibattito sulla determinazione relativa a Mitilene, e non elogio chi risentito avvisa di non insistere con una revisione assidua dei propositi già sanciti, quando s'agiti una materia di capitale rilievo. Sono due, a mio giudizio i più nocivi intralci a una riflessione prudente: la furia e l'impeto cieco, tra cui di regola la prima si fonde con la follia, mentre l'altro è espressione di uno spirito incolto e grezzo. E chi promuove contro i discorsi una campagna per rendere palese che i concreti casi della vita non ne possono essere rischiarati e diretti, o è di mente grossa o dà la caccia a qualche personale profitto. Poiché è tardo, se ha fede in qualche diverso strumento che interpreti il futuro, velato da incognite; o persegue un interesse privato se, desideroso d'imporre un suo obliquo disegno, non si stima pronto a sufficienza nell'arte oratoria per raccomandare quel suo ignobile proposito, ma abbastanza provvisto di calunnie da ridurre a un intimidito silenzio gli interlocutori e il pubblico. Ma infliggono il più grave danno proprio quelli che, ostili a un oratore, ne precorrono l'intervento insinuando l'accusa che s'è lasciato affascinare dall'oro e per questo si dispone a far pompa d'abilità retorica. Onde, se gli si fosse fatto carico di pura incompetenza, nel caso che il suo consiglio non prevalga, l'oratore si ritirerebbe imprimendo nella coscienza dell'uditorio la sensazione di esser poco illuminato, più che corrotto. Ma quando si solleva un'accusa di ladra e venale condotta, l'ombra del sospetto calerà sempre ad offuscare il suo trionfo; se poi fallisce, graverà sempre su di lui la censura duplice d'inettitudine e d'immortalità. Funesta regola per gli affari dello stato, quando il timore annienta chi avrebbe mente e cuore per fornire assennati pareri. Sarebbe anzi ingente l'utile per la città se fosse tolto a quegli altri individui il diritto alla parola: diverrebbe assai meno frequente la seduzione dell'errore. È dovere del cittadino onesto ottenere limpida la palma della eloquenza non costringendo minaccioso l'avversario a smarrirsi, ma affrontandolo in equa contesa. Così in uno stato retto dalla ragione, non si persisterà nell'ammontare allori su chi in svariate circostanze s'è mostrato consigliere ottimo, né a sminuire la stima che già lo circonda. Ci si asterrà non solo dal trattare troppo duramente chi riveli scarso acume, ma anche dall'accantonarlo con sprezzo. Poiché è questo il più fidato espediente per ottenere che l'eloquenza di chi già poggia sul pubblico favore non aspiri avida a più elevati premi, calpestando i propri principi etici e blandendo la folla; e per distogliere chi ha colto meno vivo successo dal l'impulso, dettato dall'identica frenesia di plauso, d'illudere il popolo.

 

43. «Da noi vige un contegno nettamente opposto; per giunta, se pesa su un oratore il dubbio che, sebbene spinto dalla speranza di un personale guadagno, pure esprima i più utili consigli, ostili, per quel sospetto non assodato di disonestà, sottraiamo allo stato un sostegno ch'era invece evidente e sicuro. È ormai invalsa quest'attitudine: di accogliere consigli espressi con genuina prontezza, con diffidenza non meno acuta di quelli immorali, al punto che non può differire la tecnica di persuasione di chi si propone con artificiose lusinghe di incatenare la moltitudine ai più rischiosi e sventati disegni, e di chi, invece, ha in serbo la sua buona politica da suggerire: che deve però ammantare di menzogne, se vuole che riscuota fiducia. Questa città è unica per impedire a chiunque di svolgere in trasparenza il suo compito di cittadino valente, senza ricorso all'inganno: e lo dobbiamo a tante sottigliezze d'ingegno! Chi indica una direttiva politica indubbiamente proficua ne trae in cambio una gelosia sorda convinta che si serva di quello come di un sotterfugio losco per impinguarsi in privato. Ora però dovete convincervi che nelle questioni di sommo interesse, come l'affare presente di Mitilene, il raggio della nostra visuale politica, di noi oratori, spazia un po' più ampio del vostro, che avete poco agio per coltivare questi problemi, considerando in primo piano che noi rispondiamo personalmente dei propositi che vi veniamo suggerendo e dei loro effetti, mentre voi, nell'ascoltarli, non ne condividete la responsabilità. Vi spronerebbe a più cauti giudizi un'ipotetica identità di conseguenze penali tra chi propone e chi accoglie un progetto. In caso di fallimento, si verifica invece, nell'improvviso avvampare di collera, che incriminiate, come unica colpevole la volontà di chi vi indusse a quell'impresa, e non il complesso dei vostri voleri, che, seppure molteplici, si trovarono associati nell'errore.

 

44. «Sono salito a questo palco, ma non mi animano spirito di contraddizione nei riguardi di chi ha già espresso la sua idea sui Mitilenesi, né la volontà d'accusarlo. In questo problema, l'unico equilibrato e proficuo dibattito deve vertere non sull'illegalità del loro atteggiamento, ma sulla saggezza delle misure adottate nei loro confronti. Supponiamo che vi dimostri l'enormità del loro delitto: non proclamerò per questo che debbano morire, se ciò non corrisponde all'utile pubblico. Se vi chiarirò che non mancano motivi d'indulgenza, ebbene non mi vedrete insistere perché sian salve le loro vite, se ciò non risulti, fuor di dubbio, un profitto per la città. A mio giudizio, la nostra decisione avrà più tangibile influsso sul futuro che sul presente. Al concetto basilare più volte ribadito da Cleone, che postula per noi, in avvenire, il vantaggio di un netto calo nei casi di defezione se manteniamo il partito della pena capitale, opporrò anch'io, non meno sollecito del nostro futuro benessere, i miei personali principi, assolutamente opposti. Voglio sperare che la scintillante vernice della sua dialettica non v'induca a respingere la solida convenienza della mia proposta. Il suo argomentare, che ricorre più palesemente ai puntelli dell'evidenza giuridica, potrebbe forse, sfruttando la sua sintonia con il rancore che ora v'accende contro Mitilene, carpire con l'illusione la vostra compiacenza. Ma questo non è un procedimento penale a loro carico, che esigerebbe rigore giuridico, ma una discussione sul loro destino futuro, con l'attenzione fissa all'utile che ne sapremo ricavare.

 

45. «Orbene, nelle città la pena capitale è decretata per molti crimini, di gravità non solo pari a quello di costoro, ma perfino inferiore. Tuttavia, nell'eccitazione della speranza, gli uomini si gettano allo sbaraglio e nessuno finora ha abbracciato un'impresa pericolosa senza essere convinto d'uscirne incolume. Quale città dunque che si ribella ha mai affrontato il rischio munita di preparativi propri, o richiesti ad alleanze esterne se li prevedeva inadeguati all'immensità del pericolo? L'errore è naturale eredità degli individui e degli organismi pubblici, e non vige norma che valga a distoglierli da esso, come rivela l'esperienza degli uomini che si sono studiati d'applicare, via via aggravandola, l'intera gamma delle pene, tentando un riparo ai ripetuti assalti dei disonesti. Tutto lascia quindi credere che, nei tempi antichi, alle colpe più gravi si contrapponessero misure punitive più miti di quelle moderne. Ma, trascorrendo gli anni, all'infittirsi delle trasgressioni corrispose un graduale confluire di molte pene in quella di morte: eppure anch'essa risulta un argine insufficiente. Quindi, occorre escogitare una minaccia più terribile di questa o almeno convenire che il supplizio sommario non può più fungere da freno realmente efficace, mentre ora la miseria con la stretta del bisogno induce al passo temerario, ora l'ampiezza di sostanze, indulgendo agli stimoli di un orgoglio intemperante, alimenta la brama dell'acquisto, o in contingenze ancora diverse: sempre, quando nel cuore umano si sfrena la tempesta d'una passione, che incatenandolo all'impero della sua energia possente lo proietta a saggiare ogni prova, a godere ogni conquista. Su tutto, il dominio della speranza e del desiderio: questo di guida, quella di scorta; l'uno fantastica e stilla i particolari del colpo, l'altra riscalda con la suggestione di una lieta fortuna: onde perdite incalcolabili. Il loro occulto potere è più terribile dei pericoli concreti. Ai loro impulsi si fonde spesso, non meno vigoroso, quello del caso a sconvolgere l'animo umano: poiché talvolta crea dal nulla insospettate condizioni che esaltano alla sfida temeraria, quando, invece, le proprie facoltà precarie rammenterebbero la cautela. Destino che tocca in particolare le città: soprattutto in quanto son posti in campo i valori più nobili: la libertà e la signoria sul mondo; poi perché il sentirsi vivo membro di una collettività cittadina ispira a ciascuno un'eccessiva, irrazionale coscienza delle proprie forze. È semplicemente impossibile, anzi assai ingenuo, ritenere che la legge, o qualunque altra tremenda costrizione possa ergersi, invalicabile baluardo, a infrangere il potente impeto della natura umana, quando arde nel volo d'una conquista.

 

46. «Ebbene, la pena di morte non offre garanzie sicure: non poniamola a fidato fondamento di una disastrosa decisione e per soffocare nei ribelli ogni speranza di poter mostrare che son cambiati, che in tempo brevissimo laveranno la colpa. Riflettete su questo aspetto: fino ad ora, se una città in rivolta comprende di non avere scampo, presumibilmente scende a trattare quando dispone ancora di sostanze sufficienti a rifondere le spese militari e a versare, in avvenire un tributo. Ma se applicate quella disposizione, quale città non intensificherà gli sforzi per prepararsi in modo più completo, quale non trascinerà l'assedio fino all'estremo respiro, se una resa sollecita o protratta conseguiranno lo stesso fatale risultato? Non è per noi una rovina gettar denaro in un assedio interminabile, poiché all'accordo non si verrà mai? E, in caso di successo, occupare un cumulo di ruderi e perdere l'entrata che la città ci avrebbe assicurato in futuro? Eppure affondano in queste rendite le basi della nostra potenza bellica. Sicché il nostro compito non è qui d'interpretare, a nostro danno, la figura di giudici inflessibili sulla pelle dei colpevoli, ma piuttosto di provvedere, correggendoli con mano severa, ma moderata, al mezzo di ricavare dalle città che dispongono di riserve finanziarie notevoli le necessarie somme di denaro. Dobbiamo prospettarci la necessità di una difesa basata non sull'intransigenza rigida degli articoli di legge, ma su una direttrice politica equa e prudente. Programma puntualmente contrario al nostro attuale: se una città libera, tenuta con la forza in soggezione, aspira con la rivolta alla riconquista della propria indipendenza e noi la schiacciamo sotto il nostro pugno, ci proponiamo subito d'infierire con atroce durezza. Eppure non si deve solo attendere il momento della ribellione per punire con rigore un popolo libero: ma con pari rigore vigilare, prima che si giunga a quello stato, e con una illuminata politica preventiva deviare il pensiero dei sudditi da un simile sogno. E quando il tumulto è sedato con la forza, occorre perseguire i colpevoli nell'ambito più possibile ristretto di persone.

 

47. «E dovete riflettere all'entità del vostro errore, se cedete al consiglio di Cleone, anche sotto questa prospettiva. Attualmente il popolo, in ogni città, guarda a voi con favore, non concede il suo appoggio quando il partito aristocratico organizza una sedizione o, se è costretto con la forza, si schiera subito ostile contro i ribelli. Per cui voi, fin dall'inizio della guerra di repressione potete contare, all'interno della città in rivolta, su un alleato: il suo stesso popolo. Se annienterete invece la parte democratica di Mitilene, che non condivide la responsabilità del moto insurrezionale, anzi vi ha consegnato di libera elezione la città, appena ha avuto in pugno la situazione militare al suo interno, vi macchierete prima di un'ingiustizia massacrando chi ha ben meritato di voi, poi di un errore politico, stabilendo un precedente che risponde in pieno alle aspirazioni dei partiti aristocratici. Sovvertiranno nelle loro città lo stato politico a vostro sfavore e saranno senz'altro forti del sostegno popolare, poiché voi avrete additato allo sguardo del mondo, con un chiaro esempio, che una punizione uniforme incombe sui colpevoli e sugli innocenti. Ora è necessario, anche se il partito democratico avesse compiuto un effettivo reato, fingere di ignorarlo, per non vedervi rivolta contro quell'unica forza che vi rimane amica. Per mantenere saldo nelle nostre mani l'impero considero molto più utile subire di buon volere questo torto, che applicare rigidi i precetti giuridici e distruggere chi bisogna conservare in vita. Traspare limpida l'incoerenza della tesi di Cleone, che cioè in quell'unico atto, il castigo estremo per Mitilene, confluiscono il giusto e l'utile politico.

 

48. «Convenite su questo, che è il proposito migliore: senza scendere a patti con la pietà e la clemenza, suggestioni cui anche al mio cuore vieto l'accesso. Vi ho illuminato su motivi concreti, fateli vostri e seguitemi; giudicate con serenità l'imputazione che grava sui Mitilenesi inviati da Pachete: lasciate vivere gli altri. Questo è il partito proficuo per l'avvenire, e fin d'ora fonte d'apprensione per i nemici. Giacché chi delibera con ponderatezza ha più potere sugli avversari di chi si affida a una politica grezza e violenta, senza il lume della riflessione.»

 

49. Così, in sostanza, parlò Diodoto. Dopo l'esposizione di questi due contrapposti consigli, che si equilibravano quasi in vigore espressivo, gli Ateniesi, nonostante ciò, si divisero in una decisione contrastata; il risultato del voto per alzata di mano non espresse una maggioranza assoluta: pure prevalse il partito di Diodoto. Messa subito in mare una seconda trireme, la fecero salpare con l'ordine di procedere a tutta forza, per non lasciarsi prevenire dall'altra, già in viaggio, e trovare, in luogo della città, un ammasso di rovine. La prima nave viaggiava con un vantaggio calcolabile a circa un giorno e una notte. Gli ambasciatori di Mitilene avevano provvisto il vascello di vino e farina e promesso ricchi doni all'equipaggio, se avesse raggiunto la precedente trireme. Così il ritmo impresso alla navigazione fu tanto celere che non s'interrompeva la voga neppure per mangiare, limitando il pasto a farina intrisa d'olio e di vino, e mentre gli uni prendevano sonno gli altri continuavano a remare. Per buona sorte non si alzò vento contrario e poiché la nave in vantaggio procedeva stancamente, per adempiere a un comando orribile, mentre l'altra accelerava con tale impeto, la prima ebbe appena il tempo di giungere da Pachete, costui di leggere la disposizione e d'accingersi a farla eseguire che comparve nel porto il legno inseguitore è vietò lo sterminio. Per tanto poco Mitilene era sfuggita a un rischio mortale.

 

50. Gli Ateniesi, come aveva proposto Cleone, giustiziarono tutti gli altri uomini di Mitilene che Pachete aveva spedito prigionieri e che dovevano render conto, come principali promotori, della sommossa (il loro numero superava di poco i mille). Le mura di Mitilene furono atterrate e le sue navi requisite. In seguito, ai Lesbi non fu imposto un tributo: il loro territorio, tranne quello di Metimna fu diviso in tremila lotti. Trecento vennero consacrati agli dei, gli altri distribuiti a cleruchi che li avevano tratti a sorte, e che vi furono inviati. I Lesbi coltivavano essi stessi la terra, versando ai cleruchi la quota annuale di due mine per ciascun lotto. Anche le cittadine del continente, sulle quali i Mitilenesi esercitavano la propria ingerenza, subirono l'occupazione ateniese, cui rimasero per molto tempo soggette. Si svolsero in questo modo gli eventi a Lesbo.

 

51. Trascorreva la stessa estate quando, poco dopo la presa di Lesbo, gli Ateniesi compirono una spedizione contro Minoa, un'isola situata di fronte a Megara, agli ordini dello stratego Nicia, figlio di Nicerato. I Megaresi vi avevano eretto un torrione e se ne servivano come punto di forza per la propria difesa. Nicia si proponeva di costituire nell'isola una base d'osservazione proiettata verso il nemico, ma più vicina ad Atene che il forte Budoro o Salamina. Principale obiettivo: impedire ai Peloponnesi di muovere da quella base per attacchi di sorpresa con le triremi, come era già avvenuto, o di ospitarvi pirati, da lanciare in scorrerie improvvise; inoltre bloccare Megara dal mare. Con un attacco dal mare, impiegando macchine da guerra, Nicia incominciò ad occupare due torri che dalla spiaggia dell'isola orientata verso Nisea si protendevano in acqua. Sgombrato così il transito tra la terraferma e l'isola, eresse un muro di protezione anche sulla costa che guarda il continente, in corrispondenza di un tratto in cui un ponte teso su un bassofondo consentiva il passaggio rapido di truppe dalla terraferma all'isola: la distanza da percorrere non era rilevante. L'esecuzione del piano occupò pochi giorni: inoltre fece elevare nell'isola una fortezza, che lasciò munita di un potente presidio, e ricondusse in patria il resto dell'esercito.

 

52. All'incirca a quest'epoca dell'estate anche i Plateesi, affranti dalla scarsità di provvigioni e non più in forze per sostenere l'assedio cedettero ai Peloponnesi in queste circostanze. A un attacco nemico che investiva le mura la replica dall'interno fu molto debole. Il comandante spartano si rese conto della loro impotenza. Tuttavia non si lasciò attrarre a un'occupazione violenta (l'ordine di Sparta era preciso: se si fossero varate trattative di pace con Atene era probabile che l'eventuale accordo contemplasse la restituzione reciproca delle piazzeforti occupate durante il conflitto: ebbene, la cessione di Platea non sarebbe stata compresa, se si poteva produrre la circostanza che la consegna della città era stata completamente spontanea). Preferì mandar loro un araldo con questo abbozzo di accordo: se esisteva da parte loro la volontà libera di affidare la propria città nelle mani di Sparta e di accoglierne serenamente il giudizio, i soli colpevoli sarebbero stati puniti, a nessuno sarebbe stato inflitto un procedimento illegale. Così si espresse l'araldo: la debolezza, lo sfinimento indussero gli assediati a consegnare la città. Per pochi giorni, i Peloponnesi passarono a quelli di Platea il cibo necessario. Si attendevano i giudici da Sparta, che giunsero infine, in numero di cinque. Al loro arrivo, non fecero carico ai Plateesi di nessuna accusa particolare solo porgevano loro, dopo averli convocati a processo, quest'unica domanda: se nel corso del presente conflitto potessero vantare qualche beneficio reso a Sparta o ai suoi alleati. Gli interrogati a loro volta risposero con la richiesta di articolare la propria difesa in una replica più ampia, delegando a rappresentarli Astimaco, figlio di Asopolao e Lacone, figlio di Aemnesto, prosseno degli Spartani. Comparvero e così parlarono:

 

53. «La consegna della nostra città nelle vostre mani, uomini di Sparta, è scaturita da un atto di fiducia in voi, dalla speranza di non dover umiliare la nostra fronte a codesto processo, di godere la garanzia di una procedura più regolare. Non avremmo mai accolto di provarci nella difesa, in cui siamo ora in effetti impegnati di fronte ad altri giudici che voi, convinti di non poter incontrare altrove un trattamento più equo. Ma c'invade ora lo spavento che entrambe queste speranze fossero illusioni; e il giustificato sospetto che su questa causa incomba lo spettro di un esito fatale, mentre voi rivelerete uno spirito non retto dall'equilibrio. Due indizi, purtroppo, ci confermano in questo dubbio: il vostro rifiuto d'avviare il dibattito su uno specifico capo d'accusa che esiga una replica concreta (noi stessi abbiamo reclamato la parola, per chiarire il nostro contegno) e, soprattutto, quel vostro nervoso quesito, cui una risposta sincera si ritorcerebbe a nostro danno, e una menzogna offrirebbe il fianco a una secca e pronta smentita. Condizione critica, la nostra: un vicolo cieco. Vi siamo bloccati ma non riteniamo sicuro esporci a un passo così rischioso senza rendere in precedenza noto quanto abbiamo da dire. Nel nostro stato, ci si potrebbe in seguito rinfacciare che quel discorso taciuto, se l'avessimo espresso, ci avrebbe forse assicurato la salvezza. Ma, oltre a tutto, la speranza di persuadervi è fioca, le difficoltà gravissime: poiché se ci fossimo a vicenda ignoti, potremmo tentare di sostenerci adducendo testimonianze e prove, per illuminarvi. Ma nulla di ciò che sarà qui esposto vi coglierà impreparati. Perciò ci angoscia un dubbio: che siate prevenuti contro di noi, non nel senso che, valutando i nostri meriti inferiori ai vostri, ci addossiate a colpa questa circostanza; ma che il vostro desiderio di rendere ad altri un grato servizio ci abbia già destinato, fin d'ora a un decreto di condanna.

 

54. «Producendo le fondate ragioni di dissidio che ci oppongono ai Tebani a voi e agli altri Greci, non rinunceremo a ravvivare la memoria dei benefici da noi operati, e ci impegneremo a convincervi. Incisiva domanda, la vostra: se possediamo il credito di un'opera fatta a vostro utile, o degli alleati di Sparta, in questi anni di guerra. Ecco la nostra replica: se ci interrogate convinti che siamo nemici non fu oltraggio il nostro ai diritti che vi spettano, se il rapporto con voi non ha compreso atti d'amicizia. Voi, piuttosto, siete in colpa, se ci stimate amici: perché infatti ci muovereste guerra? In tempo di pace e durante la lotta contro i Persiani il nostro onore è stato sempre esente da macchie. L'iniziativa non è nostra, ora, d'infrangere lo stato di pace, mentre in quel tempo, soli tra i Beoti, unimmo il nostro sforzo al vostro per la libertà di Grecia. S'era gente di terra: ma ciò non ci ha dissuaso a batterci con le navi all'Artemisio. E lo scontro che s'è deciso qui, alle nostre porte, ci ha visto pronti al fianco dei vostri soldati e di Pausania. Ogni altra pericolosa azione, cui i Greci hanno posto mano in quell'epoca ci ha sempre trovato presenti e attivi: perfino oltre le nostre possibilità. E soprattutto a voi, cittadini di Sparta, quando calò cupo sulla città l'incubo che gli Iloti raccolti, dopo il terremoto, ad Itome, tramassero la ribellione, rendemmo un servizio particolare: l'invio di un terzo dei nostri cittadini, a rinforzo. Come potete dimenticarvene?

 

55. «Sono questi i principi a cui, di proposito abbiamo informato la nostra politica negli istanti cruciali della nostra storia antica. Con voi siamo venuti in urto più tardi. Dovete risponderne voi poiché quando Tebe ha preteso di piegarci con la forza e siamo ricorsi a voi con una richiesta d'alleanza, d'aiuto, non ci avete aperto le porte, degnandoci solo di un consiglio: d'interpellare gli Ateniesi, in quanto nostri vicini. Vi faceva ostacolo la lontananza del vostro paese. Eppure, in questa guerra, nessun colpo di mano ai vostri danni è stato da noi tentato: né in futuro ci saremmo risolti in questo senso. Se non abbiamo dato corso alla vostra ingiunzione di staccarci da Atene, non siamo noi dalla parte del torto. Poiché quelli hanno appoggiato la nostra lotta contro i Tebani quando voi mettevate in campo pretesti per sottrarvi all'impegno. Tradirli ora sarebbe stata una azione ignobile, in particolare perché dopo averne ricevuto un aiuto eravamo stati noi stessi a richiedere d'essere accolti come alleati e in più, ci avevano associato alla loro cittadinanza. Significava dunque un impegno d'onore per noi eseguire le loro istruzioni con entusiasmo. In quanto ai comandi che, su un fronte e su quello avverso, imponete agli alleati, a voi stati guida che ne avete l'autorità compete di rispondere dei vostri obiettivi immorali, non a chi è tenuto ad eseguirli, se mai qualche disonesta azione ha compiuto.

 

56. «Molti e diversi abusi i Tebani già ci hanno costretti a patire: dell'ultimo avete una personale esperienza. Si deve ad esso il nostro stato penoso. Un attacco proditorio per occupare la città, mentre vigeva la pace e per giunta si celebravano le solennità mensili: certo dovevamo com'era nostro diritto, vendicarci, applicando la legge universalmente accolta: ch'è dovere degno di religioso rispetto respingere ogni aggressore. Ora viola ogni sentimento di giustizia il colpo che a loro causa ci viene inferto. Se assumerete a metro di giudizio il vostro momentaneo interesse e lo slancio ostile di costoro, non vi rivelerete arbitri autenticamente imparziali di ciò che è giusto, ma legati piuttosto al proprio utile. Anche se nell'attuale momento storico, a vostro avviso, costoro vi arrecano un più cospicuo vantaggio più vi servimmo noi e gli altri Greci quando per voi il rischio aveva assunto tinte assai più fosche. Ora, quando vi muovete in armi, sollevate in chiunque il terrore, ma in quel frangente, quando lo straniero si preparava a piegare ogni popolo sotto il proprio giogo, costoro si schierarono al suo fianco. Contrapponete sulla bilancia della giustizia la nostra colpa attuale, se mai colpa fu commessa, e l'audacia che sfolgorò in quell'ora: non scoprirete solo che questa soverchia quella, ma che brillò in momenti nei quali era sempre più raro trovare Greci disposti a contrapporre sul campo il proprio eroismo alla potenza di Serse. Nobili epoche, quando la gloria illustrava coloro che dimenticando il proprio benessere, la propria sicurezza non ricusavano di battersi contro il dilagare dello straniero, ma con spontaneo impeto abbracciavano da prodi ogni rischio e conquistavano eletto onore. Noi fummo di quelli, ed esaltati un tempo al cielo siamo ora ridotti a tremare per l'angoscia che ci opprime, a un soffio dallo sterminio: poiché abbiamo giurato e tenuto fede ai nostri principi appellandoci agli Ateniesi come comandava la giustizia, non a voi come suggeriva il guadagno. Eppure bisogna che voi mostriate costante la misura del vostro giudizio su azioni identiche e non scorgiate il vostro vantaggio in un rapporto politico con gli alleati che si dimostrano prodi diverso da quello che, ispirandosi a un sentimento tenace di gratitudine per il loro ardore, può forse anche nelle circostanze presenti, imporsi a voi come certa fonte di profitto.

 

57. «Riflettete alla vostra riconosciuta posizione nel nostro tempo: il mondo greco s'illumina da voi, come da un faro d'integrità politica. E se una condanna che calpesta ogni diritto suggellerà il nostro processo (il cui esito percorrerà tutte le strade e le piazze di Grecia, poiché la vostra, giudici, è vasta fama e la nostra stima non è da sottovalutare) procurate che una così sconfinata platea non rifiuti come ripugnante il vostro giudizio: la sentenza emessa sul destino di uomini valorosi, da voi giudici, uomini di ancor più scelto valore, né vi colpisca il biasimo per aver consacrato le nostre spoglie in ringraziamento nei templi onorati dalla pietà comune di tutta la Grecia, di cui fummo un tempo i benefattori. Raccapriccio e sdegno susciterà la devastazione di Platea ad opera di soldati spartani. Un brivido trascorrerà la Grecia: poiché i vostri padri incisero sul tripode di Delfi il nome di questa città, in ricordo del suo atto eroico, e voi estirpate dal suolo greco perfino le sue case, per un favore a Tebe. Doloroso stato, in cui siamo piombati! noi che al tempo del trionfo persiano subimmo la distruzione della città e che ora ci vediamo scadere nella vostra stima, prima così calda di amichevoli sentimenti, a un livello più basso dei Tebani. Abbiamo patito le due prove più angosciose: prima il rischio di morire di fame, se non cedevamo la città, ora di esporre la nostra vita a una sentenza di morte. Noi di Platea respinti da tutti, noi che ci battemmo fino all'estremo respiro oltre le nostre forze, per proteggere la vita dei Greci, isolati, privi d'appoggio! Nessuno degli antichi compagni ci sostiene e voi, Spartani, l'unica nostra speranza, ci fate fremere nel dubbio che la vostra retta lealtà s'incrini.

 

58. «Eppure ci sorregge almeno la forza di pretendere, in nome degli dei che scesero in campo al nostro fianco in quelle lotte e dell'audacia che dispiegammo in difesa della Grecia, che vi pieghiate, che mutiate animo se i Tebani vi hanno strappato qualche promessa. Reclamate a vostra volta un dono: risparmiare un popolo il cui sterminio offuscherebbe per sempre il vostro onore; procurarvi una riconoscenza onesta, non infame e insieme respingere il guadagno di una trista fama per un atto di compiacenza in beneficio d'altri. Poiché stroncare le nostre vite è impresa di un attimo, ma a che alto prezzo di paziente fatica cancellerete dal mondo la memoria di questo orrore? La vostra non sarà una legittima rappresaglia contro una gente ostile, ma annienterete un popolo amico, costretto dal destino a impugnare le armi contro di voi. Sicché assicurandoci salva la vita, emetterete un verdetto in armonia con la volontà divina. Considerate il nostro spontaneo atto di resa, e che ci avete accolto mentre, nel gesto dei supplici, vi tendevamo le braccia (è viva nel mondo greco la legge di non uccidere chi supplica in questo modo) e che da sempre ci siamo resi benemeriti nei vostri confronti. Rivolgete lo sguardo ai sepolcri dei vostri padri che caddero sotto i colpi persiani e riposano nella nostra terra. Noi li veneravamo con annuali celebrazioni, onorati da pubbliche offerte di vesti e di altri oggetti votivi in accordo ai dettami della pietà religiosa. Dedicavamo loro le primizie scelte da ogni prodotto germogliato dal nostro suolo, tributo commosso di un paese fratello, di alleati ai loro compagni d'arme di un tempo. Sentimenti in dissonanza con il vostro contegno, se emetterete una sentenza iniqua. Riflettete: Pausania sceglieva questo suolo, sapendolo amico, per seppellire quei prodi, presso un popolo di cui gli era noto il leale fervore. Se voi ci massacrate e fate della nostra terra una regione tebana, non otterrete null'altro che d'abbandonare in territorio nemico, in mano ai loro uccisori, i vostri padri e congiunti, privi di quelle offerte, di quegli onori che ora ricevono. Inoltre umilierete nella schiavitù quel paese che vide l'aurora della libertà greca. Lascerete deserti i sacri templi, ove si levò la supplica di quegli eroi che infransero lo slancio barbaro, e che con i sacrifici solenni tramandati dagli avi, languiranno in abbandono, privi di chi li volle un tempo, a loro ricordo, istituire e fondare.

 

59. «Non rifulgerà certo più nitida, Spartani, la vostra gloria da questo attentato alle istituzioni universalmente onorate nel mondo greco e alla memoria dei vostri avi, dal proposito ormai chiaro d'annientare noi, vostri benemeriti, innocenti di qualsiasi colpa, vittime di un sentimento d'odio che, sbocciato in altri, trasse forza dalla vostra simpatia indulgente. Vi sarà d'onore, invece, serbarci il dono della vita, spezzando il rigore delle vostre decisioni e trattandoci con equilibrata misericordia. Considerate non solo la crudeltà della pena che infliggerete; ma anche quali uomini siamo noi, che la subiremo. Vana e imprevedibile la sventura che può fatalmente toccare chiunque, sebbene puro dalla minima colpa! In armonia con il nostro stato e l'urgenza estrema che ci incalza, vi invochiamo supplicando gli dei che la pietà panellenica onora con gli stessi sacrifici rituali, dateci ascolto: ci appelliamo ai giuramenti che i vostri antenati hanno sancito e che non devono affondare nell'indifferenza. Abbracciamo in preghiera i sepolcri dei padri, chiediamo fervidi ai loro spiriti di non farci soggiacere al pugno tebano, di vietare che noi, i loro fautori più leali, siamo dati in consegna ai loro più accaniti nemici. Riluce ancora nella memoria quel giorno in cui riunimmo sul campo le armi per un'impresa insigne, mentre ora ci sovrasta il rischio dell'estremo supplizio. Giunti a quest'ora fatale, chiudiamo la nostra difesa: attimo spinoso e orrendo che precede di un soffio il triste culmine del martirio. Ma alle nostre parole si consenta il suggello di una suprema protesta: non ai Tebani abbiamo ceduto la città (avremmo mille volte scelto di perire di fame, la fine più dolorosa, prima di ridurci a questo segno). Ci consegnammo nelle vostre inani, colmi di fiducia Quindi, se il nostro discorso non vale a piegarvi, è giusto che ci concediate il ritorno allo stato precedente e la facoltà di provarci con le nostre forze contro gli scogli che il destino ha in serbo per noi. Infine, vi imploriamo a un tempo, Spartani, a non rimettere con le vostre mani noi, i Plateesi che con sì caldo impeto si adoperarono per la Grecia, in potere degli uomini di Tebe, che ci hanno giurato odio perenne. Non privateci della vostra protezione leale, alla cui ombra ci ricoverammo supplicando: salvateci, e mentre compite l'opera di redenzione per tutte le genti di Grecia, non mostrate la volontà d'annientarci.»

 

60. Così, in sostanza, si espressero i Plateesi. I Tebani temendo che i giudici di Sparta, commossi da quel discorso, indulgessero a qualche favore si presentarono e resero noto il loro desiderio di parlare. Poiché anche ai loro avversari era stato concesso un intervento molto più ampio e articolato di quanto richiedesse la risposta a quella domanda: circostanza che, confessarono, li aveva amaramente sorpresi. La richiesta fu approvata dai giudici e i Tebani così parlarono:

 

61. «Non avremmo mai chiesto la facoltà di pronunciare questo discorso, se anche costoro si fossero tenuti nei limiti di una stringata replica alla domanda rivolta, senza attaccarci con una tempesta d'accuse e senza elevarsi a riparo quel baluardo imponente di parole, che non solo si protende oltre i confini delle questioni in causa, a difesa di illusorie calunnie, sogni di visionari, ma si erge a monumento di una gloria che nessuno qui si è mai proposto di trascinare nel fango. Ora è nostro primo compito ribattere alle loro querele, poi sottoporre i loro punti a una critica severa, ristabilendo un equilibrato rapporto di valori, che vi consentirà un più preciso e fondato giudizio, quando sarà loro sottratto il duplice argomento in cui più confidano: la nostra supposta immoralità e il loro prestigio. Ecco l'origine dei nostri dissensi. Quando colonizzammo, ultima località della Boezia, Platea e con essa altri centri vicini che avevamo occupato dopo averne espulse le genti di varia stirpe che vi dimoravano, costoro pretesero di non adeguarsi ai principi, in precedenza fissati e imposti, del nostro governo egemonico. Spiccarono subito tra gli altri Beoti per la loro passione di calpestare le tradizioni patrie, finché si risolsero a chiedere l'appoggio politico agli Ateniesi: troppo li molestava il peso dei nostri comandi. Un sodalizio da cui nacque una serie infinita di colpi inferti e puntualmente ricambiati.

 

62. «Poi lo straniero piombò in armi sulla Grecia. Ecco il loro vanto: unici tra i Beoti a non parteggiare per la Persia! Un gesto illustre che hanno perennemente sulle labbra; uno strale sanguinoso per trafiggerci in ogni occasione. Ebbene, è questa la nostra critica: rifiutarono l'appoggio ai Persiani perché l'aveva rifiutato Atene; un assunto politico analogo a quello per cui si diedero, soli tra i Beoti, anima e corpo agli Ateniesi, quando in seguito costoro si accinsero alla conquista della Grecia. Vi sono anche da valutare le rispettive condizioni in cui si svilupparono le nostre opposte linee politiche. L'ordine interno del nostro stato non si reggeva allora sui principi dell'oligarchia legalitaria né del potere popolare. Al vertice della città operava una coalizione ristrettissima di individui: una forma di governo, come si vede, illegale ed assurda, sconfinante nella tirannide. Costoro auspicavano il trionfo persiano nella speranza di consolidare tra le proprie mani l'autorità assoluta di cui già godevano. Così spalancarono le porte invocando l'intervento straniero, e soffocando a forza la più genuina volontà popolare. Ogni diversa alternativa politica era preclusa ai nostri concittadini, che abbassarono il capo di fronte a una forza che non riconosceva nessun argine legale nell'imporre azioni e scelte, di cui è quindi ingiusto addossare loro la responsabilità e lo sdegno. Ma quando i barbari si ritirarono la nostra città impugnò il potere, reggendo liberamente se stessa. Ora esigiamo il vostro attento ricordo: di quando, poco dopo, gli Ateniesi decretarono la soggezione dell'intera Grecia cominciando a varcare i confini del nostro paese per asservirlo e, in pratica, dominandone già la parte più estesa, con l'astuto gioco di volgere a proprio frutto le lotte civili in ogni città. Non fummo noi allora in campo a Coronea? a batterci e a trionfare per la libertà della Beozia? non è generoso ora il nostro impeto nello sforzo comune di liberazione, il nostro impegno bellico nella fornitura di cavalli e di armamenti, superiore a ogni altro alleato?

 

63. «Sono questi gli argomenti a nostra discolpa, per respingere l'accusa di aver parteggiato per i Persiani; ci proponiamo ora di mettere in cruda luce i torti di cui voi vi siete resi responsabili, ai danni dei Greci e che dunque siete assai più di noi meritevoli di ogni castigo. La necessità di opporre una difesa a noi, come dite, vi ha suggerito di farvi alleati e concittadini di Atene. Dunque, bisognava sollecitarne l'aiuto solo contro di noi, non assecondare le sue iniziative imperialistiche rivolte a soggiogare tutte le altre genti. Avevate la facoltà di ricusare: seppure gli Ateniesi sforzarono mai i vostri liberi sentimenti a qualche impresa indesiderata. Vigeva ancora l'alleanza antica con Sparta, dal tempo della lotta persiana: quell'alleanza che ora vi ritorna sempre alle labbra. Avrebbe costituito sufficiente riparo per voi dalla nostra presunta aggressività: inoltre, vi avrebbe garantito piena indipendenza di scelte politiche. Che è la libertà più ampia. Ma l'ispirazione di abbracciare la causa d'Atene sorse proprio dal vostro spontaneo volere, non da una imposizione. E vi giustificate, affermando che vi avrebbe macchiato d'infamia tradire chi vi aveva reso tanti favori: ora lo scandalo di un marchio più ripugnante lorda il vostro onore, la determinazione, coltivata da tempo, di tradire prima il complesso delle genti greche, cui vi legava un santo patto, che i soli Ateniesi: pronti costoro a premere la Grecia sotto il proprio piede, ansiosi gli altri di goderla libera. Il favore con cui contraccambiaste Atene non è pari a quello ricevuto, né immune da vergogna. Sostenete di averne implorato il sostegno, poiché bersagli di ingiusti colpi: però poi collaboraste ad attuare i loro iniqui intrighi. Eppure è più lieve onta non ricompensare in pari misura i vantaggi ricevuti che impegnare ed esprimere in azioni disoneste la riconoscenza sbocciata da un beneficio richiesto e accolto per una giusta causa.

 

64. «Il vostro contegno ha significato chiaro il senso recondito della tenacia con cui vi opponevate ai Persiani: non vi premeva il destino dei Greci. Vi guidava la resistenza ateniese e il proposito di accordare i vostri atti ai loro, e di porvi in antagonismo a noi. Quindi ora stimate giusto appellarvi al coraggio che faceste splendere a difesa d'altri. Atteggiamento inaccettabile. Avete preferito Atene: cooperate al suo sforzo fino alla fine. Non producete a riparo il comune giuramento di quell'epoca, pretendendo che vi assicuri una via di salvezza. Poiché foste voi a rinnegare quell'intesa e calpestandola forniste il vostro contributo all'aggressione dispotica contro Egina ed altri popoli collegati a voi da un vincolo giurato, mentre giustizia gridava d'ostacolarla con ogni forza. Non solo non vi siete prestati di cattiva voglia, ma mentre godevate la garanzia di quelle leggi alla cui ombra siete fino ad ora vissuti: nessuno, come noi, vi imponeva una rigida guida politica. Avete respinto l'estremo invito, che vi porgemmo prima di serrarvi d'assedio, a tenervi tranquilli in disparte, senza impugnare il ferro per un fronte o per l'altro. All'infuori di voi, su chi potrebbe più legittimo addensarsi il nembo d'odio che spira dall'intera Grecia? Proprio voi spiegaste il vostro ardimento per guastarla, per piegarla in ginocchio. Così avete ora rivelato che le nobili imprese compiute un tempo, su cui insistete, non furono l'autentico frutto dei vostri sentimenti più fondi. Vi cadde dall'animo la maschera e il fulgore del giorno illumina la fosca genuina natura dei vostri istinti. La perversità degli Ateniesi vi ha tracciato la contorta via che vi siete risolti a seguire. Ci urgeva rilevare questi particolari sulla simpatia per i Persiani, cui noi fummo costretti, e sull'inclinazione per Atene, che germogliò dal vostro spontaneo volere.

 

65. «Gridate di un'ultima ferita, che vi avremmo inflitto: il nostro proditorio attacco alla città, in periodo di pace e mentre si celebravano le feste mensili. Ma neppure riguardo a quest'accusa ci sentiamo più colpevoli di voi. Se di proposito infatti fossimo comparsi alle vostre porte, assalito in armi e desolato il vostro paese, come truppe ostili, certo saremmo dalla parte del torto. Ma se tra voi i concittadini primi per stato sociale e per nascita ordirono il piano di togliervi da quell'intesa straniera e ricondurvi alle tradizioni antiche in cui tutti i Beoti riconoscono la loro unità e di propria iniziativa ci invitarono, dov'è il nostro oltraggio S'ascriva il crimine a chi trama il complotto, non a chi vi accondiscende. Ma, a nostro giudizio, nessuno ha mancato, né loro, né noi. Erano cittadini al pari di voi esponevano al rischio sostanze e interessi più rilevanti: e aprirono le porte della città alle nostre forze con intenzioni amichevoli, non ostili. Poiché li spingeva il desiderio di impedire alla vile posizione di alcuni fra voi di piombare ancora più in basso e d'assicurare ai migliori lo stato sociale cui aspiravano con pieno diritto. Erano correttori e guide di un'ideologia politica; non pretendevano di fare della città un deserto, privandola delle vostre presenze. Non avevano in proposito di mettervi in urto con qualcuno, anzi d'inserirvi in una più ampia e pacifica sfera d'intese.

 

66. «Ecco la prova che il nostro atteggiamento non è mai stato ostile: non abbiamo fatto torto a nessuno e ufficialmente abbiamo consigliato a chiunque volesse vivere in un regime ispirato alle antiche tradizioni comuni dei Beoti, di ricorrere a noi. Invita da voi raccolto con entusiasmo, giacché stipulaste una convenzione e, nei primi momenti, non avete assunto iniziative ostili. Ma poco dopo vi siete avvisti che eravamo un piccolo gruppo. Ebbene, pur ammettendo che sulla correttezza cristallina dei nostri metodi si poteva forse avanzare qualche riserva, se scavalcammo la volontà popolare nell'introdurci in città, anche la vostra replica non fu certo da meno, nella sua spietata durezza: siete passati all'attacco, prima di tentare la via delle trattative ragionevoli. Una scoperta violazione dell'accordo: eppure non ci brucia troppo il pensiero dei nostri soldati periti negli scontri (erano pur sempre vittime della legge dettata dalle armi). Ma in quanto agli altri, quelli che tendendovi le mani in catene con la promessa di una futura impunità caddero sotto il vostro sacrilego ferro, come intendete giustificare l'orrore di quei delitti? E voi che in breve arco di tempo avete infranto con triplice crimine l'ordine legale, calpestando l'accordo, massacrando i nostri uomini, illudendoci infine con la malafede di quella promessa di restituirli vivi se avessimo rispettato le vostre campagne; voi, dunque, ardite pretendere che il torto è nostro e vi sentite l'animo leggero, senza la più lieve colpa da scontare! No, se il verdetto di questi giudici scaturirà da retta e ferma coscienza. Espierete uno per uno ogni vostro misfatto.

 

67. «Abbiamo inteso, cittadini di Sparta, ribadire punto per punto ogni aspetto dei loro reati nel vostro e nel nostro interesse, affinché voi vi convinciate che la vostra sentenza di condanna è improntata a giustizia, e ai nostri occhi brilli, pura e santa, la luce della futura vendetta. Non vi addolcisca la memoria di quei loro remoti atti d'ardimento: se mai li vide la luce del sole. Il valore deve farsi scudo degli offesi contro giustizia: ma schiacciare i furfanti sotto una pena del doppio più grave poiché tradiscono peccando il loro dovere. Non si riparino dietro le loro lagrime, con toni patetici adatti a strappare la compassione, invocando ad alte grida i sepolcri dei vostri padri e gemendo d'essere derelitti. Ribattiamo che sorte ben più dolorosa ha troncato le vite in fiore dei nostri, di cui costoro fecero scempio; giovani i cui padri parte perivano in campo a Coronea per restituirvi la Beozia, parte trascina l'ormai vecchia vita per la propria casa, vivida un tempo di figli, oggi desolata, e leva, con ben più grave diritto, una preghiera diretta a voi: che costoro paghino. Chi piange il colpo di un'immeritata sciagura, ci trovi pure partecipi e commossi: ma chi, scellerato, s'attira una legittima pena, come questi uomini, possa solo scorgere sui nostri volti, il guizzo di una soddisfatta esultanza. Hanno provocato da sé l'isolamento in cui si dibattono: sorse spontanea in loro la decisione di respingere i valorosi alleati. Hanno oltraggiato e negletto i loro obblighi, eppure nessun danno li aveva feriti, da parte nostra. S'ispirarono al rancore, più che alla giustizia e anche ora non lavano il loro peccato con un castigo d'adeguata misura. Poiché subiranno un supplizio schiettamente legale: non, come vanno asserendo, mentre tendono supplici le palme dal campo di battaglia, ma dopo essersi di libera elezione consegnati a subire una legittima sentenza in virtù di un accordo. Soccorrete, Spartani la dignità delle leggi greche, infangata da questi uomini, e memori del nostro slancio generoso concedeteci, a cancellare l'offesa patita, una riconoscenza ispirata ai precetti della giustizia. Che le loro parole non v'inducano a respingerci. Chiarite ai Greci con un esempio memorabile che qui non intendete istituire un torneo oratorio, ma un severo processo alle azioni. Se queste sono nobili, è sufficiente un secco promemoria ad illustrarle; ma se grava la colpa, i discorsi s'agghindano di concetti preziosi e d'eleganti figure, e non sono che miserabili schermi. Ma se le autorità supreme, come voi nel nostro tempo, si concentreranno sul nocciolo delle questioni emanando un verdetto di interesse e validità universale, meno si tenterà in avvenire di ingemmare le imprese indegne con i fregi dell'eloquenza.»

 

68. Furono questi, in sostanza, gli argomenti tebani. I giudici di Sparta ritennero regolare attenersi alla domanda posta in precedenza, riducendosi a chiedere quali benefici, durante questa guerra, avevano ricevuto dai Plateesi. Poiché, come proprio in tempi oramai trascorsi li avevano pregati di mantenersi in pace, in base agli antichi accordi stipulati con Pausania dopo le guerre persiane, così in seguito, prima di bloccarli con l'erezione della cinta di mura, avevano insistito presso di loro con quell'invito alla neutralità, sempre in virtù di quei trattati. Ma Platea l'aveva respinto e gli Spartani si considerarono oltraggiati nei propri onesti e equi proposti e perciò sciolti da ogni patto. Quindi ricominciarono a convocare al proprio cospetto un Plateese per volta e a porgli, invariata, la domanda: se durante il conflitto avesse compiuto qualche azione concreta in favore di Sparta o dei suoi alleati. Se la risposta era negativa, l'interrogato, fatto uscire, subiva il supplizio: senza nessuna eccezione. Tra i cittadini di Platea le vittime non furono meno di duecento. Caddero anche venticinque Ateniesi che collaborarono a sostenere l'assedio. Le donne furono vendute schiave. Consegnarono la città, per circa un anno, a cittadini di Megara profughi delle contese civili e a quei Plateesi sopravvissuti che avevano mostrato di condividere le ispirazioni politiche di Sparta: e quelli vi si stanziarono. Dopo qualche tempo, però, la rasero al suolo dalle fondamenta ed eressero, nelle vicinanze del santuario di Era, un alloggio per forestieri di duecento piedi per lato, provvisto di camere su tutto il perimetro, in basso e in alto. Avevano impiegato nella costruzione i tetti e le porte di Platea. Approntati i letti con varie suppellettili in ferro e bronzo rinvenute nel perimetro delle mura, dedicarono tutto il complesso ad Era, cui consacrarono, edificandolo, un santuario di pietra lungo cento piedi. Espropriarono la terra e la diedero in affitto per dieci anni: la coltivavano i Tebani. Si può tranquillamente sostenere la tesi che l'intera vicenda di Platea, con la parte che gli Spartani vi avevano interpretata, traeva origine dal desiderio, vivo in costoro, di rendersi amici i Tebani ritenendo che, nel conflitto appena esploso, il loro contributo sarebbe stato molto opportuno. Così si compiva il destino di Platea, novantatré anni dopo ch'era entrata in lega con Atene.

 

69. Intanto le quaranta navi dei Peloponnesi che erano salpate in aiuto di Lesbo, sfuggendo in mare aperto alle triremi ateniesi lanciate all'inseguimento, travolte da una tempesta nei pressi di Creta, approdarono sparse, chi in un punto chi in un altro, alle coste del Peloponneso. Nei pressi di Cillene si imbattono in tredici triremi appartenenti ai Leucadi e agli Ambracioti e in Brasida, figlio di Tellide, sopraggiunto fra loro come consigliere di Alcida. Gli Spartani, che avevano fallito la puntata su Lesbo, si proponevano con una flotta più numerosa e forte di far vela su Corcira, dilaniata dalle lotte civili. Sapevano che la squadra ateniese di fazione a Naupatto contava solo dodici unità. Conveniva affrettarsi, prevenendo l'invio da Atene di un eventuale contingente navale di rinforzo. Sia Brasida che Alcida si occupavano delle disposizioni per questa nuova impresa.

 

70. I tumulti civili erano esplosi a Corcira, dopo che vi erano rimpatriati i prigionieri, liberati dai Corinzi, delle battaglie navali di Epidamno. Di nome, avevano ottenuto la libertà su cauzione: ottocento talenti versati dai prosseni di Corcira a Corinto. In realtà, i rimpatriati si legavano con un accordo e una promessa: addurre Corcira dalla parte dei Corinzi. E tramavano infatti con un'opera assidua e fitta di incontri a livello individuale, per convincere la cittadinanza a interrompere i propri rapporti con Atene. Quando attraccarono a Corcira una nave attica e una corinzia, sbarcandovi le ambascerie dei due paesi, si discussero i piani d'intesa e i Corciresi decretarono con il voto questo compromesso: restavano alleati di Atene in accordo agli obblighi già assunti, ma preferivano non interrompere la tradizione di rapporti amichevoli con i Peloponnesi. Infine, questi ex-prigionieri intentano processo a un tale Pizia che non solo era prosseno volontario degli Ateniesi, ma anche manovrava le redini del partito popolare; l'imputazione è forte: tentativo di assoggettare Corcira agli Ateniesi. Ma Pizia è prosciolto; a sua volta, trascina in tribunale i cinque cittadini più facoltosi di Corcira con l'accusa di asportare pali per le proprie vigne dallo spazio sacro di Zeus e di Alcinoo. Si assegnava uno statere di multa per ogni palo tagliato. Quei personaggi non sfuggono alla condanna e sgomenti per l'enormità dell'ammenda si collocano in atteggiamento di supplici davanti ai santuari, sperando di accordarsi su un pagamento dilazionato. Ma Pizia, che, tra l'altro, era anche membro del Consiglio, fa opera di persuasione perché si applichi la legge in tutta la sua severità. E la legge non era tale da consentire deroghe. Nel frattempo ai condannati giunge una voce che Pizia, mentre fa ancora parte del Consiglio, ha in proposito di persuadere il popolo a stilare un'intesa offensiva e difensiva con gli Ateniesi. Si organizza all'istante un complotto: pugnali alla mano irrompono improvvisi nella sala consigliare ove sorprendono Pizia e alcuni altri, personalità del Consiglio e semplici cittadini: cadono nel sangue circa sessanta uomini. Solo un sottile drappello di partigiani di Pizia riesce a rifugiarsi sulla nave attica, ancora all'ancora.

 

71. Conclusa l'azione, i congiurati adunarono i cittadini di Corcira chiarendo che lo stato degli avvenimenti si era ormai disposto al meglio e che il rischio di curvare il capo ai despoti ateniesi era sfumato. In avvenire suggerirono di tenersi neutrali in pace; non aprire il porto a più di una nave per volta delle due potenze in guerra; considerare un'ostile aggressione la comparsa nelle proprie acque di un numero più elevato di vele. Prospettive politiche di cui ottennero con la forza la convalida popolare. Si deliberò anche l'invio immediato di un'ambasceria ad Atene, a riferire e interpretare gli eventi nella luce a loro più favorevole, e con l'ordine di rintracciare laggiù i loro profughi e convincerli a deporre eventuali propositi offensivi, a non scatenare rappresaglie su Corcira.

 

72. Al loro arrivo, gli Ateniesi non si limitarono a porre in stato d'arresto con l'accusa di sovversione i membri dell'ambasceria, ma bloccarono anche quelli che avevano rivelato una simpatia per le loro profferte, e li confinarono ad Egina. Mentre si svolgono questi casi, quelli che in Corcira occupano i posti di comando, colgono la circostanza di una trireme corinzia e di un'ambasceria spartana lì presenti per aggredire il partito popolare, provocare uno scontro e sgominarlo. Quando cala la sera i democratici guadagnano in fuga l'acropoli e i quartieri alti della città. Serrano le file, organizzano una base e un piano operativo, occupano con sorveglianza armata il porto Illaico. Gli avversari tengono sotto controllo la piazza, nei cui pressi per lo più sono disposte le loro case, e il vicino porto, contiguo alla piazza stessa e rivolto al continente.

 

73. Il giorno successivo si accesero brevi scontri, mentre i due partiti in lotta inviavano rappresentanti nel contado per reclutare gli schiavi, con la promessa d'affrancarli. I popolari ottennero con schiacciante preponderanza l'appoggio dei servi, ma a rinforzo degli avversari comparve dal continente un corpo di ottocento uomini.

 

74. Lasciarono trascorrere un altro giorno e, riaccesa la lotta armata, il partito popolare prese il sopravvento, forte delle posizioni conquistate e del numero: anche le donne scesero in campo ardite, scagliando tegole dai tetti e superando in prodezza la loro stessa natura nell'opporsi ferme alla tempesta dei combattimenti. A sera inoltrata gli aristocratici cedettero: fu la rotta. L'improvvisa angoscia che gli avversari, perseguendo con impeto l'azione di sfondamento, occupassero l'arsenale per annientarli, costrinse gli oligarchi a un passo estremo: appiccarono la fiamma alle loro dimore prospicienti in cerchio la piazza del mercato, e alle case popolari, d'affitto. Si proteggevano con questa mossa dagli attacchi, senza risparmio delle proprie o altrui abitazioni, sicché si dissolsero in fumo molte fortune di mercanti e la città intera subì il pericolo di cadere in cenere, se sull'incendio avesse preso a spirare il vento alimentandolo da quella parte. I contendenti per quella notte posarono le armi e, sedati gli scontri, attendevano all'erta. Il vascello corinzio, poiché il successo era in pugno ai popolari, partì per il mare aperto, mentre il contingente di ausiliari, quasi al completo, si trasferì di nascosto sul continente.

 

75. Il mattino successivo, Nicostrato, figlio di Diitrefo, stratego ateniese compare in aiuto con dodici navi dalla base di Naupatto e con cinquecento opliti messeni. I suoi passi per sciogliere il nodo con un'intesa furono coronati dalla firma di un reciproco accordo tra le parti che si impegnavano a sottoporre a giudizio le dieci persone più compromesse (che naturalmente presero subito il volo). I belligeranti stipulavano un trattato di pacifica convivenza e si legavano ad Atene con un'alleanza di difesa e d'offesa. Regolati in questo modo i dissidi a Corcira, Nicostrato si accingeva a salpare. Ma i capi dei democratici lo convinsero a lasciare un presidio di cinque triremi per spegnere eventuali intenzioni aggressive dei propri avversari. Lo avrebbero ripagato con la scorta di un pari numero di navi equipaggiate da propri concittadini. Lo stratego accettò e quelli, per rifornire d'equipaggio le navi, fecero una leva tra i loro nemici. Costoro, atterriti dalla prospettiva di doversi recare ad Atene, si rifugiarono supplici nel santuario dei Dioscuri. Nicostrato tentò di farli uscire e li rincuorò. Invano; allora i popolari approfittarono del pretesto per riarmarsi, mormorando che se quelli non consentivano fiduciosi a prendere il mare con Nicostrato, certo celavano qualche disonesto progetto. Perquisirono le loro case raccogliendone le armi, e ne avrebbero già giustiziato alcuni, incontrati per via, se Nicostrato non si fosse interposto. Questo rovente clima politico persuade gli altri a scegliere il tempio di Era come ricovero: in breve, non meno di quattrocento supplici vi si raccolgono. I popolari, preoccupati di un possibile colpo di mano, li convincono a togliersi dal santuario e li traghettano all'isolotto che sorge di fronte al tempio di Era e là li provvedono di viveri.

 

76. I tumulti civili erano dunque entrati in questa fase: quattro o cinque giorni dopo il trasporto dei partigiani aristocratici sull'isola si presentano cinquantatré navi dei Peloponnesi, provenienti da Cillene dove avevano indugiato all'ancora dopo la traversata dalla Ionia. Ne reggeva il comando, come in precedenza, Alcida, e Brasida lo accompagnava, in qualità di consigliere. Si ancorarono nella rada delle Sibota continentali e ai primi chiarori dell'aurora salparono dirette a Corcira.

 

77. Qui gli abitanti, eccitati e scossi per i disordini che si susseguivano in città e per il pericolo che incombeva dal mare, si slanciarono con ritmo angoscioso all'armamento simultaneo di sessanta navi, di cui inviavano a contrastare il nemico un vascello alla volta, via via che l'equipaggio vi aveva preso posizione al completo, benché gli Ateniesi consigliassero di lasciare uscire loro per primi allo scoperto e di seguirli a una certa distanza, con l'intera flotta in ordine di battaglia. Per contro, poiché le navi di Corcira accostavano al nemico in ordine sparso, isolate, due legni disertarono all'istante, negli altri i marinai pensavano piuttosto a battersi tra loro e l'azione procedeva priva di ogni interna disciplina. I Peloponnesi si avvidero del disordine e si opposero con venti navi ai Corciresi, dirigendo il resto della squadra a intercettare le dodici triremi ateniesi, tra cui operavano anche la Salaminia e la Paralo.

 

78. I Corciresi, dalla loro parte, si trovarono subito in pesante difficoltà a causa dei loro assalti sconsiderati, inferti ogni volta con gruppi esigui di navi. La massa di vele nemiche invece e l'eventualità che attuassero una manovra di accerchiamento teneva in ansia gli Ateniesi: perciò non impiegarono in un unico attacco frontale, diretto a sfondare il centro nemico la squadra al completo. Piombarono sui fianchi e colarono a picco una nave avversaria. Con una successiva mossa il nemico dispose in cerchio le proprie navi: gli Ateniesi presero a vogare intorno, cercando di disordinare la formazione. Ma il settore della flotta impegnato contro le navi di Corcira, comprendendo con timore che si ripetevano i preliminari tattici per una disfatta simile a quella di Naupatto, scattò al soccorso. La flotta così riunita sferrò, tutta insieme, l'attacco agli Ateniesi. Ma costoro avevano già intrapreso la manovra di rientro, remando indietro e con i rostri dritti in faccia al nemico. Miravano soprattutto a proteggere la ritirata delle unità corciresi, indietreggiando con regolare calma e tenendo davanti alle proprie prue lo schieramento avversario. Così si sviluppò questo scontro sul mare, che si concluse al tramontare del giorno.

 

79. Ma un'inquietudine nuova agitò i Corciresi: che i nemici assalissero dal mare la città, convinti di avere in pugno la vittoria, per prelevare gli aristocratici confinati sull'isola o per effettuare qualche diverso tentativo in loro danno. Decisero così di trasportare di nuovo gli uomini in custodia dall'isolotto al santuario di Era e, serrati in città, vigilavano attenti. Ma il successo nello scontro navale non ispirò al nemico l'ardire necessario per dirigere la prua su Corcira e, con le tredici navi nemiche di cui i Peloponnesi si erano impossessati tornarono a quell'approdo del continente da cui erano salpati. Il mattino successivo non si risolsero egualmente ad attaccare la città, per quanto profondo vi imperasse lo sconforto e il disordine, e sebbene Brasida, come si racconta, insistesse per scuotere Alcida: ma la sua autorità non aveva pari valore. Si limitarono a sbarcare sul promontorio Leucimma e a saccheggiarne la campagna. |[continua]|

 

|[LIBRO III, 3]|

 

 

80. Frattanto i democratici di Corcira, abbattuti dallo spettro dell'invasione navale, intavolarono trattative con i supplici e con gli altri della parte aristocratica, per amore della città. Indussero qualcuno a imbarcarsi sulle navi da guerra: la sconfitta non li distolse dall'armare trenta triremi e dal tenersi pronti a fronteggiare l'assalto. Ma i Peloponnesi si trattennero a devastare il paese fino a mezzogiorno; poi si ritirarono. Quando cadde la notte, i fuochi segnalarono che una squadra forte di sessanta unità ateniesi avanzava da Leucade. Le aveva inviate Atene, quand'era giunta la notizia dei tumulti in Corcira e s'era saputo che la flotta agli ordini di Alcida si preparava all'attacco. Reggeva il comando lo stratego Eurimedonte, figlio di Tucle.

