CRITICA: VITTORIO ALFIERI

 LE LETTERA DELL'ALFIERI

 AUTORE: Walter Binni    TRATTO DA: Introduzione a Vittorio Alfieri

 

Non è ricchissimo l'epistolario dell'Alfieri ed a un lettore poco iniziato può sembrare perfino poco alfieriano un epistolario in cui non si sente il continuo scatto di una passione che si fa ritmo gagliardo, in cui non ritorna il romanzesco procedere della Vita.
Ed è proprio a una precisazione migliore del temperamento alfieriano, troppo spesso presentato in maniera scolastica come crucciato e fremente, che le lettere servono mirabilmente, lumeggiando con accenni minuti e poco retorici quelle venature, presenti in ogni opera alfieriana, di una sostanza di umanità non astrattamente eroica, di un'attenzione poetica acuta e sensibile ai dati più elementari della giornata umana che anche nelle prime pagine della Vita hanno fatto parlare di poesia della memoria, di Proust, di analisi poetica. Perciò l'uso dell'epistolario nella conoscenza dell'Alfieri appare essenziale, in quanto, fuori della pettegola e assurda misurazione del possibile divario fra l'uomo reale e il suo ritratto poetico, ci permette di accertare la concretezza, l'aderenza vitale, ricca anche di abbandoni, di care nostalgie, che nutrono la tensione di un grande poeta che la tradizione più comune ha immaginato troppo convulsa, continuamente clamorosa. Donde derivava quella impressione di venerazione e di fastidio in una lettura scolastica e retorica che distacca dall'Alfieri tanti lettori che pure amano Leopardi e Foscolo.

Il vero Alfieri, il grande poeta del preromanticismo italiano, il poeta di una passione di liberazione non solo politica e patriottica, ma diremmo religiosa e profondamente personale che si inserisce nella storia della spiritualità romantica, è assai più complesso e presuppone un atteggiamento intimo che non è semplice furia di lotta, di gesti essenziali, ma è anche agio di osservazione, bisogno di concretezza, possibilità di sogno, di tristezza nostalgica. Così che le sue orribili melanconie, il suo romantico amore d'infinito hanno la base su sentimenti più limitati e gustati, su visioni di paesaggi non astratti. E proprio l'Alfieri, il «volontarista» dell'arte, rivela così invece un gusto intimo di esperienza, una sensibilità di quotidiane sensazioni, che, se non equivalgono certo all'attenzione leopardiana per il proprio vivere dolente, hanno una sicura validità nel rendere tanto più concreto e sensibile l'alto mondo di Saul e di Mirra.

