CRITICA: VITTORIO ALFIERI

 PARERE DELL'AUTORE SUL "SAUL"

 AUTORE: Vittorio Alfieri    TRATTO DA: Tragedie

 

Le antiche colte nazioni, o sia che fossero più religiose di noi, o che in paragone dell'altre stimassero maggiormente se stesse, fatto si è, che quei loro soggetti, in cui era mista una forza soprannaturale, esse li reputarono i più atti a commuovere in teatro. E certamente non si potrà né dire, né supporre, che una città come Atene, in cui Pirrone e tanti altri filosofi di ogni setta ed ogni opinione pubblicamente insegnavano al popolo, fosse più credula e meno spregiudicata che niuna delle nostre moderne capitali.

Ma comunque ciò fosse, io benissimo so, che quanto piacevano tali specie di tragedie a quei popoli, altrettanto dispiacciono ai nostri; e massimamente quando il soprannaturale si accatta dalla propria nostra officina. Se ad un così fatto pensare non avessi trovato principalmente inclinato il mio secolo, io avrei ritratto dalla Bibbia più altri soggetti di tragedie, che ottimi da ciò mi pareano. Nessun tema lascia maggior libertà al poeta di innestarvi poesia descrittiva, fantastica e lirica, senza punto pregiudicare alla drammaticità e all'effetto; essendo queste ammissioni o esclusioni una cosa di mera convenzione; poiché tale espressione, che in bocca di un Romano, di un Greco (e più ancora in bocca di alcuni dei nostri moderni eroi) gigantesca parrebbe e forzata, verrà a parer semplice e naturale in bocca di un eroe di Israele. Ciò nasce dall'aver noi sempre conosciuti codesti biblici eroi sotto quella sola scorza, e non mai sotto altra; onde siamo venuti a reputare in essi natura, quello che in altri reputeremmo affettazione, falsità e turgidezza.

L'aprire il campo all'immagine, il poter parlare per similitudini, potere esagerare le passioni coi detti, e rendere per vie soprannaturali verisimile il falso; tutti questi possenti aiuti riescono di un grande incentivo al poeta per fargli intraprendere tragedie di questo genere: ma le rendono altresì, appunto per questo, più facili assai e trattarsi; perché con arte e abilità minore il poeta può colpire assai più, e oltre il diletto, cagionar meraviglia. Quel poter vagare, bisognando; e il parlar d'altro, senza abbandonare il soggetto; e il sostituire ai ragionamenti poesia, e agli effetti il meraviglioso; era questo un gran campo da cui gli antichi poeti raccoglievano con minor fatica più gloria. Ma il nostro secolo, niente poetico, e tanto ragionatore, non vuole queste bellezze in teatro, ogniqualvolta non siano elle necessarie ed utili, e parte integrante della cosa stessa.
Saul, ammessa da noi la fatal punizione di Dio per aver egli disobbedito ai sacerdoti, si mostra, per quanto a me pare, quale essere dovea. Ma per chi anche non ammettesse questa mano di Dio vendicatrice aggravata sovr'esso, basterà l'osservare, che Saul credendo d'essersi meritata l'ira di Dio, per questa sola stia opinione fortemente concepita e creduta, potea egli benissimo cadere in questo stato di turbazione, che lo rende non meno degno di pietà che di meraviglia.
David, amabile e prode giovinetto, credo che in questa tragedia, potendovi egli sviluppare principalmente la sua natia bontà, la compassione ch'egli ha per Saul, l'amore per Gionata e Micol, ed il suo non finto rispetto per i sacerdoti, e la sua magnanima fidanza in Dio solo; io credo che da questo tutto ne venga David a riuscire un personaggio a un tempo commoventissimo e meraviglioso.