 

81. Seguì dunque, quella stessa notte, l'immediata e frettolosa partenza dei Peloponnesi verso la patria, con una rotta rasente la costa. Valicarono il promontorio di Leucade trasportando le navi, per non correre il rischio di un avvistamento, doppiando quel capo. I Corciresi, avvertiti che la flotta attica si avvicinava e quella nemica era partita, aprirono le porte della città e accolsero i Messeni, che prima stazionavano fuori, e alle navi in precedenza armate assegnarono il compito di spostarsi nella rada Illaica. Mentre questi legni compivano il tragitto, massacravano ogni avversario in cui s'imbattevano. Quindi fecero scendere dalle navi tutti quelli che avevano indotto ad imbarcarsi, e li passarono, ad uno ad uno, per le armi. Poi si rivolsero al santuario di Era e promettendo un regolare processo persuasero cinquanta supplici ad uscire: non uno sfuggì alla condanna capitale. Ma la maggior parte di quegli uomini, che non si lasciarono illudere da una simile promessa, conosciuta la verità si diedero la morte all'interno del sacro recinto, l'un l'altro; alcuni si impiccavano agli alberi, altri si sopprimevano come ciascuno poteva. Nei sette giorni che Eurimonte, giunto con le sessanta navi, si trattenne in città, i Corciresi seguitarono a massacrare chiunque fosse sospetto d'inimicizia nei loro confronti. Su alcuni addossarono l'accusa di volere abrogare l'ordinamento democratico, molti altri caddero traditi da inimicizie personali e alcuni infine per interesse sotto i colpi dei propri debitori, cui avevano anticipato somme di denaro. Imperava la morte, con i suoi volti infiniti: e come di norma accade in circostanze simili, si raggiunse e superò di molto ogni argine d'orrore. Il padre accoltellava il figlio: dagli altari si svellevano i supplici e lì sul posto si crivellavano di colpi. Alcuni furono murati e soppressi nel tempio di Dioniso.

 

82. A tal segno progredì la spirale atroce della lotta civile; e sanguinò più acerba la ferita inflitta alla coscienza del mondo, poiché fu quello il primo di una catena lunga d'orrori che in un progresso di tempo implicò e travolse fino agli estremi confini, si può dire, l'universo greco. Dovunque si ergevano armati, l'uno contro l'altro, i condottieri dei partiti popolari e di quelli oligarchici che mettevano capo rispettivamente all'appoggio di Atene e di Sparta. In periodo di pace questi paesi non disponevano di pretesti ragionevoli, né quindi della volontà politica per appellarsi alle potenze egemoni. Mentre quando s'aprì il conflitto divenne anche più consueta e piana la pratica, per chi coltivava e metteva a frutto in ogni città i germi rivoluzionari, di ricorrere con successo all'intervento delle due rispettive coalizioni alleate, per indebolire le parti avverse e, al tempo stesso, migliorare le proprie prospettive. Le interne scosse segnarono a fondo le città con le infinite tracce del tormento e del sangue, che sono state e saranno sempre la dolente e cupa eredità di quei moti (finché non si converta la natura umana), più o meno temperata o convulsa, svariante da caso a caso, in armonia con il fluire ininterrotto e cangiante delle occasioni particolari. Quando splende la pace e l'economia è florida, le città e i privati godono di più limpidi intelletti, poiché non sono ancora inchiodati a fronteggiare ristrettezze implacabili. La guerra invece, che strappa dalla vita il quotidiano piacere della prosperità, è una maestra brutale e sa porre a modello, per orientare e accendere le passioni della folla, le circostanze del momento. Così non solo s'inaspriva lo strazio delle città sconvolte ma anche quelle in cui, per qualche motivo, esplodeva più tardi il seme della discordia, educate agli esempi del passato, si ingegnavano di spiegare all'eccesso il già sfrenato ventaglio d'originali e fantastici piani, per raffinare l'ingegnosa tecnica degli assalti a tradimento, per scoprire i più perfezionati e strani modelli di rappresaglia. L'ordinario rapporto tra i nomi e gli atti rispettivamente espressi dal loro significato, cioè l'accezione consueta, fu stravolto e interpretato in chiave assolutamente arbitraria. La temerità irriflessiva acquistò valore d'impeto eroico al sacrificio per la propria parte; la cautela accorta di maschera decorosa, per panneggiare uno spirito vile. La prudenza fu ritenuta un ripiego per celare la paura, spregevole in un uomo; l'intelligenza sollecita a scrutare ogni piega di un problema fu spacciata per totale inettitudine all'azione. Si valutò la furia selvaggia e folle qualità veramente degna di un ingegno virile; il ponderare guardinghi gli elementi di un'iniziativa, per dirigerla sicuri, onesto schermo per ripararsi nell'ombra. Il sordo ringhio della critica, del malcontento, ispirava sempre fiducia; ma la voce che si levava a contrastarlo si spegneva ogni volta nel sospetto. Operare un tradimento con mano pronta e felice pareva indizio di svelta mente, e prevenirlo un traguardo di destrezza anche più fine. Sulla meditata rinuncia a uno di questi metodi s'addensava l'accusa d'essere un fattore d'eversione per il proprio partito, e il frutto dello spavento di fronte all'avversario. In una parola, anticipare il collega di parte in una triste impresa era alta lode come eccitarvelo, se non ne aveva ancora concepito il progetto. Perfino al vincolo del sangue si riconosceva minor vigore che a quello di parte, poiché questo concedeva più sconfinato agio ad un ardimento senz'altro sciolto dall'obbligo d'accampar pretesti. Giacché sodalizi di tale carattere non sorgono con filantropici intenti, nel rispetto dell'ordine legale, che anzi calpestano per dissetare l'immorale febbre di potere. E le affermazioni di lealtà scambievole non si radicavano nel benedetto terreno delle leggi rese sacre dalla volontà divina, ma nella complicità cosciente d'innumerevoli soprusi. Le proposte del partito avverso, pur quando apparivano immuni da obliqui scopi, venivano accolte, ma solo per premunirsi su concrete basi nell'eventualità che entrassero in vigore, non in ossequio a un senso di liberale fiducia. Era più gradito merito avere un'ingiuria da vendicare che non averne subita nessuna. Se mai si perveniva a un'intesa, fondata su giuramenti, il loro valore si esauriva in quell'istante, costituendo l'unica soluzione per una parte e l'avversaria, quando lo stato attuale dei loro rapporti era troppo scottante e pareva non consentire sbocchi: ma chi, in questa corsa di sfrontata audacia, sapeva cogliere primo l'attimo propizio, scorgendo l'avversario allo scoperto, con più vivo piacere lo trafiggeva, poiché ingannava la sua fiducia più che assalirlo con leale slancio. Esercizio che si basava su un calcolo di sicurezza, ornato e impreziosito dal decoro del futuro vanto d'ingegno, giacché si avrebbe atterrato il nemico con l'insidia. Infatti i più scelgono d'esser chiamati astute canaglie che valent'uomini scipiti: reputazione questa che induce alla vergogna, quella all'orgoglio. L'avidità di potere era l'origine di tante perversioni: per furore di guadagno o d'onori. Istinti da cui si sprigiona, al primo nascere delle lotte faziose, la vampa ardente della passione politica. Chi, infatti, nelle varie città, emergeva dai conflitti impugnando il potere sulle ali prestigiose di una qualifica politica del pari protetta da una nobile, seducente patina, sia che per interessi di partito, proclamasse la sua fede nella eguaglianza di tutti di fronte alle leggi che reggono la convivenza sociale, o nella necessità di restringere a pochi, i migliori, i più saggi, il governo dello stato, pretendeva sempre, a parole, di aspirare al pubblico bene come a un premio ambito, ma in realtà, senza esclusione di colpi, combatteva una lotta spietata per un personale dominio. Vi impiegavano intrepidi gli strumenti più sanguinosi, e replicavano con rappresaglie anche più orrende senza intravedere nell'ordine legale e nel beneficio dello stato un limite invalicabile. L'orizzonte delle atrocità s'ampliava ad abbracciar via via quanto potesse spegnere per un attimo la brama di ciascuno. Occupavano il posto di comando appoggiandosi a un illegale verdetto di condanna o a un atto violento: nessuna bassezza era loro d'ostacolo a soddisfare l'attacco improvviso e sconvolgente della loro frenesia: il potere! Nessun partito praticava la pietà religiosa. La più amabile stima circondava colui al quale sorrideva la fortuna in qualche impresa funesta sorretta da una rete abile e splendente d'illusori discorsi. I cittadini che preferivano una posizione d'attesa e d'equilibrio si esponevano come bersagli a entrambe le parti: sia per l'acredine che suscitava il loro sottrarsi all'adesione e all'appoggio, sia per il geloso rancore acceso dalla loro neutralità.

 

83. Dunque, al seguito delle sommosse civili, l'immoralità imperava nel mondo greco, rivestendo le forme più disparate. La semplicità limpida della vita che è il terreno più fertile per uno spirito nobile, schernita, s'estinse. Dilagò e s'impose nei personali rapporti, in profondo, un'abitudine circospetta al tradimento. Non valeva il sincero impegno verbale a distendere i cuori, né il terrore di violare un giuramento. Ognuno, quando aveva dalla sua la forza, vagliando volta per volta il proprio stato, certo che nessuna garanzia di sicurezza era degna di fiducia, con fredda meticolosità si disponeva piuttosto a munirsi in tempo d'adeguata difesa che concepire, sereno, d'aprir l'animo suo agli altri. Ed erano gli intelletti più rudi a conquistare di norma, il successo. Attanagliati dalla paura che il loro breve ingegno soccombesse all'acume dei propri antagonisti, alla loro destrezza di parola, nell'ansia d'esser trafitti prima d'avvedersene, dalla loro insidiosa mobilità inventiva, si slanciavano all'azione, con disperato fervore. I loro avversari invece, colmi di sdegnoso sprezzo, certi di prevenire ogni mossa nemica con una percezione istintiva, ritenevano superflua ogni concreta tutela fondata sulla forza fisica, e così scoperti perivano, fitti di numero.

 

84. (Si osò dapprima in Corcira la maggior parte di questi crimini; quanti ne possono perpetrare, per spirito di vendetta, individui schiacciati dal peso di un dispotismo tracotante più che retti da una saggia mano e perciò pronti a replicare con la vendetta a chi, tenendoli in soggezione, ne alimenta il rancore; e da gente che anela a scuotersi di dosso il troppo noto fardello della miseria, principalmente se nutre la torbida speranza, coltivata da una bramosia frenetica, d'impossessarsi dei beni altrui; e da uomini, che non per avidità di beni, ma accesi da una vampa d'ira quale né il naturale ingegno né l'educazione sanno imbrigliare, si sfrenano con ferocia implacabile contro concittadini pari a loro di stato sociale. In quel momento critico la vita nella città infranse gli argini: la natura umana, in cui è vivo sempre e rigoglioso l'impulso a calpestare le leggi, stabilito su di esse il suo scomposto dominio, godette a dimostrare come nessun freno valesse a spezzarne la esuberante insolenza, il furore gioioso di sopraffare ogni giusto precetto, ombroso di ogni autorità che tentasse di affermare il proprio potere. Non avrebbero preferito la rappresaglia al sacro rispetto della vita umana, l'orgasmo del guadagno al moderato ossequio delle leggi vigenti, se non si fosse instaurato, rovinoso e funesto, L'impero dell'invidia. Onde, per potersi vendicare del prossimo, il folle volo dell'uomo ad abolire quei principi morali, ovunque accetti, che possono confermare a chiunque una speranza quando, caduto, desidera rimettersi in piedi; né intende lasciarli in vigore, per il tempo in cui qualcuno, nell'angoscia di una minaccia, abbia urgenza di ricorrere all'uno o all'altro tra essi.)

 

85. Così aspri avvamparono, nel seno della popolazione urbana di Corcira, i primi tumulti di parte. Eurimedonte e le milizie ateniesi salparono con le proprie navi. Poco dopo i profughi corciresi (ne erano rimasti in vita circa cinquecento) non si limitarono ad occupare alcune rocche situate sul continente, ma erano padroni del territorio che apparteneva a Corcira, situato oltre lo stretto. Muovendo da queste basi assalivano gli abitanti dell'isola, con ingentissimo danno. La città languiva, preda di una carestia di giorno in giorno più grave. Emissari degli esiliati comparvero a Sparta e a Corinto con la preghiera di un aiuto, per potere rimpatriare. Ma giacché le richieste si perdevano nel vuoto, lasciarono passare alquanto tempo, e forti di una flotta e di truppe mercenarie posero piede sull'isola: erano in complesso seicento. Bruciarono le navi, per non serbare che quest'unica speranza di vittoria: la conquista del paese. Salirono sul monte Istone, si fortificarono con un muro e infliggevano pesanti perdite agli abitanti della città. Inoltre, dominavano le campagne.

 

86. Quella stessa estate moriva, quando gli Ateniesi posero sulla rotta per la Sicilia venti navi agli ordini dello stratego Lachete figlio di Melanopo e di Careade, figlio di Eufileto. Si era accesa infatti una lotta tra Siracusa e Leontini. Erano alleate ai Siracusani le altre città di discendenza dorica, tranne Camarina; erano proprio quelle che, all'inizio del conflitto si erano affiancate alla lega spartana, senza tuttavia schierarsi praticamente in campo. Sostenevano Leontini i centri calcidesi e Camarina. In Italia, Locri parteggiò per Siracusa, Reggio, invece, per Leontini, cui la legavano vincoli di stirpe. Le città dunque affiliate alla lega di Leontini mandano ad Atene un'ambasceria, fidando nell'antica alleanza e nella comune origine dal ceppo ionico: ne convincono le autorità, ottenendo l'invio delle navi. Intanto Siracusa li bloccava dalla terra e dal mare. Atene dispose la spedizione con il pretesto dei legami di sangue: in realtà aveva intenzione di interrompere il trasporto del grano da quei paesi al Peloponneso e gettare in quel modo le premesse per un'eventuale, futura ingerenza, più allargata e solida, nello stato politico di quelle città. Stabilitisi quindi a Reggio, in Italia, gli Ateniesi partecipavano alle operazioni belliche al fianco degli alleati. E tramontava quell'estate.

 

87. Durante il successivo inverno s'inasprì una seconda volta in Atene l'epidemia, che seppure non si fosse mai totalmente estinta, aveva concesso qualche pausa. Infierì la seconda volta non meno d'un anno, la prima addirittura per due; la più maligna e dissanguante piaga inferta alla potenza ateniese. Ne caddero vittime nell'esercito quattromilaquattrocento opliti, non meno, e trecento cavalieri: impossibile determinare con certezza il numero di decessi nell'altra massa di combattenti. Anche la terra tremò più volte, in quell'anno, ad Atene, nell'Eubea, in Beotia e soprattutto ad Orcomeno di Beozia.

 

88. Intanto, le milizie ateniesi in Sicilia e quelli di Reggio compirono una spedizione contro le isole chiamate Eolie, nel corso di quello stesso inverno: la scarsità d'acqua rendeva impossibili le campagne militari nel periodo estivo. Nelle isole sono stanziati i Liparesi, coloni dei Cnidi, che abitano su una delle isole, poco estesa, di nome Lipara. Salpando da questa coltivano le altre: Didime, Strongile e Iera. Gli abitanti di laggiù sono convinti che a Iera Efesto si affatichi alla sua fucina: giacché di notte si vedono sprigionarsi le fiamme, di giorno il fumo. Queste isole, ubicate in faccia al paese dei Siculi e dei Messeni, aderivano alla lega dei Siracusani. Gli Ateniesi ne devastarono il territorio, ma non riuscendo a ridurli in soggezione, rientrarono con le navi a Reggio. Spirava quell'inverno e insieme il quinto anno della guerra che Tucidide ha descritto.

 

89. L'estate seguente i Peloponnesi e gli alleati, agli ordini di Agide figlio di Archidamo re degli Spartani, si spinsero fino all'Istmo con il proposito di invadere l'Attica. Ma intervenne una serie di terremoti che consigliò la ritirata, impedendo l'irruzione. All'incirca nella stessa epoca, per l'insistenza delle scosse telluriche a Orobia una località dell'Eubea, il mare, dopo essersi ritratto da quella che era prima la terraferma, rovesciò un formidabile flutto su un settore della città: da un lato, il suolo rimase sommerso dalla massa d'acqua che, dall'altro, tornò a rifluire. Ancora oggi si estende il mare dove prima v'era la terra. Gli abitanti che non furono lesti a scalare le alture circostanti perirono. Un maremoto analogo investì anche Atalante, l'isola presso i Locri Opunzi. diroccò un'ala del forte ateniese, sfasciando anche una delle due navi che erano state tirate in secco. Anche a Pareto, un'isola, si verificò un caso simile di riflusso marino, cui tuttavia non tenne dietro la piena della marea. E una scossa sismica atterrò un lato del fortilizio, il pritaneo e qualche altra casa. Sono convinto che il fenomeno si possa interpretare in questo modo: nel punto preciso in cui il sisma sferra più a lungo tutta la sua violenza, provoca un riflusso del mare che, risospinto nuovamente indietro, s'abbatte con accresciuto impeto: onde il flutto immenso. Ma se la terra non vibra, non credo che quest'evento possa verificarsi.

 

90. Nella stessa estate un fremito guerriero scosse tutta la Sicilia e ogni città impugnò le armi, ogni volta che le circostanze ne esigevano l'intervento. I Sicelioti si battevano per conto proprio, tra loro, e gli Ateniesi sostenevano militarmente i loro alleati. Mi accingo a passare in rassegna le gesta di più degno rilievo compiute dagli Ateniesi a fianco dei loro alleati, o dagli avversari contro gli Ateniesi. Careade, stratego ateniese, era caduto sul campo, contro Siracusa: quindi Lachete, assunto il sommo comando della flotta, s'impegnò con gli alleati in una spedizione contro Milazzo dei Messeni. Si trovavano a presidio di Milazzo due distaccamenti di Messeni, che avevano predisposto un agguato contro le truppe, mentre sbarcavano dalle navi. Ma Ateniesi e compagni snidano dall'imboscata il nemico, lo travolgono e gli infliggono tremende perdite. Con un assalto alla fortezza li costrinsero alla resa, che per loro significò la perdita della roccaforte e la partecipazione coatta all'attacco contro Messene. Ma gli abitanti di questa città, quando Ateniesi e alleati si presentarono in forze alle loro porte, capitolarono anch'essi, consegnando ostaggi e offrendo ogni altro pegno di comportamento leale.

 

91. Nella stessa estate gli Ateniesi inviarono a costeggiare il Peloponneso trenta navi, al comando dello stratego Demostene figlio di Alcistene e di Procle, figlio di Teodoro. Altre sessanta navi con duemila opliti fecero vela per Melo: le dirigeva lo stratego Nicia figlio di Nicerato. Avevano in proposito di assoggettarsi i Meli, che pur abitando un'isola, non erano disposti a piegarsi, né ad entrare nell'alleanza ateniese. Le devastazioni inferte al loro territorio non li indussero a cedere: onde la decisione ateniese di salpare dall'isola e dirigersi ad Oropo nella Graica. Presero terra nel cuore della notte e subito gli opliti, sbarcati, marciarono per la via di terra verso Tanagra un centro della Beozia. Frattanto gli Ateniesi rimasti in città, sotto la guida degli strateghi Ipponico figlio di Callia ed Eurimedonte figlio di Tucle, a un segno convenuto, si posero in cammino con la moltitudine delle truppe, seguendo la strada di terra e convergendo verso quel medesimo punto. Fissato il campo per quel giorno nella zona di Tanagra, si volsero a guastarla o vi trascorsero bivaccando la notte. Il giorno dopo sgominarono in uno scontro gli abitanti di Tanagra che si erano avventurati in una sortita e alcuni reparti tebani accorsi di rincalzo. Strapparono le armi ai vinti, elevarono un trofeo e si ritirarono: alcuni in direzione della città, altri verso le navi. Nicia costeggiando con le sessanta navi la Locride, ne desolava le località costiere: alla fine rientrò con la flotta.

 

92. In quel periodo si colloca anche la fondazione, da parte degli Spartani, della colonia di Eraclea nella Trachinia: erano spinti da questa ragione. Il complesso dei Maliesi è suddiviso in tre parti: i Parali, gli Ierei, i Trachini. Tra costoro i Trachini avevano patito danni rilevanti, esposti ai continui attacchi degli Etei, una popolazione confinante; in un primo momento avevano già quasi deciso di affiliarsi agli Ateniesi, ma poi, diffidando della loro lealtà, indirizzarono un'ambasceria a Sparta, dopo aver eletto a questo scopo Tisameno. Si associarono alla missione anche i Dori la metropoli di Sparta, con le medesime richieste: soffrivano anche essi per l'ostilità degli Etei. Udite le loro ragioni, gli Spartani deliberarono l'invio della colonia, desiderando non solo proteggere i Trachini e i Dori, ma altresì convinti che la posizione del futuro centro sarebbe stata strategicamente propizia per il conflitto con gli Ateniesi. Avrebbe potuto, infatti, esservi allestita una flotta per attaccare l'Eubea, si da affrontare una traversata breve; si situava anche opportunamente sul tragitto per la Tracia. Valutato ogni aspetto, gli Spartani si prepararono di buona lena a fondare in questo punto la loro colonia. Innanzitutto interrogarono il dio a Delfi e, secondo il responso, scelsero i coloni da inviare tra i loro cittadini e i perieci e proclamarono che chiunque degli altri Greci lo voleva, tranne gli Ioni, gli Achei e qualche altro paese, poteva aggregarsi. Si posero alla guida dei coloni tre Spartani: Leone, Alcida e Damagone. Occupata saldamente la località eressero dalle fondamenta e fortificarono di mura il centro che ora ha nome Eraclea, a una distanza di circa quaranta stadi dalle Termopili e a venti dalla costa. Si dedicarono solleciti alla costruzione di cantieri navali e sbarrarono la strada proveniente dalla gola delle Termopili, per essere ben difesi da quella parte.

 

93. Le forze delle potenze peloponnesiache riunite per la fondazione di questa colonia, in un primo momento preoccuparono non poco gli Ateniesi, il cui immediato timore fu che si costituisse una testa di ponte contro l'Eubea poiché la traversata è breve a Ceneo dell'Eubea. Ma gli eventi si svilupparono in una direzione imprevista: da quella città non si tramò mai un colpo contro Atene. Ne espongo la ragione. I Tessali, che hanno la supremazia in quei paesi e nel cui territorio sorgeva la colonia, temendo che i loro nuovi vicini acquistassero eccessiva potenza, tormentavano con un incessante stato di guerra questi coloni giunti di fresco, fino a ridurli a un gruppetto misero, dai molti che erano accorsi nei primi tempi. (Poiché ciascuno vi si recava con fiducioso entusiasmo, considerando sicura quella colonia fondata dagli Spartani.) Ma furono le stesse autorità spartane dopo il loro insediamento nel paese ad accelerarne la decadenza, causandone, con il terrorismo dei loro atti dispotici e, talvolta disonesti, il progressivo abbandono degli abitanti: per cui i vicini li tennero in soggezione con molto maggior agio.

 

94. Nel corso della medesima estate, circa la stessa epoca in cui gli Ateniesi si trattenevano a Melo, le altre truppe Ateniesi che, sbarcate dalle navi, compivano operazioni belliche lungo le coste del Peloponneso, assalirono innanzitutto con un agguato una guarnigione a Ellomeno di Leucade, infliggendo perdite non gravi. In seguito puntarono su Leucade con un contingente più nutrito: con gli Acarnani in massa, che partecipavano tutti tranne gli Eniadi, con gli Zacinti i Cefalleni e con quindici navi di Corcira. I Leucadi sebbene il loro contado fosse esposto alla rovina nemica, oltre l'istmo e al di qua, ove sorge la stessa Leucade e il santuario di Apollo, premuti dalla superiorità numerica degli avversari, non erano in grado di muoversi. Gli Acarnani richiesero con energia allo stratego ateniese Demostene di cingerli con un muro persuasi di poter facilmente ridurre alla resa una città che si era sempre mostrata ostile nei loro confronti e con cui, una buona volta, speravano di farla finita. Ma nel frattempo Demostene presta orecchio ai consigli dei Messeni, che gli prospettano con fervore l'opportunità d'impiegare il potente esercito lì raccolto per una impresa ardita e gloriosa: un attacco agli Etoli, ostili da sempre a Naupatto. Se il colpo fosse riuscito, anche le altre genti continentali di quelle contrade più facilmente si sarebbero risolte ad abbracciare la causa d'Atene. Gli Etoli, secondo i Messeni, erano un popolo forte e agguerrito, ma vivevano in villaggi sparsi, senza protezione di mura, spesso a grande distanza l'uno dall'altro. Siccome usavano un armamento leggero, i Messeni spiegavano che non era una fatica insostenibile sgominarli, prima che si riunissero per organizzare una difesa. Suggerivano di piombare prima sugli Apodoti, poi sugli Ofionei, e dopo questi sugli Euritani, che occupano la zona più ampia dell'Etolia, parlano un linguaggio indecifrabile e, a quanto si narra, si cibano di carne cruda. La conquista di queste genti avrebbe consigliato anche alle altre una sollecita resa.

 

95. Demostene approvò il piano, per compiacere i Messeni, ma soprattutto in quanto calcolava che, con le forze etoliche, avrebbe potuto, anche senza ricorrere all'esercito ateniese, aggredire dalla via di terra i Beoti: attraverso il paese dei Locri Ozoli fino a Citinio Dorico e, tenendo alla destra il gruppo montagnoso del Parnasso, giù giù fino a calare nella Focide, le cui genti, ne era certissimo, avrebbero confermato l'amicizia che da tanto li vincolava ad Atene associandosi volentieri alla spedizione: altrimenti, si poteva convincerli con le armi. E i Focesi sono ormai al confine con la Beozia. Dunque salpa da Leucade, sordo alle proteste degli Acarnani, con le milizie al completo e, fino a Sollio, si mantiene con le navi rasente la costa. Comunicò il suo progetto agli Acarnani, ma costoro non lo accettarono per il suo rifiuto di bloccare Leucade con un muro. Egli continuò comunque la spedizione contro gli Etoli con le schiere restanti: i Cefalleni, i Messeni, gli Zacinti e i trecento opliti Ateniesi imbarcati sulle proprie navi (le quindici navi di Corcira, infatti, erano rientrate in patria). Base di partenza fu Eneone, una località della Locride. Questi abitanti dell'Ozolia erano in lega con Atene, e infatti avrebbero dovuto con tutto il loro esercito muovere incontro agli Ateniesi, verso l'interno del paese. La loro vicinanza di confine con gli Etoli e il particolare che usano lo stesso tipo di armi offrivano la sicurezza che, partecipando all'azione, sarebbe riuscita assai opportuna la loro pratica, non solo delle regole: di combattimento del nemico, ma anche dei luoghi.

 

96. Per la notte, fece bivaccare nei recinti del santuario di Zeus Nemeo, quello stesso in cui si tramanda che cadde vittima degli abitanti del luogo il poeta Esiodo, cui un vaticinio aveva profetato una fine simile in Nemea. Alla luce dell'aurora si pose in marcia verso l'Etolia. Nel primo giorno conquistò Potidania, nel secondo Crocilio nel terzo Lichio. Qui si trattenne e inviò il bottino a Eupalio, nella Locride. Infatti aveva in proposito di estendere l'occupazione agli altri centri quindi ritiratosi a Naupatto muovere di lì per un nuovo assalto contro gli Ofionei, nel caso che si rifiutassero di trattare con lui. Piani e preparativi che non erano sfuggiti agli Etoli, neppure quando si trovavano ancora al puro stato di progetto. Ma quando l'esercito ateniese varcò i confini dilagando in Etolia, gli mossero contro con truppe molto agguerrite e numerose, tanto che si presentarono in fretta anche le più remote tribù degli Ofionei, i Bomiesi e i Calliesi che si spingono fino al golfo Maliaco.

 

97. I Messeni suggerivano a Demostene di mantenere invariata la direttrice strategica già esposta: gli dimostravano che sarebbe stato facile soggiogare gli Etoli, se accoglieva il loro avvertimento a marciare subito contro i singoli villaggi, senza dare al nemico l'agio di riunire le forze e schierarle in campo con ordine. Occorreva via via concentrarsi su ogni bersaglio che si incontrava percorrendo la strada. Demostene, convinto da questi avvisi e pieno di speranza nella fortuna, considerato che nessun ostacolo si frapponeva, preferisce tagliar corto e senza attendere i Locri che avrebbero dovuto comparire a rinforzo (l'esercito era debole nei reparti di armati alla leggera e di lanciatori di giavellotto) muove contro Egizio e, al primo assalto, lo occupa. Gli abitanti si erano dispersi in fuga, appostandosi sui colli che circondano la città, che sorgeva infatti prossima a quelle alture, a ottanta stadi circa di lontananza dal mare. Gli Etoli (che erano già lì pronti alla difesa di Egizio) sferrarono un contrattacco in direzione degli Ateniesi e degli alleati scattando da diversi punti delle colline e coprendosi con un nutrito lancio di giavellotti. Quando le schiere ateniesi avanzavano quelli indietreggiavano: accennavano a ritirarsi e quelli addosso di nuovo, con slancio. Il combattimento si trascinò a lungo, ripetendosi queste fasi d'inseguimento e di fuga, nelle quali erano sempre gli Ateniesi a soccombere.

 

98. Finché gli arcieri ateniesi ebbero dardi di riserva e furono in grado d'impiegarli, l'esercito tenne: gli Etoli erano protetti da armature leggere e si ritiravano sotto le scariche. Ma, ucciso il loro capo, gli arcieri ruppero le file, e un terribile sfinimento piegava gli opliti, logorati da una lotta senza respiro, protratta per lunghissime ore, e gli Etoli incalzavano e cresceva il tormento dei loro giavellotti: alla fine i soldati cedettero e si dispersero. Si cacciavano in torrenti impraticabili, in luoghi impervi e ignoti: e così finivano uccisi. Giacché era caduta anche la loro guida, Cromo messenio. Gli Etoli, truppe leggere e agili, ne atterravano molti lì sul campo con i giavellotti durante la rotta. Ma il grosso dei soldati in fuga si smarrì per strade sconosciute e piombò in una boscaglia priva di sbocchi: il nemico accese le fiamme intorno, condannandoli ad esser arsi vivi. Nell'esercito ateniese si sperimentò ogni metodo di fuga e di morte. A prezzo di terribili sforzi, i pochi scampati guadagnarono la costa, ad Eneone, il centro da cui anche s'erano messi in moto. Furono abbattuti sul campo molti alleati e circa centoventi degli opliti ateniesi. Così numerosi caddero e tutti fiorenti di gioventù questi uomini di Atene, senza dubbio i migliori che abbiano incontrato la morte in questa guerra; anche uno dei due strateghi era rimasto sul terreno: Procle. Riscattarono le loro salme dagli Etoli con una tregua e, dopo la ritirata a Naupatto, salparono finalmente per rientrare ad Atene. Ma Demostene si trattenne a Naupatto e i suoi dintorni, temendo di presentarsi al popolo dopo questi avvenimenti.

 

99. Alla stessa epoca, gli Ateniesi che incrociavano nei mari della Sicilia puntarono sulla Locride e, effettuato uno sbarco, travolsero alcuni Locri che li contrastavano, occupando un fortilizio che si ergeva sul fiume Alece.

 

100. In quell'estate, gli Etoli che avevano già inviato un'ambasceria a Corinto e a Sparta, composta da Tolofo ofioneo, Boriade euritano e Tisandro apodoto, richiesero l'invio di alcuni reparti a Naupatto, che aveva a sua volta invocato l'intervento ateniese. E gli Spartani, all'inizio dell'autunno, mandarono tredicimila opliti degli alleati. Tra questi, cinquecento provenivano da Eraclea, la città fondata da poco nella Trachinia. Comandava l'esercito lo spartiata Euriloco e collaboravano al comando con lui gli spartiati Macario e Menedeo.

 

101. Quando le truppe si concentrarono a Delfi, Euriloco mandò ai Locri Ozoli un araldo: la via per Naupatto passava attraverso i loro territori. Inoltre, desiderava staccarli da Atene. Tra i Locri prestarono con più ardore il loro aiuto gli Anfissi, in ansia per i sentimenti ostili dei Focesi. E consegnando per primi gli ostaggi indussero a tale gesto anche le altre genti, tremando davanti all'avanzata di quell'esercito: prima di tutto le popolazioni limitrofe, i Mionesi (da quella parte la strada che penetra nella Locride è impervia), poi gli Ipnei, i Messapi, i Tritei, i Calei, i Tolofoni, gli Isii e gli Eantei. Tutti popoli che aderirono alla campagna. Gli Olpei cedettero ostaggi ma non inviarono truppe. Gli Ilei rifiutarono di dare ostaggi finché non cadde un loro villaggio chiamato Poli.

 

102. Completato ogni preparativo, confinati gli ostaggi a Citinio Dorica, Euriloco diresse l'esercito su Naupatto, attraverso il territorio di Locri e, durante la marcia occupò le città locresi di Eneone ed Eupalio, che non avevano voluto scendere a patti. Giunte nel circondario di Naupatto le milizie, con gli Etoli che ormai si erano ricongiunti a loro, si diedero a devastarne il territorio e presero il sobborgo della città che era sguarnito di mura. Avanzarono poi contro Molicrio, colonia corinzia, tributaria d'Atene, e la soggiogarono. Ma lo stratego ateniese Demostene che dopo gli eventi di Etolia soggiornava ancora nei pressi di Naupatto, preavvertendo l'arrivo dell'esercito e preoccupato per il futuro della piazzaforte ateniese, si presentò agli Acarnani e li convinse, superando il loro malumore per la sua ritirata da Leucade, ad accorrere in difesa di Naupatto. E quelli gli diedero di scorta mille opliti a bordo delle navi e furono queste truppe, penetrate in città, a salvarla. La posizione dei difensori infatti pochi di numero e attestati su mura di ampio raggio, era critica e lasciava dubbi sulla possibilità di una seria resistenza. Euriloco e i suoi quando si resero conto che i reparti erano ormai all'interno della città e che quindi prenderla d'impeto diveniva impossibile, si ritirarono, ma non verso il Peloponneso: puntarono sulla regione ora chiamata Eolide, verso Calidone, Pleurone e le località vicine, e verso Proschio, centro dell'Etolia. Infatti gli Ambracioti, recatisi presso di loro li convinsero a prestare man forte ad una propria spedizione diretta contro Argo di Anfilochia e le altre zone di quel paese, oltre che contro l'Acarnania. Avvertivano che, se avessero sottomesso questi luoghi, tutto il resto del continente avrebbe aderito con facilità alla lega spartana. Euriloco si compiacque del piano e, licenziando gli Etoli, indugiò con l'esercito, senza assumere iniziative, nei luoghi citati attendendo di dover muovere con truppe in aiuto agli Ambracioti, quando avessero iniziato la spedizione. E così l'estate finiva.

 

103. Nell'inverno seguente, gli Ateniesi dislocati in Sicilia si collegarono con gli alleati greci e con tutti i Siculi che soggetti al dominio ferreo dei Siracusani e alla loro alleanza si erano sollevati. Con queste forze investirono Inessa, una cittadina sicula di cui i Siracusani tenevano la rocca. Attaccarono, ma visti infruttuosi i loro sforzi, sì ritirarono. Mentre ripiegavano, i Siracusani con una sortita improvvisa dalla roccaforte piombarono sugli alleati che chiudevano alle spalle lo schieramento ateniese: l'assalto seminò terrore e disordine, le file in alcuni settori dell'esercito si dispersero, molti trovarono la morte. Dopo questi casi le truppe ateniesi, imbarcate sulle navi agli ordini di Lachete, sbarcarono in alcuni punti della Locride, affrontarono e travolsero un contingente di circa trecento Locri affluiti in aiuto al comando di Capatone presso il fiume Cecino; con il bottino delle armi strappate ai vinti si ritirarono.

 

104. Nello stesso inverno, gli Ateniesi purificarono Delo, obbedendo a un responso oracolare. In precedenza, anche il tiranno Pisistrato l'aveva purificata, non tutta: solo quella fascia dell'isola che, dall'alto del santuario, si dominava con la vista. In questa occasione, invece, la purificazione fu completa. Ecco come ebbe luogo. Prelevarono tutti i sepolcri di quanti erano defunti in Delo: per l'avvenire, si vietò solennemente di attendere la morte nell'isola, o di partorirvi. Si ordinò che gli agonizzanti e le donne prossime al parto fossero trasportati a Renea. Quest'isola è situata a distanza così breve da Delo che Policrate, tiranno di Samo, il quale godette di un certo predominio per qualche tempo con la sua flotta avendo tra gli altri suoi possessi insulari occupato anche Renea, la dedicò ad Apollo di Delo come offerta votiva, collegandola a Delo con una catena. Dopo la purificazione per la prima volta allora, gli Ateniesi celebrarono le festività Delie, fissandone la scadenza ogni quattro anni. Anche in antico conveniva a Delo una folla numerosa di Ioni e di vicini abitanti delle isole. Partecipavano alle celebrazioni festive con le donne e i figli, come ora gli Ioni usano per le Solennità Efesio. Si svolgeva colà una gara ginnica e una musicale e le città organizzavano cori. Questi versi, estratti dal proemio dell'inno ad Apollo composto da Omero, ne sono la testimonianza più insigne: «Poiché da Delo, Febo, più viva gioia spira al tuo cuore, qui per onorarti s'adunano gli Ioni dai lunghi chitoni, con i figli e le donne, alla via che sale al tuo tempio. Qui ti s'allieta di canti, di danze, di pugilato, venerando il tuo nome nel tempo in cui si proclamano le gare». Che si indicessero anche competizioni musicali e che le genti vi affluissero per provarsi in esse lo segnala Omero in questi versi, tratti dallo stesso proemio. Dopo aver esaltato il coro delle donne di Delo, suggella l'elogio con questi versi, in cui fa cenno anche di se stesso: «Siamo propizi Apollo con Artemide; e voi tutte, esultate! E anche in avvenire serbate memoria di me, quand'un altro degli uomini che corrono le strade del mondo, grave d'affanni, vi chieda giungendo da voi: ‹Fanciulle, qual valente cantore tra voi s'aggira, più soave tra tutti, e che più gaie vi rende?› E voi nell'armonia di una voce concorde, rispondete: ‹È un cieco, e dimora nella pietrosa Chio›. Con questi versi Omero testimonia che, anche in antico, c'era l'usanza di raccogliersi in festa a Delo. In progresso di tempo gli abitatori delle isole e gli Ateniesi inviarono cori e offerte votive. Per quanto concerne le gare e molti particolari dei festeggiamenti, se ne abolì la più parte, come è naturale sotto il peso delle sciagure. Finché gli Ateniesi istituirono le gare e le corse di cavalli, che non esistevano prima.

 

105. Nello stesso inverno gli Ambracioti, adempiendo la promessa fatta ad Euriloco e in base alla quale egli non aveva ancora sciolto il proprio esercito, escono all'assalto di Argo di Anfilochia con tremila opliti e, dilagando nel paese di Argo, prendono Olpe, un poderoso fortilizio arroccato su un rilievo non lontano dal mare: un tempo, gli Acarnani che l'avevano cinto di muraglie se ne servivano come di un tribunale comune. Dalla città degli Argivi, che sorge sul mare, intercorre un tratto di circa venticinque stadi. Una parte degli Acarnani accorse alla difesa di Argo; gli altri disposero il campo in quella zona dell'Anfilochia che ha nome Le Fonti, vigilando per bloccare un probabile tentativo, da parte di Euriloca, di attraversare senza dar nell'occhio quella regione, e unirsi alle truppe di Ambracia. Inviarono anche emissari a Demostene, colui che aveva diretto in qualità di stratego le operazioni ateniesi in Etolia, chiedendogli di assumere il loro comando, e alle venti navi ateniesi, che incrociavano lungo le coste del Peloponneso, agli ordini di Aristotele, figlio di Timocrate e di Ierofonte figlio di Antimnesto. Anche gli Ambracioti nei pressi di Olpe spedirono un corriere alla propria città con l'ordine di accorrere con tutte le truppe al completo: c'era pericolo che i soldati di Euriloco non riuscissero a filtrare attraverso le maglie dello schieramento acarnano e che essi si trovassero nella necessità di sostenere isolati l'urto del nemico o, intendendo sfuggirlo, le condizioni di sicurezza divenissero assai precarie.

 

106. I Peloponnesi agli ordini di Euriloco, quando furono al corrente dell'arrivo ad Olpe di truppe ambraciote, partirono alacri da Proschio per recare aiuto e, guadato l'Acheloo, percorsero l'Acarnania sguarnita dall'esercito' che si era portato ad Argo. Marciavano lasciandosi alla destra la città degli Strati, e il loro presidio, alla sinistra il resto dell'Acarnania. Lasciata Strato e le sue vicinanze alle spalle, attraversarono la Fitia, quindi Medeone, lungo i confini. Poi avanzarono nella Limnea, penetrando nella terra degli Agrei, che non apparteneva più all'Acarnania ed era loro amica. Giunti al Tiamo, una montagna della regione Agraica, ne effettuarono il valico calando su Argo nel cuore della notte: senza suscitare l'allarme, riuscirono a passare tra la città degli Argivi e la guarnigione di Acarnani attestata in località Le Fonti e si congiunsero alle milizie di Ambracia che attendevano ad Olpe.

 

107. Riuniti i reparti, ai primi chiarori si appostarono davanti alla città detta Metropoli ed eressero le tende. Non passò molto tempo e si presentarono nel golfo di Ambracia, con le loro venti navi, gli Ateniesi accorsi a dar man forte agli Argivi. Comparve anche Demostene con duecento opliti Messeni e sessanta arcieri ateniesi. Le navi si tenevano all'ancora presso l'altura di Olpe e, dal mare, partecipavano al blocco. Gli Acarnani, invece, e scarse truppe degli Anfilochi (il grosso delle loro milizie era trattenuto dagli Ambracioti con la forza) ormai raccoltisi ad Argo si preparavano a battersi con il nemico, dopo aver eletto a comandante supremo della lega Demostene, e propri strateghi come collaboratori. Costui si avanzò fin sotto Olpe, e fece disporre il campo: un burrone profondo separava i due eserciti. Per cinque giorni stettero quieti, il sesto si disposero come per accendere la mischia. Considerata la superiorità nemica dei Peloponnesi e la più ampia estensione della loro linea di fronte, Demostene, preoccupato di un possibile accerchiamento, sceglie una strada incassata e folta di cespugli per tendere un agguato con degli opliti e dei soldati armati alla leggera (erano quattrocento in tutto). Dovevano aspettare acquattati il culmine dello scontro e slanciarsi, sorgendo improvvisi alle spalle del nemico nel punto in cui lo schieramento avversario sopravanzava il proprio. Quando i preparativi furono completi su entrambi i fronti, si accese la zuffa. Demostene dirigeva l'ala destra, dove operavano i Messeni e i pochi Ateniesi; il resto era occupato dagli Acarnani schierati tribù per tribù e dai lanciatori di giavellotto acarnani che avevano preso parte all'azione. Sul fronte avverso non si tenevano distinte le schiere dei Peloponnesi da quelle degli Ambracioti, tranne i Mantineesi. Costoro si raggruppavano, tenendosi tutti insieme, sulla sinistra, più che all'estremità dell'ala, dove invece Euriloco e i suoi si accingevano a sostenere l'urto di Demostene e dei suoi Messeni.

 

108. Quando la mischia era già viva, poiché i Peloponnesi superavano all'ala in estensione lo schieramento opposto, cioè il settore destro ateniese e tentavano la manovra di accerchiamento, gli Acarnani, balzando dai loro nascondigli li colsero alle spalle e, d'impeto, li costrinsero a fuggire: sicché non solo non resistettero all'assalto, ma il loro disordinato terrore sconvolse e disperse il grosso delle altre schiere. Giacché lo spettacolo di Euriloco e dei suoi, il fiore dell'esercito, che subiva una tremenda disfatta, raggelò gli altri seminando il panico. I Messeni, che in questo settore operavano agli ordini di Demostene, furono gli artefici principali del successo mentre gli Ambracioti e le truppe disposte sulla destra sgominavano i loro avversari diretti e li travolgevano in rotta fino ad Argo. Di quelle regioni gli Ambracioti sono la gente più bellicosa. Durante la ritirata, sì avvedevano che per la maggior parte dell'esercito la battaglia era perduta. Inoltre, gli altri Acarnani piombavano loro addosso: a prezzo di feroci sforzi e di perdite rilevanti raggiunsero a Olpe la salvezza. Ma fu un'azione cieca e disordinata, priva di quella disciplina che, unici tra tutti, i Mantinei sapevano invece conservare. Sicché la loro marcia di ripiegamento fu la più composta dell'intero esercito. Solo all'ultima luce del giorno le armi tacquero.

 

109. Il mattino seguente, caduti sul terreno Euriloco e Macario, rimase al comando Menedeo. La gravità della disfatta gli prospettava come egualmente incerte e ardue le due alternative di sviluppo delle proprie operazioni militari, per sbloccare quella fase problematica: in qual modo, restando fermo, avrebbe sostenuto l'assedio, premuto sia da terra, sia con le venti navi attiche dal mare? Ovvero ritirandosi come avrebbe raggiunto un riparo sicuro? Così scelse la strada delle trattative, entrando in contatto con Demostene e gli strateghi acarnani per ottenere la possibilità di sgomberare da quei luoghi e insieme di recuperare i caduti. Il permesso di raccogliere la salme fu concesso, mentre, da parte loro, i nemici elevavano un trofeo e si dedicavano ad adunare i loro morti. Sulle modalità della ritirata, non si raggiunse un accordo che abbracciasse apertamente l'intero esercito. Infatti Demostene e i suoi colleghi di comando acarnani rilasciano ai Mantineesi a Menedeo, agli altri comandanti dei Peloponnesi e a quei personaggi tra loro che godevano maggior prestigio, un permesso segreto per allontanarsi in tutta fretta. Demostene si proponeva così di creare il vuoto intorno agli Ambracioti e alla moltitudine dei mercenari. Ma la sua aspirazione principale era di esporre gli Spartani e i Peloponnesi allo sfiduciato discredito dei Greci che abitavano quelle regioni. Poiché avrebbero suscitato l'impressione di aver tradito per salvare il proprio interesse. Coloro dunque raccolsero i propri caduti e li seppellirono in fretta come capitava mentre quelli cui era stata concessa la fuga progettavano il modo d'eseguirla, in gran segreto.

 

110. Intanto a Demostene e agli Acarnani giunge voce che gli Ambracioti rimasti nella propria città replicano alla prima notizia arrivata loro da Olpe con un massiccio invio di truppe a soccorso, già in marcia attraverso il territorio dell'Anfilochia con l'obiettivo di ricongiungersi agli Olpi e perfettamente all'oscuro dei più recenti sviluppi. Demostene ordina la tempestiva spedizione di una parte delle truppe a predisporre agguati lungo le strade e ad appostarsi per tempo nei luoghi fortificati. Con il resto dell'esercito si accinge a scattare in loro aiuto.

 

111. Nel frattempo i Mantineesi e quelli con cui s'era concluso l'accordo, architettarono il pretesto d'uscire per la raccolta di legumi e di fascine da farne fuoco e a piccoli gruppi si allontanavano, non tralasciando intanto di curvarsi a cogliere quelle verdure per cui, a quanto dicevano, si erano spinti fuori. Quando ebbero percorso un buon tratto da Olpe, improvvisamente affrettarono l'andatura. Gli Ambracioti e tutti gli altri che confluendo con loro, avevano dato vita ad un unico reparto, quando si avvidero che quelli se la battevano, si precipitarono anch'essi all'inseguimento, bramosi di catturarli. Gli Acarnani, in un primo momento, si convinsero che quello fosse un fuggi fuggi generale, cui partecipava egualmente chi non godeva del beneficio dell'accordo, e si slanciarono sulle orme dei Peloponnesi (non mancò chi bersagliasse con il giavellotto anche qualcuno dei propri strateghi che tentava di impedire l'inseguimento, rivelando che s'era stilata un'apposita tregua, ma esponendosi intanto al sospetto di qualche sporco gioco); alla fine, lasciarono liberi i Mantineesi e i Peloponnesi e si diedero a massacrare gli Ambracioti. Ogni volta sorgevano dispute violente, nel dubbio se il fuggiasco fosse ambraciota o peloponnesio. Ne massacrarono duecento circa: gli altri si ritirarono al sicuro nell'Agraide, una regione confinante. E Salizio, re degli Agrei, loro amico, li raccolse nel suo paese.

 

112. Gli Ambracioti della città si recano a Idomene, località costituita da due colline elevate. Al calare della notte, la più alta fu occupata con tempestiva e silenziosa manovra dal corpo che Demostene aveva distaccato dal resto delle truppe e spedito in avanscoperta. Su quella più bassa giunsero primi gli Ambracioti e vi bivaccarono. Demostene, dopo il pasto, attese la sera e rapidamente pose in moto il resto delle truppe. Con metà degli uomini puntò sull'avvallamento tra i colli e inviò l'altra metà ad attraversare le montagne dell'Anfilochia. Alle prime luci piomba sugli Ambracioti, immersi ancora nel sonno e ignari dell'accaduto. Per giunta avevano confuso gli assalitori con i loro compagni. Demostene infatti, con mossa opportuna aveva schierato all'avanguardia i Messeni con l'ordine di rivolgere la parola al nemico, poiché parlavano dorico e ispiravano quindi confidenza alle sentinelle, tanto più che la notte, ancora profonda, impediva di scorgere i particolari. Come dunque Demostene calò sull'esercito ambraciota, le sue truppe lo volsero in fuga e ne annientarono una grande parte. I superstiti si inerpicarono sui monti, cercando scampo. Ma le strade di accesso erano già state sottoposte a sorveglianza; in più gli Anfilochi avevano il vantaggio di essere pratici dei luoghi e svelti d'armatura, contro gente che si armava da oplita e che, ignorando il paese e le vie di sbocco si perdeva nelle fiumane e nei punti predisposti per le imboscate, restandovi uccisa. Gli Ambracioti si sparpagliarono in fuga in tutte le direzioni e alcuni verso il mare, che non distava molto. Appena avvistarono le navi attiche che, mentre si sviluppava l'operazione, sfioravano la costa, si gettarono nelle onde per raggiungerle a nuoto, ritenendo miglior morte per loro, in quell'attimo di smarrito sgomento, cadere trafitti dai marinai ateniesi piuttosto che dai barbari e dagli Anfilochi, loro nemici giurati. Questa disfatta consentì a un gruppo molto sottile di Ambracioti il ritorno, salvi, alla loro città: eppure moltissimi ne erano partiti. Gli Acarnani spogliarono i caduti, eressero il trofeo e si ritirarono ad Argo.

 

113. Il mattino seguente si presentò loro uri araldo, emissario degli Ambracioti che da Olpe erano riparati nel paese degli Agrei, chiedendo di poter raccogliere le salme dei loro rimasti sul terreno dopo il primo scontro, quando, insieme ai Mantineesi e agli altri che ne avevano il permesso in virtù di un accordo, attuarono la sortita da Olpe. La vista del grande numero di armi strappate agli Arnbracioti provenuti dalla città, lasciò sgomento l'araldo: non era al corrente infatti della nuova sconfitta e riteneva che si trattasse delle armature tolte ai suoi commilitoni, caduti nel tentativo di fuga. Qualcuno lo interrogò sulle cause del suo stupore e sul numero dei morti per cui era venuto a parlamentare pensando a sua volta, chi porgeva la domanda, che l'araldo provenisse dalle truppe ambraciote sgominate a Idomene. Ma quello rispose che i cadaveri dovevano essere circa duecento. E l'interlocutore, riprendendo la parola: «Ebbene; è chiaro: queste spoglie non vi spettano, poiché ci sono armi per più di mille uomini.» L'altro riprese: «Dunque non appartengono ai compagni che si sono battuti al nostro fianco.» «Ma si,» fu la risposta, «se eravate voi ieri i nostri avversari ad Idomene.» «Ma non abbiamo combattuto affatto ieri: il giorno avanti piuttosto, durante la ritirata.» «Ebbene noi abbiamo lottato con questi, ieri, quando accorrevano in aiuto da Ambracia, la loro città.» L'ampiezza del recente disastro, che quelle parole rivelatrici avevano fatto balenare, si stagliava ormai nitida nella mente dell'araldo: i reparti che accorrevano in aiuto dalla loro città erano stati annientati. Un singhiozzo profondo lo scosse e, stravolto, si mise subito in cammino per rientrare, senza aver concluso e senza più avanzare trattative per la restituzione dei morti. Questa fu certo la più rovinosa calamità abbattutasi, in così breve giro di giorni su una sola città, nel corso di questa guerra. Ho ritenuto di non lasciare scritto il numero dei caduti, poiché perdite così sconfinate, quali le voci riportano, male si accordano alle proporzioni di Ambracia: e mi paiono incredibili. Tuttavia, per quanto concerne quella città, sono certo che, se gli Acarnani e gli Anfilochi avessero seguito il consiglio di Demostene e degli Ateniesi, cioè di attaccarla, sarebbe caduta in loro mano al primo assalto. Ma li frenava un dubbio spinoso: che gli Ateniesi, ponendo saldamente piede in Ambracia, divenissero vicini troppo insidiosi.

 

114. Dopo questi fatti gli Acarnani destinarono agli Ateniesi la terza parte delle spoglie, e distribuirono il resto città per città. Il bottino assegnato agli Ateniesi fu rubato durante il tragitto per mare. Le trecento panoplie che ancora ai nostri giorni si scorgono come offerta votiva nei santuari attici erano quelle attribuite a Demostene che arrivò ad Atene trasportandole con sé per mare. Il suo ritorno avvenne, in virtù di questa impresa dopo il disastro patito in Etolia, con uno spirito di più distesa serenità. Anche gli Ateniesi imbarcati sulle venti navi fecero ritorno a Naupatto. Partiti gli Ateniesi e Demostene, gli Anfilochi accordarono con un patto a quegli Ambracioti e Peloponnesi che si erano rifugiati da Salintio e dagli Agrei di uscire liberamente da Eniade, dove si erano recati lasciando Salintio. Anche per l'avvenire gli Acarnani e gli Anfilochi firmarono con quelli di Ambracia un trattato e un'alleanza centennali articolati in questi punti: gli Ambracioti s'impegnavano a non collegarsi con gli Acarnani contro i Peloponnesi, mentre gli Acarnani non avrebbero assunto, in collaborazione con gli Ambracioti, iniziative contro Atene. Le due parti si obbligavano a difendersi reciprocamente. Gli Ambracioti avrebbero restituito tutte le località e gli ostaggi degli Anfilochi che erano ancora in loro possesso. Non avrebbero sostenuto Anatturio in lotta con gli Acarnani. La convenzione segnò il termine del conflitto. Dopo questi eventi, i Corinzi distaccarono ad Ambracia un presidio di trecento opliti loro concittadini, agli ordini di Senoclide figlio di Euticle. La colonna di opliti raggiunse la posizione dopo una marcia difficoltosa sul continente. Furono questi i casi di Ambracia.

 

115. Nello stesso inverno gli Ateniesi che si trovavano in Sicilia effettuarono di concerto con i Siculi che dall'interno avevano varcato le frontiere dilagando nella regione uno sbarco e un attacco con la flotta contro Imera e, per mare, puntarono sulle isole Eolie. Ritornando a Reggio, trovarono che lo stratego ateniese Pitodoro figlio di Isoloco aveva prelevato il comando della flotta già agli ordini di Lachete. Era accaduto che gli alleati di Sicilia, con un'ambasceria inviata ad Atene, avevano richiesto un contingente navale di rinforzo più sostenuto. Poiché i Siracusani godendo la supremazia strategica in terraferma, ma fieramente contrastati sul mare da una flotta tanto piccola, mostravano l'intenzione di non tollerare il blocco e venivano allestendo una squadra navale. Così gli Ateniesi armavano quaranta navi proponendosi di mandarle ai loro alleati. Ritenevano che, con questo sforzo, la guerra laggiù si sarebbe conclusa più rapidamente, e, al tempo stesso, desideravano tenere in allenamento costante i propri marinai. Mandarono uno degli strateghi, Pitodoro, con poche navi, mentre la parte più consistente della squadra avrebbe dovuto prendere il mare a qualche distanza di tempo, al comando di Sofocle figlio di Sostratide e di Eurimedonte figlio di Tucle. Pitodoro, preso ormai il comando delle navi già appartenute a Lachete, sulla fine dell'inverno le guidò contro il forte di Locri, che Lachete in una precedente azione aveva occupato. Sconfitto in campo dai Locri si ritirò.

 

116. Proprio all'inizio di questa stessa primavera colò dall'Etna, come era già avvenuto in precedenza, fiammeggiante lava, a devastare una fascia del territorio dei Catanesi, che abitano le pendici dell'Etna, la montagna più imponente della Sicilia. Si calcola che questa eruzione si sia sprigionata a distanza di cinquant'anni da quella precedente. Da quando i Greci hanno colonizzato la Sicilia, si dice che tre eruzioni si siano verificate. Furono questi gli eventi dell'inverno, e con esso spirava il sesto anno della guerra che Tucidide ha descritto.

 

LIBRO IV

 

 

 

1. Nell'estate successiva, nella stagione in cui il frumento mette le prime spighe, dieci navi siracusane e altrettante di Locri sciolsero le vele alla volta della città di Messene, in Sicilia e, su invito degli stessi cittadini, l'occuparono: così Messene uscì dalla lega ateniese. Quest'impresa fu sostenuta e diretta principalmente dai Siracusani, che riguardavano quella località come una testa di ponte strategica mente opportuna per un'invasione eventuale della Sicilia e temevano che gli Ateniesi la fortificassero come base operativa per aggredirli, in avvenire, con uno spiegamento di mezzi bellici più poderoso e completo. I Locri invece obbedivano a un impulso d'odio contro gli abitanti di Reggio, cui volevano muover guerra su un duplice fronte, da terra e dal mare. Perciò, con tutte le forze di cui disponevano, avevano varcato i confini del territorio di Reggio, non solo per impedire a questa città di soccorrere gli uomini di Messene, ma accogliendo anche la proposta di alcuni fuoriusciti di Reggio, che soggiornavano presso di loro. Il tempestoso clima politico che, per lunghi anni aveva sconvolto Reggio rendeva praticamente insostenibile, nelle circostanze attuali, un'efficace resistenza all'impeto dei Locri: i quali con furia tanto più viva incalzavano. Dopo aver distrutto le campagne i Locri si ritirarono con la propria fanteria mentre la marina si tratteneva a vigilare le mosse dei Messeni. In quella stessa rada, punto di partenza per le future operazioni militari, avrebbero affondato le ancore successive unità, in allestimento negli arsenali e in attesa di scendere in mare.

 

2. A quella stessa epoca della primavera, prima che il grano fosse maturo, i Peloponnesi con i loro alleati, agli ordini di Agide figlio di Archidamo re degli Spartani valicarono i confini dell'Attica e, ordinato il campo, cominciarono a devastarne il territorio. Intanto gli Ateniesi misero sulla rotta della Sicilia le quaranta triremi che per quello scopo eran venuti allestendo, al comando dei due strateghi, Eurimedonte e Sofocle che erano rimasti in patria: il terzo collega, infatti, Pitodoro, li aveva preceduti in Sicilia. Costoro avevano anche la consegna di effettuare una sosta a Corcira quando in navigazione fossero giunti in quelle acque: dovevano occuparsi dell'infelice stato dei Corciresi che abitavano la città esposti alle continue rapine dei profughi alla macchia sulle montagne, e porvi possibilmente un riparo. Anche una squadra di sessanta navi peloponnesie si era già diretta all'isola per sostenere i fuoriusciti sui monti e cogliere l'occasione di una rovinosa carestia imperversante sulla città per regolare, a proprio arbitrio e vantaggio, le istituzioni politiche di quel paese. A Demostene, che dopo il rimpatrio dall'Acarnania non ricopriva incarichi ufficiali, fu rilasciato inoltre su sua espressa richiesta il permesso di impiegare, a proprio criterio, queste forze navali per operazioni militari nello scacchiere del Peloponneso.

