CRITICA: DECADENTISMO

 GOZZANO E LA POESIA ITALIANA

 AUTORE: Sergio Antonielli         TRATTO DA: Aspetti e figure del Novecento

 

Veramente il Gozzano non possiamo rinchiuderlo nella « letteratura della nuova Italia », o nei salotti borghesi dell'Italia umbertina e quindi giolittiana: la sua ironia, l'intensità stessa della sua ricerca prosaica, ci sembrano annunciare qualcosa d'altro a cui non poterono giungere né il Carducci, né il Pascoli, e nemmeno il D'Annunzio cosiddetto notturno. Va bene che oggi è venuto di moda ritrovare in questi tre poeti le matrici morali e stilistiche della poesia del Novecento, e anche al sottoscritto è accaduto di sottolineare alcuni presentimenti pascoliani specialmente in senso montaliano ; ma ormai sembra anche venuto il momento dello equilibrio e delle giuste proporzioni, perché troppo facilmente si può dimenticare che una cosa è il centro d'una personalità poetica, e ben altra è questo o quell'aspetto marginale, isolando il quale noi non potremmo più dare a una strofa o a una particolare poesia il nome del suo autore. Ci son versi del Pascoli che, una volta isolati, non sembrano più del Pascoli; il quale invece noi lo spieghiamo nella somma dell'opera richiamandoci alle ottocentesche poetiche della musique e in genere tenendo presente aspetti di sensibilità e di tecnica che affermatisi nell'Europa romantica dai primi anni del secolo XIX (ricordare i romantici inglesi Wordsworth, Coleridge, Keats...; e che in Inghilterra, Germania, Francia, lo stesso settecentesco preromanticismo ha tinte assai spesso più romantiche del pieno romanticismo italiano; e che il Pascoli amò sentirsi vicino al Leopardi e al Tommaseo, i due poeti più romantici, in senso europeo, dell'Ottocento italiano) in Italia ebbero diffusione e adattamenti solo nella seconda metà dello stesso secolo, e tanto nuovi e stravaganti apparvero rispetto alla nostra tradizione, che s'è fatto ricorso con eccessiva fiducia alla parola « decadentismo » per classificarli, col felice risultato di non pochi equivoci e confusioni. Ritroviamo del Pascoli e del D'Annunzio, non solo nel Gozzano, ma anche in Montale e perfino in poeti posteriori a Montale. D'accordo, e con ciò? Si provi a ripensare ai segni di educazione arcadica rintracciabili nel Leopardi; o a quanto Parini ritroviamo nel Foscolo. L'ode All'amica risanata ci fa tornare subito in mente il Parini. Ma a un tratto, con un verso solo: « le nate a vaneggiar menti mortali » , il Foscolo licenzia tutto il secolo dei lumi e pone fra sé e il suo maestro una distanza decisiva. Qualcosa di simile ci pare che accada fra il Gozzano e il Pascoli; per non parlare del Carducci, a caratterizzare il quale dobbiamo aiutarci non solo con la lettura di poesie come Pianto antico o San Martino, ma anche coi precisi aspetti della sua opera critica, e coi suoi umori politici e morali, con tutti gli elementi di cui assolutamente dobbiamo tener conto per non snaturarlo e per rispettarlo nella sua statura di gran personaggio dell'Ottocento italiano. Col D'Annunzio i rapporti del Gozzano sono piuttosto complessi, e meriterebbero uno studio particolare. Dal Pascoli può egli aver tratto lo stimolo a insistere sul tono discorsivo e prosaico che gli proponevano poesie come La tuia malattia («L'altr'anno, ero malato, ero lontano, a Messina; col tifo») o Il ritratto («Nel collegio di Urbino il mio fratello faceva in grande un piccolo ritratto»), e particolarmente da alcuni Canti di Castelvecchio può aver derivato qualche cadenza come l'andamento musicale dell'Assenza. Ma dal Carducci? Il Carducci non può essere stato per il Cozzano che un esempio di serietà, di disciplina artistica e un richiamo generico allo studio dei classici. Ciò ha avuto la sua importanza; ma non serve ad indicarci una linea d'indagine veramente proficua, dato pure che senza eccessivo sforzo possiamo immaginare con quale segreto sorriso il Gozzano guardasse alle ingenuità oratorie e patriottiche del «vate d'Italia a la stagion più bella».

Comunque, il Gozzano ebbe presto coscienza del suo «giovanile errore» e precisamente sui ventidue anni; e un critico esperto come il Calcaterra, che per di più gli fu amico, poté darci testimonianza di questo suo passaggio alla maturità: dalla giovanile ammirazione per Carducci, Pascoli e D'Annunzio (Nietzsche compreso), allo studio dei classici, e primo fra questi il Petrarca.

 

Aggiornamenti 2002 - Luigi De Bellis