Micol, è una tenera sposa e una figlia obbediente; né altro dovea essere.
Gionata ha del soprannaturale forse ancor più che David; ed egli in questa tragedia ne ha più bisogno, per poter mirare di buon occhio il giovinetto David, il quale preconizzato re dai profeti, se non era l'aiuto di Dio, dovea parere a Gionata piuttosto un rivale nemico, che non un fratello. L'effetto che risulta in lui da questa specie di amore inspirato e dalla sua totale rassegnazione al volere divino, parmi che sia di renderlo affettuosissimo in tutti i suoi detti al padre, alla sorella, e al cognato; e ammirabilissimo, senza inverisimiglianza, agli spettatori.
Abner, è un ministro guerriero, più amico che servo a Saulle; quindi a me non par vile, benché esecutore talora dei suoi crudeli comandi.
Achimelèch è introdotto qui, non per altro, se non per avervi un sacerdote, che sviluppasse la parte minacciante e irritata di Dio, mentre che David non ne sviluppa che la parte pietosa. Questo personaggio potrà da taluno, e non senza ragione, esser tacciato d'inutile. Né io dirò che necessario egli sia, potendo benissimo stare la tragedia senz'esso. Ma credo che questa tragedia non si abbia intieramente a giudicare come l'altre, con le semplici regole dell'arte; ed io primo confesso, che ella non regge a un tale esame severo. Giudicandola assai più sulla impressione che se ne riceverà, che non sulla ragione che ciascheduno potrà chiedere a se stesso della impressione ricevuta, io stimo che si verrà così a fare ad un tempo e la lode e la critica del soprannaturale adoprato in teatro.

Tutta la parte lirica di David nel terz'atto, siccome probabilmente l'attore (quando ne avremo) non sarà musico, non è già necessario che ella venga cantata per ottenere il suo effetto. Io credo, che se un'arpa eccellente farà ad ogni stanza degli ottimi preludi esprimenti ed imitanti il diverso affetto che David si propone destare nell'animo di Saul, l'attore dopo un tal preludio potrà semplicemente recitare i suoi versi lirici; ed in questi gli sarà allora concesso di pigliare quella armoniosa intuonazione tra il canto e la recita, che di sommo diletto ci riesce allorquando sentiamo ben porgere alcuna buona poesia da quei pochissimi che intendendola, invasandosene, non la leggendo e non la cantando, ce la sanno pur fare penetrar dolcemente per gli orecchi nel cuore. Se questo David sarà dunque mai qual dev'essere un attore perfetto, egli conoscerà oltre l'arte della recita, anche quella del porger versi; e s'io non mi lusingo, questi versi lirici in tal modo presentati, e interrotti dall'arpa maestra nascosta fra le scene, verranno a destare nel cuore degli spettatori un non minore effetto che nel cuore di Saulle.

Quanto alla condotta, il quart'atto è il più debole, e il più vuoto, di questa tragedia. L'effetto rapido e sommamente funesto della catastrofe, crederei che dovesse riuscire molto teatrale.
In questa tragedia l'autore ha sviluppato, o spinta assai più oltre che nell'altre sue, quella perplessità del cuore umano, così magica per l'effetto; per cui un uomo appassionato di due passioni fra loro contrarie, a vicenda vuole e disvuole una cosa stessa. Questa perplessità è uno dei maggiori segreti per generare commozione e sospensione in teatro. L'autore forse per la natura sua poco perplessa, non intendeva questa parte nelle prime sue tragedie, e non abbastanza ha saputo valersene nelle seguenti, fino a questa, in cui l'ha adoprata per quanto era possibile in lui. Ed anche, per questa parte, Saul mi pare molto più dottamente colorito, che tutti gli eroi precedenti. Nei suoi lucidi intervalli, ora agitato dall'invidia e sospetto contro David, ora dall'amor della figlia per il genero; ora irritato contro ai sacerdoti, or penetrato e compunto di timore e di rispetto per Iddio, fra le orribili tempeste della travagliata sua mente, e dell'esacerbato ed oppresso suo cuore, o sia egli pietoso, o feroce, non riesce pur mai né disprezzabile, né odioso.
Con tutto ciò un re vinto, che uccide di propria mano se stesso per non essere ucciso dai soprastanti vincitori, è un accidente compassionevole sì, ma per quest'ultima impressione che lascia nel cuore degli spettatori, è un accidente assai meno tragico che ogni altro dall'autore finora trattato.

 

Aggiornamenti 2002 - Luigi De Bellis