 

3. Quando gli Ateniesi, navigando, sfiorarono le coste della Laconia e seppero che le navi dei Peloponnesi stazionavano già nelle acque di Corcira, Eurimedonte e Sofocle si proponevano di forzare i tempi per coglierli in quel tratto di mare, mentre Demostene esigeva una puntata e uno sbarco a Pilo da dove, prese come si conveniva le necessarie misure, avrebbero finalmente proseguito il tragitto. Le discussioni si protraevano serrate su questo punto, quando il caso scelse di scatenare una tempesta che trascinò la flotta a Pilo. Demostene insisté subito perché si ponesse mano alle attrezzature difensive per munire Pilo (era il motivo per cui aveva preso parte alla spedizione), facendo notare la grande quantità di legname e materiale pietroso di cui si poteva disporre in quel punto della costa, non solo già fortificato dalla natura, ma deserto per un esteso raggio nell'entroterra. Pilo infatti dista da Sparta quattrocento stadi circa ed è situata nel territorio dell'antica Messenia: gli Spartani la chiamano Corifasio. I suoi colleghi replicarono che se voleva dissanguare il tesoro della città, il Peloponneso abbondava di promontori desertici da occupare. Ma a Demostene pareva indiscutibile l'opportunità strategica, tutta particolare, di questo luogo fornito di porto, e che costituiva tra l'altro l'antica, originaria dimora dei Messeni, gente che parlava lo stesso linguaggio degli Spartani, cui avrebbero potuto infliggere danni rilevanti, muovendo da quella fortezza per loro familiare e di cui, tra l'altro, sarebbero stati i più fidi e saldi custodi.

 

4. Ma, giacché non otteneva la desiderata adesione dagli strateghi, né dai soldati, né, in seguito, dai tassiarchi che aveva messo a parte del proprio disegno, costretto anche dalle condizioni avverse del mare, rinunciò al piano; finché nella stessa truppa, impaziente per la forzata inattività, nacque l'impulso di cingere la posizione con un baluardo difensivo. Cominciarono, e faticavano di buona voglia; privi di scalpelli di ferro adatti per squadrare i blocchi giudicavano a vista le pietre da scegliere e da collocare l'una accanto all'altra, così come si adattavano. Per mancanza di secchi trasportavano sul dorso l'argilla di cui v'era bisogno, procedendo curvi perché sulla schiena inarcata rimanesse la maggior quantità possibile di materiale, e intrecciando dietro le mani, per impedire che scivolasse. Si ingegnavano con ogni trovata per far presto e munire in tempo i settori più esposti agli assalti nemici, prima che gli Spartani comparissero in armi. Infatti, la posizione si presentava già naturalmente solida, senza richiedere ulteriori fortificazioni murarie.

 

5. Gli Spartani in quei momenti solennizzavano un loro giorno festivo e seppure informati dell'evento non vi attribuirono troppa importanza. Erano convinti che muovendosi in forze, avrebbero costretto il nemico alla fuga prima di entrare in contatto con esso, e l'avrebbero agevolmente piegato nel caso di uno scontro. Erano frenati anche dalla circostanza che le loro truppe si trattenevano ancora nelle vicinanze di Atene. In sei giorni gli Ateniesi armarono l'ala della piazzaforte rivolta all'interno della regione e vi lasciarono a presidio Demostene con cinque navi; con il grosso della flotta ripresero a tutta velocità la navigazione verso Corcira e la Sicilia.

 

6. Le truppe del Peloponneso che operavano nell'Attica quando furono informate della presa di Pilo accelerarono la marcia per il rientro in patria, poiché gli Spartani, con il loro re Agide, si sentivano pungere nel vivo dei propri interessi dal pensiero di quanto accadeva a Pilo. Inoltre, l'irruzione in territorio nemico era scattata prematura, quando il grano, ancora verde, non poteva assicurare alla moltitudine di truppe una riserva sufficiente di cibo. Per di più un'ondata di gelo intenso, singolare per quella stagione dell'anno, martellava l'esercito. Sicché si accumularono molti motivi per affrettare il rimpatrio e, in conseguenza, per fare di questa l'invasione più breve: si erano trattenuti nell'Attica quindici giorni soltanto.

 

7. Nello stesso periodo di tempo Simonide, stratego degli Ateniesi, con poche milizie raccolte dai presidi e con una massa di combattenti radunati tra le genti della lega che lassù dimoravano, fece capitolare, per tradimento, Eione, un centro della costa tracia, colonia dei Mendei ostile ad Atene. Ma un'incursione fulminea di Calcidesi e Bottiei lo ricacciò indietro, aprendo profondi vuoti nelle sue file.

 

8. Quando si concluse il rimpatrio dei Peloponnesi dall'Attica, gli Spartani da soli con a fianco i Perieci dei territori più vicini si diressero subito alla volta di Pilo, mentre l'avanzata degli altri abitanti della Laconia procedeva più calma, poiché solo da pochi giorni erano rientrati dall'ultima campagna. Araldi spartani corsero tutte le strade del Peloponneso con l'ordine di mobilitazione generale, il più possibile sollecita, e di convergere a Pilo. Il comando giunse anche alla squadra dislocata nel mare di Corcira: le sessanta unità, trasportate oltre l'istmo di Leucade eludono la vigilanza delle navi attiche che incrociano a Zacinto e affrettano la corsa a Pilo. Le schiere di fanteria avevano già preso posizione. Mentre la flotta nemica era ancora sulla rotta di avvicinamento a Pilo, Demostene fa uscire in tempo due navi con il compito di recare ad Eurimedonte e alla squadra di vedetta a Zacinto il messaggio di accorrere perché la fortezza si trova sotto grave minaccia. E infatti le navi obbedirono agli ordini di Demostene, procedendo a ritmo molto sostenuto. Per parte loro gli Spartani si accingevano a sferrare, dall'entroterra e dalla costa, un doppio assalto alla piazzaforte, sperando che la conquista di quel fabbricato, sorto in fretta e privo di un presidio numeroso, fosse una azione di breve e leggero impegno. Ma, giacché si attendeva da un momento all'altro la comparsa della squadra ateniese da Zacinto progettavano, nel caso che non riuscissero in tempo ad espugnare il forte, di ostruire le imboccature del porto per vietarvi, alle navi ateniesi, l'entrata e l'ancoraggio. Infatti l'isola denominata Sfacteria si protende in lunghezza davanti al porto a così breve distanza da costituirne un eccellente riparo e da ridurne gli ingressi ad anguste strettoie, consentendo il varco, dalla parte orientata verso Pilo e il forte ateniese, a due soli vascelli e dall'altra, verso il continente, a otto legni, forse nove. Era fitta di boschi e impraticabile, desolata e selvaggia: misurava in estensione circa quindici stadi. Si proponevano dunque di assiepare la massa delle navi agli sbocchi del porto, con le prue rivolte al mare aperto. Temendo inoltre che i nemici s'impadronissero di quest'isola attrezzandola a base operativa per future azioni di disturbo, vi fecero traghettare un distaccamento di opliti e ne schierarono un altro lungo la costa di fronte. Con questa mossa meditavano di isolare gli Ateniesi con fasce di territorio ostile, L'isola appunto e il continente che non offriva punti riparati d'attracco. Poiché lo stesso promontorio di Pilo all'esterno dell'imbocco portuale, laddove si allunga verso il mare aperto, non possedeva baie per accogliervi navi e forze ateniesi, pronte ad accorrere in aiuto ai loro concittadini. Essi poi avrebbero occupato con l'assedio il fortilizio senza ricorrere allo scontro navale e senza eccessivo rischio, come le circostanze lasciavano prevedere, giacché le risorse alimentari delle truppe asserragliate non dovevano resistere a lungo e, d'altra parte, la posizione non era stata organizzata con preparativi accurati e completi. Delineato il piano, ormai fermi a realizzarlo, procedevano al trasporto degli opliti sull'isola, dopo averli sorteggiati da ogni «loco». In seguito altre milizie avvicendandosi passarono sull'isola: e gli ultimi, che alla fine vi rimasero assediati, furono quattrocentoventi opliti, oltre agli Iloti che fungevano da attendenti. Li comandava Epitada figlio di Molobro.

 

9. Demostene, vedendo che gli Spartani preparavano da terra e dal mare l'attacco, provvide anche per parte sua alle necessarie misure. Fece trascinare in secco, protette dal muro, le navi restanti tra quelle che gli erano state lasciate e le cinse con una palizzata: fornì in dotazione agli equipaggi scudi leggeri, per lo più di vimini, poiché non era possibile in quella plaga remota rifornirsi di armature complete; anzi anche queste erano state prelevate da una nave a trenta remi di corsari messeni e da una scialuppa piccola che, molto a proposito, si erano ormeggiate a quella riva. Tra questi Messeni si trovavano circa quaranta opliti che Demostene aggregò subito al resto delle truppe. Schierò il nerbo delle sue forze, il maggior numero degli uomini armati pesantemente e di quelli spediti, sui capisaldi più poderosi e protetti del castello, con la consegna di respingere l'assalto delle fanterie nemiche, in qualunque punto. Personalmente, con una colonna di sessanta opliti scelti e una ristretta pattuglia d'arcieri s'avanzò all'esterno del forte diretto alla spiaggia dove pareva più prevedibile un eventuale tentativo di sbarco ad opera del nemico. Era un tratto di costa pietroso e scheggiato di scogli verso il mare aperto. Ma giacché era quella l'ala più debolmente munita della fortezza ateniese, Demostene s'aspettava che proprio lì il nemico concentrasse i suoi sforzi, per rompere le difese. Non si erano mai seriamente preoccupati di un possibile sbarco nemico che li mettesse alle strette: onde la solidità precaria del bastione in quel punto e la certezza, in Demostene, che se gli avversari avessero spinto a fondo le operazioni di sbarco, sarebbe divenuto inevitabile evacuare la località. In questo settore dunque avanzò fino alla linea del mare e dispose gli opliti per inchiodare, se fosse possibile, il nemico e infrangere ogni tentativo di prendere terra. Rivolse ai suoi uomini queste parole di conforto:

 

10. «Soldati, compagni con me d'ardimento in questo rischio! In questa ora cruciale nessuno voglia mostrarsi accorto, calcolando e prevedendo con puntiglio la gravità della minaccia che ci cinge. Faccia piuttosto spiccare la spensierata confidenza con cui insieme agli altri guarda in faccia al nemico, certo di trarsi incolume anche da questa avversità. Quando si erge di fronte a noi una strettoia simile a questa, non vale smarrirsi in congetture: occorre fulminea la determinazione a battersi. Prevedo per noi probabilità più favorevoli: se abbiamo cuore di non cedere, di non fremere davanti alla loro massa, di non rinunciare ai punti che attualmente sono in nostro vantaggio. L'accesso al caposaldo è impraticabile. Ecco dove siamo superiori: un elemento che ci darà man forte, ma è legato alla nostra resistenza. Poiché qualora noi pieghiamo, per quanto impervia quell'erta si offrirà sempre agevole se nessuno si presenta a far barriera. Inoltre lo slancio nemico insisterà più accanito, poiché la ritirata e la discesa non gli sarebbero facili, ammesso che si riesca a respingerlo (fin quando resterà a bordo delle navi, per noi sarà comodo ricacciarlo, ma se opererà lo sbarco ci batteremo ad armi pari). Il numero avversario non v'ispiri troppa soggezione. Non c'è approdo qui, e saranno costretti a combattere per piccoli gruppi. Quell'armata, certamente superiore, non ci affronta però sulla terraferma, in condizioni di parità sulle navi, in mare, dove per un trionfo devono assommarsi in buon numero fattori nettamente di favore. Sicché considero le loro difficoltà un elemento di equilibrio rispetto ai nostri scarsi effettivi. E quindi a voi che siete Ateniesi e per esperienza sapete che è impossibile sbarcare a viva forza truppe se la resistenza si attesta sulla riva e non si sgomenta al frastuono delle onde, cedendo, o della violenta fase d'attacco, io chiedo di restare radicati a questo estremo lembo di scogliera e di salvare voi stessi e la fortezza.»

 

11. Questo breve monito a mostrarsi prodi accese negli Ateniesi un più fiducioso ardimento e costoro calando fin sulla spiaggia vi si attestarono. Le truppe spartane tolsero il campo e scatenarono un simultaneo assalto al forte con lo schieramento terrestre e con la squadra di quarantatré navi, su cui era imbarcato come navarca lo spartano Trasimelida, figlio di Cratesicle. Costui si provò a sfondare proprio nel punto designato da Demostene. La difesa ateniese reggeva, sia sul fronte di terra che su quello del mare. Gli Spartani suddivisero la flotta in gruppetti di navi, poiché l'attracco era impossibile per squadre fitte; le unità ruotavano a turno per consentire agli attaccanti di riprendere fiato, e le loro cariche si susseguivano, vibrate con vivo coraggio e tra grida reciproche d'incitamento, per cercare di scalzare gli avversari dalla spiaggia e impossessarsi del fortilizio. Su tutti brillò per ardire Brasida che esercitava il comando di una trireme e che vedendo l'esitazione degli altri comandanti e dei piloti, di fronte a quelle acque irte di spezzoni rocciosi, ed il loro timore di sfasciare gli scafi anche in punti che parevano offrire sicurezza d'approdo, urlava ch'era indegno, per salvare il legname, consentire ai nemici il possesso di quel castello eretto sul patrio suolo. Li spronava a mandare in pezzi le proprie chiglie per effettuare, a prezzo di qualunque sforzo, lo sbarco. Incitava gli alleati a non tremare davanti al sacrificio delle proprie navi in quella fase cruciale, memori delle benemerenze che gli Spartani s'erano guadagnati verso di loro. Accostassero, guadagnando in un supremo slancio la spiaggia: li attendeva la conquista del forte e del nemico che resisteva asserragliato.

 

12. Così aizzava gli altri e costringendo il proprio pilota all'approdo si avviava alla passerella da sbarco. Ma mentre si studiava di scendere a terra fu risospinto con violenza dagli Ateniesi e crivellato di ferite s'abbatté svenuto. Cadde a prua, e intanto lo scudo sfilatosi dal braccio era rotolato in mare: sospinto dalle onde a riva fu raccolto, più tardi, dagli Ateniesi che ne fregiarono il trofeo elevato in ricordo di questo assalto respinto. I compagni di Brasida si prodigavano con ardore, ma la località dirupata e la tenacia ferrea degli Ateniesi che non indietreggiavano di un passo fiaccò ogni loro sforzo per conquistare la terraferma. Così la fortuna invertì il consueto corso. Gli Ateniesi si stavano difendendo da una posizione terrestre, da una piazzaforte della stessa Laconia, dagli assalti nemici, inferti dal mare; mentre gli Spartani tentavano con la marina lo sbarco sulla propria terra che l'occupazione di un contingente ateniese rendeva a loro stessi ostile. A quell'epoca infatti nel mondo gli Spartani erano stimati e noti per essere una potenza principalmente continentale e insuperabili combattenti con l'armata di terra; gli Ateniesi invece, per essere, con la supremazia netta della loro flotta, gli assoluti padroni dei mari.

 

13. Quel giorno e molte ore del seguente videro l'accanito susseguirsi degli assalti spartani che alla fine cessarono. Il terzo giorno inviarono ad Asine alcune navi per provvedersi di legname, utile ad allestire ordigni bellici. Si auguravano di costringere alla resa il castello impiegando le macchine da guerra dal lato sul porto, dove il bastione s'ergeva alto, ma le possibilità dell'attracco si presentavano più opportune. In quel frangente spuntò la squadra ateniese proveniente da Zacinto, forte di quaranta navi: infatti si erano associate alla spedizione alcune unità del presidio navale di Naupatto oltre a quattro vascelli di Chio. Quando si avvidero che non solo il continente ma anche l'isola si affollava di opliti, e che nella rada stazionavano le navi nemiche senza rivelare il proposito di uscire a ostacolarli, gli Ateniesi stentavano a scorgere un punto dove l'approdo fosse possibile. Per quel giorno ripiegarono su Prote, un'isola non molto distante, deserta, e vi bivaccarono. Ma il mattino seguente salparono in perfetto ordine, convinti di sostenere lo scontro se gli Spartani avessero accettato la sfida di battersi in mare aperto. In caso diverso, avrebbero tentato di sfondare il blocco del porto. Ma gli Spartani non levarono le ancore, mentre si trovavano a non aver ancor messo in pratica il loro originario progetto di ostruire gli ingressi del porto. Si dedicavano tranquillamente stando a terra all'armamento delle navi, preparandosi a ricacciare un eventuale attacco, intenzionati a provarsi in battaglia, ma solo all'interno della baia, che era piuttosto estesa.

 

14. Gli Ateniesi intuirono la tattica avversaria e, di slancio, vogarono verso gli ingressi del porto, piombando sulle navi nemiche che già avanzavano verso il largo con le prue rivolte agli avversari, e le travolsero: durante il successivo inseguimento, per la brevità del tratto, ne misero molte fuori combattimento e ne catturarono cinque tra cui una completa di equipaggio. Vibravano colpi su colpi al resto delle navi, che cercavano riparo alla riva. Alcune furono seriamente danneggiate prima di staccarsi dalla costa, mentre ancora si stavano armando. Altre, abbandonate dagli equipaggi dispersi in fuga, furono agganciate e, vuote, tratte a rimorchio. Dolore e collera infiammarono gli Spartani, a quella scena di rovina: li arrovellava soprattutto il pensiero dei loro uomini, bloccati e isolati a Sfacteria. Accorsero in aiuto e addentrandosi con tutte le armi tra le onde si aggrappavano alle navi tentando di trascinarle dalla loro parte. E in questa fase ciascuno era convinto che l'azione non procedesse come doveva là dove veniva a mancare il suo personale impegno. Il teatro dei combattimenti ribolliva di scomposto fervore: anche le regole di lotta con le navi di preferenza impiegate dai contendenti s'erano capovolte. Poiché gli Spartani ebbri d'ardimento e di costernato orgasmo si battevano, per così dire, né più né meno che in uno scontro navale piantati sulla terra ferma; gli Ateniesi invece, che dominavano e volevano protrarre lo sforzo fino all'ultimo respiro sulle ali di quel favorevole momento, radicati alle tolde, battagliavano come fanti. Furono profondi i colpi inferti a vicenda e, infine, coperti di ferite, si concessero una tregua, e gli Spartani riuscirono a strappare le navi vuote, tranne quelle catturate all'apertura delle ostilità. Dopo essersi attestati nei rispettivi accampamenti, gli Ateniesi elevarono il trofeo, stilarono una tregua per la raccolta delle salme, s'impadronirono dei relitti degli scafi e inoltre, accerchiarono subito l'isola con le navi montando la guardia, poiché sapevano che il corpo nemico vi era rimasto tagliato fuori. Le truppe peloponnesie del continente, e quanti erano confluiti da ogni centro della lega, mantennero le loro posizioni a Pilo.

 

15. Quando si tenne a Sparta il resoconto dei casi avvenuti a Pilo, si decretò subito, a riparo di tale disfatta, l'invio dei magistrati all'accampamento sulla costa, per esaminare con i propri occhi lo stato delle operazioni e stabilire le più opportune misure. Ma quando furono certi che non era possibile soccorrere i loro uomini, non essendo disposti a vederli annientati dalla fame o dalle preponderanti forze nemiche, si risolsero a saggiare le intenzioni degli strateghi ateniesi per giungere a un'intesa parziale limitata al settore di Pilo. Sarebbe seguita un'ambasceria ad Atene, con il compito di trattare una convenzione e la restituzione rapida dei prigionieri.

 

16. Gli strateghi accolsero questa bozza di accordo e si stilò la tregua, sulla base dei seguenti punti: gli Spartani si impegnavano a concentrare a Pilo, per consegnarle agli Ateniesi, le navi con cui si erano battuti e tutti i vascelli da guerra, nessuno escluso, che operavano in Laconia; inoltre, non si dovevano sferrare assalti al castello ateniese né da terra, né con la marina. Per parte propria gli Ateniesi si obbligavano a concedere agli Spartani distaccati sul continente di trasportare ai compagni nell'isola una pattuita misura di grano lavorato a pasta, due chenici attiche di farina a testa, due cotile di vino e una porzione di carne. Per i servi le quantità dovevano considerarsi dimezzate. Il trasporto doveva effettuarsi sotto la diretta sorveglianza ateniese, cui nessuna imbarcazione doveva tentare di sfuggire, per accostarsi a Sfacteria. Il blocco ateniese intorno all'isola proseguiva invariato: solo non vi sarebbero state operazioni di sbarco, né aggressioni alle schiere dei Peloponnesi dal mare o da terra. Se i contendenti violavano uno qualsiasi di questi termini, la tregua doveva considerarsi sospesa. Essa durava in vigore fino al rientro da Atene degli ambasciatori Spartani, cui gli Ateniesi stessi mettevano a disposizione, per il viaggio di andata e ritorno, una trireme. Quando fosse ricomparsa l'ambasceria, il periodo di tregua si sarebbe concluso e gli Ateniesi avrebbero restituito un numero di navi eguale a quelle requisite. L'armistizio si articolò su questi particolari: seguì la consegna delle navi, in numero di circa sessanta, e la partenza della missione, i cui membri, giunti ad Atene, tennero il seguente discorso:

 

17. «Gli Spartani ci hanno inviato qui, popolo d'Atene, a proposito dei nostri soldati prigionieri a Sfacteria, con la missione di indurvi a un accordo che non solo riesca di vantaggio a voi, ma che anche, rispetto al disastro che ci ha colti e nei limiti delle circostanze attuali, rispetti al più alto grado la nostra dignità. Ci disponiamo a diffonderci in un più complesso intervento, non per contravvenire al nostro costume, ma poiché al nostro paese, quando bastano brevi parole, non vige l'uso di gettarne d'avanzo, ma di esprimerci con più libera ampiezza quando le contingenze esigono di perseguire lo scopo cui di necessità si aspira, ponendo in particolare luce, con la parola, qualche specifico lato del problema che possa fruttare un profitto. Ascoltateci senza ostili sentimenti e senza il pregiudizio che vi vogliamo imporre una lezione, come a gente sprovveduta; consideratelo piuttosto un invito a richiamare alla memoria un precetto già a voi ben noto: decidere con saggezza. Sta in voi la facoltà di trarre dall'attimo propizio che vi si offre un magnifico profitto: serbare integro quanto avete in pugno e aggiungervi un più alto possesso, il decoro e la gloria. Sappia il vostro contegno esser diverso da quello di alcuni, cui un lampo di fortuna illumina, per un attimo, la monotonia della vita: uomini che la speranza tende avidi a più larghi acquisti, nutrita dal sorriso benigno della sorte e dalla sorpresa del fresco guadagno, Ma coloro che esperienze alterne hanno educato a fronteggiare ogni caso, giustamente sanno raccogliere con equilibrata cautela i frutti di un proprio fausto successo. Questa disposizione morale per la varietà e ricchezza dei casi vissuti, deve trovare, secondo ogni ragionevole previsione, non solo nella vostra città principalmente, ma anche nella nostra, un fecondo terreno.

 

18. «Riconoscete il mobile volto della sorte, riflettete su quanto ha stravolto il nostro stato. Noi che riscuotiamo dai Greci la più eletta stima, ci riduciamo, giunti alla vostra presenza, a chiedere quel beneficio che, fino ad ora, ritenevamo piuttosto privilegio nostro di elargire. Eppure la sventura ci ha toccati non in un momento di flessione della nostra potenza bellica, né traditi da un'impennata d'orgoglio per il suo costante progresso. Disponevamo di risorse inalterate quando siamo incappati in un errore di valutazione: difetto in cui è naturale cadere, per tutti gli uomini indistintamente. Dunque la prosperità attuale del vostro paese, resa anche più florida dai recenti possessi, non vi seduca né v'illuda che la brezza della fortuna indulgente gonfierà sempre le vostre vele. Prudente è la condotta di chi tra gli uomini, pensoso della sorte instabile, procura di poggiare su ferme basi il patrimonio che possiede a quel tempo (ed è anche colui che più accorto e pronto si ripara dai fatali infortuni), e in fatto di guerra è convinto che non gli è dato imbrigliarne quello spicchio che, di suo arbitrio, intende scegliere a spiegarvi il proprio impegno fino in fondo: ma sa che deve percorrere le strade tracciate dal caso. Ecco una politica adatta a sperimentare più di rado il gusto amaro della disfatta, poiché non la scuote all'insolenza la cieca fiducia nata da un evento prospero sul campo e chi la pratica, più degli altri sa cogliere, nell'attimo del trionfo, l'opportunità della pace. Riflessioni che devono suggerirvi il più adatto atteggiamento, o Ateniesi, verso di noi, affinché, se sordi ai nostri avvisi vi sarà inflitto qualche pesante colpo, com'è regola nei fatti umani, non si ritenga in avvenire che anche i vantaggi conquistati da voi nel nostro tempo erano dovuti al favore del caso, mentre piano, libero da rischi, vi si porge ora l'appiglio felice di trasmettere ai secoli venturi la viva lode della vostra grandezza e politica sapienza.

 

19. «Gli Spartani vi suggeriscono un'intesa che sciolga lo stato di guerra, proponendovi d'instaurare relazioni pacifiche, rinsaldare l'alleanza e ogni stabile rapporto d'amicizia e collaborazione. Pretendono in cambio i soldati rinchiusi nell'isola, ritenendo più illuminata direttrice per le due potenze non correre nuovi pericoli, sia che avverandosi qualche possibilità di salvezza quei prigionieri tentino di sfondare il blocco, ovvero, soverchiati dagli assedianti subiscano una più triste fortuna: la schiavitù tra gente ostile. A nostro giudizio, i più feroci odi non si placano stabilmente quando un avversario, prevalendo per il maggior corso della guerra, acceso da un sentimento di rivalsa, tronca il conflitto opprimendo il nemico, inchiodato da insuccessi militari risolutivi, con il peso di patti e giuramenti iniqui, preludio alla servitù; ma quando, pur serrando nel pugno la forza di imporre quei vincoli si limita a un trattato onorevole vincendo l'antagonista una seconda volta, in generosa clemenza, e con un accordo ispirato a giustizia sorprende e supera le sue ansie e le sue speranze. Se l'avversario non concepisce in sé, umiliato e dolente, il dovere di tramare la rappresaglia, ma di ripagare un beneficio, sarà più pronto, per un sentimento d'onore, a rispettare i patti sottoscritti. E urge più vivo quest'impulso negli uomini, verso coloro su cui riversarono un odio estremo che verso quelli a cui li oppongono i normali dissensi della civile convivenza. Poiché vige nell'umanità l'istinto di arrendersi serenamente di fronte a chi, a propria volta, mostra la volontà di cedere e di cimentarsi invece, con forsennato slancio, contro la dirupata protervia degli orgogliosi.

 

20. «È questa l'ora per i nostri due paesi se mai altra fu più opportuna, di celebrare la pace: prima che un incidente senza rimedio intervenga a ledere noi Spartani in interessi vitali. Ne sorgerebbe inevitabilmente ostilità eterna, pubblica e privata, contro la vostra città, mentre voi vi ritrovereste a mani vuote, privi di quei profitti che vi invitiamo a godere. È tempo di deporre le armi, mentre l'esito del conflitto è ancora aperto, mentre per voi si profila la conquista di una nuova gloria e della nostra riconoscente amicizia e a noi, invece, l'evenienza di rimediare al colpo della sfortuna con un equo sacrificio, salvando intatto il nostro onore. Scegliamo la pace, dimentichiamo i propositi di guerra: è la politica più conveniente a noi stessi. Concediamo inoltre respiro alla Grecia prostrata dalle sventure. Anche in questo gli occhi di tutti si leveranno a voi, come agli artefici principali di un'epoca rinnovata, di pace. I Greci gemono per il peso di una guerra di cui non sanno con certezza indicare i responsabili. Ma se il conflitto si interrompe (e la decisione sta ora, più che mai, in mano vostra), la gratitudine del mondo si riverserà su Atene. Se sarà questo il vostro volere, inoltre, vi spetta il premio di un'amicizia incrollabile: quella di Sparta, che lei stessa è qui venuta ad offrirvi. In più, sarà da parte vostra un atto di benevolenza, non di forza. Riflettete poi sui vantaggi che si celano in questo nuovo corso politico e che l'avvenire si incaricherà di svelare: considerate che la nostra compatta unità d'intenti infonderà a chiunque altro in Grecia il rispetto dovuto a una superiore potenza: e il suo tributo di prestigio ci si offrirà immenso.»

 

21. Fu questo, sostanzialmente, il discorso degli ambasciatori spartani. A loro avviso, poiché gli Ateniesi già in precedenza inclinavano a trattare per un armistizio (ma i loro approcci si erano arenati contro la fredda ostinazione di Sparta), ora che le prospettive di pace divenivano più concrete avrebbero accolto con entusiasmo quest'offerta e come avvio alla distensione, avrebbero provveduto alla riconsegna dei prigionieri. Ma gli Ateniesi, che potevano disporre della vita o della morte di quegli uomini sull'isola! ritennero di poter ormai considerare sicura la facoltà di costringere Sparta, in qualsiasi momento, a un accordo: quindi manovravano per aumentare le loro richieste. Questa direzione politica era caldeggiata principalmente da Cleone figlio di Cleeneto, il personaggio più autorevole in quel tempo del partito democratico e il più influente sulla moltitudine. E costui indusse gli Ateniesi a precisare anzitutto che i soldati reclusi a Sfacteria dovevano rimettere ai loro custodi le armi, quindi essere trasportati ad Atene. Al loro arrivo Sparta avrebbe dovuto di nuovo cedere Nisea, Pege, Trezene e l'Acaia, località che non erano cadute in seguito ad operazioni militari, ma in virtù di una precedente convenzione a cui Atene s'era indotta quando, in ginocchio per una grave disfatta, aveva un disperato bisogno di tregua. Solo allora gli Ateniesi avrebbero restituito le truppe e si sarebbero piegati a un armistizio per la durata che ad entrambi fosse parsa opportuna.

 

22. Nessuna replica degli ambasciatori spartani a questa presa di posizione: ma suggerirono agli Ateniesi di comporre una commissione di consiglieri con cui, intavolando con calma trattative verbali, si potessero esaminare singolarmente le controversie e su una piattaforma di reciproca comprensione, stilare un accordo complessivo. A questo punto Cleone s'avventa come una furia a urlare che già da tempo ha intuito che gli ambasciatori agiscono con scopi poco puliti, verità che finalmente splende chiara, ora che accampano scuse per non presentarsi al popolo a sostenere aperte le proprie tesi e preferiscono il conciliabolo con un comitato ristretto di cittadini. Se avevano proposte onorevoli da esporre, lo facessero in pubblico. Ma gli Spartani comprendevano che non era loro possibile divulgare alla moltitudine le clausole del loro progetto d'accordo (anche se si andavano convincendo della necessità di piegarsi a qualche nuova concessione), evitando al tempo stesso di attirarsi le critiche degli altri paesi della loro lega se avessero parlato senza ottenere nulla di positivo. D'altra parte gli Ateniesi non si mostravano disposti ad accogliere con animo equo e accondiscendente l'invito all'armistizio: perciò gli ambasciatori abbandonarono Atene, a mani vuote.

 

23. Al loro rientro decadde immediatamente la tregua stilata per Pilo e gli Spartani pretesero la restituzione delle navi, come prevedeva la convenzione. Ma gli Ateniesi sollevarono accuse, strepitarono per un assalto contro il loro forte e per altre presunte infrazioni, certamente di lieve peso e si rifiutarono in definitiva di ridare la squadra, facendo leva sull'articolo che l'armistizio si doveva considerare sospeso al momento stesso in cui, in un modo o nell'altro i contraenti avessero trasgredito l'accordo. Gli Spartani tempestarono per la flotta abusivamente trattenuta e, allontanatisi, riaprirono la lotta. Così le ostilità avvamparono con inaudita violenza intorno a Pilo. Di giorno gli Ateniesi sfioravano incessantemente le coste dell'isola con due vascelli che incrociavano in senso contrario (di notte il blocco era ristabilito con tutta la flotta tranne che dalla parte del mare aperto, quando s'alzava il vento: e per una sorveglianza più accurata dell'isola erano giunte da Atene altre venti navi, sicché il numero complessivo toccava le ottanta unità). I Peloponnesi invece si accamparono sulla terraferma e sferravano attacchi al castello, sempre all'erta se si presentava il momento propizio per trarre a salvezza: propri soldati reclusi a Sfacteria.

 

24. In questo periodo in Sicilia i Siracusani con i propri alleati rafforzarono con un altro contingente navale la squadra ancorata di guarnigione a Messene, concentrandovi, man mano che le allestivano, le nuove unità e, proprio da questo settore, facevano partire le loro operazioni militari. (Li spronavano soprattutto i Locri per l'odio contro quelli di Reggio, di cui, per proprio conto, avevano invaso con le truppe al completo il territorio). Si proponevano di cimentarsi in uno scontro navale, vedendo che le navi a disposizione degli Ateniesi, in quel mare, erano ancora poche e poiché era loro giunta l'informazione che il grosso della flotta ateniese, attesa da un momento all'altro, era invece trattenuta dall'assedio dell'isola. Se fossero riusciti dominatori nella battaglia sul mare, sarebbe stato facile per loro espugnare Reggio con le forze riunite della fanteria e della marina, e il loro vantaggio militare si sarebbe notevolmente rafforzato. Giacché infatti il promontorio di Reggio, in Italia, è separato da un brevissimo braccio di mare da Messene in Sicilia, si riteneva che la sua conquista avrebbe vietato agli Ateniesi di ancorarsi nello stretto e dominarlo. Lo stretto è costituito dall'angusto passaggio di mare tra Reggio e Messene, dove lo spazio che divide la Sicilia dal continente è minimo. Il punto ebbe nome Cariddi e si narra che anche Odisseo con la sua nave vi abbia transitato. L'angustia del braccio, la circostanza che le acque vi irrompono da due ampie distese marine, il mare Tirrenico e quello di Sicilia, con il conseguente formarsi di gorghi e correnti, giustifica perfettamente la sua fama di passaggio rischioso.

 

25. In questo canale i Siracusani e gli alleati si videro costretti, per proteggere una nave da carico che effettuava la traversata, a sfidare a battaglia, forti di più di trenta unità da guerra, ormai al tramonto, sedici triremi attiche e otto di Reggio. Sgominati dagli Ateniesi rientrarono a tutta forza, dopo aver perduto una nave, così come furono in grado, ognuno ai propri alloggiamenti: e gli uni ripararono a Messene, gli altri a Reggio. Era calata la notte sul teatro dello scontro. Dopo questa azione i Locri sgomberarono dai confini di Reggio, mentre le flotte di Siracusa e degli alleati, concentrandosi al promontorio Peloro, nel territorio di Messene, vi rimanevano alla fonda. La fanteria stazionava vicina. Gli Ateniesi e i Reggiani mossero per accostarsi e, scorgendo le navi vuote, lanciarono un attacco. Ma persero essi stessi una nave, su cui era piombato un arpione di ferro: la ciurma si salvò a nuoto. A questa vista i Siracusani balzarono a bordo delle loro navi e si facevano trascinare per mezzo di gomene tese dalla costa, in direzione di Messene: gli Ateniesi ripresero l'azione d'attacco, ma quelli rapidissimi, si volsero di fianco e scattati avanti sfondarono con lo sperone una seconda nave ateniese. Senza subire perdite nella fase di rimorchio della flotta e nel breve combattimento descritto, i Siracusani fecero così il loro ingresso, costeggiando, nel porto di Messene. La notizia che Camarina, ad opera di Archia e dei suoi seguaci, effettuava a tradimento il passaggio ai Siracusani, stimolò gli Ateniesi ad accorrervi con le navi. Frattanto i Messeni per terra e per mare, con le truppe al completo fecero una spedizione contro Nasso Calcidese, una città limitrofa. Nel primo giorno costrinsero i Nassi a rifugiarsi dentro le mura, e devastarono le campagne. Il giorno seguente, doppiato il promontorio con la flotta incendiarono e distrussero il territorio che si stende intorno alla foce del fiume Acesine, mentre la fanteria marciava all'assalto della cinta di Nasso. Intanto i Siculi che vivono sulle alture calarono numerosi per opporre anche le loro forze ai Messeni. La scena rincuorò i Nassi che, sollevati e incitandosi l'un l'altro nell'attesa che i Leontini e gli altri alleati greci fossero per via a respingere il nemico, con una sortita folgorante piombarono dalla città sui Messeni, e travoltili, li costrinsero, con una sanguinosa ritirata, a lasciare sul terreno più di mille dei loro e a riparare, i superstiti, oltre il proprio confine. Anche i barbari, con agguati lungo le strade, cooperarono ad aggravare la disfatta. Più tardi, le navi ancorate a Messene si separarono ciascuna sulla rotta della patria. I Leontini forti di reparti ateniesi, marciarono su Messene, ritenendola logorata dalla guerra. Gli Ateniesi gettavano la sfida con le navi contro il porto, mentre le fanterie investivano la città. Ma i Messeni e un distaccamento di Locri al comando di Demotele che, dopo l'infortunio, erano rimasti di presidio alla città, operarono una sortita e con un violento urto travolsero il nerbo dell'esercito leontino massacrandone una buona parte. Gli Ateniesi assistettero all'episodio e, balzati a terra dalle navi, accorsero in aiuto, e respinsero di nuovo i Messeni dentro la città, cogliendoli in una fase disordinata dell'assalto. Eretto un trofeo, rientrarono a Reggio. Dopo questi eventi continuarono in Sicilia i movimenti di truppe e le spedizioni terrestri dei Greci colà stanziati, ma senza il diretto intervento ateniese.

 

26. A Pilo, nel frattempo, si protraeva l'assedio con cui gli Ateniesi bloccavano nell'isola gli opliti Spartani, mentre sul continente l'accampamento dei Peloponnesi manteneva invariata la sua posizione. Quella continua e stretta sorveglianza affliggeva non poco gli Ateniesi non solo per la scarsità di vettovaglie, ma principalmente d'acqua: poiché non esistevano sorgenti, tranne una, proprio sulla rocca di Pilo, ma anche questa povera d'acqua. I più scavavano la ghiaia, sulla spiaggia presso il mare e si dissetavano con quell'acqua, di qualità ben immaginabile. Era una pena inoltre l'angustia soffocante degli alloggiamenti, stipati in poco spazio; non esisteva punto sicuro d'attracco, onde le ciurme, dandosi il cambio, parte scendevano a terra per i pasti, parte tenevano all'ancora le navi, in mare aperto. La durata del periodo d'assedio, estesa oltre ogni aspettativa, gettava i combattenti in un profondo sconforto: mentre prima erano convinti che un blocco di pochi giorni avrebbe avuto ragione di quel drappello di uomini, reclusi su un'isola selvaggia, costretti a dissetarsi con acqua salmastra. Il principale sostegno di questa resistenza era l'invito proclamato dagli Spartani, a chiunque fosse disposto, di trasportare nell'isola grano macinato, vino, formaggio e ogni altro genere di cibo che riuscisse utile a uomini stretti d'assedio, fissando in denaro un elevato compenso e giungendo a promettere la libertà a chi tra gli Iloti avesse tentato d'introdurre quegli alimenti. I rischi dell'impresa non scoraggiavano i molti che, soprattutto fra gli Iloti, riuscivano ad importare le vettovaglie. Salpavano da un qualunque punto del Peloponneso, accostando all'isola nelle ore notturne dalla parte del mare aperto. Erano più propizie le notti ventose, quando la brezza li sospingeva all'isola: infatti eludevano con maggior comodo la sorveglianza della flotta nemica, quando il vento spirava dal largo, poiché per le triremi era malagevole tenersi agli ormeggi. Gli Iloti erano pronti a sacrificare i loro mezzi nello sbarco. Puntavano diritti sulla costa con i loro legni, di cui era già stata pattuita una stima in denaro, mentre gli opliti montavano la guardia alle località d'approdo sulle rive dell'isola. Chi s'avventurava in una notte serena, di mare calmo, cadeva nella rete ateniese. Sotto il pelo dell'acqua, palombari arrischiavano la traversata dalla parte del porto, rimorchiando con funi degli otri gonfi di fiori di papavero addolciti con miele e di semi di lino triturati. I primi sfuggirono alle vedette ateniesi che, più tardi, infittirono le maglie della loro vigilanza. Su un fronte e sull'altro ci si ingegnava con i più vari ripieghi: gli uni a introdurre i viveri, gli altri a non lasciarsi beffare.

 

27. Ad Atene i resoconti sullo stato di sofferenza delle truppe e la notizia che ogni genere di conforto era introdotto per via di mare nell'isola, diffondevano imbarazzo e timore soprattutto che calasse il gelo dell'inverno sulle loro posizioni di guardia, poiché, in quel caso, tutto lasciava prevedere che l'invio di vettovaglie, costeggiando intorno il Peloponneso sarebbe risultato inattuabile: la posizione isolata di quelle spiagge fuori mano ostacolava i rifornimenti anche nella buona stagione. Inoltre quelle plaghe importuose non avrebbero offerto comodi ormeggi alle navi, vietando di protrarre il blocco; sicché si aprivano due alternative: o allentare l'assedio, e lasciar salvi i nemici oppure, atteso il maltempo, costoro si sarebbero da se stessi dileguati su quei vascelli che li provvedevano di cibo. Ma più profondamente li teneva in ansia il pensiero che gli Spartani, schiaritosi l'orizzonte militare nel settore di Pilo, non accettassero più di parlamentare con gli araldi. E Atene si pentiva di non avere stipulato l'accordo. Cleone avverti che sulla sua persona si addensava un ombroso rancore per l'intransigenza con cui s'era opposto al piano di pace. Prese a negare la verità delle informazioni che via via giungevano, e giacché i corrieri in arrivo da Pilo suggerivano di mandare laggiù un comitato che si rendesse conto con i propri occhi, se a loro non prestavano fede, Cleone stesso fu eletto commissario dagli Ateniesi e con lui Teagene. Ma Cleone comprendeva di non poter più disporre di altre scelte: o confermava i resoconti incriminati di falsità o correva lui stesso il rischio, smentendoli, di sollevare un più clamoroso e vivo sospetto di impostura. Del resto scorgeva sempre più netta delinearsi in Atene la propensione a un impegno bellico più energico, in quel teatro operativo: onde la sua intensa opera di persuasione a sciogliere gli indugi, a lasciar cadere il progetto di un comitato ispettivo, a cogliere il momento felice. Se le relazioni, secondo gli Ateniesi, rispecchiavano la realtà, era subito necessario armare la flotta e spiegare le vele. E lasciava intendere d'alludere a Nicia figlio di Nicerato, allora stratego, quando, per la vecchia ruggine che c'era tra loro, sibilava in tono sferzante che con quell'allestimento d'armi sarebbe stato uno scherzo accostare all'isola e impadronirsi del presidio: ma, purtroppo, ci sarebbero voluti veri uomini ai posti di comando: ecco, lui, se fosse stratego, scioglierebbe il nodo senz'altro.

 

28. Nicia allora, di sorpresa mentre gli Ateniesi vociando tempestavano Cleone («Perché non s'imbarcava oggi stesso, se l'impresa gli pareva così liscia?») e cogliendolo nell'attimo in cui scagliava su di lui il torrente delle sue critiche, gettò la sfida: prendesse le forze che riteneva bastanti e risolvesse di sua mano l'intralcio; il collegio degli strateghi non aveva nulla da obiettare. Cleone s'immaginò dapprima che quell'autorizzazione fosse un puro gioco di parole e si dichiarò pronto. Ma intuendo che quella trasmissione di poteri aveva tutta l'aria d'esser vera cominciò a far dei passi indietro, a protestare che lo stratego non era lui, ma Nicia. Si sentiva a disagio, ma non riteneva ancora possibile che l'avversario rinunciasse in suo favore al comando. Nicia però ripropose l'invito, dimettendosi dalla carica di stratego a Pilo e chiamando a testimone il popolo ateniese. Il quale secondo l'attitudine della folla, quanto più Cleone indietreggiava all'idea di addossarsi quel carico e tentava nuove interpretazioni una luce diversa per le sue impegnative parole di prima, tanto più insisteva con Nicia, che uscisse di carica, e con l'altro raddoppiava le urla, che prendesse subito il mare. E Cleone si vide impigliato nella sua stessa rete di promesse e si accinse alla partenza. Si fece in mezzo alla folla e dichiarò che gli Spartani non gli incutevano affatto timore: anzi sarebbe partito senza mobilitare gli opliti della città, impiegando solo le milizie di Lemno e di Imbro che si trovavano ad Atene e un reparto di fanti leggeri che si erano presentati, come truppe di rincalzo da Eno e quattrocento arcieri raccolti da altre località. E s'impegnò, con tali forze aggiunte ai soldati già in servizio a Pilo, nel termine di venti giorni, a trascinare vivi gli Spartani davanti a loro o ad annientarli sul posto. Spuntò qualche sorriso tra gli Ateniesi, per quelle sventate e presuntuose promesse. Ma l'affare non spiacque ai più moderati, convinti che l'avvenire aveva in serbo per loro almeno una di queste due fortune: liberarli di Cleone, che era la speranza più cara, o avere in pugno i soldati spartani, se le loro previsioni si fossero capovolte.

 

29. Dunque Cleone provvide a tutto, mentre l'assemblea era raccolta, e dopo che gli Ateniesi ratificarono con il voto il suo comando, scelse come collega uno solo degli strateghi già operanti a Pilo, Demostene, e accelerò i preparativi per salpare. Si era associato Demostene perché era al corrente di un piano, da lui elaborato, per porre piede sull'isola. Poiché gli uomini, sacrificati in uno spazio angusto, più stretti d'assedio che assediati, erano pronti a ogni prova. E più intenso stimolo era stato per Demostene un incendio divampato sull'isola. Prima il rischio gli pareva troppo grave: la boscaglia densissima, la mancanza di sentieri a tracciare un paese da sempre selvaggio gli si rivelavano come tanti punti a favore del nemico. Impossibile distinguere la fonte degli assalti che gli Spartani avrebbero inferto duramente contro una grande armata, sorpresa nel delicato momento dello sbarco. Inoltre la cortina boscosa avrebbe velato i passi falsi degli Spartani, e le loro misure di contrattacco: mentre ogni errore tattico dello schieramento ateniese sarebbe apparso ben chiaro al nemico appostato, che avrebbe potuto, di sorpresa, al primo cenno, trafiggerlo nel fianco più debolmente esposto: comunque, la prima mossa d'attacco era sempre in mano spartana. Demostene pensava anche alla possibilità di tagliarsi la strada a viva forza nel terreno accidentato del bosco: piano rischioso, poiché scarse pattuglie, esperte dei luoghi, avrebbero facilmente avuto ragione di truppe anche più forti, ma smarrite per sentieri ignoti. Il suo esercito poteva bene ordinarsi su un fronte esteso, ma sarebbe andato egualmente incontro alla disfatta, poco a poco senza accorgersi, essendo impedita la visibilità tra quei settori discosti che richiedevano un celere, scambievole sostegno.

 

30. Presentimenti e affanni che il disastro sperimentato in Etolia, addebitabile in parte al suolo boscoso, acuivano in lui. I suoi soldati per lo spazio minimo a disposizione, erano costretti, con la sorveglianza di presidi avanzati, a prender terra agli orli estremi dell'isola per consumare il rancio. Così uno degli uomini senza volerlo, lasciò cadere una scintilla presso la boscaglia e alzatosi poco dopo il vento le fiamme si presero la maggior parte della macchia, senza che l'evento impensierisse troppo. Ma in tal modo Demostene poté rendersi conto che gli effettivi spartani erano molto più numerosi di quanto calcolasse prima, quando stimava in base a un pregiudizio errato che i rifornimenti introdotti nell'isola per la convenzione superassero le necessità reali della truppa. Sicché era ragionevole esigere dagli Ateniesi di prepararsi a uno sforzo bellico più veemente e prolungato. L'isola si porgeva ora più aperta all'attacco: quindi si diede ad allestire lo sbarco richiamando truppe dai territori alleati del circondario e provvedendo agli altri preparativi. Cleone lo raggiunse con un corriere, notificandogli il proprio arrivo e, poco dopo approdò a Pilo con le truppe che aveva richiesto. I due strateghi, riuniti, spedirono subito un araldo al campo nemico del continente a sondare le intenzioni spartane, se mai accettavano di comunicare ai loro, asserragliati sull'isola, l'ordine di cedere le armi e di consegnarsi senza ricorrere alla lotta. Arrendendosi, avrebbero goduto di una sorveglianza mite e umana, in attesa di un piano d'accordi più globale.

 

31. Ma gli Spartani respinsero questa proposta; gli Ateniesi stettero fermi un giorno. Il successivo, di notte, fecero salire a bordo di poche navi le truppe oplitiche al completo. Poco prima dell'alba circa ottocento opliti effettuarono gli sbarchi sull'isola da due parti, dal mare aperto e da quella che fronteggia il porto. Balzarono in corsa verso il primo posto di guardia che si trovava sull'isola. Poiché era tale la disposizione della difesa spartana: in questo primo fortino erano attestati circa trenta opliti. Nella parte centrale dell'isola, la più pianeggiante e vicina all'acqua, si schierava il grosso delle loro forze con il comandante Epitada. Un reparto non numeroso stava di fazione proprio sul lembo estremo dell'isola, verso Pilo, che si protendeva a piombo sul mare e da terra era difficilmente attaccabile. Vi sorgeva infatti anche una roccaforte antica eretta con pietre raccolte qua e là. Gli Spartani la giudicavano opportuna come ultimo rifugio, nella eventualità di doversi aprire la strada con una ritirata impetuosa. I soldati spartani erano in tal modo ordinati. |[continua]|

 

|[LIBRO IV, 2]|

 

 

32. Le prime scolte, su cui gli Ateniesi si avventavano, caddero subito, mentre ancora nelle tende cercavano di rivestire le armi. Nessun segnale d'allarme per lo sbarco: il movimento al largo delle navi ateniesi s'era interpretato come il consueto servizio di sorveglianza notturna per mantenere il blocco. Al sorgere del sole operava lo sbarco anche il resto di quell'armata. Settanta e più navi rovesciarono a terra gli equipaggi completi, tranne i talamii, con armi distinte per ogni contingente; inoltre, ottocento arcieri, effettivi non minori di peltasti, le unità di Messeni accorse in aiuto e tutta l'altra gente di stazione a Pilo tranne il corpo di guardia a presidio della fortezza. Demostene schierò gli uomini in plotoni di duecento e più, talvolta meno, occupando le alture più elevate per mettere in difficoltà il nemico, accerchiato da ogni parte, privo di un distinto bersaglio contro cui ordinare un piano difensivo e scoperto al tiro incrociato e fitto delle truppe ateniesi. Con un attacco frontale gli Spartani si sarebbero esposti ai colpi vibrati alle spalle; se operavano una mezza conversione a destra o a sinistra offrivano sempre, da una parte o dall'altra, un fianco indifeso ai proiettili nemici. Le truppe leggere ateniesi si accingevano a tallonarli in qualunque punto dell'isola: e non c'era riparo contro la loro azione pungente, alla tempesta di frecce, pietre, giavellotti, lanci di fionda scagliati da lontano; contro di loro l'urto frontale non faceva presa: dileguavano e, spediti, erano sempre in vantaggio, mentre quando il nemico ripiegava se li trovava alle spalle di volo. A questi principi tattici si affidava Demostene, progettando lo sbarco: e su questi modellò l'azione.

 

33. Gli uomini di Epitada, il nerbo più poderoso dell'armata spartana sull'isola, quando videro che il primo caposaldo era stato annientato e il nemico che marciava in forza contro di loro, fecero quadrato intorno al proprio comandante e mossero a contrastare gli opliti ateniesi, desiderando la lotta. Costoro, giunti faccia a faccia con gli avversari, segnarono il passo: di fianco e alle spalle la fanteria leggera. Gli opliti spartani non riuscirono pertanto ad entrare in contatto con le forze schierate di fronte e a spiegare la propria destrezza. Li tenevano a distanza, da un lato e dall'altro, i fanti, con il loro tiro preciso, mentre gli opliti non mostravano di voler avanzare: stavano fermi in difesa. Quando l'azione di disturbo di quei combattimenti leggeri si faceva troppo ardita e vicina, gli opliti li travolgevano; ma quelli, voltandosi rapidi, riprendevano a battersi. Erano uomini di agile armatura, cui la ritirata veloce era facilitata dalla natura stessa del terreno, non solo sconnesso ma selvaggio e folto per il lungo abbandono, impraticabile per i soldati spartani, lenti ad inseguire per il peso delle armi.

 

34. Così, per qualche ora, si accesero qua e là lievi mischie, tra gli eserciti contrapposti: ma, ormai, s'infiacchiva lo slancio spartano nel tamponare, con manovre celeri, le incursioni avversarie. I fanti leggeri riconobbero i segni della stanchezza, nelle mosse sempre più appesantite con cui gli opliti s'impegnavano alla difesa. La scena intensificò il loro tono morale; rifioriva la fiducia alla vista del proprio numero, schiacciante rispetto alle forze ostili. Nei loro spiriti s'andava radicando una convinzione nuova, una consuetudine mentale profondamente diversa da quella che, al momento di porre piede sull'isola, li inchiodava sotto la cappa angosciosa di un pensiero fisso, di trovarsi, di lì a poco, a viso aperto con gli Spartani: che poi, come aveva chiarito l'esito per nulla letale del primo scontro, tanto più felice delle loro intimidite previsioni, non si erano certo rivelati quei fenomeni travolgenti di potenza che un pregiudizio di antica data e il fremito per l'urto imminente induceva a prefigurarsi e temere. Sfumata quell'angoscia, quella reverenza, con un clamore formidabile la massa della fanteria leggera si riversò sugli opliti, crivellandoli di pietre, giavellotti e frecce, di qualunque proiettile ciascuno si trovasse tra mano. Le urla frammiste alla tempestosa azione d'assalto fecero correre un brivido tra quegli uomini, non addestrati per questo tipo di combattimento. Per giunta volute dense di cenere si sprigionavano verso il cielo sopra la macchia distrutta poco prima dalle fiamme. Nulla si distingueva davanti ai propri occhi, per la grandine di frecce e pietre vibrate, in quella spessa cortina, da molti uomini insieme. La posizione spartana diveniva sempre più critica. Le corazze di feltro non costituivano una protezione sufficiente contro i dardi e molti spezzoni di giavellotti vi rimanevano infissi, quando i colpi giungevano a segno. D'altra parte gli armati non sapevano come impiegare e dirigere i propri sforzi impossibile discernere quanto accadeva di fronte a sé. Gli ordini a loro diretti si smarrivano nel generale frastuono delle urla nemiche, altissime: onde un penoso stato d'incertezza. La minaccia incombeva da ogni lato: si perdeva la speranza di escogitare un riparo, una tattica di difesa per salvare la vita.

 

35. Alla fine, quando costretti a manovrare in un cerchio sempre più esiguo videro accrescersi il numero dei feriti, serrando le schiere ripiegavano fino all'estremo fortilizio sull'isola, a breve distanza, verso i loro compagni che lo presidiavano. Ma, appena iniziata questa manovra di rientro, la massa urlante dei fanti, con foga anche più viva, si rovesciò addosso agli opliti, abbattendo quelli che nella ritirata rimanevano isolati e stretti in cerchio dagli avversari. Ma il grosso guadagnò il castello e, trovatovi riparo, si dispose in ordine, affiancato dalle truppe della guarnigione, sui capisaldi più esposti alla furia nemica, pronto alla controffensiva. Gli Ateniesi scattarono all'inseguimento, ma la posizione fortificata del baluardo non consentiva di aggirarlo e di chiuderlo in un cerchio offensivo: quindi si schierarono sul fronte di quella rocca e cercavano di espugnarla con puntate in verticale. Per molte ore, fino quasi a sera i combattenti si prodigarono sfiniti dalla lotta, dalla sete e dal sole cocente: gli uni nello sforzo di scalzare gli avversari dall'altura, gli altri di resistere, con disperata energia. Ma la resistenza spartana si trincerava ora su una posizione molto più favorevole, poiché non dovevano guardarsi dall'incubo continuo d'esser circondati sui fianchi.

 

36. Sul fronte del combattimenti, da una parte e dall'altra, non si profilava la più lieve schiarita. Allora lo stratego dei Messeni si presentò a Cleone e a Demostene, avvertendoli che ogni loro prova era destinata a fallire. Se erano disposti a fornirgli una pattuglia di arcieri e una colonna di fanti spediti per filtrare, seguendo il sentiero che gli sarebbe riuscito di trovare alle spalle del nemico ed accerchiarlo era sicuro di tagliarsi un varco a viva forza nella difesa avversaria. Ebbe gli uomini: partì da un punto coperto, chiuso alla vista degli Spartani e, passo dopo passo aggrappato alle sporgenze via via praticabili dell'erta scoscesa a picco sulle onde, dove gli Spartani, fiduciosi del luogo naturalmente impervio, non avevano dislocato vedette, riuscì rischiando mille volte di precipitare e concludere senza dar nell'occhio la scalata intorno alla fortezza. La sua comparsa improvvisa sul picco, proprio alle loro spalle, sconvolse le truppe spartane, sgomente per la sorpresa di quella inaspettata minaccia. Crebbe invece, negli Ateniesi, la fiducia e la forza vedendo coronata la propria attesa per quella prodezza. Gli Spartani erano ormai esposti al tiro incrociato degli Ateniesi e, per paragonare un fatto di interesse ristretto ad un altro d'importanza storica molto più ampia, la loro condizione richiamava alla memoria l'episodio delle Termopili, quando il celebre manipolo fu annientato dai Persiani che per quel famoso sentiero di montagna, lo avevano accerchiato: similmente questi sotto i colpi sferrati da due direzioni allentarono la resistenza. Non era più sostenibile la lotta di pochi contro molti e, sfibrati fisicamente dall'interminabile digiuno, presero a indietreggiare. Gli Ateniesi s'erano aperta la strada per salire al forte.

 

37. Cleone e Demostene intuirono che se gli Spartani avessero ceduto ancora, seppure di un solo passo, sarebbero stati distrutti dalla propria armata. Segnalarono di interrompere la lotta e tennero a freno i soldati. Si proponevano di condurre vivi ad Atene quegli opliti, se mai si mostravano disposti a flettere il proprio orgoglio e a consegnare le armi all'intimazione di un araldo, in ginocchio sotto quel colpo acerbo della fortuna. Fecero dunque chiedere da un araldo se intendevano cedere le proprie armi e rimettersi alla discrezione ateniese.

 

38. Ascoltata attentamente la proposta, la maggior parte abbassò gli scudi e agitò in alto le braccia significando che il messaggio aveva incontrato il loro favore. Dopo questi preliminari si concordò una tregua: si incontrarono per parlamentare, Cleone e Demostene e, da parte avversa Stifone figlio di Farace poiché di coloro che tenevano in precedenza il comando il primo, Epitada, era rimasto sul terreno, quello scelto per sostituirlo, Ippagreto, sebbene vivo era dato per morto e giaceva tra i cadaveri, e quell'ultimo era stato eletto terzo, secondo le norme in vigore, per subentrare ai primi due, in caso d'infortunio. Stifone, accompagnato dai suoi, dichiarò che desiderava uno scambio di messaggi con gli Spartani che attendevano sul continente, prima di fissare una linea definitiva di comportamento. Ma i capi Ateniesi non aprirono per nessuno le maglie del blocco: sollecitarono essi stessi l'invio di araldi dalle forze del continente. Si ebbero due o tre vertici e l'ultimo corriere proveniente per nave dalla terraferma recò da parte spartana la seguente risposta: «Gli Spartani vi ingiungono di scegliere liberi da voi la vostra strada, ma che l'onore sia salvo». Si raccolsero, e decretarono di rimettersi agli Ateniesi con le armi. Costoro li tennero sotto stretta vigilanza quel giorno e la notte successiva. Al sorgere del sole gli Ateniesi eressero un trofeo sull'isola e provvidero alle altre disposizioni necessarie per la partenza, assegnando ai trierarchi i prigionieri divisi in gruppi con la consegna di tenerli in custodia. Gli Spartani, mediante l'invio di un araldo trattarono e ottennero la restituzione dei morti. Registro il numero dei caduti e dei soldati prigionieri nelle operazioni sull'isola: vi si erano trasferiti in tutto quattrocentoventi opliti, tra cui duecentonovantadue furono condotti in prigionia ad Atene. Gli altri erano rimasti sul campo. Tra questi sopravvissuti si contavano circa centoventi Spartiati. Da parte ateniese le perdite furono irrilevanti, poiché la battaglia non si sviluppò in fasi statiche, con urti impressi e sostenuti a pié saldo.