Certo, sempre gli epistolari rivelano i poeti nella loro espressione più nuda, nella loro reazione alle vicende, nel loro volto meno mascherato ma, nel caso dell'Alfieri, una specie di nudo lirismo sale da queste pagine poco elaborate e coincide con quel tono di esperienza non sempre rapita, di sensibilità più pacata che si può ben sentire in certe parti della Vita, perfino in versi delle Rime o delle Tragedie: quel gusto sobriamente edonistico delle azioni mescolate sempre a un tedio nascente, a un fremito, a un disperato bisogno di affetti realmente vissuti, che nutre la più esaltata poesia alfieriana, che porta il suo segreto sapore nella scena più desolata.
Tutta un'aria di vita non eccezionale e non convulsa circola nell'epistolario e ci assicura l'esclusione di un persistere maniaco in una posa, aggiunge agli impeti alfieriani il sostegno di una concretezza quotidiana nella relazione con gli uomini e con le cose. Torna vivo nelle lettere il senso del tempo vissuto; il milieu settecentesco con le sue relazioni affettuose, ma scrupolosamente riguardose, con i suoi particolari di scomodo e di agio lussuoso (viaggi, carrozze, poste, locande, palazzi grandiosi e mal riscaldati), con il suo brio riposato, con il suo accento accademico, e insieme il tono sensibile ed elegante che nella cortesia un po' brusca dell'Alfieri si fa sentimentale, a volte già integralmente romantico. «E chi sa ch'io da una donna che sente non cavi più lumi assai che da professori che hanno il cuor col pelo?»: scrive in una lettera dell'85, e questi accenni a una sensibilità che da sensistica si fa romantica, si moltiplicano specie in quel gruppo di lettere - il più unitario e il più gustoso - scritte a Mario Bianchi e Teresa Mocenni, la coppia amante di Siena a cui l'Alfieri indirizza le sue espressioni più intime e continue in una sorta di diario ravvivato da una nostalgia che non si precisa, ma s'intende, per Siena, e da una confidenza, da un legame nati da una morte e conclusi con una morte (quella di «Checco» il Gori-Gandellini, il modello della «virtù sconosciuta» e quella dello stesso Bianchi), confermati da una simpatia di situazione simile (una coppia irregolare come quella dell'Alfieri e della Albany), da una intesa di «fini amanti» («Mi s'arricciano i capelli sempre che io penso al pericolo che si corre quando si vive in altri come facciam noi», al Bianchi, 9 aprile '86) e da una sollecitudine affettuosa e quasi protettrice per la malattia dell'amico, che danno a queste lettere un incanto di stile insolitamente tenero e triste, sorridente e pessimistico in uno sfondo di comprensione senza coturno tragico, senza pensiero di gloria. C'è in queste lettere, ben più sensibili di quelle scritte alla madre o all'abate di Caluso (confidente piuttosto di preoccupazioni culturali ed artistiche), un fondo di tristezza non corrucciata, coerente con il tono amichevole e sorridente di racconti, di inviti. Una tristezza pensosa che sale fino ad espressioni risolute e potenti («Sono tristissimo e solo nel mondo»), ma che per lo più le svolgono da un contesto più calmo e quasi abbandonato: «Mi saluti la Teresina caramente e beato lei che ogni giorno può pur vederla e contarle i suoi guai e sentire i suoi, sola dolcezza della vita: il resto è morir continuo» (al Bianchi, 20 dicembre '84). Questa malinconia non è certo la «ninfa gentile» del Pindemonte e mantiene la serietà grave della tragedia, ma è insieme un tono d'intimità, che dà un sapore più profondo alle maggiori tensioni delle tragedie e le giustifica fuori di una astratta grandezza, in una concreta, sofferta umanità. Una malinconia che placa il ritmo prosastico, lo scioglie in un abbandono di timbro romantico, in cui si affaccia il motivo, che sarà poi foscoliano, della morte come affermazione antiretorica e pace del tumulto passionale. «Penso spessissimo a Checco nelle mie passeggiate mattutine e dico: questo luogo gli piacerebbe, questa città, questo fiume, e poi piango e poi leggo il Petrarca, che sempre ho in tasca; penso alla Donna mia e ripiango; e così tiro innanzi e desidero la morte, e mi spiace di non aver ragioni per darmela» (al Bianchi, da Pisa, 8 luglio '8S). Abbandoni nostalgici sempre più intimi e avidi di una zona di silenzio, colmata solo da intensi affetti, da un senso del nuovo valore del sentimento che distacca recisamente l'Alfieri dall'equilibrio settecentesco: «Giova assai più alla fantasia e all'affetto il credere che il nostro Mario sia col Candido e col Gori, e che stiano parlando e pensando di noi, e che li rivedremo una volta, che non di crederli tutti un pugno di cenere. Se tal credenza ripugna alla fisica e all'evidenza gelida matematica, non è perciò da disprezzarsi; il primo pregio dell'uomo è il sentire; e le scienze insegnano a non sentire. Viva dunque l'ignoranza e la poesia, per quanto elle possono stare insieme: immaginiamo, e crediamo l'immaginato per vero: l'uomo vive d'amore, l'amore lo fa Dio: ché Dio chiamo io l'uomo vivissimamente sentente» (scriveva il 10 dicembre '96 alla Mocenni dopo la morte del Bianchi).

Ma sempre queste esplosioni più forti, che si collegano poi a espressioni più facilmente riferibili all'Alfieri eroico e tragico, al suo tormento, che qui ha mostrato la sua origine più intima e altrove ha le sue giustificazioni ideali più vaste, sono preparate e sostenute da una trama più minuta di cronaca quotidiana modesta e sincera, di atteggiamenti assorti che costituiscono la chiara base di uno stato d'animo poetico, sognante e attento, che era necessario anche per gli scatti di una tensione più drammatica. Ecco così formarsi da certe sue lettere un'aura di quiete, in cui il fremito alfieriano perde il suo battere più convenzionale, è pena intima bisognosa di espressione; è l'orario scrupolosamente seguito in giornate ormai prive dell'avventurosità giovanile, il lavoro notturno alla lucerna interrotto da cavalcate mattutine entro panorami pisani o alsaziani (ma il «suo» panorama è quello toscano e soprattutto l'incontro ideale Pisa-Siena), il cocciuto colloquio con il Caluso sul senile studio del greco e sulla letteratura seguìta nei segreti più tecnici dello stile (e illuminata da rapide e audaci intuizioni: «Il Petrarca avrebbe eternato la sua gatta se ne avesse voluto scrivere quanto la sua Laura», 25 novembre '99), la esplicita dichiarazione di una vita tutta in profondità e in casalinga tranquillità: «I veri letterati, che non fanno bottega del loro sapere, sono veramente i re di questo mondo e le gerarchie e i santi dell'altro. Lo studio e i libri e le dolcezze domestiche, aspettando la morte, sono veramente le sole cose che meritino d'esser considerate dall'uomo, quando ha sfogata la gioventù» (al Caluso, 21 aprile 18oo). È appunto di questo Alfieri impegnato ormai nella sua vita più vera di poeta, prima calda d'affetti che tendono e giustificano la sua poesia, poi sempre più rinchiusa nello studio come preparazione «alla morte» (e la presenza della morte è tra le più assidue presenze, con l'amicizia, e l'amore, in questo epistolario), è di questo Alfieri, fermo nel suo «degno amore» e nella sua poesia, che le lettere ci parlano nel loro stile poco retorico e avviato a soluzioni più alleggerite e sottili, più modestamente concrete nel loro carattere poco impegnativo, rispetto all'alto linguaggio poetico, che proprio in queste prove meno solenni ha la riprova migliore di una sublimità non astratta, di una tensione non vacua e retorica.

 

Aggiornamenti 2002 - Luigi De Bellis