 

39. Gli Spartani rimasero bloccati nell'isola, dallo scontro con le navi fino alla battaglia di Sfacteria, per un periodo complessivo di settantadue giorni. Durante questo tempo, per i venti giorni che gli ambasciatori impiegarono a compiere il tragitto di andata e ritorno in occasione delle trattative di pace, furono regolarmente riforniti di generi alimentari: per il resto si nutrirono con le provviste introdotte di contrabbando. Infatti nell'isola si rinvenne un certo quantitativo di frumento, ed altri commestibili che v'erano rimasti. Il comandante, Epitada, aveva assunto la regola di distribuire a ciascuno razioni più scarse di quanto avrebbe potuto. Ateniesi e Spartani disposero il rientro in patria delle rispettive forze impegnate a Pilo. La promessa di Cleone, per quanto avventata, era adempiuta: nel giro di venti giorni, come aveva assicurato, per opera sua i prigionieri si trovavano in Atene.

 

40. Dai Greci questo fu considerato l'episodio più stupefacente di tutta la guerra. Poiché era diffusa l'opinione che gli Spartani non avrebbero consegnato le armi né per fame né vinti da qualche altra strettezza, ma che combattessero in qualunque condizione, spada alla mano, fino alla morte. E dubitavano che l'eroismo dei caduti avesse un reale corrispettivo nei superstiti, che avevano ceduto le armi. Tempo dopo, anzi, un tale, alleato ateniese, chiese con crudele ironia a uno dei prigionieri dell'isola se i loro morti fossero stati davvero dei valorosi: e quello replicò che la canna - voleva significare la freccia - sarebbe un mirabile strumento se sapesse discernere i valorosi. Intendeva dire che i colpi di fionda e i dardi atterravano chiunque venisse colto.

 

41. Dopo che i prigionieri furono condotti ad Atene, gli Ateniesi decretarono di tenerli in carcere finché non si fosse raggiunto un accordo; ma se i Peloponnesi forzavano i tempi irrompendo in Attica, li avrebbero trascinati fuori e giustiziati. Un presidio fu stabilito a Pilo, dove i Messeni di Naupatto, tratti quasi da un sentimento di patria (poiché Pilo è situata nei confini della Messenia antica), inviarono un reparto di loro uomini, i più indicati per quel compito. Costoro si diedero a saccheggiare i paesi della Laconia e riuscivano a provocare danni gravissimi utilizzando l'identità del loro linguaggio con quello parlato dagli abitanti del luogo. Fino a quell'epoca, gli Spartani non avevano sofferto mai rapine, estorsioni o le miserie della guerriglia. Ora anche gli Iloti disertavano e Sparta viveva ore drammatiche temendo lo scoppio, nel suo stesso paese, di qualche più grave disordine insurrezionale. Difficile sopportare quell'incubo: quindi si risolsero, studiandosi di tener segreto il loro stato d'animo, ad inviare ambasciatori ad Atene tentando di riavere Pilo e i propri uomini. Ma ora le aspirazioni ateniesi si slanciavano più alte, e dopo frequenti contatti gli ambasciatori furono liquidati con un infruttuoso congedo. Così si svilupparono gli eventi di Pilo.

 

42. Subito dopo questi casi, gli Ateniesi organizzarono una campagna, nella stessa estate, in terra corinzia con ottanta navi e duemila dei propri opliti e forti di duecento cavalieri, imbarcati su navi adattate al trasporto dei cavalli. Partecipavano, tra gli alleati, i Milesi gli Andri e i Caristi. Al comando era Nicia, figlio di Nicerato, con due colleghi. Sciolte le ancore, ai primi chiarori dell'alba approdarono tra Chersoneso e Reito, sulla riva del territorio sovrastato dal colle di Soligea. I Dori, in antico, avevano fissato la propria sede su questa altura, da cui calavano per guerreggiare con i Corinzi della città, che erano Eoli di schiatta. Ed oggi alla sommità della collina sorge un borgo, denominato Soligea. Dal punto della spiaggia dove si era ormeggiata la squadra correvano dodici stadi fino a quel villaggio, sessanta fino alla città di Corinto, venti fino all'Istmo. I Corinzi, messi in allarme da quelli di Argo con l'avviso che un'armata ateniese si avvicinava marciando, da tempo erano già attestati sull'Istmo accorsi per fare barriera: al completo le loro truppe, tranne quelli che abitano sull'opposto lato dell'Istmo. Inoltre, erano assenti cinquecento dei loro, impegnati a presidiare Ambracia e Leucade. Tutti gli altri stavano all'erta per scorgere in tempo il punto preciso dello sbarco ateniese. Ma, protetta dall'oscurità, la flotta ateniese aveva preso terra senza suscitare l'allarme: quando si segnalò l'arrivo del nemico, i Corinzi lasciarono la metà delle proprie truppe a Cencrea, nel dubbio che gli Ateniesi marciassero contro Crommione, e mossero rapidi per contendere il passo al nemico.

 

43. Batto, uno degli strateghi (erano due al comando, nel momento della battaglia) prese con sé un «loco» e accorse al villaggio di Soligea, sfornito di mura, per proteggerlo. Licofrone mobilitò gli altri e scatenò l'attacco. Nella fase iniziale, le schiere corinzie piombarono sull'ala destra ateniese che aveva appena concluso lo sbarco davanti al Chersoneso, poi l'urto fu vibrato a tutto il resto dell'armata nemica. Il combattimento procedeva duro, statico, corpo a corpo. E l'ala destra, dove operavano Ateniesi e Caristi (costoro infatti chiudevano all'estrema destra lo schieramento) sostenne lo sforzo dei Corinzi e, provatissima, li respinse. Costoro indietreggiarono fino a un muretto, a riparo di un fondo, e sfruttando la circostanza che il terreno era un crescente pendio di cui occupavano la sommità, dall'alto presero a tempestare di ciottoli il nemico e intonando il peana si precipitarono di foga a un rinnovato attacco. Gli Ateniesi attesero il contraccolpo, non si piegarono e il corpo a corpo divampò una seconda volta. Un «loco» di Corinzi, spostatosi nel settore della loro ala sinistra per dar man forte, travolse lo schieramento ateniese sulla destra e proseguì l'azione di sfondamento fino al mare. In prossimità delle navi ancorate, Ateniesi e Caristi compirono un giro completo e improvviso su se stessi. Il resto dell'armata, su un fronte e sull'altro, si batteva senza respiro, e con più vivo furore l'ala destra corinzia che, al comando di Licofrone in persona, lottava con l'ala sinistra ateniese, sbarrando la strada verso quello che si riteneva il principale obiettivo nemico: il centro di Soligea.

 

44. Gli urti raddoppiarono d'intensità per ore e ore: nessuna flessione di un fronte o dell'altro. In una fase successiva (molto opportuno per gli Ateniesi il diretto intervento della cavalleria nel vivo dello scontro, mentre gli avversari non disponevano di cavalli) i Corinzi volsero le spalle e si ritirarono verso le pendici dell'altura, deposero accanto a sé le armi e ripresero fiato, in attesa, senza nuove azioni offensive. Le perdite più gravi, tra cui anche lo stratego Licofrone, furono inflitte ai Corinzi dell'ala destra nel corso di questa rotta. Anche gli altri reparti, in questo modo, si ritirarono; sottoposti a una dura pressione, ma senza essere incalzati con veemenza, con una manovra composta guadagnarono le alture e vi si trincerarono. Gli Ateniesi, poiché il nemico non muoveva più all'assalto, si diedero a spogliare i caduti della parte avversa e a raccogliere i propri; ed elevarono subito un trofeo. A quella metà delle truppe corinzie che stavano di presidio a Cencrea, vigilando su un'eventuale mossa nemica contro Crommione con la squadra navale, la vista o qualsiasi notizia della battaglia era preclusa dalla massa montagnosa dell'Eneo. Ma quando costoro scorsero una cortina di polvere che si levava e capirono, scattarono per recare aiuto. La notizia, diffusa a Corinto, indusse anche i più anziani ad uscire dalla città come truppe di rincalzo. Di fronte a questo massiccio attacco gli Ateniesi pensarono subito che si preparava una controffensiva manovrata con tutte le forze disponibili dalle cittadine peloponnesie dei dintorni. Sicché retrocessero in fretta verso le navi, trascinando con sé il bottino e i propri caduti, tranne due che lasciarono sul terreno, non essendo riusciti a trovarli. Si imbarcarono e compirono la traversata verso le vicine isole, da cui trattarono e ottennero, per mezzo di un araldo, la restituzione dei propri morti, dopo aver firmato un'adatta tregua. Si contarono duecentododici vittime tra i Corinzi, tra gli Ateniesi poco meno di cinquanta: e tale fu il definitivo bilancio dello scontro.

 

45. Salpati dalle isole, quello stesso giorno gli Ateniesi puntarono su Crommione, in terra corinzia. La località dista dal centro urbano di Corinto centoventi stadi. Vi calarono le ancore, devastarono il territorio e vi bivaccarono. Il giorno successivo, dopo aver veleggiato verso Epidauria rasente la costa, ed avervi effettuato uno sbarco, approdarono a Metana a mezza via tra Epidauro e Trezene. Occuparono l'istmo della penisola, sulla quale sorge Metana, vi eressero un baluardo e dopo avervi schierato un presidio si dedicarono per un certo tempo al saccheggio nelle contrade di Trezene, Alis, Epidauro. Dopo aver perfezionati i dispositivi di difesa in quel settore, si imbarcarono e mossero verso la patria.

 

46. S'era alla stessa epoca in cui accadevano questi eventi, quando Eurimedonte e Sofocle che avevano levato le ancore da Pilo e dirigevano la flotta verso la Sicilia, giunti all'altezza di Corcira, unirono le proprie forze alla parte popolare che teneva in pugno la città per liquidare i fuoriusciti corciresi alla macchia sul gruppo montuoso dell'Istone. Costoro vi si erano istallati dopo i disordini politici che avevano sconvolto la città e spadroneggiando per quelle campagne causavano pesanti perdite. Con un assalto gli Ateniesi espugnarono il forte, ma gli occupanti si gettarono tutti in fuga verso un'altura e trattarono su queste basi: consegna delle truppe mercenarie, e in cambio, l'assicurazione che, rendendo le armi, il loro futuro sarebbe stato deciso dal popolo ateniese. Con queste garanzie gli strateghi li fecero trasportare sotto scorta e custodire nell'isola di Ptichia, fino al loro invio ad Atene. Con la convenzione che se anche uno solo veniva colto in un tentativo di fuga, il patto doveva considerarsi annullato per tutti. I capi del partito popolare di Corcira temendo che giunti ad Atene i loro avversari politici trovassero clemenza, architettarono questa trappola: fecero cadere nella rete un gruppetto di confinati sull'isola intessendo con loro un contatto segreto per mezzo di comuni amici, ai quali, simulando calore di sentimenti, affidarono col consiglio di trasmetterlo subito ai detenuti questo avviso traditore, che provvedessero a loro stessi tentando la fuga, al più presto. Una scialuppa era pronta: ci avevano pensato loro, i capi. Poiché, dicevano, gli strateghi Ateniesi covavano il pensiero di consegnarli in mano agli esponenti del partito popolare corcirese.

 

47. Il suggerimento fu accolto. Ci si dà da fare per il battello, ma sul punto di salpare i fuggitivi sono colti e messi agli arresti. Sospesa la tregua, furono consegnati, fino all'ultimo, ai Corciresi. Tale corso degli avvenimenti fu favorito, e in proporzione non trascurabile, dal contegno degli strateghi ateniesi che esprimevano in pubblico il loro malumore per l'indebito prestigio che altri, scortando i prigionieri ad Atene, si sarebbero visto attribuire, mentre a loro spettava di proseguire la rotta verso la Sicilia: sicché si stagliava più netta l'autorevolezza di quella proposta d'evasione e gli artefici del piano avevano avuto agio di tramarlo con più sciolta confidenza. Quand'ebbero in custodia i detenuti, i Corciresi li segregarono in un ampio edificio, da cui presero in seguito a trascinarli all'esterno a drappelli di venti, tra due ali di opliti schierati su due fianchi. Procedevano legati e chiunque tra le due file scorgesse in questi un nemico di parte era autorizzato a vibrare percosse e colpi di lancia. Armate di frusta, li tallonavano alcune guardie, pronte a sveltire il passo di chi accennava a rallentare.

 

48. Circa sessanta uomini furono trascinati fuori e assassinati con questa tattica, senza che nulla trapelasse a illuminare i reclusi nella grande fabbrica (credevano che li si conducesse via per scortarli a qualche altra destinazione). Ma quando la realtà si fece strada o qualcuno ne informò i prigionieri, costoro si misero ad invocare gli Ateniesi a viva voce, che li finissero loro piuttosto, se desideravano vederli morti. Rifiutarono comunque di porre piede fuori da quella casa e urlavano che fin quando avessero avuto fiato avrebbero conteso a chiunque l'entrata lì dentro. Da parte loro, neppure i Corciresi erano molto invogliati a tentare di sfondare le porte: scalato il tetto del casamento e abbattutane la copertura presero a grandinarli di tegole e frecce. I detenuti si facevano scudo di ciò che trovavano mentre i più preferivano darsi da sé la morte, chi affondandosi nella gola i puntali dei dardi che gli avversari avevano scagliato, altri impiccandosi con le cinghie svelte da alcuni letti che lì giacevano e con strisce di tessuto strappate dagli indumenti. Per molte ore della notte (l'oscurità era calata sull'eccidio) continuarono, con ogni mezzo, a togliersi la vita o a cadere vittime dei colpi inferti dall'alto. Appena fu giorno, i Corciresi ammucchiarono i cadaveri su alcuni carri, trasportandoli fuori dalie proprie mura. Tutte le donne che furono sorprese nella fortezza vennero vendute come schiave. Così dal partito popolare furono annientati i Corciresi dei monti e fu tale l'esito, almeno per quanto riguarda il periodo di questa guerra, di quell'immenso e sanguinoso tumulto civile. Poiché i resti di una delle due parti in campo si erano ridotti a brandelli trascurabili. Gli Ateniesi, come già da tempo avevano stabilito, tolsero le ancore per la Sicilia e affiancati dagli amici di laggiù, aprirono le ostilità.

 

49. Frattanto le truppe ateniesi stanziate a Naupatto e gli Acarnani diressero, sul finire dell'estate, una spedizione contro Anattorio, un centro Corinzio situato all'imboccatura del golfo di Ambracia e lo occuparono con il tradimento. Espulsi i Corinzi, vi si stabilirono come coloni gli Acarnani provenienti da ogni contrada del loro paese. Intanto finiva l'estate.

 

50. Nell'inverno seguente Aristide figlio di Archippo, stratego di una delle navi spedite dagli Ateniesi in missione per la raccolta dei contributi imposti agii alleati, sorprende Artaferne, personalità persiana in viaggio verso Sparta per conto del Re, a Eone, una cittadina sulle rive dello Strimone. Quando fu condotto ad Atene gli Ateniesi fecero tradurre per iscritto dalla lingua assira e quindi lessero il messaggio che quello recava con sé. Vi si trattavano molti argomenti, ma il principale era un appunto che il re muoveva agli Spartani: i loro propositi non gli riuscivano affatto chiari. Si erano susseguite varie missioni diplomatiche, ma nessuna che concordasse con le altre sui punti da trattare. Se ora si erano decisi a esprimersi in termini un po' più comprensibili; facessero scortare da un'ambasceria, diretta alla capitale del regno, questo suo emissario persiano. Artaferne fu fatto accompagnare in seguito con una trireme e con un'ambasceria a Efeso. Ma quando gli agenti ateniesi seppero laggiù della morte di Artaserse figlio di Serse, accaduta da poco (s'era spento infatti proprio in quell'anno) decisero l'immediato rientro.

 

51. Nello stesso inverno, inoltre, i Chii atterrarono il loro muro nuovo su ordine degli Ateniesi che dubitavano di qualche intrigo a proprio danno: sebbene, nei limiti delle loro possibilità, i Chii avessero concordato con gli Ateniesi, sulla base di una precisa assicurazione, che nessun attentato politico sarebbe stato posto in atto contro la sovranità del proprio paese. E spirava anche quest'inverno, e volgeva al termine con esso il settimo anno di questa guerra che Tucidide narrò.

 

52. Proprio al sorgere dell'estate si verificò un'eclissi parziale di sole, subito all'inizio del mese, e nella prima decade del mese si ebbe una scossa di terremoto. I profughi di Mitilene e delle altre località di Lesbo, dopo avere assoldato reparti di mercenari dal Peloponneso e altri concentrati sul posto per lo più dalle basi del continente mossero contro Reteo e l'occuparono. Ma avendo pattuito un riscatto di duemila stateri di Focea la restituirono, senza torcere un capello agli abitanti. Da qui puntarono su Antandro e, favoriti da un tradimento, vi penetrarono da padroni. Intendevano affrancare principalmente Antandro, poi le altre città denominate Attee che mentre costituivano prima un protettorato di Mitilene, ora erano sottoposte al dominio ateniese. Inoltre, il possesso di questa località (molto opportuno per l'allestimento di navi e di altre attrezzature belliche, per la sua ricchezza di legname e la vicinanza del monte Ida) avrebbe rese più comode e sicure le spedizioni contro Lesbo, assai prossima, per devastarne i territori e per soggiogare le cittadine eoliche del continente. Quindi, come prevedevano i loro piani, gli esiliati di Mitilene si occupavano di questi preparativi.

 

53. Nella stessa estate, con una squadra di sessanta navi gli Ateniesi forti di duemila opliti e di uno scarso contingente di cavalleria fecero una spedizione contro Citera. Degli alleati mobilitarono pochi reparti di Milesi e alcuni corpi di diversa provenienza. Li dirigevano gli strateghi Nicia figlio di Nicerato, Nicostrato figlio di Diitrefo e Autocle, figlio di Tolmeo. Citera è un'isola sita di fronte alla Laconia, presso il capo Malea. Gli isolani sono Lacedemoni della classe dei perieci. Il potere era esercitato dal Citerodìce, un'autorità che passava sull'isola da Sparta ogni anno. Inoltre gli Spartani vi dislocavano sempre una guarnigione di opliti ed avevano molto a cuore questo lembo di terra di cui si servivano come scalo per il traffico mercantile in partenza dai porti dell'Egitto e della Libia; al tempo stesso era un valido argine alle incursioni dei pirati contro le località della Laconia rivolte al mare, l'unica parte di quella regione che poteva essere vittima dei loro assalti. Poiché, in tutta la sua estensione, l'isola si protende verso il mare di Sicilia e di Creta.

 

54. Gli Ateniesi con la loro armata approdarono all'isola e con dieci navi, impiegando una colonna di duemila opliti milesi occuparono la città di nome Scandia, ubicata sulla costa. Gli altri reparti presero terra sulla spiaggia dell'isola orientata verso il promontorio Malea: di lì iniziarono la marcia verso la città dei Citeresi, che non sorge sul mare. Si trovarono subito di fronte i cittadini schierati in campo con gli effettivi al completo, già in ordine di battaglia. Divampato lo scontro i Citeresi resistettero per poco all'urto nemico, poi volgendo le spalle cercarono riparo nella città sita all'interno, e in seguito scesero a trattative con Nicia e i colleghi di comando, disposti ad arrendersi a discrezione pur di conservare la vita. Già in precedenza s'era parlato di una consegna della città, tra Nicia e alcuni personaggi di Citera: circostanza che consentì discussioni assai più spedite e accordi più umani, sia per regolare i rapporti immediati, sia in vista dell'avvenire. In altro caso, gli Ateniesi avrebbero proceduto alla deportazione dei Citeresi, che erano una gente spartana ed erano stanziati su un'isola tanto prossima alla Laconia. Stretta la convenzione gli Ateniesi entrarono in Scandia, la minuscola città che sorge sul porto e, dopo avervi disposto un contingente a presidio di Citera toccarono veleggiando Asinio, Eli e la maggior parte delle località costiere. Effettuando sbarchi e bivaccando nei punti richiesti dai particolari momenti strategici si dedicarono per circa sette giorni al saccheggio di quel paese.

 

55. Gli Spartani, vedendo che gli Ateniesi occupavano Citera trasformandola in una loro base, preoccupati per la possibilità che sbarchi di questo genere potessero operarsi anche contro le proprie coste, non schierarono mai su un unico caposaldo tutte le loro forze armate, ma seguendo il criterio dell'opportunità strategica distribuirono sul territorio nazionale un'ampia rete di presidi, mobilitando un numero considerevole di milizie oplitiche. Vigeva in tutto il paese lo stato di all'erta. Li angustiava il sospetto di un criminoso tentativo di sovversione contro l'ordine politico costituito, dopo il serio e folgorante colpo di Sfacteria, mentre il nemico era padrone di Pilo e di Citera e la morsa della guerra tendeva a serrarli con imprevedibile rapidità. Sicché istituirono un nuovo corso nelle loro concezioni militari, creando un corpo di quattrocento cavalieri e d'arcieri. Le loro mosse tattiche raddoppiarono in prudenza: si sentivano vincolati ormai ad una lotta sul mare, in contrasto con i tradizionali principi cui erano venuti informando il proprio apparato bellico: e contro di loro s'ergeva in armi Atene, cioè uomini per cui ritrarre la mano da una prova significava ogni volta mancare a un preciso dovere: osare sempre e sperare in un fausto successo. Inquietudine più ombrosa, alla riflessione dei ripetuti colpi inferti dal destino al loro popolo, in breve arco di tempo, oltre ogni logica aspettativa. Trepidavano al pensiero che il caso potesse vibrar loro una percossa bruciante come a Sfacteria. Stati d'animo che snervavano il loro impeto a battersi; e così avvertivano in ogni passo avanti il rischio di perdere l'equilibrio; non gustavano da antico tempo il sapore della disfatta e perciò il loro animo aveva smarrito la fiduciosa coscienza del suo stesso valore.

 

56. Allora, contro gli Ateniesi che proseguivano il saccheggio delle località costiere, preferivano quasi sempre non aprire le ostilità, qualunque fosse il presidio scelto come obiettivo dello sbarco nemico. Era il paralizzante effetto di quella loro crisi morale e di una convinzione ostinata: di trovarsi cioè di volta in volta, numericamente inferiori. Si verificò un isolato episodio di resistenza armata: un presidio reagì nei pressi di Cotirtia e Afrodisia e con un assalto seminò il terrore tra alcuni reparti di fanteria leggera che procedevano in ordine sparso. Ma sottentrarono subito gli opliti a parare il colpo e quelli ripiegarono. Pochi uomini rimasero sul terreno, e furono subito spogliati delle armi. Eretto un trofeo gli Ateniesi rientrarono veleggiando a Citera. Ne ripartirono con le navi e doppiando il promontorio Malea comparvero a Epidauro Limera e dopo aver saccheggiato parte delle campagne si presentarono a Tirea, un centro del territorio chiamato Cinuria, al confine tra l'Argolide e la Laconia. Gli Spartani, che ne erano padroni, l'avevano concessa affinché vi abitassero ai profughi di Egina, memori non solo dei benefici che ne avevano ricevuti in occasione del terremoto e della rivolta degli Iloti, ma anche della loro aperta simpatia per la politica di Sparta, incurante della circostanza che gli Ateniesi tenevano suddita Egina.

 

57. Mentre la squadra ateniese era ancora in navigazione verso di loro, gli Egineti disertarono il caposaldo che proprio in quei giorni si trovavano ad approntare sulla spiaggia e si ritirarono verso l'interno, nella città che era la loro sede e che sorgeva a circa dieci stadi dal mare. Una sola guarnigione tra quelle dislocate in quel paese cooperava alla fabbrica del baluardo. Ma i suoi componenti non si dichiararono disposti a seguire gli Egineti nel riparo della cerchia muraria: consideravano troppo rischioso chiudersi nella cinta. Guadagnarono le colline e ritenendosi impari alle forze nemiche non tentavano offesa di sorta. Nel frattempo gli Ateniesi presero terra, e muovendo subito con l'intera armata investirono Tirea. Bruciarono la città, misero a sacco le sue case, condussero con sé ad Atene gli Egineti che non avevano ucciso negli scontri; cadde in mano ateniese, ferito ma vivo, anche Tantalo, figlio di Patrocle, un'autorità spartana presente a Tirea al momento dell'attacco. Inoltre, gli Ateniesi portarono con sé anche un certo numero, non alto, di cittadini citeresi, cui ragioni di sicurezza suggerivano di far cambiare aria. Si decise il loro trasferimento alle isole, mentre gli altri abitanti di Citera conservavano la propria sede ma si impegnavano a versare un tributo annuo di quattro talenti. Tutti gli Egineti catturati dovevano morire, traditi dal loro antico e inesausto odio contro Atene. Per Tantalo si decise la prigionia insieme agli altri Spartani che avevano ceduto le armi a Sfacteria.

 

58. Nel corso della stessa estate in Sicilia gli uomini di Camarina e di Gela furono i primi a stilare una convenzione bilaterale di pace. In un secondo tempo si tenne a Gela un vertice degli altri stati della Sicilia alla presenza degli ambasciatori provenienti da ogni città. Si riunì un congresso, si vagliarono le ipotesi di accordo, si tentarono le strade per giungere a una tregua. Si successero numerosi interventi, parte favorevoli parte contrari alle proposte di pace, mentre raddoppiavano i dissidi e i reclami da parte di chi si riteneva offeso o danneggiato in qualche proprio diritto. Alla fine Ermocrate, figlio di Ermone, cittadino di Siracusa, destinato a raccogliere il più concorde plauso, comparve davanti all'assemblea riunita ed espresse queste ragioni:

 

59. «La città nel cui nome mi accingo a parlarvi, uomini di Sicilia, non è la meno potente: e più fra tutte resiste al logorio della guerra. Dunque esporrò a questo pubblico consesso la linea politica che mi pare più densa di promesse per l'avvenire dell'intera Sicilia. La guerra è un male: i suoi danni vi sono noti. È quindi inutile che mi dilunghi a rammentarvene i sacrifici; sono già un patrimonio d'esperienza per voi. Nessuno è spronato a impugnare le armi dall'ignoranza dell'alto prezzo di sangue che esigono, né lo convince a riporle il timore, quando balena nei suoi progetti la speranza di un acquisto. Accade invece che all'aggressore paiano più fruttuosi i profitti, delle privazioni cui s'espone; sull'altro fronte, chi si difende è più disposto ad imboccare il sentiero di un conflitto, irto di pericoli, che a curvare il capo a un'offesa immediata. Ma nel momento in cui queste politiche si rivelano ugualmente dannose, allora i suggerimenti e gli sforzi per riottenere la pace acquistano più decisiva efficacia. Se ce ne convinceremo nelle attuali circostanze, gli interessi comuni ne trarranno un beneficio notevole. Noi tutti abbiamo peccato di particolarismo e siamo giunti alla guerra per regolare al meglio ciascuno le proprie convenienze. Ora, con il dibattito, cerchiamo di approdare a un'intesa e se si rivelerà inattuabile un accordo che soddisfi equamente le singole pretese, ebbene riprenderemo le armi.

 

60. «Ora dunque bisogna comprendere, se facciamo appello alla ragione, che la conferenza qui raccolta non deve avere sul tappeto polemiche d'interesse privato. A mio avviso, la rete ateniese minaccia di avviluppare l'intera Sicilia. Occorre discutere se c'è ancora tempo per scioglierla da questa trama. La questione ateniese deve essere un monito ben più severo e urgente all'interna armonia di quanto possono le mie parole. Costoro non solo rappresentano in Grecia la potenza principale, ma anche qui da noi, in Sicilia allungano l'occhio a spiare, con una piccola flotta, i nostri passi falsi. Attenti alle proprie opportunità manovrano con quel loro scaltro stile politico, protetti dallo schermo legittimo di un'alleanza, una forza che per tradizione e natura dovrebbe essere loro ostile. Se ci assumiamo noi stessi il compito di sollevare una guerra spingendoli a intervenire - uomini che non hanno bisogno di troppi colpi di sprone per presentarsi in armi - se non solo ci distruggiamo a spese nostre, ma tracciamo loro, piana e dritta, la via del dominio aspetteranno con ansia di vederci all'ultimo stadio dello sfinimento, come è ragionevole temere, e compariranno allora con una flotta più potente, bramosi di soggiogare tutta la nostra Sicilia.

 

61. «Invece se ci guida la prudenza, occorrerebbe ampliare la sfera di intese politico-militari e imbarcarci in operazioni rischiose più per conquistare ciascuno al proprio paese possessi esterni, che per sacrificarne il patrimonio attuale. E dovete convincervi che la discordia è il più mortale nemico per le città e per tutta la Sicilia e riflettere sul fatto che noi, quanti vi risiedono, mentre incombe lo spettro di un attacco nemico coltiviamo imperterriti, città contro città, le nostre discordie. È indispensabile prendere coscienza di questa realtà. Cadano vertenze tra uomo e uomo, tra città e città. Associamo le nostre forze in un impeto concorde, per restituire sicura la Sicilia. A nessuno sorga il pensiero che la guerra contro Atene coinvolge solo quelli tra noi che appartengono al ceppo dorico, mentre gli uomini di Calcide possono tenersi tranquilli fuori dalla mischia, fiduciosi nella loro affinità con gli Ioni. Si oppongono qui due stirpi, ma l'artiglio di Atene non vuol offendere, vibrato dall'odio razziale, una di esse; minaccia in blocco gli averi della Sicilia, le nostre comuni fortune. Proprio ora si sono smascherati in occasione dell'appello che i coloni di origine calcidese hanno loro rivolto. Costoro non si erano mai attenuti ai loro concreti obblighi di alleanza, ma sono stati ben pronti e lieti gli Ateniesi a superare di slancio perfino il proprio dovere, quale, alla lettera, gli articoli del patto esigevano. Capisco benissimo e giustifico questi ardori ateniesi e l'accortezza che li governa e non mi scaglio contro chi aspira all'impero, ma contro chi è troppo supino a lasciarselo imporre. Poiché è universale e perenne impulso nell'uomo dominare chi si piega, e difendersi dall'oppressore. È in colpa chi tra noi, conscio di tali principi, non provvede in tempo a misure adeguate di protezione ed è forse qui convenuto recando in sé un errore di fondo se non è convinto che il nostro problema capitale è di porre riparo, con i mezzi più fidati e in armonia d'intenti all'abisso in cui stiamo tutti per affondare. Certo un sollecito accordo tra noi significherebbe un enorme passo avanti, verso la libertà da quest'incubo: poiché le basi avanzate ateniesi non si trovano certo nei propri confini, ma in quelli di coloro che ne hanno invocato la presenza. Impiegando questo rimedio non occorrerà un nuovo conflitto per risolvere il precedente: con la pace i dissidi si sciolgono senza postumi dolorosi e chi ha sfruttato una richiesta di aiuto per ammantare di decoro una passione immorale di dominio, è pregato ora, con un onestissimo motivo, di ritirare le mani e prendere la strada di casa.

 

62. «Riguardo agli Ateniesi, è tale il profitto che si ricava da una deliberazione ponderata. Se, a giudizio di tutti, la pace è la fortuna più preziosa, perché non dovremmo anche noi imporla, nei nostri rapporti interni? O non vi volete convincere che se uno possiede un vantaggio da custodire, e su un secondo s'addensa l'ombra di un infortunio da sventare, è la pace, non la guerra, la condizione migliore per consentire al primo di difendersi e all'altro di liberarsi? E che la pace offre meno rischiose occasioni di prestigio e di gesti magnifici? E quanti diversi privilegi potrebbero, a ricordarli, fornire sostanza a discorsi interminabili, come, purtroppo, le miserie e gli orrori della guerra? Sono queste le riflessioni da approfondire, senza irridere alle mie parole, di cui piuttosto ciascuno si avvalga come di un tempestivo avviso, per provvedere in tempo alla propria sicurezza. E se qualcuno confida saldamente in se stesso, nella giustizia delle proprie ragioni e nella forza che stima di possedere, badi a non subire una delusione cocente; sappia di molti che s'avventarono a vendicare una offesa patita e di altri che, ben temprati giurarono a se stessi di riuscire in una conquista; e i primi non solo fallirono il colpo vendicatore, ma neppure sfuggirono alla catastrofe, mentre agli altri, in luogo di un guadagno toccò la perdita del proprio. Il giusto motivo di una vendetta non ne garantisce anche il successo finale, solo per il fatto che è la replica a una percossa illegalmente inferta; e la potenza non assicura il trionfo, anche se l'accompagna la speranza. Domina sempre il fattore incalcolabile del futuro: ma questa incertezza, la più illusoria tra tutte, può divenire anche l'elemento più utile. Poiché l'impero universale del previdente timore ci ispira, nelle relazioni con gli stati stranieri, una politica più prudente.

 

63. «Ora, sotto l'influsso di questa duplice cosciente inquietudine, per il futuro indecifrabile, sorgente sempre viva di ansie, e per la reale allarmante presenza degli Ateniesi, e ormai convinti, in relazione al disinganno di molti tra noi nei loro progetti, che bastarono questi scogli a frantumare i sogni e le ambizioni di grandezza da ciascuno coltivati, respingiamo il nemico dalla nostra terra, ove ha posto piede. Abbracciamo il partito migliore, una pace stabile nel tempo: se non si può giungere a tanto, firmiamo tra noi un armistizio, il più duraturo possibile, o rimandiamo a più opportune occasioni le vertenze particolari. Seguendo il mio consiglio, dovete persuadervi, abiteremo ciascuno una città libera e contrapporremo a chiunque, amico o ostile, in virtù della nostra sovrana indipendenza e su basi di parità, un'adeguata e gagliarda replica. Ma se, non confidando in questi argomenti, pieghiamo il capo ad altri, non sarà più questione di voler punire un eventuale aggressore. Ci potremo dire felici, se solo ci si imporrà l'obbligo di stringerci in amicizia con gli avversari più odiosi e di alzare le armi contro chi meno dovremmo.

 

64. «E io che, come ho già detto all'inizio, parlo in nome della città più potente, e che mi sento più pronto ad assalire che a difendermi, prevedendone gli effetti, giudico più proficua una politica riflessiva, aperta anche a qualche concessione. Irrigidirsi contro il nemico è una follia, cui segue un danno anche più grave. Non vibro a una frenesia dissennata di vittoria, che mi inculchi la convinzione di poter egualmente disciplinare il mio personale volere e il corso della fortuna, su cui non vale il mio freno. Quando s'impone una rinuncia, mi fletto e l'accolgo. Ebbene proclamo che secondo giustizia il mio contegno deve essere modello per tutti, che dobbiamo adattarci a qualche sacrificio tra noi per non favorirne il nemico. Non è vergogna per uomini che abitano la stessa patria scendere a qualche concessione reciproca, Dori a Dori, Calcidesi a quelli dello stesso ceppo e, in complesso, tra genti vicine che abitano il medesimo suolo, lambito dal mare e distinto da un unico nome di popolo: Sicelioti. Combatteremo, io credo, e ricorreremo alla pace quando sarà opportuno, ma sempre tra noi, appellandoci a trattati che noi soli riguardino. Stringiamoci compatti sempre a far barriera, se siamo ragionevoli, contro genti straniere che si avanzino con propositi aggressivi. Poiché sappiamo che una perdita inflitta ai singoli è ogni volta un pericolo per il fronte comune. Così non sentiremo più l'urgenza d'invitare dall'estero alleati e intermediari di pace. Con questa politica, oltre a non privare la Sicilia, nelle circostanze attuali, di due fruttuosi risultati, la liberazione dalla minaccia ateniese, e dalla lotta interna, potremo in seguito godere quest'isola in assoluta autonomia, tra noi, senza il terrore costante di un agguato straniero.»

 

65. Ermocrate, con un discorso sostanzialmente così concepito convinse i Sicelioti a stilare una convenzione, relativa unicamente a se stessi, che contemplava la cessazione delle ostilità e assicurava a ciascuno il godimento dei propri possessi. Ai Camarinesi restava Morgantina dietro il versamento di una somma pattuita ai Siracusani che la cedevano. Gli alleati di Atene convocarono l'alto comando ateniese dichiarando che si sarebbero allineati con gli altri nel nuovo ordine di pace i cui trattati avrebbero incluso anche Atene. Ottenuto il loro consenso stipularono l'accordo. Dopo questi eventi le navi ateniesi presero il mare per rimpatriare. All'arrivo degli strateghi gli Ateniesi rimasti in città ne condannarono due all'esilio, Pitodoro e Sofocle, il terzo, Eurimedonte, a una multa. Secondo loro sarebbe stato possibile sottomettere i centri della Sicilia, se gli strateghi non si fossero lasciati sedurre dall'oro. La fortuna che, almeno in quei momenti, gonfiava le vele di Atene, appannava le loro menti: un possibile ostacolo era sogno, ogni operazione doveva essere diretta a buon termine, senza curarsi se fosse umanamente possibile o troppo arrischiata, se si fosse con mezzi adeguati preparato il terreno o si procedesse così, all'avventura. Ne erano responsabili i clamorosi trionfi che sorprendendoli avevano dato ali alle loro speranze.

 

66. In quella stessa estate i Megaresi che vivevano in città prostrati sia dalla guerra con gli Ateniesi che invariabilmente ogni anno irrompevano a due riprese nella loro terra con l'armata al completo, sia dai propri concittadini, profughi di Peghe, che ai tempi dei tumulti popolari erano stati scacciati dal partito democratico e si facevano pesantemente sentire con la loro attività di predoni, incominciarono a scambiarsi i pareri sull'opportunità di riaprire le porte ai fuoriusciti, per allontanare dalla città lo spettro di un disastroso attacco su due fronti. Gli amici degli esuli, cui anche erano approdate queste voci, insistevano più scopertamente di prima affinché ci si attenesse a questo proposito. I capi del partito popolare, sicuri che per le privazioni sofferte il popolo non avrebbe più a lungo avuto la energia per sostenere al loro fianco la lotta, cercarono di mettersi in contatto, ormai preda dell'ansia, con gli strateghi ateniesi. Ippocrate figlio di Arifrone e Demostene figlio di Alcistene. Intendevano consegnare la città, pensando che fosse in fondo un rischio meno grave di quello comportato dal rimpatrio di quegli uomini che essi stessi avevano allontanato. L'intesa previde innanzitutto la cessione delle lunghe mura agli Ateniesi (esse congiungevano con un percorso di otto stadi la città al loro porto, Nisea). Si impediva in questo modo un'azione di soccorso dei Peloponnesi da Nisea, dove vigilavano con un presidio composto di propri soldati per tenere d'occhio Megara. In una fase successiva, i popolari avrebbero tentato di far capitolare la città alta: quando avessero avuto in pugno le mura, questa resa si sarebbe ottenuta molto più facilmente.

 

67. Quando gli impegni verbali e l'organizzazione pratica del colpo furono conclusi da una parte e dall'altra, gli Ateniesi, attesa la notte, passarono sull'isola megarese di Minoa, in numero di seicento opliti agli ordini di Ippocrate e si acquattarono nella cava da cui si traeva l'argilla per i mattoni e che non era molto lontana. Un secondo reparto, diretto dall'altro stratego Demostene, e costituito da Plateesi di leggera armatura e da altre truppe di peripoli si imboscò presso il tempio di Enialio, ancor più vicino alle mura. Per quella notte nessuno ebbe sentore delle manovre che si svolgevano così vicine, tranne quelli cui le notizie dell'azione stavano particolarmente a cuore. Poco prima dell'alba quei Megaresi che si preparavano a tradire la città misero in opera questo espediente. Si erano già dati d'attorno per ottenere l'apertura delle porte murali e da qualche tempo da quando avevamo corrotto il comandante della guarnigione coperti dall'oscurità erano soliti farsi aprire caricare su un veicolo un battello a doppio remo, all'uso dei pirati, scavalcare la fossa guadagnare la spiaggia e di lì salpare, prima che sorgesse il sole si presentavano con lo stesso carico alle porte delle mura e lo introducevano all'interno. Scopo dichiarato di questo andirivieni era di lasciare sgombro di imbarcazioni il porto, con la speranza di rendere meno rigoroso il blocco delle navi ateniesi da Minoa. Dunque anche allora il carro era giunto alle porte che, secondo il solito, si erano spalancate per accoglierlo. Gli Ateniesi avvistarono quel traffico e (tutto si svolgeva secondo gli accordi) si slanciarono dai propri nascondigli decisi a prevenire la chiusura delle porte e a sfruttare quelle frazioni di tempo in cui il carro le ingombrava, impedendo di accostarle con mossa tempestiva. Intanto i complici Megaresi pensavano ad eliminare le guardie dalle mura. Avanti a tutti penetrarono correndo i Plateesi e i peripoli di Demostene, nel punto dove oggi sorge il trofeo e, appena dentro le mura, accesero la mischia (l'allarme trapelò ai Peloponnesi più vicini). I Plateesi travolsero il reparto accorso a tamponare la falla e permisero agli opliti sopraggiunti di introdursi con tutto comodo.

 

68. In seguito, anche gli Ateniesi, man mano che affluivano dall'apertura puntavano sul muro. In una fase iniziale, pochi soldati della guarnigione peloponnesia si schierarono a difesa; alcuni caddero, i più fuggirono, atterriti dall'attacco notturno dei nemici e vedendo combattere anche i Megaresi che avevano tradito pensarono di aver ormai contro tutta la cittadinanza di Megara, votata al tradimento. Si aggiunse la circostanza che l'araldo ateniese spontaneamente, bandì che chiunque tra i Megaresi volendo, poteva unire le proprie armi agli Ateniesi. Questo proclama fugò ogni esitazione dei Peloponnesi: certi che si trattasse di un'azione congiunta, si precipitarono a Nisea. All'alba la conquista delle mura era conclusa e in città i Megaresi erano in fermento. Gli uomini d'accordo con gli Ateniesi, e il resto del partito popolare che era al corrente dell'intesa segreta sostenevano la necessità di spalancare le porte e uscire a battersi in campo aperto. C'era un accordo: quando le porte fossero aperte gli Ateniesi dovevano irrompere in città. I loro partigiani si sarebbero fatti conoscere spalmandosi d'aglio, per essere risparmiati negli scontri. Si sentivano più baldanzosi nel caldeggiare l'apertura delle porte poiché, in ossequio agli articoli del patto, si erano già presentati da Eleusi quattromila opliti Ateniesi e seicento cavalieri che avevano marciato durante la notte. Dopo che i popolari si furono riuniti e si assiepavano presso le porte, uno che era a parte della congiura ne avvertì l'altra fazione cittadina. Costoro si raccolsero e puntarono in massa sugli avversari: dichiararono che la sortita era impossibile (neppure prima, quando erano più forti, avevano mai avuto tanto ardire), e non era permesso spingere la città sull'orlo di un disastro così evidente. Se qualcuno era di opposto avviso, avrebbero parlato lì subito le armi. Tuttavia non rivelarono di conoscere la trama. Si ostinavano a dire che era quello il partito migliore, e lo appoggiavano. Ma frattanto montavano la guardia alle porte, sicché a quegli uomini non riuscì il complotto che avevano organizzato.

 

69. Gli strateghi ateniesi, quando si avvidero che qualche intralcio era nato e non sarebbero più stati in grado di espugnare la città a viva forza, accelerarono innanzitutto le operazioni di blocco intorno a Nisea calcolando che con una tempestiva presa della località, anteriore all'arrivo di truppe di rinforzo, anche Megara avrebbe più rapidamente ceduto le armi (in poche battute erano giunti da Atene l'attrezzatura di ferro, gli scalpellini, e tutto l'occorrente). Gli strateghi cominciarono il lavoro dalle lunghe mura, già sotto controllo: bloccarono il corridoio verso Megara con l'erezione tra le due cinte, di un baluardo trasversale, a partire dal quale, da una parte e dall'altra di Nisea, condussero fino al mare un fossato e un muro. Il lavoro era stato distribuito tra i vari reparti: utilizzando pietre e mattoni del sobborgo, e con il taglio degli alberi e di un bosco si piantavano palizzate dove c'era necessità. Inoltre, le abitazioni del sobborgo, una volta guarnite di merli, servivano da veri e propri fortilizi. La fatica ateniese si pro trasse per tutto quel giorno. Il giorno seguente, al tramonto, il muro era quasi completato. Lo spavento s'impadronì della guarnigione rinchiusa a Nisea, sia per la scarsità di vettovaglie (provvedevano di giorno in giorno dalla città alta) sia, principalmente, per la sfiducia in un celere soccorso dei rinforzi Peloponnesi. Anche l'ostilità dei Megaresi sembrava solidamente provata. Insomma si accordarono con gli Ateniesi per il riscatto di ogni cittadino dietro versamento di una quota pattuita, e per la consegna delle armi. A discrezione degli Ateniesi gli Spartani - comandante e truppe - con loro bloccati. Confermata l'intesa, uscirono da Nisea. Gli Ateniesi, dopo aver atterrato le lunghe mura a partire dalla cerchia di Megara, si istallarono a Nisea occupandosi dei nuovi preparativi. |[continua]|

 

|[LIBRO IV, 3]|

 

 

70. In quei giorni Brasida figlio di Tellide spartano, si trovava nei dintorni di Sicione e di Corinto e pensava ad organizzare una spedizione contro la Tracia. Quando seppe che le lunghe mura erano in mano nemica, in ansia per i Peloponnesi asserragliati a Nisea e, soprattutto, temendo per la sorte di Megara, spedì un corriere ai Beoti con l'ordine di muovere incontro a lui con tutta l'armata, a tappe forzate, a Tripodisco (sorge nella Megaride un villaggio che porta questo nome, alle pendici del gruppo montuoso della Gerania). Egli vi puntò con duemilasettecento opliti di Corinto, quattrocento di Fliunte, seicento di Sicione e con tutte le proprie milizie, quante erario state raccolte, convinto di poter giungere a Nisea prima che il nemico la prendesse. Quando seppe la verità (era notte quando aveva avviato la marcia verso Tripodisco) con trecento soldati scelti del suo esercito, prima che si spargesse la voce sul suo arrivo, si avvicinò alle mura di Megara, senza dar nell'occhio agli Ateniesi di vedetta sulla costa. Il suo disegno prevedeva un colpo di mano su Nisea (che avrebbe effettivamente operato, se gliene fosse offerta l'opportunità); ma l'obiettivo fondamentale era d'entrare in Megara e rafforzarla. Perciò chiedeva che gli si aprissero le porte con l'argomento che, a suo giudizio, c'era speranza di riprendersi Nisea.

 

71. I due partiti di Megara lasciarono cadere l'invito: gli uni temendo che Brasida introducesse i fuoriusciti e costringesse loro al bando, gli altri che questa stessa apprensione nutrita dai popolari li spronasse a un attacco contro di loro. E la lotta civile sarebbe stata una rovina per la città, con gli Ateniesi in agguato nei dintorni. Le due parti decisero di non arrischiare mosse, attendendo gli sviluppi. Speravano entrambi che gli Ateniesi e i Peloponnesi accorsi a contrastarli scendessero in campo tra loro: poiché sarebbe stato meno rischioso accostarsi ai vincitori, a seconda che la simpatia dettava. Così Brasida, visto vano il tentativo di persuasione, si ricongiunse al resto dell'armata.

 

72. Con le prime luci si presentarono i Beoti. Avevano già pensato, prima del messaggio di Brasida, a un intervento di soccorso in favore di Megara, punti sul vivo da questo episodio, come da un minaccioso avvertimento. Ed erano già giunti a Platea, con l'esercito al completo. Raddoppiò il loro slancio quando comparve il corriere: scelsero duemiladuecento opliti e seicento cavalieri con l'ordine di raggiungere Brasida, e con il nerbo dell'armata ripresero la via della patria. Ormai i ranghi erano al completo, non meno di seimila opliti pronti all'azione. Mentre le schiere degli opliti ateniesi si ordinavano intorno a Nisea e sulla spiaggia, e i reparti di fanteria leggera, in ordine sparso, occupavano la pianura, con uno scatto imprevedibile la cavalleria beota irruppe su quei fanti e li travolse fino al mare (fino a quel momento Megara non aveva mai goduto di un soccorso esterno). L'urto dei cavalieri ateniesi, volati al contrattacco, s'abbatté fulmineo: e la piana fu teatro di una grande battaglia di cavallerie, da cui uscirono entrambi fieri di non aver ceduto. Poiché gli Ateniesi avevano atterrato alcuni nemici, non molti, tra cui l'ipparco beota dopo averli premuti fin quasi alle mure di Nisea: e li avevano spogliati delle armi. In seguito, stipulata una breve tregua, restituirono queste salme di cui si erano impadroniti ed eressero un trofeo. Ma considerando l'azione in generale nessuno dei due combattenti aveva imposto una svolta risolutiva allo scontro: onde i Beoti si ritirarono presso il loro esercito e gli Ateniesi ripiegarono su Nisea.

 

73. Dopo questo evento, Brasida e l'armata si accostarono al mare e a Megara. Si appostarono in una località tatticamente favorevole, spiegandosi in ordine e attendendo le mosse avversarie. Prevedevano imminente l'attacco ateniese e sapevano che i Megaresi occhieggiavano ansiosi di conoscere l'esito del confronto. Condizione doppiamente vantaggiosa per sé. Infatti così ragionavano: intanto, non sarebbero stati loro a scatenare la lotta e a mostrare primi la volontà d'aprire quel rischioso duello. Ma d'esser pronti a battersi, quello sì, l'avevano fatto veder chiaro, a tutti: sicché in ogni caso era ragionevole assegnar loro la vittoria, senza sollevare la polvere della battaglia. Anche agli occhi dei Megaresi quello sarebbe stato un passo felice. Se infatti il loro arrivo non fosse stato osservato, non avrebbero più avuto scelta: la loro assenza equivaleva a una secca sconfitta e, alla perdita immediata della città. Ora poteva anche essere che gli Ateniesi stessi abbandonassero il campo mentre loro, senza lotta, avrebbero colto nel segno cui miravano. Come accadde: e i Megaresi si comportarono come era logico. Gli Ateniesi sfilarono dal campo, ordinando le schiere lungo le mura. Attendevano la prima mossa nemica, immobili. Anche i loro strateghi intanto calcolavano che un eventuale successo non equilibrava il rischio. Avevano già colto gli obiettivi più importanti. Rispondere alla sfida di un esercito più potente poteva anche significare la vittoria, e la conquista di Megara; ma la disfatta avrebbe preteso un prezzo troppo alto di sangue: i loro uomini, il fiore degli opliti, i migliori in tutta l'armata ateniese. Gli avversari invece com'era umano attendersi, potevano esser disposti a gettare nel crogiolo degli scontri solo pochi settori per volta dei reparti attualmente in campo. Dopo essersi fronteggiati per qualche tempo iniziarono per primi gli Ateniesi la ritirata verso Nisea, poi i Peloponnesi alle proprie basi. Allora a Brasida e ai comandanti delle altre città che ai loro occhi erano riusciti vincitori, poiché agli Ateniesi non era bastato l'animo di battersi, i partigiani megaresi dei profughi, tutti rinfrancati, non solo aprirono le porte, ma li accolsero in festa, tra l'accasciato smarrimento di quelli che con Atene s'erano compromessi. Poi, con Brasida e le altre personalità tennero consiglio.

 

74. Trascorso qualche tempo, quando le milizie alleate si sciolsero città per città, anche Brasida riprese la strada di Corinto, risoluto ad allestire la spedizione contro la Tracia, suo obiettivo originario. Tra i Megaresi rimasti in città, quando le truppe di Atene si misero in marcia verso la patria, coloro che avevano intrattenuto più scoperti e frequenti contatti con gli Ateniesi comprendendo d'essere ormai segnati, s'affrettarono a scomparire senza farsi troppo notare. Gli altri, di concerto con gli amici degli esuli fecero rientrare i concittadini da Pege impegnandosi solennemente e giurando di cancellare ogni traccia di rancore e di operare in avvenire per il benessere della città. Ma costoro, conquistato il potere, disposero subito una rassegna delle armi, a scopo ispettivo. Separarono in un certo intervallo i vari «lochi» e fecero una cernita di circa cento uomini, tra i loro avversari e quelli che parevano aver parteggiato con più calore per gli Ateniesi. Poi obbligarono il popolo, con votazione pubblica, a decidere il loro destino. Fu la condanna a morte, subito eseguita. L'ordine politico fu modellato su una rigida costituzione oligarchica. Questo regime, tra quelli nati da interne scosse e dal colpo rivoluzionario di un partito in netta minoranza, restò saldo per il periodo di tempo più lungo.

 

75. Nel corso di quell'estate, i Mitilenesi si accingevano a tradurre in opera il loro disegno di attrezzare Antandro come piazza fortificata. Quando si resero conto dei preparativi per mettere in funzione questa base, Demodoco e Aristeide, strateghi della squadra ateniese incaricata della raccolta tributaria, che veleggiavano nelle acque dell'Ellesponto (il loro collega Lamaco era entrato con dieci navi nel Ponto) si misero all'erta, temendo che ciò costituisse, come si era verificato di Anea nei confronti di Samo, una spina pericolosa nel fianco di Atene. Ad Anea i fuoriusciti di Samo avevano creato una base solidissima, da cui sostenevano la lotta armata dei Peloponnesi in quel mare con l'invio di piloti: inoltre alimentavano in Samo i focolai sovversivi e davano asilo ai profughi politici di quella città. Sicché gli Ateniesi, con il contributo alleato, adunarono un corpo da sbarco e puntarono su Antandro. Annientarono le milizie balzate fuori a contendere il passo da Antandro, e rioccuparono la forte posizione. Non trascorse molto tempo e Lamaco, che si era addentrato nelle acque del Ponto e aveva ancorato la squadra alla riva di Eraclea, alla bocca del fiume Calete, perse le navi per l'impeto improvviso della corrente, in tumulto per le abbondanti piogge di quei giorni. Egli però, con l'esercito, marciando per la strada di terra nel paese dei Traci di Bitinia stanziati proprio in Asia, oltremare, guadagnò Calcedone, una colonia di Megara all'ingresso del Ponto.

 

76. Nella stessa estate anche Demostene, stratego ateniese, giunse con quaranta navi alla base di Naupatto, subito dopo la ritirata dalla Megaride. Nei vari centri della Beozia operavano correnti politiche segretamente collegate a Demostene ed Ippocrate nell'intento di rovesciare l'attuale costituzione e di riorganizzarla su un modello democratico, ispirato a quello ateniese. Reggeva le fila del movimento rivoluzionario Pteodoro, un fuoriuscito di Tebe: si deve a lui la concezione di questo progetto operativo. Un gruppo di complici era destinato a consegnare Sife (una località del territorio tespiese sul golfo Criseo); un secondo, partendo da Orcomeno, avrebbe pensato a consegnare Cheronea, un centro tributario di Orcomeno, detto un tempo dei Mini, oggi dei Beoti. Gli esuli di Orcomeno erano i più entusiasti dell'impresa e avevano assoldato truppe anche dal Peloponneso. Cheronea è l'ultima località della Beozia, al confine con la Fanotide focese, e alcuni Focesi prendevano parte attiva al complotto. Gli Ateniesi si sarebbero dovuti occupare di Delio il santuario di Apollo nella Tanagria che guarda verso l'Eubea. Le varie azioni dovevano inoltre scattare a un giorno fissato in anticipo, per precorrere l'intervento in massa delle milizie beote in difesa di Delio, e per costringerle disperdendo le proprie forze a soffocare, nei diversi punti in cui divampavano simultanee, le fiamme della rivolta. Se la prova andava dritta al segno e Delio si cingeva di mura, si poteva guardare con fiducia all'avvenire: anche nel caso che nei singoli paesi della Beozia non si fossero subito realizzate trasformazioni radicali. L'ordine interno e le strutture politiche di quegli stati non si sarebbero conservate immobili, quando i partigiani di Atene disponessero dei loro punti strategicamente vitali, il territorio fosse offeso dagli episodi di guerriglia e a chiunque fosse accessibile, a breve distanza, un sicuro riparo. Col favore del tempo, e l'appoggio diretto degli Ateniesi agli insorti, mentre i governi beoti non potevano più contare sul sostegno di una massa militare compatta, si sperava di conferire al paese un volto politico moderno e adeguato alle nuove esigenze.

 

77. Così s'era organizzato il piano eversivo, Ippocrate, quando fosse scattato il momento opportuno, doveva personalmente muovere da Atene con le truppe stanziate in città contro i Beoti. A Demostene invece aveva assegnato il compito di precederlo con la squadra di quaranta navi a Naupatto per mobilitare un corpo di Acarnani e di altri alleati in quei luoghi, donde puntare con la flotta a Sife, di cui ci si aspettava la consegna per tradimento. S'era concordato il giorno in cui, contemporaneamente, operare in tutti i settori scelti. Quando Demostene approdò a Naupatto trovò che gli Eniadi erano stati costretti dalle forze coalizzate degli Acarnani a sottomettersi all'alleanza ateniese. Adunati tutti i reparti alleati che si trovavano laggiù, innanzitutto assalì Saluntio e gli Agrei imponendo loro l'intesa con Atene: poi pensò a farsi trovar pronto, in ogni particolare, quando fosse scoccata l'ora di comparire a Sife.

 

78. A quella stessa epoca dell'estate, Brasida era in marcia con millesettecento opliti verso le località della costa tracia. Dopo che giunse a Eraclea di Trachinia, mandò avanti un corriere ai simpatizzanti spartani di Farsalo con la richiesta di un lasciapassare per sé e per l'esercito. Riprese l'avanzata solo quando, a Melitea d'Acaia, giunsero ad incontrarlo Panero, Doro, Ippolochida, Torilao e Strofaco che era prosseno dei Calcidesi. Lo accompagnavano altri Tessali, tra i quali Niconida di Larisa, intimo di Perdicca. Poiché altrimenti, senza una guida, sarebbe stato difficilissimo attraversare la Tessaglia: specialmente per truppe in armi. Del resto, era caratteristico della mentalità greca guardare con sospetto chi varcava il confine del paese vicino senza averne richiesto e ottenuto il permesso. Inoltre quasi la totalità dei Tessali coltivava da sempre simpatie politiche per Atene. Sicché se i Tessali fossero governati non da un autoritario regime di principi, ma da uno basato sull'uguaglianza di fronte alle leggi, Brasida non avrebbe potuto muovere un passo in quel territorio. Lo conferma la circostanza che anche allora, durante la marcia, lo affrontarono alcuni che la pensavano in modo diverso da quelli della scorta: lo bloccarono sul fiume Enipeo e gli fecero minacciosamente notare l'irregolarità della sua posizione, dato che avanzava sprovvisto del consenso pubblico dei Tessali. Le sue guide chiarirono che contro il loro volere non sarebbe passato; ma s'era presentato senza preavviso, e in qualità di ospiti lo stavano scortando. Subentrò Brasida in persona, a insistere che i suoi sentimenti d'amicizia per il popolo tessalo e per loro erano intatti; la sua marcia era diretta contro il nemico ateniese, e mai le sue armi avrebbero offeso i Tessali, con cui, tra l'altro, gli Spartani intrattenevano relazioni molto cordiali: non vigeva certo il reciproco divieto di porre il piede sul suolo dei rispettivi paesi. Anche ora, se la loro volontà non lo permetteva, non avrebbe tentato di proseguire la marcia (già non l'avrebbe potuto): ma stimava ingiusto che gli sbarrassero il passo. Con questa risposta i Tessali si allontanarono. Brasida, su suggerimento delle guide, accelerò l'avanzata, senza soste, prima che un gruppo più consistente si raccogliesse a bloccargli la via. In quello stesso giorno, partito da Melitea, giunse a Farsalo e fece porre il campo sulle rive del fiume Apidano, di lì passò a Fachio e proseguendo, entrò nella Perrebia. Da questo punto le guide tessale iniziarono la marcia di ritorno; ma i Perrebi, tributari dei Tessali, lo fecero giungere a Dio, nel territorio governato da Perdicca. Sito alle pendici dell'Olimpo questo borgo è il primo della Macedonia sul confine della Tessaglia.

 

79. Con questa tattica Brasida riuscì ad attraversare di volo la Tessaglia, prima che si avesse il tempo di ostacolarlo e raggiunse Perdicca nella Calcidica. La spedizione di questa armata era frutto dell'appello rivolto ai Peloponnesi dai Traci della costa in urto con Perdicca ed Atene insofferenti del loro dominio e affranti dal timore che i continui successi ateniesi ispiravano loro. Anche i Calcidesi avevano fuso la loro voce a quella richiesta, ritenendo che gli Ateniesi si accingessero a piombare anzitutto sui loro centri abitati (anche le città vicine si erano unite segretamente all'invito, sebbene non avessero organizzato una vera e propria rivolta). Da ultimo s'era unito Perdicca che senza aprire le ostilità temeva anche da parte sua per le antiche divergenze che lo opponevano agli Ateniesi ma principalmente perché voleva soggiogare Arrabeo, monarca dei Lincesti. Gli insuccessi che tempestavano Sparta in quel delicato momento rese più facile per quelle genti ottenere la spedizione di un esercito dal Peloponneso.

 

80. Poiché la forza ateniese attanagliava il Peloponneso e particolarmente la regione degli Spartani, costoro speravano che l'arma più efficace per costringerli a lasciare la presa fosse la rappresaglia contro i loro alleati, attuata con la spedizione di un esercito: strategia suggerita anche alla circostanza che quelli di lassù si dicevano pronti a rifornire di provviste le truppe e anzi, pronti alla rivolta, li avevano già sollecitati ad intervenire. Inoltre Sparta desiderava utilizzare questo pretesto per liberarsi di una parte degli Iloti, per un po' di tempo, risoluta a troncare sul nascere ogni chimera rivoluzionaria, quale poteva balenare dalla presente crisi e dalla conquista nemica di Pilo. Anche preoccupati dalla furia irriflessiva degli Iloti e dalla loro potenza numerica (per lo più la politica spartana nei confronti di costoro era sempre stata una vicenda di misure preventive e repressive) escogitarono questo espediente: fecero pubblicamente dire che chiunque tra gli Iloti riteneva di aver acquistato, nelle passate guerre, i più alti meriti per la grandezza di Sparta presentasse i suoi titoli, che ad un esame eventualmente positivo potevano anche fruttargli la libertà. Era una prova, invece, per saggiarne gli intenti, e si aspettavano che sarebbe stato l'orgoglio a operare la scelta additando in coloro che via via eccitava a spingersi avanti con la pretesa d'esser uomini liberi, proprio i più risoluti a sfidare, quando s'offrisse il tempo propizio, la compagine dello stato. I prescelti furono circa duemila che incoronati fecero una visita a tutti i santuari della città, lieti d'avere acquistato la libertà. Non passò molto e gli altri, gli Spartani, ne cancellarono le tracce con diligenza così meticolosa che nessuno poté più indicare quale fosse stata, uomo per uomo, la fine di quegli Iloti. Così anche in quei momenti si sentirono sollevati spedendo a Brasida un corpo di settecento opliti iloti; gli altri erano reparti di ausiliari, assoldati e condotti da Brasida con sé dai paesi del Peloponneso.

 

81. Brasida esultò, onorato da quell'incarico che Sparta gli affidava (e che adempiva anche le aspettative più calorose dei Calcidesi). Uomo di polso, e tale lo si rispettava a Sparta, pronto e fermo: nulla lasciava imperfetto. Quando agì in paesi stranieri fu artefice insuperato di successi felici per Sparta. Rivelò subito nel suo comando un equilibrio e un'unità singolari che gli consentirono di staccare da Atene molte tra quelle genti, e altre di tenerle a segno con la conquista a tradimento dei fortilizi. Sicché non solo si coronò il desiderio spartano di una tregua come in effetti accadde, fondata sulla restituzione e lo scambio delle posizioni rispettivamente occupate, ma anche il Peloponneso respirò, un po' più sciolto dalla morsa bellica ateniese, Nelle fasi successive del conflitto, dopo gli avvenimenti di Sicilia, la dirittura morale di Brasida e le sue capacità impressero negli alleati ateniesi, sia in chi ne aveva tratta una personale esperienza, sia in chi per la pubblica voce se le prefigurava, una simpatia intensa per Sparta. Fu il primo Brasida tra gli Spartani, guidando all'estero una missione, a conquistarsi gloria d'uomo superiore di mente e di animo, a ogni prova: e a diffondere il seme al suo passaggio di una fiducia incrollabile, che anche gli altri, i suoi colleghi di Sparta, fossero simili a lui.

 

82. Quando dunque arrivò ad Atene l'informazione che ormai Brasida aveva raggiunto la costa tracia, gli Ateniesi dichiararono nemico Perdicca, ritenendolo il promotore di quel passaggio di Brasida sul territorio di Tracia, e raddoppiarono la vigilanza sugli alleati di lassù.

 

83. Perdicca, unite subito le forze dirette da Brasida alla propria armata, avanzò contro Arrabeo figlio di Bromero, sovrano dei Macedoni Lincesti, suo confinante. C'era ruggine antica fra loro, e Perdicca voleva piegarlo al suo servizio. Ma quando con l'armata e con Brasida stava per varcare le porte della Lincestide Brasida manifestò il desiderio di rimandare lo scoppio delle ostilità a dopo un incontro che si proponeva con Arrabeo e un tentativo di includerlo nella lega Spartana. D'altra parte, anche Arrabeo aveva avanzato una mossa, dichiarandosi per bocca di un araldo pronto a consegnarsi al giudizio imparziale di Brasida. E gli ambasciatori calcidesi, presenti alla spedizione, lo avvertivano di non sollevare troppo Perdicca dai rischiosi impegni che s'era voluto assumere, per disporre di lui più alacre, al momento giusto, per proteggere anche i loro interessi. Nello stesso tempo anche gli emissari di Perdicca a Sparta erano venuti sostenendo una tesi di questo tipo: che egli avrebbe costretto molte genti di quei luoghi a far lega con Sparta. Sicché a questo punto Brasida si convinse ancor più a fondo che l'ora richiedeva spassionata prudenza per sciogliere con Arrabeo, nel rispetto dei vantaggi comuni, quel suo nodo scabroso. Perdicca intanto tempestava che non aveva chiamato Brasida a dirimere da arbitro le sue pendenze: a polverizzare piuttosto i suoi nemici, quali in persona gli avrebbe indicato. Era un'enormità se Brasida si accordava con Arrabeo mentre lui, Perdicca gli manteneva mezzo esercito. Trascurando malumori e proteste Brasida ebbe un convegno con Arrabeo e, convinto dai suoi chiarimenti, ritirò l'armata senza aver fatto irruzione nel territorio. Perdicca si ritenne offeso: e in seguito fornì all'esercito non più la metà delle vettovaglie, ma un terzo.

 

84. In quella stessa estate Brasida, conducendo anche truppe calcidesi, a breve distanza di tempo investì Acanto, colonia degli Andri: s'era prossimi a vendemmiare. La cittadina ribolliva di polemiche: si contrastavano il partito di quelli che, d'intesa con gli uomini di Calcide, avevano invitato Brasida e la parte dei democratici, sull'opportunità di aprire le porte. Tuttavia la folla, in pensiero per l'uva ancora appesa alle viti per le campagne, si lasciò convincere dagli argomenti di Brasida a lasciare entrare lui solo, e a deliberare dopo avergli dato ascolto. Quindi egli salì sul palco e alla moltitudine (per essere Spartano la parola non gli faceva certo difetto) tenne il discorso seguente:

 

85. «Uomini di Acanto, la mia comparsa in armi alle vostre porte, decretata da Sparta, costituisce una verifica e una prova concreta dei suoi intenti, quali da noi, fin dallo scoppio del conflitto, furono pubblicamente espressi: battersi a fondo con gli Ateniesi per la libertà dei Greci! Nessuno ci getti in faccia il ritardo con cui ci presentiamo. Abbiamo valutato con troppa superficiale confidenza l'entità dello sforzo bellico che ci attendeva laggiù: perciò speravamo di annientare in un lampo gli Ateniesi facendo leva solo su noi stessi e risparmiandovi i sacrifici della guerra. E così oggi quando l'ora necessaria è scoccata, siamo qui giunti e con l'appoggio delle vostre forze ci studieremo di atterrare la loro potenza. Ma è una sorpresa per me la barriera delle vostre porte e mi è amara l'indifferenza che traspare dai vostri volti al mio arrivo: poiché era vivo in noi di Sparta l'auspicio di cogliervi, prima del nostro concreto arrivo, almeno moralmente disposti all'intesa con noi e, per essere franchi, si sperava una accoglienza a braccia aperte. Di qui il nostro pericolosissimo tragitto in terra straniera: molte tappe di marcia forzata. Eppure ci siamo prodigati con gioia. Ma se i vostri progetti prevedono qualche risoluzione diversa, anzi celate il calcolo di opporvi alla vostra stessa libertà e a quella dell'intera Grecia, allora non avete attenuanti. Qui non è in gioco solo il fatto che voi resistiate: ma più di un paese risponderà con un rifiuto alla mia presenza e al mio invito, inquieto e all'erta per il serio precedente del vostro diniego, di voi primo obiettivo del mio appello, cui sorride il vanto di una città degna di ogni rispetto e la stima di accortezza politica. E non disporrò di ragioni convincenti a giustificare la mia comparsa: si mormorerà che questa campagna si propone fini disonesti e non di liberazione; ovvero che la mia debolezza e l'incapacità di arginare l'assalto ateniese mi hanno spinto su queste strade. Ebbene, proprio contro quest'armata che ora dirigo, quando accorsi a proteggere Nisea, gli Ateniesi declinarono la sfida, sebbene più potenti di numero. Sicché non è ragionevole temere che, almeno per la via di mare, riescano a far affluire contro di voi una massa di combattenti pari di forza a quella dislocata nella loro base laggiù.

 

86. «Non mi animano propositi di sopraffazione: la mia venuta significa libertà per la Grecia. Ho vincolato il governo di Sparta con i giuramenti più solenni, nel senso che le genti convinte dalla mia personale opera all'alleanza resteranno sovrane di se stesse. Per questo noi Spartani non siamo qui per imporvi la nostra lega, con la violenza o l'inganno: piuttosto ad unire le nostre con le vostre armi contro la schiavitù ateniese. Perciò a pieno diritto pretendo: sfumi il sospetto che mi circonda, poiché, dovete convenire, offro le garanzie più ferme; cada la diffidenza sulla mia figura di difensore; e voi, con impeto sincero, unitevi e siate nostri. Se poi non basta a qualcuno l'animo a questo passo, e teme, forse per urti personali, che io consegni la città a qualche gruppo di potere, ebbene si rincuori, stia perfettamente sereno! Non sono qui venuto a sostenere torbidi faziosi: è ben ambigua, a mio giudizio, la libertà che v'imporrei, se scavalcando le tradizioni patrie adattassi ai molti un giogo oligarchico, o a una minoranza quello democratico. Una libertà che vi peserebbe più di un impero straniero. E a noi Spartani non toccherebbe la riconoscenza dovuta al nostro impegno; anzi un nembo d'accuse in luogo del prestigio e della gloria. Sarebbe un bel premio per noi: esposti alla pubblica denuncia di quelle colpe per punire le quali noi conduciamo senza respiro la lotta contro Atene! Anzi più gravi d'odio s'abbatterebbero su noi che su chi non usa, risoluto e aperto, proclamare al mondo la propria libera generosità. Impiegare la frode e lo scudo di onesti scopi per mascherare la propria ambizione infanga gente almeno che già dispone di un certo prestigio, più che la prepotenza scoperta: poiché questa t'assalta con il diritto della forza elargito dalla fortuna, quella, invece, con la sinistra rete di uno spirito vile.

 

87. «Ecco la radice della nostra attenta e scrupolosa politica, negli affari di più alta importanza. E oltre che sui giuramenti delle autorità spartane non potreste contare su una sicurezza più di questa degna d'ogni fiducia: voi trattate con uomini le cui azioni scrutate alla luce delle loro parole vi imprimono nell'anima, irresistibile, la convinzione che il vostro vantaggio è in armonia perfetta con quanto ho promesso. Ecco le mie proposte. Ma se vi faceste schermo della vostra impreparazione bellica, e pur tra cerimonie e complimentose proteste d'affetto pretendeste di liberarvi di noi, senza subire danno, accampando la scusa che la libertà è condizione di troppo rischio per voi è che è giusto farne dono a chi ha nerbo per accoglierla e disciplinarla, ma non sforzarvi chi non intende fruirne, io invoco a testimoni gli Dei e gli Eroi di questa terra che sebbene giunto per operare un bene non riesco a farmi ascoltare, onde con il fuoco e il ferro sul vostro paese tenterò di flettervi a viva forza. E non mi parrà di commettere un torto, anzi due ragioni decisive puntelleranno la razionale trasparenza della mia condotta. La prima concerne il lato spartano: che con tutte le vostre professioni di benevolenza, se rifiuterete di aderire all'intesa, non s'infligga un guasto a Sparta, in forza del tributo che andate versando nelle casse di Atene. La seconda riguarda il mondo greco: che la vostra ostinazione non faccia intoppo al processo di libertà in atto per tutte le genti. In caso diverso la nostra politica sarebbe priva di fondamenti logici: e non incomberebbe su noi di Sparta il dovere di affrancare chi s'oppone e recalcitra: ma urge il bene della causa comune. Non ci commuove la passione del dominio: piuttosto il tempestivo impegno a spezzare le ambizioni altrui. Saremmo in colpa con il complesso delle nazioni greche se noi, che rechiamo l'indipendenza a ogni stato, permettessimo a voi di sbarrare la strada. Inquadrate la questione in questi termini e traetene gli elementi per una savia scelta. Offrite primi il vostro braccio alla nuova lotta di liberazione cui la Grecia si accinge e imponete al mondo la vostra eredità di fama immortale. Come individui custodirete i vostri patrimoni e nel respiro possente e concorde della città unita conquisterete per lei il nobile serto di una gloria eccelsa.»

 

88. Fu tutto qui il discorso di Brasida. I cittadini di Acanto, dopo accese polemiche, interventi a favore e contrari, votarono a scrutinio segreto e la maggioranza, vinta dalla parola affascinante di Brasida e preoccupata per il raccolto, decretò la rivolta contro Atene. E dopo avergli fatto solennemente ripetere il giuramento che le autorità di Sparta avevano prestato prima d'inviarlo in missione, che cioè gli alleati tratti dalla sua parte avrebbero serbato la propria sovranità politica, aprirono le porte all'armata. Non trascorse molto e anche Stagiro, colonia degli Andri, si associò ai ribelli. Furono questi gli eventi di quell'estate.

 

89. Subito all'inizio del seguente inverno, siccome i centri della Beozia dovevano consegnarsi per tradimento a Ippocrate e Demostene, strateghi in carica di Atene, a Demostene si destinò il compito di accostarsi a Sife con la squadra navale; al collega, invece, di muovere a Delio. Ma intervenne un errore nel computo dei giorni entro i quali i due strateghi dovevano mettere in moto le truppe. Demostene prese il mare in anticipo e arrivò anzitempo a Sife, con gli Acarnani che aveva a bordo e molti degli alleati di quei luoghi: tentativo infruttuoso, poiché un tale Nicomaco, cittadino Focese di Fanoteo, aveva denunciato l'impresa, svelandola agli Spartani che a loro volta passarono voce ai Beoti. La resistenza armata di costoro fu celere e unanime (Ippocrate non aveva oltrepassato i confini e non infestava ancora la loro terra): Sife e Cheronea furono occupate in tempo utile. Quando gli artefici del complotto si resero conto dell'errore, si astennero dall'appiccare in ogni città la scintilla della rivoluzione.

 

90. Ippocrate, mobilitate in massa le forze ateniesi, cittadini meteci e quanti stranieri soggiornavano in città, arrivò in ritardo a Delio: quando ormai i Beoti si erano ritirati da Sife. Posto il campo, provvide alla fortificazione di Delio, il santuario di Apollo, con questa tecnica. Intorno al sacro recinto e al tempio fu scavato un fossato e col materiale di sterro le truppe ammontarono, come baluardo, un rialzo, conferendogli stabilità con graticci e pali piantati a breve intervalli. Tagliarono quindi una vigna che sorgeva intorno al tempio e la gettarono sull'argine, aggiungendovi pietrame e mattoni estratti dalle case vicine, demolite: si industriavano con ogni arte di alzare il livello del terrapieno. Elevarono torri lignee nei punti adatti e dove non rimaneva più nulla in piedi della sacra fabbrica: anche il portico, un tempo esistente, giaceva ora diroccato. Le truppe avevano posto mano al lavoro il terzo giorno da che avevano valicato il confine dell'Attica e lo protrassero per il quarto e il quinto, fino all'ora del rancio. Poi, quando la fatica più grossa era compiuta, l'armata s'avviò per ritirarsi da Delio e percorse circa dieci stadi, come per marciare verso la patria; il nerbo della fanteria spedita continuò subito il cammino; gli opliti invece posero il campo e non avanzarono. Ippocrate si trattenne a disporre posti di guardia e a fornire, per gli ultimi ritocchi al caposaldo in via di compimento, le relative istruzioni.

 

91. Proprio in quei giorni i Beoti si concentravano a Tanagra. Quando da tutte le città furono affluiti sul posto e appresero che gli Ateniesi erano rimpatriati, gli altri beotarchi (sono in numero di undici) si dichiararono sfavorevoli a un'offensiva poiché il nemico non calcava più il suolo della Beozia (quando avevano fissato il campo gli Ateniesi si trovavano, più o meno, all'altezza della frontiera con l'Oropia). Ma Pagonda figlio di Eolade, beotarca di Tebe con Ariantide figlio di Lisimachide, e generale supremo, desideroso di battersi, stimando più proficuo gettare la sfida, invitò a raccolta ogni «loco», uno per uno ad evitare che tutta la truppa sciogliesse simultaneamente i ranghi e cercò di indurre i Beoti ad impugnare le armi contro gli Ateniesi e a provocarli in campo aperto, tenendo questo discorso:

 

92. «Uomini di Beozia! Nessuno di noi comandanti avrebbe dovuto anche solo lasciarsi sfiorare dall'ispirazione che non sia conveniente provocare a battaglia gli Ateniesi se, per caso, non li coglieremo più a calpestare il suolo della Beozia. Poiché si accingono a devastarla, questa terra: irromperanno dal paese vicino, violeranno i confini, e per questo vi hanno costruito una fortezza. È gente ostile: in qualunque paese la sorprenderemo, sia pure nelle loro basi in territori stranieri, da cui ci hanno vibrato gravi percosse con incursioni improvvise. E proprio in questi momenti, se qualcuno concepì l'idea che sfuggire allo scontro significhi schivare un rischio, si ravveda. Quando un'aggressione preme alle porte è ben diverso l'esercizio e il compito della prudenza: e non contempla, di necessità, quei calcoli che s'impongono a chi, già padrone del proprio, ambizioso d'acquisti, architetta un agguato. Inoltre è in armonia con le vostre tradizioni contrastare il passo a ogni armata straniera e nemica, con inalterato vigore, sia che assalti la vostra o l'altrui terra. Tanto più ora occorre rinverdire questo costume contro gli Ateniesi che oltre a tutto ci sono prossimi di confine. Poiché a chiunque, in faccia ai suoi vicini, un risoluto contegno è il baluardo più fermo d'indipendenza. E mille volte di più contro costoro, che mentre tramano la schiavitù per le genti limitrofe gettano l'occhio più in là assetati d'impero. È dunque ragionevole evitare questa sfida fatale? (ci è d'esempio l'Eubea: si stende davanti alle loro coste, e come l'hanno ridotta? E quasi l'intera Grecia, del resto?) Riflettete: le genti vicine accendono con gli altri la lotta per questioni territoriali di confine. Ma lasciamoci sconfiggere e ci inchioderà una frontiera unica per tutta la Beozia, perfettamente tranquilla, immune da controversie: caleranno sul nostro paese e ce lo prenderanno, a viva forza! Di tanto è più rischioso per noi questo contatto che con qualsiasi altro popolo. Poi, chi coltiva la coscienza della propria forza, come nel nostro tempo gli Ateniesi, assale con più sciolta irruenza il confinante che trepida in attesa e provvede solo a barricarsi sulla propria terra. Ma la loro sicurezza vacilla quando l'avversario esce dalle proprie frontiere, vi si pianta davanti impavido e, quando è l'ora giusta, scatena per primo il combattimento. Conosciamo costoro per esperienza diretta: li battemmo a Coronea, quando sfruttando le nostre interne discordie avevano posto piede in questo paese. E assicurammo per l'avvenire fino ad oggi una esistenza pacifica e sicura per la Beozia. Sia vivo quel ricordo e i più anziani eguaglino quelle gesta gloriose! E i giovani cui nelle vene corre il sangue di tanti padri s'impegnino a non smentire le virtù avite. Fidenti che il dio stenderà il suo braccio a proteggerci, il dio di cui il nemico ha empiamente preso e trasformato in forte il sacro tempio. Fidiamo nei sacrifici riusciti propizi, e battiamoci. Atene ricordi! Sfoghi pure la sua passione di conquista sugli inermi che disertano la lotta di resistenza. Ma a chi la fierezza di spirito comanda sempre di mantenere a prezzo del sangue in libertà la propria terra e di non calpestare i diritti altrui a una vita sovrana, da quelli gli uomini d'Atene non si scioglieranno prima d'averne rudemente saggiata la volontà di lotta.»

 

93. Con il vibrante tono di quest'esortazione Pagonda persuase i Beoti alla sfida con Atene. In poche battute fece levare il campo e segnalò all'armata di mettersi in marcia (s'era già al tramonto del sole). Quando giunse nei pressi delle truppe nemiche, fece porre il campo in una località dove, per via di un colle che s'ergeva tra gli eserciti avversari, era impossibile avvistarsi. Ordinò i reparti, provvedendo a ogni particolare e risoluto a battersi. Ippocrate stazionava ancora a Delio quando lo sorprese la notizia del contrattacco beota; spedì alle truppe il comando di schierarsi in ordine di combattimento. In un lampo comparve di persona, distaccando a Delio circa trecento cavalieri con la consegna tattica di coprire quella piazzaforte, respingendo una eventuale offensiva e d'avventarsi, tenendo d'occhio le mosse dei Beoti e scegliendo il momento, alle loro spalle nel vivo dello scontro. A contrastare reparto di cavalleria i Beoti ne avanzarono uno dei loro; quando i preparativi furono perfezionati, comparvero da dietro il colle, posero le armi al piede e si ordinarono come comandava il piano. Erano pronti circa settemila opliti, oltre diecimila fanti leggeri, cinquecento peltasti. All'ala destra operavano i Tebani e i popoli a loro associati: al centro gli Aliarti, i Coronei, i Copei e gli altri abitanti del lago. Su entrambi i fianchi agivano le squadre di cavalleria e le truppe spedite. Il fronte tebano raggiungeva in profondità le venticinque file; gli altri si schieravano, volta per volta come occorreva. Questi gli effettivi Beoti e tale il loro ordine prima della battaglia.

 

94. Gli opliti Ateniesi, in equilibrio numerico rispetto agli avversari, si schierarono con la loro massa completa su una profondità di otto file. Fanterie leggere, armate regolarmente, erano assenti in quell'occasione, come del resto non erano previste dall'ordinamento bellico ateniese. Quelle al seguito della spedizione superavano di molte volte il numero dei corrispondenti avversari: ma la maggior parte si erano accodati inermi all'esercito, poiché quel contingente era frutto di una mobilitazione generale degli stranieri presenti ad Atene e dei cittadini. Ma solo pochi furono in effetti presenti allo scontro: quasi tutti avevano fatto ritorno in patria, prima che si avviassero le operazioni. Schierati i due eserciti, pronti a scattare, lo stratego Ippocrate percorrendo le file ateniesi le accese con un incitamento di questo tenore:

 

95. «Ateniesi, brevi parole per esortarvi. Ma che siano di eguale potenza su uomini prodi, cui più un ricordo vale che uno sprone. In nessuno nasca l'idea che correre a tanto sbaraglio in terra straniera non convenga e non ci tocchi. Sarà in questa terra la lotta, ma in difesa d'Atene: se trionferemo i Peloponnesi, annullata la cavalleria di costoro, non ardiranno mai più irrompere nell'Attica. In questo solo scontro si fonde il possesso della Beozia e un più schietto pegno di libertà per la vostra patria. Siate degni, affrontando il nemico, di quella città in cui ognuno di voi s'onora nell'intimo di essere nato, signora splendida della Grecia. E della memoria dei padri, che piegando costoro in campo a fianco di Mironide a Enofita conquistarono un tempo la Beozia.»

 

96. A Ippocrate, che pronunciando queste parole d'esortazione s'era avanzato fino al cuore dell'esercito, non fu più concesso il tempo di proseguire: poiché i Beoti, dopo che anche Pagonda, intanto, li ebbe rapidamente confortati calavano di furia dal pendio del colle, al canto del peana. Si mossero anche gli Ateniesi e di slancio le due armate cozzarono. Le contrapposte estremità dei due fronti non giunsero a urtarsi, per l'identica ragione: la corsa era sbarrata da torrenti. Ma altrove gli scontri divamparono durissimi, con fiere percosse di scudi. L'ala sinistra dei Beoti fino al settore di centro si fletteva alla pressione ateniese, che in questo punto grandinava colpi anche sugli altri, specie sui Tespiesi. I soldati di questo reparto, ritirandosi quelli che erano schierati al loro fianco e rimasti essi stessi chiusi in breve cerchio, caddero mentre si difendevano, armi alla mano. Qualche Ateniese, smarrito per il congiungersi di un completo fronte circolare intorno al nemico, non riconobbe e trafisse alcuni suoi compagni. In questo settore i Beoti cedevano e si ritiravano verso l'ala che sosteneva il peso della battaglia; ma all'ala destra, occupata da forze tebane, la resistenza delle truppe ateniesi si sfaldava, finché pressate dall'azione incalzante degli avversari volsero le spalle e subirono, dapprima gradatamente, l'inseguimento. Pagonda allora effettuò una nuova mossa: da un punto coperto mandò ad aggirare il colle due squadre di cavalleria, comprendendo la difficoltà in cui si dibatteva la propria ala sinistra. Apparizione folgorante, a cui rabbrividì l'ala ateniese che nel suo campo stava dominando e che temette subito l'attacco di un secondo esercito. Questo duplice incidente, l'improvvisa comparsa della cavalleria e l'urto tebano che li incalzava sfondando il loro fronte, causò una rotta generale delle schiere ateniesi. Alcuni cercarono riparo a Delio e verso il mare; una parte si diresse ad Oropo, altri verso il monte Parnete, dove cioè ognuno sperava d'incontrare la salvezza. Gli inseguitori Beoti massacravano: più la loro cavalleria e le truppe dei Locri, intervenuti a rinforzo quando la rotta era già in corso. L'oscurità che calava ad avvolgere lo scontro rese più agevole ai fuggiaschi schivare la morte. Il giorno seguente le milizie ateniesi di Oroppo e quelle di Delio, lasciandovi un presidio (la posizione si trovava ancora in loro mano), ripresero per mare la via della patria.

 

97. I Beoti eressero un trofeo, si diedero a raccogliere le salme dei loro, e a spogliare quelle dei nemici. Finalmente, stabilita una guarnigione, ritornarono a Tanagra e stilavano il piano segreto per investire Delio. Un araldo in viaggio da Atene per trattare il riscatto dei morti incontrò per via un corriere beota, che gli consigliò di ritornare sui propri passi assicurandogli che non avrebbe concluso nulla prima ch'egli fosse di ritorno. Quindi costui si presentò alle autorità ateniesi ed espresse la posizione dei Beoti: che cioè gli Ateniesi agivano disonestamente calpestando le tradizioni consacrate dei Greci. Il diritto internazionale prevedeva che in caso di invasione si risparmiassero almeno i santuari degli dei. Gli Ateniesi, invece, avevano fortificato Delio e l'adoperavano come base: anzi compivano in quel santo luogo le azioni che di norma sono ristrette al suolo profano. I soldati penetravano, e attingevano di quell'acqua che i Beoti stessi non ardivano toccare se non per cerimonie di purificazione. Onde, a nome del dio e di se stessi, i Beoti, invocando a testimoni le divinità comuni e Apollo, proclamavano agli ateniesi di partirsi dal tempio trasportando con sé la propria roba.

 

98. Dopo queste dichiarazioni dell'araldo, gli Ateniesi mandarono a loro volta un corriere ai Beoti rammentando che non avevano danneggiato il tempio, né avevano in proposito di commettervi qualche sacrilegio in avvenire, di propria volontà. Non era quello, infatti, il loro volere trincerandosi là dentro, ma desideravano un ricovero contro gli illegittimi colpi inflitti piuttosto da loro, Beoti. Il costume legale in onore presso i Greci prevedeva che chi si facesse padrone di una terra, estesa o piccola, godesse anche la proprietà dei suoi santuari, conservando, per quanto poteva, il culto in vigore prima della conquista. Proprio i Beoti infatti e molti degli altri popoli, appropriandosi di una terra con l'espulsione violenta degli abitanti, consideravano parte della conquista quei templi forestieri contro cui avevano sferrato i loro primi attacchi. Così anche gli Ateniesi, se fossero riusciti a occupare una fascia più ampia di territorio beota, l'avrebbero tenuta: né ora lascerebbero, se non costretti a viva forza, quel lembo di suolo che, dopo la conquista, consideravano un proprio possesso. Si erano serviti dell'acqua, ma solo in caso di necessità, non determinata certo dall'insolenza ateniese. Ne attingevano per ragioni di difesa, oppressi dalla tracotanza dei Beoti che per primi avevano compiuto un'irruzione nella loro terra. Era umano sperare, anche dal dio, una certa indulgenza per tutti quei gesti che gli uomini compiono sotto l'incubo della guerra, in ginocchio per le privazioni. Non sono gli altari rifugio per le colpe che superano il nostro libero volere? Il concetto di violazione della legge rispecchia un atto di disonestà sorgiva, libera da costrizioni esterne, non gli espedienti messi avventurosamente in opera per scampare agli infortuni. Piuttosto i Beoti peccavano d'empietà profonda, pretendendo di restituire le salme solo in compenso dei santuari, non gli Ateniesi che inorridivano al pensiero di quel mercato per ricuperare quanto spettava loro. Gli Ateniesi intimarono quindi all'araldo di riportare chiara ai Beoti questa risposta: si proponevano dl raccogliere i loro caduti senza abbandonare il suolo della Beozia (già quella non era più terra beota, in cui avevano con il ferro imposto il proprio dominio) ma in virtù di una tregua, nel rispetto delle tradizioni antiche.

 

99. I Beoti fecero replicare che, se gli Ateniesi calcavano il suolo beota, se ne partissero recando con sé la propria roba; se invece erano in terra ateniese, sapevano da sé il da farsi. Ritenevano che l'Oropia, dove appunto si trovavano i cadaveri (la battaglia si era sviluppata lungo la frontiera) appartenesse ad Atene per diritto di sudditanza; d'altra parte gli Ateniesi non potevano strappare loro con la forza i morti. Né quindi i Beoti concedevano la tregua per un territorio che non li riguardava. In quel caso veniva loro a taglio questa risposta, corretta almeno formalmente: «evacuassero la loro terra e vedrebbero soddisfatte le proprie pretese». L'araldo di Atene ascoltò e, senza avere ottenuto nulla, si pose sulla via del ritorno.

 

100. I Beoti fecero venire dal golfo Maliaco combattenti; armati d'arco e frombolieri. Dopo lo scontro, erano comparsi a rincalzo anche duemila opliti corinzi e i Peloponnesi di presidio ai Nisea, che erano usciti da quella base, oltre ai Megaresi. Puntarono con tutte queste forze su Delio e assalirono la posizione fortificata. Spiegarono varie tecniche nel l'assalto: infine conquistarono il forte spingendovi contro una macchina così congegnata. Segarono un'enorme trave per il lungo, ne incavarono con cura le due sezioni facendole poi combaciare perfettamente, come per fabbricarne un flauto. Inchiodarono con delle catene a un'estremità un braciere verso cui scendeva dall'imboccatura del trave una canna da mantice, di ferro: e per un buon tratto un rivestimento metallico foderava anche il legno del trave. Da lontano presero ad accostare le macchine sempre più vicine al muro, laddove nella struttura prevaleva il legname dl vite e le fascine. Quando si trovò alla giusta misura, adattarono mantici potenti all'estremità del congegno a loro rivolta e incominciarono a insufflarvi aria. Il soffio, violentemente compresso nel braciere, che ardeva di carboni, zolfo e pece, sprigionava una grande fiammata, incenerendo il muro. Sicché nessuno poteva resistervi: i difensori lo disertarono e si dispersero fuggendo. Fu questa la tecnica che consentì di prendere il forte. Del presidio molti caddero, duecento furono catturati: gli altri, la massa, balzò a bordo delle navi e puntò sulla patria.

 

101. Delio era già stata presa, sedici giorni dopo la battaglia, quando l'araldo ateniese ignaro degli ultimi avvenimenti si ripresentò poco più tardi per la restituzione delle salme. I Beoti acconsentirono senza fornire più la stessa risposta. Durante la battaglia erano periti poco meno di cinquecento Beoti, un numero di Ateniesi poco inferiore a mille, con il loro stratego Ippocrate. Più seri i vuoti aperti nelle fanterie leggere e negli addetti ai trasporti. Non molto dopo la conclusione di questo scontro anche Demostene, cui era fallito, in quella sua spedizione, l'attacco proditorio a Sife, avendo a bordo delle sue navi il corpo di Acarnani e di Agrei, oltre a quattrocento opliti Ateniesi, operò uno sbarco nella Sicionia. Ma prima che la squadra al completo avesse raggiunto l'approdo, un contrattacco dei Sicioni travolse la gente già discesa a terra incalzandola fino alle navi. Alcuni restarono uccisi, molti prigionieri. I Sicioni, eretto un trofeo, restituirono i morti con una tregua. Proprio in quell'arco di giorni in cui avvenivano i casi di Delo, si spense anche Sitalce, re degli Odrisi, sconfitto sul campo durante una campagna organizzata contro i Triballi. Ascese al trono degli Odrisi e della restante Tracia, su cui già imperava il morto re, suo nipote Seute, figlio di Sparadoco.

 

102. In quello stesso inverno Brasida, forte di reparti alleati della Tracia avanzò in armi contro Anfipoli, la colonia ateniese sulle sponde del fiume Strimone. In questa zona, dove ora sorge la città anche Aristagora di Mileto aveva tentato in un'epoca più antica di fondare una colonia, cercandovi scampo alla collera del re Dario: ma gli Edoni lo avevano ricacciato. Trentadue anni dopo vi si riaffacciarono gli Ateniesi con l'invio, come coloni, di diecimila concittadini e di chiunque desiderasse prender parte all'impresa, ma a Drabesco furono annientati dai Traci. Gli Ateniesi ci riprovarono infine ventotto anni dopo, inviando come fondatore della nuova colonia Agnone figlio di Nicia. Espulsero gli Edoni e colonizzarono questa località, denominata in antico Nove Vie. I coloni ateniesi partivano da Eione, loro scalo marittimo e mercantile alla foce del fiume, a venti cinque stadi di distanza dalla città moderna che Agnone chiamò Anfipoli poiché, lambendole i due fianchi lo Strimone, egli, isolatala con un lungo muro teso tra i due bracci fluviali, la eresse in posizione veramente cospicua tutt'intorno, tanto dalla parte del mare che della terraferma.

 

103. Contro di essa marciava dunque Brasida partito con le sue truppe da Arne nella Calcidia. Giunto al tramonto ad Aulone e Bormisco, nel punto in cui il lago Bolbe fluisce nel mare, fece distribuire il pasto ai suoi uomini e riprese nella notte il cammino. Il tempo era pessimo e cadeva un nevischio fitto: sicché accelerò ancor di più il ritmo dell'avanzata, per guadagnare Anfipoli prima che gli abitanti si mettessero in allarme, tranne quelli che lavoravano sott'acqua per consegnargli la città. Vi si trovavano non solo coloni argili (Argilo è una colonia di Andro) ma altri che collaboravano al complotto, alcuni indotti da Perdicca, molti dai Calcidesi. Con impegno più vivo fra tutti tramavano gli Argili, che avendo sede vicino ad Anfipoli erano sempre guardati con sospetto dagli Ateniesi, poiché pronti in ogni momento ad ordire tranelli ai danni della piazza. La comparsa di Brasida era occasione troppo favorevole: e quelli, che già da molto tempo andavano stringendo contatti con i loro concittadini stabiliti in Anfipoli per provocare la resa della città, accolsero Brasida entro la propria cinta e quella notte stessa, ribellandosi ad Atene, schierarono l'esercito alla testa del ponte sul fiume prima che sorgesse il sole. Il centro di Anfipoli è lontano da quel passaggio, cui non si protendevano, come al nostro tempo, le mura. Vi si appostava una debole guarnigione, che Brasida liquidò in poche battute, sia perché il tradimento gli aveva spianato il terreno, sia con il favore del tempo ostile e della sorpresa. Insomma attraversò il ponte e si impadronì con mano fulminea del contado e dei suoi beni, fuori della cerchia, poiché i nuclei di abitazione erano disseminati su tutto il territorio.

 

104. L'attraversamento del fiume da parte di Brasida colse improvviso i cittadini di Anfipoli: molti caddero in mano al nemico fuori le mura, altri riuscirono a rifugiarsi dentro la cerchia. Tumulto grande ed ansia in città: e serpeggiava, da uomo a uomo, l'ombra reciproca del sospetto. Se Brasida si fosse mostrato più risoluto nel distogliere la truppa dal saccheggio e nel concentrarla all'assalto delle mura era opinione diffusa, si dice ora, che le avrebbe espugnate. Brasida invece accampò e disperse l'armata in scorrerie per la campagna al di fuori delle mura: poi, atteso invano un indizio, un segnale di quegli interni moti in cui sperava, sospese le azioni. Gli avversari dei congiurati, schiacciandoli sotto la superiorità numerica, vietavano l'apertura immediata delle porte. Si decide per mezzo dello stratego Eucle, inviate da Atene e preposto alla difesa cittadina, di stabilire un contatto con l'altro generale, comandante le forze di quel settore della Tracia: Tucidide figlio di Oloro, colui che ha composto questa storia, e che si trovava allora presso Taso (l'isola è una colonia dei Pari, e dista da Anfipoli mezza tappa circa di navigazione). Porgevano l'avviso di accorrere: e costui ricevuto l'appello, sciolse le vele in un lampo alle sette navi di cui disponeva, proponendosi innanzitutto di penetrare a tempo in Anfipoli, prima della resa o, se falliva l'obiettivo, di attestarsi in Eione. |[continua]|

 

|[LIBRO IV, 4]|

 

 

105. Brasida intanto, in pensiero sia per la spedizione di soccorso della squadra in arrivo da Taso, sia informato della circostanza che Tucidide non solo disponeva del diritto di sfruttare le miniere d'oro site in quelle località della Tracia ma che traeva da questo privilegio un'influenza potente sulle autorità della regione, si ingegnò con tutte le proprie forze d'occupare per tempo le mura: per impedire che con il suo arrivo il nerbo dei cittadini d'Anfipoli, fiduciosi che Tucidide con truppe alleate raccolte dalle zone costiere e dalla Tracia comparisse a dissipare le loro avversità, rifiutasse allora di affidarsi a lui, Brasida. Quindi costui propose alla città un disegno d'accordo molto moderato, pubblicando un bando così concepito: tra gli Anfipolitani e gli Ateniesi attualmente in città, a chi lo desiderava, era concesso rimanervi padrone come prima delle proprie sostanze, con assoluta, inalterata equità di diritti. A chi non era disposto, si assegnava la facoltà di sgomberare entro cinque giorni, con la roba.

 

106. Questo proclama, diffuso, mutò per lo più lo stato d'animo della popolazione: principalmente perché il gruppo di cittadini ateniesi residenti in città era sparuto; la maggioranza era di provenienza mista, e numerosi si trovavano dentro la cerchia i parenti di quelli catturati di fuori. Oltre a ciò il bando li conquistava con la sua umanità, confrontata al timore con cui l'avevano atteso. Anche gli Ateniesi: poiché lasciavano lieti quella piazza per loro scottante, nella speranza di migliorare comunque il proprio stato, e nella certezza che, almeno a breve scadenza, un soccorso non sarebbe mai giunto. L'altra moltitudine si contentava di godere inalterato il possesso della propria città e di sciogliersi, quando ormai la fiducia mancava, da quell'angoscia. Sicché mentre i sostenitori di Brasida con sempre più disinvolto entusiasmo approvavano le sue offerte, notando il mutato umore delle correnti popolari e il declino progressivo dell'autorità prima goduta dallo stratego ateniese, ancora presente, si confermò l'intesa e Brasida fu accolto in virtù degli articoli compresi nel bando. In questo modo gli Anfipolitani cedettero la città: mentre Tucidide con la sua squadra quello stesso giorno a sera, prendeva terra ad Eione. Brasida era padrone di Anfipoli solo da poche ore, e mancò una notte sola che conquistasse anche Eione: poiché se la flotta di Tucidide non avesse forzato la corsa, alle prime luci la presa d'Eione era cosa fatta.

 

107. Dopo questi eventi l'uno organizzava la resistenza in Eione in vista non solo delle necessità protettive immediate, cioè di un assalto a sorpresa di Brasida ma soprattutto di un piano difensivo più generale proiettato verso il futuro: e accettò quanti, secondo i patti, avevano scelto di migrare dalla città dell'interno. L'avversario calò improvviso ad Eione lungo lo Strimone, seguendo il filo della corrente con una squadra forte di navi: a tentare la lingua di terra che si protende oltre la cinta e il cui possesso gli avrebbe assicurato il dominio sull'entrata del porto. Sferrò simultanea anche un'offensiva dalla parte di terra. Ma su entrambi i fronti fu respinto. Si occupò allora delle fortificazioni di Anfipoli e dei dintorni. Inoltre gli si arrese non solo Mircino, centro edonico (il re degli Edoni, Pittaco, era caduto vittima di una congiura ad opera dei figli di Goassi e della propria moglie Brauro), ma anche Galepso, di lì a poco, ed Esine: due colonie dei Tasi. Anche Perdicca, presentatosi subito dopo la resa di Anfipoli collaborò al compimento di ogni preparativo.

 

108. La conquista di Anfipoli allarmò profondamente Atene: principalmente per l'interesse che quella località rivestiva come produttrice di legname per allestimenti navali e per i suoi contributi finanziari. Ma c'era di più: con la scorta dei Tessali gli Spartani avrebbero avuto via libera anche prima, in qualunque momento, per giungere a colpire gli alleati d'Atene fino al corso dello Strimone; ma, senza dominare il ponte poiché mentre verso settentrione la corrente dilaga in una palude estesa e dal lato di Eione le triremi ateniesi montavano buona guardia, condurre a fondo un'invasione era impresa inattuabile per loro. Ma ormai si diffondeva in Atene l'ansia che tutte quelle difficoltà fossero cadute. E si temevano di ora in ora, le voci di città alleate in rivolta. Brasida per giunta, in ogni suo atto, manteneva un contegno mite e nei suoi discorsi, dovunque li pronunciasse, insisteva a ricordare che la sua missione significava la libertà della Grecia. Sicché nelle città suddite di Atene, alla notizia della caduta di Anfipoli, degli accordi che Brasida offriva, della sua mansuetudine, moltiplicò d'impeto il vento rivoluzionario. Onde un traffico fitto ma discreto di corrieri, un appellarsi ininterrotto a Brasida, con richieste pressanti d'intervento: una gara insomma per essere i primi a staccarsi. Neppure si profilava, a loro avviso, lo spettro di un castigo: traviati da una stima di tanto errata della potenza ateniese, di quanto, più tardi, essa spiegò la sua concreta ampiezza. Poiché la folla giudicava con impazienza confusa, non con limpida riflessione. Che è il tratto caratteristico della mentalità umana: abbandonarsi, in ciò che si sogna, a fantasie avventurose e accantonare con analisi sbrigativa, senza appello, ciò che ci disgusta. Si aggiungevano altri motivi; la disastrosa giornata ateniese in Beozia; gli argomenti di Brasida che incantavano, ma non corrispondevano ai fatti (a Nisea gli Ateniesi, secondo lui, pur con forze di molto maggiori non avevano avuto cuore d'incrociare il ferro con i soldati del suo esercito isolato): sicché le città fremevano d'entusiasmo, colme di fede in un'impunità assoluta. E imperava un sentimento: la facilità franca ad ogni passo pericoloso, raddoppiata dall'impressione gioiosa e momentanea d'essere liberi e dall'attesa di vedere, per la prima volta all'opera, e duramente impegnati, gli Spartani. A queste notizie gli Ateniesi assegnarono alle città, per quanto consentivano l'urgenza e la stagione invernale, presidi di rinforzo. In quanto a Brasida, sollecitava vivacemente da Sparta la spedizione di un'altra armata: di persona si occupava di allestire triremi sullo Strimone. Ma Sparta non soddisfece le richieste di Brasida ormai la sua figura ispirava un geloso rancore alle personalità più influenti, inoltre si preferiva operare per il recupero degli uomini di Sfacteria e per la fine delle ostilità.

 

109. Nello stesso inverno le forze di Megara ripresero e atterrarono fino alle basi le proprie lunghe mura che erano ancora sotto il controllo ateniese. Brasida, dopo la presa di Anfipoli fece una spedizione contro la cosiddetta Atte: è una regione questa che protendendosi dal canale del re si avanza nell'Egeo, dove culmina con l'imponente Atos, un picco sul mare. Vi sono le città: Sane, colonia degli Andri, che sorge proprio sul canale orientata verso il braccio di mare euboico. Le altre: Tisso, Cleone, Acrotoo, Olofisso e Dio: sedi di barbari bilingui di origini miste. Vi si è stabilita anche una minoranza calcidese ma la maggior parte sono Pelasgi (gente tirrena che abitò un tempo Lemno e Atene). Inoltre Bisalti, Crestoni ed Edoni. Vivono in borghi minuscoli. I più si affidarono a Brasida; ma Sane e Dio fecero resistenza e quello fermò il campo nel loro territorio ordinando alle truppe di distruggerle.

 

110. Poiché non si arrendevano, passò subito contro Torone, centro della Calcidica, in mano agli Ateniesi. Gli avevano fatto fretta pochi personaggi, risoluti a consegnargli la città. Era ancora notte quando giunse e albeggiava appena quando con l'esercito si accampò presso il tempio dei Dioscuri a circa tre stadi dalla città. Nel resto della gente di Torone e nel presidio ateniese nessuno diede l'allarme; i suoi emissari però, all'interno, sapevano ch'era prossima la sua comparsa. Perciò una sottile pattuglia dei loro uscì nell'ombra dalle mura a spiarne l'arrivo. Quando lo avvistarono introdussero nella propria città sette uomini di leggera armatura, forniti di pugnali (tanti infatti furono i soli che tra i venti soldati scelti per la prova non si lasciarono intimorire da quell'entrata rischiosa: li capeggiava Lisistrato di Olinto). Il drappello penetrò in un varco tra le mura che guardano il mare; si tennero coperti per non dare nell'occhio salendo ai soldati del presidio più alto (la città è addossata a un colle), di cui uccisero gli occupanti, accingendosi subito a sfondare la piccola porta che dà sulla strada di Canastreo.

 

111. Brasida spintosi poco avanti, attendeva immobile con il resto dell'esercito: solo mandò in avanscoperta cento peltasti, che si cacciassero dentro primi, quando una porta si fosse schiusa e s'alzasse il segnale concordato. Ma il tempo scorreva e, a poco a poco lo squadrone, con sua viva sorpresa, si trovò a ridosso della cerchia urbana. I Toronei intanto, che dall'interno si prodigavano a fianco dei sette assalitori per appoggiare il tentativo, scardinato il portale piccolo e dopo che riuscirono a schiudere, spezzando il chiavistello, le porte che immettevano nella piazza, prima fecero affluire con un grido dalla porta piccola alcuni peltasti, per seminare il panico con un assalto improvviso, dalle spalle e su due fronti, tra i cittadini ignari, poi, come si era concertato, segnalarono con il fuoco, e per l'accesso della piazza, ormai sgombra, diedero via libera agli altri peltasti.

 

112. Avvistato il segno Brasida staccò la corsa, ponendo tumultuosamente in moto l'esercito che si rovesciò con un solo formidabile urlo verso le mura: indescrivibile lo sgomento dei cittadini. Alcuni reparti piombarono rapidi alle porte: altri si avvalsero dei travi quadrangolari, appoggiati proprio in quei momenti ad un'ala diroccata e in riparazione delle mura: servivano a sollevare le pietre. Brasida, con il grosso dell'armata, si diresse subito verso i quartieri più elevati della città, deciso a una solida conquista dei punti strategici fondamentali. L'altra moltitudine di armati si disperdeva senza ordine in ogni direzione.

 

113. Mentre era in atto l'occupazione di Torone, la maggior parte dei cittadini, all'oscuro di tutto, vagava smarrita: ma i partigiani di Brasida e gli altri che nutrivano favore per questa sua azione, si accostarono subito alle truppe penetrate in città. Gli Ateniesi (circa cinquanta opliti si trovavano a dormire nella piazza) quando si avvidero dell'attentato, alcuni, pochi, caddero negli scontri, gli altri, parte a piedi, parte sulle due triremi che stazionavano nel porto, ripararono nel fortino di Lecito, che gli Ateniesi da soli avevano occupato e sorvegliavano. È questa la cittadella di Torone: si addentra nel mare, chiusa in uno stretto lembo di terra. Tutti i partigiani ateniesi di Torone vi accorsero, cercando riparo.

 

114. Quando il sole era già alto e Brasida teneva salda in pugno la città, proclamò un bando, per voce di un araldo, diretto ai Toronei fuoriusciti e protetti dagli Ateniesi del forte: che chiunque avesse questa disposizione d'animo poteva uscire da Lecito e, ridivenuto padrone della sua fortuna, godere sereno i propri diritti di cittadino. Agli Ateniesi ingiunse con l'invio di un araldo, di evacuare Lecito con la propria roba durante un periodo di tregua, poiché la cittadella apparteneva ai Calcidesi. Gli Ateniesi respinsero l'invito e pretesero un giorno di tregua per raccogliere le salme dei loro. Brasida ne concesse due, che utilizzò lui stesso per fortificare gli edifici adiacenti, mentre gli Ateniesi si occupavano della proprie posizioni. Frattanto, raccolta un'assemblea di Toronei, Brasida ripeté un discorso simile a quello tenuto in Acanto. Non erano in diritto di trattare con sdegno, quasi fossero traditori, quanti gli avevano prestato la propria opera per il successo del colpo di mano sulla città (nessun progetto di farla schiava, nella loro azione, e non erano mossi dall'oro; semplicemente avevano a cuore il benessere del proprio paese e la sua libertà: per questo si prodigavano). Neppure si pensasse che i neutrali restavano esclusi da quegli stessi diritti. Poiché non si era presentato per infliggere danni, né privati né pubblici. Onde quel suo proclama ai profughi di Lecito che rispecchiava lo spirito di intatta stima da lui coltivata nei loro riguardi: nessuna incrinatura in essa per le simpatie politiche che avevano mostrato. Giudicava che quando quegli uomini avessero fatto esperienza del rapporto con i suoi soldati, un sentimento di solidarietà non meno intenso, anzi più caldo li avrebbe affratellati agli Spartani: quanto più avrebbe avuto spicco l'integrità della loro condotta. Alla radice di quel timore c'era dell'inesperienza. Spronò tutti a star pronti: tra breve si rinsalderebbe un'alleanza tra i loro due paesi. Dopo, avrebbero compiutamente risposto di ogni loro atto. In quanto al passato Sparta non poteva dire d'aver patito oltraggi, come loro piuttosto potevano reclamare molestati da una potenza più forte: e qualche impennata un po' vivace, qualche urto erano degni di indulgenza e di perdono.

 

115. Con un discorso di questo tenore Brasida rincuorò i Toronei e spirato il termine della tregua cominciò a sferrare i suoi attacchi contro Lecito. Gli Ateniesi trincerati in una fortificazione precaria, cioè in case guarnite di merli, resistettero per quel primo giorno. Il successivo dalla parte nemica stava per essere avvicinata una macchina, da cui si progettava di scagliare fiamme sui sarmenti che fasciavano il bastione. Già l'armata si accostava: allora gli Ateniesi, nel punto che ritenevano il più probabile obiettivo dell'ordigno nemico, quello di più agevole accesso, issarono contro su una casa un torrione di legno e vi caricarono anfore e otri di acqua. Infine vi montò un drappello numeroso di soldati. La casa, oppressa da un peso eccessivo, crollò di schianto con un boato immenso. Gli Ateniesi presenti alla scena ne furono più che atterriti, contrariati; ma quelli troppo discosti per vedere e soprattutto quelli molto lontani, sgomenti al pensiero che in quel settore la difesa doveva essere stata sfondata, si gettarono in fuga verso il mare e le navi.

 

116. Brasida, accortosi che il nemico disarmava sgomberando i merli, e vedendo quanto accadeva in campo avverso, scattando con l'esercitò occupò di forza il caposaldo e sterminò quelli che vi colse. Frattanto gli Ateniesi abbandonando in questo modo la piazza, passarono con il naviglio da carico e le triremi a Pallene. Quindi Brasida (sorge in Lecito un santuario di Atena ed egli, all'inizio dell'attacco, aveva pensato di assegnare in dono trenta mine d'argento a chi scalasse primo il muro) persuaso che la conquista fosse dovuta più a un intervento divino che a potenze umane consacrò alla dea nel tesoro del tempio le trenta mine. Atterrò Lecito, la ripulì degli oggetti che vi si trovavano, dedicò in onore della dea tutto lo spazio ove sorgeva il forte. Per il resto dell'inverno Brasida provvide al riassetto delle posizioni occupate, e ad architettare piani di conquista per le altre. Spirando l'inverno veniva a fine anche questo ottavo anno di guerra.

 

117. Subito all'inizio della stagione, nell'estate successiva, Sparta e Atene stipularono una tregua annuale: con essa Atene calcolava di interrompere l'attività sovversiva che Brasida insisteva a spiegare tra i suoi alleati; ci si poteva concedere un po' di sollievo e meditare con calma sulle misure necessarie. Inoltre, ricavandone un vantaggio, nulla vietava di pensare a un accordo di più ampio respiro. Sparta, che intravedeva esatte le reali paure di Atene, riteneva che questa schiarita nei loro disagi e sacrifici, con il suo gesto di pace avrebbe ispirato ai nemici una sete più viva di pace autentica, definitiva, duratura: sicché avrebbero riconsegnato i prigionieri e, su fondamenti concreti, si sarebbero varati i preliminari per un accordo a lungo termine. Riavere a casa i suoi uomini: ecco l'aspirazione intima di Sparta, finché Brasida aveva alleata la fortuna. Se costui conquistava altri felici successi e. ristabiliva l'equilibrio del conflitto, Sparta aveva ben ragione di temere la perdita dei suoi uomini, e di arrischiare altre vite umane in una sfida ad armi pari. Si giunge pertanto ad una tregua su queste basi:

 

118. «In quanto al santuario e all'oracolo di Apollo Pizio, noi di Atene stabiliamo che vi sia libero l'accesso a chiunque desidera visitarlo, senza frode e senza timore, nel rispetto delle patrie tradizioni. Gli Spartani e gli alleati presenti si associano a questo decreto. Costoro dichiarano inoltre che invieranno un araldo dai Beoti e dai Focesi tentando, nei limiti del possibile, di indurli a ratificare anch'essi questa clausola. Riguardo al tesoro del dio, ci prodigheremo per rintracciare i colpevoli, facendo nostre, secondo rettitudine e giustizia, le patrie norme, sia voi Ateniesi che noi, e chiunque tra gli altri sia disposto a cooperare, sempre nel rispetto delle consuetudini antiche. In tali articoli si è formulato l'accordo con gli Spartani e i loro alleati su queste basi. Spartani e altri alleati hanno poi stabilito i seguenti punti, nel caso che con Atene si pervenga ad un'intesa. Le due parti si mantengano nelle proprie frontiere, conservando i possessi attuali. Le truppe ateniesi di Corifasio si mantengano al di qua di Bufrade e di Tomeo: quelle di Citera non intrattengano rapporti con gli alleati di Sparta: né gli alleati con loro, né loro con gli alleati. I reparti ateniesi di Minoa e di Nisea non varchino la via che mena dalle porte di Niso al tempio di Posidone, e dal tempio di Posidone direttamente al ponte che congiunge Minoa (neppure ai Megaresi o ai loro alleati è concesso oltrepassare questa strada). L'isola che gli Ateniesi hanno occupato stia pure in loro mano: ma non vi siano relazioni tra l'isola e il continente, di nessun tipo. Tengano anche le zone della Trezenia, che attualmente occupano, e quelle per cui sono intercorsi accordi tra Ateniesi e Trezeni. Gli Spartani possono solcare le acque territoriali proprie e degli alleati, non però con una nave da guerra, ma con qualunque altro legno mercantile a remi, purché con un carico che non oltrepassi i cinquanta talenti. Via libera dal Peloponneso ad Atene, per terra e per mare, nei viaggi di andata e in quelli di ritorno, a qualunque araldo o ambasceria col proprio seguito, con un numero di membri quanti si vuole, purché sia per trattare la composizione della guerra o di altre vertenze più particolari. I disertori, liberi o schiavi, non devono trovare ricetto nei due paesi durante il periodo di tregua. Nel rispetto delle tradizioni patrie Ateniesi e Spartani impiegheranno nei loro rapporti le vie legali, cercando di sciogliere i contrasti secondo i metodi della giustizia, non della guerra. Questo hanno stabilito Spartani e alleati. Se voi Ateniesi disponete di qualche più proficua o giusta proposta, recatevi a Sparta ed esponetela: poiché ne Sparati né i suoi alleati respingeranno mai un argomento da voi espresso, purché ispirato a giustizia. A patto che il comitato cui si assegnerà questa missione venga a Sparta fornito di pieni poteri, come anche voi avete preteso da noi; la tregua durerà in vigore un anno. Decreto del popolo. La tribù Acamantide esercitava la pritania. Segretario Fenippo. Presidente Niciade. Fu Lachete a proporre che, con il favore della sorte per Atene, si articolasse una tregua secondo le offerte avanzate da Sparta e dai suoi alleati, dopo che nell'assemblea il popolo aveva decretato d'accettarla il patto rimanesse valido un anno, a cominciare da quel giorno quattordicesimo del mese di Elafebolione. Durante questo periodo gli ambasciatori e gli araldi si recassero nei due paesi e avanzassero trattative concrete per la totale cessazione delle ostilità. Convocando l'assemblea, strateghi e pritani ponessero all'ordine del giorno al primo punto la questione della pace, ogni volta che in vista di un accordo per risolvere il conflitto, si presentasse un'ambasceria, qualunque fossero gli argomenti sostenuti dall'ambasceria medesima. Senza esitare, gli ambasciatori presenti all'assemblea s'impegnassero a rispettare per un anno il trattato.

 

119. «Quest'intesa fu giurata fra Spartani e alleati da una parte, e dall'altra dagli Ateniesi e alleati nel dodicesimo giorno del mese spartano di Gerastio. Stipularono la tregua e la firmarono, da parte spartana, le autorità seguenti: Tauro figlio di Echetinida, Ateneo figlio di Pericleida, Filocrida figlio di Eurissilaida. Per parte dei Corinzi: Enea figlio di Ocito, Eufamida figlio di Aristonimo. Per parte dei Sicioni: Damotimo figlio di Naucrate, Onasimo figlio di Megacle. Per parte dei Megaresi: Nicasio figlio di Cecalo, Menecrate figlio di Anfidoro. Per parte degli Epidauri: Anfia figlio di Eupaida. Per parte ateniese gli strateghi Nicostrato figlio di Diitrefo, Nicia figlio di Nicerato, Autocle figlio di Tolmeo.» Il trattato si articolò su questi termini e per tutto il periodo in cui rimase in vigore si succedettero ambascerie e incontri per ottenere un patto di pace di più vasto respiro.

 

120. Proprio durante quei giorni, in cui si concretavano gli accordi di tregua, Scione, una città nella penisola di Pallene si ribellò agli Ateniesi, accostandosi a Brasida. Gli Scionesi sostengono di trarre origine da Pellene nel Peloponneso. I loro avi, veleggiando da Troia, sarebbero stati spinti da una tempesta (quella stessa che travolse gli Achei) su queste rive, dove posero la propria sede. Quando la rivolta era già in atto, Brasida passò di notte a Scione. Gli faceva strada una trireme alberata; a bordo di un battellino Brasida seguiva a distanza. Con questo scopo: se una nave più forte intercettava l'imbarcazione piccola, avrebbe dovuto vedersela con la trireme di scorta. Nel caso poi che comparisse una nave da guerra di uguale stazza, a suo avviso non si sarebbe gettata sulla lancia, ma sull'altra nave: e lui frattanto si sarebbe messo in salvo. Compiuta la traversata, raccolse un'assemblea di Scionesi e ripeté un discorso simile a quello tenuto in Acanto e a Torone. Ma vi espresse in aggiunta la sua stima altissima, poiché incuranti del fatto che Pallene costituiva ormai una sacca sull'istmo, serrata dalle forze ateniesi che occupavano Potidea, e che quindi, in pratica, essi abitavano una vera e propria isola, con spontaneo impeto avevano teso le braccia alla libertà senza attendere, come gli animi bassi, il colpo di sferza dell'estremo bisogno per appropriarsi di una fortuna così preziosa, così limpida. E Brasida considerava questo atto un indizio dell'ardimento con cui avrebbero fronteggiato, da uomini, ogni altra prova, anche la più impegnativa. Se il corso degli eventi si poteva regolare secondo i suoi disegni li avrebbe tenuti per i più sinceri e fidi alleati di Sparta: e il loro prestigio si sarebbe levato luminoso ai suoi occhi.

 

121. Commozione e fierezza scossero gli Scionesi a questo elogio, vibrando tutti come un'anima sola, anche quelli che prima guardavano ostili al nuovo corso politico. Decretarono uno sforzo bellico vigoroso e in quanto a Brasida, oltre ad accoglierlo con ogni fervido sentimento, in una cerimonia pubblica lo cinsero con un diadema d'oro, esaltato a liberatore di Grecia; e a titolo personale gli consacrarono l'onore di corone e primizie, come a un atleta vittorioso. Brasida lasciò subito nella città un presidio e passò di nuovo a Torone; non impiegò molto a traghettare un corpo di truppe più solido, risoluto, con queste forze, a saggiare la resistenza di Mende e di Potidea. Si aspettava che gli Ateniesi, considerando Scione un'isola, accorressero di volo, e intendeva precorrerli. Frattanto avviava relazioni e trame anche in questi centri per minarne la difesa con il tradimento.

 

122. Già era Brasida sulle mosse per investire queste città: ma proprio in quell'ora lo raggiungono i corrieri che con una trireme compiono il giro per notificare la tregua intercorsa. A rappresentare gli Ateniesi c'era Aristonimo, gli Spartani Ateneo. Così l'armata di Brasida riprese la via di Torone, mentre la commissione rendeva ufficialmente presenti a Brasida gli articoli del patto. Tutte le località alleate di Sparta sulla costa tracia si attennero alla risoluzione. Aristonimo si mostrò pago di questo contegno delle città: ma negò che i benefici del trattato si potessero considerare estesi anche agli uomini di Scione, poiché computando i giorni s'era avveduto che la rivolta era esplosa in ritardo rispetto alla consacrazione del patto; Brasida contrappose molti argomenti, a dimostrare che il moto precedeva nel tempo l'armistizio, e non cedeva la città. Quando Aristonimo segnalò lo stato dei fatti ad Atene, la città si mise subito all'opera per allestire una spedizione punitiva contro Scione. Missione immediata di ambasciatori spartani: ad avvertire che la tregua sarebbe stata infranta. Sparta, che confidava in Brasida, rivendicava la città: tuttavia si sarebbe di buon animo sottoposta a una sentenza arbitrale. Atene respinse il rischio di un arbitrato: si salpasse subito piuttosto, armi alla mano. Si fremeva di collera ad Atene, se ora anche gli isolani pretendevano di staccarsi, sedotti dalla potenza militare terrestre di Sparta, inefficace in questo genere di conflitto. Del resto, la verità sulla rivolta di Scione convalidava, piuttosto, il vibrato reclamo ateniese: giacché era divampata due giorni posteriore al patto. Con votazione rapida, aderendo a una proposta di Cleone, gli Ateniesi ratificarono un decreto: atterrare Scione ed eliminarne gli abitanti. Interruppero le azioni negli altri teatri di guerra e si concentrarono su questo settore.

 

123. Frattanto Mende si ribella. È una città della Pallene, colonia degli Eretri. Brasida fu pronto subito a garantirne la protezione, ritenendo di non commettere un'irregolarità trascurando la circostanza clamorosa che, vigendo la tregua, i Mendei erano passati dalla sua parte. Disponeva anche lui di motivi fondati di recriminazione nei confronti di Atene che non si era, in tutto, attenuta alle clausole. Onde raddoppiò l'ardire in quelli di Mende, vedendo la prontezza franca di Brasida e, inoltre, traendo fiducia dall'episodio di Scione: si poteva giurare che non li avrebbe traditi. Intanto, un nuovo particolare: operavano tra loro partigiani di Brasida (una pattuglia trascurabile però) i quali già, in procinto d'agire, non potevano più concedersi esitazioni: incombeva il pericolo di morte se il complotto era svelato. Così sforzarono la folla ad abbracciare un partito che i più non condividevano. In un lampo la voce corse ad Atene: lo sdegno s'inasprì, febbrile e cupo, mentre ci si preparava a muovere in armi contro le due ribelli. Brasida intanto è allerta: le vele nemiche possono sorgere di ora in ora dal mare. Fa passare ad Olinto di Calcide, al sicuro, le donne e i piccoli di Scione e di Mende: vi distacca cinquecento opliti peloponnesi e trecento peltasti di Calcide, affidandone la direzione generale al Polidamida. Gli uomini di Mende e di Scione si industriavano a forze collegate per approntare la difesa: ché la minaccia ateniese pareva loro imminente.

 

124. Intanto Brasida e Perdicca si volgono contro Arrabeo, piombando una seconda volta su Linco. Perdicca era alla testa delle sue forze macedoni e di quelle oplitiche dei greci di Macedonia; Brasida, oltre ai reparti di cui disponeva ancora di truppe del Peloponneso, dirigeva contingenti di Calcide, di Acanto, delle altre città, forniti in proporzione alla potenza di ciascuna gente. Lo schieramento oplitico dei Greci comprendeva in complesso tremila uomini. Al seguito la cavalleria Macedone, rafforzata da quella di Calcide: un nerbo di circa mille cavalli. Seguiva un nugolo sconfinato di combattenti barbari. Irruppero nei confini di Arrabeo e vistisi fronteggiati dall'esercito dei Lincesti accampati in assetto di guerra, fissarono anch'essi le tende, sotto gli occhi del nemico. Le fanterie, avversarie si erano attestate su due colli, tra cui si stendeva un piano: vi si gettarono a briglie sciolte le cavallerie e diedero fuoco per prime allo scontro. Un istante dopo Brasida e Perdicca, poiché primi gli opliti lincesti avanzando calavano lungo il pendio per appoggiare l'urto dei cavalli e si mostravano pronti a battersi; diedero anch'essi il segnale d'assalto: giunsero a contatto con i lincesti e li travolsero, abbattendone molti. I superstiti ripararono sulle alture e stettero immobili. Dopo questa fase i vincitori alzarono un trofeo e attesero fermi, per due giorni o tre, l'arrivo degli Illiri che erano per via, assoldati da Perdicca per dare man forte. Mai poi Perdicca concepì il progetto di avanzare direttamente contro i villaggi di Arrabeo, senza altri indugi. Brasida invece in ansia per Mende, preoccupato per lo svantaggio incalcolabile che un tempestivo sbarco ateniese gli avrebbe inflitto in quella località, di malumore per il ritardo prolungato dei mercenari Illiri, era più proclive a ritirarsi, che all'avventura di un'avanzata in territorio nemico.

 

125. Proprio mentre ribollivano queste discussioni li sorprese la notizia che le truppe Illiriche, tradito Perdicca, si erano date ad Arrabeo: sicché ormai tanto a Brasida che a Perdicca la ritirata parve l'unico sviluppo ragionevole dell'azione. Il nome degli Illiri, gente portata alla guerra, incuteva un rispetto profondo. Ma per via dei dissapori tra i generali, dalle dispute non emerse con risolutezza il momento preciso della partenza. Sopraggiunta l'oscurità, in un attimo uno sgomento improvviso percorse la cavalleria macedone e la folla dei barbari. È un fenomeno frequente nelle grandi armate, questo terrore indefinibile, privo di motivo evidente. Si convinsero che fosse in marcia un nemico molte volte superiore a quello che in effetti sopraggiungeva e credevano da un istante all'altro, di vederselo davanti agli occhi. Di colpo ruppero le file, e fuggendo ciascuno prese la strada di casa. In principio Perdicca non si era reso conto dei movimenti; ma quando li notò fu costretto a levare le tende prima di potersi incontrare con Brasida (i rispettivi accampamenti erano divisi da un grande spazio). All'aurora Brasida si avvide che i Macedoni si erano dileguati per tempo, mentre gli Illiri e le forze di Arrabeo si congiungevano per dargli addosso. Quindi raccolse anch'egli in quadrato il nerbo oplitico, concentrandovi in mezzo la fanteria leggera: intanto elaborava un piano per ritirarsi. Schierò all'esterno i più giovani, caricati a spiccare la corsa in caso di assalto, e di persona si collocò con trecento soldati scelti alla retroguardia, intendendo proteggere la marcia dei suoi uomini con la tattica di indietreggiare a poco a poco, sempre affrontando e respingendo le puntate offensive delle avanguardie nemiche. Prima che l'avversario li premesse da vicino, Brasida spronò con brevi parole i suoi soldati.

 

126. «Soldati del Peloponneso! Se non mi cogliesse il sospetto che l'esservi visti isolati di sorpresa, bersaglio di una moltitudine numerosa e aggressiva di barbari abbia diffuso tra voi lo smarrimento, non avrei suggellato le mie parole di conforto, come ora mi dispongo a fare, con alcune istruzioni. Ma ora, di fronte alla diserzione dei nostri alleati e alla folla dei nemici, cercherò d'imprimere nella vostra memoria con una traccia concisa e un cenno d'incoraggiamento le regole di condotta cui, assolutamente, dovete attenervi. In guerra, è dover vostro d'essere intrepidi non per l'intervento al vostro fianco, su ogni terreno di battaglia, di forze amiche, ma per il valore che in voi spira innato; quindi v'è estraneo il sentimento di timore di fronte alle schiere avversarie, anche se immense. Poiché voi non provenite da stati simili ai loro; nei vostri non sono i molti a dominare su una scelta minoranza, ma piuttosto i pochi a reggere le sorti dei propri popoli: e questo potere non l'acquistarono che con la superiorità bellica. Riguardo ai barbari che ora, per inesperienza, temete, dovreste invece convincervi, sia per la prova che ne avete avuto un tempo sostenendo l'urto di alcuni tra loro, i Macedoni, sia per quanto li conosco io per mia propria riflessione e per voci sentite da altri, che non costituiranno un ostacolo seriamente impegnativo. Infatti un chiarimento illuminato, un'interpretazione al tempo giusto su quelle che, pur essendo in verità le lacune più clamorose di un apparato bellico nemico, ne appaiono tuttavia come le armi più micidiali, di norma rincuorano il soldato e gli ridanno ali: per contro, se il nerbo nemico possiede doti particolari di solidità, d'inquadramento, si corre il rischio, non avvertiti a tempo, di cozzarvi contro con audacia troppo disinvolta. È l'attesa dell'urto che rende temibili questi barbari, per chi non vi ha confidenza: lo spettacolo del loro numero è agghiacciante, insopportabile il volume di grida che riescono a cacciare, e le armi scosse all'aria infondono il senso di un sinistro incubo. Impressioni che si dissolvono quando, corpo a corpo con chi sostiene il primo impeto, si svela la loro autentica figura di combattenti. Non possiedono l'abitudine e il concetto di allineamento: perciò vinti dalla pressione nemica disertano senza vergogna da un posto all'altro. La fuga e l'assalto per loro sono fonte identica di onore, sicché il coraggio individuale non si afferma con una verifica netta (così la loro sciolta e personale tecnica di combattimento può sempre offrire, a chiunque un degno pretesto per scamparla). Perciò ritengono più sicuro tentare di intimorirvi da lontano, senza rischio diretto, che farsi sotto a saggiare le vostre armi: altrimenti anteporrebbero quella tattica a quelle cerimonie. Ormai vedete chiaro che in complesso quel loro preambolo minaccioso, visto in una prospettiva concreta, sfuma in un miserabile spauracchio: una furia molesta solo all'occhio e all'udito. Opponetevi ferrei al colpo e, al momento opportuno, riprendete imperturbabili e con disciplina la ritirata. Guadagnerete presto un riparo più solido e, per l'avvenire, rammenterete che queste torme scomposte si contentano di pavoneggiarsi a distanza, simulando coraggio con quei gesti truci rivolti a chi respinge il loro primo slancio solo con chi si flette sotto la loro spinta mostrano esultando la tempra dei propri spiriti: alle costole dei fuggiaschi, sentendosi fuori tiro.»

 

127. Dopo aver così acceso la sua armata, Brasida comandò la ritirata. A questa scena i barbari con urla altissime, in disordine, gli rovinarono addosso, convinti che fosse in rotta e che agguantandolo lo avrebbero sterminato. Ma in qualunque punto tentassero di trafiggere l'esercito, le truppe d'assalto, fulminee, volavano a frantumare l'incursione. Brasida in persona manovrava i contrattacchi delle squadre scelte, se l'assalto minacciava di farsi troppo pungente. Al primo slancio, con viva sorpresa dei barbari, i Peloponnesi stettero fermi. Agli impeti successivi non retrocedevano di un passo e raddoppiavano con vigore i colpi di risposta; quando invece il nemico manteneva le distanze, riprendevano con cal ma a ritirarsi. A questo punto i più tra i barbari rinunciarono alla tattica di disturbo contro i Greci di Brasida, inefficace in una piana così aperta e, dislocata una massa dei loro a molestarli tallonandoli senza respiro, il resto della moltitudine si lanciò di corsa sulle tracce dei Macedoni fuggiaschi, massacrandone quanti cadevano in loro mano; e riuscirono a sopravanzarli, sbarrando in tempo l'angusto valico tra due colli che immette nel territorio di Arrabeo: sapevano che Brasida non disponeva di altra via per ritirarsi. E proprio mentre Brasida s'avvicina al punto più difficile e delicato del passaggio, lo chiudono in cerchio per tagliargli ogni strada di salvezza.

 

128. La mossa non gli sfuggì; impose ai suoi trecento il compito di gettarsi di corsa su quella tra le due alture che gli pareva più accessibile: con quanto fiato ciascuno aveva, trascurando pure l'ordine di schieramento. Dovevano poi tentare di scalzare i barbari che si erano già trincerati sul colle, prima che a quelli si congiungessero anche gli altri reparti incaricati di procedere al loro accerchiamento. I trecento scalarono il colle e distrussero le postazioni nemiche: il grosso dell'armata greca poté ormai mettersi più comodamente in marcia per valicare l'altura. Poiché i barbari tremarono avvistando il proprio avamposto che a precipizio e in rotta si riversava lungo i fianchi del colle: e rinunciarono definitivamente ad inseguire il nemico, ormai certi che avesse guadagnato le alture, il confine e la salvezza. Quando Brasida si assicurò i colli, procedendo con marcia più sicura giunse quel giorno stesso ad Arnisa, il primo centro del dominio di Perdicca. L'esercito era esasperato per la ritirata inattesa e furtiva dei Macedoni: perciò quando raggiungeva per via qualche loro carro trainato da buoi o qualche altro carico abbandonato a terra (come era naturale e frequente che accadesse, nel corso di un ritirata notturna e per di più agitata dal terrore) sciogliendo dai primi le bestie le macellavano, dei secondi si impadronivano senz'altro. Da quel momento Perdicca nutri un acceso rancore per Brasida e vi associò il resto dei Peloponnesi, in un'intensa passione d'odio, singolarmente in contrasto con i suoi sentimenti ostili per Atene. Trascurando l'urgenza di certi suoi impegni e gli innegabili profitti di quell'alleanza, si diede allora ad armeggiare con puntiglio per riottenere con gli uni l'intesa, e con gli altri la rottura di ogni rapporto.

 

129. Brasida, in ritirata dalla Macedonia, a Torone apprese che gli ateniesi erano già in possesso di Mende. Quindi s'arrestò a Torone, ritenendo ormai una follia tentare con le forze a disposizione il passaggio alla Pallene e il colpo di mano per riprendere Mende. Decise pertanto di provvedere alla difesa di Torone. Circa all'epoca della campagna contro la Lincestide gli Ateniesi, per mare, erano comparsi in armi a Mende e a Sicione, come i loro piani e i loro preparativi richiedevano. Erano forti di cinquanta navi, tra cui dieci di Chio, di mille opliti propri e di seicento arcieri; seguivano mille mercenari traci e altri peltasti tratti con una leva in quei territori alleati. Erano strateghi Nicia, figlio di Nicerato, e Nicostrato figlio di Diitrefo. Sciogliendo le vele da Potidea e approdati a Posidonio, si misero in marcia per Mende. Gli abitanti, con i trecento accorsi da Scione in appoggio e con gli ausiliari del Peloponneso, settecento opliti in tutto agli ordini di Polidamida, avevano già ordinato il campo in una solida posizione, fuori la cinta, su un colle. Nicia tentò un'azione contro di loro, alla testa di centoventi soldati leggeri di Metone, di sessanta opliti scelti ateniesi e degli arcieri in massa: si avviò su per il colle seguendo un sentiero e cercando il contatto con il nemico. Ma crivellato di proiettili non riuscì a forzare il blocco. Nicostrato abbordò il colle (dirupato e impervio) con un giro più ampio e conducendo tutto il resto dell'esercito. Ma le schiere si ruppero subito; fu una rotta generale e mancò poco che l'episodio si trasformasse in una disfatta irrimediabile per le forze ateniesi. In questa giornata, poiché l'esercito di Mende e quello alleato non si erano arresi, gli Ateniesi retrocessero e si attendarono, mentre i Mendei, atteso il calare della notte, ripararono nelle proprie mura.

 

130. Il giorno dopo gli Ateniesi si trasferirono con la flotta nella zona di Scione, occuparono il sobborgo trascorrendo tutta quella giornata a devastare il contado, senza nessun indizio di resistenza (poiché in città si affrontavano i partiti avversi). I trecento Scionesi, favoriti dall'oscurità, tornarono a casa. Nicia il giorno successivo con metà dell'armata percorse desolandolo il territorio di Scione fino alla frontiera, mentre Nicostrato disponeva il resto in un campo eretto di fronte alla porta settentrionale della città, per cui si va a Potidea. All'interno della cinta, in perfetta corrispondenza, si situava lo spazio destinato ai Mendei e ai loro alleati per concentrarvi le truppe: quindi Polidamida, pronto a battersi le schierava incitandole all'uscita. Ma, a causa dei partiti politici in urto, un esponente dei popolari alzò contro la sua voce, proclamando che non intendeva partecipare alla sortita e che i suoi principi non gli intimavano affatto di battersi. Contestazione cui Polidamida replicò afferrando un braccio all'interlocutore e scuotendolo energicamente. I democratici non attesero altro: furenti sguainarono i ferri e assalirono i Peloponnesi e gli altri che, parteggiando per costoro, avevano intralciato il passo al partito del popolo. L'aggressione, la sorpresa, il terrore alla vista delle porte che intanto venivano schiuse agli Ateniesi sconvolsero gli Spartani che si dispersero fuggiaschi. Pensarono subito a una trama segreta, a un assalto proditorio, preparato da tempo. Alcuni, scampati al fulmineo eccidio ripararono trafelati all'acropoli ove già era collocato in precedenza un quartiere esclusivamente per loro. Intanto, gli Ateniesi (visto Nicia che, di ritorno dalle sue incursioni marciava già nelle vicinanze della città) irruppero in Mende. Sfruttando la circostanza che le porte non erano aperte in virtù di un regolare accordo, l'armata al completo si rovesciò nella città, ritenuta conquista bellica, per metterla a sacco. Gli strateghi a fatica li frenarono: avrebbero massacrato anche la popolazione. Dopo questi eventi gli Ateniesi imposero ai Mendei di istaurare il regime politico e i diritti civili consueti e di processare con un giudizio del tutto autonomo quelli che ritenevano colpevoli della ribellione. Un duplice baluardo cinse le truppe trincerate sull'acropoli, fino al mare; dispostovi un presidio, ristabilito l'ordine e il proprio potere a Mende, gli Ateniesi puntarono su Scione.

 

131. Da Scione uscirono ad affrontarli gli abitanti e i Peloponnesi, che si attestarono su un colle fortificato di fronte alla cinta di mura. Essi sapevano che isolare la città con una barriera era impossibile, se il nemico non prendeva proprio quel colle. Con un attacco violento e uno scontro prolungato gli Ateniesi scalzarono dal colle gli occupanti: ordinarono l'accampamento, e elevato un trofeo provvidero ai materiali per costruire il muro destinato a bloccare Mende. Non molto dopo (il lavoro già ferveva) le truppe di rinforzo bloccate nella rocca di Mende sfondando a viva forza il cerchio di reparti nemici che li presidiava, riuscirono di notte a guadagnare la marina e filtrando, senza suscitare allarme, attraverso il campo avversario che circondava Scione, penetrarono in quella città.

 

132. Mentre si lavorava al muro per serrare Scione, Perdicca, per voce di un araldo mandato alla presenza degli strateghi ateniesi, s'impegna a un'intesa con Atene. Lo infiammava il rancore contro Brasida, scaturito in seguito alla ritirata dal territorio dei Lincesti. E a quella data risalivano i suoi primi maneggi con Atene. Proprio in quei giorni lo spartano Iscagora si accingeva a condurre da Brasida, per via terrestre, un esercito. Ma Perdicca, sia perché Nicia lo spingeva dopo la firma del trattato a mostrare tangibilmente qualche segno indubitabile della sua fedeltà per Atene, sia perché si proponeva personalmente di troncare i movimenti di truppe del Peloponneso sul suo suolo, fece pressione sui suoi amici tessali, poiché i suoi rapporti con i maggiorenti di quel popolo si mantenevano sempre calorosi, e ostacolò tanto la spedizione e ogni preparativo che gli Spartani si astennero dal tentare il passaggio attraverso la Tessaglia. Comunque è sicuro che solo Iscagora Aminia ed Aristide riuscirono a giungere da Brasida, mandati da Sparta a sorvegliare coi propri occhi lo stato delle operazioni. Con uno strappo alla legge, costoro condussero anche alcuni giovani da Sparta affinché Brasida li ponesse al governo delle città occupate, evitando di affidarle al primo venuto. Brasida assegnò quindi Anfipoli a Clearida figlio di Cleonimo, e Torone a Pasitelida figlio di Egesandro

 

133. Nella medesima estate i Tebani atterrarono la cerchia di Tespie, imputandole un sentimento di affetto per Atene. In realtà era questo un loro sogno, da antico tempo: e l'occasione si era offerta propizia, poiché nella battaglia contro gli Ateniesi la morte aveva falciato il fiore della gioventù di Tespie. Nella stessa estate s'incendiò anche il tempio di Era in Argo: la sacerdotessa Criside, dopo aver posto una lampada accesa accanto alle corone appese nel santuario s'era addormentata: sicché ogni arredo e il tempio arsero e fiammeggiarono, e nessuno se ne avvide. Quella notte stessa Criside riparò a Fliunte, temendo la reazione degli Argivi; costoro le sostituirono una nuova sacerdotessa, rispettando le sacre consuetudini, di nome Faenide. Da otto anni durava questa guerra e il nono era già a mezzo, quando Criside fuggì da Argo. Sul finire dell'estate il muro che circondava Scione era ormai perfezionato e gli Ateniesi, lasciatovi un presidio, rimpatriarono con il resto dell'esercito.

 

134. L'inverno seguente Ateniesi e Spartani sospesero ogni operazione militare, in ossequio ai patti. Ma i Mantineesi e i Tegeati, forti ciascuno dei propri alleati, si affrontarono in battaglia a Laodocio nell'Orestide con esito molto controverso: entrambe le schiere travolsero le ali rispettivamente avversarie, elevando un trofeo ciascuno e inviando le spoglie a Delfi. Del resto le perdite furono molto gravi su entrambi i fronti: lo scontro rimase dubbio e calata la notte i Tegeati bivaccarono, ed eressero senza esitare il trofeo. I Mantineesi invece si ritirarono a Bucolione e a loro volta, più tardi, innalzarono il trofeo.

 

135. Sul morire dello stesso inverno, quando la primavera era ormai alle porte, Brasida sfidò la resistenza di Potidea. Si accostò di notte e riuscì ad appoggiare al muro una scala: fino a questo punto eluse le sentinelle. Infatti per la posa della scala scelse precisamente l'intervallo di tempo quando la scolta con la campana era già passata e, dopo aver consegnato la campana alla scolta successiva, si accingeva a ritornare nel suo posto di guardia. Ma poi le pattuglie gettarono subito l'allarme, prima che gli Spartani avessero il tempo di scalare e Brasida rimosse celermente le truppe, senza attendere l'aurora. Così finiva quell'inverno, e con esso volgeva a termine il nono anno di questa guerra che Tucidide ha descritto.

 

LIBRO V

 

 

 

1. Nell'estate seguente la tregua di un anno era scaduta, dopo essersi prodotta fino ai giochi Pitici. Nel periodo di armistizio gli Ateniesi espulsero dall'isola di Delo gli abitanti, ritenendo che i Deli fossero stati riconsacrati al dio ancora impuri per un antico crimine, convinti, inoltre, che questo particolare fosse indispensabile alla perfezione del rito purificatore che gli Ateniesi celebrarono quando, come ho sopra annotato, certi di assolvere un proprio dovere religioso, tolsero dall'isola le sepolture dei morti. Il centro di Atramittio in Asia offerto da Farnace agli isolani divenne la loro nuova sede: e a seconda delle preferenze di ognuno vi si stabilirono.

 

2. Allo spirare del patto, Cleone indusse gli Ateniesi a consegnargli una flotta per una missione di guerra sulle coste della Tracia. Così prese il mare, forte di milledue cento opliti, trecento cavalieri, un contingente ancor più nutrito di alleati e una squadra di trenta navi. Si ancorò in anzitutto a Scione, ancora stretta dall'assedio. Fuse alla sua armata alcuni reparti oplitici tolti da quel presidio e puntò con le triremi sul porto di Cofo, a breve distanza dalla città dei Toronei. Già in posizione, apprese dai disertori che Brasida si era allontanato da quella piazza e che le milizie preposte alla sua difesa non erano in grado di resistere: mosse quindi l'esercito di terra ad assalire le mura e fornì istruzioni a dieci navi della flotta di compiere il giro e. penetrare in quel porto. Primo ostacolo alla sua marcia si erse la cerchia esterna di mura, con cui Brasida aveva cinto la città intendendo rinchiudervi a difesa anche il sobborgo: sicché atterrando un'ala delle mura antiche, s'era determinata una nuova, unica area urbana.

 

3. Corsi a presidiare il baluardo, il comandante spartano Pasitelida e la guarnigione di cui disponeva riuscirono a stroncare le offensive ateniesi. Ma in più punti la resistenza esposta agli urti cominciava a scricchiolare, mentre le triremi inviate da Cleone stavano per concludere nel porto il loro tragitto. Sicché Pasitelida, intuendo il rischio di una manovra rapida delle navi, che gli strappassero con una tempestiva azione la città sguarnita e conscio che se per deva il bastione avrebbe potuto restare sorpreso tra due schieramenti nemici, sloggiando dalla sua posizione si di resse a precipizio alla città. Ma le truppe da sbarco ateniesi lo anticipano, occupando Torone. La fanteria è di volo alle calcagna dei fuggiaschi, si caccia nel varco delle mura vecchie, dilaga in città. Peloponnesi e Toronei, in buon numero, restando sul terreno dopo la mischia; altri, fra cui il comandante Pasitelida, cadono prigionieri. Brasida era in marcia per rafforzare la difesa di Torone, ma informato per via che la città era perduta ritirò le proprie forze: da quel punto correva un tratto di quaranta stadi al massimo per piombare in tempo sull'obiettivo. Cleone, con gli Ateniesi, fece erigere due trofei, uno dal lato del porto, l'altro di fronte al bastione. Le donne e i fanciulli di Torone furono venduti schiavi, gli uomini della città, i Peloponnesi e qual che altro Calcidese coinvolto nell'incidente, in tutto settecento persone circa, subirono la deportazione ad Atene. Fra questi il gruppo dei Peloponnesi rimpatriò, più tardi, quando si allacciarono nuovi accordi. Con uno scambio di prigionieri, uomo contro uomo, il resto fu riscattato dagli Olinti. Inoltre in quel tempo i Beoti conquistarono col tradimento Panatto, una piazzaforte ateniese di frontiera. Frattanto Cleone, dislocato un presidio a Torone sciolse le vele e, doppiando il promontorio dell'Atos, si mise in rotta per Anfipoli.

 

4. Feace figlio di Erasistrato, ricevuto dagli Ateniesi l'incarico d'una missione ufficiale con due colleghi, salpò alla volta dell'Italia e della Sicilia: s'era circa a quell'epoca stessa dell'anno. Era accaduto questo: i Leontini, alla partenza degli Ateniesi dalla Sicilia, in forza dell'accordo tra loro stilato avevano iscritto nelle proprie liste molti cittadini nuovi e il partito popolare aveva in progetto una ridistribuzione dei poderi. Le autorità oligarchiche percepirono questo fermento: quindi invitarono i Siracusani e, al loro fianco, espulsero la parte democratica i cui membri si sbandarono, ciascuno per conto proprio. Gli aristocratici concluso un patto con i Siracusani, abbandonarono la città, ormai vuota, e si stabilirono, con tutti i diritti di cittadinanza, a Siracusa. Più tardi, una parte di essi che non si trovava a suo agio si insediò in un quartiere della loro primitiva città denominato Focea, e a Bricinnia, che è una fortezza nel territorio di Leontini. Allora il numero più forte di profughi democratici si aggregò a loro e attestatisi saldamente nelle due piazzeforti, vibrarono puntate offensive ai danni di Siracusa. A queste novità gli Ateniesi avevano disposto l'ambasceria di Feace al fine di indurre i loro alleati di laggiù e, se riuscivano, anche le altre genti di Sicilia a prendere le armi contro Siracusa: a ridurre nel giusto la prepotenza siracusana, un po' troppo ardita, a loro avviso, e a conservare in vita il partito popolare di Leontini. Appena sul posto Feace persuase quelli di Camarina e di Agrigento, ma a Gela la sua missione s'incagliò tra i contrasti ed egli rinunciò a proseguirla, intuendo che nessuno l'avrebbe più ascoltato. Attraversando le terre dei Siculi si riaffacciò a Catania. Ma non oltrepassò nel viaggio Bricinnia senza presentarsi in visita, a rincuorare gli occupanti. Indi s'imbarcò per Atene.

 

5. Nel suo percorso di andata e di ritorno in patria dalla Sicilia, Feace toccò anche alcuni centri dell'Italia, trafficando per indurli a stringere relazioni ed intese con Atene. Ebbe un incontro anche con i coloni locresi un tempo abita tori di Messene, ora profughi. Costoro erano stati inviati a creare una colonia, poiché dopo che tra i Siciliani s'era stabilito quel generale accordo di pace, a Messene, ancora preda di tumulti civili, uno dei due partiti aveva rivolto ai Locri un appello, e per qualche tempo Messene subì il pugno dei Locri. Proprio con questi s'imbatté Feace, mentre rientravano in patria: incontro cordiale, poiché i cittadini di Locri gli avevano affermato la propria ottima disposizione a un dialogo con Atene. Quando lo scacchiere della Sicilia aveva assunto il suo nuovo, pacificato volto politico unici della lega costoro non avevano firmato l'intesa con Atene. Neppure ora si sarebbero indotti, se non si fossero trovati insabbiati in un conflitto contro gli Ipponi e i Medmei, loro confinanti e coloni. Poco tempo dopo Feace fece ritorno ad Atene.

 

6. Cleone intanto che, come s'è visto, staccatosi da Torone s'era avviato doppiando l'Atos con la flotta ad Anfipoli, scelta Eione come base e presovi piede aggredì Stagiro, una colonia degli Andri. Ma fallì il colpo. Allora prese di forza Galepso, colonia dei Tasi. Quindi sollecitò Perdicca con un'ambasceria a far onore al suo impegno d'alleanza con la spedizione di un esercito; altri suoi agenti raggiunsero in Tracia Polle sovrano degli Odomanti, con il compito di riportarne il numero più forte possibile di mercenari traci. Per conto suo Cleone attendeva ad Eione, senza tentare mosse. Queste notizie suggerirono a Brasida di appostarsi anch'egli con le proprie forze sul Cerdilio, di fronte al nemico. È questa una località del territorio argilio a cavallo di un'altura, oltre il fiume e a breve tratto dalla città di Anfipoli. Da quel punto la vista spaziava aperta sulla valle sottostante: sicché nessuno spostamento di Cleone con le sue truppe avrebbe potuto sfuggire alla vigilanza di Brasida. E proprio questo passo Brasida si aspettava dall'avversario, che si addentrasse verso il suo obiettivo, Anfipoli, con le sole truppe di cui disponeva, mostrando di ridersi delle forze nemiche. Frattanto egli si rafforzava mobilitando millecinquecento mercenari traci e i soldati di Edone in massa, peltasti e cavalieri; aveva inoltre al seguito mille peltasti mircini e calcidesi, oltre alle milizie di Anfipoli. Il concentramento delle sue forze oplitiche toccava il numero di circa duemila con uomini e la cavalleria greca di trecento. Quando Brasida aveva preso posizione sul Cerdilio, recava con sé millecinquecento combattenti di quest'armata: il resto era già schierato in Anfipoli, agli ordini di Clearida.

 

7. Cleone si tenne fermo per qualche ora, ma poi di necessità si risolse a manovrare come Brasida s'attendeva. L'inattività spiaceva alle truppe, tra cui si cominciavano a sibilare malignità sulla tempra del proprio comandante: e sorgeva naturale alle labbra il confronto tra la perizia e l'ardimento che rifulgevano nel campo avverso e la goffa, imbelle replica che dal proprio vi si opponeva; e il ricordo di quanto fosse ripugnante uscire da Atene per mettersi agli ordini di costui. Il rumore giunse anche alle orecchie di Cleone, che volendo dissipare la noia accumulata nei suoi uomini per la lunga sosta nel medesimo punto tolse il campo e ordinò l'avanzata. Impiegò la tattica che gli aveva garantito un successo felice a Pilo, infondendogli fiducia nei suoi lumi di stratega. Saliva in direzione della città ma si diceva certo che nessuno sarebbe uscito in armi a contendergli il campo. Si trattava piuttosto di una ricognizione dei luoghi, per ingannare l'attesa di rinforzi più potenti: non in vista di inchiodare e schiacciare senza rischi il nemico, se fosse stato costretto a impegnarsi in un combattimento, ma per cingere la città e stroncarne a viva forza le difese. Giunto sul terreno fermò l'esercito su un rilievo fortificato di fronte ad Anfipoli e Cleone in persona si spinse a perlustrare come lo Strimone impaludava le zone prossime ad Anfipoli e come si presentasse la situazione della città verso la Tracia. Pensava che la ritirata gli fosse sempre aperta, a suo talento, senz'obbligo di battersi. Poiché nessuno si faceva vivo sugli spalti, né si notavano indizi di reazione alle porte, tutte sbarrate. Sicché ormai gli pareva una mossa falsa l'essersi fatto sotto senza la scorta degli ordigni d'assedio: osservava la città disarmata rammaricandosi che, in pochi colpi, avrebbe potuto esser sua.

 

8. Quando Brasida avvistò in moto le colonne ateniesi, calando anche egli dal Cerdilio si rinchiuse in Anfipoli. Preferì non irrompere all'esterno contro le schiere nemiche e neppure dispose in ordine il proprio esercito a fronteggiarli. La sua potenza d'urto non gli offriva un affidamento pieno: giudicava inferiori i propri effettivi, non per massa numerica (c'era equilibrio da questo lato), ma per qualità e prestigio, poiché nell'organico ateniese militavano truppe speciali, e al loro fianco il nerbo scelto dei Lemni e degli Imbri. Si accingeva quindi a predisporre l'attacco sul terreno dell'astuzia tattica. Se infatti avesse consentito al nemico il tempo di calcolare la potenza numerica della sua gente e di passare in rassegna il suo armamento ridotto all'essenziale, riteneva assai più arduo spuntarla che se gli Ateniesi non li avessero scorti a tempo, concependo un disprezzo non infondato per l'entità reale delle sue forze. Si pose quindi personalmente alla testa, dopo averli selezionati, di centocinquanta opliti e consegnò gli altri a Clearida. Il suo piano prevedeva un attacco a sorpresa contro le linee ateniesi, prima che iniziassero la ritirata, considerando che era quella l'ultima occasione di coglierli isolati: poiché di li a poco sarebbero comparsi i loro rinforzi. Raccolse presso di sé tutti i soldati e intendendo non solo esortarli, ma istruirli sul proprio piano d'azione, pronunciò, in sostanza, queste parole:

 

9. «Uomini del Peloponneso, quale sia la terra da cui siamo usciti, perennemente libera per lo spirito fiero del suo popolo; del fatto che voi, gente dorica, affilate l'armi contro Ioni, cui natura e civiltà vi gridano d'imporvi, basti memoria brevissima ad illustrare. Ho in mente il progetto d'assalto. Eccolo: a soffocare sul nascere in chiunque lo scoramento, al pensiero che, forse, accingendoci alla lotta in pochi (una frazione della nostra potenza) ci offriremo più vulnerabili alla percossa ostile. Ho buon motivo d'immaginare che il nemico scali l'altura facendosi beffe di noi e scartando spavaldo l'ipotesi di una nostra sortita in campo: e certamente ha rotto le file ed è disperso in abbandono a perlustrare. Chi sa meglio indovinare simili passi falsi nell'armata avversaria, e dosando con cautela lo sforzo scaglia i suoi uomini alla mischia, non da terreno aperto, non da una schiera allineata in bell'ordine, ma cogliendo l'istante utile, è destinato al trionfo. E queste specie d'astuzie, concepite a intrappolare meglio il nemico per sostenere al massimo la propria causa, è fonte viva della fama più illustre. Finché dunque muovono in fiduciosa scioltezza e, a giudicare dall'apparenza mentre hanno più in animo di ritirarsi che di prender posizione, in quel loro attimo di spensierato smarrimento, prima che lo spirito si tenda chiamando a raccolta i suoi pensieri, io con i miei piomberò di volo, se mi riesce, sul loro centro. Quanto a te, Clearida, attendi quando m'avrai scorto nel vivo, che semino il terrore, fa' aprire ai tuoi d'Anfipoli e agli altri alleati le porte. Poi è affar tuo di gettarti fuori e d'entrare quanto prima in azione. È la tattica che garantisce il più sicuro effetto di sgomento sul nemico: un'incalzante ondata di assalitori sconcerta l'avversario più di quella con cui già si batte corpo a corpo. Tu Clearida sei Spartano: va' e combatti da prode. Sta a voi, alleati, seguirlo da valorosi. Riflettete ai tre fattori principi della vittoria: energia morale, sentimento d'onore, obbedienza ai capi. Questa giornata al suo tramonto vi vedrà liberi per il vostro ardire e degni alleati di Sparta, o sudditi d'Atene: e sarà già successo grande se scamperete alla schiavitù o alla morte. Vi premerà un giogo più greve dell'usato e intralcerete al mondo greco il cammino alla liberazione. Siate risoluti: vedete per quali valori si combatte. E io mostrerò di non esser solo valente ad incitare gli altri, ma anche a guidare un assalto, con le armi in pugno.»

 

10. E Brasida chiuse qui il suo discorso. Quindi si accinse alla sortita appostando il resto delle truppe, al comando di Clearida, presso le porte chiamate di Tracia, pronte a scagliarsi all'aperto secondo le istruzioni impartite. Ma la discesa di Brasida lungo la china del Cerdilio era stata notata; poi in città - che dall'esterno si apre libera da ogni parte agli sguardi - s'era osservato il suo sacrificio dinanzi al santuario di Atena e lo zelo con cui preparava l'azione. Novità che raggiunsero subito Cleone allontanandosi proprio in quel frangente per effettuare la progettata ricognizione: e gli riferirono in particolare che si scorgeva distintamente concentrata in città la forza nemica al completo e che di sotto le porte, certo indizio di una sortita orma imminente, s'era intravisto il trepestio di molti zoccoli di cavalli e di piedi umani. Cleone udì il rapporto: e corse a sincerarsi con i propri occhi. Gli ripugnava l'idea di lanciare la sfida in campo aperto, prima di poter contare sulle truppe di rinforzo: d'altra parte era sicuro di aver sempre il tempo di allontanarsi. Quindi fece suonare a tutti i reparti il segnale di ritirata, diramando intanto l'ordine agli scaglioni, via via che sgomberavano, di convergere gradualmente sull'ala sinistra, verso la strada di Eione: che era la sola manovra eseguibile. Eppure gli parve che riuscisse troppo lenta: e di persona diresse la conversione dell'ala destra, offrendo al tiro nemico il fianco scoperto, e incominciò a ritirare l'armata. Brasida all'erta coglie di volo l'attimo felice: spiando in moto le file ateniesi urla a chi lo circonda e agli altri: «Costoro non ci aspettano: vedete le teste e le punte di lancia, come oscillano? È chiaro: chi marcia a quel modo non è in regola per ricacciare un assalto. Si esegua l'ordine, via! Forza con quella porta! Animo, addosso al nemico, con tutto il fiato che abbiamo!» È il primo a cacciarsi fuori dalla porta che dà sulla palizzata e dalla prima porta della lunga cerchia, che a quel tempo s'ergeva ancora. E divora a tutta velocità la strada dritta, dove oggi in direzione del settore più fortificato dell'altura torreggia ancora un trofeo. Vibra l'urto al cuore delle schiere avversarie, tra gli Ateniesi agghiacciati per la propria indisciplina e sgomenti di fronte alla sua audacia: in pochi colpi è la rotta. Simultaneo l'attacco di Clearida che esegue l'ordine riversandosi con le sue truppe dalla porta di Tracia. Fulminati dalla sorpresa, sconvolti dall'urgenza di ordinarsi per resistere, tra gli Ateniesi in tempesta da due lati si determinò lo sconcerto. Il loro fianco sinistro, che in cammino verso Eione si era già avanzato alquanto, perse violentemente contatto e si sciolse fuggendo. E Brasida, scardinata la difesa di quell'ala, si volge ad offendere quella destra: ma cade ferito. Nessuno, tra gli Ateniesi, si avvede del colpo: i suoi fanno quadrato e depostolo sulle spalle lo portano lontano dagli scontri. Il contrasto del fianco destro ateniese dura più vivo, mentre Cleone se la batte senza indugio (già dall'inizio meditava di cedere): ma colto da un peltasta mircinio s'abbatte ucciso. Gli opliti che s'erano riordinati e tenevano la sommità del colle, infransero due o tre assalti di Clarida e non disarmarono prima che la cavalleria mircinia e calcidica, con il concorso dei peltasti che, in cerchio, li bersagliavano di giavellotti, riuscisse a scalzarli dalla posizione. Ormai l'intera compagine dell'armata ateniese si sfaldava in una rotta sanguinosa, guadagnando in disordine i monti per mille sentieri: quanti non giacquero in campo o trafitti dai cavalieri calcidici e dai peltasti, i pochi vivi, ripararono ad Eione. Frattanto gli Spartani levavano Brasida dalla mischia e a braccia lo deponevano al sicuro entro la cerchia di Anfipoli: respirava appena. Apprese che i suoi trionfavano. Poco dopo morì. Gli altri reparti, rientrando dall'inseguimento al comando di Clearida con le spoglie tolte ai cadaveri eressero un trofeo.

 

11. Spento il fragore della battaglia, in folla gli alleati, indossando le armi, accompagnarono la spoglia di Brasida e con rito solenne lo seppellirono in città, all'entrata di quella che oggi è la piazza centrale. Da quel tempo i cittadini di Anfipoli, che ne hanno protetto il sepolcro con un recinto, gli votavano sacrifici, come a un Eroe; e ne celebrano la memoria ogni anno con giochi e vittime. Lo designarono inoltre fondatore della colonia, atterrando gli edifici eretti da Agnone e cancellando in città ogni traccia che potesse, in futuro, suggerire il ricordo di quella fondazione antica. Riconobbero in Brasida il loro autentico salvatore, tesi dall'ansia di una rappresaglia ateniese e inclini, in quel momento particolare, a coltivare con ossequio l'alleanza spartana. In quanto agli onori tributati ad Agnone si riteneva che l'ostilità con Atene li avesse ormai spogliati di quel significato politico che a loro tornava di vantaggio e che doveva, per Agnone stesso, essere di letizia. Restituirono agli Ateniesi le salme: le vittime ateniesi furono seicento; in campo avverso sette. Poiché lo scontro non si sviluppò con le truppe bene ordinate in linea: piuttosto con un succedersi avventuroso di circostanze come s'è notato, e di espedienti tattici impiegati con l'intento di diffondere il panico, prima dell'urto effettivo. Dopo il pietoso ufficio sui cadaveri, gli Ateniesi ripreso il mare verso la patria: gli altri, invece, provvidero sotto la direzione di Clearida a riordinare l'apparato amministrativo e politico di Anfipoli.

 

12. Correva all'incirca quel tempo, quando sul declinare dell'estate gli spartani Ranfia, Autocaride ed Epicidide face vano passare sulla costa tracia un contingente di novecento opliti, a rinforzo: giunti a Eraclea di Trachinia riassestavano ogni particolare, politico o bellico, che a loro paresse fuori squadra. Mentre si trattenevano in quei luoghi, si svolse la battaglia sopra descritta. E l'estate spirava.

 

13. Già sul cominciare dell'inverno seguente Ranfia e i suoi trascorsero la Tessaglia fino al monte Pierio, ma in seguito, osteggiati dai Tessali (Brasida, inoltre, cui conducevano l'esercito era già caduto) rimpatriarono. A loro giudizio, inoltrarsi in quei territori diveniva inutile: dopo la disfatta gli Ateniesi erano scomparsi. Inoltre giudicavano insufficienti le proprie forze a perseguire anche uno soltanto dei piani elaborati da Brasida. Ma si decisero al rientro principalmente perché avevano percepito nell'aria, uscendo da Sparta, un'inclinazione spiccata per la pace.

 

14. Risultò così che appena conclusa la campagna di Anfipoli e dopo il rientro dalla Tessaglia di Ranfia, le due parti si astennero da qualsiasi atto d'offesa, proclivi piuttosto alla pace. Gli Ateniesi, duramente disfatti a Delio e, in breve giro di tempo, di nuovo ad Anfipoli, percepivano incrinature sinistre in quella coscienza della propria forza che, un tempo solida, li aveva colmati di sdegno alle offerte di pace quando, per i successi splendidi di quell'ora, fidavano di riuscire dominatori dallo scontro. Intanto si approfondiva ad Atene l'inquietudine che il vento della rivolta spirasse più diffuso e vivo dai paesi della lega, eccitati, vibranti all'eco delle sconfitte ateniesi. E costoro si dolevano di non aver voluto allacciare i preliminari dopo l'incidente di Pilo, in una fase di così netto vantaggio. Sull'altra sponda gli Spartani miravano con dolente stupore gli infiniti strascichi del conflitto: essi che nell'arco di brevi anni speravano di atterrare dalle radici la potenza ateniese, desolandone i poderi. Ora, inginocchiati alla sferza di una sciagura, quella di Sfacteria, quale mai prima Sparta aveva saggiato; mentre la loro terra era esposta alle offese dei corsari annidati a Pilo e a Citera; mentre gli Iloti disertavano e, da un'ora all'altra, la città poteva esser scossa dall'allarme che quelli rimasti entro la cinta, pieni d'animo per l'angoscia che opprimeva Sparta, si collegassero ai fuoriusciti e, spianando loro la strada, tentassero, come qualche anno prima, la ribellione. Un altro serio pensiero era l'accordo trentennale di pace con gli Argivi, che stava per scadere: una tregua che Argo non intendeva rinnovare se non le si restituiva il territorio di Cinuria: sicché si profilava la minaccia di un duplice conflitto, contro Atene e contro Argo: e Sparta sentiva che non le sarebbero bastate le forze. Da ultimo, li mordeva il sospetto, rivelatovi poi giustificato, che alcuni centri del Peloponneso meditassero di passare ad Argo.

 

15. Riflettendo su questi punti, parve ragionevole ad entrambi allacciare l'accordo: e fu più caldo l'impegno di Sparta, desiderosa di riavere al sicuro i suoi uomini implicati nell'episodio di Sfacteria, poiché in quel reparto militavano le personalità più alte, intime a loro tutti e pari di rango. Subito dopo la loro cattura, infatti, gli Spartani vararono trattative: ma Atene, sulle ali della fortuna, non intendeva sciogliere le ostilità a condizioni uguali. Sopravvenne però lo scacco di Delio: e con passo tempestivo gli Spartani, intuendo che gli avversari avrebbero ormai scelto una linea più morbida, proposero l'armistizio di un anno: periodo in cui dovevano svolgere trattative e incontri, diretti ad aprire più fondate e solide prospettive di pace.

 

16. Poi calò su Atene il disastro di Anfipoli, in cui giacquero morti Cleone e Brasida. Costoro, in campo opposti, erano le voci più fiere contro la pace. All'uno la guerra aveva tributato splendori e fortuna. Con la pace incombeva sull'altro - lo presentiva nettamente - lo spettro di una verifica più meticolosa e limpida della sua politica: le sue pratiche losche sarebbero svelate, il suo torrente abituale di calunnie scemerebbe di credulità. A quell'epoca, nelle rispettive capitali, si prodigavano per affermarsi al vertice della direzione pubblica due figure di statisti: Plistoanatte, figlio di Pausania, re degli Spartani, e Nicia figlio di Nicerato, lo stratego di massimo spicco per felice genio militare, a quel tempo. Erano gli artefici più fervidi di una politica di pace. In quanto a Nicia aspirava a serbarsi integro il frutto dei suoi successi prosperi, mentre la sconfitta non lo aveva ancora toccato e un prestigio immenso aleggiava intorno a lui: per riporre lui stesso in avvenire le armi e troncare le angosce dei concittadini. Le generazioni venture riceverebbero in riverente eredità il suo nome: una vita profusa al servizio dello Stato, tersa di errori. Riteneva più probabile l'avverarsi di questa aspirazione sotto l'impero della sicurezza, per chi è meno incline a consegnarsi agli arbitri del caso: e la pace soltanto rende sicura la vita. Su Plistoanatte grandinavano le sfuriate dei suoi avversari di parte, di cui era fonte il suo rientro dall'esilio: e quell'argomento, l'illegalità del suo rimpatrio, di cui si avvalevano come rimprovero e monito per gli Spartani, era ogni volta il primo a spuntare quando un infortunio lacerava la città. S'aggiungeva un'accusa precisa: di aver indotto con il fratello Aristocle la profetessa di Delfi a fornire più volte questo responso agli interroganti che la visitavano da Sparta: «dalla straniera terra ricondurre alla patria la prole del semidio, figlio di Zeus: se no, con aratro d'argento dovranno arare». Gli rinfacciavano quindi che la profetessa aveva spronato gli Spartani a richiamarlo. Viveva esule, sospetto di aver ritirato le truppe dall'Attica per sete d'oro in un rifugio sul monte Liceo, una casa disposta per metà sul terreno sacrato a Zeus: un accorgimento dettato dalla paura che gli Spartani gli incutevano. Il suo richiamo fu celebrato dopo diciannove anni di esilio con cori e sacrifici non meno solenni di quelli che accompagnarono, all'atto della fondazione di Sparta, l'insediamento dei primi re.

 

17. Logorato da questi attacchi incessanti, augurandosi che in periodo di pace nessun incidente sarebbe intervenuto a sconvolgere la città, mentre allo stesso tempo gli Spartani avrebbero riavuto i propri uomini attualmente in prigionia, credeva anch'egli di godere alla fine un po' di respiro dai suoi nemici. Se perdura la guerra le personalità più influenti sarebbero sempre state bersaglio degli strali acri dei propri rivali in ogni avversità. Sicché bramò intensamente l'accordo. Per tutto il corso dell'inverno si intavolarono i negoziati e al sorgere della primavera, per ammorbidire la intransigenza di Atene, Sparta si premunì sventolando la minaccia di un rapido allestimento bellico, diramando alla lega l'ordine di tenersi all'erta in vista di una irruzione nell'Attica per dislocarvi teste di ponte fortificate. Nei preliminari di pace, da una parte e dall'altra, volarono pretese grosse, e in gran numero: alla fine si pervenne a un accordo. Era questa la base: i belligeranti restituivano le zone occupate in guerra. Ed era la pace. Gli Ateniesi potevano conservare Nisea (quando costoro reclamarono Platea, i Tebani fecero presente che la piazza si era loro accostata in virtù di un accordo, non di una violenza, e il tradimento era estraneo a quel loro possesso: gli Ateniesi d'altra parte si erano assicurati Nisea con la stessa tattica). A questo punto gli Spartani convocarono i propri alleati e dopo il voto concordemente favorevole di tutti, esclusi i Beoti, i Corinzi, gli Elei, i Megaresi (contrari a questa linea politica), stipularono un'intesa di pace e con il vincolo solenne del giuramento i due paesi ratificarono il seguente trattato:

 

18. «Hanno firmato la pace, Ateniesi e Spartani e rispettivi alleati, articolandola sulle seguenti clausole, sancite, città per città, dal giuramento. I) Nei santuari comuni potrà sacrificare chiunque ne abbia desiderio, e far visita, interpellare gli oracoli, mandarvi sacre ambascerie in ossequio alle patrie consuetudini: vi si recherà sia per terra sia per mare, libero da timore. II) L'area sacra e il tempio di Apollo in Delfi, con gli abitanti di quel paese, godranno l'indipendenza politica, saranno esenti da imposte, si serviranno di propri tribunali, reggendo liberamente se stessi e la loro terra, secondo le usanze degli avi. III) La pace tra Ateniesi e alleati degli Ateniesi da una parte, e Spartani e alleati degli Spartani dall'altra durerà cinquant'anni: senza frode e senza danno per terra e sui mari. IV) Sarà vietato per legge a Sparta e ai suoi alleati brandire le armi per atti di ostilità contro Atene e i suoi alleati; ad Atene e ai suoi alleati contro Sparta e i suoi alleati: vietata ogni insidia e qualunque diverso espediente. Nel caso di vertenze tra le parti, ci si appelli a giudizi e giuramenti, rispettando la prassi che imporrà l'accordo. V) Gli Spartani e gli alleati restituiranno Anfipoli agli Ateniesi. Nelle città rese dagli Spartani agli Ateniesi, agli abitanti sarà concesso recarsi dove sceglieranno, con la propria roba. Le città stesse, se corrisponderanno il tributo stabilito da Aristide, saranno autonome. Versando regolarmente il tributo a partire dall'entrata in vigore dei trattati, non potranno essere attaccate o danneggiate dagli Ateniesi e dai loro alleati. Le città sono Argilo, Stagiro, Acanto, Scolo, Olinto, Spartolo. Esse si asterranno dall'allearsi con uno a l'altra delle parti, con gli Spartani o con gli Ateniesi. Se però gli Ateniesi avranno ottenuto l'adesione libera di queste città, dovrà esser loro consentito di rendersele alleate. VI) I cittadini di Meciberna, Sane, Singo conserveranno i loro domicili nelle proprie città come quelle di Olinto e di Acanto. VII) Gli Spartani e i loro alleati rendano agli Ateniesi Panatto. Gli Ateniesi agli Spartani Corifasio, Citera; Metana, Pteleo e Atalante: scarcereranno inoltre tutti i prigionieri spartani che si trovano in ceppi ad Atene o in qualunque altra località nell'area del dominio ateniese. Lasceranno liberi i Peloponnesi assediati in Scione, ogni alleato di Sparta che vi si trovi, e tutti gli uomini che Brasida vi aveva mandato allo stesso modo renderanno liberi tutti gli alleati di Sparta che si trovano nel carcere di Atene o prigionieri in qualunque altra località dell'area dominata da Atene. A condizioni invariate gli Spartani e i loro alleati rimetteranno tutti gli Ateniesi e alleati detenuti. VIII) In quanto a Scione, Torone, Sermiglio, gli Ateniesi decreteranno a loro talento sul destino di queste città e delle altre città. IX) Gli Ateniesi e i loro alleati si vincoleranno con giuramento di fronte agli Spartani, città per città. Su un campo e sull'altro ci si obbligherà con il giuramento per tradizione il più solenne in ogni singolo paese. A nome di ogni città lo presteranno diciassette cittadini e sarà questa la formula: «Resterò fedele a questa convenzione e ai trattati, in spirito di giustizia e lealtà». Per gli Spartani e i loro alleati sarà identico il giuramento di fronte agli Ateniesi. Le due parti rinnoveranno ogni anno il giuramento. X) Saranno erette stele a Olimpia, a Pito, sull'Istmo, ad Atene sull'acropoli e, in terra spartana, nel santuario di Amicla. Se saranno intervenute, da una parte o dall'altra, omissioni su uno qualsiasi di questi punti, nel rispetto dei giuramenti, avvalendosi di metodi ragionevoli e ispirati a giustizia, sarà lecito introdurre quelle modifiche che con il consenso di entrambi, Ateniesi e Spartani si riterranno opportune.

 

19. «Il trattato di pace entra in vigore sotto l'eforo Plistola, nel giorno quarto prima che spiri il mese di Artemisio, in Atene sotto l'arconte Alceo, nel sesto giorno prima che spiri il mese di Elafebolione. Hanno presenziato ai giuramenti e alle cerimonie di rito le personalità seguenti. In nome di Sparta: Plistoanatte, Agide, Plistola, Damageto, Chionide, Metagene, Acanto, Daito, Iscagora, Filocarida, Zeussida, Antippo, Tellide, Alcinada,Empedia, Mena, Lafilo. In nome di Atene: Lampone, Istmionico, Nicia, Lachete, Eutidemo, Proclo, Pitodoro, Agnone Mirtilo, Trasicle, Teagene, Aristocrate, Iolchio, Timocrate, Leone, Lamaco, Demostene.»

 

20. Questo negoziato si concluse quando l'inverno finiva e si era al principio della primavera, appena celebrate le Dionisie cittadine, trascorsi precisamente dieci anni con l'aggiunta di qualche giorno dalla prima irruzione nell'Attica e dall'effettivo scoppio di questa guerra. Lo si appurerà scrutando piuttosto la vicenda delle epoche naturali dell'anno, che prestando fede agli elenchi di coloro che per aver esercitato nelle singole città poteri e onori pubblici individuano con il proprio nome le tappe del passato. Criterio cronologico non rigoroso: poiché non inquadra con precisione l'evento, non specificando se intervenne all'inizio, nel mezzo, o in quale altro punto della loro carriera. Il sistema di computo, invece, per estati e inverni, da me scelto per questa storia riconoscendo a ciascuna di queste due divisioni la durata di una metà dell'anno, consentirà di stabilire che questa prima fase del conflitto si è estesa nel tempo per dieci anni precisi e altrettanti inverni.

 

21. Gli Spartani (cui la sorte assegnò di aprire le restituzioni) liberarono senza esitare gli uomini detenuti presso di loro. Quindi inviarono in Tracia gli ambasciatori Iscagora, Mena, Filocarida per riferire a Clearida l'ordine di consegnare Anfipoli agli Ateniesi e agli altri di attenersi agli articoli del trattato, applicandoli città per città alle condizioni decise. Costoro però stimarono inaccettabile il patto così formulato, e lo respinsero. Anche Clearida si rifiutò di restituire la città, per rendere un servizio ai Calcidesi e poiché, a suo dire, non aveva la forza di opporsi al volere di quelle genti cedendo Anfipoli. Partì lui piuttosto, scortato da ambasciatori del luogo, per scolparsi di fronte al tribunale spartano se Iscagora e i suoi lo accusavano di insubordinazione; poi si proponeva di sincerarsi se si potessero introdurre varianti nel trattato. Ma si rese conto che l'impegno di Sparta era già giurato: sicché, ricevuto dagli Spartani l'invito a ritornare e l'ordine di rimettere, se possibile, agli Ateniesi la piazza, o almeno, di far sgomberare quanti Peloponnesi vi si trovavano, ripartì a gran carriera.

 

22. Gli spartani colsero l'occasione dell'assemblea ancora riunita, lì da loro, dei propri alleati, per imporre a quanti avevano sdegnato il patto un fermo invito all'osservanza della pace. Ma quelli insistettero, accampando il motivo consueto, nel loro rifiuto di sottoscrivere il negoziato, se Sparta non ne otteneva uno più equo. Di fronte a quell'ostinazione gli Spartani congedarono gli alleati e strinsero con Atene un'alleanza, stimando questa la tattica più sicura a sedare gli Argivi irrequieti (che già avevano declinato l'offerta di rinnovare il concordato, all'arrivo di Ampelida e di Lico, ambasciatori), convinti che costoro senza l'appoggio ateniese non avrebbero mai rappresentato una minaccia irreparabile. Inoltre, le altre genti del Peloponneso se ne sarebbero state per lo più, in pace (piuttosto si sarebbero accostate, se era concesso, agli ateniesi). Dunque, alla presenza dell'ambasceria ateniese, suggellati gli accordi, vararono un piano di pace e d'intesa politico militare, ratificata con giuramenti e concepita in questi termini:

 

23. «Su questa base di accordi Spartani e Ateniesi stipulano un'alleanza valevole cinquant'anni. I) Se un nemico irrompe nel territorio di Sparta o lo danneggia, gli Ateniesi sosterranno gli Spartani con tutti i più efficienti mezzi che avranno a disposizione, secondo le loro facoltà; se poi il nemico, dopo il guasto inflitto al paese, ritirerà le proprie forze, la città responsabile sarà dichiarata ostile da Spartani e Ateniesi che, ad armi riunite, le faranno scontare nel sangue questa offesa: come ad una voce le due potenze stipuleranno con essa la tregua. Il tutto in spirito di giustizia, di dedizione, di lealtà. II) Se un nemico irrompe nel territorio di Atene e lo danneggia, gli Spartani sosterranno gli Ateniesi con tutti i più efficienti mezzi che avranno a disposizione, secondo le loro facoltà; se poi il nemico, dopo il guasto inflitto al paese, ritirerà le proprie forze, la città responsabile sarà dichiarata ostile da Spartani e Ateniesi che, ad armi riunite, le faranno scontare nel sangue quest'offesa: come ad una voce le due potenze stipuleranno con essa la tregua. III) Se la classe servile si rivolta, gli Ateniesi uniranno i propri sforzi agli Spartani con l'impegno più vivo, nei limiti delle loro possibilità. IV) Giureranno su questi articoli quegli stessi personaggi che si sono prestati in occasione del precedente trattato di pace. Questo patto sarà rinnovato annualmente dagli Spartani, con una visita ad Atene per le Dionisie e dagli Ateniesi con una visita a Sparta per le feste Iacinzie. V) Le due parti erigeranno stele, gli uni a Sparta presso il santuario di Apollo ad Amicla; gli altri ad Atene, sull'acropoli, presso il tempio di Atena. Se Sparta e Atene decideranno di aggiungere o togliere qualche clausola nell'accordo di pace, qualunque sia la deliberazione relativa, sarà concesso nel rispetto della parola giurata.

 

24. «Hanno ratificato giurando: in nome di Sparta: Plistoanatte, Agide, Plistola, Damageto, Chionide, Metagene, Acanto, Daito, Iscagora, Filocarida, Zeussida, Antippo, Tellide, Alcinada, Empedia, Mena, Lafilo. In nome di Atene: Lampone, Istmionico, Nicia, Lachete, Eutidemo, Proclo, Pitodoro, Agnone, Mirtilo, Trasicle, Teagene, Aristocrate, Iolchio, Timocrate, Leone, Lamaco, Demostene.» Quest'alleanza s'allacciò quando dal negoziato di pace non era corso molto tempo: subito dopo gli Ateniesi restituirono a Sparta i prigionieri di Sfacteria; e si era al principio dell'estate. Correva l'undicesimo anno: e qui si conclude la descrizione della prima fase della guerra, protrattasi senza respiro per questo decennio.

 

25. In seguito alla ratifica del piano di pace e dell'intesa tra Spartani e Ateniesi, intervenuta dopo un decennio di lotta sotto l'eforato di Plistola a Sparta e, in Atene, mentre reggeva l'arcontato Alceo, gli stati che avevano sottoscritto quei documenti salvaguardavano la pace. Al contrario, i Corinzi con a fianco altre città del Peloponneso tentavano di agitare le acque. In un lampo insorsero nei paesi della lega spartana nuovi motivi di contestazione avverso alla capitale. Intanto, col passare degli anni, gli Spartani suscitavano in Atene una inquietudine sospettosa per certe loro mosse in contrasto con lo spirito e gli articoli del patto. Ad ogni modo si astennero da operazioni militari dirette a colpire il suolo dei loro due stati, per sei anni e dieci mesi; ma all'estero, durante questo periodo di tregua non solida, si infersero a vicenda ferite gravissime. Infine, costrette a sciogliere il patto concluso dopo dieci anni di lotta, riaccesero per la seconda volta lo stato di guerra aperta.

 

26. Anche la narrazione di questi avvenimenti è stata composta dallo stesso Tucidide d'Atene, seguendo l'ordine del loro reale svolgimento, uno dopo l'altro, per estati e inverni, finché gli Spartani con gli alleati a fianco umiliarono la potenza ateniese e invasero le Lunghe Mura con il Pireo. Ventisette anni di guerra erano corsi fino alla data di questo evento. Poiché stilerà un giudizio erroneo, chi non convenga sul definire guerra l'intervallo d'anni in cui prevalse la tregua. Scruti alla luce dei fatti positivi gli elementi che distinsero questo periodo dal precedente o da quello che lo seguì: e potrà riscontrare quanto sia fuor di luogo attribuire gli autentici caratteri della pace a quest'epoca di passaggio: durante la quale né si riconsegnò, né si ottenne ciò che il negoziato aveva prescritto. Oltre a questa circostanza, si notino i conflitti contro Martinea e Epidauro e le trasgressioni al patto di cui, a diverse riprese, le due potenze si resero colpevoli. Non si allentò la tensione ostile con gli alleati della Tracia e i Beoti si riducevano a formulare armistizi che spiravano entro dieci giorni. Sicché cumulando gli anni della prima fase bellica, cioè un decennio, con quelli della tregua malsicura che ne fu l'epilogo e con quelli dell'aperta lotta che poi ne nacque, si troverà, calcolando secondo le epoche naturali dell'anno, il numero già riferito, con l'aggiunta di pochi giorni: risultato che, in questa sola occasione, centrò compiutamente le attese di chi affidandosi agli oracoli l'aveva previsto. Giacché serbo un ricordo personale, d'aver sentito sempre, dallo scoppio della guerra fino al suo termine, più d'uno asserire che la sua durata doveva essere di tre volte nove anni. L'ho vissuta intera, stagione dopo stagione, maturo d'anni per indagarla e intenderla criticamente, studiandone ogni fase con riflessiva premura, con rigore assoluto di documentazione e di scienza. Mi toccarono inoltre venti anni d'esilio dalla mia patria, frutto di quella strategia ch'esercitai ad Anfipoli; mi fu così dato ti frequentare ambedue i terreni d'operazione, e a causa della mia sorte d'esule, d'esser vicino soprattutto al campo dei Peloponnesi e di documentarmi con scrupolo minuzioso su ogni piega su ogni sfumatura dei singoli episodi. Mi accingo ora a riferire i motivi di dissidio e le violazioni dell'accordo nell'intermezzo successivo ai dieci anni iniziali di guerra e le azioni belliche che ne trassero origine.

 

27. Dopo la ratifica del trattato cinquantennale e dell'alleanza di poco posteriore, le ambascerie del Peloponneso, che a questo scopo erano state invitate a Sparta, ad una ad una si allontanavano. Mentre gli altri rientravano alle proprie sedi, i Corinzi, compiuta prima una visita ad Argo, intavolarono negoziati con alcune autorità argive, risoluti a imporre il concetto che, poiché Sparta aveva ormai stretto obblighi di distinsione e di alleanza con Atene, cioè col nemico in passato più fiero, certo in vista dell'asservimento, non della prosperità del Peloponneso, urgeva un intervento sollecito e diretto di Argo per risollevare le fortune del paese, ormai compromesse. A tal fine, gli Argivi deliberassero col voto che qualunque città greca bene intenzionata, purché indipendente e fornita di uguaglianza e parità di diritti, poteva accostarsi ad Argo con un'intesa di tipo difensivo. Inoltre si assegnassero per questo a un comitato ristretto i pieni poteri, senza divulgare alla discussione della folla il progetto, ad evitare che, fallendo l'accordo con il popolo, i promotori di quelle nuove leghe rimanessero imprudentemente esposti. I Corinzi illustrarono i pregi del piano: il rancore contro Sparta avrebbe suggerito a molti l'adesione. Quindi, dopo aver espresso questi consigli, ripresero il cammino verso la patria.

 

28. Le personalità di Argo accolsero queste proposte e le trasmisero ai magistrati e al popolo, che con il proprio voto le approvarono. Crearono quindi una commissione di dodici cittadini con i quali ogni paese greco era autorizzato a trattare se desiderava l'alleanza con Argo: esclusi ovviamente Ateniesi e Spartani. Con l'una o l'altra di queste due potenze non si permetteva il negoziato senza consultare in precedenza il popolo di Argo. Agli Argivi il proposito espresso dai Corinzi parve tanto più accettabile, in quanto si percepiva ormai come Sparta affilasse le armi contro di loro (la tregua fra loro era prossima a spirare), ma soprattutto poiché si concretava la speranza di un impero argivo esteso a tutto il Peloponneso. E a coltivarla sovveniva il pensiero che Sparta, in quei pochi anni, era caduta molto in basso nella stima del mondo greco, mentre si sviliva il suo prestigio scosso dagli infortuni patiti; la potenza d'Argo, invece, salva dai sacrifici della guerra Attica, superbo frutto di una neutralità bilanciata tra le forze in urto, troneggiava dominatrice in tutti i campi. In questo spirito Argo si schiudeva alle diplomazie del cosmo greco, lieta di accogliere da chi fosse disposto un'offerta di alleanza.

 

29. Per la suggestione della minaccia spartana, si iscrissero primi alla lega i Mantineesi con i loro alleati. Costoro avevano piegato al proprio potere una zona dell'Arcadia; mentre vigeva ancora lo stato di guerra contro Atene. Ma ora prevedevano che gli Spartani, sciolti dall'impegno bellico, non avrebbero più tollerato questa loro signoria. Sicché ricorsero di cuore ad Argo, considerando che era una città importante, in perenne dissidio con Sparta e abitata anch'essa in regime democratico come Mantinea. Avvenuta la secessione di questo centro, anche tra gli altri sparsi nel Peloponneso circolavano voci dirette a illustrare per tutti l'urgenza di quel passo: si sussurrava tra i denti che quelli di Mantinea avevano agito in questo modo perché la sapevano più lunga degli altri e si fremeva di collera contro Sparta, tra l'altro, al ricordo di quell'articolo inserito nel piano di pace, che cioè il giuramento non vietava a Sparta e ad Atene, nei limiti di un accordo reciproco, aggiunte eventuali o restrizioni di territori. Soprattutto questa clausola rendeva inquieto il Peloponneso, e gli incuteva il sospetto che Sparta trafficasse con Atene, spinta da ambizioni dispotiche sull'intero paese. Sarebbe stato più regolare che nell'articolo la facoltà di modificare la geografia politica della Grecia riguardasse il complesso degli alleati. Sicché la maggioranza per questa apprensione si affrettava, città per città, a negoziare con Argo i preliminari di un'intesa.

 

30. Gli Spartani, intuendo che un'aria di tempesta spirava dal Peloponneso e rinforzava di giorno in giorno, ben sapendo che i Corinzi non solo ne erano stati gli ispiratori, ma si accingevano a far lega con Argo, spedirono un'ambasceria a Corinto, risoluti a precorrere gli eventi. Rinfacciarono d'aver ordito quella trama, facendo notare l'illegalità delle loro scelte, se staccandosi da Sparta si allacciavano ad Argo. Erano corsi giuramenti tra Corinto e Sparta, e quella iniziativa li avrebbe traditi. Già la loro politica peccava gravemente sul piano dell'onestà rifiutando di sottoscrivere gli accordi con Atene, poiché s'era convenuto che l'assemblea plenaria della lega fosse arbitra della futura condotta comune con i più ampi poteri di decisione. Sempre che da parte degli Dei, o degli Eroi non si interponesse un divieto. Al cospetto degli alleati dissidenti sulla questione degli accordi con Atene (convocati con sollecito avviso a Corinto) i Corinzi ribatterono ai rappresentanti di Sparta senza rifarsi direttamente ai torti di cui erano vittime - Sparta non era riuscita ad ottenere per loro, ad esempio, la restituzione da parte ateniese di Sollio e di Anattorio, e altri interessi, a loro giudizio, erano stati lesi - preferirono porre in campo il pretesto che non se la sentivano di tradire gli alleati della Tracia: cui privatamente personaggi corinzi s'erano legati giurando, nei primi momenti della loro rivolta al fianco di Potidea, e in seguito la cittadinanza al completo. Si chiariva così il loro assunto, che il rifiuto di aderire alla convenzione ateniese non calpestava i vincoli sacri d'alleanza: poiché, impegnando in nome degli dei la propria parola con quelle genti, sarebbe stato un crimine da spergiuri tradirli. La formula non prescriveva espressamente: «sempre che da parte degli Dei o degli Eroi non si interponesse un divieto»? Orbene, a loro vedere nel proprio caso scattava proprio la riserva dell'impedimento divino. Così troncarono la questione dei giuramenti da loro stretti in passato. In quanto al l'alleanza con Argo, risposero che si sarebbero attenuti alle scelte operate in comune con i paesi amici, nel rispetto della giustizia. A questo punto gli ambasciatori spartani ripresero il cammino per la patria. I colloqui s'erano svolti alla presenza di una missione argiva, che si trovava in città: costoro suggerirono ai Corinzi di rompere gli indugi e sottoscrivere con Argo l'intesa: ma l'altra parte replicò con un invito a farsi vivi di nuovo in occasione della conferenza che, di lì a poco, si sarebbe raccolta in Corinto.

 

31. Sopraggiunse, subito dopo, anche un'ambasceria di Elei e stipulò innanzitutto un'alleanza con la gente di Corinto; trasferitasi di lì ad Argo strinse, alle condizioni convenute, un'intesa anche con questo stato. A quel tempo gli Elei erano in rotta con gli Spartani per l'affare di Lepreo. Molti anni prima era esploso un conflitto tra alcuni centri arcadi e i Lepreati, che ricorsero all'alleanza degli Elei con la promessa di metà del proprio territorio. Risolte le ostilità, gli Elei lasciarono da coltivare la terra a quelli di Lepreo, imponendo la quota di un talento da versare nel tesoro di Zeus ad Olimpia. Lepreo pagò fino allo scoppio di questa guerra, di cui si avvalse in seguito come pretesto per sospendere il pagamento: Elea minacciò l'uso della forza, e quelli di Lepreo si appellarono a Sparta. S'era rimessa la vertenza, quindi, al giudizio spartano: di cui però gli Elei sospettavano la neutralità. Scartando questa via per comporre il dissenso, gli Elei irruppero nei confini di Lepreo. L'incidente non impedì a Sparta di sentenziare l'indipendenza per Lepreo e di addossare il torto agli Elei, di cui si volle punire il violento disprezzo dell'arbitrato dislocando a Lepreo un presidio di opliti spartani. Gli Elei, imputando a Sparta d'aver protetto una città a loro ribelle e accampando il trattato di pace in cui si prevedeva a guerra conclusa il rientro per ciascuno nei possessi che allo scoppio delle ostilità godeva, sentendosi frodati del proprio passarono agli Argivi e, alle condizioni prescritte, stipularono anch'essi l'alleanza. Si iscrissero alla lega, seguendo subito quell'esempio, anche i Corinzi e i Calcidesi della Tracia. Per contro i Beoti e i Megaresi, pur attratti da quella causa, preferirono non compromettersi, intenti a spiare le mosse spartane e riflettendo che lo statuto democratico di Argo, sul piano dell'ideologia e dei rapporti pratici, era meno vicino al proprio regime oligarchico della costituzione aristocratica spartana.

 

32. Correva la stessa epoca di questa estate quando gli Ateniesi, dopo avere espugnato Scione, ne massacrarono gli adulti, ridussero schiavi i fanciulli e le donne, assegnando da sfruttare il territorio ai Plateesi. Ristabilirono i Deli nell'isola che già fu loro, perché intravidero nelle proprie disfatte militari un avvertimento, e vollero rendere, inoltre, ossequio a un comando del dio delfico. Tra Focesi e Locresi esplose un conflitto. Corinzi e Argivi, ormai alleati, comparvero a Tegea con l'intento di farla sollevare contro Sparta. La vedevano occupare un vasto spazio del Peloponneso: se la inducevano dalla loro il dominio sul Peloponneso era assicurato. Ma di fronte alla volontà precisa di Tegea di astenersi da qualunque atto offensivo ai danni di Sparta, i Corinzi, prodigatisi fino ad allora, spensero i propri sediziosi bollori e presero a considerare seriamente il rischio che nessun'altra città si accostasse più a loro. Tuttavia si presentarono ai Beoti, proponendo caldamente di farsi alleati di Corinto e di Argo e, in avvenire, di essere solidali con le due potenze. Inoltre i Corinzi pregavano i Beoti di accompagnarli ad Atene, al fine di ottenere per loro, alle stesse condizioni, la ratifica di un patto simile alla tregua bilaterale, cosiddetta dei dieci giorni, che Ateniesi e Beoti avevano stipulato a breve distanza dal trattato dei cinquant'anni; raccomandavano che, se Atene non era d'accordo, sciogliessero l'armistizio, astenendosi dal trattare in futuro con Atene senza aver in precedenza consultato Corinto. A tali richieste, i Beoti sollecitarono i Corinzi a sospendere i preliminari con Argo. Presentatisi ad Atene non trovarono soddisfazione in quanto al trattato dei dieci giorni, poiché gli Ateniesi replicarono che una convenzione con Corinto, come alleata di Sparta, era già in vigore. Ma i Beoti non si lasciarono per questo indurre a denunciare l'armistizio dei dieci giorni, sordi ai reclami e alle pretese dei Corinzi, che si facevano forti dell'accordo intercorso a questo scopo con i Beoti stessi. Tra Ateniesi e Corinzi, dunque, vigeva un armistizio non protetto da una tregua ufficialmente sancita tra i due stati. |[continua]|

 

|[LIBRO V, 2]|

 

 

33. Nella medesima estate gli Spartani, agli ordini di Pausania figlio di Plistoanatte, re di Sparta, dilagarono con la massa dei loro armati nel territorio dei Parrasi di Arcadia soggetti al dominio di Mantinea: straziato dalle lotte civili, questo paese si era rivolto agli Spartani che nel corso della campagna avevano anche in proposito di radere al suolo, se bastava loro la forza, il baluardo di Cipselo, eretto dai Mantineesi che lo presidiavano con proprie guarnigioni, e situato sul suolo dei Parrasi: un aculeo nel fianco della Sciritide un distretto della Laconia. Gli Spartani bruciarono e desolarono la terra dei Parrasi: quelli di Mantinea, invece, affidata la città a un presidio argivo, svolgevano personalmente il compito arduo di proteggere il paese alleato. Ma, vistisi impotenti ad arginare gli attacchi spartani sul duplice fronte, la piazza di Cipselo e i centri della Parrasia, si ritirarono. Gli Spartani resero l'indipendenza alle città parrasie e, atterrato il fortilizio, rimpatriarono.

 

34. Nella stessa estate, quando affluirono in patria le armate che agli ordini di Brasida avevano operato la campagna di Tracia e che Clearida aveva provveduto a ritirare all'avvento della pace, gli Spartani decisero di affrancare gli Iloti che avevano combattuto sotto Brasida, permettendo loro di scegliersi in libertà la propria sede. Non passò molto e quando Sparta era già in urto con gli Elei, li fece stabilire con i Neodamodi a Lepreo, il centro al confine tra la Laconia e l'Elide. Poi Sparta tolse i diritti civili a quei propri detenuti, tra cui si contavano alcuni già provvisti di alte autorità, che sull'isola avevano reso le armi al nemico. Dava ombra a Sparta il sospetto che costoro, temendo per l'infortunio patito di esser relegati nella società spartana a un posto degradante e ancora padroni dei propri diritti, tentassero l'avventura della rivoluzione. Con tale provvedimento si precluse loro l'esercizio delle cariche pubbliche e la personalità giuridica per stilare contratti validi di compra e vendita. Fondamentali diritti che tuttavia, in seguito, furono loro restituiti.

 

35. Nella stessa estate i Dii s'impossessarono di Tisso, un centro alleato di Atene, sito sulla costa del promontorio Atos. Durante l'intero corso di questa estate si intensificarono gli scambi e le relazioni tra il Peloponneso ed Atene; ma gli screzi che nacquero subito dopo la firma del trattato di pace avvelenarono i rapporti tra Spartani e Ateniesi, innanzitutto per la reciproca rinuncia a riconsegnare le piazze forti. Agli Spartani era toccato in sorte di aprire la lista delle restituzioni, con Anfipoli: ma non avevano ancora assolto il proprio obbligo, e non avevano indotto gli alleati di Tracia a sottoscrivere la convenzione, né i Beoti o i Corinti: sebbene dichiarassero in ogni occasione di essere pronti, a fianco di Atene, a un'azione di forza contro quelle genti, per convincerle al rispetto. E segnalavano date (senza però fissarle scritte su un documento) entro le quali si dovevano considerare nemici comuni i dissidenti sul trattato. Ma di queste promesse gli Ateniesi attendevano; invano l'attuazione: e cominciarono a dubitare della buonafede spartana. Sicché, trascurando i ripetuti appelli, non solo si tennero Pilo, ma si pentirono di aver restituito i prigionieri dell'isola. In quanto alle altre fortezze, si guardarono bene dal cederle: si preferiva una politica di attesa, nella speranza di una concreta volontà di adesione, da parte dell'altra potenza, alla lettera del trattato. Sul fronte opposto Sparta protestava d'essersi prodigata ai limiti del possibile. Aveva restituito liberi i prigionieri di guerra ateniesi che si trovavano nelle sue carceri; aveva ritirato le proprie truppe dalla Tracia e compiuto ogni altro passo dipendente dalla propria volontà e potere. Anfipoli, chiarivano, non era soggetta al suo dominio: perciò non erano in grado di provvedere alla sua restituzione. Al più si poteva tentare di indurre i Beoti e i Corinzi ad accettare le formule del compromesso, e di riprendere Panatto. In più Sparta avrebbe procurato la liberazione di tutti i prigionieri ateniesi della Beozia. Ma almeno Pilo doveva essere al più presto riconsegnata: altrimenti Atene procedesse a far sgomberare dalla piazzaforte i reparti di Messeni ed Iloti, seguendo l'esempio spartano in Tracia. Se proprio lo desiderava, dislocasse una guarnigione di Ateniesi a guardare il caposaldo. Dopo frequenti e approfonditi contatti gli Ateniesi si convinsero a predisporre il ritiro delle truppe messeniche e ilote da Pilo, e gli altri corpi irregolari di gente che aveva disertato da varie località della Laconia: queste forze furono trasferite a Crane in Cefallenia. Questa estate trascorse dunque in un clima di distensione, mentre le relazioni e i vertici di pace si moltiplicavano.

 

36. Nell'inverno che seguì (erano entrati in carica altri efori, diversi da quelli sotto il cui alto patrocinio si erano felicemente conclusi i preliminari di pace, e in questo nuovo collegio si contavano anche alcuni sfavorevoli alla distensione) giunsero missioni diplomatiche dagli alleati tra le quali, alla presenza degli Ateniesi, i Beoti e i Corinzi. Si tennero negoziati interminabili, scambi vivaci e prolungati d'opinioni, ma senza frutto concreto. Sicché erano tutti sulle mosse per rimpatriare, quando Cleobulo e Senare, proprio i due efori più energicamente impegnati a denunziare il patto, varano, a schietto titolo personale, una trattativa con i Beoti e con i Corinzi, caldeggiando l'unità più salda di scelte politiche tra i loro due stati e sollecitando in particolare i Beoti a concludere subito un'alleanza con gli Argivi, e quindi a proporre a questi ultimi l'entrata, al loro fianco, nella sfera d'intese spartana. Politica che avrebbe agevolmente sciolto la Beozia dall'obbligo di abbracciare la pace attica. Giacché nei programmi di Sparta, prima di aprire le ostilità con Atene e dichiarare scaduta la convenzione, un punto fermo restava l'acquisto della solidarietà, politica e militare, di Argo. I due conoscevano l'animo di Sparta, e il suo costante desiderio di poter contare sull'amicizia fraterna degli Argivi. Quest'intesa avrebbe permesso agli strateghi spartani di guidare con mani più libere le operazioni belliche all'esterno del Peloponneso. Richiedevano inoltre agli ambasciatori di lavorare sui Beoti e di fletterli alla restituzione di Panatto a Sparta, perché lo scambio di questa località con Pilo, se andava in porto, l'avrebbe alleviata di un grave impegno strategico supplementare.

 

37. A questo punto i Beoti e i Corinzi, ricevuto da Senare e Cleobulo, e da quanti condividevano verso i loro paesi il sentimento amichevole di quelli, l'incarico di trasmettere ai rispettivi governi i messaggi esposti, si separarono e si diressero alle proprie città. Sulla strada del ritorno trovarono ad attenderli due tra i massimi esponenti del governo argivo, che si accostarono e intavolarono un colloquio. Sondavano le intenzioni dei Beoti per appurarne l'eventuale desiderio di allearsi, imitando i Corinzi gli Elei e i Mantineesi, ad Argo. Pensavano che se questi preliminari si concludevano felicemente sarebbe stato più facile, facendo valere una decisione comune, fronteggiare gli Spartani, o chiunque altro si ritenesse conveniente, in guerra o in pace. L'offerta piacque agli ambasciatori beoti: fortuna voleva che queste ultime proposte ricalcassero testualmente l'incarico di cui i loro amici di Sparta li avevano richiesti. E le personalità argive, paghe d'aver riscontrato in loro soddisfazione per quell'offerta, si allontanarono con l'avviso che una propria ambasceria si sarebbe presentata in Beozia. Tornati in patria i Beoti riferirono ai Beotarchi le offerte spartane e le proposte scaturite dal successivo incontro con gli alti emissari del governo argivo. Anche alle autorità beote il disegno suonò gradito: anzi si accesero d'entusiasmo, vedendo che il progetto degli amici spartani nei loro confronti coincideva con gli intenti cui agli Argivi stava tanto a cuore d'indurre il popolo di Beozia. Poco dopo comparvero i delegati argivi a sollecitare una risposta precisa: dai Beotarchi fu bene accolto il piano, e gli ambasciatori vennero congedati con la promessa di una urgente missione di Beoti ad Argo per perfezionare, in ogni aspetto, l'accordo tra i due paesi.

 

38. Intanto ai beotarchi la misura più immediata parve annodare con i Corinzi, i Megaresi e gli ambasciatori in arrivo dalla Tracia un accordo giurato di mutuo soccorso, al momento opportuno, a chi tra i contraenti si trovasse in difficoltà, con la clausola che erano nulle le dichiarazioni di guerra o di pace prive di una ratifica collettiva. Dopo questi preliminari i Beoti e i Megaresi, che facevano causa comune, dovevano firmare la convenzione con gli Argivi. Prima però che i patti venissero consacrati i beotarchi ne diedero comunicazione ai quattro Consigli della Beozia, che riassumono nelle proprie mani ogni potere esecutivo, con un caldo invito a collegarsi, per mezzo di convenzioni giurate, a tutte le città desiderose di questo passo per regolare al meglio i propri interessi. Ma i membri dei Consigli beoti bocciarono il progetto, temendo di compromettere le relazioni con Sparta associandosi a Corinto che se ne era staccata: i Beotarchi, per parte loro, si erano astenuti dal riferire i mandati ricevuti da Sparta, il fatto cioè che due efori, Cleobulo e Senare fiancheggiati da alcuni compagni suggerivano di unirsi prima agli Argivi e ai Corinzi, per poi allearsi agli Spartani. Prevedevano che i consiglieri, anche se non preavvisati, non avrebbero prescritto un corso politico divergente da quello che, già da essi elaborato, erano venuti suggerendo. Ora invece lo scoglio era insuperabile: e i Corinzi, seguiti dai rappresentanti della Tracia, si ritirarono a mani vuote, mentre i Beotarchi che disponevano già di un piano per indurre i membri dei Consigli, quando si fosse concretato il primo disegno, a stipulare un'alleanza con Argo, lasciarono cadere questo argomento nelle sedute successive. Anche l'idea di mandare ad Argo l'ambasceria promessa si arenò: e un generale disinteresse prevalse, nell'attesa torpida di tempi migliori.

 

39. In quello stesso inverno gli Olinti conquistarono con un assalto Maciberna, presidiata da truppe ateniesi. Dopo questi avvenimenti (continuavano i colloqui tra Ateniesi e Spartani per la restituzione reciproca dei possessi di guerra), poiché gli Spartani avevano speranze di ricuperare Pilo se gli Ateniesi riacquistavano dai Beoti Panatto, inviarono ambasciatori in Beozia e richiesero la consegna di Panatto e dei prigionieri ateniesi, ancora trattenuti, al fine di ottenerne in compenso Pilo. I Beoti respinsero l'invito, ponendo come condizione pregiudiziale la firma di un accordo separato tra i loro due paesi, analogo a quello che Sparta aveva allacciato con Atene. Gli Spartani erano consapevoli dell'offesa inflitta ad Atene, poiché l'accordo prescriveva che solo per decisione unanime si potevano intrattenere rapporti di pace o di guerra, ma l'urgenza di ottenere Panatto per negoziarla con Pilo, e lo zelo sempre più vivo di quanti, insofferenti della conversione attica, operavano per spostare l'asse politico spartano verso la federazione beota, sollecitarono il governo di Sparta a sottoscrivere quell'alleanza, allo spirare dell'inverno mentre la primavera era alle porte. E si cominciò subito a smantellare Panatto. Così finiva l'undicesimo anno di guerra.

 

40. Appena sorse la primavera della seguente stagione estiva, gli Argivi stettero sul chi vive: l'attesa missione beota non era arrivata, mentre giungevano le novità che Panatto era rasa al suolo, e che tra Beoti e Spartani era intercorsa un'alleanza particolare: si profilava la minaccia dell'isolamento internazionale, e che il cardine politico della lega gravitasse ormai risolutamente sui soli Spartani. Costoro, si temeva ad Argo, avevano indotto i Beoti a demolire Panatto e a fare buon viso alla pace attica: e ad Atene lo si era di certo risaputo. Sicché neppure con gli Ateniesi era più possibile stipulare un trattato: per contro, il precedente stato dei rapporti tra le due potenze, Sparta e Atene, per i frequenti attriti faceva balenare la speranza di una rottura, e la possibilità quindi di unirsi almeno ad Atene in alleanza. Messi così alle strette, sotto l'incubo di dover affrontare una coalizione di Sparta, Tegea, della Beozia e di Atene, gli Argivi mutarono parere sul patto con gli Spartani e mentre qualche tempo prima lo spregiavano, nella fiducia superba di potersi insignorire del Peloponneso, ora spedirono a Sparta in un lampo gli ambasciatori Eustrofo ed Esone, ritenuti le personalità meglio accette laggiù. Si era imposta l'opinione che allo stato attuale delle rispettive forze il riparo più utile fosse la firma di un trattato con Sparta senza discuterne troppo i particolari: e frenarne certi entusiasmi.

 

41. Giunti sul posto gli ambasciatori intavolarono con le autorità governative di Sparta le discussioni preliminari per l'accordo. Gli Argivi pretesero innanzitutto un giudizio arbitrale affidato a una città o a un privato, sulla questione della Cinuria. È questa una fascia di confine, perenne oggetto di contestazione (è un protettorato spartano che comprende i centri di Tirea e di Antene). Ma appena se ne fece menzione Sparta troncò il dialogo, dicendosi tuttavia pronta a una intesa fondata sulle condizioni già avanti discusse e accolte. Tuttavia gli ambasciatori argivi riuscirono a strappare agli Spartani questa concessione: firma immediata di una tregua per cinquant'anni, con la riserva che a ciascuna delle due parti era concessa facoltà di provocare l'altra - essendo Argo e Sparta libere da guerre o epidemie - per dirimere con la lotta quell'annosa questione di territori: al loro modo antico, quando entrambe le parti si arrogavano, con la vittoria, il diritto alla proprietà. Inoltre, si vietava a che avesse la meglio di incalzare l'avversario oltre le frontiere di Argo e di Sparta. Articoli assurdi, si dissero in principio gli Spartani: ma poi, aspirando ad ogni prezzo all'amicizia di Argo, aderirono a quelle richieste e apposero la firma al trattato. Prima però che divenisse esecutivo, gli Spartani pretesero che gli ambasciatori tornati ad Argo comunicassero al popolo l'esito dei colloqui: e se ottenevano il suo consenso, si presentassero per le feste Iacinzie a sancire i giuramenti. E gli ambasciatori si ritirarono.

 

42. Nella stessa epoca in cui si svolgevano i negoziati tra Argo e Sparta, gli ambasciatori spartani Andromede, Faidimo, Antimenide, incaricati di prelevare dai Beoti i detenuti ateniesi e la fortezza di Panatto per restituirli ad Atene, trovarono il forte spianato dai Beoti stessi, che si facevano scudo di certi loro antichi giuramenti, intercorsi con gli Ateniesi, quando in passato si urtarono per il possesso della piazza: e a quell'epoca s'era pattuito che la località non sarebbe mai stata proprietà separata di uno dei due paesi, ma terreno comune. Andromede e colleghi scortarono ad Atene i detenuti ateniesi liberati dai Beoti, nelle cui mani si trovavano ancora: e comunicarono che Panatto era rasa al suolo. Comunque la restituzione, a loro avviso, era valida: poiché nessuno, in avvenire, avrebbe potuto installarsi in quella base con intenti aggressivi per Atene. Qui invece si fiammeggiò di collera, a una simile rivelazione; Sparta aveva l'obbligo di restituire un forte in perfetta efficienza, non dei ruderi: l'offesa era sanguinosa. Si veniva inoltre a sapere che Sparta, tradendo lo spirito delle sue consuete dichiarazioni, che cioè a forze concordi bisognava sforzare i non aderenti, aveva stretto un'alleanza separata con i Beoti. Si prese a stilare un bilancio delle omissioni e inosservanze al patto, e dei punti su cui pareva indiscutibile un torto patito: ne scaturì un comunicato duro e violento, con cui licenziarono gli ambasciatori.

 

43. L'inasprimento improvviso dei rapporti spartano ateniesi offrì alle correnti che caldeggiavano in Atene la denuncia del trattato l'occasione per riprendere e moltiplicare gli sforzi. Primeggiava tra gli altri Alcibiade, figlio di Clinia, immaturo d'anni, a quell'epoca, per qualunque altra città, ma ormai in alto ad Atene, sulle ali del prestigio tra smessogli dagli avi. Costui era certo che il colloquio con Argo avrebbe prodotto miglior frutto: d'altra parte, non era estranea a questo suo rigore contro la pace spartana la trafittura inferta all'ambizione di cui andava superbo, quando gli Spartani negoziarono la tregua valendosi degli uffici di Nicia e di Lachete e scartando, per l'età troppo acerba, il suo nome: quell'insolenza macchiava il merito antico della prossenia, cui il nonno aveva rinunziato, ma che il giovane intendeva rinnovare prodigandosi per alleviare la sorte dei detenuti spartani dell'isola. Gli pareva che da ogni lato si fosse schizzato fango sul suo onore: anche all'inizio della vicenda aveva alzato la voce, ammonendo della doppiezza spartana, che sfruttava l'alleanza ateniese per annullare Argo e brandire quindi le armi contro Atene ormai isolata: a questo scopo serviva a Sparta il trattato. Dopo la rottura delle relazioni, s'impegnò più a fondo: a titolo personale spedì subito ad Argo un suo corriere con il consiglio di precorrere i tempi e farsi vivi ad Atene e sollecitare, con Mantineesi ed Elei, un'alleanza: il momento era maturo ed egli li aspettava, risoluto a prestare tutto se stesso alla causa.

 

44. A questo messaggio gli Argivi, poiché compresero che l'alleanza dei Beoti con Atene non era stata conclusa, e che inoltre tra questo stato e Sparta era sorto un violento dissenso, non si dettero più pensiero della loro ambasceria, che in quei giorni negoziava con gli Spartani i preliminari di un accordo, e concentrarono le proprie attenzioni piuttosto verso Atene. I legami antichi d'amicizia, il regime democratico simile al proprio, la solida potenza della sua marina facevano di Atene una sicurezza ai loro occhi, nel caso che lo scoppio di una guerra imponesse di richiederne il sostegno bellico. Ambasciatori argivi partirono subito per Atene, incaricati di trattare per l'intesa: partecipavano alla missione Elei e Mantineesi. Camparvero spediti anche ambasciatori da Sparta, un terzetto formato da Filocarida, Leone ed Endio, uomini che godevano credito d'essere in eccellenti rapporti con gli Ateniesi. Principalmente erano costoro ad allarmare Sparta, se mai mossi dal rancore facevano lega con Argo. Scopi secondari dell'ambasceria spartana erano la richiesta di Pilo in cambio di Panatto e quella di fornire un chiarimento sull'alleanza sancita con i Beoti: essa non copriva intenti aggressivi contro Atene.

 

45. Davanti al consiglio gli ambasciatori espressero questi argomenti, sottolineando che erano forniti di pieni poteri per spianare ogni dissidio: questo particolare preoccupò Alcibiade, cui sorse il dubbio che comunicandolo al popolo gli Spartani si guadagnassero i favori della folla, e che quindi il progetto d'alleanza con Argo potesse venir respinto. Poiché Alcibiade applica un'astuzia di questa specie: giura agli ambasciatori la sua fede, e li fa certi che se sapranno astenersi dall'affermare davanti alla moltitudine la questione dei pieni poteri, per suo merito Pilo sarà resa (poiché, come ora s'oppone, si darà poi d'attorno per convincere gli Ateniesi) e sarà risolta ogni vertenza. Ordì l'intrigo perché voleva staccarli da Nicia e indurre il popolo, suggestionato dalla sua pubblica denuncia contro gli ambasciatori d'ipocrisia e di clamoroso contrasto con se stessi, a far lega con Argo, gli Elei e i Mantineesi . E così accadde. Gli ambasciatori infatti quando, introdotti al cospetto del popolo, negarono di fruire quei pieni poteri che nel Consiglio avevano asserito, gli Ateniesi non si dominarono più, ormai presi dalle ragioni di Acibiade che con raddoppiata foga tempestava contro gli Spartani ed era già pronto a far entrare Argivi e compagni per stipulare un trattato. Ma intervenne un terremoto prima che ci si risolvesse a qualcosa di concreto, e la seduta stessa fu aggiornata all'indomani.

 

46. Nell'assemblea del giorno successivo Nicia, sebbene coinvolto di persona, con sua cocente sorpresa, nel raggiro che aveva spinto gli Spartani a contraddirsi sui pieni poteri, affermò che associarsi costoro restava sempre il partito più necessario e utile, e che conveniva quindi sospendere gli approcci con Argo, riallacciando per vie diplomatiche i rapporti con Sparta, allo scopo d'interpretarne gli intenti. Allontanando la guerra si illustrava il bel nome d'Atene, mentre quello di Sparta ne sarebbe rimasto in ombra: finché durava l'agiatezza presente conveniva prodigarsi a tutelare con ogni cura questo proprio benessere, quando invece all'avversario in difficoltà sarebbe parsa non vera questa fortuna di gettare la sfida. Così ragionando li indusse a mandare un'ambasceria, di cui fu membro, a sollecitare gli Spartani, se nutrivano propositi retti, a restituire in efficienza il forte di Panatto e la città di Anfipoli e a denunciare l'alleanza con i Beoti, se costoro erano ancora restii a sottoscrivere il trattato: in omaggio a quanto s'era di comune accordo convenuto, che cioè nessuna delle due potenze aveva facoltà di stringere intese separate. La missione fu inoltre incaricata di far notare come anche Atene, se avesse scelto una politica spregiudicata, avrebbe già sancito una lega con Argo i cui rappresentanti erano proprio in quei giorni in visita ufficiale per trattare questo negozio. Affidarono ogni rimostranza a Nicia e colleghi, raccomandando loro che si facessero valere a Sparta: e quelli si misero in cammino. Al loro arrivo, riferirono le proprie ragioni e chiusero con un avviso: se non si affrettavano a sciogliere il trattato con la Beozia ostinata nel suo rifiuto al patto, anche Atene si sarebbe procurata l'alleanza con Argo e con gli stati della sua lega. Orbene a Sparta si declinò l'invito a dichiarare nulla la tregua beota (così trionfava la corrente dell'eforo Senare e il suo indirizzo politico, cui per solidarietà di principi diverse forze cittadine prestavano il proprio appoggio), ma si rinnovarono i giuramenti, su pretesa esplicita di Nicia: poiché era turbato l'Ateniese, al pensiero di far ritorno senza neppure un risultato positivo. Prevedeva polemiche e proteste: e vide giusto, poiché era intieramente sua, agli occhi del pubblico, la responsabilità della pace spartana. Al suo rientro la notizia che le attese riposte in quel viaggio a Sparta erano fallite ferì acerbamente gli Ateniesi. Si delineò netta l'impressione d'essere offesi e colta l'opportunità che un'ambasceria argiva e alleata, introdotta da Alcibiade al tempo giusto, era a portata di mano, si firmarono subito i documenti che sancivano la pace e l'intesa, a queste precise condizioni:

 

47. «I) Una tregua centennale è pattuita tra gli Ateniesi, gli Argivi, i Mantineesi e gli Elei, ciascuno per sé e in nome degli alleati che, nelle rispettive leghe, accettano la loro guida: senza frode e senza danni, per terra e sui mari. II) Ad Argivi, Elei, Mantineesi ed alleati sarà vietato per legge di brandire le armi per un'aggressione ad Atene e agli alleati che riconoscono la sua autorità; così agli Ateniesi e ai loro alleati contro Argivi Elei Martineesi ed alleati: né con astuzie né con diversi accorgimenti. III) Ai seguenti patti è stipulata un'alleanza tra gli Ateniesi, gli Argivi, gli Elei e i Mantineesi per cento anni: se un'armata ostile invade il territorio ateniese, Argivi, Elei e Martineesi soccorreranno Atene, con forze proporzionate alla sua richiesta con l'impegno più energico che potranno esprimere, nei limiti delle proprie facoltà. Se compiuta la devastazione il nemico si ritira, lo stato colpevole sarà dichiarato ostile da Argivi, Mantineesi, Elei al fianco degli Ateniesi che a forze concordi gli faranno scontare nel sangue quest'atto: proibito negoziare l'armistizio separato con la suddetta potenza da parte di una sola delle città contraenti, senza una ratifica collettiva. IV) Si prescrive anche ad Atene di soccorrere Argo, Mantinea ed Elea se un'armata ostile invade i loro territori: con forze proporzionate alle richieste delle città medesime, con l'impegno più energico che potrà esprimere, nei limiti delle proprie facoltà. Se compiuta la devastazione il nemico si ritira, lo stato colpevole sarà dichiarato ostile dagli Ateniesi al fianco di Argivi, Mantineesi ed Elei, che a forze concordi gli faranno scontare nel sangue quest'atto: proibito negoziare l'armistizio separato con la suddetta potenza, da parte di una sola delle città contraenti, senza una ratifica collettiva. V) Nessuna delle parti lascerà libero transito sul proprio suolo o su quello dei paesi iscritti nelle rispettive leghe a colonne di armati dirette a un'azione offensiva, né per mare: salvo il caso di una precedente decisione unanime, che ratifichi il passaggio, presa da Atene, Argo, Mantinea ed Elea VI) All'armata di soccorso lo stato che ha rivolto l'appello fornirà vettovaglie per trenta giorni, a partire da quello d'ingresso nella città che ne avrà sollecitato la spedizione, e una pari riserva per la marcia di rimpatrio. Se desidera l'impiego delle truppe un periodo più prolungato, la parte richiedente dovrà corrispondere, per gli opliti, gli armati leggeri e gli arcieri, una quota giornaliera di tre oboli egineti a testa, a titolo d'indennità alimentare. Per la cavalleria una dracma di Egina. VII) La città che ha porto richiesta si assumerà la direzione strategica degli eserciti uniti qualora il suo proprio suolo sia il terreno di guerra. Se gli stati contraenti avranno deciso a voce unanime una campagna militare collettiva l'esercizio del comando sarà equamente ripartito. VIII) Il giuramento a ratifica della convenzione sarà prestato dagli Ateniesi per sé e per gli alleati; gli Argivi, invece, e i Mantineesi e gli Elei e i loro alleati giureranno città per città. Deporrà ciascuno il giuramento seguendo il rito più solenne in onore tra la propria gente, immolando vittime adulte. Suonerà così la formula: ‹Resterò fedele all'alleanza, secondo le convenzioni pattuite, in spirito di giustizia, senza danno; e non la violerò spiegando l'astuzia, né con espedienti di altro genere›. IX) Il giuramento verrà espresso: in Atene dal Consiglio e dai magistrati cittadini, e ne saranno depositari i Pritani; ad Argo dal Consiglio, dagli Ottanta, e dagli Artini, e ne saranno depositari gli Ottanta in Mantinea dai Demiurghi, dal Consiglio e dagli altri magistrati e ne saranno depositari i Teori e i Polemarchi, in Elide dai Demiurghi, dai magistrati locali e dai Seicento, e ne saranno depositari i Demiurghi e i Custodi delle leggi. X) La sacra formula sarà rinnovata dagli Ateniesi che si recheranno ad Elide, a Mantinea e ad Argo trenta giorni avanti i Giochi Olimpici; gli Argivi, gli Elei i Mantineesi faranno visita ad Atene dieci giorni prima delle Panotenee solenni. XI) Gli articoli del trattato, santificati dal giuramento, e quelli dell'alleanza, verranno scolpiti su stele marmoree collocate in Atene sull'acropoli, dagli Argivi sulla piazza centrale nel santuario di Apollo, a Mantinea nel santuario di Zeus nella piazza: anche ad Olimpia si inaugurerà una stele bronzea in occasione delle prossime solennità olimpiche. Se gli stati aderenti al patto crederanno di apportare ritocchi alle clausole della convenzione, godranno valore esecutivo i decreti espressi con voce unanime dalla volontà collettiva dei contraenti.»

 

48. Si stipulò in queste forme la pace e l'intesa. Ma non ne nacque tra Spartani e Ateniesi, né per volere dell'una né dell'altra parte, l'annullamento della loro tregua. I Corinzi, alleati degli Argivi, non sottoscrissero il trattato, ma ormai in possesso di un documento controfirmato da Elei Argivi e Mantinesi, che prescriveva con queste potenze solidarietà politica in pace e in guerra, comunicarono di sentirsi a sufficienza protetti da questa alleanza difensiva, già da tempo stilata, che obbligava però al solo soccorso reciproco: quindi non avrebbero cooperato ad operazioni offensive. Così i Corinzi si scostarono dalla nuova lega e Sparta tornò ad essere il loro polo d'orientamento politico.

 

49. Ricorsero proprio in quell'estate le feste olimpiche: fu quando l'arcade Androstene vinse il pancrazio per la prima volta. Gli Elei interdissero agli Spartani l'accesso al santuario: sicché costoro rimasero esclusi dalle cerimonie rituali e dalle gare. Avevano rifiutato infatti di corrispondere agli Elei, cui la legge olimpica riconosceva e sanciva questo diritto, l'ammenda addebitata a Sparta. Secondo il vibrato reclamo degli Elei, gli Spartani avevano attaccato la fortezza di Firco e offeso la tregua olimpica distaccando proprio in quei giorni un reparto dei loro opliti a Lepreo. La multa assommava a duemila mine, due mine per ogni oplita come prescriveva la legge. Un'ambasceria si presentò inviata da Sparta con l'incarico di protestare contro la multa, a loro avviso ingiusta, poiché, come tenevano a mettere in luce, la spedizione degli opliti era anteriore alla notifica del bando di tregua. Gli Elei ribatterono che presso di loro la tregua era già esecutiva (ne pubblicano il primo avviso ai propri concittadini) e che mentre attendevano pacifici alle proprie opere, com'è umano in periodo di sospensione delle ostilità, Sparta sceglieva quell'ora serena per pugnalarli alle spalle, senza preavviso. Dall'altro lato si replicò osservando che allora non ci sarebbe più stata necessità d'inviare l'annuncio di tregua a Sparta, se già la stimavano colpevole di quell'atto criminoso. E invece l'avevano fatto recapitare: quindi non erano ancora del parere di aver subito un torto. Ricevuto il bando, gli Spartani avevano subito abbassato le armi. Gli Elei su un punto non cedettero: la colpa spartana era lampante. Se la parte avversa consentiva a cedere Lepreo, erano disposti a condonare la quota di multa a sé spettante e a versare di tasca propria quella destinata al tesoro del dio, alleviandone gli Spartani.

 

50. Costoro rifiutarono. Allora gli altri presentarono una nuova offerta. Non cedessero Lepreo, se erano così restii: ma poiché desideravano proprio di cuore l'accesso al santuario, salendo all'altare di Zeus d'Olimpia s'impegnassero con un giuramento al cospetto dei Greci di versare in avvenire la multa fissata. Ma neppure la nuova proposta piacque agli Spartani, che allontanati dall'area sacra, dalle cerimonie rituali e dai giochi, celebrarono la festività in patria. Gli altri Greci presero parte alle cerimonie, esclusi i Lepreati. Gli Elei tuttavia, temendo che gli Spartani intendessero partecipare al sacrificio impiegando la forza, predisposero una guardia di giovani in armi. Vi si aggregarono due reparti di Argivi e di Mantineesi, di mille uomini ciascuno, e cavalieri di Atene che attendevano ad Arpina di presentarsi per la festa. Ma la moltitudine raccolta in Olimpia stava inquieta attendendo di ora in ora una rappresaglia armata spartana, specialmente in seguito all'incidente di cui fu protagonista Lica, figlio di Arcesilao, da Sparta, che sul terreno di gara fu percosso dai rabduchi. Il suo cocchio era riuscito primo: ma su di lui, spartano, pesava la squalifica, sicché l'araldo proclamò vincitore lo stato dei Beoti. Allora quello, sceso in mezzo alla pista, coronò l'auriga, volendo con questo gesto segnalare che il carro apparteneva a lui. Così calò sulla folla un senso di disagio più teso, più opprimente, e si stava all'erta, pronti a qualche caso straordinario. Ma gli Spartani non persero la calma e così trascorsero, senza nuove scosse quei giorni festivi. Chiuse le solennità olimpiche, gli Argivi accompagnati da esponenti della loro lega giunsero in visita di stato a Corinto con la proposta di associarsi alla federazione. Vi trovarono anche un'ambasceria spartana. L'esito dei ripetuti incontri fu negativo: intervenne un terremoto e il vertice si sciolse, città per città. Intanto tramontava l'estate.

 

51. Nell'inverno successivo i combattenti di Eraclea di Trachis si misurarono in campo con gli Eniani, i Dolopi, i Maloesi e con alcune tribù tessale. Erano genti vicine a quella città e la consideravano ostile, poiché s'era cinta di spalti per tendere agguati a loro esclusivo danno. Sorgeva appena dalle fondamenta, e avevano già preso ad osteggiarla, mettendosi d'impegno per demolirla. Ora dal duello la gente di Eraclea era uscita prostrata, e anche Senare, figlio di Cnidis, da Sparta, che la guidava giacque sul terreno, a fianco di altri di Eraclea. Spirava intanto l'inverno e volgeva con esso al termine il dodicesimo anno di questa guerra.

 

52. Incominciata appena la seguente stagione estiva, alla vista di tanta desolazione in Eraclea dopo lo scontro, i Beoti la presero sotto di sé e ne licenziarono lo spartano Efesippida, colpevole, ai loro occhi, di una reggenza molto discutibile. Si insediarono nella piazzaforte temendo che gli Ateniesi li prevenissero, sfruttando la circostanza che Sparta, in una fase delicata e critica dei suoi rapporti con il Peloponneso, aveva le mani legate. Tuttavia questo colpo di mano inasprì Sparta con la Beozia. Correva la medesima estate quando Alcibiade, figlio di Clinia, stratego ateniese, sostenuto da Argo e dalla sua lega calò nel Peloponneso con pochi opliti e arcieri ateniesi cui riunì altre truppe mobilitate tra i paesi amici di laggiù e, di passaggio con la sua colonna nei territori del Peloponneso, tra le altre misure che applicò a consolidare la rete di alleanze ateniesi, non solo indusse i cittadini di Patre ad estendere la propria cinta fino alla marina, ma di persona elaborava anche il progetto di elevare un nuovo forte a Rio di Acaia. Ma i Corinzi e la gente di Sicione, spalleggiati dagli altri, cui l'erezione del fortilizio minacciava di recare danni, accorsero impedendo i lavori.

 

53. Nella stessa estate esplose una guerra tra Epidauri e Argivi. La causa prossima fu la vittima ad Apollo Pizio, compenso dovuto al dio per il diritto di pascolo, cui gli Epidauri, questa volta, non avevano provveduto (gli Argivi esercitavano la proprietà assoluta sull'area sacra). Ma anche senza ricorrere a quel pretesto Alcibiade e gli Argivi disponevano già di un proprio piano per assoggettarsi, se era possibile, Epidauro: sia per tenere al suo posto Corinto, sia perché in avvenire una spedizione di soccorso ateniese muovendo da Egina marcerebbe più spedita che doppiando il capo Scilleo. Sicché Argo si accingeva a varcare con le sue sole forze le frontiere di Epidauro, a pretendere la vittima dovuta.

 

54. Negli stessi giorni anche gli Spartani, agli ordini del loro re Agide, figlio di Archidamo uscirono in campagna con l'armata al completo fino a Leuttra, sita alla loro frontiera nei pressi del monte Liceo: il bersaglio strategico restava segreto, perfino alla città che avevano fornito truppe. Sulla frontiera i sacrifici riuscirono infausti: e gli Spartani rientrarono in città, diramando agli alleati l'ordine di tenersi pronti a muovere in armi dopo il prossimo mese, che era il Carneo, tempo sacro per i Dori. Rientrati i reparti alle proprie basi, gli Argivi che si erano messi in marcia il quart'ultimo giorno del mese precedente al Carneo, assegnarono a tutti i giorni successivi, per il periodo necessario, quella stessa data e dilagati nel paese di Epidauro lo devastarono. Epidauro si appellò alla lega: ma chi si riparò dietro il divieto religioso del mese sacro, chi invece, giunto alle frontiere di Epidauro, segnò il passo attendendo gli eventi.

 

55. All'epoca delle operazioni argive sul suolo di Epidauro, su invito di Atene, convennero a Mantinea le ambascerie delle città alleate. Mentre però si svolgevano i lavori Eufamida da Corinto fece notare che i fatti smentivano le parole: ossia mentre la loro assise discuteva intorno al tavolo della pace, Epidauro e i suoi alleati affrontava con le armi le schiere argive. Il compito più urgente era quindi di entrare in contatto con le parti in lotta e disarmarne gli eserciti: in seguito si convocherebbe una nuova conferenza di pace. I rappresentanti annuirono e raggiunti gli Argivi li indussero a sgomberare dal territorio di Epidauro. L'assemblea, riunita intorno allo stesso tavolo, non riuscì ad esprimere neppure un'ipotesi di accordo: anzi gli Argivi violarono di nuovo i confini di Epidauro portandovi la distruzione. Anche gli Spartani giunsero in armi a Carie: ma si ripeté alla frontiera, il responso negativo dei sacrifici che, ancora una volta, li convinse a ripiegare. Spianato per circa un terzo il paese di Epidauro, l'armata argiva rimpatriò Atene intendeva contribuire allo sforzo di Argo con mille opliti agli ordini dello stratego Alcibiade. Costui quando apprese che l'offensiva spartana si era esaurita e il suo intervento era ormai superfluo, ricondusse alla sua sede l'esercito. Così passò l'estate.

 

56. Nell'inverno seguente gli Spartani, senza farsi notare dagli Ateniesi, fecero passare con la flotta ad Epidauro una guarnigione di trecento armati, al comando di Agesippida. Gli Argivi comparvero ad Atene in un baleno protestando che, a dispetto degli articoli stilati nel patto riguardo al divieto di passaggio sui rispettivi territori per truppe ostili all'una e all'altra delle parti contraenti, agli Spartani s'era permesso, in tutta tranquillità, di costeggiare a vele spiegate lungo i territori ateniesi: se a loro volta gli Ateniesi non avessero risposto dislocando a Pilo i reparti di Messeni e di Iloti a minaccia di Sparta, gli Argivi ritenevano lesi i propri diritti. Frattanto gli Ateniesi, obbedendo a un'idea di Alcibiade, incisero alla base della stele marmorea, sotto le clausole del patto, che Sparta non si era tenuta fedele ai sacri obblighi: quindi, allestita a Pilo una base, la affidarono agli Iloti di Crani per esercitarvi la pirateria. Altre azioni belliche, per il momento, non furono indette. Durante questa guerra invernale tra Argo ed Epidauro non ci si batté mai in uno scontro ampio, con le evoluzioni dettate dai principi della tattica. Imboscate per lo più, a scorrerie volanti erano le manovre ordinarie che talvolta, a caso, infliggevano alle opposte linee vuoti di lieve entità. Sul finire dell'inverno, già quasi a primavera, gli Argivi si accostarono forniti di scale alla cinta di Epidauro, sicuri che la guerra l'avesse spopolata e che un'azione di forza avrebbe dato il suo frutto: ma se ne allontanarono delusi. Spirava intanto l'inverno e con esso si chiudeva anche il tredicesimo anno di questa guerra.

 

57. La seguente estate era al suo culmine quando gli Spartani, consapevoli delle gravi difficoltà in cui si dibattevano gli alleati di Epidauro, di fronte alle sempre più frequenti defezioni che punteggiavano il Peloponneso e alla minaccia di moti insurrezionali più allargati, calcolando che, se non provvedevano con tempestive misure, i torbidi sarebbero raddoppiati, mobilitarono gli Iloti e le proprie truppe per una generale campagna contro Argo: dirigeva Agide, figlio di Archidamo, re di Sparta. Partecipavano i Tegeati e tutti gli altri Arcadi alleati con Sparta: quelli invece provenienti dal resto del Peloponneso e da oltre confine si concentravano a Fliunte. I Beoti fornivano cinquemila opliti corinzi, e gli altri si aggregavano con forze disparate: i Fliasi furono mobilitati in massa, poiché l'armata si veniva raccogliendo nel loro territorio.

 

58. Ad Argo erano affluite sin dall'inizio informazioni sollecite e complete sui preparativi degli Spartani, e quando costoro mossero per riunirsi a Fliunte al grosso dell'armata anche gli Argivi scesero in campo. Al loro fianco si erano schierati i Mantineesi con i propri alleati e tremila opliti Elei. Marciando si trovarono a viso aperto con gli Spartani a Metidrio in Arcadia, e i due eserciti presero ciascuno posizione su un'altura. Gli Argivi si rallegravano di aver intercettato i reparti spartani ancora isolati e si accingevano a battersi: senonché Agide attese la notte e fatto togliere il campo all'insaputa degli avversari marciò su Fliunte per ricongiungersi agli alleati. Con l'alba gli Argivi se ne accorsero e si misero anch'essi in moto, prima in direzione di Argo, poi del punto che presumibilmente gli Spartani avrebbero scelto per calare con gli alleati nella pianura di Argo, cioè verso la strada di Nemea. Ma Agide accantonò questo presunto passaggio e fatto circolare l'ordine tra gli Spartani, gli Arcadi e gli Epidauri percorse una strada diversa e scoscesa per affacciarsi finalmente alla piana di Argo. I Corinzi, i Pelleni, i Fliasi, dovettero incamminarsi per un altro sentiero dirupato: ai Beoti, ai Megaresi, ai Sicioni fu impartito l'ordine di prendere la discesa della strada di Nemea, dove gli Argivi attendevano accampati, con lo scopo, se quelli muovevano all'attacco contro il nerbo dei loro reparti in pianura, di gettare la cavalleria in un assalto alle spalle. Distribuiti in questo modo i compiti tattici, Agide dilagò nella pianura desolando Saminto e altre località.

 

59. Ma gli Argivi, compresa la mossa, accorsero da Nemea quando il sole era già alto e urtando l'armata dei Fliasi e dei Corinzi inflissero perdite esigue ai Fliasi subendone a loro volta dai Corinzi, non molto più gravi. In tanto i Beoti i Megaresi e i Sicioni marciavano, secondo le disposizioni avute, verso Nemea: ma gli Argivi erano scomparsi. Costoro avendo visto le proprie campagne preda del ferro e del fuoco nemico, erano discesi nella pianura e si ordinavano con disciplina per la battaglia. Intanto anche gli Spartani si allineavano. Gli Argivi si erano lasciati cogliere in mezzo da ogni lato. Nel piano, gli Spartani e le truppe al loro fianco bloccavano la strada per la città dalle alture minacciavano i Corinzi, i Fliasii e i Pelleni, dalla parte di Nemea premevano Beoti, Sicioni e Megaresi. Gli Argivi erano sforniti di cavalleria, poiché gli Ateniesi, unici tra gli alleati, erano ancora assenti. Tuttavia la maggioranza degli Argivi e degli alleati non giudicava poi così nera la propria posizione: anzi il teatro del futuro scontro garantiva tutti i requisiti strategico tattici per una vittoria. Gli Spartani, infatti, si erano lasciati sorprendere in una sacca nella pianura di Argo: la città, inoltre, era a breve tratto. Ma due personalità argive, Trasillo, uno dei cinque strateghi, e Alcifrone, prosseno degli Spartani, quando le armate erano già a un soffio dall'incrociare le armi, si appartarono con Agide e in un colloquio lo pregarono di sospendere il combattimento. Poiché Argo era disposta ad affidarsi ad un arbitrato nel rispetto dell'equità giuridica tra le due potenze, se gli Spartani intendevano far valere le proprie rimostranze. Per l'avvenire con la stesura di un trattato avrebbero osservato la pace.

 

60. Questi due personaggi argivi avevano rilasciato le loro dichiarazioni a titolo personale, senza espresso incarico del popolo di Argo: e a titolo strettamente privato Agide accolse le proposte senza conferire con una cerchia più ampia di autorità; dopo essersi consultato con una sola delle personalità governative di Sparta aggregate alla campagna, pattuì una tregua di quattro mesi, entro cui Argo si obbligava a mantenere l'impegno assunto. E ordinò subito all'armata di indietreggiare, serbandone segreto il motivo agli alleati. Agli Spartani e agli altri della lega riuscì naturale eseguire il comando del proprio capo, ma tra le loro file si accendevano acerbe le critiche sulla figura e sull'operato di Agide: ci si doveva battere! Il trionfo era lì a portata di mano: il nemico chiuso in cerchio senza scampo, da fanterie e cavalli. E si abbandonava il campo senza un'azione, una manovra degna di preparativi così imponenti! Poiché questa era la più efficiente e poderosa armata greca che si fosse fino a quell'epoca composta: spiccava con straordinario risalto quando le colonne erano ancora allineate al completo laggiù a Nemea. Vi si concentravano le divisioni spartane, a ranghi compatti, quelle arcadi, beote, corinzie, sicionie, pelleniche, fliasie e megaresi. Truppe selezionate, il fiore di ciascun esercito nazionale: parevano in grado di travolgere qualunque potenza, non solo quella d'Argo e dei suoi, ma di una seconda lega, se fosse intervenuta a rinforzo. Così nell'esercito in ritirata serpeggiava il malumore contro Agide: finché, reparto per reparto, l'armata si sciolse. Per parte loro, gli Argivi erano anche peggio disposti contro chi, privo di autorizzazione popolare, aveva di testa propria stipulato l'armistizio. Un'occasione d'oro come quella, irripetibile, e s'era lasciata via libera agli Spartani! Con la propria città a un passo, con tanti e prodi alleati a fianco, si poteva bene dar battaglia! Sicché sulla strada del ritorno, in località Caradro dove prima del rientro in città si processano gli imputati di crimini militari, presero a lapidare Trasillo, che scampò balzando sull'altare: ma il suo patrimonio fu confiscato.

 

61. Finalmente spuntarono i soccorsi ateniesi: mille opliti e trecento cavalieri, agli ordini degli strateghi Lachete e Nicostrato. Ma gli Argivi che, dopo tutto, tentennavano a denunciare la tregua spartana, suggerirono ai nuovi venuti di tornare subito sui propri passi: né li introdussero alla presenza del popolo, sebbene quelli desiderassero un incontro. Finché le insistenze dei Mantineesi e degli Elei (ancora ad Argo) piegarono la loro opposizione. Gli Ateniesi, allora per voce di Alcibiade che fungeva da ambasciatore, rivolsero agli Argivi e agli alleati una comune protesta: primo, l'armistizio pattuito senza la ratifica collettiva della lega non era valido. Secondo, il loro arrivo opportuno consigliava urgentemente di riaprire le ostilità. Queste ragioni persuasero gli alleati, che unanimi mossero contro Orcomeno di Arcadia, tranne gli Argivi. Costoro, sebbene convinti, dapprima si sottrassero, ma poi entrarono in linea anch'essi. Posto il campo nei pressi di Orcomeno lavora vano concordi ad assediarla, con assalti alla cinta. Molti i motivi per cui si desiderava la sua adesione alla lega: principale la presenza degli ostaggi d'Arcadia, lasciativi dagli Spartani. Gli Orcomeni, allarmati per la fortificazione sommaria dei loro spalti e dalla potenza d'urto che traspariva dagli assalitori, sotto l'angoscia d'esser spazzati via se non interveniva un soccorso, scelsero di trattare il proprio ingresso nella lega e la consegna ai Mantineesi di propri con cittadini in qualità di ostaggi, e la restituzione di quelli che Sparta vi deteneva.

 

62. Dopo questo esito fortunato, già in possesso di Orcomeno, gli alleati si consultarono su quale tra le altre fortezze convenisse scegliere come prossimo bersaglio. E mentre gli Elei si ostinavano su Lepreo, i Mantineesi non volevano sentir altro che Tegea: Argo e Atene appoggiarono Mantinea. Gli Elei, delusi da quella scelta che risparmiava Lepreo, rimpatriarono. Gli altri della lega si preparavano, nel territorio di Mantinea, a invadere Tegea, dove alcuni in seno alla città avevano deciso di tradirla al nemico.

 

63. Gli Spartani intanto rientrati dalla campagna d'Argo dopo aver pattuito quattro mesi di tregua, addossavano ad Agide pesanti accuse, incapace, incalzavano, di sfruttare un momento favorevole, unico, si poteva dire, per metter piede in Argo: poiché un nerbo così agguerrito e solido di alleati non era facile da radunare. Quando risuonò a Sparta la notizia d'Orcomeno, che cioè la piazza era perduta, il malcontento nei suoi riguardi si fece più acerbo: anzi pieni di veleno, deliberarono a precipizio - con uno strappo alle proprie norme di vita - di spianare la sua casa e infliggergli centomila dracme di multa. Agide li pregò di non applicare le misure decretate: sarebbe sceso subito in campo, e guidando da prode una campagna avrebbe annullato le sue colpe. Altrimenti, si riservassero dopo di trattarlo come più credevano. La multa e l'atterramento della casa furono sospesi, ma si creò sui due piedi una legge senza precedenti a Sparta: gli posero alle costole dieci cittadini con funzioni consultive, e senza la loro autorizzazione gli si vietava di condurre l'armata fuori la cinta. |[continua]|

 

|[LIBRO V, 3]|

 

 

64. Arriva frattanto a Sparta un messaggio dai partigiani di Tegea, un appello a presentarsi con la massima rapidità consentita per prevenire il passaggio di Tegea e dei suoi alleati ad Argo: la rivolta era questione di ore. Allora Sparta mobilitò le truppe cittadine e gli Iloti in massa per la spedizione più agguerrita e rapida organizzata fino a quel tempo. Erano in marcia verso Oresteo, nella Menalia. Gli alleati arcadi ricevettero il comando di serrare le file e calcare le orme dei battistrada verso Tegea. Essi poi, inoltratisi compatti fino a Oresteo, di là congedarono per il rimpatrio la sesta parte delle truppe, i più anziani e i più giovani, a difesa delle proprie case. Con il resto dell'armata si diressero a Tegea. Non molto dopo si presentarono gli alleati dell'Arcadia. Corrieri partirono anche alla volta di Corinto, della Beozia, della Focide e della Locride con l'ordine di comparire d'urgenza in armi alle mura di Tegea. Benché il comando li avesse colti di sorpresa e non fosse facile il tragitto in territorio nemico (che infatti si stendeva a tagliare la strada) i reparti affrettavano la corsa. Gli Spartani impiegando gli alleati arcadi pronti a muovere invasero la regione di Mantinea e fissato il campo presso il santuario di Eracle devastavano il paese.

 

65. Gli Argivi e gli alleati, quando li avvistarono, si disposero in un luogo forte e di malagevole accesso, allineandosi con l'animo di battersi. Gli Spartani mossero diritti all'attacco, inoltrandosi fino a un tiro di sasso o di dardo. Allora uno degli anziani ammoni Agide, a gran voce, che saltava agli occhi, considerando l'ostacolo di quel forte dirupato, il suo intento di medicare un male con uno peggiore. E alludeva a quell'intempestiva prodezza, che in un momento avrebbe voluto soffocare il vespaio di critiche esploso per la sua ritirata di Argo. Agide allora, forse frenato da quel rimprovero o perché gli nacque la stessa intuizione o qualche altra idea, sottrasse una seconda volta con manovra rapida l'armata, prima che le opposte avanguardie entrassero in contatto. Giunto ai confini della Tegeatide, si dedicò a deviare verso il territorio di Mantinea quel corso d'acqua che, straripando in una regione o nell'altra, crea con i suoi danni frequenti e gravi motivi di urto fra i Mantineesi e i Tegeati. Egli si augurava di stanare con questo stratagemma, dalle alture su cui erano attestate, le truppe argive e della lega, che notando la deviazione del torrente sarebbero calate a briglia sciolta per impedirla: ed egli avrebbe dato battaglia in piano. Sicché tutto quel giorno si trattenne presso il corso d'acqua, finché lo deviò. Gli Argivi e gli alleati, dapprima, per lo stupore di quella ritirata improvvisa e con il nemico a pochi passi non sapevano più cosa indovinare: poi, quando le colonne avversarie scomparvero alla loro vista ed essi furono trattenuti sul posto, senza che si lanciasse l'inseguimento, ribollirono di nuovo le polemiche contro i propri strateghi che non solo si erano lasciati sfuggire gli Spartani quando, praticamente, li avevano chiusi in una magnifica trappola, a un passo da Argo, ma anche in questa nuova fase se la prendevano comoda: il nemico se la svignava, e nessuno gli stava alle calcagna. Sicché mentre tranquillamente si metteva in salvo, a loro restava il sapore del tradimento. Colti alla sprovvista gli strateghi si confusero: ma poi guidarono la discesa dell'armata lungo il colle e avanzatisi nel piano vi posero il campo, risoluti all'assalto.

 

66. Il giorno seguente gli Argivi e gli alleati si schierarono in ordine di attacco, se mai si imbattessero nel nemico. Gli Spartani di ritorno dal torrente al santuario di Eracle, che era il loro primo campo, si avvedono che il fronte avversario è già compatto in linea, disceso dalla quota sul colle fino ad allora tenuta. Percorse in quell'attimo le schiere spartane il più agghiacciante brivido di cui serbassero ricordo: brevissimi istanti restavano per riordinarsi, ma in poche battute ogni reparto con perfetta disciplina si inquadrò al suo posto, mentre il re Agide, secondo l'uso, dirigeva le singole fasi dell'operazione. Poiché, quando il re è alla testa del suo esercito, l'intero complesso obbedisce a lui: personalmente comunica la linea d'azione tattica ai «polemarchi», costoro ai «locaghi» che la passano ai «penteconteri», questi poi agli «enomotarchi» che la diranno all'«enomotia». Così i comandi che intendono impartire seguono invariata questa scala e si diffondono con celerità. Poiché l'intero esercito spartano, con limitate eccezioni. è coinvolto, con graduale trasmissione di poteri da un comandante all'altro, nella responsabilità esecutiva di ogni scelta tattica che grava, quindi, sulle spalle del maggior numero di persone.

 

67. Quella volta all'ala sinistra si allinearono gli Sciriti soli tra gli Spartani a mantenere in ogni scontro il privilegio di questa posizione. Al loro fianco le truppe di Brasida, rientrate dalla Tracia, seguite dai Neodamodi. Subito accanto si inquadravano gli Spartani stessi, schierati in ordine per «lochi» e insieme gli Arcadi Erei, e vicini i Menali. Sulla destra, infine, erano dislocati i reparti di Tegea e all'estrema un manipolo di Spartani. La cavalleria spartana copriva le due ali. Tale lo schieramento spartano. Sul fronte nemico l'ala destra era occupata dai Mantineesi, poiché la lotta si svolgeva sul loro suolo. Al loro fianco erano rischiarati gli alleati d'Arcadia, seguiti da mille Argivi scelti, che a spese pubbliche avevano ricevuto dallo stato una lunga e complessa istruzione alla guerra. In stretto spazio si serravano a loro gli altri Argivi, quindi i loro alleati, i Cleonei e gli Orneati. L'estrema ala sinistra era costituita dagli ateniesi che chiudevano con la propria cavalleria.

 

68. Questo era lo schieramento e la formazione dei due eserciti: ma l'armata spartana parve più ingente. In quanto agli effettivi numerici, però, sia dei reparti singoli in ciascun complesso o, più in generale, delle forze totali impegnate in campo, non sono in grado di registrarli con precisione: il numero degli Spartani restò un mistero, poiché in quello stato tutto è sepolto nel silenzio e le cifre degli altri contingenti mi parvero sospette, per il vanto, consueto tra gli uomini, d'ingigantire i dati relativi alla propria potenza numerica. Calcolando tuttavia come segue è possibile formulare una stima approssimata dei combattenti spartani che parteciparono all'azione. Erano sul terreno, senza contare gli Sciriti, che risultavano seicento, sette «lochi»: ogni a «loco» comprendeva quattro «pentecostie», e per ogni «pentecostia» si contavano quattro «enomotie». Ora, per ogni «enomotia» operavano in prima fila quattro uomini ma non vigeva una regola uniforme per la profondità delle linee. Ciascun «locago» disponeva in merito: la media normale prescriveva comunque uno spessore di otto uomini. Sicché la prima linea, sempre escludendo gli Sciriti, si snodava su un fronte di 448 combattenti.

 

69. Quando l'attacco era ormai questione d'attimi ai singoli contingenti suonava così, a conforto e sprone, la voce dei propri strateghi: ai soldati di Mantinea correva l'appello a scorgere in quell'urto il baluardo della patria e la scelta tra signoria e schiavitù: a non lasciarsi quindi strappare la prima, dopo averla assaporata, e a non farsi imporre di nuovo la seconda. Agli Argivi si faceva balenare la riconquista dell'antico impero e della parità di diritti ben nota un tempo tra le genti del Peloponneso, con un richiamo a non curvare la fronte a una rinuncia che sarebbe definitiva e a trarre finalmente vendetta, su popoli confinanti e nemici, dei ripetuti oltraggi patiti. Agli Ateniesi si illustrava la nobiltà di quell'atto, d'ottenere, frutto di un duello spalla a spalla con alleati prodi e numerosi, il primato su molte genti; trionfando di Sparta sul suolo del Peloponneso, avrebbero inoltre goduto più salda ed estesa la propria egemonia, e l'Attica in avvenire sarebbe stata perfettamente libera da irruzioni straniere. Furono di questo tono gli incitamenti rivolti agli uomini d'Argo e ai loro alleati. In quanto agli Spartani, in seno a ogni singolo reparto, ritmati dai canti marziali, si studiavano di richiamarsi l'uno l'altro alla mente quei precetti di valore che erano tra loro, tra uomini di specchiato ardimento, ben famigliari e noti: nella coscienza che uno strenuo esercizio pratico è protezione più solida che il sonante accento dell'eloquenza esortativa, quando l'ora d'agire è lì lì per scoccare.

 

70. A questo punto le armate avanzarono i primi passi; gli Argivi e gli alleati si spingevano avanti con il cuore in tumulto, fremendo: gli Spartani con fredda disciplina, al suono regolato di molti flautisti, come usa tra loro, non per devozione al dio, ma perché la marcia di avvicinamento proceda misurata e composta, ad evitare lo scompiglio che suole nascere tra le file dei grandi eserciti nella fase di attacco.

 

71. Stavano ancora accorciando le distanze quando il re Agide concepì la seguente mossa. In tutte le armate, nessuna esclusa, si ripete durante l'avanzata un fatto caratteristico: la tendenza a sospingere troppo verso l'esterno la propria ala destra e a ripiegarsi quindi con reciproca manovra avvolgente sul settore sinistro del fronte avversario, poiché, per bisogno istintivo di proteggersi, ciascuno appoggia quanto più gli riesce il proprio fianco scoperto allo scudo del compagno che gli marcia immediatamente a spalla sulla destra, e sente che serrare le file è per lui il riparo più efficace. Il primo e responsabile anello di questa catena è il capofila dell'ala destra con la sua premura di sottrarre passo dopo passo, il suo fianco disarmato, ai colpi nemici inclinazione che gli altri, ispirati dall'identica paura, assecondano subito. In quel frangente, erano i Mantineesi a oltrepassare di un gran tratto l'ala degli Sciriti, mentre ancor più all'esterno s'era portato il settore spartano e tegeate rispetto agli Ateniesi schierati in faccia: il loro fronte, infatti, era più ampio. Allora Agide, temendo che la sua sinistra finisse accerchiata, e che i Mantineesi si estendessero troppo oltre i suoi, comunicò agli Sciriti e ai reparti già di Brasida l'ordine di spingersi fuori dal settore centrale dell'esercito e di fronteggiare in parità su tutta la linea la schiera inarcata dei Mantineesi: per coprire la falla che in tal modo si produceva nel corpo dell'armata, fece segnalare ai polemarchi Ipponida e Aristocle di prelevare due «lochi» dall'ala destra e con tempestiva evoluzione immetterli nei varchi via via aperti. Riteneva che la propria destra avrebbe conservato il vantaggio e che contro la sinistra, così rafforzata, i Mantineesi avrebbero avuto vita assai più dura.

 

72. Ora, gli toccò che Aristocle e Ipponida, sorpresi nel momento cruciale dell'urto da quel comando improvviso, rifiutassero di manovrare, come prescritto (ne conseguì per loro, imputati di viltà, l'esilio da Sparta). Il nemico frattanto, più rapido di quanto Agide s'aspettasse, entrava ormai in contatto con le sue truppe. Sicché, notando che i due «lochi» non si erano mossi a rinforzo degli Sciriti, a costoro si spedì l'ordine di rientrare nelle posizioni precedenti: ma mancò il tempo anche per operare questa manovra di congiunzione. Fu quello il momento per gli Spartani di mostrare, con il più chiaro risalto, che superati da ogni lato per destrezza ed esperienza tattica, si imponevano su tutti per coraggio indomito. Alle prime percosse delle armi nemiche, gli Sciriti e i soldati già di Brasida cedono il terreno all'ala destra avversaria cioè ai Mantineesi che incuneatisi d'impeto, con a fianco gli alleati e i mille scelti di Argo, nella lacuna che sul fronte nemico non s'era riusciti a saldare, aprirono nei ranghi spartani vuoti ingenti: dopo averli circondati e costretti a volgere le spalle, li incalzano di furia fino alla linea dei carriaggi, dove falciarono alcuni veterani che vi si erano appostati a custodia. In questo settore del campo gli Spartani erano sconfitti: ma altrove, in tutto il resto dell'esercito e più al centro, dove il re dirigeva di persona i così chiamati «Trecento Cavalieri», l'assalto vibrato ai veterani di Argo e ai reparti noti come i «Cinque lochi», che investì anche i Cleonei, gli Orneati, e gli Ateniesi allineati spalla spalla con loro, sfondò in quel punto l'intero fronte; anzi, i più si erano dispersi prima di ricevere il primo colpo nemico, poiché vedendo sopraggiungere gli Spartani avevano ceduto subito. Nella calca più d'uno finì calpestato: così vivo era il terrore di non sottrarsi in tempo alla stretta del ferreo cerchio spartano.

 

73. Quando in quel settore, come s'è detto, lo schieramento argivo e degli alleati si fu scompaginato, anche alle due estremità del fronte la resistenza si sfaldò mentre con uno spostamento simultaneo l'ala destra degli Spartani e dei Tegeati sorpassava con la sua estensione gli Ateniesi e avvolgendoli creava su entrambi i loro fianchi, una posizione di mortale rischio: da un lato praticamente accerchiati, dall'altro disfatti. In tutto il complesso, il loro reparto avrebbe sofferto la prova più sanguinosa se la cavalleria non avesse fornito il suo utile appoggio in quello spazio. Accadde anche che Agide, vedendo in acque agitate la propria ala sinistra, esposta ai colpi dei Mantineesi e dei mille Argivi scelti, comandò all'esercito di spostarsi a sostegno del fianco pericolante. Eseguita questa manovra, con cui il fronte avversario slittando verso sinistra interrompeva il contatto con loro, gli Ateniesi, imitati dal corpo di Argivi sconfitti, respirarono e presero a uscire con calma dalla zona critica dello scontro. I Mantineesi e gli alleati con gli uomini scelti d'Argo, scartarono ormai la decisione di gettarsi sulle tracce dei diretti avversari ma alla vista dei compagni vinti e degli Spartani scatenati volsero le spalle e scomparvero. Tra i Mantineesi si seminò una strage, mentre il reparto scelto di Argivi fu risparmiato quasi al completo. In realtà la fuga e la ritirata non furono azioni impetuose, né si prolungarono a grande distanza: poiché gli Spartani sono combattenti caparbi; che premono inflessibili fino a rovesciare le difese nemiche: ma quando l'avversario mostra le spalle desistono subito, dopo un breve tratto, dalla caccia ai fuggitivi.

 

74. Lo scontro ebbe questo sviluppo, o molto simile: dal più antico tempo fu il fatto d'armi di maggior peso tra genti greche, e vi si confrontarono le potenze più illustri. Gli Spartani allineandosi in armi di fronte ai corpi dei nemici abbattuti eressero subito un trofeo, e dopo aver spogliato quei cadaveri, raccolsero i propri caduti e li traslarono a Tegea, dove furono tumulati. Accordata la debita tregua, consentirono al nemico la rimozione delle proprie salme. Degli Argivi, degli Orneati e dei Cleonei caddero in settecento; tra i Mantineesi si lamentarono duecento vittime, mentre gli Ateniesi, che persero entrambi gli strateghi, ebbero con quelli di Egina duecento morti. Agli alleati di Sparta non furono inflitte perdite veramente degne di rilievo. Quanto agli Spartani, era arduo far luce sul loro contributo di sangue, ma si parlava di un numero di morti vicino ai trecento.

 

75. Quando la battaglia era ancora imminente, anche Plistoanatte, l'altro re, accorse in aiuto con i reparti della riserva, reclutati tra i veterani e i più giovani. Si portò fino a Tegea, ma alla notizia della vittoria si ritirò. Anche le truppe alleate in arrivo da Corinto e delle altre genti di oltre Istmo, fermate da corrieri spartani, sospesero la marcia e rimpatriarono. Gli stessi Spartani, rientrando alle basi e congedando gli alleati (cadeva il tempo sacro ad Apollo Carneo) si diedero subito a celebrare la solennità. Si dissolse alla risolutezza mostrata in quest'ultimo scontro, il nome imposto agli Spartani di viltà, con risonanza via via più larga in quel tempo nel mondo greco, a causa della disfatta sull'isola, e le altre accuse di volontà inerte e goffa. Pareva allora che avessero subito lo schiaffo della fortuna, ma nel vigore dei sentimenti nulla in essi era mutato. Nel giorno che precedette questa battaglia accadde che gli Epidauri operassero un'invasione generale del territorio argivo, sapendolo privo di difese: il distaccamento di Argivi rimasto a presidiare fu decimato dai loro attacchi. A battaglia finita, giunsero ai Mantineesi in soccorso tremila opliti elei e mille Ateniesi oltre a quelli già in forza e le truppe della lega così riunite marciarono in fretta su Epidauro, finché Sparta era intenta alle solenni Carnee e, distribuiti i compiti ai reparti, cingevano con un baluardo la città. In seguito gli altri sospesero i lavori: i soli Ateniesi tenaci nell'eseguire l'ordine, perfezionarono con rapidi tocchi il settore della fortificazione destinata a loro del santuario di Era sul colle. Con una leva collettiva si lasciò a guardare il fortilizio un presidio, mentre tutte le altre truppe rimpatriarono. E l'estate finiva.

 

76. S'apriva appena l'inverno seguente, quando, concluse le festività Carnee, gli Spartani uscirono per una campagna e, arrivati a Tegea mandarono avanti ad Argo offerte di accordo. Già da tempo operava in questa città un gruppo di ispirazione filo spartana, che intendeva rovesciare il regime democratico. Dopo l'esito della battaglia costoro ebbero a disposizione argomenti molto più autorevoli per istillare alla maggioranza il proposito di associarsi a Sparta. Si desiderava, come primo e immediato passo di sancire con gli Spartani una tregua, il cui naturale sviluppo sarebbe stata una alleanza: e si avrebbero così avuto in mano le armi per attaccare la democrazia. Si presenta su mandato di Sparta Lica figlio di Arcesilao, prosseno degli Argivi, con due documenti diretti al governo popolare di Argo: il primo chiarisce le conseguenze di un'eventuale volontà di guerra da parte degli Argivi; l'altro illustra la pace. Divamparono accese polemiche (poiché anche Alcibiade si trovava presente), finché gli esponenti del partito favorevole a Sparta, agendo ormai con più disinvolta baldanza, convinsero i concittadini a far buon viso al disegno d'intesa. Eccone le formule:

 

77. «Alle seguenti condizioni l'assemblea degli Spartani delibera di varare trattative con Argo. I) Gli Argivi restituiranno i giovani a Orcomeno, e ai Menali gli adulti, e a Sparta gli uomini che si trovano a Mantinea. II) Usciranno dal paese di Epidauro, dopo avere atterrato il baluardo. Se gli Ateniesi non sgombereranno dai confini di Epidauro saranno considerati nemici di Argo e di Sparta, dalla lega di Argo e da quella di Sparta. III) Gli Spartani rimetteranno a tutte le città ogni giovane detenuto in ostaggio presso di loro. IV) Quanto alla vittima da sacrificare al dio, Sparta chiederà ad Epidauro di prestare un giuramento dichiarandosi essa stessa disposta a giurare sulla medesima materia. V) Le città del Peloponneso, importanti o piccole, godranno l'indipendenza secondo le usanze patrie. VI) Se una potenza esterna al Peloponneso marcerà sul Peloponneso con intenti aggressivi, si provvederà a una difesa collettiva, stabilendo di comune accordo la linea strategica che ai Peloponnesi parrà più efficace. VII) Tutti gli alleati di Sparta che vivono oltre le frontiere del Peloponneso sottoscriveranno negli identici termini degli Spartani il trattato, e gli alleati di Argo negli identici termini di Argo, serbando la propria terra. VIII ) Si illustreranno gli alleati gli articoli della convenzione: se piacerà, aderiranno. Ma se gli alleati hanno altri propositi, li comunicheranno a Sparta.»

 

78. Argo approvò, in un primo momento, questo piano d'intesa, e l'armata spartana si mise in moto da Tegea verso la patria. In seguito all'accordo si stabilirono tra le due potenze canali diplomatici regolari. Ma non passò molto, e lo stesso gruppo si prodigò fin quando spinse gli Argivi a denunciare l'intesa con Mantinea, Elea ed Atene, e a stipulare un nuovo patto e un'alleanza con gli Spartani. Secondo questi articoli:

 

79. «I) Alle condizioni seguenti gli Spartani e gli Argivi deliberano di sancire un patto di pace e di alleanza per cinquant'anni, prescrivendo la soluzione di eventuali vertenze con il ricorso a procedure giuridiche eque ed imparziali, secondo le norme onorate in patria. Le altre città del Peloponneso si associeranno al trattato di pace e cooperazione, con libertà perfetta di assumere le strutture di governo e civili preferite conservando le proprietà territoriali. Nel rispetto della tradizione dirimeranno in avvenire i dissensi appellandosi ai principi legali in eguaglianza ed imparzialità di diritti. II) Tutti gli alleati che si trovano al di là dei confini del Peloponneso si atterranno alle medesime condizioni di Sparta: e gli alleati di Argo si troveranno nelle medesime condizioni di Argo, conservando la proprietà territoriale. III) Se sarà indispensabile una spedizione a forze riunite, Spartani e Argivi si consulteranno per stabilire la direttrice strategica più giusta e vantaggiosa per gli alleati. IV) Se interverranno contestazioni tra le città all'interno o fuori del Peloponneso, per problemi di frontiere o su altri oggetti, si dovrà giungere ad un accordo mediante arbitrato. Se tra una città degli alleati e un'altra sorge una vertenza, ci si appelli a una città che porga alle parti affidamento indiscusso d'imparzialità. V) I privati godranno dei trattamenti giuridici sanciti dalla tradizione.»

 

80. Si erano così fissati i punti di quest'intesa di pace e di collaborazione politico militare: si procedette quindi alla restituzione delle piazze conquistate in guerra e a smussare ogni altro motivo di contrasto. I rapporti internazionali erano ormai materia di scelte comuni: sicché deliberarono a una voce di respingere ogni araldo o ambasceria in arrivo dagli Ateniesi, se costoro non sgomberavano dal Peloponneso abbandonando le fortezze e, inoltre, di non trattare con nessuno una guerra o una pace separata, ma di consultarsi sempre con la lega. E non solo diedero un vigoroso impulso politico ai propri interessi in ogni diverso settore, ma, tra l'altro, i due stati inviarono ambascerie alle genti della Tracia e a Perdicca. Persuasero Perdicca ad associarsi a loro. Costui, per la verità, non scisse subito i suoi rapporti con Atene: ci pensava, però, e rifletteva sull'esempio di Argo. E proprio ad Argo il suo ceppo aveva antiche radici. Rinnovarono con i Calcidesi i patti giurati in passato e ne sancirono di nuovi. Comparvero anche ad Atene ambasciatori argivi con la richiesta di disarmare il baluardo di Epidauro. Atene, considerando la sproporzione di forze tra il suo contingente e il resto di quella guarnigione collettiva, molto più numerosa, affidò a Demostene l'incarico di rimpatriare il suo reparto. Costui giunse, e simulando di allestire una gara ginnica nello spiazzo antistante il forte, attirò fuori gli effettivi al completo della guarnigione: quindi serrò dietro di sé le porte. Più tardi rinnovando il trattato con Epidauro, furono gli stessi Ateniesi a riconsegnare il fortilizio.

 

81. Sull'esempio di Argo, che si era staccata dalla lega ateniese, anche Mantinea, dopo aver resistito per qualche tempo, non fu più in grado di rinunciare alla solidarietà con gli Argivi: sicché anch'essa negoziò con Sparta, cedendo il suo primato sulle città suddite. Spartani e Argivi, con mille soldati per parte, iniziarono una campagna comune. Forze spartane, comparse da sole a Scione ne modellarono il regime su principi spiccatamente oligarchici. Dopo quell'operazione, riunirono le armi e rovesciarono il governo democratico in Argo, fondandovi una costituzione oligarchica di stampo spartano. Tramontava già quest'inverno e la primavera avanzava, e volgeva a termine il quattordicesimo anno di guerra.

 

82. Nell'estate successiva i Dii del monte Atos si staccarono da Atene per far lega con i Calcidesi; gli Spartani per conto loro operavano il riassetto politico dell'Acaia, mal disposta prima nei confronti di Sparta. In Argo, frattanto, la parte popolare raccoglieva a poco a poco le fila del movimento e, ripreso coraggio e fede in se stessa, aspettò proprio l'epoca delle Gimliopedie spartane, per organizzare un colpo di mano contro il regime degli oligarchi. Nella città divamparono gli scontri, finché i democratici primeggiarono nettamente. Tra gli avversari alcuni caddero, altri furono esiliati. Gli Spartani, trascurando gli accorati appelli dei loro partigiani in Argo, lasciarono trascorrere troppo tempo: finalmente, rinviando le Gimnopedie, si mossero per un intervento di soccorso. Ma era tardi. Appresero a Tegea che il partito oligarchico s'era dissolto e decisero quindi di sospendere l'avanzata senza dar peso ai richiami urgenti dei fuoriusciti. Rimpatriati si dedicarono alla solennità delle loro Gimnopedie. Più tardi si presentarono in delegazione gli Argivi, padroni ormai della città, e gli esuli. Al cospetto della lega si ebbero scambi vivaci e ripetuti di accuse e chiarimenti reciproci, finché Sparta, riconosciuta la colpevolezza dei democratici cittadini, decretò una campagna di guerra contro Argo: ma esitazioni e ritardi ne intralciarono l'allestimento. I popolari di Argo non perdevano tempo: all'erta per le mosse spartane, si associarono nuovamente alla lega ateniese, il cui appoggio era stimato della più alta utilità: ma non si limitarono a questo. Si decide di prolungare alla marina le lunghe mura, per poter fruire in caso di blocco dalla terraferma, dei servizi marittimi ateniesi con cui fare affluire i generi di prima necessità. Anche in diversi centri del Peloponneso correva la notizia di questa nuova fabbrica di mura cui gli Argivi lavoravano con una generale mobilitazione, perfino di donne e di servi. Da Atene comparvero falegnami e spaccapietre. Intanto finiva l'estate.

 

83. L'inverno seguente, a quella novità delle mura in costruzione, gli Spartani fiancheggiati dalla lega, tranne Corinto, avanzarono in armi contro Argo. Resisteva in Argo stessa una frangia che, sott'acqua, si adoperava a propiziare il loro intervento. Dirigeva l'armata Agide, figlio di Archidamo, re degli Spartani. Però non si notavano ancora concreti progressi di quelle forze che, in seno alla città, lasciavano sperare preparativi adeguati per l'azione. Sicché gli Spartani occuparono e rasero al suolo le mura in via di allestimento e, invadendo, Isie, località dell'Argolide, passarono per le armi tutti gli adulti liberi catturati: poi, finalmente, i reparti si congedarono città per città. In seguito anche gli Argivi scatenarono un'offensiva sul territorio di Fliunte e dopo averlo spianato rimpatriarono. Era una rappresaglia, poiché quella gente dava ricetto ai profughi di Argo, che in numero elevato vi si erano stabiliti. Nel medesimo inverno gli Ateniesi sottoposero le coste macedoni a un blocco rigido, addossando a Perdicca la responsabilità dei patti giurati con gli Argivi e gli Spartani. Vi era un secondo motivo d'astio: quando Atene aveva già allestita una spedizione contro i Calcidesi di Tracia e Anfipoli, e Nicia figlio di Nicerato ne aveva già assunto il comando egli aveva eluso i doveri prescritti dal trattato d'alleanza e s'erano dovute congedare le milizie principalmente a causa della sua rinuncia. Dunque era un nemico. Così era ormai alla fine questo inverno, e con esso spirava il quindicesimo anno di guerra.

 

84. Nell'estate successiva Alcibiade con una squadra di venti navi fece un'incursione ad Argo catturando gli individui ancora sospetti di nutrire simpatie politiche di marca spartana: i trecento detenuti furono confinati nelle isole vicine, suddite di Atene. Quindi gli Ateniesi si rivolsero contro gli isolani di Melo con trenta navi della propria flotta, sei di Chio, due di Lesbo, con milleduecento opliti propri, trecento arcieri e duecento arcieri montati: gli alleati e gli abitanti delle isole avevano contribuito con circa millecinquecento opliti. Melo è una colonia degli Spartani: per nulla disposta ad inchinarsi, imitando gli altri isolani, alla grandezza di Atene. Nelle fasi iniziali del conflitto i Meli si mantenevano in sapiente equilibrio tra gli stati in lotta: ma in seguito, sforzati dagli Ateniesi che ne devastavano il territorio, ruppero la propria neutralità e fu guerra aperta. Dunque, piantato il campo sul suolo dei Meli con gli effettivi militari di cui s'è dato cenno gli strateghi Cleomede, figlio di Licomede, e Tisia, figlio di Tisimaco, prima di infliggere danni al paese mandarono un'ambasceria con l'intento di intavolare subito dei preliminari. I Meli non introdussero al cospetto della moltitudine i delegati ma li invitarono ad esprimere le ragioni della visita alla presenza delle autorità più alte e dei notabili. E gli ambasciatori ateniesi esposero questi punti:

 

85. «Poiché questo colloquio tra noi deve restare segreto alle orecchie del popolo, e traluce da questa riserva da voi prescritta l'ansia che esponendo i nostri motivi tutti d'un fiato, con eloquenza ininterrotta, noi s'incanti la folla martellandola di argomenti non esposti volta per volta a una diretta replica (sappiamo che è questo il pensiero che vi turba e che vi ha spinto a presentarci a questo ristretto consiglio), dunque anche voi qui raccolti scegliete per dialogare una strada più sicura. Rinunciate anche voi a un discorso complesso e prolungato: scrutate ogni singola ragione esposta e contrapponendovi di volta in volta le eccezioni che vi parranno opportune, giudicate di essa. E per cominciare dite se la proposta vi conviene.»

 

86. Il comitato dei Meli emise questo verdetto: «La correttezza leale della vostra offerta, di chiarire serenamente tra noi le varie posizioni, non si discute: ma stride, a nostro giudizio, con l'apparato bellico che già ci minaccia, pronto a mettersi in moto. Voi v'imponete ai nostri occhi in aspetto di arbitri del dibattito non ancora avviato. E ci prefiguriamo il suo esito, com'è facile del resto: se trionferanno le nostre ragioni di giustizia, ispirandoci fermezza, ci toccherà la guerra. Cedendo, la schiavitù.»

 

87. Ateniesi: «Attenti a voi. Se organizzate il convegno per scrutare con sospettosi ragionamenti l'avvenire o con altri intenti, non per vagliare alla concreta luce dei casi attuali il vostro stato, e risolvervi a destinare la vostra città ad un sereno futuro, possiamo anche tagliare corto. Ma se la salvezza della vostra gente vi sta a cuore, apriamo pure il dibattito.»

 

88. Meli: «Usateci comprensione: è umano che chi posa così sulle spine, orienti e sbrigli in mille direzioni le sue fantasie e le sue ansie. Ma statene certi: ci si raccoglie per provvedere alla vita del nostro stato, e si proceda pure a discutere, con le regole che avete indicato.»

 

89. Ateniesi: «D'accordo. Dal canto nostro rinunciamo all'armamentario fastoso dell'eloquenza, alla retorica interminabile di quei discorsi celebrativi che non danno frutto. Sicché non ribadiremo che per avere demolito la prepotenza persiana, rifulge per noi il diritto all'impero, o che la nostra attuale campagna è la replica a un attentato inferto al nostro onore. Ma si pretende qui che neppure voi tentiate di piegarci giustificando il vostro rifiuto di fornire leve all'armata con la circostanza che siete coloni di Sparta, o soggiungendo che nei nostri riguardi siete innocenti e puri. Sentite: sforziamoci di restringere le ipotesi di compromesso nei confini del realizzabile, attingendole ciascuno ai principi più autentici cui ispira, di norma, la sua condotta. Siete consapevoli quanto noi che i concetti della giustizia affiorano e assumono corpo nel linguaggio degli uomini quando la bilancia della necessità sta sospesa in equilibrio tra due forze pari. Se no, a seconda; i più potenti agiscono, i deboli si flettono.»

 

90. Meli: «È nostro avviso, almeno che a proposito d'interesse (già ormai è questa l'espressione da usarsi, poiché voi avete subito accordato il dibattito su questo tono dell'utile ignorando quello di giustizia) non vi convenga annullare le riflessioni che concernono il vantaggio comune, e che sia ragionevole concedere a chiunque, quando si dibatta in un rischioso frangente, i diritti che gli spettano se non altro in quanto creatura umana: tra l'altro, che possa perlomeno aspirare alla salvezza, avvalendosi, pur senza perfetto ossequio alle severe regole del ragionare, degli argomenti che meglio crede. Considerazione che vi tocca più da vicino di chiunque altro, poiché nell'eventualità di una disfatta vi scolpireste esempio eterno nella memoria dei popoli, per l'atrocità sanguinosa della vostra pena.»

 

91. Ateniesi: «Piano. Non ci sgomenta la decadenza della nostra signoria, se mai tramonterà. Non è chi domina su altre genti, come ad esempio Sparta, la sorgente più viva di terrore per i vinti (e noi, tra l'altro, non siamo in conflitto con Sparta); i soggetti piuttosto devono incutere l'angoscia quando se mai con spontaneo slancio rovesciano il potere di chi li tiene a freno. Ma conviene che è affar nostro vedercela con questo rischio. Per ora siamo qui a documentare due circostanze: primo, che il nostro intervento si ripromette un utile per il nostro dominio; secondo che con le offerte sul tappeto mostreremo la volontà politica di salvaguardare la sicurezza del vostro stato. Intendiamo praticare su di voi un governo libero da ansie e da rischi, e impiegare integre le vostre forze per un comune profitto.»

 

92. Meli: «E come potrebbero collimare i nostri interessi, noi fatti schiavi, voi a dominarci?»

 

93. Ateniesi: «A voi toccherebbe la fortuna di vivere sudditi, prima di soffrire il castigo più crudele: e per noi sarebbe un guadagno non avervi annientati.»

 

94. Meli: «Non sareste paghi della nostra neutralità, se invece di brandire le armi resteremo amici?»

 

95. Ateniesi: «No. Per noi è minaccia più pericolosa la vostra amicizia che il vostro odio aperto: la prima proporrebbe agli occhi degli altri sudditi un esempio di fiacchezza da parte nostra, il rancore invece rammenterà sempre viva la nostra potenza.»

 

96. Meli: «Sicché i vostri sudditi possiedono un tale concetto di equità, da assegnare senza discrezione l'identico ruolo nel mondo a chi non ha legami di sudditanza con voi, e ai molti su cui pesa il vostro pugno, tra i quali i più sono coloni e altri son quelli che tentarono la rivolta?»

 

97. Ateniesi: «Sono anzi convinti che né agli uni né agli altri facciano difetto le ragioni per sostenere la propria causa, e che alcuni appunto si garantiscono questo diritto di libertà con la potenza, mentre noi intimiditi da essa scegliamo di non aggredirli. Dunque lasciamo stare che la vostra conquista ci assicurerà una signoria più estesa: renderete più solida la nostra posizione considerando il fatto che non riuscireste mai voi, forza isolana non certo tra le più potenti, a soverchiare i dominatori del mare.»

 

98. Meli: «E non vedete che per voi la sicurezza è là, in quell'altra politica? È per noi pure urgente, ancora una volta, prendere a modello il contegno vostro, la costrizione cioè a scartare i temi del diritto per farci curvare a forza la fronte davanti all'idolo della vostra convenienza, e illustrarvi quale sarebbe l'utile per noi, nell'intento, se mai la fortuna sceglie che coincida con il vostro sperato guadagno, d'indurvi ad accettarlo. Tutti gli stati che attualmente non sono iscritti a nessuna lega, credete voi che non prepareranno ostili le armi, quando riflettendo sul nostro destino temeranno di ora in ora che vibriate loro il primo assalto? E non sarà un accrescere, con le vostre mani, le potenze che già vi sfidano? E un colpo di sproni a giurarvi odio, in chi ancora se ne vive in disparte, e vuol star tranquillo?»

 

99. Ateniesi: «Non ci pare che la minaccia di costoro incomba tanto grave. È gente di terra, sparsa per il continente: vivono liberi, e correrà gran tempo prima che avvertano seriamente l'obbligo di mettersi in guardia contro di noi! Gli isolani, piuttosto, ci fanno tremare, quelli sì! Non solo quelli che, come voi, chi su un'isola, chi su un'altra, non soffrono nessun giogo, ma quelli che, esacerbati, già mordono il freno del nostro impero. Poiché costoro, in uno scatto folle e senza speranza, potrebbero coinvolgerci in una caduta verso ben prevedibili abissi.»

 

100. Meli: «Ebbene, come voi per non vedervi strappata la vostra sovranità, così gli altri che già servono si affacciano a un così cieco precipizio pur d'abbatterla, non sarebbe prova di spirito vile se noi che godiamo ancora l'indipendenza non ci studiassimo con ogni sforzo di tenercela stretta, di non cambiarla con i ceppi?»

 

101. Ateniesi: «Nessun indizio di bassezza, se almeno vi ispirate alla ragione. Non è una contesa questa, per voi, in cui confrontarsi a parità di forze e farsi onore. Lo scotto da pagare non è qui la fama di viltà. Urge piuttosto provvedere con prudenza alla vita, senza provocare un nemico troppo più poderoso.»

 

102. Meli: «Eppure è noto che talvolta le sorti della guerra si orientano verso equilibri che le rispettive potenze in campo non lascerebbero mai supporre. Sicché per noi fletter subito il capo significa precluderci ogni speranza: agendo si può forse nutrirla ancora, questa speranza di risorgere.»

 

103. Ateniesi: «Speranza: incanto che illude ad osare! Sempre pronta a vibrare un colpo, anche se non a prostrare in ginocchio, chi arrischia con lei il superfluo. Ma chi profonde nell'avventura tutto il proprio (ha natura di prodiga, la speranza!) apprende dopo la disfatta a riconoscerne il volto: quando ormai, a chi sarà entrato in familiarità con lei, spogliato a causa sua di tutto, non sarà più concessa occasione di mettere a frutto quella sua esperienza per farsene scudo, in avvenire. Il vostro paese è debole, e alla bilancia della sorte basterà oscillare di poco per cancellarvi: evitatelo. Come dovreste rinunciare ad imitare la maggior parte dell'umanità, cui, benché sia ancora possibile la salvezza con espedienti terreni, quando ogni tangibile e ragionevole motivo di speranza li abbandona in male acque, sovviene la seduzione dell'oltremondo, i vapori mistici della mantica, gli oracoli, e il fumoso corredo che li accompagna: risorse che suscitano l'illusione, e affrettano il disastro.»

 

104. Meli: «Credetelo, è arduo soprattutto per noi questo confronto disperato con la vostra potenza e con la sorte se costei non si terrà neutrale. Ci sorregge tuttavia la fede che, in quanto alla fortuna, non sia volontà del dio di sopprimerci: poiché ci erigiamo innocenti a contrasto di chi viola il giusto. Quanto allo squilibrio di forze, c'è fondata ragione di aspettarsi l'intervento amico di Sparta. Crediamo sia costretta a non sottrarsi, se non per altro, alla difesa d'uomini del suo stesso ceppo e per sentimento d'onore. Considerandolo da ogni lato, non è poi tanto folle il nostro ardimento.»

 

105. Ateniesi: «Quanto al sorriso del dio, siamo certi che anche noi non resteremo in ombra. Poiché le nostre pretese o la nostra politica non varcano gli orizzonti entro cui la coscienza dell'umanità colloca il suo rapporto con la realtà divina o regola civilmente le relazioni tra uomo e uomo. Riteniamo infatti che nel cosmo divino, come in quello umano (vale l'opinione per il primo, ma per l'altro è una sicurezza nitida) urga eterno, trionfante, radicato nel seno stesso della natura, un impulso: a dominare, ovunque s'imponga la propria forza. È una legge, che non fummo noi a istituire, o ad applicare primi, quando già esistesse. L'ereditammo che già era in onore e la trasmetteremo perenne nel tempo, noi che la rispettiamo, consapevoli che la vostra condotta, o quella di chiunque altro, se salisse a tali vertici di potenza, ricalcherebbe perfettamente il contegno da noi tenuto in questa occasione. Ecco i ragionevoli motivi in virtù dei quali non ci allarma la volontà divina: non periremo per causa sua. Per il credito che accordate a Sparta, per il senso d'onore che le attribuite e che dovrebbe spingerla a proteggervi, ci felicitiamo per il vostro inesperto candore, ma non invidiamo in voi l'incoscienza! Negli Spartani, quand'è scopertamente in gioco il proprio destino o le tradizioni del loro stato, fervono gli spiriti più nobili. Ma la discussione sul loro modo di trattare con le altre genti riuscirebbe prolissa: ebbene, stringendola in giudizio conciso si verificherebbe al più alto grado di chiarezza, tra i popoli di cui abbiamo esperienza, che nei loro ideali onesto equivale a gradito e giusto a utile. Non sarà davvero una disposizione spirituale come quella descritta a favorire la vostra irrazionale fiducia di salvezza.»

 

106. Meli: «Ma è proprio un'obiezione così concepita a metter ali a questa nostra fiducia. Melo è una colonia di Sparta. Sarà la sua opportunità politica a distoglierla dall'idea di tradirci: per non apparire infida a quanti tra i Greci favoreggiano la sua causa, e far così un dono prezioso ai nemici.»

 

107. Ateniesi: «Ne siete certi? Allora ignorate che, in politica, l'utile va d'accordo con la sicurezza dello stato, mentre a praticare il giusto e l'onesto ci si espone a pesanti rischi. Non sono da Spartani queste prodezze: non è la loro natura.»

 

108. Meli: «Però noi pensiamo che, in nostro favore, Sparta sarà più portata a imboccare questa strada rischiosa e valuterà, in fondo, meno pericolosi i suoi passi in questo scacchiere che in altri: siamo prossimi, come teatro d'operazioni, al Peloponneso e, per concezioni politiche, la comunanza di stirpe ci rende più degni di fiducia degli estranei.»

 

109. Ateniesi: «Non ci si può illudere che per chi entra spalla a spalla in un conflitto, la sicurezza assuma il volto dell'affinità politica con chi ne ha invocato l'intervento: deve piuttosto spiccare, in questo o quel settore, un vantaggio bellico ben definito, dal lato di chi ricorre all'alleanza. E Sparta è più scrupolosa delle altre potenze su questo punto (diffida perfino dei propri mezzi e si accinge a una azione d'offesa solo se intorno a lei si assiepa un quadrato ben agguerrito di reparti amici). Sicché non è nemmeno logico aspettarsi che tentino una traversata: verso un'isola poi, quando noi dominiamo i mari!»

 

110. Meli: «Potrebbe affidare ad altri l'incarico della nostra difesa. Il mare di Creta è ampio. I dominatori del mare saranno tenuti in scacco se vorranno agguantare una squadra: e mille sentieri di salvezza si apriranno a chi vorrà eludere il blocco. Se anche questa prova cadesse, potrebbero offendere il vostro paese e il resto della vostra lega: quegli alleati cui la spada di Brasida non giunse. Così dovrete battervi più per la vostra terra e per quella degli alleati, che per un possesso straniero.»

 

111. Ateniesi: «Quand'anche quest'ipotesi s'avverasse, non ci coglierebbe sprovvisti d'esperienza, e anche a voi dovrebbe già esser noto che gli Ateniesi non indietreggiarono mai da un assedio per paura d'altri. Ma ormai ci siamo convinti: benché si sia qui asserito che il dibattito doveva avere il suo centro nel problema della vostra salvezza non avete voluto, in questi preliminari non brevi, pronunziare una parola sola cui ci si possa umanamente affidare per concepire un piano sicuro di salvezza. I vostri temi ricorrenti e più solidi sono speranze, fantasie campate nel futuro: e le concrete difese con cui vi proponete di sbarrare il passo al congegno bellico che già preme alle vostre porte paiono troppo fragili per garantirvi scampo. E vi renderete colpevoli di una più sinistra follia, se dopo averci congedati non stillerete dalle vostre menti qualche risoluzione più avveduta. Non vi appellerete, speriamo, al sentimento dell'onore: causa prima di tanta rovina tra gli stati, tra i funesti e minacciosi bagliori di un abisso che può inghiottire un popolo e seppellirlo in un silenzio avvilente. Già più d'uno, con gli occhi ben aperti sul destino cui volava incontro, fu trascinato fatalmente dall'istinto noto tra gli uomini con nome di onore: potere malefico di un nome! Domati da una parola, costoro s'abbattono di schianto su pene irrimediabili, spontaneamente scelte e desiderate, attingendo un'umiliazione più vile, perché prodotta dalla propria follia, non da una percossa della fortuna. State in guardia, se vi sorregge la ragione, da questa rovina: non sentitevi schiaffeggiati se la città più potente di Grecia vi costringe a cedere, con offerte equanimi. Non è per voi una infamia entrare nella sua lega, serbando la vostra terra a prezzo di un tributo. Vi si consente di scegliere tra la sicurezza e la lotta: non appigliatevi al partito peggiore. Poiché è destinato sempre a felici successi chi non si flette di Eronte agli uguali, mentre intrattiene con i più forti rapporti di prudente fermezza e di severità moderata con gli inferiori. Dibattete fra voi, anche quando noi delegati saremo lontani, questi punti e tornate spesso su questa riflessione: la scelta coinvolge la patria. È una la patria: e a una parola sola, decisiva, sta sospeso il suo destino, di vita o di morte.»

 

112. A tal punto gli Ateniesi troncarono il negoziato e si ritirarono. I Meli rimasero con se stessi: e ostinati in quei medesimi principi che avevano espresso in sede di dibattito, emisero il seguente comunicato: «La nostra decisione non è mutata, cittadini d'Atene, non strapperemo a una città viva ormai da ottocent'anni, con una parola che dura un attimo, la sua libertà. Pieni di fede nella fortuna che sotto il governo degli dei l'ha per tanti secoli salvaguardata, tenteremo con le nostre forze e aspettando l'aiuto spartano, di salvare la città. Ci offriamo neutrali alla vostra amicizia, e vi proponiamo di allontanarvi dal nostro suolo dopo aver sancito quei patti che ad ambedue promettano e garantiscano un profitto.»

 

113. Fu tutto qui il responso dei Meli. Gli Ateniesi sospendendo definitivamente a questo punto i negoziati, replicarono: «A giudicare da questa risposta, frutto di una risoluzione meditata, si potrebbe dire che tra gli uomini voi siete gli unici a valutare il patrimonio del futuro più solido di quello del presente. Per il desiderio che vibra in voi scorgete una realtà concreta laddove è l'invisibile. E per esservi dati, anima e corpo, agli Spartani, alla sorte, alle speranze con la più incondizionata fiducia, crollerete nel più sanguinoso disastro.»

 

114. I delegati ateniesi tornarono al proprio campo. Gli strateghi, poiché i Meli opponevano un così netto rifiuto, si dedicarono a preparare l'azione e distribuiti tra i reparti, città per città, i vari compiti, si pose mano al blocco dei Meli con un baluardo. Più tardi, lasciata una guarnigione di milizie cittadine ed alleate, gli Ateniesi ritirarono per terra e per mare il nerbo dell'esercito. Il presidio distaccato in quella località guardava il bastione.

 

115. In quell'epoca, anche gli Argivi dilagarono nel territorio di Fliunte, ma vittima di un agguato di truppe fliasie e di propri cittadini profughi lasciarono sul terreno circa ottanta uomini. Da Pilo gli Ateniesi rapinarono agli Spartani una ricca messe di prede. Per rappresaglia gli Spartani, benché anche in quest'occasione non denunciassero i patti per aprire il conflitto, proclamarono un bando che garantiva impunità a chiunque fosse disposto tra loro a taglieggiare gli Ateniesi. Per vertenze marginali i Corinzi scesero in campo contro Atene: ma su gli altri stati del Peloponneso regnava la pace. Anche i Meli tentarono un colpo di mano sul muro ateniese che li bloccava: di notte, dal lato della piazza. Uccisero alcune sentinelle, e importati viveri e oggetti di generale utilità, quanti più poterono, si asserragliarono e stettero immobili. Da allora gli Ateniesi strinsero e rinsaldarono le maglie della loro vigilanza. E l'estate finiva.

 

116. Nel seguente inverno gli Spartani, che avevano in proposito di invadere l'Argolide, rimpatriarono poiché alla frontiera i loro sacrifici non erano riusciti propizi. Il disegno spartano fece balenare in Argo il sospetto che certi personaggi in città non ne fossero proprio all'oscuro: sicché parte furono arrestati, mentre altri sparirono. Proprio a quell'epoca i Meli attaccarono, in un altro punto, per la seconda volta, lo sbarramento ateniese, dove le scolte erano al minimo. Aggiuntosi più tardi un nuovo esercito da Atene, per porre riparo al moltiplicarsi di simili tentativi, al comando di Filocrate figlio di Demeo, l'assedio fu stretto con più ferreo vigore. Inoltre in seno ai Meli ci fu un tradimento: ed essi si videro obbligati alla resa senza condizioni. Gli Ateniesi passarono per le armi tutti i Meli adulti che caddero in loro potere, e misero in vendita come schiavi i piccoli e le donne. Si stabilirono essi stessi in quella località, provvedendo più tardi all'invio di cinquecento coloni.

 

LIBRO VI

 

 

 

1. Correva ancora l'inverno, quando si risvegliava in Atene l'impulso d'imbarcarsi con armamenti più massicci di quelli disposti per Lachete ed Eurimedonte, con cui puntare sulla Sicilia e conquistarla, se possibile. Per la folla d'Atene era mistero la grandezza di quest'isola e il numero preciso delle sue genti, Greci o barbari: e s'ignorava d'addossarsi uno sforzo bellico non troppo più lieve di quello spiegato contro il Peloponneso. Ad una nave mercantile occorrono otto giorni, o poco meno, per effettuare il giro completo dell'isola, la quale, benché di perimetro così ampio, è divisa dal continente da un braccio di mare che non si estende per più di venti stadi.

 

2. Già in tempi lontani fu sede di popoli, ed ecco il complessivo registro delle genti che ospitò. L'insediamento umano più antico che la tradizione ricordi fu quello dei Ciclopi e dei Lestrigoni, che occuparono una fascia limitata del paese. Ma sul loro ceppo non posso pronunciarmi, né sulla loro terra d'origine o su quale zona del mondo abbiano poi scelto per emigrarvi. Si stia contenti delle memorie poetiche e dell'opinione che ciascuno, chi da una fonte, chi da un'altra, ha concepito su quelle genti. Subito dopo quelli devono essersi stabiliti sull'isola i Sicani. Costoro anzi, a quanto affermano, avrebbero preceduto i Ciclopi e i Lestrigoni in quanto originari della Sicilia. Ma la verità storica fa giustizia di queste fantasie: erano Iberi, e in Iberia avevano dimora, lungo il corso del Sicano, donde i Liguri li costrinsero ad allontanarsi. Per opera loro l'isola finì col mutare il primitivo nome di Trinacria in quello di Sicania. Nel nostro tempo i Sicani sono ancora stanziati nella zona occidentale della Sicilia. Quando Ilio crollò, un drappello di Troiani fuggitivi, sgusciati dalla rete della flotta Achea, approdarono alle spiagge della Sicilia e fissarono il proprio domicilio a fianco dei Sicani. Le due genti furono designate con il nome comune di Elimi, e i loro centri urbani furono noti come Erice e Segesta. S'aggiunse più tardi e prese sede in quei luoghi anche un nucleo di Focesi che rientrando da Troia fu travolto in quell'epoca da una tempesta e, dopo aver toccato le coste della Libia, di là concluse finalmente la sua corsa in terra di Sicilia. I Siculi, dall'Italia (poiché in quel paese vivevano) compirono la traversata verso la Sicilia, per sottrarsi agli Opici. È probabile (e in questo caso la tradizione ci soccorre) che si tenessero pronti a passare con alcune zattere, quando si levasse da terra la brezza, propizia al tragitto: ma non si esclude che si siano giovati anche di altri espedienti per sbarcare. Nei tempi moderni esiste ancora in Italia una piccola società di Siculi: il nome di questa regione, anzi, si deve proprio ricollegare a Italo, uno dei re Siculi, che così si chiamava. Costoro passarono in Sicilia con un'armata poderosa e piegando al primo urto i Sicani li confinarono a viva forza nella parte a mezzogiorno e ad occidente dell'isola, imponendo al paese un nome nuovo: da Sicania, Sicilia. Effettuato il passaggio, si scelsero i territori migliori e li mantennero per circa i trecento anni che precedettero l'avvento dei Greci in Sicilia: attualmente occupano ancora le fasce centrali e a settentrione dell'isola. L'intera costa della Sicilia, inoltre, era punteggiata di stazioni fenicie che si attestavano di preferenza sui promontori lambiti dal mare e sugli isolotti prossimi alla riva, punti utili per la rete commerciale fenicia in Sicilia. Ma più tardi, quando a fitte ondate presero a sbarcarvi i Greci da oltre mare, sgomberate quasi tutte le proprie sedi, i Fenici si riservarono Motia, Solunte e Panormo raggruppandosi spalla a spalla con gli Elimi, sulla cui alleanza giuravano completa fiducia. Non solo, ma da quelle località il tragitto dalla Sicilia a Cartagine è il più spedito. Sicché era questa la potenza numerica dei barbari in Sicilia e tale la loro posizione in quella terra.

 

3. Primi tra i Greci ad organizzare una spedizione oltremarina in Sicilia furono i Calcidesi di Eubea, che diretti dall'ecista Tucle fondarono Nasso ed eressero l'altare ad Apollo Archeghete, che ancor oggi si può notare fuori la cinta: su quest'ara, quando delegazioni ufficiali s'imbarcano dalla Sicilia per presenziare a cerimonie sacre, offrono prima al dio una vittima. L'anno successivo Archia uno dei discendenti di Eracle, da Corinto, fondò Siracusa, dopo ave in precedenza espulso i Siculi dall'isola che attualmente, non più circondata dal mare, costituisce l'area urbana interna. Con gli anni anche la città esterna fu congiunta con una cinta di mura e crebbe la densità della popolazione. Tucle e i suoi Calcidesi, muovendo da Nasso, nel quinto anno da che era sorta Siracusa, fondarono Leontini, dopo aver rimosso da quella località con azioni di guerra i Siculi: dopo di essa fondarono Catania. I Catanesi però scelsero in seno alla loro stessa cittadinanza il proprio ecista: Evarco.

 

4. Proprio in quel tempo Lamide approdò da Megara in Sicilia alla guida di una colonia e a settentrione del fiume Pantachio fondò una cittadina dandole nome Trotilo. Più tardi passò di là a Leontini dove, per un breve periodo, divise con i Calcidesi la direzione politica di quella colonia; scacciato dai Calcidesi, fondò Tapso e venne a morte, mentre i suoi, espulsi da Tapso, eressero Megara denominata Iblea, poiché il re dei Siculi Iblone aveva